Camera dei deputati - XVI Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Ufficio Rapporti con l'Unione Europea
Titolo: Riunione dei presidenti delle Commissioni difesa dei Parlamenti dell'UE ' Varsavia, 3-5 luglio 2011
Serie: Documentazione per le Commissioni - Riunioni interparlamentari    Numero: 79
Data: 28/06/2011
Descrittori:
COMMISSIONI E GIUNTE PARLAMENTARI   DIFESA E SICUREZZA INTERNAZIONALE
DIFESA NAZIONALE   UNIONE EUROPEA


Camera dei deputati

XVI LEGISLATURA

 

 


 

 

 

 

 

Documentazione per le Commissioni

riunioni interparlamentari

 

 

Riunione dei presidenti delle Commissioni difesa

dei Parlamenti dell’UE

 

Varsavia, 3-5 luglio 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

n. 79

 

28 giugno 2011


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il dossier è stato curato dall’Ufficio rapporti con l’Unione europea
(' 066760.2145 * cdrue@camera.it)

Il paragrafo “La NATO” è stato curato dal Servizio studi, Dipartimenti affari esteri (' 06 6760.4939) e difesa (' 06 6760.4172)

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INDICE

 

Schede di lettura  

La Politica estera, di sicurezza e difesa comune nel Trattato di Lisbona  3

·          La politica estera e di sicurezza comune (PESC)3

·          La politica di sicurezza e difesa comune (PSDC)4

·          La cooperazione strutturata    6

·          Il processo decisionale    7

Le priorità della Presidenza polacca  11

·          Integrazione europea come motore per la crescita    11

·          Un’Europa sicura    11

·          Un’Europa capace di trarre benefici dall’apertura delle frontiere.12

Il Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE)17

·          Organizzazione del SEAE      17

La NATO (a cura del Servizio studi)21

·          Premessa    21

·          Principali organi22

·          L’evoluzione dell’Alleanza atlantica dopo la fine della Guerra fredda    24

·          Il Vertice di Lisbona 2010 e l’approvazione del Nuovo concetto strategico    28

·          Le relazioni con la Federazione russa    30

·          L’impegno in Afghanistan    33

·          Progressi nei rapporti con la Serbia    34

·          Le missioni della NATO      34

·          NATO - Unione europea    35

I rapporti UE-NATO   37

·          Cooperazione nelle missioni internazionali39

·          Altre forme di cooperazione  40

·          La posizione delle istituzioni dell'UE      41

Relazioni transatlantiche   45

·          Il dialogo politico    45

·          Le relazioni economiche    46

·          La collaborazione nella gestione delle crisi47

·          Altre aree di cooperazione    47

L’Unione europea  e il conflitto Medio-orientale   51

·          La posizione dell’UE in merito al conflitto in Medio Oriente    51

·          Le iniziative dell’UE in favore del processo di pace    53

·          Sostegno alle riforme politiche ed economiche    53

·          Assistenza finanziaria    53

·          Missioni di peace-keeping    55

·          L’Unione europea e la crisi di Gaza    55

Situazione in Libia: iniziative dell’Unione europea  59

·          Posizione del Consiglio europeo    60

·          Le sanzioni61

·          L'operazione EUFOR Libia    62

·          Aiuto umanitario e assistenza    62

·          Il partenariato con i paesi del bacino meridionale del Mediterraneo    63

Rapporti tra l’Unione europea e la Russia  65

·          L’ Accordo di partenariato e di cooperazione e gli spazi comuni.67

·          L’Accordo di partenariato e di cooperazione    67

·          I quattro spazi comuni68

·          Assistenza finanziaria    69

·          Il partenariato orientale    69

Istituzione di una Conferenza interparlamentare per la PESC/PSDC   73

·          Questioni in sospeso    74

·          Recenti sviluppi75

 

 

 


 

 

Schede di lettura



La Politica estera, di sicurezza e difesa comune nel Trattato di Lisbona

La politica estera e di sicurezza comune (PESC)

Il Trattato di Lisbona prevede la realizzazione di una politica estera e di sicurezza comune (PESC) fondata sullo sviluppo della reciproca solidarietà politica degli Stati membri, sull'individuazione delle questioni di interesse generale e sulla realizzazione di un livello di convergenza delle azioni degli Stati membri.  

La PESC resta fondamentalmente un settore d'azione intergovernativo nel quale il ruolo del Consiglio europeo è preponderante; l'unanimità continua ad essere la regola e la maggioranza qualificata viene applicata soltanto per l'esecuzione delle decisioni prese dal Consiglio europeo (oppure per le proposte presentate dall'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza su richiesta del Consiglio europeo), o dal Consiglio.

Il Trattato di Lisbona ha tuttavia modificato il ruolo degli attori della PESC, attraverso la creazione di:

·       un Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (AR), che unifica i precedenti ruoli di Alto rappresentante/Segretario generale del Consiglio e Commissario per le relazioni esterne. L’Alto rappresentanteguida la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione, contribuisce con proposte alla sua elaborazione e la attua in qualità di mandatario del Consiglio; assicura la coerenza dell’azione esterna dell’Unione; presiede il Consiglio “Affari esteri” ed è uno dei Vicepresidenti della Commissione. L'AR rappresenta l'Unione per le materie che rientrano nella politica estera e di sicurezza comune.Conduce, a nome dell'Unione, il dialogo politico con i terzi ed esprime la posizione dell'Unione nelle organizzazioni internazionali e in seno alle conferenze internazionali. Il Consiglio europeo del 1° dicembre 2009 ha nominato la britannica Catherine Ashton Alto rappresentante. La nomina ha una durata di cinque anni ed è rinnovabile;

·       il “Servizio europeo per l’azione esterna” con il compito di assistere l’Alto rappresentante.. Tale Servizio lavora in collaborazione con i servizi diplomatici degli Stati membri ed è composto da funzionari dei servizi competenti del Segretariato generale del Consiglio e della Commissione e da personale distaccato dai servizi diplomatici nazionali. La decisione sull’organizzazione e il funzionamento del Servizio è stata assunta dal Consiglio del 26 luglio 2010. Sulla base di tale decisione: il Servizio è un organo funzionalmente autonomo, distinto dalla Commissione e dal segretariato del Consiglio, posto sotto l’autorità dell’Alto rappresentante e costituito da un’amministrazione centrale e dalle delegazioni dell’Unione nei paesi terzi e presso le organizzazioni internazionali. Il SEAE è gestito da un segretario generale esecutivo - che opera sotto l'autorità dell'Alto rappresentante – assistito da due segretari generali aggiunti. Nel mese di ottobre, l’Alto Rappresentante ha nominato Pierre Vimont (Francia) quale segretario generale esecutivo, Helga Schmid (Germania) quale segretario generale aggiunto per gli affari politici e Maciej Popowski (Polonia) quale segretario generale aggiunto per gli affari interistituzionali. La Commissione rimane responsabile della gestione degli strumenti finanziari di cooperazione esterna. Le delegazioni dell'UE nel mondo sono poste sotto l’autorità di “capi delegazione” che ricevono istruzioni dall'Alto rappresentante e dal SEAE e sono responsabili della loro attuazione. Il Parlamento europeo ha visto accolte le sue richieste per quanto riguarda la piena responsabilità politica e di bilancio del SEAE nei suoi confronti. Come indicato nella decisione, infatti, il Parlamento europeo svolgerà pienamente il suo ruolo nell’azione esterna dell’Unione, comprese le sue funzioni di controllo politico previste dai trattati;

·       un Presidente del Consiglio europeo eletto a maggioranza qualificata per un mandato di due anni e mezzo rinnovabile una volta, che assicura la rappresentanza esterna dell’Unione per le materie relative alla PESC, fatte salve le responsabilità dell’Alto rappresentante. Herman Van Rompuy è stato nominato presidente del Consiglio europeo dal 1º dicembre 2009.

La politica di sicurezza e difesa comune (PSDC)

Importanti progressi sono stati compiuti nel settore specifico della politica della sicurezza comune. La prospettiva di una difesa comune, o comunque la definizione di una politica di difesa comune, i cui principi erano già stati stabiliti nel trattato di Maastricht, diventa più realistica. La decisione di creare, quando verrà il momento, una difesa comune è adottata dal Consiglio europeo che delibera all'unanimità; essa esige anche l'approvazione di tutti gli Stati membri secondo le proprie procedure costituzionali. Tale politica comune di difesa conferisce all'Unione una capacità operativa basata su strumenti civili e militari. Il Trattato di Lisbona ribadisce che il perseguimento della politica di sicurezza e di difesa comune non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri, rispetta gli obblighi derivanti dal Trattato del Nord-Atlantico, per gli Stati membri che ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite la NATO, ed è compatibile con la politica di sicurezza e di difesa comune adottata in tale contesto.

Tra le principali innovazioni si ricorda:

·       la possibilità di creare, con decisione del Consiglio che delibera a maggioranza qualificata, una cooperazione strutturata permanente in materia di difesa tra gli Stati membri che hanno le capacità militari necessarie e la volontà politica di aderirvi;

·       l’estensione delle missioni di Petersberg - vale a dire missioni umanitarie e di soccorso; missioni di mantenimento della pace (peace-keeping); missioni di unità di combattimento nella gestione di crisi, comprese le missioni tese al ristabilimento della pace (peace making) -  integrandole con ulteriori compiti relativi alle missioni di disarmo, di consulenza ed assistenza in materia militare, di stabilizzazione al termine dei conflitti. L’articolo specifica inoltre che tutte queste missioni possono contribuire alla lotta contro il terrorismo, anche tramite il sostegno a paesi terzi per combattere il terrorismo sul loro territorio;

·       l’istituzionalizzazione dell’Agenzia europea per la difesa, posta sotto l’autorità del Consiglio e incaricata di: individuare le esigenze operative; contribuire a individuare e, se del caso, mettere in atto qualsiasi misura utile a rafforzare la base industriale e tecnologica del settore della difesa; partecipare alla definizione di una politica europea delle capacità e degli armamenti; assistere il Consiglio nella valutazione del miglioramento delle capacità militari. L’obiettivo è quello di mettere in evidenza il suo ruolo ed ottenere il consenso politico sui suoi orientamenti;

·       l’istituzione di un fondo iniziale per finanziare le attività preparatorie delle attività militari dell’Unione europea; il fondo dovrebbe facilitare il dispiegamento delle operazioni militari;

·       la semplificazione delle condizioni relative alla minoranza di blocco e al sistema dell’astensione costruttiva nel quadro delle decisioni PESC.

Il Trattato di Lisbona rafforza inoltre la solidarietà tra gli Stati membri attraverso:

·       la creazione di una clausola di solidarietà tra gli Stati membri in caso di attacco terroristico o di catastrofe naturale o di origine umana;

·       la creazione di una clausola di aiuto e assistenza in caso di aggressione armata.

Sotto il profilo del controllo parlamentare in tale ambito, il Parlamento europeo acquisisce in linea generale il diritto di essere informato (o consultato), il diritto di controllo (interrogazioni, dibattiti) e di voto del bilancio PESC.

In base al Trattato di Lisbona, il Parlamento europeo è consultato regolarmente dall’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza comune sui principali aspetti e sulle scelte fondamentali della politica di sicurezza e di difesa comune edè tenuto al corrente della sua evoluzione. L’Alto rappresentante provvede affinché le opinioni del Parlamento europeo siano debitamente prese in considerazione. I rappresentanti speciali possono essere associati all’informazione del Parlamento europeo. Il Parlamento europeo può rivolgere interrogazioni o formulare raccomandazioni al Consiglio e all’Alto rappresentante. Il Trattato prevede inoltre che il Parlamento europeo svolga due volte l’anno il dibattito sui progressi compiuti nell’attuazione della politica estera e di sicurezza comune, compresa la politica di sicurezza e difesa comune.

La competenza della Corte di giustizia è invece limitata alla delimitazione fra la PESC e gli altri settori di intervento dell'UE nonché al controllo della legalità delle decisioni europee che comportano misure restrittive nei confronti dei privati.

La cooperazione strutturata

Come anticipato, il Trattato di Lisbona dispone che gli Stati membri che rispondano ai criteri più elevati di capacità militari e che hanno sottoscritto gli impegni sulle capacità militari previsti dagli articoli 1 e 2 del protocollo sulla cooperazione strutturata permanente(Protocollo n. 10 del Trattato Lisbona), possano stabilire una cooperazione strutturata permanente nell’ambito dell’Unione.La procedura prevede chegli Stati membri intenzionati a partecipare alla cooperazione strutturata notifichino la loro intenzione al Consiglio e all’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Entro tre mesi dalla notificazione il Consiglio adotta una decisione che istituisce la cooperazione strutturata permanente e fissa l'elenco degli Stati membri partecipanti. Il Consiglio delibera a maggioranza qualificata previa consultazione dell’Alto rappresentante.

Ogni Stato membro che, in una fase successiva, desideri partecipare alla cooperazione strutturata permanente notifica la sua intenzione al Consiglio e all’Alto rappresentante. Il Consiglio adotta una decisione che conferma la partecipazione dello Stato membro interessato che risponde ai criteri e sottoscrive gli impegni di cui agli articoli 1 e 2 del protocollo sulla cooperazione strutturata permanente. Il Consiglio delibera a maggioranza qualificata, previa consultazione dell’Alto rappresentante. Solo i membri del Consiglio che rappresentano gli Stati membri partecipanti prendono parte al voto.

In base all’art. 238, par.3, punto a, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea - TFUE, per maggioranza qualificata si intende almeno il 55 % dei membri del Consiglio rappresentanti gli Stati membri partecipanti, che totalizzino almeno il 65 % della popolazione di tali Stati. La minoranza di blocco deve comprendere almeno il numero minimo di membri del Consiglio che rappresentano oltre il 35 % della popolazione degli Stati membri partecipanti, più un altro membro; in caso contrario la maggioranza qualificata si considera raggiunta.

Se uno Stato membro partecipante non soddisfa più i criteri o non può più assolvere gli impegni di cui agli articoli 1 e 2 del protocollo sulla cooperazione strutturata permanente, il Consiglio può adottare una decisione che sospende la partecipazione di questo Stato. Il Consiglio delibera a maggioranza qualificata. Partecipano alla votazione solo i membri del Consiglio che rappresentano gli Stati membri partecipanti, ad eccezione dello Stato membro in questione. Se uno Stato membro partecipante desidera ritirarsi dalla cooperazione strutturata permanente notifica la sua decisione al Consiglio, che prende atto del fatto che la partecipazione dello Stato membro in questione termina. Le decisioni e le raccomandazioni del Consiglio prese nel quadro della cooperazione strutturata permanente, diverse da quelle suddette, sono adottate all'unanimità. Ai fini della disposizione in questione, l'unanimità è costituita dai voti dei soli rappresentanti degli Stati membri partecipanti.

Il Protocollo n. 10 in materia di cooperazione strutturata permanente prevede, agli artt. 1 e 2, che essa sia aperta ad ogni Stato membro che si impegni, in particolare, a:

·   procedere più intensamente allo sviluppo delle sue capacità di difesa;

·   fornire entro il 2010, sia a titolo nazionale, sia come componente di gruppi multinazionali di forze, unità di combattimento capaci di intraprendere le missioni  previste entro un termine da 5 a 30 giorni, in particolare per rispondere alle richieste dell’ONU e sostenerle per un periodo iniziale di 30 giorni, prorogabile di 120 giorni;

·   riesaminare regolarmente gli obiettivi relativi al livello delle spese di investimento in materia di equipaggiamenti di difesa, alla luce della situazione internazionale e delle responsabilità dell’Unione;

·   ravvicinare, nella misura del possibile, gli strumenti di difesa e prendere misure concrete per rafforzare la disponibilità, interoperabilità, flessibilità e capacità di dispiegamento delle forze;

·   cooperare per assicurare l’adozione delle misure necessarie per colmare le lacune che siano state constatate nel quadro del meccanismo di sviluppo delle capacità;

·   partecipare, se del caso, allo sviluppo di programmi comuni o europei nel quadro delle attività promosse dall’Agenzia europea per la difesa.

L’art. 3 stabilisce che l’Agenzia europea per la difesa contribuisca alla valutazione regolare dei contributi degli Stati membri partecipanti in materia di capacità.

Il processo decisionale

Come anticipato, la politica estera e di sicurezza comune – e di conseguenza la PESD - è soggetta a norme e procedure specifiche. Essa è definita e attuata dal Consiglio europeo e dal Consiglio che deliberano all'unanimità, salvo nei casi in cui i trattati dispongano diversamente. È esclusa l'adozione di atti legislativi.

Il Consiglio europeo individua gli interessi strategici dell'Unione e fissa gli obiettivi della sua politica estera e di sicurezza comune.

Il Consiglio elabora tale politica nel quadro delle linee strategiche definite dal Consiglio europeo.

L’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e gli Stati membri attuano la politica estera e di sicurezza comune, ricorrendo ai mezzi nazionali e a quelli dell'Unione.

Gli Stati membri si concertano in sede di Consiglio europeo e di Consiglio su qualsiasi questione di politica estera e di sicurezza di interesse generale per definire un approccio comune. Prima di intraprendere qualsiasi azione sulla scena internazionale o di assumere qualsiasi impegno che possa incidere sugli interessi dell'Unione, ciascuno Stato membro consulta gli altri in sede di Consiglio europeo o di Consiglio.

In materia di politica estera e di sicurezza comune la procedura legislativa ordinaria non si applica.  La disciplina di tale settore è affidata alle decisioni europee adottate dal Consiglio europeo e dal Consiglio all'unanimità - salvo i casi previsti di voto a maggioranza qualificata da parte del Consiglio (vedi oltre) - su iniziativa di uno Stato membro, su proposta dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, o su proposta di quest'ultimo con l'appoggio della Commissione. 

In caso di astensione dal voto, ciascun membro del Consiglio dei ministri può motivare la propria astensione con una dichiarazione formale. In tal caso non è obbligato ad applicare la decisione europea, ma accetta che questa impegni l'Unione. In uno spirito di reciproca solidarietà, lo Stato membro interessato si astiene da azioni che possano contrastare o impedire l'azione dell'Unione basata su tale decisione. Qualora i membri del Consiglio dei ministri che motivano in tal modo l'astensione rappresentino almeno un terzo degli Stati membri che totalizzano almeno un terzo della popolazione dell'Unione, la decisione non è adottata.

Per quanto riguarda in particolare le missioni PESD, il Consiglio adotta le relative decisioni stabilendone l'obiettivo, la portata e le modalità generali di realizzazione. L'Alto rappresentante, sotto l'autorità del Consiglio e in stretto e costante contatto con il comitato politico e di sicurezza, provvede a coordinare gli aspetti civili e militari di tali missioni.

Nel quadro di tali decisioni, il Consiglio può affidare la realizzazione di una missione a un gruppo di Stati membri che lo desiderano e dispongono delle capacità necessarie per tale missione. Tali Stati membri, in associazione con l'alto rappresentante, si accordano sulla gestione della missione. Gli Stati membri che partecipano alla realizzazione della missione informano periodicamente il Consiglio dell'andamento della missione, di propria iniziativa o a richiesta di un altro Stato membro.

Gli Stati membri partecipanti investono immediatamente il Consiglio della questione se la realizzazione di tale missione genera conseguenze di ampia portata o se impone una modifica dell'obiettivo, della portata o delle modalità della missione. In tal caso il Consiglio adotta le decisioni necessarie.

In deroga alla regola generale dell’unanimità, il Consiglio delibera a maggioranza qualificata nel settore della politica estera e di sicurezza comune quando adotta una decisione europea – che non abbia implicazioni militari o rientri nel settore della difesa – relativa a:

·       un'azione o una posizione dell'Unione, sulla base di una decisione europea del Consiglio europeo relativa agli interessi e obiettivi strategici dell'Unione;

·       un'azione o una posizione dell'Unione in base a una proposta dell’Alto Rappresentante  per gli affari esteri e la politica di sicurezza presentata in seguito a una richiesta specifica rivolta a quest'ultimo dal Consiglio europeo di sua iniziativa o su iniziativa dell’Alto Rappresentante;

·       l’attuazione di una decisione europea che definisce un'azione o una posizione dell'Unione;

·       la nomina di un rappresentante speciale.

Se un membro del Consiglio dichiara che, per vitali ed espliciti motivi di politica nazionale, intende opporsi all'adozione di una decisione europea che richiede la maggioranza qualificata, non si procede alla votazione. Il Ministro degli affari esteri dell'Unione cerca, in stretta consultazione con lo Stato membro interessato, una soluzione accettabile per quest'ultimo. In mancanza di un risultato il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, può chiedere che della questione sia investito il Consiglio europeo, in vista di una decisione europea all'unanimità.

Il Consiglio europeo può decidere all'unanimità di estendere i casi in cui il Consiglio deliberi a maggioranza qualificata.



Le priorità della Presidenza polacca

La Polonia è il primo paese del nuovo “trio” alla Presidenza del Consiglio dell’UE insieme a Danimarca e Cipro. Il programma di 18 mesi del Consiglio elaborato dalle Presidenze polacca, danese e cipriota - dal 1° luglio 2011 al 31 dicembre 2012 - è stato presentato a Bruxelles il 17 giugno e il Consiglio ne ha preso atto in occasione del Consiglio Affari generali del 21 giugno a Lussemburgo.

La Presidenza polacca (1° luglio - 31 dicembre 2011) intende proseguire gli sforzi della Presidenza ungherese nel rendere l’Europa più forte e dinamica. Secondo il quanto indicato nel “Programma semestrale della presidenza polacca del Consiglio dell'UE per il secondo semestre del 2012”[1], il compito principale della Presidenza polacca sarà di guidare l'Unione europea lungo un percorso di rapida crescita economica e di rafforzamento della comunità politica. Per raggiungere questi obiettivi, la Presidenza polacca si concentrerà su tre aree prioritarie.

