Camera dei deputati - XV Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Studi - Dipartimento bilancio
Titolo: Rilancio economico e sociale, contenimento e razionalizzazione della spesa pubblica, interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale - D.L. 223/2006 - A.S. 741 - Parte terza - Esame in Assemblea
Riferimenti:
AC n. 1475/XV   DL n. 223 del 04-LUG-06
Serie: Progetti di legge    Numero: 28    Progressivo: 1
Data: 26/07/2006
Descrittori:
CONCORRENZA   EVASIONI FISCALI
PIANI DI SVILUPPO   SPESA PUBBLICA
Organi della Camera: V-Bilancio, Tesoro e programmazione
VI-Finanze
Altri riferimenti:
AS n. 741/XV     


Camera dei deputati

XV LEGISLATURA

 

 

 

 

SERVIZIO STUDI

Progetti di legge

 

 

 

 

Rilancio economico e sociale, conteni­mento e razionalizzazione della spesa pubblica, interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale

D.L. 223/2006 - A.S. 741

Esame in Assemblea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

n. 28/1

Parte III

 

26 luglio 2006


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dipartimento Bilancio e politica economica

 

SIWEB

 

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File: D06223c.doc


I N D I C E

 

Esame in Assemblea

§      Seduta del 18 luglio 2006. 3

§      Seduta del 24 luglio 2006. 23

§      Seduta del 25 luglio 2006. 113


 


Esame in Assemblea


SENATO DELLA REPUBBLICA

¾¾¾¾¾¾¾¾¾ XV LEGISLATURA ¾¾¾¾¾¾¾¾¾

 

19a SEDUTA

PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO

MARTEDÌ 18 LUGLIO 2006

 

Presidenza del vice presidente CAPRILI,
indi del vice presidente CALDEROLI

 

 

 

Deliberazione sul parere espresso dalla 1a Commissione permanente, ai sensi dell'articolo 78, comma 3, del Regolamento, in ordine al disegno di legge:

 

(741) Conversione in legge del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, recante disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale (ore 17,28)

 

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la deliberazione sul parere espresso dalla 1a Commissione permanente, ai sensi dell'articolo 78, comma 3, del Regolamento, in ordine alla sussistenza dei presupposti di necessità e di urgenza richiesti dall'articolo 77, secondo comma, della Costituzione, nonché dei requisiti stabiliti dalla legislazione vigente, per il disegno di legge: «Conversione in legge del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, recante disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale».

Nel corso della seduta del 13 luglio scorso la 1a Commissione ha espresso un parere favorevole sulla sussistenza dei predetti presupposti e requisiti. Successivamente, da parte del prescritto numero di senatori, è stato richiesto, sul parere in questione, il voto dell'Assemblea.

Domando all'estensore del parere, senatore Villone, se intende intervenire.

 

VILLONE, estensore del parere. Signor Presidente, intervengo brevemente per illustrare la decisione della Commissione affari costituzionali di esprimersi positivamente sulla sussistenza dei presupposti essendo questa, appunto, la determinazione che i colleghi dell'opposizione hanno inteso riportare all'attenzione dell'Aula per una nuova valutazione.

Come testé riferito, la Commissione ha votato la sussistenza dei presupposti avendo notato, anzitutto, che il decreto in oggetto non è un qualunque decreto‑legge, un qualunque «decreto omnibus» (espressione, questa, che in gergo si usa per definire un decreto che mette insieme un po' di questioni urgenti da affrontare con la decretazione governativa), ma è un primo atto di Governo pienamente significativo di un indirizzo politico, un vero e proprio obiettivo dell'azione di Governo che viene tradotto in una serie molto articolata e composita di norme, che toccano vari settori e materie molteplici. Questo connotato che il decreto assume... (Brusìo).

 

PRESIDENTE. Invito i colleghi che sono dietro il relatore ad usare la cortesia a noi e al relatore di non parlare.

 

VILLONE, estensore del parere. Questo connotato che il decreto assume va tenuto nel debito rilievo, perché è anzitutto questo il senso della necessità e dell'urgenza: un Governo che definisce un indirizzo, lo traduce in strumenti normativi e conferisce a questi ultimi il connotato della decretazione d'urgenza per la tempestività e la rapidità dell'attuazione e del prodursi degli effetti.

Da questo punto di vista, proprio questo decreto è esemplare di quello che, già in altre occasioni, mi sono trovato in quest'Aula a definire come l'elemento essenziale della decretazione d'urgenza in una concezione moderna, e, cioè, quello di avere un'urgenza che si collega all'esplicitazione, nella chiave delle regole, di un indirizzo politico; una necessità e urgenza che si legano strettamente e in chiave di strumentalità necessaria all'esplicitazione dell'azione di Governo.

Ciò è evidente dal decreto-legge in sé, per la sua natura e per le sue finalità. Tanto è vero che su di esso si è subito sviluppato, una volta compresa l'importanza, un confronto ad ampio spettro, sui temi del rilancio dello sviluppo e della competitività del sistema-Paese, e sulla modernizzazione di segmenti affetti da incrostazioni corporative e clientelari. Se ne può parlare in vario modo, si può essere o no d'accordo, ma il senso di un complesso di regole che sono unitariamente tese a raggiungere un obiettivo primario dell'azione di Governo mi sembra indiscutibile. Ciò essenzialmente ne giustifica la caratterizzazione nella chiave della necessità e dell'urgenza.

Come mi è capitato di dire in Commissione, è evidente che se si analizzassero singole parti di questo decreto-legge avulse dal complesso unitario dello stesso decreto, se ne potrebbe anche mettere in discussione la necessità e l'urgenza. Ma è proprio lì l'errore. Il decreto-legge al nostro esame va considerato in modo unitario. È chiaro che valutando la norma sui panificatori ci si potrebbe domandare cosa mai ci sia di necessario ed urgente. Ma se si guarda a tale norma come elemento di un complesso di regole innovative che tendono nell'obiettivo finale ad una modernizzazione del sistema-Paese, allora quella norma trova la sua ragione d'essere.

