Camera dei deputati - XV Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Rapporti Internazionali
Titolo: VII Forum Parlamentare Transatlantico. Sintesi dei lavori. Washington D.C., 10-11 dicembre 2007
Serie: Delegazioni presso le Assemblee parlamentari internazionali    Numero: 59
Data: 14/01/2008

 

SENATO DELLA REPUBBLICA

Servizio Affari internazionali

 

CAMERA DEI DEPUTATI

Servizio Rapporti internazionali

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2006

ASSEMBLEA PARLAMENTARE DELLA NATO

 

VII FORUM PARLAMENTARE TRANSATLANTICO

Washington D.C., 10 – 11 dicembre 2007

 

SINTESI DEI LAVORI

 

 

N. 59 – gennaio 2008


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INDICE

 

 

 

 

Sintesi dei lavori

1.      Il punto di vista USA sulle priorità della NATO alla vigilia del Vertice di Bucarest............................................................................................................... Pag.     1

2.      Un nuovo concetto strategico per la NATO.......................................... “         4

3.      Lo "Smart Power": un rapporto del CSIS - Center for strategic and international studies...................................................................................................... “         6

4.      Gestire il rapporto con la Nuova Russia............................................... “         8

5.      La difesa missilistica in Europa............................................................ “         10

6.      La situazione in Medio Oriente............................................................. “         11

 

Allegati

Friis Arne Petersen and Hans Binnendijk, "The Comprehensive Approach Initiative: Future Options for NATO", Defense Horizons, September 2007............ “         15

Richard L. Armitage and Joseph S. Nye Jr., "Stop Getting Mad, America.Get Smart", Washingtonpost.com, December 9, 2007.................................................. “         20

 

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FORUM TRANSATLANTICO

Washington, 10-11 dicembre 2007

 