 Integrazione europea come motore per la crescita

La Presidenza polacca lavorerà per promuovere la crescita e costruire un'Europa competitiva. A tal fine, ritiene opportuno introdurre un nuovo modello di crescita economica, che consenta all’UE di raggiungere un livello sicuro ed appropriato di sviluppo economico e di garantire il benessere dei cittadini. Un tema importante nell’agenda della Presidenza polacca sarà il completamento del mercato unico. Particolare attenzione sarà data alla liberalizzazione del commercio e all’abbattimento delle barriere on-line. Nell’ambito della riforma del mercato interno, la Presidenza sosterrà il miglioramento delle condizioni delle piccole e medie imprese (PMI), con particolare attenzione all’accesso al capitale; sosterrà, inoltre, l'iniziativa della Commissione per facilitare l'accesso ai mercati dei capitali e dei fondi ad alto rischio, proseguirà il completamento dei lavori sulla creazione di un sistema di brevetti economico e facilmente disponibile per le imprese europee e faciliterà la protezione della proprietà intellettuale. In termini di politica commerciale comune, la questione più importante della Presidenza polacca sarà di continuare l’attuale ciclo di negoziati commerciali multilaterali nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio (il cosiddetto Doha Round).

Un’Europa sicura

Nell’ambito della sicurezza e della difesa, una priorità della Presidenza polacca sarà il rafforzamento delle capacità militari e civili dell'UE, così come il sostegno ad azioni volte al consolidamento del dialogo diretto UE-NATO[2]. Un tema importante nell’agenda della Presidenza polacca sarà quello relativo alla sicurezza delle frontiere. Proseguiranno i lavori sul sistema di gestione integrata delle frontiere, al fine di gestire meglio la migrazione e di proteggere le frontiere esterne con maggiore efficienza attraverso l'ulteriore sviluppo della politica comune in materia di visti, nonché mediante lo sviluppo del concetto di "frontiera intelligente[3]". La Presidenza polacca cercherà di promuovere una maggiore efficacia degli strumenti di controllo delle frontiere esistenti, assicurando l'adozione e l'attuazione del regolamento di modifica di FRONTEX, operando le necessarie modifiche del codice frontiere Schengen e fornendo continuo sostegno alle attività di FRONTEX. Saranno avviati, inoltre, gli strumenti legislativi alla base dello sviluppo di un sistema ingressi/uscite, di un programma per viaggiatori registrati e del sistema europeo di sorveglianza delle frontiere (EUROSUR). Poiché un’Europa sicura richiede misure in diversi settori, la Presidenza polacca si propone anche di: migliorare la sicurezza macroeconomica, sostenendoazioni e proposte volte al miglioramento della regolamentazione e della vigilanza dei mercati finanziari e al mantenimento della stabilità finanziaria; compiere passi in avanti verso la creazione di una base per una politica energetica esterna dell'Unione europea, attraverso azioni volte a migliorare il ruolo dell'Unione europea nello spinoso campo dell’energetica internazionale; contribuire ad una riforma della PAC, al fine di garantire la sicurezza dell'Europa attraverso una gestione più efficace dei fondi europei.

Un’Europa capace di trarre benefici dall’apertura delle frontiere.

La Presidenza polacca concentrerà i suoi sforzi sul rafforzamento della politica estera e di sicurezza al fine di consolidare la posizione dell’Unione europea sul piano internazionale e rispondere alle molteplici sfide che dovrà affrontare. A tal fine, l'Unione si avvarrà in pieno delle nuove strutture, degli strumenti e possibilità definiti e disposti dal Trattato di Lisbona, come l'Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza e il Servizio europeo per l'azione esterna.

Con riferimento ai recenti avvenimenti in Tunisia, Egitto, Libia ed altri stati del sud del vicinato, la Presidenza polacca cercherà di mantenere il dialogo con i paesi interessati dalle crisi, sostenendo la trasformazione democratica e la creazione di moderne strutture statali (basate sulle riforme costituzionali), così come il rafforzamento del sistema giudiziario e la lotta contro la corruzione. Il sostegno dell’UE sarà importante per promuovere nella società civile la tutela dei diritti fondamentali e per migliorare la prevenzione della persecuzione delle minoranze (cristiani compresi). Contemporaneamente, sarà fornito un sostegno per stimolare la crescita economica, lo sviluppo, l’intensificazione dei rapporti commerciali e l’agevolazione della circolazione delle persone.

Nonostante le turbolenze della sponda sud del Mediterraneo, la Polonia porrà al centro delle relazioni esterne la politica del partenariato orientale[4], con la probabile convocazione di un summit a dicembre, e il tema dell’allargamento dell’UE.

Nell’ambito del partenariato orientale, una delle priorità della Presidenza polacca sarà di sviluppare la cooperazione e di assicurare le relazioni con i vicini orientali, anche attraverso la creazione di zone di libero scambio. Come parte del partenariato orientale, la Polonia intenderà, dunque, proseguire il processo di firma degli accordi di associazione e di creazione di aree di libero scambio in essere, sostenendo, tra l’altro, la necessità di proseguire i negoziati con Ucraina e Moldavia. La Presidenza polacca porterà avanti anche i negoziati concernenti la liberalizzazione dei visti. L’obiettivo è di pervenire a decisioni politiche fondamentali nell’ambito del prossimo Vertice del partenariato orientale. Per quanto riguarda la Bielorussia, l’obiettivo sarà quello di incoraggiare il dialogo con l’Occidente, a patto che in quel paese si rispettino le regole fondamentali della democrazia e dei diritti umani.

Per l'Unione sarà di vitale importanza sviluppare ulteriormente i partenariati strategici con soggetti fondamentali nel mondo, che rimarranno un utile strumento per perseguire obiettivi e interessi europei. Sarà altresì importante sviluppare i quadri e le strategie regionali per garantire il ruolo continuativo dell'UE nel risolvere le sfide globali e regionali, promuovendo al tempo stesso la crescita, la prosperità e la sicurezza. In merito, la relazione transatlantica continuerà ad essere un elemento chiave delle politiche esterne dell'UE per poter affrontare le nuove sfide, come l'emergere di nuovi attori mondiali. L'Unione europea, in linea con la carta delle Nazioni Unite, continuerà a svolgere un ruolo innegabile e importante nel campo della sicurezza, della gestione delle crisi e della lotta al terrorismo mondiale.

Per quanto riguarda il tema dell’allargamento dell’Unione europea, la Presidenza riconosce che l'allargamento rimane una politica chiave, che rafforza la pace, la democrazia e la stabilità in Europa, necessaria agli interessi strategici dell'Unione europea. È, pertanto, decisa a proseguire il programma di allargamento graduale e ben gestito, basato su principi concordati e sui criteri di Copenhagen, assicurando l'attuazione coerente del consenso rinnovato sull'allargamento, definito nel dicembre 2006 dal Consiglio europeo e sulla base di tutte le pertinenti conclusioni del Consiglio europeo e del Consiglio.

In particolare, il ministro degli esteri polacco, Mikolaj Dowgielewicz, ha dichiarato di volere che “la Presidenza polacca segni un momento storico per l’Europa, la Polonia e l’Ucraina, in cui l’allargamento dell’UE possa raggiungere un nuovo e più alto livello”. Pertanto, in questo ambito, la Presidenza polacca intenderà compiere importanti passi in avanti: in primo luogo, concludere i negoziati con la Croazia e firmare e ratificare il trattato di adesione; in secondo luogo, proseguire i negoziati di adesione con la Turchia[5] e procedere a negoziati sostanziali con l’Islanda (a condizione che quest’ultima sia in grado di conformarsi ai requisiti stabiliti nel quadro di negoziazione, di soddisfare ai suoi obblighi derivanti dall'accordo SEE e di corrispondere ai parametri di negoziato); in terzo luogo, sostenere le aspirazioni europee dei Balcani occidentali (in particolare, sperando che alla Serbia venga riconosciuto lo status di paese candidato e che inizino i colloqui per l’adesione del Montenegro). Nell'ambito delle relazioni importanti dell'Unione con la Svizzera, spetterà alle tre presidenze controllare l'efficacia dei meccanismi finanziari 2009-2014 nonché negoziare il nuovo contributo finanziario.

Sotto la propria Presidenza, la Polonia mirerà, inoltre, a stabilire un nuovo quadro di cooperazione tra l’UE e la Russia, confidando di portare a buon termine i negoziati in corso per il rinnovo dell’Accordo di partenariato e cooperazione con la Russia (firmato nel 1994 ed entrato in vigore il 1° dicembre 1997, ma scaduto nel novembre 2007), che in passato erano stati ostacolati proprio dal veto polacco e lituano. Secondo il Segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, il quale ha partecipato al “IV° Forum per la sicurezza euro-atlantica” tenutosi a Varsavia, “la Presidenza polacca sarà un’opportunità per il paese di diventare di attore-chiave nell’avvicinamento tra l’UE e la NATO e tra la Russia e l’Europa”.

Infine, l’allargamento della zona Schengen, nonché il miglioramento dell'efficienza del processo di valutazione Schengen rappresentano obiettivi fondamentali della Presidenza polacca, che si adopererà per mettere a punto il progetto SIS II, secondo quanto previsto e tenendo conto anche della valutazione dei progressi raggiunti. Rimarrà un obiettivo fondamentale ultimare completamente e rendere operativa l'Agenzia IT.

Dopo la prima parte dei lavori del Consiglio giustizia e affari interni (GAI) che si è svolto a Lussemburgo il 9 giugno, la Presidenza ungherese ha annunciato che la decisione sull’ingresso di Romania e Bulgaria nell’area Schengen è stata rinviata a settembre. Pertanto, la Presidenza polacca dovrà affrontare questo tema, sul quale si registra il veto di Francia, Germania e Olanda, che temono un afflusso massiccio di immigrati irregolari attraverso le frontiere. Per superare tali riserve, per i due Paesi interessati si profila la possibilità di un ingresso in Schengen a tappe, con un’apertura degli aeroporti già nel 2011 e le frontiere marittime e di terra nel 2012. A tal riguardo, Mikolaj Dowgielewicz, ha dichiarato che Romania e Bulgaria sono “tecnicamente pronti” per entrare a far parte di Schengen.

 

 

 

 


 


Il Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE)

Il servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) è un organo istituito dal Trattato di Lisbona, volto ad attuare la politica estera dell'Unione europea (UE).

Il SEAE ha sede a Bruxelles ed opera sotto l'autorità dell'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, carica che dal 1° dicembre 2009 è ricoperta da Catherine Ashton (UK).

Il SEAE è organo autonomo rispetto al Segretariato Generale del Consiglio e della Commissione europea.

Il SEAE assiste l’Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza nell'esecuzione dei suoi mandati, per quanto riguarda:

Il SEAE assiste il presidente del Consiglio europeo, il Presidente della Commissione europea e la Commissione nell’esercizio delle loro rispettive funzioni nel settore delle relazioni esterne.

Il SEAE sostiene, inoltre, la Commissione nello sviluppo e nell'attuazione dei programmi e degli strumenti finanziari dell'azione esterna dell'UE.

Il Trattato prevede che tale Servizio lavori in collaborazione con i servizi diplomatici degli Stati membri e sia composto da funzionari dei servizi competenti del Segretariato generale del Consiglio, della Commissione europea e da personale distaccato dai servizi diplomatici nazionali.

L’organizzazione e il funzionamento del servizio sono stati fissati dalla decisione 2010/427/UE del Consiglio, del 26 luglio 2010, su proposta dell’Alto rappresentante, previa approvazione della Commissione e consultazione del Parlamento europeo. Il Servizio è entrato pienamente in funzione il 1° dicembre 2010.

Organizzazione del SEAE

Il SEAE è gestito da un Segretario generale esecutivo (Pierre Vimont, francese) che opera sotto l'autorità dell'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, assistito da due Segretari generali aggiunti (Helga Schmidt, tedesca, per gli affari politici e Maciej Popowski, polacco, per gli affari interistituzionali). Direttore esecutivo del SEAE è David O'Sullivan, irlandese.

Per quanto riguarda funzionari di alto livello di nazionalità italiana sono stati nominati Agostino Miozzo, direttore esecutivo per le risposte alle situazioni di crisi; Ettore Sequi, capodelegazione in Albania, e Roberto Ridolfi, capo delegazione in Uganda.

L’amministrazione centrale del SEAE è articolata in direzioni generali dedicate a:

Il SEAE è composto inoltre da delegazioni dell'UE nei paesi terzi e presso varie organizzazioni internazionali (vedi tabella allegata). Ciascuna delegazione è posta sotto l'autorità del capodelegazione, che risponde all'alto rappresentante e al SEAE. Il capodelegazione rappresenta l'Unione europea nel paese pertinente.

Le delegazioni collaborano e condividono informazioni con i servizi diplomatici degli Stati membri dell'UE.

 


Nomine presso le delegazioni

DELEGAZIONE

CAPODELEGAZIONE

NAZIONALITÀ

CINA, Pechino

Markus EDERER

DE

GIAPPONE, Tokyo

Hans Dietmar SCHWEISGUT

AT

REPUBBLICA SUDFRICANA, Pretoria

Roeland VAN DE GEER

NL

BRASILE, Brasilia

Ana Paula Baptista Grade Zacarias

PT

USA, Washington

Vale DE ALMEIDA

PT

AFGHANISTAN, Kabul

Vygaudas UàACKAS

LIT

ALBANIA, Tirana

Ettore SEQUI

IT

ARGENTINA, Buenos Aires

Alfonso DIEZ TORRES

ES

FYROM, Skopje

Peter SORENSEN

DK

BANGLADESH, Dhaka

William HANNA

IRL

IRAQ, Bagdad

vacante

 

GIORDANIA, Amman

Joanna WRONECKA

PL

UGANDA, Kampala

Roberto RIDOLFI

IT

SENEGAL , Dakar

Dominique DELLICOUR

BE

ANGOLA, Luanda

Javier PUYOL PINUELA

ES

BOTSWANA, Gaborone

Gerard McGOVERN

IRL

BURUNDI, Bujumbura

Stephane DE LOECKER

BE

COREA , Seoul

Tomasz KOZLOWSKI

PL

GABON , Libreville

Cristina MARTINS BARREIRA

PT

GIORGIA , Tbilissi

Philip DIMITROV

BG

GUINEA-BISSAU , Bissau

Joaquin GONZALEZ-DUCAY

ES

HAITI, Port Au Prince

Lut FABERT-GOOSSENS

LUX

LIBANO, Beirut

Angelina EICHHORST

NL

MOZAMBICO, Maputo

Paul MALIN

IRL

NAMIBIA, Windhoek

Raúl FUENTES MILANI

ES

PAKISTAN, Islamabad

Lars-Gunnar WIGEMARK

SV

FILIPPINE, Manila

Guy LEDOUX

FR

SINGAPORE, Singapore

Marc UNGEHEUER

LUX

CIAD, N'Djamena

Helene CAVE

FR

ZAMBIA, Lusaka

Gilles HERVIO

FR

NUOVA PAPUASIA,

Port Moresby

Martin DIHM

DE

 

 




La NATO

 

Premessa

La North Atlantic Treaty Organization (NATO) è nata con il Trattato del Nord Atlantico, firmato a Washington il 4 aprile 1949 e ratificato dall’Italia con la legge 1° agosto 1949, n. 465, che ha come obiettivo prioritario la salvaguardia della sicurezza e della libertà degli Stati firmatari attraverso mezzi politici e militari, conformemente ai principi dello Statuto delle Nazioni Unite.

I membri fondatori della NATO sono il Belgio, il Canada, la Danimarca, la Francia, l’Islanda, l’Italia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi, la Norvegia, il Portogallo, il Regno Unito e gli Stati Uniti[6].

Nel sistema dell’Alleanza Atlantica sono centrali gli articoli 4, 5 e 6 del Trattato Nord-atlantico.

In particolare, l’articolo 4 prevede che le parti si consultino ogni volta che, nell’opinione di una di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una di esse siano minacciate. Si tratta, quindi, di una disposizione procedurale relativa ai casi in cui nessuna delle parti abbia ritenuto di aver subito un attacco armato.

Il successivo articolo 5 costituisce invece la chiave di volta dell’Alleanza militare prevedendo infatti l’impegno reciproco delle parti a considerare un attacco armato contro una o più di esse come un attacco diretto contro tutte. Ciascuna delle parti, nell’esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto del citato articolo 51 dello Statuto dell’ONU assisterà la parte o le parti attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che riterrà necessaria, compreso l’impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. La norma in esame prosegue disponendo che ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente segnalati al Consiglio di sicurezza (delle Nazioni Unite) e che tali misure saranno sospese quando il Consiglio di sicurezza avrà adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali.

Le disposizioni dell’articolo 5 hanno peraltro subìto un’evoluzione interpretativa a seguito delle determinazioni assunte dai Capi di Stato e di Governo all’incontro del Consiglio del Nord Atlantico di Washington del 23 e 24 aprile 1999 che hanno definito le linee di sviluppo dell’Alleanza atlantica per il XXI secolo, individuando nuovi rischi per la sicurezza, tra i quali: la diffusione globale di una tecnologia che può essere impiegata nella introduzione di armi; la circostanza che avversari, siano o meno Stati, possano sfruttare l’utilizzazione di strumenti informatici; il terrorismo internazionale; il sabotaggio e la criminalità organizzata.

A seguito della revisione strategica adottata nel 1999 è stato ampliato il novero degli aggressori ex articolo 5: il punto 24 del concetto strategico dell’Alleanza Atlantica come sopra approvato dichiara, infatti, che “Ogni attacco armato sul territorio di Alleati, proveniente da qualsiasi direzione, darà luogo all’applicazione degli articoli 5 e 6 del Trattato di Washington”. Inoltre, il punto 42 del comunicato del Summit del citato Consiglio del Nord-Atlantico espressamente prevede che il terrorismo costituisce una seria minaccia alla pace, alla sicurezza e alla stabilità, che può minacciare l’integrità territoriale degli Stati.

L’articolo 5 ha trovato applicazione per la prima volta nella riunione del Consiglio atlantico di mercoledì 12 settembre 2001, il giorno successivo agli attentati terroristici di New York e Washington.

L’articolo 6 del Trattato individua, invece, la direzione dell’attacco armato suscettibile di rendere applicabile l’articolo 5 appena commentato. La norma, infatti, precisa che per attacco armato contro una o più parti si intende un attacco armato contro il territorio di una di esse in Europa o nell’America settentrionale, contro il territorio della Turchia o contro le isole situate sotto la giurisdizione di una delle parti nella regione dell’Atlantico settentrionale a nord del Tropico del Cancro. E’ altresì attacco armato quello rivolto contro le navi o gli aeromobili di una delle parti che si trovino su detti territori o in qualsiasi altra regione d’Europa nella quale, alla data di entrata in vigore del trattato siano stazionate forze di occupazione di una delle parti, o che si trovino nel mare Mediterraneo o nella zona dell’Atlantico a nord del Tropico del Cancro, o al di sopra di essi.

La NATO non dispone di un proprio esercito. La maggior parte delle forze a disposizione della NATO resta sotto il pieno comando e controllo nazionale, fino al momento in cui queste vengono assegnate alla NATO dai paesi membri per intraprendere compiti che vanno dalla difesa collettiva alle nuove missioni, come quelle per il mantenimento della pace e a sostegno della pace. Le strutture politiche e militari della NATO si occupano di attuare la pianificazione necessaria per consentire alle forze nazionali di svolgere tali compiti, nonché le disposizioni organizzative necessarie per le loro attività unificate di comando, controllo, addestramento ed esercitazione.

 

Principali organi

Il Consiglio Nordatlantico (NAC) è la sede politica più autorevole, dotata di un'incisiva funzione consultiva. Ciascun paese membro è rappresentato da un rappresentante permanente con il rango di ambasciatore, affiancato da una delegazione nazionale composta da personale diplomatico e da consiglieri per la difesa. Il Consiglio si riunisce a livello di ambasciatori almeno una volta alla settimana. Oltre che a livello dei rappresentanti permanenti, il Consiglio può riunirsi sia in sessioni ministeriali (generalmente i Ministri degli Affari esteri, quelli della difesa e quelli finanziari), sia a livello di Capi di Stato e di Governo nel caso in cui sia necessario esaminare questioni particolarmente rilevanti. Qualunque sia la composizione, le delibere prese dal Consiglio hanno lo stesso valore.

Il Consiglio è il solo organo a trarre, in maniera esplicita, la propria autorità dal Trattato Nord Atlantico, che gli attribuisce il potere, a sua volta, di creare organi subordinati. Un gran numero di comitati e di gruppi di studio sono stati quindi creati perché coadiuvassero il Consiglio o assumessero la responsabilità di settori specifici, come la pianificazione della difesa, la pianificazione nucleare e le questioni militari.

Il Segretario generale della NATO è designato dai governi degli Stati membri quale Presidente del Consiglio Nord Atlantico e di altri importanti organi della NATO. Il Segretario generale ha il compito di promuovere e dirigere il processo di consultazione e decisionale in seno all'Alleanza. È a lui che spettano le relazioni, comunicazioni e contatti con i governi degli Stati membri e con i mezzi di comunicazione. La carica di Segretario Generale, che ha una durata di quattro anni, è attualmente ricoperta dal danese Anders Fogh Rasmussen, eletto al vertice NATO di Strasbourg-Kehl nell’aprile 2009.

Il Consiglio di partenariato euroatlantico (EACP) è l'organismo in cui si realizza concretamente il dialogo e la consultazione su questioni politiche e di sicurezza tra i 28 paesi dell'Alleanza ed i 22 stati partner (Armenia, Austria, Azerbaijan, Bielorussia, Bosnia Erzegovina, Ex Repubblica iugoslava di Macedonia, Finlandia, Georgia, Irlanda, Kazakistan, Kirghizstan, Malta, Moldova, Montenegro, Russia, Serbia, Svezia, Svizzera, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina ed Uzbekistan) che partecipano al Partenariato per la pace (PfP). L'EACP si riunisce mensilmente, a Bruxelles, a livello di Rappresentanti permanenti; due volte l'anno, sono previste riunioni sia a livello di Ministri degli Affari esteri che a livello di Ministri della difesa. Se necessario, possono tenersi riunioni anche a livello di Capi di Stato e di Governo.

Il Comitato militare è la più alta autorità militare della NATO. Il suo compito è quello di elaborare strategie militari e, in tempo di crisi, di tensione o di guerra è di sua ulteriore competenza fornire pareri al Consiglio e al Comitato di pianificazione della difesa (DPC) sulla situazione militare e di avanzare raccomandazioni sull’uso della forza militare, sull’attuazione dei piani di circostanza e sullo sviluppo di idonee regole d’ingaggio.