Capisco, e la questione è stata posta in Commissione, che a termini di Regolamento è possibile che la Commissione o l'Aula procedano a negare o riconoscere la necessità e l'urgenza per singole parti. È evidente che tale possibilità tecnicamente esiste in quanto stabilita dal Regolamento e dunque anche in questo caso si potrebbe teoricamente andare ad una valutazione per parti separate. Ritengo però che nel caso di questo specifico decreto-legge sarebbe un errore, perché proprio la sua connotazione di iniziativa volta alla competitività ed al rinnovamento di sistema regge una valutazione complessiva, per la quale il connotato della necessità e dell'urgenza sussiste nell'intero e nel suo complesso.

A ciò si può poi aggiungere che per singole parti ovviamente la necessità e l'urgenza si giustificano anche per altra via. Penso, ad esempio, alle parti relative agli interventi sul sistema fiscale, contro l'evasione. All'argomento di sistema se ne possono sicuramente aggiungere altri relativi anche alla specificità della singola regola.

Ovviamente, nel dire ciò, è chiaro che non si preclude poi una valutazione che su singole norme, su singole disposizioni, possa vedere un dissenso quanto al merito. Un intervento si può ritenere inopportuno; si può ritenere poi che vi siano profili di dubbia costituzionalità, una valutazione assolutamente legittima, ma vorrei che fosse chiaro ai colleghi presenti in Aula che una valutazione del genere non è oggetto del voto di oggi, un voto esclusivamente teso a valutare la sussistenza dei presupposti di necessità ed urgenza del decreto-legge. Non investe il merito, che sarà oggetto dei lavori della Commissione competente, né la costituzionalità, che tra l'altro è ancora oggetto della valutazione della stessa Commissione affari costituzionali.

Non credo che i colleghi dell'opposizione non comprendano il senso della necessità e dell'urgenza di questo particolare decreto. Ma vedono legittimamente, come è ovvio, in questo voto in più che l'Assemblea è chiamata ad esprimere un'occasione per far valere il dissenso politico rispetto alle scelte del Governo. Un comportamento - questo - legittimo e conforme al Regolamento, ma che non condivido e che trovo politicamente ingiustificato.

Per questo motivo credo sia giusta la scelta della Commissione affari costituzionali, e che sia corretto oggi chiedere all'Assemblea la conferma di quella decisione con l'espressione del voto positivo sulla sussistenza dei presupposti di necessità ed urgenza di questo decreto.

 

PRESIDENTE. Ricordo che potrà ora prendere la parola non più di un rappresentante per Gruppo e per non più di dieci minuti ciascuno. Al Gruppo Misto è attribuito un tempo complessivo di quindici minuti.

 

BARBATO (Misto-Pop-Udeur). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

BARBATO (Misto-Pop-Udeur). Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo chiamati oggi ad esprimerci sulla sussistenza dei presupposti di necessità ed urgenza del decreto-legge n. 223.

A nome dei Popolari-Udeur, intendo esprimere il nostro favore, che è conseguenza ponderata dell'obbligo indifferibile di osservare i dettami dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato e dell'Unione Europea. Il nostro voto ha il fine, tra l'altro, di evitare eventuali ammonimenti o aperture di procedure di infrazione a carico del nostro Paese.

Pur ritenendo la logica della libera concorrenza congeniale alla situazione contingente per spingere il mercato a livelli maggiormente competitivi, per assicurare innovazione, crescita e piazze più ampie nonché favorire l'economia e l'occupazione italiana su scala internazionale, ci assicureremo però, a mezzo di emendamenti di natura integrativa e non ostruzionistica, che l'urgenza peraltro comprovata non sia a discapito della completezza del provvedimento da convertire.

Per queste ragioni, uniformandoci a quanto già deliberato in sede referente, a nome del Gruppo Popolari-Udeur esprimo voto favorevole sui presupposti di necessità ed urgenza del provvedimento in titolo.

 

RUBINATO (Aut). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

RUBINATO (Aut). Signor Presidente, ribadisco innanzitutto che il nostro Gruppo darà parere favorevole alla sussistenza dei presupposti di costituzionalità, sia sotto un profilo generale che attiene all'obiettivo generale che il provvedimento si prefigge, sia in relazione alle disposizioni dei tre grandi settori in cui questo va ad incidere.

Innanzitutto, il decreto‑legge è complessivamente finalizzato al conseguimento di un obiettivo fondamentale, dell'obiettivo principale del programma di Governo, cioè di una maggiore competitività del Paese. In considerazione di questo, non sarebbe corretta, secondo il nostro punto di vista, una valutazione dei requisiti di necessità e di urgenza per ciascuna singola disposizione isolatamente considerata. Si deve guardare piuttosto alla necessità e all'urgenza di assicurare il perseguimento del fine unitario cui il decreto è preordinato, ossia di realizzare l'indirizzo politico del Governo.

Ci conforta in questo la stessa Corte costituzionale che in alcune pronunce ha dichiarato come la sussistenza dei requisiti di necessità e di urgenza, di cui all'articolo 77 della Costituzione, possa essere valutata non solo alla stregua della specifica straordinarietà della situazione, ma anche con riferimento all'importanza politica del provvedimento. Proprio la sua importanza politica non è stata sottovalutata neppure dalla stessa opinione pubblica che, nella stragrande maggioranza, ha accolto con grande favore questo provvedimento.

La straordinaria necessità ed urgenza sussiste anche con riferimento ai gruppi di disposizione di cui si compone questo provvedimento, che non è una manovrina, ma una vera e propria manovra.