1. Punto di vista Usa sulle priorità della Nato alla vigilia del vertice di Bucarest.

Sul futuro vertice Nato di Bucarest (aprile 2008), Dan Fata, assistant Secretary of Defence, ha illustrato le prospettive che l'amministrazione americana coltiva in merito ai contenuti e ai risultati del vertice. Per quanto riguarda le operazioni in corso, massimo impegno su Afghanistan e sul Kossovo. Scaduto senza che sia stato raggiunto un accordo il termine per i negoziati sullo status del Kossovo, l'Europa, secondo Fata, rischia di risentire gravemente degli effetti dell'instabilità e delle possibili nuove violenze che potrebbero scatenarsi in quella regione. La missione Nato KFOR, anche dopo l'eventuale dichiarazione di indipendenza del Kossovo, deve perciò avere un mandato per poter mantenere e garantire la stabilità della regione, ma non potrà certo svolgere funzioni di polizia, che dovranno essere assunte dall'Unione europea o dall'Onu. Sulle capacità, occorre che i Capi di stato e di governo garantiscano che gli standard di capacità già fissati nel vertice di Praga siano effettivamente conseguiti dai vari paesi, altrimenti i deficit si tradurranno in difficoltà operative e politiche per l'Alleanza. Sulle politiche di outreach, gli Usa sosterranno un approccio politico e di grande apertura, sia con i futuri partner - Fata auspica che a Bucarest venga formalizzato l'invio all'adesione ad Albania, Croazia e Macedonia ad aderire al membership action plan - sia con i paesi del Partenariato con la pace, in particolare Bosnia, Montenegro e Serbia, per i quali c'è un forte incoraggiamento a proseguire il cammino intrapreso. Per la prima volta, commenta Fata,  una tornata di allargamento Nato o di intensificazione dei partenariati non appare influenzata "negativamente" dal fattore Russia, che aveva caratterizzato invece i due recenti allargamenti (1999: Polonia, Ungheria e Rep. Ceca e, soprattutto 2004: Romania, Bulgaria, Lettonia, Estonia, Lituania, Slovenia e Slovacchia). Grande attenzione anche per Georgia e Ucraina, anche se si tratta di casi differenti, dove molto dipenderà dai futuri sviluppi delle politiche e delle scelte nazionali. Quanto alla Russia, gli Usa mantengono alta l'attenzione su questo paese, che si sta avvantaggiando di una finestra di opportunità per ritornare protagonista e poter riaffermare la propria influenza sulla scena internazionale. Peccato che, secondo Fata, Putin non abbia fatto sì che si trattasse di una influenza positiva; infatti oggi la Russia altro non farebbe - sempre secondo Fata - che usare la rendita di posizione delle risorse energetiche e dell'aumento del prezzo del petrolio per indebolire la solidarietà transatlantica ed europea e dividere gli alleati, per alcuni dei quali la dipendenza energetica arriva all'80% del fabbisogno. Pur concedendo che la politica assertiva della Russia abbia spiegazioni e motivazioni interne assai rilevanti, rimane il fatto - osserva Fata - che si assiste ad un incremento esponenziale della spesa militare russa, in particolare attraverso l'aumento della produzione dell'armamento da combattimento. Grandi incognite pesano peraltro sul futuro della Russia per la prevista riduzione delle riserve energetiche ed il forte calo demografico in atto nel paese. Cosa farà Mosca quando l'attuale finestra di opportunità si sarà chiusa? Gli Usa continueranno a sostenere ed incoraggiare il dialogo con la Russia, considerata sempre partner strategico, ma intendono anche mantenere la solidarietà fra gli alleati. Strettamente connessa al capitolo Russia è la questione della difesa antimissile Usa e delle sue basi in alcuni paesi europei. Sul punto ci sono state infinite discussioni sia bilaterali che nell'ambito del Consiglio Nato Russia. Il governo Usa ha offerto trasparenza e proposte di cooperazione molto avanzate e vantaggiose per i russi; ma la stampa internazionale ha molto distorto, anche per effetto della influenza russa, i fatti e i termini del dibattito. D'altra parte i russi mantengono un doppio "registro" di comunicazione, a seconda del contesto in cui si trovano ad agire e comunicare. In merito all'Iran, l'amministrazione Bush ha accolto con grande sollievo il nuovo rapporto dell'intelligence sul nucleare iraniano; ma occorre ricordare che resta comunque dimostrata la capacità balistica (a prescindere dal tipo di armamento) ormai realizzata e testata dall'Iran; questo basta a ritenere tuttora ampiamente motivata la realizzazione del sistema di difesa antimissile in Europa, importante soprattutto sul piano della deterrenza,  perché crea una rete di sicurezza che può essere sfruttata per far lavorare la diplomazia. A Bucarest dovranno essere adottate decisioni in merito all'integrazione del sistema antimissile Usa con i sistemi esistenti in ambito Nato. Quanto alla missione in Afghanistan, Fata riconosce i progressi fatti dai paesi partner sui caveat, ma restano difficoltà per la generazione delle forze e la rotazione nei comandi delle regioni meridionali. Fata ricorda che su questo specifico punto (l'invio di nuovi contingenti per la missione ISAF) sono i parlamenti a decidere, e a suo avviso sarebbe utile e necessario se la Nato adottasse a Bucarest un documento strategico sulla missione Isaf, in cui venga affermata con chiarezza la necessità di un approccio di tipo  inclusivo e non solo militare come necessario per garantire la sicurezza e la stabilizzazione dell'Afghanistan. Se il popolo afghano non accoglie le forze Isaf a braccia aperte, ciò accade certo a causa di alcuni gravi incidenti (peraltro spesso causati dalla spregiudicatezza degli stessi talebani, che non esitano a mettere a repentaglio la vita di civili inermi per i loro scopi terrotistici), ma soprattutto perché le condizioni di vita degli afghani  non sono ancora migliorate secondo le aspettative maturate. Da questo punto di vista non giova il tasso di corruzione delle amministrazioni centrali e locali afghane  governo di Kabul, ed è preoccupante che salgano i dati della produzione dell'oppio, con cui si finanzia il terrorismo. Secondo Fata, Isaf resta per la Nato un impegno a lungo termine, all'interno del quale va disegnata e concordata per i prossimi 5 anni una finestra di intervento che segni una tempistica precisa di obiettivi da realizzare, definendo i parametri del mandato della ricostruzione nel modo più puntuale. A tale scopo è positivo che la Nato e l'Unione europea abbiano incaricato la medesima persona, Dan Everts, del compito di svolgere la valutazione  del progressivo raggiungimento di tali parametri. Per quanto concerne la missione Nato di addestramento in Iraq,  la formazione in corso va bene e da i suoi frutti; la situazione di sicurezza, ancora grave, è comunque sensibilmente migliorata dopo l'aumento delle truppe Usa e nel 2008 sarà possibile iniziare gradualmente il rititro del contingente Usa, grazie alla progressiva sostituzione di reparti americani con truppe irachene. Sarà comunque la ricostruzione della società politica irachena a fare la differenza.