Il Comitato militare fornisce anche direttive ai Comandanti strategici della NATO. I Comandanti strategici sono due: il Comandante supremo alleato in Europa (SACEUR), la cui sede – il Quartier generale supremo delle potenze alleate in Europa (SHAPE) - è a Mons (Belgio), e il Comandante supremo alleato per la trasformazione (SACT), che è ubicato a Norfolk, Virginia (USA).

Quotidianamente, l’attività del Comitato militare è svolta dai Rappresentanti militari che agiscono per conto dei loro rispettivi Capi di Stato. Il Comitato militare in sessione dei Capi di Stato maggiore della difesa (CHOD) normalmente si riunisce tre volte l’anno. L’Islanda, che non ha forze armate, è rappresentata in tali riunioni da un funzionario civile.

Il Comitato è presieduto dal Presidente del Comitato militare, eletto a scrutinio segreto dai capi di Stato maggiore dei paesi dell'Alleanza per un periodo di tre anni. La carica è attualmente ricoperta dall’ammiraglio Giampaolo Di Paola.

L'Assemblea parlamentare della NATO, struttura parallela, ma staccata dalla NATO costituisce il punto di raccordo tra le istanze governative che operano in seno all'Alleanza atlantica ed i Parlamenti nazionali. L’Assemblea parlamentare della NATO ha anche estesi contatti con i parlamenti dei paesi partner che inviano i propri rappresentanti a partecipare alle sue discussioni e decisioni.

L'Assemblea si compone di delegazioni dei Parlamenti nazionali che possono comprendere da un minimo di 3 ad un massimo di 36 parlamentari, in proporzione alla popolazione dei paesi membri. La Delegazione italiana è composta di 18 parlamentari, 9 deputati e 9 senatori, nominati dai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, su designazione dei Presidenti dei gruppi parlamentari. Il Presidente dell'Assemblea è eletto al termine della Sessione annuale, per la durata di un anno, rinnovabile una sola volta.

Organo direttivo dell'Assemblea è la Commissione permanente, costituita dai Presidenti delle delegazioni nazionali, dal Presidente dell'Assemblea, dai cinque Vice Presidenti dell'Assemblea, dal Tesoriere e dai Presidenti delle cinque Commissioni.

L'Assemblea NATO si riunisce in seduta plenaria due volte l'anno. Al termine della sessione annuale l'Assemblea adotta raccomandazioni, risoluzioni, pareri e direttive che sono trasmesse ai governi, ai Parlamenti nazionali e al Segretario Generale della NATO. Le decisioni dell'Assemblea sono adottate a maggioranza semplice dei voti espressi.

L'Assemblea dispone di un Segretariato internazionale, con sede a Bruxelles, che assicura l'infrastruttura necessaria per l'organizzazione dei lavori dell'Assemblea, delle Commissioni e Sottocommissioni.

 

L’evoluzione dell’Alleanza atlantica dopo la fine della Guerra fredda

Il processo di trasformazione della NATO ha avuto sostanzialmente inizio nel Vertice di Londra del luglio 1990, quando iniziarono a stabilirsi rapporti diplomatici e di cooperazione con i Paesi dell’ex Patto di Varsavia.

Nel novembre 1991, il Vertice dei Capi di Stato e di governo riuniti a Roma, ha adottato un Concetto Strategico che enunciava un insieme coerente di aspetti politici e militari della dottrina della NATO, allo scopo di unire un più ampio approccio alla sicurezza, basato sul dialogo e sulla cooperazione, con il mantenimento della capacità di difesa collettiva della NATO, avviando, allo stesso tempo il dialogo con i Paesi dell'Europa centro-orientale e dell'ex Unione sovietica.

Nell'ambito del citato Concetto Strategico, nel dicembre 1991, fu stato istituito il NACC (Consiglio di cooperazione dell'Atlantico del Nord), un foro multilaterale che aveva lo scopo di fornire, alla fine della guerra fredda, una sede istituzionale di dialogo con i Paesi dell'Europa orientale.

Tre anni più tardi, al Vertice svoltosi nel gennaio 1994 a Bruxelles, è stato lanciato il programma Partnership for Peace (PfP), finalizzato ad espandere e intensificare la cooperazione politica e militare in Europa, a far crescere la stabilità, a ridurre le minacce alla pace e a costruire forti relazioni attraverso la cooperazione tra la NATO e i singoli partner.

La base del programma è costituita da un documento individuale che ciascun Paese partner sottoscrive con la NATO. Tale Documento quadro stabilisce, tra l’altro, gli specifici impegni assunti dalla nazione, per la salvaguardia delle società democratiche, per il rispetto delle leggi internazionali e dei principi della carta dell’ONU, per la trasparenza del bilancio della difesa e per il controllo democratico sulle forze armate. I singoli Stati si impegnano altresì a sviluppare capacità di azione comune con la NATO in missioni di peace-keeping e umanitarie. A sua volta la NATO si impegna a intraprendere consultazioni con la nazione partner che percepisca una minaccia alla propria sicurezza o indipendenza.

Il PfP ha giocato un ruolo importante nel processo di ampliamento della NATO a nuovi membri, dal momento che dei 30 Paesi che hanno finora aderito al Programma, 10 sono divenuti membri effettivi dell’Alleanza.

Nel 1995, la NATO ha assunto una iniziativa per stabilire contatti con alcuni paesi nella più vasta regione mediterranea, istituendo un Dialogo Mediterraneo con sei paesi (Egitto, Israele, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia). Il programma, cui nel febbraio 2000 ha aderito anche l'Algeria, ha come obiettivo la creazione di buone relazioni e il miglioramento della comprensione reciproca con i paesi dell’area mediterranea, nonché quello di promuovere la sicurezza e la stabilità nella regione.

Durante la riunione dei Ministri degli esteri, svoltasi a Sintra nel maggio del 1997, il NACC fu sostituito dall’EAPC (Consiglio di partenariato euro-atlantico), i cui principi vennero sviluppati in stretta cooperazione tra l’Alleanza e i Paesi partner, con lo scopo di avviare una nuova fase della cooperazione.

Il 12 marzo 1999 la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia sono entrate a far parte dell’Alleanza Atlantica, dopo l’invito loro rivolto durante il Consiglio atlantico di Madrid del luglio 1997.

Il Vertice di Washington del 23-25 aprile 1999 ha definito le linee di sviluppo dell’Alleanza atlantica per il XXI secolo, con l’approvazione di un nuovo concetto strategico (che ha sostituito quello del 1991), che rifletteva il mutato scenario della sicurezza euro-atlantica, con l’intento di regolare la politica della sicurezza e della difesa dell’Alleanza, i suoi concetti operativi, l’assetto delle sue forze convenzionali e nucleari e le disposizioni sulla sua difesa collettiva.

Il vertice ha, poi, approvato la DCI (Defence Capabilities Initiative) al fine di sviluppare le capacità delle forze militari della NATO.

In occasione del Vertice di Washington, nel ribadire la politica della open door, è stato inoltre lanciato il MAP (Membership Action Plan) per favorire successive adesioni all’Alleanza. Il MAP consiste in un programma di riforme che i Paesi candidati possono realizzare, su base volontaria, per conseguire una serie di obiettivi che garantiscano la loro idoneità a divenire membri effettivi dell’Alleanza.

In seguito alle decisioni di Washington del 1999 la NATO ha proceduto ad una notevole innovazione nella sua struttura di comando, che già si avviava al superamento dello schieramento rispondente alla logica della Guerra Fredda, e ad una riorganizzazione volta a far fronte all'espandersi della gamma di missioni dell'Alleanza.

Il Vertice di Praga, svoltosi il 21-22 novembre 2002 ha ulteriormente accelerato il processo di trasformazione della NATO, approvando una serie di misure, volte a fornire all’Alleanza nuove capacità per svolgere le proprie missioni e rispondere collettivamente alle nuove sfide, compresa la minaccia del terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa.

Tra le iniziative da realizzarsi nell’ambito della trasformazione della NATO, si segnalano: la creazione di una Forza di Reazione rapida (NATO Response Force); la riforma della struttura del Comando militare; l’Impegno sulle Capacità.

La NATO Response Force (NRF) è una forza multinazionale dotata di capacità ed assetti tecnologicamente avanzati, in grado di assicurare il dispiegamento di elementi-chiave entro cinque giorni, di proiettarsi a grande distanza e di sostenersi autonomamente per almeno trenta giorni.

A seguito della riforma della struttura del Comando militare decisa dal Vertice di Praga, nell’ambito della nuova struttura NATO operano due Comandi strategici:

-        ACO (Allied Command Operations), con sede a Mons (Belgio), presso SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe). ACO, che opera sotto il comando del SACEUR (Supreme Allied Commander Europe), ha la responsabilità operativa di tutte le attività militari della NATO a livello mondiale. (cfr. organigramma pag. 6)

-        ACT (Allied Command Transformation), con sede a Norfolk, in Virginia, che è responsabile per la formazione e l'addestramento delle forze NATO e che segue i processi di trasformazione militare dell’Alleanza.

Il Vertice di Pragaha anche approvato un nuovo concetto militare che stabilisce un approccio globale per la difesa contro il terrorismo e consente alle forze dell’Alleanza di intervenire ovunque i suoi interessi lo richiedano (quindi anche fuori dall’area dei Paesi membri).

Anche a seguito di tali determinazioni, il 16 aprile 2003 il Consiglio Nord Atlantico (NAC) ha deciso l'assunzione, da parte della NATO, del comando, del coordinamento e della pianificazione dell’operazione ISAF, senza modificarne nome, bandiera e compiti. La decisione è stata resa operativa l'11 agosto 2003, con l'assunzione della guida della prima missione militare extraeuropea dell'Alleanza Atlantica.

Il vertice di Praga ha inoltre proceduto alla formalizzazione dell’invito all’adesione a sette Paesi dell’Europa orientale (Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia), che sono diventati membri della NATO il 2 aprile 2004.

Il Vertice di Istanbul del giugno 2004 ha disposto il rafforzamento e l’estensione della missione ISAF in Afghanistan, ha offerto al Governo provvisorio iracheno di provvedere all’addestramento delle forze di sicurezza in Iraq, ed ha deciso la conclusione dell’impegno NATO in Bosnia (SFOR) a seguito del trasferimento delle responsabilità della missione Althea all’UE.

Durante il Vertice è stata lanciata la Istanbul Cooperation Iniziative (ICI), per la cooperazione con i paesi del Golfo, cui hanno aderito Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar. L’iniziativa offre ai Paesi del Medio oriente allargato l’opportunità di una cooperazione bilaterale con la NATO in materia di sicurezza.

Il Vertice NATO di Riga del 28 e 29 novembre 2006, ha mantenuto una posizione interlocutoria rispetto al processo di allargamento, rimandando ogni decisione al 2008. Gli Alleati hanno riconfermato l’impegno in Afghanistan, anche se non si è proceduto al sensibile incremento di uomini e mezzi richiesto in particolare dagli USA.

E’ stata infine dichiarata la piena capacità operativa (full operability) della Forza di reazione rapida costituita nel Vertice di Praga.

Il vertice dell’Alleanza, che si è tenuto a Bucarest dal 2 al 4 aprile 2008, ha formalizzato l’invito a divenire membri effettivi della NATO all’Albania e alla Croazia, mentre l’invito alla Macedonia è stato rinviato a dopo la soluzione del “conflitto” con la Grecia sull’uso del nome. Il summit ha inoltre approvato un documento che, ricordando che la proliferazione dei missili balistici è una minaccia crescente ai paesi NATO, considera un contributo sostanziale alla protezione dei paesi alleati il sistema anti-missile prodotto dagli Stati Uniti e dà il via libera a uno studio di fattibilità che consenta di sviluppare un raccordo fra il sistema di difesa anti-missile USA e un sistema NATO per assicurare la protezione a tutti i paesi europei.

Il vertice ha infine approvato un piano strategico (ISAF’s Strategic Vision) che ribadisce l'impegno di lungo periodo in Afghanistan attraverso il rafforzamento degli elementi di coordinamento, flessibilità e condivisione della missione. Contestualmente è stato annunciato un aumento dei militari (1.800 unità in più) e dei mezzi impiegati nel teatro afghano.

Un importante vertice dei Capi di Stato e di Governo ha avuto luogo a Strasburgo in Francia e a Kehl in Germania il 3 e 4 aprile 2009, in coincidenza del sessantesimo anniversario della nascita della NATO. In occasione di tale summit, nel quale, tra l’altro, è stato deciso di nominare il Primo Ministro danese Anders Fogh Rasmussen quale Segretario generale della NATO al posto di Jaap de Hoop Scheffer, i 28 paesi dell’Alleanza Atlantica hanno anche deciso di avviare la costituzione di un’equipe di qualificati esperti, precisamente un “gruppo di 12 saggi”, affinché potessero elaborare e definire un nuovo concetto strategico della NATO.

A seguito dello svolgimento di alcuni seminari, tale pool di esperti, presieduto dal ex Segretario di Stato statunitense Madeleine Albright, ha quindi presentato nel maggio 2010 al Segretario generale della NATO un rapporto denominato "NATO 2020: Assured Security; Dynamic Engagement - Analysis and Recommendations of the Group of Experts on a New Strategic Concept for NATO”.

 

Il Vertice di Lisbona 2010 e l’approvazione del Nuovo concetto strategico

Il Vertice NATO di Lisbona del 19-20 novembre 2010 ha approvato il Nuovo concetto strategico dell’Alleanza. Il concetto strategico della NATO è il documento di orientamento politico-strategico chiamato a delineare finalità e compiti operativi dell’organizzazione. L’ultima versione del concetto strategico, come sopra ricordato, venne approvata nel vertice NATO  di Washington dell’aprile 1999.

Con l’approvazione del Nuovo concetto strategico va rilevato anzitutto come l’Alleanza atlantica riaffermi la propria natura di organizzazione volta ad assicurare l’autodifesa collettiva degli Stati membri: al tempo stesso, tuttavia, emergono nel Documento dell’Alleanza atlantica le questioni della gestione delle crisi in un contesto di sicurezza cooperativa, con particolare riguardo al rafforzamento della collaborazione con le Istituzioni fondamentali a livello globale o regionale.

Ciò significa che il Nuovo concetto strategico della NATO reca le tracce dell’esperienza maturata dall’Alleanza atlantica nell’ultimo ventennio, relativamente a interventi compiuti al di fuori del territorio degli Stati membri, come quello nei Balcani a metà e alla fine degli Anni Novanta e, nel nuovo tragico contesto succeduto agli attacchi dell’11 settembre 2001, l’intervento in Afghanistan, che dal 2003 è sotto comando della NATO.

Non è difficile cogliere un particolare riferimento a quest’ultimo teatro operativo laddove il Nuovo concetto strategico sottolinea la necessità che l’Alleanza atlantica progredisca nello sviluppo di capacità di addestramento e finanche di impulso alla costituzione di forze armate locali nelle zone di crisi, rafforzando nel contempo la collaborazione tra dimensione civile e militare nelle attività di pianificazione, nonché la dimensione civile nella gestione delle crisi.

La NATO definisce di fatto se stessa quale organizzazione globale della sicurezza, quando attira l’attenzione su questioni generali come le minacce di proliferazione nucleare o di attacchi terroristici, ma anche sui rischi derivanti da attacchi ai sistemi informatici o da difficoltà negli approvvigionamenti di energia.

In qualità di attore globale della sicurezza il Nuovo concetto strategico definisce la NATO come un’alleanza politico-militare unica nella storia, capace di proiettare forze militari su qualunque teatro operativo e di controllarne le attività attraverso la propria struttura di comando militare integrata, mettendo così in campo capacità militari che solo pochi degli Alleati potrebbero dispiegare individualmente.

Il documento richiama tuttavia l’attenzione sulla necessità che le notevoli risorse a disposizione dell'Alleanza atlantica vengano usate in maniera più efficiente ed efficace, in particolare massimizzando le capacità di dispiegamento delle forze e la loro operatività sul terreno, riducendo inutili duplicazioni e potenziando l'operatività congiunta delle forze degli Stati membri, sia per conseguire risparmi nei costi, sia per accrescere la solidarietà reciproca. Tutti questi obiettivi dovranno essere perseguiti in un quadro di continua riforma che impegnerà l’intera Organizzazione a tutti i livelli. Stime attuali ipotizzano risparmi di circa il 30%, con riduzione dei dipendenti del Quartier Generale, nonché del numero di Agenzie, comandi generali e comitati vari.

In questa prospettiva la riunione dei Ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica, svoltasi a Bruxelles l’8 ed il 9 giugno scorsi, ha approvati alcuni ulteriori interventi di  riforma dell’articolazione della NATO.

Per quanto concerne la riforma della struttura di comando della NATO, viene accresciuto il ruolo strategico del Centro comando interforze di Napoli, pur privato della sua componente marittima – nella precedente architettura i centri interforze di comando erano infatti tre, mentre per il futuro vi saranno solo Napoli e Brunssum, in Olanda) -, mentre il centro aereo di Poggio Renatico (Ferrara) da Combined air operation center (Caoc) – passato alla Spagna - diverrà nel medio periodo un Deployble air command and control center (Dacc).

La riforma dimezza inoltre da sei a tre i centri per ciascuna componente marittima: il coordinamento delle forze navali passerà al solo sito britannico di Nordwood, cui faranno capo anche le competenze precedentemente attribuite a Napoli. La città partenopea perderà anche il Centro di reazione navale rapida, che passerà a Lisbona.

Le forze terrestri avranno il quartiere generale a Smirne (Turchia), che prenderà il posto delle due precedenti sedi di Madrid e Heidelberg.

A seguito della riforma si determinerà pertanto la chiusura delle basi terrestri a Heidelberg e Madrid, della base navale di Napoli e del Centro comando interforze di Lisbona.

Le agenzie della NATO passeranno da 14 a 4, e saranno riorganizzate su base tematica: una sola di esse sarà ubicata a Lussemburgo, mentre le restanti avranno sede a Bruxelles, con evidente economia sul piano logistico. Anche i dipendenti complessivi delle varie articolazioni della NATO dovranno scendere da 13.000 e meno di 9.000.

Il Nuovo concetto strategico recepisce peraltro le iniziative che hanno caratterizzato il 2010 in materia di disarmo nucleare – basti ricordare la conclusione del nuovo Trattato START tra Russia e Stati Uniti ed il Vertice mondiale sulla sicurezza nucleare di Washington, entrambi nel mese di aprile -, impegnandosi a perseguire un mondo privo di armi nucleari, sebbene, realisticamente, ribadisca per la NATO lo status di alleanza imperniata sulla deterrenza, e quindi in possesso di una quantità di armi atomiche a ciò indispensabile, perlomeno fino a che altri attori mondiali ne saranno in possesso.

Dopo che finalmente il Senato statunitense ha autorizzato la ratifica del Trattato (dicembre 2010), anche il Parlamento russo si è pronunciato in tal senso alla fine di gennaio, cosicché il 5 febbraio 2011, nella significativa cornice della Conferenza annuale sulla sicurezza di Monaco di Baviera, il segretario di stato Hillary Clinton e il Ministro degli esteri russo Lavrov si sono scambiati i rispettivi documenti attestanti la ratifica del nuovo Trattato START.

Successivamente, alla metà di aprile, la stessa Hillary Clinton ha auspicato un forte rilancio dei negoziati con la Russia per un trattato sulle armi convenzionali - non omettendo peraltro di alludere al problema delle truppe russe dislocate in paesi vicini, almeno una parte delle cui popolazioni contesta la presenza russa -: la presa di posizione del segretario di Stato statunitense si inquadra nel problema di una ripresa del sistema di controllo degli armamenti convenzionali sul suolo europeo, venuto meno quando la Russia sospese nel 2007 l'applicazione dell'allora vigente Trattato. in seguito a rinnovate tensioni con i paesi occidentali, e particolarmente con gli Stati Uniti.

Va al proposito sottolineato il forte appoggio russo, a Lisbona, al presidente Obama, impegnato in una difficile battaglia parlamentare nel Senato statunitense per ottenere la ratifica del nuovo Trattato START: è stato osservato infatti che ritardi troppo prolungati nella ratifica statunitense del nuovo START potrebbero danneggiare le ritrovate buone relazioni tra la NATO e Mosca. È assai significativo che a premere per l’accelerazione della ratifica del Trattato sia stato del resto il Consiglio Atlantico nel suo insieme e, cosa davvero inedita, anche le diplomazie di paesi dell’Europa centro-orientale precedentemente appartenenti al blocco sovietico – atteggiamento anticipato dal riavvicinamento russo-polacco dell’ultimo anno.

 

Le relazioni con la Federazione russa

Il tema della deterrenza si lega nel Nuovo concetto strategico in modo pregnante a quello della difesa antimissilistica, e con un ulteriore rimbalzo, inestricabilmente a quello dei rapporti della NATO con la Russia. Viene posta infatti particolare enfasi sull'estensione, raggiunta nel Vertice di Lisbona, della difesa antimissilistica non più solo ai teatri di schieramento delle truppe NATO, ma all'intero territorio dei 28 Stati membri, in modo da trasferire su un piano universale la precedente impostazione dello scudo missilistico basato nel centro Europa, che di per sé era suscettibile di urtare la sensibilità russa, come puntualmente avvenuto. In concreto, si ipotizza il collegamento informatico dei sistemi antimissilistici esistenti, i quali, attraverso linguaggi standardizzati, potrebbero diramare allarmi rilevati dai propri apparati intercettori anche alle strutture di risposta di altri Paesi. I costi stimati per la messa in rete completa sarebbero oltretutto molto bassi, ovvero all’incirca pari a 200 milioni di euro nel prossimo decennio.

La generalizzazione della difesa antimissilistica all'intero territorio dei Paesi dell'Alleanza atlantica si è inserita anche nel contrasto non irrilevante tra due partner europei della NATO, la Francia e la Germania, con la prima tesa a salvaguardare al massimo livello lo statuto di autonomia della propria forza di deterrenza nucleare, mentre Berlino ha mostrato di considerare la deterrenza attiva come secondaria nel quadro di una difesa antimissilistica generalizzata. Il raggiungimento di una posizione di compromesso tra queste due istanze è dimostrato anche dalla mancata insistenza della Germania sulle  posizioni - avanzate già nell'ottobre 2009 - per una sollecita eliminazione delle testate nucleari tattiche del Patto atlantico dal suolo tedesco, contestualmente a un'iniziativa diplomatica forte per indurre anche Mosca a un analogo sforzo.