Vi è innanzitutto la straordinaria necessità ed urgenza di rafforzare la libera scelta dei consumatori e di rendere più concorrenziali gli assetti di mercato, favorendo anche il rilancio dell'economia e dell'occupazione. In questo siamo confortati dall'autorevolissimo parere rilasciato all'Autorità garante della concorrenza e del mercato, la quale ha sottolineato come le misure del decreto Bersani, dall'articolo 1 all'articolo 13, siano volte ad eliminare alcuni dei più gravosi ostacoli al corretto funzionamento del mercato, espressione della protezione che vari interessi parziali sono riusciti, nel corso del tempo, ad ottenere con grave danno per l'interesse generale ad un efficiente funzionamento del sistema economico.

L'Autorità da tempo aveva auspicato, nella sua attività di segnalazione, la necessità di liberare il funzionamento del nostro sistema produttivo da tutti quei lacci che non appaiono giù sostenibili.

Su questo punto vi è anche un unanime consenso da parte di tutti gli osservatori internazionali riguardo al fatto che uno dei mali che tipicamente affligge da lungo tempo il nostro sistema economico, specialmente se messo in rapporto con gli altri Paesi più industrializzati, è proprio quello di una regolazione eccessivamente ed ingiustificatamente restrittiva. Questo è stato sottolineato dall'OCSE in uno studio del 2001; di recente è stato anche evidenziato dal Fondo monetario internazionale nel marzo del 2006.

La terapia proposta anche dagli organismi internazionali è stata proprio quella di indicare nella promozione della concorrenza, anche attraverso lo smantellamento delle rendite di posizione dei vari gruppi, la possibilità di far ripartire, di liberare le energie del nostro sistema produttivo per rispondere adeguatamente alle sfide che sono ormai alle porte, che ci incalzano e che provengono dalla globalizzazione dell'economia, che non è un'ideologia ma un fatto, una realtà che si impone da sé.

Dunque, l'inefficienza del sistema economico nel suo complesso, che non è più in grado di produrre risorse adeguate, rischia di minare direttamente anche la sostenibilità stessa di quelle garanzie sociali che pure sono alla base del nostro patto costituzionale, ma che non possono più essere finanziate con l'aumento del debito pubblico, giunto ormai a livelli esorbitanti. Di qui la sussistenza dell'urgenza della riforma della regolazione in senso pro-concorrenziale, che peraltro non si è tradotta in una deregulation selvaggia, ma nell'eliminazione di quelle regole la cui unica giustificazione è oggi la garanzia del reddito di alcune categorie. Questo per quanto riguarda la parte relativa alle liberalizzazioni.

Sussistono i presupposti della straordinaria necessità ed urgenza anche per quanto riguarda gli interventi intesi a razionalizzare e a contenere i livelli di spesa pubblica, nonché in tema di entrate e di contrasto all'evasione e all'elusione fiscale.

Da questo punto di vista, sappiamo che nel luglio 2005 il Consiglio ECOFIN ha deciso di avviare nei confronti dell'Italia una procedura per disavanzo eccessivo. Nell'ambito di questa procedura, il Consiglio ha raccomandato all'Italia di attuare con rigore il bilancio 2005, al fine di arrivare ad un deficit nel 2005 pari, al massimo, al 4,3 per cento del PIL; di adottare le misure necessarie per riportare il deficit al di sotto del 3 per cento in modo durevole entro il 2007; di assicurare che il rapporto debito-PIL si riduca ad un ritmo soddisfacente, conseguendo un avanzo primario di livello adeguato e prestando particolare attenzione anche ai fattori diversi dal disavanzo netto, come le operazioni registrate sotto la linea, vale a dire quelle operazioni che non incidono sull'indebitamento netto ma soltanto sul debito.

Ebbene, noi sappiamo, anche dai risultati ottenuti dalla commissione che ha effettuato la ricognizione sulla situazione dei conti pubblici nel 2006, che l'aggiornamento dell'andamento tendenziale del saldo di finanza pubblica ha comportato una revisione al rialzo del rapporto deficit-PIL al 4,1 per cento e al contempo ha evidenziato ulteriori fattori di criticità connessi sia al grado di efficacia sia a quello di attuazione della manovra per il 2006.

L'impatto negativo era stimato ad un livello massimo pari allo 0,3 per cento del PIL come effetto netto di maggiori spese per 5,8 miliardi e maggiori entrate per ulteriori 2,5 miliardi di euro. Al fine di assicurare un'evoluzione dei conti pubblici del 2006 coerente con il percorso di rientro del deficit che ci viene imposto in sede europea, la strategia del Governo è stata impostata, sul piano normativo, con l'adozione, appunto con decretazione d'urgenza, di questo provvedimento che attua anche una correzione strutturale del deficit orientato al rilancio dell'economia.

L'entità della correzione per l'anno in corso è stata definita tenendo presente i primi risultati sull'autotassazione di giugno che evidenziano un gettito superiore alle attese. L'aggiustamento netto per il 2006 non è di grande entità e tuttavia darà i suoi pieni effetti strutturali, a partire dal 2007, nella misura dello 0,5 per cento l'anno; da questo punto di vista, anche per quanto riguarda le misure di contenimento della spesa pubblica, riteniamo vi siano i presupposti di necessità ed urgenza.

Infine, vi sono i presupposti della straordinaria necessità ed urgenza anche per gli interventi di sostegno degli investimenti. La manovra infatti non è solo correttiva per circa un miliardo e mezzo di euro, ma reperisce anche 3 miliardi per non fermare i cantieri; si tratta, complessivamente, di 2,8 miliardi di euro: un miliardo perché i cantieri dell'ANAS possano continuare a lavorare e 1,8 miliardi messi a disposizione delle Ferrovie dello Stato per la prosecuzione degli interventi relativi al sistema alta velocità-alta capacità.