2. Un nuovo concetto strategico per la Nato

Letteralmente dominata dalla necessità di affermare un quadro strategico per la cooperazione fra Nato e Unione europea la discussione sul nuovo concetto stategico della Nato, alla quale hanno partecipato Jim Towsend, del Comitato Atlantico Usa, e James Dobbins, direttore del centro di politica estera e di sicurezza della Rand.

Per Jim Towsend, il concetto strategico del 2009 dovrà essere un documento più "politico", snello e flessibile ed evolutivo ("non sappiamo cosa ci riserva il futuro"), a differenza del concetto stategico adottato nel 1999, quando fu redatto un documento estremamente ponderoso (96 lunghi paragrafi), che tuttavia nasceva obsoleto poiché faceva stato della collocazione strategica dell'alleanza in quel momento senza fornire gli strumenti per capire dove stava andando la Nato, cosa faceva e perché.  Certo, non sarà un documento a risolvere questi interrogativi, ma nel redigere il nuovo concetto strategico bisognerà pensarlo come rivolto all'esterno, alle pubbliche opinioni e non all'interno dell'Alleanza. Ad apposite direttive ministeriali e linee guida potranno essere meglio rinviati i dettagli di ordine tecnico. La principale questione di sostanza è che il concetto strategico del 1999 non conteneva sostanzialmente alcun riferimento al rapporto Nato Ue in termini strategici. Lo scenario si è progressivamente evoluto e la questione del rapporto Nato Ue è ormai la principale questione irrisolta, che va messa al centro della discussione strategica Nato; Towsend suggerisce di utilizzare il tempo residuo, in vista del vertice del 60° anniversario che si terrà nel 2009, per negoziare un accordo quadro della collaborazione Nato Ue. Riferendosi alle aperture francesi (Sarkozy è pronto a far rientrare la Francia nel Comando integrato Nato, se ci sarà un rafforzamento significativo della Difesa Europea), Towsend - in risposta ad un intervento di una parlamentare francese - ammonisce dall'adottare categorie di pensiero vecchie di almeno quindici anni ("il concetto di pilastro europeo della difesa è statico, ed era buono per gli anni 90"); ora fra Nato e Ue si deve instaurare una relazione evolutiva, andando oltre  gli accordi Berlino plus.