Tuttavia il risultato forse più importante collegato alle decisioni sulla difesa antimissilistica risiede nell'invito rivolto alla Russia a partecipare a pieno titolo alla gestione di tale sistema, il che nell’ipotesi più probabile potrebbe avvenire con un collegamento delle rispettive reti difensive: il presidente russo Medvedev ha mostrato invero prudenza sulle possibilità effettive di realizzare questo livello avanzatissimo di cooperazione con la NATO, ma cionondimeno il chiaro riconoscimento, nei documenti del Vertice di Lisbona, del fatto che la NATO e la Russia si pensino più in termini di reciproca minaccia, ma debbano piuttosto operare congiuntamente per far fronte a molteplici sfide nel campo della sicurezza.

Ciò mostra il notevole percorso nelle relazioni tra Mosca e l’Alleanza atlantica, giunto ad un punto di stallo con la crisi russo-georgiana dell'agosto 2008. Il presidente russo Medvedev ha controbilanciato la prudenza sulla difesa antimissile congiunta ventilando addirittura la possibilità che la Russia entri in futuro nella NATO a pieno titolo. Peraltro il documento conclusivo del Vertice di Lisbona non menziona specificamente alcun Paese da cui potrebbe provenire una minaccia missilistica, recependo in ciò il punto di vista turco, contrario a citare Iran e Siria quali potenziali pericoli – come invece avrebbe desiderato Parigi.

Il segretario generale della NATO Rasmussen ha preannunciato per il mese di giugno 2011 la presentazione di un rapporto provvisorio sul procedere dei rapporti con la Russia, nei quali, alla luce del concetto di una sicurezza indivisibile - che significativamente era stato in passato un cavallo di battaglia della diplomazia di Mosca, con la proposta di un nuovo Trattato sulla sicurezza in Europa -, è prevista anche una cooperazione nella prevenzione della proliferazione di armi di distruzione di massa, nelle operazioni contro il narcotraffico e nelle misure da adottare contro le rinnovate forme di minaccia alla libertà della navigazione rappresentate dalla pirateria.

Il 7 giugno sono iniziate per la prima volta manovre aeree congiunte tra alcuni paesi della NATO e la Russia, volte a simulare la reazione ad attacchi terroristici di matrice analoga a quelli compiuti negli Stati Uniti l'11 settembre 2001. Particolare rilevanza è conferita a queste manovre, denominate Vigilant Skies 2011, dalla circostanza che il loro primo round è avvenuto sui cieli della Polonia.

I rapporti tra NATO e Russia stati peraltro nuovamente offuscati dopo che alla fine di marzo del 2011 l'Alleanza atlantica è subentrata quale comando unificato delle operazioni internazionali in Libia contro il regime di Gheddafi.

La Russia, che non aveva ostacolato l'approvazione della risoluzione 1973 in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dopo appena due settimane di direzione NATO degli attacchi aerei, e proprio al termine del Consiglio Nato-Russia tenuto a Berlino, per bocca del Ministro degli esteri Lavrov ha richiamato l'attenzione sui limiti che la risoluzione pone all'azione delle forze internazionali - le quali li avrebbero già in molte occasioni oltrepassati - in particolare nulla dicendo in merito a un cambio di regime a Tripoli, e tantomeno aprendo spazi ad un possibile intervento di truppe di terra. Va sottolineato che dopo l'intervento congiunto su quattro quotidiani internazionali dei vertici politici statunitense, britannico e francese, sulla necessità dell'uscita di scena di Gheddafi, la stessa posizione era stata fatta propria a Berlino dai Ministri degli esteri della NATO.

Il 1º maggio Mosca è tornata criticare la conduzione delle operazioni in Libia, con una nota del Ministero degli esteri nella quale si accusano i paesi partecipanti di uso sproporzionato della forza, che, al di là delle dichiarazioni tranquillizzanti della NATO e della coalizione, sembrerebbe mirare proprio al cambio di potere in Libia con l'uccisione del rais e di membri della sua famiglia. Ancora il 25 maggio 2011 il Ministero degli esteri di Mosca è tornato denunciare con forza le operazikni aeree a guida NATO su Tripoli, qualificate come grossolana violazione del mandato ONU.

La posizione di Mosca si è ulteriormente precisata alla metà di giugno, quando proprio il rappresentante russo presso la NATO Rogozin si è spinto a denunciare il rischio di un lento scivolamento verso un intervento di truppe di terra nel paese nordafricano, nel quale invece, sempre secondo Rogozin, vi sarebbe una vera e propria guerra civile complicata da conflitti intertribali, e rispetto a tutto ciò un intervento di terra prefigurerebbe solo un aumento della violenza e della confusione. Il 16 giugno la Cina si è unita alla posizione russa: in un comunicato congiunto il presidente Hu Jintao e il presidente Medvedev hanno accusato la NATO di arbitraria interpretazione della risoluzione 1973, ancora una volta in quanto essa non prevede la caduta del regime libico, richiamando al rispetto rigoroso dei limiti posti dalla medesima risoluzione, senza di che si andrebbe solamente verso una escalation di violenza.

 

L’impegno in Afghanistan

A sua volta, il nuovo clima di collaborazione con la Russia introduce al tema dell’intervento in Afghanistan, una questione senza dubbio cruciale e, secondo alcuni osservatori, potenzialmente esiziale per l'Alleanza atlantica, qualora la Exit Strategy dal paese asiatico dovesse convertirsi in una precipitosa ritirata o peggio ancora in una chiara sconfitta. In effetti la Russia e la NATO hanno raggiunto un'intesa per un passaggio ampliato di materiali non letali dell'Alleanza atlantica nel territorio della Federazione russa, in tal modo facilitando l'approvvigionamento delle truppe NATO in Afghanistan, negli ultimi tempi reso più precario dal lato pakistano.

Ancora più importante è tuttavia quanto stabilito nel Vertice di Lisbona con riferimento all’essenza e alla durata stesse della missione internazionale in Afghanistan. Al proposito è stato accentuata la necessità di iniziare al più presto un serrato passaggio delle responsabilità di sicurezza alle forze armate e di polizia afghane, con l'obiettivo di giungere entro il 2014 al completo ritiro delle truppe di combattimento attualmente operanti nel quadro della missione ISAF - che, si ricorda, è guidata dalla NATO, ma alla quale partecipano anche una ventina di Stati al di fuori dell'Alleanza atlantica. Il nodo centrale appare essere quello dell'interpretazione di questa data: se infatti si trattasse di una scadenza rigida, ciò permetterebbe alla guerriglia taliban e alle frange terroristiche di Al Qaida di adottare un atteggiamento difensivo fino al 2014, per poi dispiegare di nuovo tutta la propria forza.

Non a caso, il presidente Obama ha molto insistito sul fatto che l’Afghanistan non verrà in nessun caso abbandonato a se stesso dopo il 2014 – è stato firmato tra l'altro un accordo di partenariato di lungo periodo tra il presidente Karzai il Segretario generale della NATO, in base al quale sostegno internazionale all'Afganistan continuerà fino al raggiungimento della reale possibilità afghana di far fronte al possibile ritorno dei taliban -, per cui la scadenza andrebbe intesa in maniera flessibile, in relazione all'evoluzione dei rapporti di forza sul campo. Obama ha inoltre precisato che, con riguardo agli specifici interessi di autodifesa dei paesi occidentali, finché Al Qaida resterà una minaccia verrà mantenuta in Afghanistan una struttura efficiente di controterrorismo.

Necessariamente diversa sembra essere l'interpretazione che alcuni Stati membri della NATO tenderanno ad offrire della data del 2014, principalmente per esigenze di rapporto con le rispettive opinioni pubbliche. La tensione attorno alla data del 2014 costituirà indubbiamente uno dei punti più critici dell'Alleanza atlantica nell'immediato futuro, congiuntamente al nodo della condivisione dei costi della permanenza delle forze internazionali in Afghanistan. Va a quest'ultimo proposito ricordato che a Lisbona si è convenuto che dopo il 2014 dovrà esservi una generale condivisione della Comunità internazionale delle spese collegate alla presenza militare nel paese centroasiatico.

Va comunque rilevato che a fronte dell'orientamento di ritiro a breve termine che caratterizza alcuni Stati, come la Spagna e il Canada, si profila la contropartita di cospicui afflussi di istruttori militari dopo il ritorno delle rispettive forze: così ad esempio proprio Ottawa ha assicurato l'invio di 950 militari. L'Italia, pur non manifestando particolare concitazione verso il ritiro del proprio contingente, ha comunque preannunciato l'invio di 200 addestratori, ricevendo il plateale apprezzamento del presidente degli Stati Uniti.

 

Progressi nei rapporti con la Serbia

Infine, dal 13 al 15 giugno vi è stato un evento assai significativo per l'Alleanza atlantica, soprattutto per la sede: si tratta della Conferenza sulla cooperazione globale in campo militare, svoltasi a Belgrado, alla quale hanno partecipato gli Stati membri della NATO, inclusi quelli che partecipano alla Partnership for Peace– come la stessa Serbia, dal 2006 -, al Dialogo mediterraneo ed all’Iniziativa di cooperazione di Istanbul, unitamente alla Russia, all'India, al Pakistan, al Giappone, al Brasile, all'Australia e alla Nuova Zelanda.

Se il ricordo dei bombardamenti compiuti dalla NATO nel 1999 in relazione alla situazione del Kosovo rendono una parte della popolazione serba ancora diffidente nei confronti dell'Alleanza, tanto che lo svolgimento della Conferenza è stato accompagnato da ripetute manifestazioni di contestazione; e se lo stesso Ministro della Difesa serbo ha tenuto a ribadire con forza lo statuto di neutralità del paese, che non intende progredire oltre la partecipazione alla Partnership for Peace nei confronti della NATO; cionondimeno la Conferenza ha segnato un momento di attenzione sulla situazione più generale dei Balcani, come sottolineato in chiusura dalla conferenza stampa del capo del Comitato militare della NATO, l'ammiraglio Di Paola, che si è detto soddisfatto della direzione intrapresa nei rapporti tra NATO e Serbia, e ottimista sul futuro di sicurezza della regione balcanica. La Conferenza di Belgrado si è chiusa peraltro senza l'adozione di un documento finale, a sottolinearne il carattere meramente interlocutorio.

 

Le missioni della NATO

Nell’ambito del mutato disegno strategico, a partire dagli anni Novanta la NATO ha significativamente ampliato il raggio e l’ambito delle sue operazioni. L’Alleanza ha finora svolto complessivamente 28 missioni militari, prevalentemente nell’area dei Balcani a seguito della disgregazione della ex-Jugoslavia.

Attualmente la NATO ha in corso 10 missioni militari localizzate nelle seguenti aree:

Ø        Balcani: KFOR e MSU in Kosovo, NATO Headquarters Sarajevo in Bosnia, NATO HQ Skopje in Fyrom, NATO HQ Tirana in Albania.

Ø        Afghanistan: ISAF.

Ø        Mediterraneo orientale: Active Endeavour.

Ø        Iraq: NTM-I.

Ø        Corno d’Africa: Ocean Shield.

Ø        Libia: Unified Protector

La missione più impegnativa della NATO è la missione ISAF in Afghanistan, che comprende (al 6 giugno 2011) 132.457 militari.

 

NATO - Unione europea

Nel corso degli ultimi quindici anni l’Unione europea e la Nato hanno intrapreso un cammino che le ha portate verso una progressiva convergenza a livello di membership, di funzioni e di potenziale raggio d’azione.

Al riguardo, è possibile osservare che fino al 2000 nessun tipo di relazione formale esisteva tra l'Unione Europea e la NATO che aveva come interfaccia a livello europeo l'UEO. È stata la crisi nei Balcani del 1999 che ha spinto l'Unione a porsi la questione dello sviluppo di capacità di gestione autonoma di crisi, che tocchino direttamente e indirettamente i suoi interessi di sicurezza e ad impostare le linee di una politica europea di sicurezza e difesa (la PESD).

Nell’aprile 1999, i leader della NATO nella loro riunione di Washington si sono dichiarati pronti ad adottare le disposizioni necessarie riguardanti le risorse e le capacità militari della NATO da rendere disponibili per operazioni a guida UE in risposta a situazioni di crisi in cui la NATO in quanto tale non sarebbe stata coinvolta militarmente. Di qui i primi contatti, nel settembre 2000, per individuare le direttrici di un'auspicabile cooperazione.

In particolare, la NATO e l'Unione Europea hanno pubblicato una dichiarazione congiunta nel dicembre 2002 sull’evolversi del loro partenariato strategico e nel marzo 2003 le due organizzazioni hanno formalizzato i c.d. accordi Berlin Plus, che consentono all’Unione europea di accedere ai mezzi e alle capacità di pianificazione e di comando della Nato per realizzare missioni di gestione delle crisi. Gli accordi Berlin Plus sono stati attuati in Macedonia e in Bosnia, dove l’Ue ha assunto la guida di missioni prima dirette dalla Nato, ma continuando a utilizzare la struttura di comando dell’Alleanza.

Sotto il profilo istituzionale, la partnership trova espressione in una “intelaiatura organizzativa leggera”, centrata su due incontri l'anno a livello dei Ministri degli Esteri e tre riunioni congiunte per ogni turno semestrale di Presidenza dell'Unione Europea degli Ambasciatori accreditati rispettivamente presso il Consiglio Atlantico e il Comitato Politico e di Sicurezza dell'Unione Europea (i cosiddetti incontri NAC–COPS). Sono, inoltre, contemplati incontri bisemestrali dei Comitati militari delle due organizzazioni e riunioni periodiche di alcuni organi sussidiari.

Sotto il profilo delle competenze, gli accordi finalizzati nel marzo 2003 delineano il quadro di una collaborazione operativa, ispirata a criteri di flessibilità: all'Unione Europea viene assicurato l'accesso alle capacità di pianificazione della NATO per le operazioni a guida Unione, in cui la NATO non sia direttamente impegnata. È data per acquisita la disponibilità (presurnption of availability) a favore dell'Unione Europea di capacità e di assetti comuni preidentificati della NATO ai fini dell'impiego nelle stesse operazioni. Sono conferite al Deputy Supreme Allied Commander Europe (DSACEUR) le responsabilità primarie inerenti al comando delle operazioni condotte dall'Unione Europea, così da assicurare l'indispensabile coordinamento. Sono altresì stabilite cellule di collegamento tra le due strutture militari.

 

 


I rapporti UE-NATO

Attualmente sono 21 i Paesi che fanno parte sia dell’Unione europea sia della NATO.

Sono membri NATO i seguenti Paesi: Albania, Belgio, Bulgaria, Canada, Croazia, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia, Slovacchia, Spagna, Stati Uniti, Turchia, Ungheria.

Degli Stati membri dell’UE non aderiscono alla NATO la Svezia, la Finlandia, Malta, la Repubblica di Cipro, l’Austria e l’Irlanda.

Il quadro giuridico che regola la cooperazione tra l'Alleanza Atlantica e l'Unione europea è costituito dalle cosiddette intese Berlin Plus. Con tale termine si indica l'insieme degli accordi – conclusi nel marzo del 2003, a conclusione di oltre tre anni di complesse trattative - che concorrono a delineare il quadro istituzionale di riferimento di quello che è stato definito il partenariato strategicotra la NATO e l'Unione Europea.

Si tratta di una serie di atti specifici - dichiarazioni congiunte, scambi di note, veri e propri accordi formali - che precisano la cornice di un processo di cooperazione in divenire di notevole valenza politica e strategica, ai fini del consolidamento della sicurezza a livello sia regionale sia globale.

Come affermato dalle Parti, la relazione tra l'Unione europea e l’Alleanza atlantica si fonda sui seguenti princìpi:

·       partenariato;

·       concertazione, dialogo, cooperazione e trasparenza effettivi;

·       uguaglianza e rispetto dell'autonomia decisionale e degli interessi dell'Unione europea e della NATO;

·       rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite;

·       sviluppo coerente, trasparente e che si rafforzi reciprocamente per quanto riguarda le esigenze in materia di capacità militari comuni delle due organizzazioni.

Il Trattato di Lisbona, all’articolo 42, stabilisce che la NATO è pienamente compatibile con la politica di sicurezza e difesa comune (PSDC); non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri; rispetta gli obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite l'Organizzazione del Trattato del Nordatlantico (NATO), nell'ambito del trattato dell'Atlantico del Nord.

Il personale delle due organizzazioni si incontra con cadenza regolare a livello di Segretario generale-Alto rappresentante, di Ministri degli esteri (due volte l’anno), di Rappresentanti permanenti nella formula Comitato politico e di sicurezza-Consiglio Nord Atlantico (almeno tre volte per semestre)[7], di comitati militari (due volte per semestre), di gruppi di lavoro. L’UE mantiene anche una cellula di collegamento permanente presso il quartier generale militare della Nato (Shape), mentre la Nato ha un ufficiale di contatto presso lo Stato maggiore UE.

In occasione del Vertice dei Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri della NATO, svoltosi a Lisbona nel novembre 2010, gli alleati hanno manifestato la loro determinazione a migliorare il partenariato UE-NATO e hanno incoraggiato il Segretario generale a proseguire il lavoro in tal senso con l’Alto rappresentante, sulla base delle linea guida fornite dal nuovo concetto strategico approvato dal Vertice.

Il nuovo concetto strategico impegna l’Alleanza a prevenire le crisi, gestire i conflitti e stabilizzare le situazioni post-conflitto, anche in collaborazione con i partner internazionali della NATO, in particolar modo Stati Uniti e UE. Il concetto strategico riconosce che un’UE attiva ed efficace contribuisce alla sicurezza complessiva dell’area euro atlantica e, di conseguenza, qualifica l’UE come un partner unico ed essenziale per la NATO, che riconosce l’importanza di una difesa europea più forte e capace.

Come fissato nel nuovo concetto strategico, NATO e UE possono e dovrebbero giocare ruoli complementari e reciprocamente rafforzati nel sostegno alla pace e alla sicurezza internazionali. Gli alleati sono determinati a dare il loro contributo per creare condizioni più favorevoli attraverso le quali essi:

·       rafforzeranno pienamente il partenariato strategico con l’UE, nello spirito di apertura reciproca, trasparenza, complementarietà e rispetto per l’autonomia e l’integrità istituzionale di entrambe le organizzazioni;

·       incrementeranno la cooperazione pratica nelle operazioni, durante l’intero spettro delle attività, dalla pianificazione coordinata al sostegno reciproco sul campo;

·       amplieranno le consultazioni politiche, includendo tutti i temi di comune preoccupazione, per condividere valutazioni e prospettive;

·       coopereranno maggiormente allo sviluppo delle capacità per minimizzare le duplicazioni e massimizzare l’efficacia delle spese sostenute.

Dal 27 al 31 maggio 2011 si è tenuta la sessione primaverile dell’Assemblea parlamentare NATO, nel corso della quale la Commissione sicurezza e difesa ha affrontato il tema Le operazioni NATO nel quadro del nuovo concetto strategico e l'UE come partner operativo. Nel testo predisposto dalla relatrice, la francese Nicole Ameline, si chiede di superare i blocchi politici nella cooperazione UE-NATO, per assicurare che entrambe le organizzazioni lavorino a beneficio dei loro membri, peraltro largamente comuni. Si fa infatti riferimento alle conclusioni di uno studio svolto nell’ambito della stessa Commissione nel 2007 in cui, a fronte di un certo grado di collaborazione tra UE e NATO sui teatri operativi, si rileva come una reale sinergia tra le due organizzazioni sia impedita da ostacoli politici e blocchi strutturali. A tale proposito la relatrice confida che le novità intervenute da allora – vale a dire l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona e il nuovo concetto strategico della NATO – possano contribuire a migliorare la collaborazione. Per quanto riguarda in particolare l’Unione europea, il testo evidenzia, da un lato, le difficoltà che l’UE sta fronteggiando nelle trasposizione in visione politica e azione pratica delle opportunità offerte dal Trattato di Lisbona, e dall’altro le inadeguatezze militari dell’UE. Con riferimento alla crisi finanziaria e ai suoi impatti sul sostegno pubblico alla difesa, la relazione cita in particolare il trattato franco britannico in materia di difesa e sicurezza del novembre 2010 come un buon esempio per incrementare le capacità nonostante le restrizioni finanziarie.

Cooperazione nelle missioni internazionali

NATO e UE hanno cooperato e cooperano in una serie di missioni internazionali. La prima è stata quella, conclusasi alla fine del 2003, svoltasi nella ex Repubblica jugoslava di Macedonia, cui hanno fatto seguito le missioni in Bosnia Erzegovina e in Kosovo. Successivamente, le due organizzazioni hanno cooperato nella missione in Afghanistan, nel Darfur (Sudan) e nel contrasto alla pirateria lungo le coste della Somalia.

Balcani

Nel luglio 2003 UE e NATO hanno concordato un approccio concertato per i Balcani occidentali che delinea le aree di cooperazione ed enfatizza la visione comune e la determinazione di entrambe le organizzazioni a dare stabilità alla regione:

Afghanistan

La NATO e l’UE stanno svolgendo un ruolo chiave per cercare di portare pace e stabilità in Afghanistan. La forza di sicurezza internazionale a guida NATO ha l’ambizione di contribuire a creare un ambiente stabile e sicuro in cui il Governo afgano e gli altri attori internazionali possano costruire le istituzioni democratiche, estendere lo Stato di diritto e ricostruire il paese.La NATO ha accolto con soddisfazione il lancio della missione PSDC sullo Stato di diritto (EUPOL) nel giugno 2007. L’UE ha anche iniziato un programma di riforme del sistema giudiziario e sta aiutando a finanziare progetti civili nell’ambito delle Squadre di ricostruzione provinciale Provincial Reconstruction Teams (PRTs) a conduzione NATO.