Riteniamo pertanto che, sotto tutti i profili che abbiamo indicato, per la situazione economico-strutturale del Paese, sussistano i presupposti dell'urgenza e della necessità per questo provvedimento che ci viene proposto dal Governo. (Applausi dal Gruppo Aut).

 

RIPAMONTI (IU-Verdi-Com). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

RIPAMONTI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, desidero intervenire a sostegno della proposta del senatore Villone di riconoscere la costituzionalità del provvedimento e la sussistenza dei requisiti di necessità e urgenza.

Anche se è vero che in questo provvedimento vi sono norme attinenti alle liberalizzazioni, e queste sono di competenza esclusiva delle Regioni, tuttavia, le misure relative alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali e soprattutto quelle relative alla concorrenza, sono di pertinenza esclusiva dello Stato; da questo punto di vista, quindi, non vi è incostituzionalità del provvedimento.

Per quanto riguarda la questione della sussistenza dei requisiti di urgenza e necessità, ricordo, signor Presidente, che, se non ci fosse stato questo provvedimento, sin dall'inizio del mese alcuni cantieri dell'ANAS e delle Ferrovie sarebbero stati chiusi: credo che questo sia ampiamente sufficiente per dimostrare la sussistenza dei requisiti sopra richiamati.

Inoltre, desidero ricordare che la precedente finanziaria ha bloccato il Fondo per le politiche sociali, che viene invece rimesso in funzione grazie all'intervento previsto da questo provvedimento.

Vi sono però altre ragioni, signor Presidente, a sostegno della relazione del senatore Villone, ragioni che elencherò in modo molto breve, poiché non sono state ancora ricordate, mentre credo sia utile farlo. Innanzitutto, tutte le iniziative tese al risanamento dei conti pubblici si fanno per decreto.

Voglio ricordare che nella passata legislatura il Governo fece una manovra correttiva tutti gli anni e sempre con lo strumento del provvedimento di urgenza. Nell'ultimo anno, ossia nel 2005, le manovre correttive furono ben tre, tutte varate con decreto-legge. (Brusìo. Richiami del Presidente).

Voglio ricordare, infine, Presidente, che attraverso questo decreto noi cerchiamo di evitare - riuscendoci - quattro procedure di infrazione previste dalla Commissione europea nei confronti del nostro Paese, che è inadempiente. Lei sa, signor Presidente, che le procedure di infrazione si concludono con la somministrazione di sanzioni nei confronti dello Stato inadempiente: la prima, una tantum, a volte molto pesante, la seconda, graduata nel tempo, legata ai giorni necessari per adempiere alle prescrizioni imposte. Tutti soldi che appesantirebbero i conti, già in difficoltà, della nostra finanza pubblica. Si tratta dei tariffari sugli ordini professionali (ingegneri, architetti e avvocati), della titolarità delle farmacie, del controllo sui prezzi dei medicinali.

Credo poi che l'uso del decreto-legge, quando si tratta di intervenire su materie piuttosto sensibili, sia non solo necessario, ma anche doveroso, perché molto spesso se si procede attraverso un provvedimento ordinario, si possono provocare comportamenti speculativi in alcuni settori che potrebbero essere interessati alle norme oggetto dell'esame parlamentare, provocando così danni al sistema economico nel suo complesso. Quindi, anche da questo punto di vista, vi è la necessità di procedere attraverso un provvedimento di urgenza.

 

STIFFONI (LNP). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

STIFFONI (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, a pochi giorni dall'esame del decreto-legge sulla riforma dei Ministeri e della Presidenza del Consiglio, il Senato si appresta ad esaminare e votare un altro decreto-legge palesemente incostituzionale.

Il decreto-legge in esame si compone, infatti, di un numero assai elevato di articoli che affrontano ambiti eterogenei, che vanno dalla disciplina delle professioni a quella del commercio, alla tutela dei consumatori, alla lotta all'evasione fiscale, al contenimento della spesa pubblica, ai poteri dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, ai servizi pubblici locali, alle politiche giovanili e alla politica per la famiglia, se non bastasse.

Lo strumento del decreto-legge, prescelto per introdurre interventi plurisettoriali, appare decisamente in contrasto con l'articolo 77 della Costituzione che pone, a presupposto dell'adozione di decreti-legge, casi straordinari di necessità e di urgenza. Il dettato costituzionale impone infatti che il decreto-legge sia supportato dalla necessità di porre in essere interventi di immediata efficacia non dilazionabili nel tempo, di carattere omogeneo e conformi al titolo, come ulteriormente precisato dalla legge n. 400 del 1988.

L'atto di urgenza in esame non presenta alcuno dei requisiti sopraindicati: non è omogeneo nei contenuti, come già prima sottolineato, tanto che risulta difficile individuare un criterio unificante, né si limita a recare interventi di immediata applicazione, se si considera che molte delle disposizioni in esso contenute configurano correzioni destinate a dispiegare i propri effetti, non solo nell'anno in corso, ma anche nel 2007 e nel 2008.

L'ispirazione che supporta il provvedimento va evidentemente oltre la logica che dovrebbe ispirare un decreto-legge al punto che, tra gli obiettivi che il Governo assegna al provvedimento in esame, vi sono: promuovere assetti del mercato maggiormente concorrenziali, favorire il rilancio dell'economia e, perfino, creare nuovi posti di lavoro.

Alla luce di queste considerazioni, può altresì avanzarsi il dubbio che il decreto-legge in oggetto intenda aggirare, sfruttando il canale preferenziale accordato ai provvedimenti di urgenza, l'iter legislativo previsto per le manovre di finanza pubblica che, come è noto, vengono impostate con il DPEF, che fissa le linee di successivi interventi correttivi sui quali il Parlamento si esprime mediante atto di indirizzo al Governo.