Anche James Dobbins ha affrontato il dibattito sul nuovo concetto strategico della Nato valorizzando il carattere strategico della relazione fra la Nato e l'Unione europea, e muovendo da una priorità assoluta: che occorre cioé migliorare l'integrazione civile e militare  nelle operazioni di stabilizzazione, nelle quali il ruolo delle FFAA è quello di fornire la cornice di sicurezza per ricostituire le economie e le istituzioni degli stati falliti. La gran parte delle missioni americane - gli USA hanno svolto in meno di dieci anni ben sette importanti missioni di questo genere - e le numerosissime missioni a guida Onu non hanno potuto attingere i risultati strategici sperati proprio perché non è stata posta fin dall'inizio la necessaria enfasi sulla rilevanza della componente civile delle missioni stesse. Per questo la pubblica opinione (soprattutto negli Stati Uniti) considera queste missioni come dei "costosissimi insuccessi". La riflessione sulla centralità della componente civile nelle operazioni in seno al Dipartimento della difesa è ormai piuttosto avanzata, al punto che è stato creato un ufficio ad hoc per la stabilizzazione. Ma resta una questione metodologica di fondo: quali sono gli strumenti e gli assetti ideali per ottenere successo nelle missioni internazionali e stabilizzare realmente un paese in crisi? Finora la Nato ha affrontato le missioni "entrando" con le proprie forze nel teatro, ma era il lavoro svolto da altre Organizzazioni (ONU, UE, OSCE) quello che rendeva possibile, nei casi più fortunati (Bosnia, Macedonia) la strategia d'uscita. Il caso dell'Afghanistan è un caso molto complesso e particolare: infatti al principio le operazioni non furono nemmeno condotte dalla Nato, ma unilateralmente dagli Usa sostenuti da una coalizione di volenterosi e l'Amministrazione era culturalmente lontana dalla sensibilità tipica delle operazioni di ricostruzione. Gli sforzi in tal senso, perciò, furono avviati senza che vi fosse una cornice istituzionale ben precisa, in modo frammentato e poco coordinato; gli sforzi settoriali (ad esempio la lotta al narcotraffico, affidata al regno Unito, o la ricostruzione del sistema giudiziario, affidata all'Italia) hanno dato risultati molto modesti perché "lottizzati" a paesi senza vera leadership. Il futuro concetto chiave dovrà essere: superare l'approccio ad hoc nei processi di stabilizzazione ed elaborare modelli di coordinamento istituzionalmente efficaci e procedure standard. Da questo punto di vista due sono le opzioni: o la Nato si coordinerà con l'Unione europea (o con l'Onu) per la pianificazione e lo svolgimento delle attività civili, o alla fine dovrà dotarsi di autonome capacità non militari. Perciò, ribadisce Towsend, il rapporto Nato / Ue rimane una componente esseziale del  successo dell'Alleanza. A questo proposito gli americani sono a favore di un'Europa dotata di maggiori capacità militari, hanno superato il tabù della difesa europea e guardano con interesse alle nuove posizioni di Sarkozy; la Francia - sempre secondo Towsend - dovrà fare un negoziato difficile non con gli Stati Uniti, bensì con il Regno Unito, che negli anni passati aveva disseminato non pochi dubbi sui rischi di un rafforzamento della difesa europea e aveva trainato gli Usa in una posizione di sospetto e di scetticismo. Gli Usa accoglieranno con favore lo sblocco del Trattato sull'Unione e apprezzano il rafforzamento dell'autorità di Solana, convinti della necessità di un più forte dialogo fra la Nato e l'Unione europea. Distogliere l'Europa dalle proprie ambizioni in materia di difesa europea non avrebbe davvero alcun senso. 

 

3. Lo "Smart Power": un rapporto del CSIS - Center for strategic and international studies

Carola Mc Giffert ha illustrato un rapporto  pubblicato da una commissione bipartisan costituita in seno al CSIS per analizzare le ragioni della perdita di immagine e di credibilità degli Usa negli ultimi sei anni e per elaborare una agenda per la futura Amministrazione. Della commissione hanno fatto parte personalità di primo piano della vita pubblica e dei think tank Usa di ispirazione sia repubblicana che democratica. L'essenza del messaggio che scaturisce dal rapporto è che gli Usa devono bilanciare con accuratezza hard e soft power e riposizionarsi sulla scena internazionale facendo leva sullo "Smart Power", un mix bilanciato di strumenti politici, economici, diplomatici e militari, per riprendere ad esercitare a livello globale una influenza positiva basata sui tradizionali valori americani di speranza e ottimismo, tolleranza e opportunità, valori che non hanno guidato l'azione di Washington nella reazione ai fatti dell'11 settembre, spiega la Mc Giffert. La relatrice ha anche citato un recente intervento del Segretario della Difesa Gates, secondo il quale "la natura dei conflitti ci ha richiesto di sviluppare capacità e istituzioni chiave - molte delle quali non-militari" . Finora, spiega la Giffert, a causa del suo "isolamento" internazionale la superpotenza militare Usa non si è tradotta in influenza politica. In questa stessa direzione hanno condotto le modalità e la filosofia stessa della "guerra" intrapresa al terrorismo internazionale, a cui si aggiungono l'incompetenza tecnica (vedi le conseguenze dell'uragano Kathrina) e la perdita di fiducia degli alleati europei, il raffreddamento dei rapporti con la Russia, il distacco con l'America Latina.  Tutto ciò ha determinato un vistoso calo di immagine e una perdita di credibilità complessiva degli Usa ("non si può permettere che Abu Grahib e  Guantanamo diventino i simboli della potenza Usa"). Per spiegare il lavoro svolto,  Richard L. Armitage (deputy Secretary of State dal 2001 al 2005) e Josef S. Nye, già assistant Secretary of Defense e docente di scienza della politica ad Harvard), co-presidenti della commissione bipartisan, il 9 dicembre scorso hanno pubblicato un articolo che sintetizza le conclusioni del rapporto, individuando cinque aree prioritarie sulle quali concentrare gli sforzi futuri. Secondo l'articolo gli Usa, chiunque vinca le prossime elezioni presidenziali,  dovrebbero:

-          rafforzare le alleanze, i partenariati e le istituzioni così che l'America possa affrontare le più varie emergenze senza dover costruire ogni volta da zero il consenso per le azioni necessarie in risposta alle diverse sfide;

-          creare un'istanza per lo sviluppo globale a livello ministeriale, per aiutare Washington a dar vita a un programma di aiuti più coerente e integrato, che allinei l'interesse americano con le aspirazioni delle popolazioni di tutto il mondo, a partire dai programmi di assistenza sanitaria;

-          reinvestire nella public diplomacy dentro e fuori l'amministrazione, e dar vita a istituzioni non-profit per ricostruire i legami fra i popoli (ad esempio raddoppiando le dotazioni del programma Fulbright);

-          rafforzare l'impegno nell'economia globale negoziando un "nucleo di libero scambio" dei paesi del WTO desiderosi di passare direttamente al libero scambio su basi globali, ed espandere i benefici del libero scambio a coloro che ne sono rimasti esclusi sia in patria che all'estero;

-          guidare le sfide del cambiamento climatico e dell'insicurezza energetica investendo di più in tecnologia e innovazione.

 

4. Gestire il rapporto con la Nuova Russia.

La discussione ha coinciso con l'investitura da parte di Putin del suo successore alla presidenza russa, Dimitri Medvedev. L'indicazione è stata accolta positivamente  a Washington, in primo luogo perché scioglie definitivamente i dubbi sull'eventualità di un terzo mandato presidenziale di Putin in violazione delle regole costituzionali, ma soprattutto per il background dell'erede. Medvedev è un liberale, un giurista e non è un uomo degli apparati di sicurezza. L'ambasciatore Thomas Graham, Senior Director del Kissinger McLarty Associates, è convinto che Medvedev garantirà continuità all'azione di Putin, sia dal punto di vista della politica interna che nel campo socioeconomico. Presidente di Gazprom, egli è stato, a fianco di Putin, un campione dela ricostruzione dell'economia statale russa. Quanto alla politica estera, gode di una buona reputazione in Occidente e quindi "ci si può lavorare", ha sostenuto Graham, che non prevede sotto di lui cambiamenti radicali. Dunque se la transizione è all'insegna della continuità, allora la distanza esistente la le élites politiche e le masse in Russia si manterrà qual è oggi e qual è sempre stata: notevole, e questo tenderà a pesare ancora sulla capacità della dirigenza russa di interpretare i fenomeni sociali e politici: ad esempio i russi non hanno capito il vero significato della rivoluzione arancione e i reali fermenti della società civile in Ucraina, e l'hanno interpretata letta riduttivamente come un fatto eterodiretto dall'Occidente. Sulle ragioni della nomina di Medvedev si sa ancora poco: quale che sia stata l'influenza delle recenti elezioni della Duma, secondo Graham, Putin non le ha stravinte, nonostante un 60% di voti che, in Occidente, peserebbe quasi come un plebiscito. Ma non è così per il costume politico russo e anche le percentuali di affluenza al voto non sono state elevatissime. Forse Medvedev non era la prima scelta di Putin, e difficoltà potrebbero essere venute da una lotta all'interno dei servizi. Ora il principale interrogativo è in che modo Putin cercherà di mantenere la propria influenza sulla politica russa: l'assetto di poteri Putin/Medvedev si potrebbe risolvere in una leale collaborazione, oppure Putin potrebbe cercare di governare da solo. Ma la "coabitazione", ammonisce Graham,  potrebbe risultare destabilizzante per un sistema come quello russo (basta ricordare i difficili tempi di Gorbaciov e  Eltsin). Comunque bisogna rimanere ingaggiati in un convinto sforzo di dialogo politico con la Russia; Washington e Mosca, sulla scena globale,  hanno in realtà più interessi convergenti che motivi di reciproca preoccupazione.