Darfur

Sia la NATO sia l’UE hanno sostenuto la missione dell’Unione africana in Darfur, in particolare per quanto riguarda l’avvicendamento nei ponti aerei.

Pirateria

A partire dal settembre 2008 le forza navali UE e NATO sono dispiegate fianco e fianco lungo le coste somale per missioni anti prateria.

Altre forme di cooperazione

Insieme alla conduzione di operazioni, lo sviluppo delle capacità è un’area in cui la cooperazione è essenziale e dove vi è un alto potenziale di crescita. Il gruppo UE-NATO sulle capacità è stato istituito nel maggio 2003 per assicurare coerenza e reciproco rafforzamento degli sforzi di sviluppo delle capacità messi in campo dalle due organizzazioni. Negli ultimi anni la NATO e l’UE hanno infatti lanciato ambiziosi programmi di sviluppo di nuove capacità[8], in termini sia di forze sia di equipaggiamento militare, per adattarsi ad un contesto internazionale mutevole e ad impegni in aree di crisi spesso lontane dal teatro euro-atlantico. Sia la NATO sia l’UE si sono concentrate in particolare sulla creazione di forze di spedizione di rapido impiego, in grado di affrontare un ampio ventaglio di compiti, nonché sullo sviluppo delle dotazioni necessarie a proteggersi dalle nuove minacce (come per es. la difesa da attacchi terroristici nucleari, biologici, chimici o radiologici) e a garantire il funzionamento delle forze di spedizione (tramite, per esempio, il trasporto aereo).

A tale proposito si ricordano in particolare i Battle groups dell’UE, sviluppati nell’ambito dell’Obiettivo primario per il 2010, e la NATO Response Force nonché gli sforzi di entrambe le organizzazioni per migliorare la disponibilità di elicotteri per le operazioni.

NATO e UE sono inoltre impegnate a combattere il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Si scambiano informazioni sulle loro attività nel campo della protezione della popolazione civile contro attacchi chimici, biologici e radiologici. Le due organizzazioni cooperano nel settore dell’emergenza civile, pianificando scambi di informazioni sulle misure assunte in quest’area.

La posizione delle istituzioni dell'UE

Il 19 febbraio 2009 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sul ruolo della NATO nell’architettura di sicurezza dell’UE in cui sottolinea che l'UE e la NATO potrebbero rafforzarsi vicendevolmente «evitando gli antagonismi e sviluppando una cooperazione più solida nelle operazioni di gestione delle crisi, basata su una divisione pragmatica delle attività», per conseguire l'obiettivo comune di lungo termine della costruzione di un mondo più sicuro. Un partenariato ancor più stretto e un rafforzamento del potenziale di base dell'UE e della NATO sono quindi necessari, nel giudizio del Parlamento europeo, per affrontare i rischi legati alla sicurezza nel mondo moderno, quali il terrorismo internazionale, la proliferazione delle armi di distruzione di massa, il collasso di Stati, la criminalità organizzata, le minacce cibernetiche, il degrado ambientale e i connessi rischi di sicurezza.

Per permettere alle due organizzazioni di intervenire ed apportare un aiuto efficace nell'ambito delle attuali crisi, che richiedono una risposta civile e militare su molteplici fronti, il Parlamento europeo ritiene indispensabile approfondire ulteriormente i rapporti tra la NATO e l'UE, «creando strutture di cooperazione a carattere permanente, senza tuttavia pregiudicare la natura indipendente e autonoma di entrambe le organizzazioni e senza escludere la partecipazione di tutti i membri della NATO e di tutti gli Stati membri dell'UE che desiderino associarvisi». Riconosce inoltre l'importanza vitale di un miglioramento delle sinergie fra i servizi di intelligence degli alleati NATO e dei partner dell'UE.

Il Parlamento europeo sostiene in particolare l'istituzione di un quartiere generale operativo permanente dell'UE sotto l'autorità dell’Alto rappresentante, che includa nel suo mandato la pianificazione e la condotta delle operazioni militari PESD. Inoltre, propone che, d'intesa con la NATO, ogni Stato membro dell'UE che è contemporaneamente membro dell'Alleanza tenga separate le forze impiegabili per le sole operazioni UE, «per evitare che il loro dislocamento possa essere bloccato dai membri della NATO che non sono Stati membri dell'UE».

Esortando l'UE e la NATO a evitare la duplicazione delle operazioni e promuovere la coerenza, il PE invita gli Stati membri a mettere in comune, condividere e sviluppare congiuntamente le capacità militari, «per evitare sprechi, realizzare economie di scala e rafforzare la base industriale e tecnologica nel settore della difesa». Ritiene inoltre che, insieme all'esigenza di utilizzare molto più efficacemente le risorse militari, un migliore e più efficiente coordinamento degli investimenti nella difesa da parte degli Stati membri dell'UE dettato da esigenze di sinergia «sia essenziale per gli interessi della sicurezza europea». In tale contesto, chiede anche un forte incremento della quota di costi comuni in ogni operazione militare NATO e UE, ma invita gli USA a mostrare maggiore disponibilità a consultare gli alleati europei su questioni attinenti alla pace e alla sicurezza.

L’argomento è stato ripreso recentemente nelle tre risoluzioni che il Parlamento europeo ha approvato l’11 maggio 2011, rispettivamente sullo sviluppo della politica di sicurezza e di difesa comune dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona; sulla relazione annuale del Consiglio al Parlamento europeo sui principali aspetti e le scelte basilari della politica estera e di sicurezza comune (PESC) nel 2009; sul ruolo dell’UE nelle organizzazioni multilaterali.

Il Parlamento europeo:

·       invita l'UE e la NATO a valutare le implicazioni dell'introduzione dello status di osservatore reciproco a livello del Comitato politico e di sicurezza e del Consiglio Nord Atlantico, al fine di migliorare gli accordi di cooperazione nello spirito del trattato di Lisbona;

·       nel sottolineare il limitato utilizzo degli accordi Berlin Plus, che finora hanno riguardato solo il rilevamento di missioni NATO preesistenti, ritiene che gli accordi che consentono all'UE di ricorrere alle risorse e alle capacità della NATO debbano essere rafforzati; sottolinea la necessità per le due organizzazioni di sviluppare un approccio globale alla gestione delle crisi, che spesso richiedono una risposta civile e militare su più fronti; ribadisce la sua convinzione che tale approccio sia compatibile con la costruzione di un'Europa della difesa autonoma attraverso una cooperazione permanente strutturata e l'Agenzia europea per la difesa (AED);

·       invita l'UE a esercitare la sua influenza affinché si giunga a una positiva conclusione del processo in atto volto a trovare una soluzione complessiva alla questione cipriota per appianare tutte le controversie tra Cipro e la Turchia, che stanno ostacolando lo sviluppo di una più stretta cooperazione tra l'UE e la NATO;

·       chiede una strategia coerente di non proliferazione e disarmo in campo nucleare nel quadro della cooperazione UE-NATO, conformemente al piano d'azione contenuto nella dichiarazione della Conferenza di revisione del trattato di non proliferazione del 2010;

·       ricorda che la clausola di assistenza reciproca costituisce un obbligo giuridico di effettiva solidarietà in caso di attacco esterno contro un qualunque Stato membro, senza contrastare con il ruolo della NATO nell'ambito dell'architettura della sicurezza europea e al tempo stesso rispettando la neutralità di alcuni Stati membri; raccomanda pertanto una seria riflessione sul reale impatto della clausola di assistenza reciproca in caso di aggressione armata nel territorio di uno Stato membro, affrontando i nodi irrisolti delle disposizioni di attuazione che furono ritirate dal progetto di trattato sul funzionamento dell'Unione europea;

·       accoglie favorevolmente l'accordo sul nuovo concetto strategico NATO relativo all'ulteriore rafforzamento del partenariato strategico UE-NATO; ribadisce che la maggior parte delle minacce individuate nel nuovo concetto strategico sono condivise dall'UE e sottolinea l'importanza che riveste l'approfondimento della cooperazione UE-NATO nella gestione delle crisi, in uno spirito di rafforzamento reciproco e nel rispetto della loro autonomia decisionale; richiama l'attenzione sulla necessità di evitare inutili duplicazioni di sforzi e risorse nella gestione delle crisi, e invita l'UE e la NATO ad approfondire la loro cooperazione, attraverso i mezzi rispettivi, nel contesto di un approccio globale alle crisi in cui entrambe sono coinvolte; in particolare invita la NATO ad astenersi dal creare una capacità di gestione delle crisi civili, poiché sarebbe una duplicazione delle strutture e capacità dell'UE.

In più occasioni il Consiglio ha ricordato nelle sue conclusioni l'obiettivo di rafforzare il partenariato strategico UE-NATO per la gestione delle crisi. Il Consiglio ha inoltre accolto con favore gli sforzi dell'Alto rappresentante e del Segretario generale della NATO per progredire maggiormente in questo settore e in tale contesto ha incoraggiato gli sforzi volti a promuovere la trasparenza, la coerenza e l'inclusione tra l'UE e la NATO laddove opportuno.

Sull’argomento si è espresso il Consiglio europeo del 16 settembre 2010 che ha invitato l'Alto rappresentante a sviluppare idee su come rafforzare ulteriormente la cooperazione UE-NATO nella gestione delle crisi, conformemente alla Carta delle Nazioni Unite e alle pertinenti relazioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ciò dovrebbe essere effettuato in uno spirito di reciproco rafforzamento e nel rispetto dell'autonomia decisionale, facendo seguito alle raccomandazioni di misure concrete trasmesse dall'UE alla NATO nel febbraio 2010.

Nel dicembre 2009 l'UE ha messo a punto un insieme di proposte concrete per il rafforzamento delle relazioni UE-NATO che sono state trasmesse dall'Alto rappresentate al Segretario generale della NATO; in particolare si sottolinea la necessita di accordi solidi per agevolare l'interazione sul campo quando operazioni/missioni di gestione delle crisi condotte nell'ambito della PSDC e della NATO sono presenti nello stesso teatro, come nel caso del Kosovo e dell'Afghanistan.

L’8 marzo 2011, intervenendo ad un seminario in materia di difesa europea, il Ministro della difesa della Polonia, Bogdan Klich, cui spetta la Presidenza di turno del Consiglio nel secondo semestre 2011, avrebbe dichiarato che la Polonia si impegnerà per rafforzare il dialogo tra UE e NATO, che – pur essendo migliorato negli ultimi anni – non è ancora soddisfacente. Secondo il Ministro incontri regolari tra l’Alto Rappresentante e il Segretario generale della NATO non rappresenterebbero una soluzione politica adeguata. Piuttosto bisognerebbe puntare al rafforzamento della base legale della cooperazione tra le due organizzazioni (accordi Berlin plus) che attualmente non fornisce strumenti adeguati per la collaborazione nelle aree in cui le due organizzazioni conducono due distinte operazioni, come nel caso di Afghanistan e Kosovo. Inoltre UE e NATO dovrebbero sincronizzare le loro iniziative in materia di sviluppo delle capacità.


Relazioni transatlantiche

Unione europea e Stati Uniti hanno stabilito relazioni diplomatiche già nel 1953, ma è soltanto nel novembre 1990 che tali relazioni sono state formalizzate con la Dichiarazione transatlantica che ha inaugurato regolari Vertici bilaterali. Cinque anni più tardi, le parti hanno firmato la Nuova agenda transatlantica (NAT)[9] che definisce il quadro di una più efficace collaborazione nei quattro ambiti prioritari:

-   promuovere pace, sviluppo, stabilità e democrazia nel mondo;

-   rispondere alle sfide globali;

-   contribuire all’espansione del commercio mondiale e allo sviluppo di relazioni economiche più strette;

-   costruire ponti attraverso l’Atlantico.

Nel corso del tempo la cooperazione tra UE e USA si è evoluta ed estesa ad aree quali lotta al terrorismo, gestione delle crisi, energia e sicurezza energetica, ambiente, ricerca e sviluppo, istruzione e formazione.

Il dialogo politico

La sede privilegiata in cui si concordano gli sviluppi della cooperazione transatlantica è rappresentata dai Vertici UE-USA che si tengono con cadenza annuale.

L’ultimo Vertice in ordine di tempo si è tenuto a Lisbona il 20 novembre 2010 e si è concentrato su tre aree ritenute di interesse prioritario per i cittadini: in primo luogo, come assicurare una crescita economica solida, equilibrata e sostenibile e creare nuovi posti di lavoro nei settori emergenti; in secondo luogo, come affrontare le sfide globali del cambiamento climatico e dello sviluppo internazionale; in terzo luogo, come rafforzare la sicurezza dei cittadini,

In materia di economia, le parti hanno discusso dei risultati del Vertice G20 di Seoul e del contributo che UE e USA possono fornire per assicurare una crescita equilibrata, anche attraverso il consolidamento fiscale e la riforma del mercato finanziario. E’ stato  riaffermato l’impegno ad evitare politiche di svalutazione o di cambio del tasso che non riflettano la situazione economica reale e a rigettare il protezionismo. UE e USA hanno ribadito il loro forte impegno a favorire una conclusione dei negoziati di Doha, possibilmente entro il 2011 e hanno concordato di coordinare gli sforzi per incoraggiare le economie emergenti ad assumersi le loro responsabilità e adottare politiche economiche commisurate allo loro crescita economica.

UE e USA hanno riconosciuto il ruolo centrale del Consiglio economico transatlantico (TEC) (vedi infra), al quale hanno richiesto di identificare le vie per migliorare la consultazione transatlantica e lo scambio di migliori pratiche e principi comuni, e del Consiglio energia, che è invitato a promuovere la cooperazione in materia di tecnologie pulite.

Per quanto riguarda il cambiamento climatico, UE e USA hanno ribadito la volontà di mantenere gli impegni assunti a Copenaghen nel dicembre 2009 per la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra e di proseguire la collaborazione nelle sedi multilaterali. UE e USA intendono inoltre massimizzare l’efficacia e l’impatto dell’aiuto allo sviluppo e evitare la duplicazione degli sforzi.

Il Vertice ha salutato il rafforzamento del partenariato sui temi della sicurezza trans-nazionale che riguardano tanto i cittadini dell’UE quanto quelli statunitensi, ribadendo che tale partenariato è fondato sulla convinzione che il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali e le iniziative di cooperazione in materia di sicurezza si rafforzano a vicenda. Nel riconoscere la crescente sfida rappresentata dalla cyber sicurezza, il Vertice ha istituito un gruppo di lavoro in materia, che affronterà diverse aree prioritarie e predisporrà un resoconto annuale delle attività. UE e USA hanno inoltre salutato con favore la conclusione dell'accordo in materia di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi e hanno espresso l’aspettativa di buoni progressi nei negoziati sulla protezione dei dati personali. Nell’esprimere soddisfazione per l’inserimento di un nuovo Stato membro UE nel programma visa Waiver[10], le parti hanno manifestato il desiderio di completare nel più breve tempo possibile l’obiettivo di viaggi sicuri visa free tra USA e UE. Le parti sono impegnate ad estendere il partenariato sulla lotta agli estremismi violenti, in particolare condividendo ricerca e buone pratiche e incrementando l’assistenza ai paesi a rischio.

Le relazioni economiche

I rapporti UE-USA rappresentano la più importante relazione economica bilaterale al mondo: il commercio transatlantico e gli investimenti sono cresciuti rapidamente negli ultimi anni e al momento UE e USA insieme sono responsabili di circa il 60% del prodotto interno lordo mondiale, del 33% del commercio mondiale in beni e del 42% in servizi. UE e USA rappresentano reciprocamente il principale partner commerciale: le esportazioni di beni dell’UE in USA ammontavano, nel 2009, ad oltre 204 miliardi di euro e a 119 miliardi per quanto riguarda i servizi. Le importazioni dell’UE dagli USA nello stesso anno erano pari a 160 miliardi di euro in beni e 128 miliardi in servizi. L’UE ha effettuato investimenti negli USA per un valore pari a 121 miliardi di euro a fronte di investimenti USA nell’UE per 50 miliardi di euro. Gli investimenti complessivamente effettuati dagli USA nell’UE e viceversa superano il valore di 1.000 miliardi di euro.

Le relazioni economiche e commerciali tra UE e USA sono attualmente inquadrate nel Partenariato economico Transatlantico (Transatlantic Economic Partnership – TEP), inaugurato nel 1998 con il duplice obiettivo di creare un sistema commerciale globale aperto e più accessibile e di sviluppare e migliorare le relazioni economiche bilaterali.

In tale contesto, nel corso del vertice bilaterale del 2007, UE e USA hanno adottato un programma volto a promuovere una maggiore integrazione economica transatlantica, puntando su: riduzione delle barriere regolamentari, rafforzamento dei diritti di proprietà intellettuale; riduzione degli ostacoli agli investimenti; promozione di uno scambio sicuro, basato su standard comuni e mutui riconoscimenti. Nella stessa occasione è stato istituito il Consiglio economico transatlantico (TEC), con il compito di realizzare le priorità indicate nel citato programma.

Non mancano le controversie su aspetti commerciali, generalmente discusse nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio. L’ordine di grandezza delle controversie è quantificabile nel 2% del valore degli scambi commerciali tra UE e USA.

Nell’ambito del WTO non sono emersi, nel corso dei negoziati sull’agenda di Doha, sospesi dal luglio 2008, significativi contrasti tra USA e UE, in particolare per quanto riguarda gli scambi in agricoltura.

La collaborazione nella gestione delle crisi

La collaborazione politica tra UE e USA passa anche per la gestione delle crisi e la prevenzione dei conflitti. Nel marzo 2008 UE e USA hanno adottato un piano di lavoro in materia, definendo passi concreti per rendere maggiormente operativa la cooperazione, attraverso: il miglioramento delle modalità di consultazione, di contatto e di condivisione delle analisi e dei dati su rischi e instabilità; il miglioramento del coordinamento della risposta in casi di conflitto e post-conflitto; l’incremento delle capacità del personale attraverso corsi, scambi e revisioni periodiche; la costruzione di una capacità internazionale. Una stretta collaborazione prosegue nel quadro degli sforzi di stabilizzazione dei Balcani, con particolare riguardo alla partecipazione degli USA alla missione civile EULEX in Kosovo. Inoltre le operazioni dell’UE in corso in Iraq e in Afghanistan sono complementari agli sforzi degli USA per stabilire governance e stato di diritto, essenziali per la stabilità della regione.

In tale contesto, obiettivo dell’UE è quello di rafforzare il partenariato strategico tra l'UE e la NATO per far fronte alle esigenze attuali, in uno spirito di rafforzamento reciproco e di rispetto dell'autonomia decisionale rispettiva.

Altre aree di cooperazione

La cooperazione UE-USA nel settore della giustizia e degli affari interni è ai primi posti nel’agenda comune. Al Vertice bilaterale del 2009 le parti hanno ribadito l’impegno a rafforzare la cooperazione operativa e politica nel settore. In tale ambito si svolgono riunioni regolari dedicate a questioni di protezione doganale, viaggi transatlantici senza visto, condivisione delle informazioni per il rafforzamento della normativa in materia di lotta al terrorismo internazionale, al crimine organizzato e al traffico di droga. Un certo numero di accordi sono stati conclusi nel settore, tra i quali accordi di estradizione e mutua assistenza legale l’accordo sul trasferimento dei dati dei passeggeri nonché l’accordo sul trattamento e trasferimento dei dati di messaggistica finanziaria dall’UE agli USA ai fini del programma di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi (cosiddetto SWIFT).

Inoltre, il 3 dicembre 2010 i ministri della Giustizia dell'UE hanno dato il via libera all'avvio di trattative fra l'Unione europea e gli Stati Uniti per un accordo sulla protezione dei dati personali nel quadro della cooperazione nella lotta al terrorismo e alla criminalità. La Commissione europea ha adottato il progetto di mandato negoziale il 26 maggio 2010. L'obiettivo è assicurare un alto livello di protezione delle informazioni personali, come i dati sui passeggeri e le informazioni finanziarie, trasferite nell'ambito della cooperazione transatlantica in materia penale. Una volta in vigore, l'accordo rafforzerà il diritto dei cittadini di accesso, rettifica o cancellazione dei dati trattati allo scopo di prevenire, individuare, indagare e reprimere i reati, compreso il terrorismo.

La sicurezza energetica è diventata una componente determinante dell’agenda di politica estera dell’UE. La dipendenza dell’UE dalle importazioni di petrolio e gas è infatti rispettivamente dell’80 e del 50 percento e pertanto l’obiettivo dell’UE è quello di ridurre il loro consumo in favore di fonti di energia alternative e rinnovabili e di promuovere un uso più efficiente dell’energia. In tale contesto nel corso degli anni l’UE ha intensificato la cooperazione con gli USA nelle aree della sicurezza energetica, della politica regolamentare in campo energetico e delle nuove tecnologie.

Già al vertice del 2005, UE e USA hanno definito obiettivi ambiziosi per migliorare l’efficienza energetica, condividere energie alternative, aumentare la sicurezza energetica riducendo la vulnerabilità delle forniture. Il vertice del 2007 ha rilasciato una dichiarazione congiunta su efficienza energetica, sicurezza e cambiamento climatico che ha stabilito un collegamento diretto tra politica energetica e obiettivi di lotta al cambiamento climatico. Il successivo vertice del 2009 ha istituito il Consiglio energia UE-USA, un meccanismo a livello ministeriale con tre gruppi di lavoro permanenti nelle aree sicurezza energetica globale e mercati; politiche energetiche e distribuzione; cooperazione nel campo delle tecnologie energetiche.

L’accordo di collaborazione scientifica e tecnologica - entrato in vigore nel 1998, rinnovato nel 2004 ed esteso da ultimo per il periodo 2008-2013 - è uno strumento chiave per favorire l’espansione della cooperazione scientifica transatlantica. Offre un’ampia cornice per la collaborazione in tutte le aree del Settimo programma quadro, incluse scienze ambientali, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, fonti di energia pulite, biotecnologie e nanoscienzae. I principi di base dell’accordo includono: mutui benefici, reciproche opportunità di partecipazione, equo trattamento e scambi di informazione.