Con il ricorso al decreto-legge in esame, il Parlamento viene posto invece di fronte ad un atto d'urgenza, che può solo avallare o respingere. Alcune delle disposizioni in materia fiscale, in particolare quelle riguardanti il nuovo regime fiscale di esenzione IVA per tutte le cessioni e locazioni di fabbricati, hanno effetti retroattivi, contravvenendo perciò al generale principio vigente nel nostro ordinamento di non retroattività delle leggi, di cui all'articolo 11 delle disposizioni sulla legge in generale del codice civile, ulteriormente specificato con le disposizioni tributarie dall'articolo 3 della legge 27 luglio 2000, n. 212, che reca lo Statuto del contribuente.

Il Governo ha annunciato di voler porre rimedio a questa grave incostituzionalità e ciò, oltre a costituire una palese ammissione di quanto da noi denunciato, non elimina l'attuale vigenza di una norma incostituzionale, che ingenera confusione, lede la sicurezza degli scambi e i legittimi affidamenti degli operatori economici. Se pure il decreto-legge in esame viene infatti sostenuto e propagandato dalla maggioranza come un provvedimento di liberalizzazione, esso contiene, in realtà, norme limitative della libertà d'impresa, in particolare per i professionisti, ai quali vengono imposti nuovi adempimenti, come quello di aprire, per esempio, un conto corrente ad hoc per ricevere i compensi per la propria opera.

Per queste ragioni, signor Presidente, la Lega Nord chiede che il Senato si esprima nel senso dell'incostituzionalità del presente decreto-legge.

 

D'ONOFRIO (UDC). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, la seduta odierna del Senato nasce a seguito della richiesta di un decimo dei senatori di portare all'esame e al dibattito dell'Aula una questione apparentemente molto tecnica e invece di grande rilievo politico, nonostante appaia di particolare complessità tecnica.

Si tratta di una disposizione del nostro Regolamento che nacque molti anni fa - lo dico soprattutto per i colleghi più giovani - quando nel Senato si riteneva che i decreti‑legge fossero strumenti eccezionali in ordine ai quali era necessario che la Commissione affari costituzionali prima, ed eventualmente l'Aula dopo, su richiesta di un gruppo qualificato di senatori, si esprimessero sulla sussistenza dei presupposti di necessità e urgenza, prima di discutere nel merito dei decreti.

Questa opinione, sostenuta dall'allora presidente della Commissione affari costituzionali del Senato, senatore Bonifacio, comportò la necessità di distinguere la sussistenza dei presupposti dai contenuti dei decreti, e ciò per una ragione molto semplice. Si riteneva allora - e non so se lo si ritenga ancora oggi - che lo strumento del decreto-legge fosse eccezionale, perché sostituiva di fatto la potestà legislativa delle Camere, e all'epoca non si sapeva ancora ciò che sarebbe avvenuto in ordine alla ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni o, per meglio dire, si operava nella consapevolezza della vigente Costituzione del 1947, la quale attribuiva alla potestà legislativa dello Stato la totalità del potere legislativo, cosa che non è più in vigore oggi con la Costituzione vigente.

Lo dico perché ho l'impressione che il Governo in carica non si sia totalmente reso conto di questa enorme novità, conseguenza del risultato del referendum che, abrogando la riforma costituzionale adottata dalla precedente legislatura, ha comportato non il ripristino della Costituzione del 1947, bensì il mantenimento, ovviamente, della Costituzione vigente, compresa la rilevantissima novità della potestà legislativa ripartita tra Stato e Regioni.

Mi chiedo se i presupposti di costituzionalità si possano esaminare ancora dicendo o fingendo di ritenere che ci sia la totalità del potere legislativo dello Stato. Perché lo dico, Presidente? Perché siamo in presenza di un decreto-legge che tratta, tra l'altro, una materia - e verrò al punto considerato in particolare dal collega Villone che ha esposto il parere in Commissione affari costituzionali - quella delle professioni, rispetto alla quale il testo dell'articolo 117 della Costituzione vigente - e do per scontato che di questa vigenza il Governo e le autorità costituzionali preposte all'adozione dello stesso provvedimento siano consapevoli - non distingue tra professioni intellettuali e altre attività professionali.

L'insieme delle potestà legislative concernenti le professioni non è più nella totale disponibilità dello Stato, ma è distribuito in modo concorrente tra Stato e Regioni, non più secondo il criterio della spettanza allo Stato dei principi della legislazione concorrente e alle Regioni della legislazione di dettaglio, ma in un modo confuso, come è proprio del Titolo V della Costituzione.

Quello stesso Titolo V che è all'origine di moltissimi contrasti davanti alla Corte costituzionale, da questo punto di vista avrebbe dovuto consentire al Governo della Repubblica prima, e ai colleghi della Commissione affari costituzionali dopo, di capire se vi è una conseguenza, in ordine all'ammissibilità del decreto-legge, derivante dal fatto che non vi è più la totalità della potestà legislativa dello Stato.

In una materia come questa, affermare, come ha fatto il collega Villone, che basta che vi sia un presupposto purchessia, ovviamente costituzionale, per esempio la materia fiscale, per attrarre a sé qualunque altra competenza in vista degli obiettivi politici, non è tollerabile né oggi né domani, perché non possiamo immaginare che la potestà legislativa delle Regioni, che in questa materia diventa concorrente e quindi coessenziale, sia svuotata e ridotta a zero da interventi legislativi dello Stato, adottati con decreto-legge. (Applausi dal Gruppo UDC).