Andrew c. Kuchins, Director e Senior Fellow del CSIS, è intervenuto principalmente sulla politica estera e sulla politica energetica russa. Anche Kuchins è ottimista per la nomina di Medvedev: sarebbe stato assai grave per il sistema politico russo se Putin avesse "forzato" una modifica costituzionale per un terzo mandato. Mai nella storia russa un leader ha lasciato il Kremlino mantenendo una influenza politica attiva; si aprono prospettive inedite, verso forme anche più pluralistiche di partecipazione. Sul piano economico, Kuchins ha citato il discorso del Millennio a suo tempo pronunciato dal giovane Putin: la Russia deve tornare ad essere sovrana. Il concetto di sovranità ha permeato l'azione dei due mandati di Putin, tanto in politica interna (rapidissimo e prodigioso risanamento dei conti pubblici e azzeramento del debito estero, attraverso le rinazionalizzazioni e il dividendo del boom dei prezzi del petrolio e del gas), che in una politica estera sempre più assertiva. Una volta recuperata la dignità e l'autorevolezza dello stato, la Russia vuole riprendere un ruolo da protagonista sulla scena internazionale, tende a disconoscere molta parte delle decisioni di politica estera adottate durante il periodo di Gorbaciov e Eltsin, quando, per il collasso del regime sovietico,  il paese non poteva esercitare effettivamente la sua sovranità. La psicologia di questa posizione è ben interpretata dalle parole dell'onorevole Fomenko, membro della Delegazione parlamentare della Duma presso l'Assemblea Nato, il quale intervenendo sul punto ha dichiarato che allora "sconfitta non fu la Russia, ma il comunismo". La dottrina politica sviluppatasi sotto Putin considera quelle decisioni internazionali illegittime perché non libere e sovrane; in quanto tali esse possono oggi venir disattese o denunciate da una Russia finalmente di nuovo sovrana. Considerato questo scenario, molto si potrà fare soprattutto attraverso la cooperazione economica, facendo leva sulle ambizioni russe. Mosca vuole diventare nei prossimi anni uno dei primi cinque centri finanziari al mondo ed incidere sull'architettura dell'economia globale, che finora ha visto principalmente Cina e India avvantaggiarsi dei cambiamenti in atto. Il PIL di Cina e India è già più alto di quello dell'economia americana; gli Usa devono perciò guardarsi dall'isolare  Mosca, ma lavorare a fianco ad essa, tenendo presente che la Russia ha bisogno di interventi esteri e di diversificare la sua economia e che i suoi problemi vengono da oriente e non certo dalla comunità transatlantica. Purtroppo il dossier Russia, negli Usa, è condizionato dal risorgere di pregiudizi e sentimenti del passato, e se da un lato i repubblicani non vogliono fare concessioni, dall'altro  anche i democratici sono poco disponibili ad affrontare questa nuova sfida con la necessaria apertura.