Per quanto riguarda il settore del trasporto aereo, la prima fase dell’accordo in materia di aviazione civile “Cielo aperto” tra UE e USA è entrata in vigore nel marzo 2009. L'accordo ha costituito probabilmente il più importante accordo in materia di servizi aerei concluso a livello mondiale, in quanto ha consentito il libero accesso al mercato aperto dei servizi aerei a tutti i 27 Stati membri e agli Stati Uniti, che insieme rappresentano quasi il 60 per cento del mercato mondiale dell'aviazione civile. È stata istituita, inoltre, una piattaforma normativa senza precedenti, per affrontare tutti i problemi comuni connessi ai servizi aerei tra UE e USA. A seguito del lancio dei negoziati a maggio 2009, sette successivi round negoziali hanno consentito nel marzo 2010 di concludere la seconda fase dell’accordo, che apre nuove opportunità commerciali nel mercato del trasporto aereo e promuove ulteriormente la cooperazione regolamentare tra i partner; i potenziali benefici della rimozione degli ostacoli al mercato aereo transatlantico includono fino a 12 miliardi di euro in benefici economici e la creazione di un massimo di 80.000 nuovi posti di lavoro.



L’Unione europea  e il conflitto Medio-orientale

La risoluzione del conflitto arabo-israeliano è una priorità strategica per l’Unione europea.

L’obiettivo dell’UE è una soluzione a due Stati, con uno Stato palestinese indipendente e democratico, che coesista accanto ad Israele e agli altri vicini.

L’UE ritiene inoltre che la pace in Medio Oriente richieda una soluzione complessiva; ha dunque salutato con favore l’annuncio del maggio 2008 della ripresa di negoziati di pace tra Siria e Israele, con la mediazione turca, (al momento sospesi) e nel dicembre 2008 ha espresso la speranza che dialoghi di pace siano possibili anche tra Israele e Libano. L’UE ha inoltre molto apprezzato l’iniziativa araba di pace, come un passo ulteriore verso il processo di pace in Medio Oriente poiché offre la base di relazioni pacifiche e normalizzate tra Israele e tutti i 22 membri della Lega araba.

In tale contesto, l’Unione europea ha intrapreso diverse attività di natura politica e pratica a sostegno del processo di pace.

La posizione dell’UE in merito al conflitto in Medio Oriente

L’UE ritiene che il futuro Stato palestinese debba avere confini sicuri e riconosciuti. Ciò dovrebbe essere realizzato attraverso il ritiro dai territori occupati nel 1967, se necessario con modificazioni minime e concordate, in conformità con le risoluzioni 242, 338, 1397, 1402 e 1515 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e i principi del processo di Madrid.

Nel dicembre 2008 l’UE ha confermato la sua preoccupazione per l’accelerazione dell’espansione degli insediamenti israeliani nei territori occupati. Tale espansione pregiudica il risultato dei negoziati sullo status finale e minaccia il raggiungimento di una soluzione a due stati. L’UE ritiene che la costruzione di insediamenti ovunque nei territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme est, sia illegale alla luce del diritto internazionale.

L’UE ritiene che i negoziati di pace dovrebbero includere la soluzione di tutte le questioni relative allo status di Gerusalemme. L’UE sostiene l’attività di institution buiding a Gerusalemme est, in particolare nei settori della salute, istruzione e giustizia.

L’UE sostiene una soluzione equa e concordata sulla questione dei rifugiati palestinesi. A partire dal 1971 l’UE ha fornito un significativo sostegno all’attività delle agenzie che garantiscono servizi vitali ai rifugiati palestinesi e si impegna ad adeguare tale sostegno in ragione della soluzione della questione.

Per quanto riguarda la sicurezza, l’Unione europea ha condannato in più occasioni senza riserve il terrorismo, la violenza o il suo incitamento, e ritiene che gli attacchi terroristici contro Israele non abbiano alcuna giustificazione.

A tale proposito si ricorda che l’UE ha incluso Hamas, Jahad islamica e altri gruppi palestinesi nelle liste di organizzazioni terroristiche al bando. L’Unione europea riconosce il diritto di Israele di proteggere i suoi cittadini da questi attacchi, ma sottolinea il fatto che il Governo israeliano nell’esercitare questo diritto dovrebbe agire nel rispetto del diritto internazionale, evitando di assumere iniziative che aggravino la situazione umanitaria e economica dei palestinesi. Secondo l’UE, l’assunzione della piena responsabilità della sicurezza da parte dell’Autorità palestinese nelle aree poste sotto la sua giurisdizione è un test importante per l’autorità stessa. Pertanto l’UE richiede che ciò avvenga urgentemente per dimostrare la determinazione dell’Autorità palestinese nella lotta contro la violenza estremista e gli attacchi terroristici pianificati e condotti da individui o gruppi.

Sugli specifici sviluppi del processo di pace in Medio Oriente si sono espresse in più occasioni le diverse istituzioni europee.

L’intervento più recente risale al 23 maggio 2011 quando il Consiglio ha approvato conclusioni sul processo di pace in Medio Oriente in cui rileva come i recenti avvenimenti nel mondo arabo evidenzino l’urgenza di progressi nel processo di pace. Tali avvenimenti hanno infatti dimostrato la necessità di corrispondere alle legittime aspirazioni dei popoli della regione, ivi incluse le aspirazioni ad uno Stato per i palestinesi e alla sicurezza per Israele. A tale proposito il Consiglio esprime la preoccupazione dell’UE per lo stallo del processo di pace e richiama all’urgente ripresa di negoziati diretti per la ricerca di una soluzione complessiva, che consideri anche lo status di Gerusalemme, futura capitale dei due Stati. Richiamando la dichiarazione di Berlino, l’UE reitera la sua disponibilità a riconoscere lo Stato palestinese, quando opportuno.

L’UE ritiene che parametri chiari come base dei negoziati siano la chiave per un risultato di successo, evitando nello stesso tempo l’assunzione di qualsiasi misura unilaterale sul terreno. Il Consiglio ha inoltre salutato con favore il discorso del Presidente Obama, che definisce importanti elementi come contributo alla ripresa dei negoziati.

L’UE esprime la propria soddisfazione per il fatto che la riconciliazione fra i palestinesi abbia condotto alla fine dei lanci di razzi dalla Striscia di Gaza e insiste sulla necessità di una tregua permanente; a tale riguardo ribadisce la sua richiesta di revocare la chiusura di Gaza. Nelle sue conclusioni, il Consiglio spera che questo nuovo contesto favorisca senza ritardo la incondizionata riconsegna del soldato israeliano Gilad Shalit.

Nel nuovo contesto, l’UE è pronta a riattivare la missione di Rafah (vedi infra) appena le condizioni politiche e di sicurezza lo consentano, per assicurare all’UE il ruolo di parte terza al valico, come definito dell’Accordo del 2005 su movimenti ed accesso. Come dichiarato dal Consiglio, l’UE è pronta a proseguire il suo sostegno ai palestinesi anche in forma di finanziamento diretto ad un nuovo governo palestinese composto da figure indipendenti che si impegnino sui principi esposti dal presidente Abbas nel suo discorso del 4 maggio scorso.

Tale governo dovrebbe sposare il principio della non violenza e impegnarsi a raggiungere una soluzione negoziata a due Stati. Il Consiglio richiama inoltre il futuro governo palestinese a proseguire negli sforzi di institution building e nel raggiungimento di standard di trasparenza ed efficienza delle finanze pubbliche, come richiesto da Fondo monetario internazionale, Nazioni Unite e Banca mondiale.

Le iniziative dell’UE in favore del processo di pace

Il sostegno al processo di pace è fornito dall’UE attraverso diverse iniziative.

L’UE contribuisce a facilitare il processo di pace attraverso incontri regolari con i principali soggetti coinvolti e visite dei leader dell’UE in Medio oriente nonché mediante le attività dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Catherine Ashton, e del Rappresentante speciale per il processo di pace, Marc Otte.

L’UE è uno dei partner del “Quartetto internazionale” (insieme a Stati Uniti, Federazione russa e Nazioni Unite) che il 30 aprile 2003 ha presentato la road mapper il processo di pace formalmente accettata dal Governo israeliano e dall’Autorità palestinese.

Sostegno alle riforme politiche ed economiche

L’UE ha sostenuto il processo di riforme politiche ed economiche avviato dall’Autorità palestinese fornendo, oltre alle risorse finanziarie, anche l’assistenza tecnica in materia di institution-building. In questo contesto si segnala che il 5 ottobre 2005 la Commissione ha presentato la comunicazione “La cooperazione UE-Palestina oltre il disimpegno: verso una soluzione a due Stati” (COM (2005) 458), seguita alla fine del 2007 da un documento congiunto predisposto dall’Alto rappresentante per la PESC, Javier Solana, e dal Commissario europeo per le relazioni esterne e la politica di vicinato, Benita Ferrero-Waldner. L’obiettivo è quello di attuare una strategia di medio termine per sfruttare le nuove opportunità offerte dal ritiro di Israele da Gaza, assicurando la fattibilità politica ed economica del futuro stato palestinese:

Assistenza finanziaria

L’UE è il maggior donatore dell’Autorità palestinese ed un importante partner economico di Israele, Egitto, Giordania, Libano e Siria. La cooperazione bilaterale in campo economico e finanziario con tutte le parti coinvolte nel processo di pace, fornita nell’ambito di diversi strumenti di cooperazione, si prefigge di porre le condizioni per la pace, la stabilità e la prosperità della regione.

L’assistenza finanziaria da parte dell’UE è cominciata già nel 1971, con il primo contributo al bilancio dell’Ufficio di assistenza delle Nazioni Unite per i profughi della Palestina in Medio Oriente (UNRWA). A partire dal 1986 inoltre l’UE ha garantito l’accesso preferenziale ai prodotti provenienti dai territori occupati.

Successivamente alla conclusione degli Accordi di Oslo del settembre 1993, l’Unione europea ha dato inizio a un programma speciale per sostenere il Processo di pace in Medio Oriente e lo sviluppo della società palestinese. Tra il 1994 e il 2002 l’UE ha fornito circa 1 miliardo di euro in contributi e prestiti[11] e ulteriori 500 milioni di euro all’UNRWA. L’assistenza unilaterale fornita dagli Stati membri dell’UE ammonta a circa 2,5 miliardi di euro per lo stesso periodo.

Se si considera l'aiuto pro-capite, i palestinesi sono tra i principali destinatari degli aiuti dell'UE nel mondo e l'Unione europea è il principale donatore per la popolazione palestinese.

Tra il 2003 e il 2005 l’UE ha messo a disposizione in totale 750 milioni di euro dal bilancio comunitario, fissando annualmente il contributo finanziario, a causa della volatilità della situazione.

Nel 2006, a causa dell’evoluzione della situazione politica e del deterioramento della situazione socio-economica nei Territori palestinesi, l’assistenza è stata destinata totalmente ad aiuti umanitari e di emergenza. In totale sono stati messi a disposizione della popolazione palestinese 329 milioni di euro dal bilancio dell’UE così ripartiti: 105 milioni al meccanismo temporaneo internazionale (TIM)[12] per l’assistenza diretta alla popolazione palestinese; 40 milioni di euro per la fornitura di combustibile; 184 milioni in aiuti per i rifugiati, sicurezza alimentare e aiuti umanitari.

Con la formazione del governo di unità nazionale nel 2007, l’UE ha ripreso gli aiuti diretti all’Autorità palestinese, con un contributo totale di 550 milioni di euro per il 2007, di 496 milioni di euro per il 2008, di 440 per il 2009 e di 437 milioni di euro per il 2010. Di questi ultimi, 235 milioni di euro sono stati stanziati tramite il PEGASE, il meccanismo europeo che a partire dal 1° febbraio 2008 ha sostituito il TIM per sostenere il piano triennale di riforma e sviluppo presentato dal primo ministro dell’Autorità palestinese, Salam Fayyad, in occasione della conferenza internazionale di Parigi di dicembre 2007.

Per quanto riguarda il 2011 fino ad ora sono stati messi a disposizione dall’UE 295 milioni di euro.

Missioni di peace-keeping

Tra le altre iniziative specifiche avviate dall’Unione europea si segnala, a partire dal novembre 2005 e dietro richiesta delle parti, la missione di controllo di frontiera al valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, EU BAM Rafah, istituita con l'azione comune 2005/889/PESC del 12 dicembre 2005. Il rapido avvio di EU BAM Rafah - sotto la guida del Generale Pietro Pistolese (Carabinieri) - ha consentito l’apertura del valico il 25 novembre 2005.

La missione ha l’incarico di monitorare, verificare e valutare attivamente i risultati conseguiti dall'Autorità palestinese, sviluppare le capacità palestinesi relativamente a tutti gli aspetti della gestione delle frontiere a Rafah e contribuire a mantenere il collegamento tra le autorità palestinesi, israeliane ed egiziane riguardo alla gestione del valico. La missione che si sarebbe dovuta concludere il 30 maggio 2008 è stata ulteriormente prorogata fino al 31 dicembre 2011. Si segnala inoltre che il 29 aprile 2007 la Commissione europea ha avviato il primo programma di formazione per funzionari di dogana al valico di Rafah. Allo stato attuale, in conseguenza della situazione di Gaza, la missione è temporaneamente sospesa, in attesa di riprendere al più presto le attività non appena le condizioni lo consentano.

Dal 1° gennaio 2006 è attiva anche la missione UE di polizia per i territori palestinesi (Eupol Copps), istituita con l'azione comune 2005/797/PESC del 14 novembre 2005 per un periodo iniziale di tre anni – e successivamente estesa fino al 31 dicembre 2011 - con l’obiettivo di assistere l'autorità palestinese nella creazione di dispositivi di polizia duraturi ed efficaci .

A partire dall’estate 2006, l’Unione europea contribuisce inoltre in maniera determinante alla missione UNIFIL delle Nazioni Unite in Libano.

Inoltre, l’UE ha un ruolo guida nella Task force internazionale- di cui fanno parte anche Stati uniti, Federazione russa, Nazioni Unite, Norvegia, Giappone, Canada, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale - istituita nel giugno 2002 con l’obiettivo di sostenere l’attuazione delle riforme civili palestinesi e di coordinare la comunità internazionale dei donatori.

L’Unione europea e la crisi di Gaza

Nella sessione del Consiglio del 26 gennaio 2009, i ministri degli affari esteri dell'UE – dopo aver espresso la loro soddisfazione per la cessazione delle ostilità e aver espresso il proprio pieno sostegno all’iniziativa egiziana in favore di un duraturo cessate il fuoco - hanno concordato di concentrare la risposta dell'UE all'attuale crisi di Gaza sui seguenti punti: aiuti umanitari immediati per la popolazione di Gaza; prevenzione del traffico illecito di armi e munizioni; riapertura duratura dei valichi sulla base dell'accordo del 2005 sulla circolazione e l'accesso; riabilitazione, ricostruzione e ripresa del processo di pace. L'UE porterà avanti questa agenda in stretta cooperazione con gli altri partner del Quartetto e gli altri attori regionali e conformemente all'approccio più ampio alla regione, compresi gli sforzi di costruzione dello Stato. Come si legge nelle conclusioni del Consiglio, l’UE sta sviluppando a tale proposito un piano di lavoro.

Nelle sue conclusioni, il Consiglio ha espresso inoltre profondo rammarico per la perdita di vite umane, in particolare vittime civili, causata dal conflitto e ha condannato il bombardamento delle infrastrutture dell'UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite di soccorso e lavori per i profughi della Palestina nel Vicino Oriente) a Gaza. L'UE è disposta a incrementare il suo contributo in aiuti d'urgenza e continuerà ad appoggiare le Nazioni Unite e le altre organizzazioni internazionali nei loro sforzi. Nel richiamare le parti al pieno rispetto dei diritti umani e degli obblighi internazionali, ha dichiarato che si seguiranno da vicino le indagini su presunte violazioni del diritto internazionale umanitario. 

Per portare aiuti umanitari alle vittime del conflitto e contribuire alla riabilitazione, alla ricostruzione e allo sviluppo economico della Striscia di Gaza, i valichi di frontiera debbono essere riaperti al passaggio di aiuti umanitari, merci e persone. A tale proposito, il Consiglio manifesta la disponibilità dell'UE a riprendere la missione di assistenza alle frontiere (EUBAM Rafah) appena le condizioni lo renderanno possibile e a valutare l’eventualità di estendere la propria assistenza agli altri valichi, come parte del suo impegno complessivo nella regione.

In conclusione, i ministri degli esteri dell’UE hanno invitato le parti a riprendere – con il sostegno della comunità internazionale - l’impegno in favore di una soluzione di pace.

L’Unione europea è intervenuta in più occasioni durante la crisi di Gaza. Il giorno stesso dell'inizio dell'offensiva aerea israeliana verso la striscia di Gaza, Javier Solana, Alto rappresentante per la politica estera dell'UE, ha esortato entrambe le parti a cessare ogni azione militare. Precisando che l'UE ha sempre condannato il lancio di missili contro Israele, ha però sottolineato che l'attacco israeliano infligge ai civili palestinesi un costo inaccettabile, peggiora la crisi umanitaria e rende più complicata la ricerca di una soluzione pacifica.

Analoghe preoccupazioni sono state espresse dalla Presidenza francese dell'UE e dal Presidente del Parlamento europeo, che hanno deplorato l’elevatissimo numero di vittime civili, condannando inoltre «l’uso sproporzionato della forza» e ricordando «che non esiste una soluzione militare a Gaza». In particolare il Presidente del Parlamento europeo ha ribadito che una pace duratura basata su una soluzione fondata su due Stati può essere raggiunta solo con l'attivo coinvolgimento di tutte le parti ed ha incoraggiato i paesi arabi a contribuire a restaurare la pace. Allo stesso tempo ha esortato la nuova Amministrazione USA e l'UE a promuovere congiuntamente una strategia di pace per il Medio Oriente, in cui l'Europa svolga un ruolo attivo.

Il 30 dicembre 2008 i ministri degli affari esteri dell’UE si sono incontrati per discutere la situazione in Medio Oriente, come parte degli sforzi della comunità internazione, particolarmente del Quartetto e della lega araba, per trovare una soluzione alla crisi. Nell’occasione, l’UE ha chiesto: immediato e persistente cessate il fuoco; azione umanitaria immediata per consentire l’invio di cibo, generi di pronto soccorso e combustibile nella striscia di Gaza, evacuazione dei feriti e accesso sicuro per il personale umanitario; ripresa del processo di pace.

Tra il 4 e il 6 gennaio 2009, l'UE ha inviato una missione in Medio Oriente guidata dal Ministro degli affari esteri ceco, in quanto Presidente del Consiglio UE, accompagnato dai ministri degli esteri francese e svedese, la commissaria per le relazioni esterne e l'Alto Rappresentante PESC. L'obiettivo era di instaurare un dialogo con i partner dell'UE in Medio oriente, valutare la situazione e determinare le possibilità di restaurare il cessate il fuoco, analizzare la possibilità di inviare aiuti umanitari per la popolazione civile della Striscia di Gaza e coordinare le azioni comuni europee. In tale ambito, la delegazione ha avuto incontri ai massimi livelli in Israele, Giordania, Egitto e con l'Autorità palestinese.

Il 4 gennaio 2009, dopo l'inizio dell'offensiva terrestre su Gaza, la Presidenza ceca ha ribadito l'appello per la riapertura dei canali umanitari destinati alla popolazione civile e per il cessate il fuoco. Il 7 gennaio ha reiterato lo stesso appello ricordando «la responsabilità di coloro che, lanciando in modo indiscriminato razzi su Israele, anche da zone densamente popolate di Gaza, hanno dato inizio a questo tragico conflitto». Il Ministro degli esteri Karel Schwarzenberg ha però sottolineato che la maggiore preoccupazione riguarda le sofferenze dei civili a Gaza.

La Commissione europea, intanto, ha sbloccato 3 milioni di euro per l'aiuto umanitario d'urgenza ai civili palestinesi, destinati all'invio di cibo, alla riparazione dei rifugi e al sostegno medico. Questi fondi si sommano ai 73 milioni di euro già stanziati nel 2008.



Situazione in Libia: iniziative dell’Unione europea

Il Consiglio affari esteri del 20 giugno 2011 ha adottato conclusioni sulla Libia, in cui ribadisce il suo impegno in favore della protezione della popolazione civile e sottolinea che Geddafi ha perso ogni legittimazione e deve abbandonare il potere immediatamente. L’UE richiede inoltre un cessate il fuoco genuino e verificabile, che includa anche la cessazione incondizionata dell’uso della forza contro i civili così come l’abbadono da parte delle forze militari delle città occupate. Il Consiglio esprime il suo sostegno all’inviato speciale delle Nazioni unite, al-Khatib, nei suoi sforzi per iniziare un nuovo capitolo della storia libica.

L’UE condanna le violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale perpetrate giornalmente dal regime e documentate dal procuratore della Corte penale internazionale ed esprime la sua preoccupazione in particolare per la situazione umanitaria di Misrata e delle montagne occidentali.

Nel riconoscere l’impatto distruttivo della crisi libica sui suoi vicini, il Consiglio ribadisce l’impegno a continuare la cooperazione dell’UE con i paesi confinanti per aiutarli ad affrontare sfide umanitarie, sociali, economiche e di sicurezza poste dalla crisi libica.

Il Consiglio ricorda che sono state appena aumentate le sanzioni nei confronti del regime (adottate il 28 febbraio e a più riprese rinforzate), aggiungendo sei autorità portuali libiche all’elenco dei possessori dei beni congelati. L’UE sta prendendo ulteriori iniziative contro l’arsenale militare che il regime utilizza contro i suoi cittadini.

L’UE sostiene la ”Strada verso la Libia democratica” presentata al Gruppo di contatto del Consiglio nazionale di transizione che rafforza il suo impegno verso i principi dell’inclusione e della rappresentanza e la sua credibilità come interlocutore prioritario e portatore delle aspirazioni libiche. L’UE è pronta a sostenere il Consiglio di transizione nello sviluppo delle capacità e ne riconosce le urgenti necessità finanziarie. Nell’esprimere soddisfazione per l’annuncio – avvenuto alla riunione di Abu Dhabi - che il Temporary Financial Mechanism (TFM) è ora operativo e per gli specifici contributi di Francia ed Italia, il Consiglio ritiene che la mobilitazione di risorse internazionali, incluso dove possibile l’uso dei fondi libici congelati, sia un elemento chiave per sostenere il processo di transizione.