Questo è il primo, il più fondamentale, il più decisivo argomento che porto a sostegno della tesi dell'insussistenza dei presupposti di necessità e urgenza di un decreto-legge, poiché operare in questa materia non è competenza dello Stato. Nessuna dubita, fino a che non ci sarà il federalismo fiscale, che la materia fiscale possa essere disciplinata dallo Stato come meglio ritiene, ma nessuno può pensare oggi che lo Stato possa disciplinare tutte le professioni, ritenendo di poter fare quello che vuole in questa materia.

Lo dico perché tutti sappiamo, purtroppo, che il Governo, ha cambiato, sta per cambiare e cambierà in Commissione bilancio e in Aula il testo legislativo e che quindi esprimiamo un parere su qualcosa (Applausi dal Gruppo UDC) che lo stesso Governo ha capito di non poter esercitare in ordine a queste materie.

Mi riferisco al tentativo di qualche collega del centro-sinistra di dire che l'accordo con i tassisti è stato un accordo, per così dire, in pareggio. Contenti loro, per carità, contenti tutti. Evidentemente però non è l'oggetto dell'accordo in discussione in questo momento, è l'insussistenza del potere dello Stato a disciplinare la materia. I tassisti che protestavano avevano ragioni costituzionali; non tanto una ragione corporativa di segmento, ma - ripeto - una ragione fortemente costituzionale che negava al Governo della Repubblica il potere di intervenire in materie non più di competenza dello Stato.

Questa questione è decisiva. L'argomento in base al quale, anche in questa Aula, si è detto che basta che il decreto-legge riguardi una materia di orientamento politico generale per permettere al Governo di trascinare tutto è intollerabile dal punto di vista costituzionale. L'Aula del Senato in questo momento, per la prima volta, è chiamata a giudicare non più sulla sussistenza dei requisiti per l'adozione dei decreti-legge antico iure, ma in ordine alla sussistenza dei presupposti in base alla Costituzione vigente in conseguenza delreferendum. La totale mancanza di questo riferimento mi fa ritenere che evidentemente qualcuno continua ad immaginare che la Costituzione vigente sia quella del 1947, ma non è così.

Vengo al merito: non si può affermare che basta un obiettivo condivisibile, come quello fiscale, di aumento o di riduzione delle entrate, per poter commassare qualunque altra cosa.

Le altre questioni hanno una loro specifica consistenza politica e costituzionale tale da far ritenere che l'immediata entrata in vigore, che è il presupposto del decreto-legge, non possa operare? Ebbene, signor Presidente, credo questo per una ragione molto semplice. Lo dico perché fino a poco tempo fa era presente il ministro Mastella.

Questo è un decreto molto singolare dal punto di vista costituzionale. Configura un'ipotesi costituzionale che non esito a definire di occultamento del Ministro. La materia delle professioni è ovviamente di competenza non solo del Ministro della giustizia, ma, per carità, dell'intero Governo. Tuttavia, è molto singolare che un decreto-legge che riguarda così a fondo questioni essenziali dell'ordinamento professionale non veda tra i proponenti il Ministro della giustizia. Lo vede solo alla fine del decreto, in sede di apposizione del visto. Sono lieto che lo abbia visto: probabilmente, come ha detto al termine del Consiglio dei ministri, lo ha visto dopo, non prima.

Da questo punto di vista, é di tutta evidenza che non vi può essere una forza attrattiva a favore del Ministero dello sviluppo economico di qualunque competenza costituzionale faccia capo a qualsiasi altro Ministro. Non esiste una gerarchia costituzionale nel nostro ordinamento tale che il Ministro dello sviluppo economico, ogni qual volta ritenga utile per le sue convinzioni un decreto-legge, assorba le competenze di tutti gli altri Ministri, come ad esempio quello dell'Interno o delle Autonomia locali. (Brusìo. Richiami del Presidente).

Signor Presidente, qualcuno dei colleghi forse ritiene che la nostra sia soltanto una manovra di ordine dilatorio. In questo caso è invece una manovra di ordine costituzionale, posta per la prima volta in termini nuovi. Capisco che la questione possa apparire assolutamente inaccettabile, non mi meraviglio; il fatto però che l'opposizione abbia richiesto il presente dibattito, testimonia la necessità di ricorrere a strumenti regolamentari di questo tipo, visto che in passato è stato impedito persino di presentare pregiudiziali di costituzionalità sui decreti‑legge. L'unico strumento che abbiamo è dunque quello di poter discuterne a parte: per grazia di Dio questa possibilità è ancora esistente nel nostro Regolamento.

Tornando al merito delle questioni, voglio porre alla maggioranza una domanda riguardante il nuovo Titolo V della Costituzione, che ha rovesciato l'attribuzione delle competenze tra lo Stato e le Regioni. Si badi: non sto parlando della riforma proposta dal centro-destra, ma di quella approvata dal centro-sinistra nella XIII Legislatura, confortata dal consenso popolare.

Alla luce del suddetto rovesciamento, visto che l'articolo 117 afferma che vi sono delle materie di competenza residuale delle sole Regioni e vi sono materie di competenza concorrente tra Stato e Regioni - tra cui quella delle professioni - si ritiene che in queste ultime materie lo Stato possa fare ciò che vuole? Si ritiene, inoltre, che il decreto-legge rimanga l'unico strumento di governo del Paese e che il Senato possa diventare un organo convocato dal Governo per votare la fiducia sulla conversione dei decreti‑legge, con un mutamento sostanziale della nostra Repubblica?

Siamo contrari alla sostituzione del potere legislativo parlamentare con quello governativo. Siamo favorevoli a che il Governo adotti decreti‑legge nelle materie di sua competenza. In questo caso, però, è andato molto al di là del segno e il fatto che sia stata occultato il Ministro competente del settore è la controprova che questa materia legittimamente dovesse essere posta fuori dal decreto, in modo che tale provvedimento si limitasse alle sole materie di competenza dello Stato.