 

5. La difesa missilistica in Europa

Alla sessione hanno preso parte il  generale Henry A. Obering III, Direttore della Agenzia Difesa Missilistica, e  Elaine Blunn, Senior Research fellow e Direttore dell'Institute for National Strategic Studies. Entrambi hanno sostenuto il valore deterrente e stabilizzante della capacità di difesa antimissile che gli Stati Uniti stanno approntando in Europa. Obering, in particolare, ha posto in evidenza la progressione nelle capacità balistiche degli iraniani, che tiene il passo dell'omologo programma coreano. Perché l'Iran starebbe sviluppando capacità di lunga gittata, che superano di gran lunga le "esigenze" e la dimensione dei conflitti regionali? Secondo Elaine Bunn la difesa missilistica deve essere considerata in modo pragmatico e non ideologico; in tal modo si comprende che essa è uno degli strumenti utili, insieme ad altre leve, per gestire la deterrenza nel nuovo scenario geopolitico. Difesa antimissile e sforzi diplomatici non sono alternativi ma complementari e del resto la stessa Nato si sta dotando del sistema ALTBMD, che è un sistema di difesa balistica di teatro. Perciò la Bunn suggerisce per l'Alleanza  un approccio che preveda: a) la prosecuzione del programma ALTBMD; b) la valutazione delle implicazioni politico militari per la Nato dell'integrazione con la difesa missilistica Usa; c) infine la continuazione della cooperazione missilistica con la Russia. La relatrice si dice infatti convinta che la disapprovazione russa si spieghi in realtà con il fatto che Mosca non si sia ancora abituata ad accettare la presenza Nato in uno spazio che era prima assoggettato alla sua influenza politica esclusiva. La sessione ha fatto registrare la reazione vivace di alcuni parlamentari (Francia, Germania; Regno Unito) i cui rilievi sono stati: i rischi tecnologici connessi all'installazione e all'operatività del sistema antimissile; come rassicurare Mosca sulle intenzioni  non anti russe del sistena; i costi del sistema e come dividerli; perché l'Iran dovrebbe avere un interesse strategico a colpire l'Europa; il dibattito sulla MD non aveva carattere di priorità strtegica nella Nato; la divergenza di percezione sulla natura della minaccia iraniana fra Europa e Usa e il rischio che la Russia finisca per vincere politicamente il dibattito sulla difesa antimissile; il rischio di demonizzare in blocco l'Iran, che è invece paese di grande cultura e complessità politica. A queste obiezioni Obering ha  risposto ribadendo il valore deterrente della difesa antimissile e, comunque, come sia sempre preferibile avere la capacità di sparare ad un missile nel corso della sua traiettoria offensiva piuttosto che reagire successivamente ad un attacco che può causare tante vittime innocenti, soprattutto se portato da un attore non statuale. Ad una domanda dell'onorevole Spini, Italia, circa il rischio di alterare gli equilibri della dissuasione nei confronti della Russia, Obering ha riposto che quando gli Usa si ritirarono dal trattato ABM Mosca non fece alcun problema, segno che le vivaci reazioni odierne hanno più a che fare con la geopolitica che con gli equilibri strategici delle forze. "Non dobbiamo preoccuparci di una corsa agli armamenti fra Russia e Usa, ma delle conseguenze di quella innescata dall'Iran nella regione mediorientale", ha concluso Obering.

 