Lavorando in stretto coordinamento con le Nazioni Unite, la Banca mondiale e gli altri attori internazionali, soprattutto le organizzazione regionali, l’UE ha avviato la mobilitazione delle sue risorse per sostenere la transizione politica. Lo stesso farà nella situazione post conflitto, per sostenere la costruzione di uno Stato libico democratico, che rispetti gli standard internazionali e lo stato di diritto. Sulla base delle necessità e delle richieste della Libia, l’UE esplorerà le modalità per combinare tutte le sue azioni a sostegno delle stabilità del paese e della prosperità e sicurezza dei suoi cittadini. A tal fine il Consiglio incoraggia l’Alto rappresentante e la Commissione a continuare il loro lavoro per essere pronti ad agire quando la situazione lo consentirà.

Posizione del Consiglio europeo

L'11 marzo 2011 – su iniziativa del Presidente Van Rompuy – si è tenuta a Bruxelles una riunione straordinaria del Consiglio europeo per discutere le linee strategiche della reazione dell'Unione agli sviluppi in Libia e nell'Africa settentrionale. In quell’occasione, i leader europei hanno dichiarato che Muammar Gheddafi deve abbandonare il potere immediatamente, avendo il suo regime perso la propria legittimazione. L'Unione europea accoglie con favore e incoraggia il Consiglio nazionale di transizione provvisorio con sede a Bengasi, che considera un interlocutore politico.

Al fine di proteggere la popolazione civile, gli Stati membri si sono impegnati ad esaminare tutte le opzioni possibili, a condizione che vi fosse una necessità dimostrabile e una base giuridica chiara. L'evacuazione dei cittadini dell'UE è stata fin da subito considerata una priorità, così come l’assistenza umanitaria alla popolazione libica.

Ai risultati del Consiglio europeo straordinario dell’11 marzo, è stata dedicata una riunione straordinaria della Conferenza dei presidenti dei gruppi politici del Parlamento europeo con il Presidente del Consiglio europeo, Van Rompuy. In tale occasione, da più parti, sono state avanzate critiche per l’inazione dell’Unione europea e la mancanza di decisioni più incisive. In particolare, il capogruppo dei liberali, Guy Verhofstadt, è stato molto critico verso i governi dell’UE, affermando di non contare più sull’Unione europea ma su Francia, Regno Unito e Stati Uniti; Joseph Daul, leader del PPE, ha sottolineato che l’intervento dell’UE dovrebbe essere volto a favorire il cambiamento e la solidarietà. Il gruppo dei Verdi, attraverso la sua co-presidente Rebecca Harms, si è chiesto se l’intervento non sia mosso più da ragioni economiche e ha evidenziato la debolezza mostrata in questa occasione. Il gruppo dei conservatori e riformisti ha sottolineato che gli interventi devono necessariamente essere calibrati ed adattati in base alle diverse realtà. Nigel Farage - il leader di Europa per la Libertà e la Democrazia - ha invitato Van Rompuy a "resistere alle pressioni per un'azione militare, perché non c'è consenso". "E' facile entrare in una guerra", ha messo in guardia Farage "più difficile è uscirne".

Gli obiettivi politici dell’Unione europea – fissati dal Consiglio europeo straordinario dell’11 marzo scorso – restano immutati: il colonnello Gheddafi deve abbandonare il potere e la transizione politica deve essere condotta dagli stessi libici e basata su un ampio dialogo politico. E’ quanto ha dichiarato il Presidente Herman Van Rompuy, il 24 marzo, alla fine del primo giorno del Consiglio europeo di primavera.

Come si legge nelle conclusioni adottate dal Consiglio europeo, le azioni intraprese in conformità al mandato del Consiglio di sicurezza hanno contribuito in maniera significativa a proteggere la popolazione civile libica; quando essa sarà al sicuro e gli obiettivi della risoluzione n. 1973 del Consiglio di sicurezza dell’ONU saranno stati raggiunti, le operazioni militari cesseranno. Di concerto con la Lega degli Stati arabi – il cui ruolo chiave è stato sottolineato dal Consiglio europeo -, le Nazioni Unite e l'Unione africana, l’UE intensificherà gli sforzi per trovare una soluzione alla crisi che risponda alle legittime richieste del popolo libico. Il Consiglio europeo ha inoltre manifestato la disponibilità dell’Unione europea ad adottare ulteriori sanzioni, ivi incluse misure volte ad assicurare che gli introiti generati dal petrolio e dal gas non vadano al regime di Gaddafi.

Per quanto riguarda la situazione umanitaria in Libia e lungo i suoi confini, che rimane motivo di grave preoccupazione, l'UE continuerà a fornire assistenza a tutte le persone colpite, in stretta cooperazione con tutte le agenzie umanitarie e ONG coinvolte, proseguendo la sua attività di pianificazione a sostegno delle operazioni di assistenza umanitaria/protezione civile, anche con mezzi navali.

Le sanzioni

Come anticipato, il 28 febbraio il Consiglio ha adottato la decisione 2011/137/PESC, in attuazione della risoluzione n. 1970 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, che ha introdotto misure restrittive nei confronti della Libia e nei confronti di persone ed entità coinvolte in violazioni gravi dei diritti umani in Libia, ivi compreso il coinvolgimento in attacchi nei confronti della popolazioni e delle infrastrutture civili in violazione del diritto internazionale.

In particolare l’Unione europea, anche in aggiunta alle misure previste dalle Nazioni Unite, ha previsto:

·      il divieto di fornire alla Libia armi, munizioni e materiale bellico. L’UE ha altresì vietato gli scambi con la Libia di attrezzature che potrebbero essere utilizzate per la repressione interna;

·      un divieto di visto per 16 persone, tra cui Muammar Gheddafi, parti della sua famiglia strettamente legate al regime e altre persone responsabili della repressione violenta contro la popolazione civile del 15 febbraio;

·      il congelamento dei beni di Muammar Gheddafi e di cinque membri della sua famiglia.

Il Consiglio ha inoltre adottato misure autonome, come il divieto di visto per ulteriori 10 individui e il congelamento dei beni per ulteriori 20 individui responsabili della violenza. Il 10 marzo, l’UE ha imposto ulteriori sanzioni alla Libia, alcune delle quali riguardano le principali istituzioni finanziarie libiche. Ulteriori estensioni delle sanzioni sono state decise in occasione del Consiglio del 12 aprile e l’8 giugno, con procedura scritta.

Inoltre, a decorrere dal 22 febbraio i negoziati su un accordo quadro UE-Libia e i contratti di cooperazione in corso con il paese sono stati sospesi.

L'operazione EUFOR Libia

Il 1° aprile, con procedura scritta, il Consiglio ha adottato una decisione concernente un’operazione militare dell’Unione europea a sostegno delle operazioni di assistenza umanitaria, denominata “EUFOR Libia”.

In base a tale decisione, l’UE, qualora richiesto dall’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (OCHA), condurrà un’operazione militare nel quadro della politica di sicurezza e difesa comune (PSDC) volta a sostenere l’assistenza umanitaria e la protezione alla popolazione civile nella regione, in conformità ai mandati delle risoluzioni 1970 e 1973 del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Il contrammiraglio italiano Claudio Gaudiosi è stato nominato Comandante dell’operazione, la cui sede operativa sarà ubicata in Italia, a Roma.

La decisione adottata dal Consiglio stabilisce il quadro giuridico dell’operazione. A seguito dell’approvazione del Piano di funzionamento e delle regole d’ingaggio, il Consiglio adotterà una decisione separata per avviare l’operazione.

A meno che il Consiglio non decida diversamente, l’operazione “EUFOR Libia” si concluderà entro e non oltre quattro mesi, a partire dalla data di inizio delle attività. L’importo finanziario di riferimento per i costi comuni sarà di 7,9 milioni di euro.

Aiuto umanitario e assistenza

In occasione del Consiglio straordinario energia del 21 marzo, la Presidenza ungherese ha dichiarato che fornire assistenza tecnica e umanitaria alla Libia rappresenta una priorità dell’UE.

A tale proposito, il Presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, nel suo discorso al Vertice di Parigi per il sostegno al popolo libico tenutosi il 19 marzo, ha affermato la necessità che l'attuale regime libico si ritiri da tutti i settori in cui è entrato con la forza, consentendo l’accesso agli aiuti umanitari. Il Presidente ha sostenuto la necessità di dare immediatamente inizio ad una transizione politica, ribadendo il ruolo fondamentale del Consiglio nazionale di transizione. Egli ha ricordato che l'Unione europea è stata sin dall'inizio della crisi in prima linea, da un lato imponendo dure sanzioni (ancora di più di quanto deciso nel Consiglio di sicurezza dell'ONU) e, dall’altro, fornendo aiuti umanitari. Infine, ha ribadito che l'UE è pronta ad aiutare la Libia sia economicamente che nella costruzione delle sue nuove istituzioni.

La Commissione ha stanziato 70 milioni di euro per rispondere ai bisogni umanitari in Libia e nei paesi limitrofi, mentre il contributo totale dell’UE (compresi gli aiuti forniti dagli Stati membri ha raggiunto la cifra di 145 milioni di euro). Per valutare la situazione e le ulteriori necessità nonché per assicurare il coordinamento degli aiuti la Commissione ha inviato gruppi di esperti lungo i confini della Libia con Tunisia, Chad, Algeria ed Egitto mentre due esperti dell’ufficio ECHO si trovano in Libia.

Il 30 maggio scorso, Kristalina Georgieva, Commissario europeo per la cooperazione internazionale e l’aiuto umanitario e la risposta alle crisi, ha richiamato la comunità internazionale ad una maggiore attenzione per l’impatto immediato e di lungo termine del conflitto libico sui paesi vicini vulnerabili, in particolare Chad e Niger, dove la situazione è definita allarmante dagli esperti umanitari della Commissione che hanno compiuto diverse missioni lungo i confini.

Si ricorda infine che il 22 maggio l’AR ha inaugurato l’ufficio dell’UE a Benghasi, con l’obiettivo di promuovere il coordinamento dell’assistenza UE con quella fornita dagli Stati membri e dagli altri donatori internazionali.

Il partenariato con i paesi del bacino meridionale del Mediterraneo

L'Alto Rappresentante dell’UE, Catherine Ashton, ha istituito una task force volta a riunire il Servizio europeo di azione esterna e gli esperti della Commissione per adattare gli strumenti già a disposizione dell’UE al fine di aiutare i Paesi del Nord Africa. L'obiettivo è quello di fornire un pacchetto completo di misure adeguate alle esigenze specifiche di ciascun Paese.

A tale scopo, già durante il Consiglio europeo dell’11 marzo, l’Alto rappresentante e la Commissione hanno presentato un documento orientativo, predisposto l’8 marzo, volto a proporre un nuovo partenariato per la democrazia e la prosperità condivisa con il Mediterraneo meridionale. Tale partenariato dovrebbe essere fondato su una maggiore integrazione economica, un accesso al mercato più ampio e la cooperazione politica.

Ulteriori proposte sono contenute nella comunicazione “Una nuova risposta ad un vicinato in mutamento” (COM (2011) 313) che l’Alto rappresentante e la Commissione hanno presentato il 25 maggio 2011 nell’ambito dell’annuale pacchetto sulla politica di vicinato. Secondo quanto indicato nella comunicazione, i risultati di un’ampia consultazione con le parti interessate avviata già nell’estate 2010 nonché i recenti avvenimenti nei paesi del bacino meridionale del Mediterraneo hanno mostrato che il sostegno dell’UE alle riforme politiche nei paesi vicini ha ottenuto risultati limitati; è emersa dunque la necessità di una maggiore flessibilità e di risposte più adeguate, in linea con la rapida evoluzione della situazione nei partner. Il nuovo approccio “più fondi per più riforme”  dovrebbe essere basato su mutua affidabilità e impegno condiviso nei valori universali di rispetto dei diritti umani, democrazia e stato di diritto e comporterà un più alto livello di differenziazione per consentire a ciascun paese di sviluppare legami con l’UE corrispondenti alle proprie aspirazioni, necessità e capacità.

Nell’occasione è stato annunciato che - in aggiunta ai 5,7 miliardi di euro già disponibili per il periodo 2011-2013 - sono stati trasferiti ulteriori 1,24 miliardi di euro da risorse già esistenti, da dividere tra i partner meridionali ed orientali.



Rapporti tra l’Unione europea e la Russia

La Federazione russa è uno dei principali partner dell’Unione europea, oltre che il più grande dei paesi confinanti, peraltro ancora più vicino dopo gli allargamenti del 2004 e del 2007.

Come evidenziato nella strategia europea di sicurezza approvata nel 2003, la Russia è un attore chiave in termini geopolitici e di sicurezza sia a livello globale sia a livello regionale. Per storia, prossimità geografica e vincoli culturali è inoltre uno dei principali protagonisti nell’ambito del comune vicinato europeo e centro-asiatico.

La Russia è anche uno dei maggiori fornitori di prodotti energetici dell’UE oltre a rappresentare un ampio mercato per i beni e i servizi dell’UE, con considerevoli potenziali di crescita. D’altro canto, il mercato dell’UE è la più importante destinazione per le esportazioni russe.

Unione europea e Russia stanno già cooperando in un ampio spettro di settori (dalla modernizzazione dell’economia russa e dalla sua integrazione nel sistema globale, alla protezione dell’ambiente, alla sicurezza nucleare) ed hanno un intenso dialogo su temi di interesse internazionale, ivi inclusi la risoluzione dei conflitti in Medio Oriente, Afghanistan, Balcani occidentali e Sudan e la lotta alla proliferazione delle armi di distruzione di massa, come nei casi di Iran e Corea del nord.

Un’ulteriore materia di collaborazione tra UE e Russia è rappresentata dalla Strategia dell'Unione europea per la regione del Mar Baltico, approvata dal Consiglio europeo del 29 ottobre 2009, su proposta della Commissione. La strategia intende rispondere da un lato all’esigenza di fermare il degrado sempre più evidente del Mar Baltico stesso, e dall’altro alla necessità di incanalare i percorsi di sviluppo assai disparati seguiti dai vari paesi della regione e di sfruttare i potenziali vantaggi di un maggiore e migliore coordinamento.

Il 9 e 10 giugno 2011 si è tenuto a Nizhny Novgorod l’ultimo Vertice UE-Russia che – secondo quanto riportato nel comunicato stampa della Commissione – si è svolto in un clima aperto e favorevole e ha rappresentato un successo per molti aspetti.

Innanzitutto, sono stati esaminati i progressi compiuti nell’attuazione del partenariato per la modernizzazione, che UE e Russia hanno lanciato a giugno 2010, in occasione del precedente Vertice. Sono già in corso diversi progetti e attività congiunte previste dal partenariato nelle diverse aree prioritarie: migliorare le opportunità per gli investimenti esteri; liberalizzare gli scambi; incrementare la cooperazione in materia di ricerca e innovazione; rafforzare lo Stato di diritto; promuovere i contati tra le persone. Secondo quanto dichiarato dal Presidente della Commissione, José Manuel Barroso, il partenariato sta dando un contributo importante e reciproco, così come i sedici partenariati bilaterali che alcuni Stati membri hanno stipulato con la Russia.

La realizzazione del Partenariato per la modernizzazione è stato possibile grazie ai finanziamenti della Banca europea per gli investimenti e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo che, in occasione del Vertice, hanno firmato un protocollo d’intesa con la Banca russa per lo sviluppo per sostenere i progetti del partenariato per la modernizzazione con un ulteriore finanziamento di 500 milioni di euro (portando a 2 miliardi di euro il finanziamento totale).

Nel corso del Vertice le parti hanno espresso la propria soddisfazione per la creazione in marzo di un forum indipendente della società civile, per il lancio del dialogo sulla migrazione in maggio nonché per i progressi compiuti nel processo di liberalizzazione dei visti. Ad aprile sono stati infatti avviati i negoziati per arrivare ad un regime visa free. Sono stati anche passati in rassegna i progressi compiuti dalla Russia nel processo di adesione all’Organizzazione mondiale del commercio. Come dichiarato da Barroso, l’UE è convinta che l’adesione possa ancora avvenire entro l’anno ed è impegnata in discussioni con le controparti russe per raggiungere un accordo a livello politico prima delle ferie estive, includendo anche i temi delle quote, delle misure sanitarie e fitosanitarie e del regime di investimenti nel settore automobilistico.

Per quanto riguarda i temi energetici, l’UE ha sottolineato che un quadro affidabile e regolamentato rimane una priorità europea. Alla luce dei recenti sviluppi e facendo seguito alla discussione del G8 a Deauville sulla sicurezza nucleare, UE e Russia hanno concordato di collaborare con l’AIEA per rivedere la Convenzione internazionale sulla sicurezza nucleare e adottare stringenti standard di sicurezza. 

Anche la cooperazione economica bilaterale ha rappresentato un tema importante nell’agenda del Vertice: le relazioni economiche tra UE e Russia si sono infatti significativamente sviluppate nel corso degli ultimi anni. La Russia è il terzo più importante partner commerciale dell’UE (dopo USA e Cina), essendo stato destinatario nel 2010 di 87 miliardi di euro di esportazioni dell’UE che da parte sua è il maggior mercato per i beni russi.

In materia di politica estera e di sicurezza, la cooperazione nelle crisi è stata giudicata positiva e le parti hanno concordato di lavorare per pervenire a definire entro il prossimo vertice un accordo quadro sulla gestione delle crisi. L’UE ha inoltre riconosciuto il ruolo costruttivo svolto dalla Russia nelle trasformazioni in atto nel bacino meridionale del Mediterraneo.

Anche il tema dei diritti umani è stato affrontato. Come dichiarato dal Presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy a conclusione del Vertice, a dispetto dell’impegno personale e delle iniziative assunte dal Presidente Medvedev vi sono ancora molte preoccupazioni negli Stati membri e nell’UE circa la situazione dei diritti umani in Russia.

Sempre in materia di diritti umani, l’ultima relazione sull’azione dell’UE in materia di diritti umani e democrazia nel mondo, pubblicata nel maggio 2010, ricorda che l’UE ha continuato a sollevare varie preoccupazioni riguardanti questioni specifiche in materia di diritti umani nella Federazione russa, tra le quali la libertà dei media, di espressione e di riunione, i diritti delle persone appartenenti a minoranze e la situazione dei difensori dei diritti umani. I diritti umani sono trattati anche nell’ambito dello spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia, che discute anche di terrorismo, immigrazione clandestina e criminalità transfrontaliera, compresa la tratta di esseri umani. A parte gli scambi regolari, l’UE ha reagito apertamente ad alcuni attacchi specifici a difensori dei diritti umani, giornalisti e attivisti delle organizzazioni non governative. L’UE ha chiesto alla autorità russe di consegnare alla giustizia gli autori di questi reati e di adottare misure efficaci per garantire un clima in cui i difensori dei diritti umani possano operare liberamente e senza timore di violenze, persecuzioni e altre forme indebite di pressione.

L’ Accordo di partenariato e di cooperazione e gli spazi comuni.

L’Accordo di partenariato e di cooperazione

La base giuridica delle relazioni bilaterali tra l’Unione europea e la Russia è attualmente costituita dall’Accordo di partenariato e di cooperazione (APC), entrato in vigore il 1° dicembre 1997 per un periodo iniziale di 10 anni e successivamente esteso automaticamente su base annuale.

L’Accordo, che fissa i principali obiettivi comuni, copre le seguenti aree:

·       commercio e cooperazione economica;

·       cooperazione nel campo delle scienze, dell’energia, dell’ambiente, dei trasporti e in altri settori civili;

·       dialogo politico;

·       giustizia e affari interni.

L’Accordo istituisce un dialogo politico regolare a diversi livelli, prevedendo vertici semestrali a livello di Capi di Stato e di Governo, consigli di cooperazione annuali a livello ministeriale, comitati di cooperazione a livello di alti funzionari ogni qual volta sia necessario. Inoltre, è stato istituito un comitato parlamentare misto tra membri del Parlamento europeo e della Duma russa che si incontrano su base regolare. Inoltre, nel quadro dell’accordo a partire dal 2005 si tengono consultazioni sui diritti umani (vedi infra).

In vista della scadenza dell’APC, il 3 luglio 2006 la Commissione ha presentato una proposta[13] relativa alle modalità di negoziato di un nuovo accordo strategico volto a fissare obiettivi più ambiziosi per le relazioni UE-Russia.

La Commissione propone un accordo che riguardi tutti i settori di cooperazione tra l’UE e la Russia, atto a sviluppare e approfondire, in particolare, le relazioni commerciali e a sviluppare apertamente ed in modo equo le relazioni tra l’UE e la Russia nel settore dell’energia.

La proposta è stata approvata dal Consiglio del 26 e 27 maggio 2008, a quasi due anni dalla sua presentazione, per l’opposizione prima della Polonia – a causa dell’embargo russo alle carni polacche – e poi della Lituania, sulle questioni dei conflitti latenti, dell’approvvigionamento energetico e della cooperazione della Russia in materia giudiziaria.

Approvato in tal modo il mandato negoziale per la Commissione, l’avvio formale dei negoziati è stato deciso in occasione del Vertice bilaterale che si è svolto a Khanti Mansiisk (Siberia) il 26 e 27 giugno 2008.

La dichiarazione congiunta sull’avvio di tali negoziati specifica che l’accordo di partenariato e cooperazione esistente rimarrà in vigore fin tanto che non sarà sostituito dal nuovo. Il nuovo accordo strategico, inoltre, dovrà rafforzare le basi giuridiche e gli impegni legalmente vincolanti relativi alle principali aree di cooperazione, con particolare riferimento ai quatto spazi comuni EU/Russia (vedi paragrafo successivo).

Come previsto dalla dichiarazione congiunta, un primo ciclo di negoziati si è svolto il 4 luglio 2008 a Bruxelles.

Dopo una temporanea sospensione, voluta dall’UE a seguito della crisi con la Georgia dell’estate 2008, il Consiglio del 10 novembre 2008 ha deciso di riprendere i negoziati, che sono tuttora in corso.