Questo é il motivo per il quale il Gruppo UDC voterà contro i presupposti di costituzionalità. (Applausi dai Gruppi UDC, FI e AN).

 

ALBONETTI (RC-SE). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

ALBONETTI (RC-SE). Nel clima di forte conflittualità politica e procedurale che sta caratterizzando l'inizio di questa legislatura, non ci sembra banale sottolineare che in questo caso è stata rispettata la procedura prevista per la verifica dei presupposti costituzionali dei decreti-legge, normata dall'articolo 78 del Regolamento.

La 1a Commissione ha infatti espresso, in data 13 luglio, a maggioranza il proprio orientamento positivo rispetto alla sussistenza dei requisiti di necessità e di urgenza. In quella sede il relatore senatore Villone, come ha qui richiamato, sottolineava il processo evolutivo dell'ordinamento costituzionale, caratterizzato dall'estensione della decretazione d'urgenza e di quella delegata e da un'interpretazione più estensiva dei limiti di cui all'articolo 77 della Costituzione. (Brusìo. Richiami del Presidente).

In effetti questo fenomeno è da anni in via di consolidamento, suscita discussioni anche perché si inserisce in un lento ma corrosivo processo di trasformazione dei rapporti tra potere esecutivo e potere legislativo. È evidente che l'ultima legge elettorale ha penalizzato ulteriormente il pieno dispiegamento e la valorizzazione del lavoro parlamentare; legge che mi auguro questo Parlamento possa cambiare, garantendo una vera rappresentatività e contemporaneamente una sicura governabilità.

Non per questo non si deve produrre ogni sforzo possibile per valorizzare il lavoro e le prerogative del Parlamento, a partire da questa legislatura. Da questo punto di vista, possiamo apprezzare lo sforzo che la 5a Commissione, in sede referente, sta facendo per garantire i più ampi spazi di discussione e confronto sul decreto-legge in esame e, cosa ancor più importare, per garantire che il suo lavoro sia preso in seria considerazione dal Governo. In effetti, le modifiche apportate dalla Commissione non potranno essere accantonate nemmeno da un eventuale voto di fiducia chiesto dal Governo, che noi non auspichiamo.

In generale, il decreto-legge n. 223 traduce l'urgenza politica, quasi l'impazienza, del Governo per attuare il proprio programma. Anche alcune pronunce della Corte costituzionale - come è già stato richiamato in alcuni interventi - hanno riconosciuto la possibilità che l'articolo 77 vada interpretato con riferimento all'importanza politica del provvedimento oggetto di decretazione.

In particolare, nel decreto‑legge sono individuate alcune misure il cui carattere di urgenza e necessità non può sfuggire a nessuno dei colleghi, come il rifinanziamento dei cantieri ANAS e delle Ferrovie dello Stato. (Brusìo).

 

PRESIDENTE. Chiedo ai colleghi di fare meno brusìo, per cortesia, almeno quelli più prossimi al senatore Albonetti.

 

ALBONETTI (RC-SE). La ringrazio, signor Presidente.

Sui cantieri aperti (inaugurati o meno) e sulle piccole o grandi opere pubbliche si sono spese molte parole, ma abbiamo scoperto oggi che si è speso meno denaro del necessario, anche per chiudere quelli effettivamente aperti.

Tra l'altro, il carattere di urgenza viene ulteriormente sottolineato dall'ultimo emendamento presentato dal Governo: mi riferisco all'articolo 36-bis, sulle misure urgenti per il contrasto del lavoro nero e per la promozione della sicurezza nei luoghi di lavoro. Credo che vada incontro anche al richiamo del Presidente della Repubblica in tema di infortuni sul lavoro, che ha visto un'ampia condivisione in questa Aula.

Altrettanta urgenza e necessità noi, Gruppo di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, attribuiamo all'articolo 18, in particolare all'integrazione del Fondo per le politiche sociali di 300 milioni di euro annui nel triennio 2006-2008.

Riteniamo pertanto che il decreto legge n. 223 abbia sia i requisiti costituzionali sia i requisiti politici che ne determinano il carattere di urgenza e necessità. (Applausi dal Gruppo RC-SE. Congratulazioni).

 

STORACE (AN). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

STORACE (AN). Signor Presidente, vorrei dire che è stata scomodata la Costituzione, al suo articolo 77, per scatenare un vero e proprio conflitto sociale nel Paese. Mi sarebbe piaciuto ascoltare dall'estensore del parere, oltre che dai colleghi della maggioranza che sono intervenuti, il motivo per il quale si pretende in 25 giorni - questo è stato il calendario parlamentare tra Senato e Camera, essendoci di mezzo il generale agosto - di scatenare questo conflitto sociale e di mettere a soqquadro la vita di intere categorie. Non voglio ripetere le argomentazioni meglio di me portate al dibattito dal senatore D'Onofrio, ma stiamo parlando di categorie intere. Mi riferisco ai tassisti, ai farmacisti, ai professionisti e persino ai panettieri, colleghi senatori.

 

Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 18,15)

 

(Segue STORACE). Mi ha molto colpito un'espressione del Presidente del Consiglio: Prodi ha detto che anch'essi sono consumatori. Io vorrei che il Presidente del Consiglio pensasse che sono anzitutto persone, che vanno rispettate nelle loro aspettative di vita e di futuro.

Avete dato vita a riforme strutturali per decreto e senza alcuna concertazione. Signor Presidente dell'Assemblea, non hanno concertato questo decreto nemmeno tra Ministri, come potrebbe qui testimoniare il Ministro della salute, la senatrice Turco, che si è trovata la mattina a dover difendere le ragioni del farmaco in farmacia e il pomeriggio a difendere quelle del farmaco al supermercato.