6. La situazione in Medio Oriente

Aaron David Miller, del Woodrow Wilson Center, e Bruce Reidel, della Brookings Institution, hanno svolto due presentazioni sulla politica Usa nel conflitto arabo israeliano e sulle sfide strategiche rappresentate da Iran e Iraq. Aaron Miller attribuisce il merito di Annapolis alla determinazione di Condoleeza Rice, che ha fatto sì che finalmente l'amministrazione, dopo sette anni, si occupasse attivamente del processo di pace. La prossima amministrazione dovrà affrontare tre ordini di problemi: a) il divario fra Israele e autorità palestinese è ancora enorme, né corrisponde al vero la "leggenda" secondo cui in passato le due parti fossero state a un passo dall'accordo; b) occorrerà includere nei negoziati la Siria, per le alture del Golan; c) il parlamento e il governo dell'Autorità palestinese non controllano tutto il paese e finchè il potere palestinese sarà diviso in due  non sarà possibile implementare alcun accordo di pace. Quanto a Israele, la sua agenda di politica estera è storicamente condizionata da una elevatissima instabilità ministeriale interna (dal 1948, ben 31 governi si sono succeduti, con una durata media di un solo anno e mezzo); ed ora non c'è nel paese un consenso e una leadership così autorevole da volersi assumere i rischi politici dell'accordo di pace. Cosa ci si deve aspettare dopo Annapolis, da qui al principio del 2009 quando si sarà insediata la nuova amministrazione? Se tutto va bene, conclude Miller, non un piano di pace dettagliato, ma al massimo un accordo quadro che verta sulle quattro principali questioni: confini, sicurezza, Gerusalemme e profughi. Ma ciò che va cambiato, conclude Miller, è la realtà sul terreno: se le condizioni di vita dei palestinesi miglioreranno, se il processo negoziale produrrà subito tangibili miglioramenti, allora  la nuova amministrazione erediterà un processo ben avviato, sul quale costruire il futuro accordo di pace.

Bruce Riedel si è soffermato sulla crescente influenza dell'Iran nell'area del Golfo; ne è prova il fatto che, nei giorni di Annapolis, Ahmadinejad sia stato invitato a parlare al Consiglio di cooperazione del Golfo che, pur non amando il personaggio,  ne ha così riconosciuto l'influenza e il potere.  L'influenza iraniana cresce anche in Libano e Palestina, attraverso Hezbollah e Hamas. Quanto alla riconsiderazione del programma nucleare iraniano, ben 16 agenzie statunitensi concordano ora nel ritenere che il programma si sia arrestato nel 2003, anche se vanno avanti altre attività come la produzione di materiale fissile e i sistemi di lancio. Una tale valutazione - che contrasta con la testimonianza resa al Congresso dalle autorità di intelligence nello scorso gennaio - non è il frutto, secondo Riedel,  di un complotto liberal dentro il mondo dei servizi americani; essa si spiega invece con la condotta di un Iran che agisce "razionalmente", soppesando vantaggi e costi delle sue intraprese e adattando nel tempo le sue strategie. Comunque la valutazione sul nucleare iraniano mette da una parte l'ipotesi dell'attacco preventivo contro Teheran e offre del tempo a disposizione dei negoziatori. L'occidente ha bisogno di una strategia complessa di contenimento delle ambizioni iraniane, basata sul dialogo a tutto campo; gli Stati Uniti devono avanzare un'offerta di dialogo, in pubblico o in segreto, in qualunque forma che sia accettabile per l'Iran. Insieme agli alleati, gli Stati Uniti devono elaborare una nuova architettura di sicurezza per il Golfo, e al tempo stesso rassicurare Israele, che sentendosi  abbandonata da Washington, potrebbe esporsi al rischio di attaccare Teheran. In un quadro certamente complesso e poco rassicurante, consola il fatto che i successi colti dall'Iran non siano dipesi dalla saggezza di quel regime ma dagli errori americani. Perciò occorrerà sfruttare i punti deboli del rapporto non buono fra l'Iran e i suoi vicini. 

Sul fronte iracheno, spiega infine Riedel, giungono finalmente le prime buone notizie: dopo l'aumento delle forze Usa si sono ridotte le violenze e gli attacchi sono passati dal numero di 5.000 al mese a 3.000 al mese. La tendenza al miglioramento si spiega non solo con l'aumentata disponibilità di truppe, ma soprattutto con il mutato atteggiamento sunnita rispetto al governo iracheno. In una prima fase, infatti, Al Quaeda  faceva facilmente proseliti negli strati più bassi della società sunnita, marginalizzata dai nuovi assetti di potere. Ma questo fenomeno sta cessando, anche se la riconciliazione politica è in stallo e il governo non sta andando avanti; sembra - anche sulla scorta di alcuni sondaggi - che la pubblica opinione sia contraria alla permanenza delle truppe della coalizione e che la presenza militare Usa sia considerata un ostacolo (o il pretesto) per la mancata riconciliazione nazionale.

 

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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