I quattro spazi comuni

Nel corso dell’undicesimo vertice UE-Russia, che si è svolto il 31 maggio 2003 a San Pietroburgo, è stata adottata una dichiarazione congiunta in cui le parti hanno deciso di approfondire la cooperazione al fine di creare, a lungo termine, quattro spazi comuni:

·       uno spazio economico comune.L’obiettivo è la creazione di un mercato aperto e integrato tra UE e Russia, attraverso la rimozione delle barriere al commercio e agli investimenti e la promozione di riforme, basandosi sui principi di non discriminazione, trasparenza e governance;

·       uno spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia. La cooperazione in questo ambito, che ha assunto un’importanza determinante con l’espansione delle frontiere comuni, a seguito dell’allargamento del 1° maggio 2004, intende contribuire all’obiettivo generale di creare una nuova Europa senza linee divisorie e di facilitare gli spostamenti per tutti gli europei combattendo efficacemente nel contempo l’immigrazione illegale.

·       uno spazio comune di cooperazione nel settore della sicurezza esterna. La tabella di marcia in questo settore sottolinea la responsabilità condivisa di UE e Russia per un ordine internazionale basato su un effettivo multilateralismo e la loro determinazione a collaborare per rafforzare il ruolo delle Nazioni Unite nonché di rilevanti organizzazioni internazionali, quali OSCE e Consiglio d’Europa;

·       uno spazio di ricerca e istruzione comprensivo anche degli aspetti culturali, inteso a promuovere la crescita economica, rafforzare i vincoli tra ricerca e innovazione, incoraggiare una stretta cooperazione nel settore dell’istruzione e promuovere la diversità culturale e linguistica.

Assistenza finanziaria

A partire dal 1991 e fino al 2006, il programma Tacis[14] è stato lo strumento principale di assistenza nel processo di transizione della Russia. In base alla nota informativa della Corte dei conti europea dell’aprile 2006[15], dal 1991 al 2006 oltre 7 mila milioni di euro sono stati assegnati dell’UE al programma Tacis; in particolare, la Federazione russa che ne è il maggiore beneficiario ha ricevuto annualmente circa 200 milioni di euro, pari a circa il 40% dei fondi erogati da TACIS.

Con le nuove prospettive finanziarie 2007-2013, nell’ambito della riforma dell’assistenza esterna fornita dall’UE, il programma Tacis è stato sostituito dallo Strumento europeo di vicinato e partenariato, denominato ENPI, istituito con il regolamento CE 1638/2006 del 24 ottobre 2006.

Il quadro strategico in cui si inseriscono le iniziative dell’UE verso la Russia per il periodo 2007-2013 è fornito dal Country Strategy Paper (CSP), adottato dalla Commissione il 7 marzo 2007, che definisce gli obiettivi e i settori prioritari dell’assistenza alla Russia. Il CSP prevede un’allocazione annuale a livello nazionale di 60 milioni di euro, destinati ad iniziative nel settore giudiziario e al sostegno istituzionale, nonché alla promozione della stabilizzazione e dello sviluppo delle regioni del Caucaso settentrionale e di Kaliningrad.

Si segnala inoltre che in occasione del vertice di Khanti Mansiisk del giugno 2008 è stata adottata una dichiarazione congiunta sulla cooperazione transfrontaliera, con la quale è stato deciso di lanciare sette programmi di cooperazione transfrontaliera per il periodo 2007-2013. I programmi, che hanno l’obiettivo di promuovere lo sviluppo socioeconomico delle zone transfrontaliere, la tutela dell’ambiente ed agevolare i contatti interpersonali, saranno finanziati da 307 milioni di Euro a carico del bilancio dell’UE e 122 milioni di euro a carico della Federazione russa. A tali stanziamenti potranno aggiungersi contributi supplementari stanziati direttamente dagli Stati membri dell’UE o da altri paesi terzi.

Il partenariato orientale

Qualche perplessità è stata espressa dalla Russia in merito alla iniziativa del Partenariato orientale, rivolto ad Armenia, Azerbaigian, Bielorussia Georgia, Moldavia e Ucraina e inaugurato a Praga nel maggio 2009. L’obiettivo dell’Unione europea è quello di rafforzare la dimensione orientale della politica europea di vicinato (PEV), in modo complementare rispetto all’iniziativa dell’Unione per il Mediterraneo, che coinvolge i partner del vicinato meridionale.

A tal fine, anche sulla base di consultazioni con i paesi interessati, l’UE propone l'approfondimento delle relazioni bilaterali e la realizzazione di un nuovo quadro multilaterale di cooperazione.  

Sul versante dell’approfondimento delle relazioni bilaterali, le principali novità dell'iniziativa si possono così riassumere:

rapporti contrattuali più stretti. L’UE si prefigge di instaurare un partenariato più ambizioso, attraverso accordi di associazione - comprendenti accordi di libero scambio globali e approfonditi.

graduale integrazione nell'economia dell'UE. Tale integrazione – ritenuta essenziale per lo sviluppo dei paesi partner - avverrà con ritmo diseguale, per tenere opportunamente conto del diverso livello di sviluppo economico dei singoli paesi partner, segnatamente mediante impegni giuridicamente vincolanti sul ravvicinamento delle normative.

misure in materia di mobilità e sicurezza. Si prevede la conclusione di "patti in materia di mobilità e sicurezza" volti ad intensificare le iniziative di lotta alla corruzione, alla criminalità organizzata e alla migrazione illegale, in linea con l’approccio definito dall’UE con il Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo adottato dal Consiglio europeo di ottobre 2008.

sicurezza energetica. Uno degli obiettivi del Partenariato orientale è quello di garantire un livello rafforzato di sicurezza energetica per l'Unione e per i paesi partner orientali, da raggiungersi attraverso una serie di iniziative (prevedere negli accordi di associazione disposizioni in materia di “interdipendenza energetica”; se del caso, concludere memorandum dintesa su questioni energetiche con Moldova, Georgia e Armenia quali strumenti flessibili supplementari per sostenere e controllare la sicurezza della fornitura e del transito di energia; sottoscrivere un maggior impegno politico con l’Azerbaigian, in quanto unico partner orientale che esporta idrocarburi nell’UE).

Come anticipato, il partenariato orientale è caratterizzato anche da un nuovo ambito multilaterale di cooperazione tra l’UE e i suoi partner, articolato dal punto di vista organizzativo su quattro livelli:

·       riunioni biennali dei Capi di Stato e di governo del partenariato orientale;

·       riunioni annuali di primavera tra i ministri degli esteri dell’UE e dei partner orientali, con l’eventuale partecipazione della Bielorussia,

·       al terzo livello quattro piattaforme tematiche nei principali ambiti di cooperazione: democrazia, governance e stabilità; integrazione economica e convergenza con le politiche comunitarie; sicurezza energetica; e, infine, contatti con la società civile per consolidare il sostegno alle iniziative puntuali di riforma dei partner;

·       il lavoro delle piattaforme tematiche nei settori specifici è sostenuto al quarto livello da una serie di panel il cui formato e la cui composizione varieranno a seconda delle esigenze.

Sul versante della cooperazione multilaterale, il Partenariato orientale prevede inoltre:

·         l’incoraggiamento dei paesi partner a costituire tra loro una rete di libero scambio che potrebbe trasformarsi, a lungo termine, in una comunità economica di vicinato;

·         l’avvio di cinque iniziative “faro”: programma di gestione integrata delle frontiere; strumento per le piccole e medie imprese; sviluppo dei mercati regionali dell'energia elettrica e promozione dell'efficienza energetica e delle fonti energetiche rinnovabili; realizzazione del corridoio energetico meridionale; cooperazione in materia di prevenzione, preparazione e risposta alle calamità naturali e alle catastrofi causate dall'azione dell'uomo;

·         maggiori contatti con la società civile e un più ampio coinvolgimento di quest'ultima e di altre parti interessate.

 



Istituzione di una Conferenza interparlamentare
per
la PESC/PSDC

 

La Conferenza dei Presidenti dei Parlamenti dell’UE, tenutasi a Stoccolma nel maggio 2010, ha avviato una riflessione sulle modalità per esercitare il controllo interparlamentare sulla politica estera e di sicurezza comune (PESC) e sulla politica di sicurezza e difesa comune (PSDC), con la prospettiva di raggiungere un accordo in occasione della successiva Conferenza dei Presidenti che si è svolta il 4 e 5 aprile 2011 a Bruxelles.

In seguito all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona e in particolare delle disposizioni in materia di politica estera e di difesa comune, tra cui la clausola di mutua assistenza in caso di aggressione armata, il 31 marzo 2010 la Presidenza spagnola dell’Unione dell’Europa occidentale (UEO), a nome dei 10 Stati membri effettivi ha annunciato la decisione collettiva di ritirarsi dal Trattato sulla UEO determinandone così la dissoluzione entro la fine di giugno 2011. Le residue attività dell'UEO cesseranno entro e non oltre il 1° luglio 2011 e con esse anche le attività dell’Assemblea parlamentare dell’UEO[16] che, a seguito del trasferimento delle attività operative all’UE, ha concentrato i suoi lavori sulla politica europea di sicurezza e difesa, esercitando anche un ruolo di controllo nel settore degli armamenti e della ricerca e sviluppo in materia di armamenti.

La Conferenze dei Presidenti del 4 e 5 aprile 2011 non è riuscita a raggiungere un accordo complessivo sull’istituzione di una conferenza interparlamentare per il controllo sulla PESC/PSDC, in particolare per divergenze di vedute su due aspetti della proposta avanzata dalla Presidenza belga:

Il numero dei rappresentanti del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali;

l’istituzione e la composizione di un segretariato della Conferenza.

La Conferenza ha tuttavia raggiunto un accordo su alcuni princìpi:

-     costituzione di una Conferenza interparlamentare per la Politica estera e di sicurezza comune (PESC) e la Politica di sicurezza e difesa comune (PSDC), composta da delegazioni dei Parlamenti nazionali degli Stati membri dell'Unione europea e del Parlamento europeo. Tale Conferenza dovrebbe sostituire le attuali riunioni della COFACC e della CODAC;

-     ogni Parlamento nazionale di uno Stato candidato all'adesione, così come ogni Paese europeo facente parte della NATO, può partecipare in veste di osservatore;

-     la Conferenza si riunisce due volte l'anno nel Paese che esercita la presidenza semestrale del Consiglio o presso il Parlamento europeo a Bruxelles. La decisione spetta alla Presidenza. La Conferenza può tenere riunioni straordinarie in caso di necessità o urgenza;

-     la presidenza delle riunioni è esercitata dal Parlamento nazionale dello Stato membro che ricopre la presidenza semestrale del Consiglio, in stretta cooperazione con il Parlamento europeo;

-     l'Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza è invitato alle riunioni della Conferenza per esporre le linee d’indirizzo e le strategie della politica estera e di difesa comune dell'Unione;

-     la Conferenza può adottare per consenso conclusioni non vincolanti;

-     sulla base dei principi sopra esposti, la Conferenza approva il proprio regolamento interno e le proprie procedure operative.

Nel corso della discussione - oltre a ribadire che la Conferenza non sarebbe un organismo creato ad hoc, ma dovrebbe rispondere al formato ordinario delle riunioni interparlamentari - è stato esplicitamente escluso che della questione si occupi la Conferenza degli organismi specializzati negli affari europei e comunitari dei Parlamenti dell’UE (COSAC).

La Conferenza dei Presidenti di Bruxelles non ha per altro conferito mandato alla successiva Presidenza polacca[17] rispetto alla definizione della questione.

Questioni in sospeso

Composizione delle delegazioni del Parlamento europeo e dei Parlamento nazionali

La Presidenza Belga - prima dello svolgimento della  Conferenza dei Presidenti del 3-5 aprile 2011 - aveva inizialmente proposto che le delegazioni dei Parlamenti nazionali fossero composte da 4 membri per Parlamento e quella del Parlamento europeo da 54 membri.

In seguito alle osservazioni ricevute dai Parlamenti nazionali contrari ad una sovra rappresentazione della delegazione del Parlamento europeo, la Presidenza belga ha presentato un proposta che manteneva a 4 i membri di ciascuna delegazioni dei Parlamenti nazionali e abbassava a 27 i membri della delegazioni del Parlamento europeo.

Nel corso della Conferenza la maggior parte delle delegazioni dei Parlamenti nazionali ribadiva da un lato la necessità di aumentare a 6 i membri delle delegazioni e dall’altro di fissare a 6 anche la composizioni della delegazione del Parlamento europeo.

Hanno espresso parere favorevole ad una maggiore composizione della delegazione del PE solo la Presidenza Belga, il Parlamento italiano ed il Bundestag tedesco (oltre, ovviamente, al PE).

La Presidenza belga, dopo una ultima proposta di compromesso che portava da 4 a 6 i membri delle delegazioni dei PN, ma manteneva a 27 membri la delegazione del PE e  che non raggiungeva il necessario consenso,  ha dovuto quindi constare l’impossibilità di raggiungere un accordo.

 

Istituzione e composizione del segretariato della Conferenza

La proposta della Presidenza belga presentata alla Conferenza dei Presidenti prevedeva che le funzioni di segretariato della Conferenza fossero affidate al segretariato della Conferenza degli organismi specializzati negli affari europei e comunitari (COSAC). Tale proposta incontrava il sostegno di una serie di delegazioni (AT, BG, FI, HU, LT; LUX, PT, UK, DK), mentre altre delegazioni, tra cui l’Italia, hanno sostenuto l’opportunità che il segretariato debba essere svolto da funzionari dei Parlamenti dei Paesi della Troika e dal Parlamento europeo che si occupano di PESC e PESD.

Non avendo definito la composizione della Conferenza sul controllo parlamentare su PESC e PESD, la Presidenza belga ha proposto di rinviare anche la definizione della composizione del segretariato della Conferenza ad uno stadio successivo della discussione.

Recenti sviluppi

Il contributo approvato dalla Conferenza degli organismi specializzati negli affari europei e comunitari (COSAC) che si è svolta a Budapest il 29-31 maggio 2011:

        esprime apprezzamento per le conclusioni adottate dalla Conferenza dei Presidenti del 4 e 5 aprile sul tema del controllo parlamentare sulla PESC/PSDC, che costituiscono un buon punto di partenza per il prosieguo del dibattito ed auspica che una nuova riunione venga convocata nel più breve tempo possibile;

        sottolinea il ruolo cruciale dei Parlamenti nazionali nel controllo sulla PESC/PESD;

        invita l’Alto Rappresentante dell’Unione a cooperare con i Parlamenti nazionali ed ad informarli sugli sviluppi PESC/PSDC.

La COSAC ha anche approvato alcune modifiche tecniche al proprio regolamento. In particolare, è stata richiamata nel regolamento COSAC la previsione già contenuta nell’art. 10 del Protocollo sul ruolo dei Parlamenti nazionali, allegato al Trattato di Lisbona, secondo la quale la COSAC può organizzare conferenze interparlamentari su argomenti specifici, in particolare per discutere su argomenti che rientrano nella politica estera e di sicurezza comune, compresa la politica di sicurezza e di difesa comune.

 

La Commissione affari esteri del Parlamento europeo ha approvato il 21 giugno 2011 una proposta di risoluzione sulla cooperazione parlamentare nel settore della PESC/PSDC, che dovrà essere esaminata dalla Assemblea del Parlamento europeo in occasione della riunione plenaria del 4-7 luglio 2011.

Nella proposta di risoluzione il Parlamento europeo, in particolare:

        esprime rincrescimento per il mancato accordo sul controllo interparlamentare sulla PESC/PSDC in occasione della Conferenza dei Presidenti ed auspica che la Presidenza Polacca di turno dell’UE (1° luglio – 31 dicembre 2011) possa proseguire i negoziati tra Parlamento europeo e Parlamenti nazionali in vista del raggiungimento di un accordo in tal senso;

        ricorda che, ai sensi dell’articolo 9 del Protocollo sul ruolo dei Parlamenti nazionali, allegato al Trattato di Lisbona, il Parlamento europeo ed i Parlamenti nazionali definiscono insieme l’organizzazione e la promozione della cooperazione interparlamentare a livello europeo;

        chiede che la rappresentanza del Parlamento europeo nella nuova sede di cooperazione interparlamentare sul controllo PESC/PESDC rifletta il ruolo del Parlamento europeo nello scrutinio di tali politiche, riconosca la loro natura europea e rispecchi il pluralismo della composizione politica e geografica del Parlamento europeo;

        si offre di sostenere - anche in considerazione di una riduzione dei costi - l’organizzazione degli incontri interparlamentari sul controllo PESC/PSDC con il proprio segretariato e con la messa a disposizione della proprie sedi;

        ricorda che in ogni caso le conclusioni di tali incontri interparlamentari non avranno natura vincolante.

 

 



[1] Adottato dal Consiglio dei ministri polacco il 31 maggio .

[2] Già nel giugno del 2010, a Bruxelles, il Ministro degli esteri polacco aveva posto l’accento sulla politica per la difesa militare e, in particolare, su una forza continentale comune, affermando: “Alcune delle nostre priorità sono ambiziose. Vogliamo dare una vera identità alla difesa europea. Quello che vorremmo non è solo un centro logistico, un centro di comando, ma il dispiegamento di un vero corpo pronto ad andare in battaglia”.

[3] I lavori si concentreranno in particolare sulle attività per gestire meglio la situazione nel Mediterraneo meridionale, nonché sulle possibilità offerte dalle nuove tecnologie interoperabili per migliorare il controllo delle frontiere, in modo economicamente efficace e facilitando, nel contempo, la circolazione dei viaggiatori in buona fede. Sarà sviluppato un approccio "in funzione delle esigenze", in uno spirito di solidarietà, basandosi sugli insegnamenti tratti dallo sviluppo dei sistemi esistenti.

[4]  Si ricorda che la Polonia è il terzo paese dell’Europa dell’Est, dopo Repubblica Ceca  e Ungheria, ad assumere la Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea.

[5] I negoziati con la Turchiaentreranno in una fase decisiva. La Presidenza farà tutto il possibile per imprimere un nuovo slancio ai negoziati, incoraggiare la Turchia a proseguire il processo di riforma, promuovere la conformità ai parametri di negoziato, adempiere i requisiti del quadro di negoziazione, rispettare le obbligazioni contrattuali verso l'UE e i suoi Stati membri e progredire sulle questioni riprese nella dichiarazione del 21 settembre 2005 dell'Unione europea e dei suoi Stati membri. In particolare, l'Unione europea continuerà ad esortare la Turchia ad appoggiare attivamente i negoziati in corso per una soluzione globale del problema di Cipro, conformemente alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'ONU su Cipro e ai principi fondatori dell'Unione.

 

[6] Nel 1952 sono entrate a far parte della NATO la Grecia e la Turchia; nel 1955 la Germania; nel 1982 la Spagna; nel 1999 la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia; nel 2004 la Bulgaria, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Romania, la Slovacchia e la Slovenia. Da ultimo, il 4 aprile 2009, sono entrati a far parte dell’Alleanza anche l’Albania e la Croazia.

[7] Il Comitato politico e di sicurezza (Cps) è l’organo ausiliario dell’AR in materia di politica di sicurezza e difesa. Gli incontri tra Cps e Consiglio Nord Atlantico si tengono a livello di ambasciatori.

[8] Il Prague Capabilities Commitment (Pcc) della Nato e lo European Capability Action Plan (Ecap) dell’UE.

[9] La Nuova agenda transatlantica è stata rilanciata e rafforzata in varie occasioni, tra l’altro con l’adozione dell’Agenda economica positiva da parte del Vertice UE-USA del 2 maggio 2002.

[10] Il programma Visa Waiver (di esenzione dal visto) consente ai cittadini di alcuni paesi, in possesso di passaporto a lettura ottica, di visitare gli Stati Uniti (o transitare verso un terzo paese) senza richiedere un visto di ingresso.

[11] Tra il novembre 2000 e la fine del 2002 la Commissione europea ha fornito assistenza finanziaria in forma di aiuto diretto al bilancio palestinese. Nel 2003 l’Ufficio europeo antifrode (OLAF) ha avviato un’indagine per verificare se tali fondi siano stati utilizzati per finanziare attività illegali o attacchi terroristici. Il 17 marzo 2005, a conclusione dell’indagine, l’OLAF ha reso noto che non vi sono prove del collegamento tra fondi dell’UE e terrorismo.

[12] Il TIM è stato istituito dalla Commissione coerentemente con le indicazioni del Quartetto e le conclusioni del Consiglio europeo di giugno 2006, con l’obiettivo di alleviare la crisi socio-economica nei territori palestinesi, garantire la fornitura dei servizi sociali pubblici essenziali alla popolazione palestinese e facilitare la ripresa dei trasferimenti palestinesi da Israele.

[13] Cfr. Comunicato della Commissione europea, Rapid, IP/06/910 del 3 luglio 2006.

[14] Il programma Tacis è stato istituito nel 1991 per fornire assistenza finanziaria a 13 paesi dell’Europa centrale e dell’Asia centrale sorti dalla disgregazione dell’URSS (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Kazakhistan, Kirgizstan, Moldavia, Russia, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan). Il 29 dicembre 1999 il Consiglio ha adottato il nuovo regolamento Tacis per il periodo 2000-2006.

[15] Nota informativa della Corte dei conti europea concernente la relazione speciale n. 2/2006 sui risultati dei progetti finanziati nel quadro del programma TACIS nella Federazione russa.

[16] L'Assemblea parlamentare dell’UEO è composta da delegazioni dei parlamenti nazionali degli Stati membri i quali, entro sei mesi dalle elezioni, eleggono o designano i loro rappresentanti in modo da riflettere la consistenza dei propri gruppi parlamentari. 39 paesi europei, compresi tutti i 27 membri dell'Unione europea e i membri europei della NATO, hanno il diritto di inviare delegazioni all'Assemblea. Conta attualmente circa 400 componenti e si riunisce due volte l’anno in sessione plenaria. La delegazione italiana è composta da 9 deputati e da 9 senatori.

[17] La Presidenza della Conferenza dei Presidenti è esercitata dalla Presidenza di turno dell’Unione europea del secondo semestre dell’anno di riferimento, che convoca la Conferenza nel primo semestre dell’anno successivo. La prossima Conferenza dei Presidenti si svolgerà a Varsavia dal 15 al 17 aprile 2012.