Avevate fatto, di fronte alla protesta delle categorie, di necessità virtù, più che urgenza, e avevate detto che sareste andati avanti. Ricordo che il presidente del Consiglio Prodi, il 5 luglio, ha affermato che il Governo non si farà condizionare; il 14 luglio che il Governo va avanti anche se non c'è l'accordo con la categoria dei tassisti. Mi dispiace per i colleghi della maggioranza chiamati alla guerra; la guerra è finita, e Bersani riesce addirittura a parlare di pareggio.

In effetti, come mi ricordava il presidente Matteoli, di pareggio si tratta, ma in Commissione finanze, dove non è passato il parere della maggioranza su questo decreto. Di sconfitta si tratta in un'altra Commissione, la Commissione industria, dove siete andati sotto grazie ai voti della minoranza, che è diventata maggioranza. Diciamo, signor Presidente, che il pareggio rivendicato dal ministro Bersani equivale agli scudetti oggi imputati a Luciano Moggi.

Vorrei evidenziare ancora alcuni aspetti relativi ai requisiti di necessità e urgenza del decreto. Il presidente D'Onofrio ha fatto riferimento con grande precisione al Titolo V della Costituzione. Noi abbiamo invano chiesto, proprio per esaminare la sussistenza dei requisiti di necessità e urgenza, di poter capire se le Regioni erano pronte a recepire queste misure. Non c'è stata fornita neppure risposta.

Ma vi è di più: abbiamo individuato molte materie di legislazione concorrente, sulle quali doveva essere ribadito il primato della concertazione istituzionale. Faccio un esempio molto chiaro, che riguarda soprattutto - e dovrebbe saperlo - il Ministro della salute, il quale ha dimenticato ciò che ha promesso ai farmacisti. I farmacisti operano in un regime di orari e di turni stabiliti dalle leggi regionali; i supermercati, che venderanno gli stessi prodotti (i farmaci da banco), non operano secondo turni e orari stabiliti dalle Regioni. Si introduce per decreto, per inesistenti ragioni di necessità e urgenza, lo sconvolgimento della vita del sistema farmaceutico nazionale. E nessuno dovrebbe dire nulla? E nessuno dovrebbe protestare?

Mi sarei aspettato dal relatore non l'affermazione che è sufficiente la manovra fiscale per giustificare un intero decreto, ma l'ammissione che vi sono parti del decreto che dovevano essere stralciate, proprio perché dovevano essere sottoposte a politiche concertate o almeno di consultazione con le categorie. Tutto questo lo si è accuratamente evitato.

Presidente del Consiglio e Governo, avete dato vita ad un decreto che invade direttamente, perfino, le competenze legislative esclusive delle Regioni a Statuto speciale. Per decreto, cioè, si è sovvertita la logica alla base degli Statuti speciali di autonomia. Nemmeno su questo si è avuto il coraggio di rispondere alle riserve dell'opposizione.

Abbiamo, in buona sostanza, tentato di far valere - spero ci sia riconosciuto - con argomentazioni la necessità di garantire un percorso ordinario agli articoli del decreto-legge spacciati come strumenti di liberalizzazione. Mi riferisco agli articoli 2, 4, 5 e 6, cioè a quelle norme sulle quali si sarebbe potuto discutere senza la mannaia del decreto-legge. Si è preferito, invece, agire in tutt'altro modo.

Si è addirittura, presidente Calderoli, violata una tipica norma dell'ordinamento europeo. Le misure adottate dal Governo con decreto potrebbero aprire perfino un contenzioso con l'Unione Europea per quanto concerne le disposizioni assunte dalle autorità nazionali in campo finanziario. Mi riferisco in particolare alle norme sulle professioni. Questo avrebbe suggerito una maggiore prudenza nell'uso della decretazione. Il provvedimento, infatti, ci porrà direttamente di fronte alle proteste - immagino - della Banca centrale europea, che ha previsto un limite di 12.500 euro per quanto riguarda la versabilità delle somme limite, al di sotto del quale si può agire con contante, e al di sopra del quale, per contrastare il riciclaggio, si deve certificare chi ha effettuato il versamento.

Con questo decreto, il Governo è riuscito a introdurre una disparità di trattamento fra i lavoratori a seconda del Paese d'origine. Mentre un professionista di nazionalità non italiana potrebbe, nell'ambito dell'Unione Europea, ricevere pagamenti nella moneta europea, in Italia, un professionista dovrebbe essere pagato fino a 100 euro in contanti e da 101 euro in su con assegno o chissà quale altra diavoleria verrà in mente, nel percorso emendativo, al vice ministro Visco.

Credo che, in realtà, l'unica necessità e urgenza vera sia di tipo politico e ideologico. Voglio dire ai colleghi dell'Ulivo che lo troviamo nel documento che hanno approvato i loro colleghi alla Camera dove si è fatto riferimento, con dovizia di particolari, a quella che viene chiamata manovra correttiva. A pagina 8 del documento dei deputati dell'Ulivo - ultima riga, punto 2 - è scritto che il risultato del decreto-legge dovrebbe ridurre percentualmente nel nostro Paese la quota degli autonomi sul totale dei lavoratori, quota che rappresenta un'anomalia tutta italiana; continua, inoltre, dicendo; meno partite IVA, dunque, e più impresa e lavoratori dipendenti. Questo è il manifesto ideologico della sinistra che dimentica di aver a che fare con un popolo di persone, prima ancora che di consumatori. (Applausi dai Gruppi AN,FI e UDC).

Non c'è necessità e urgenza, signor Presidente, nemmeno sulla parte fiscale. Grazie alla competenza dell'ex vice ministro Baldassarri abbiamo verificato che gli effetti del provvedimento sull'anno 2006 sono totalmente irrilevanti. Parliamo di un saldo netto da finanziare modificato per un importo di appena 57 milioni di euro, gran parte della manovra avrà effetti sul 2007 e sul 2008. Per queste grandezze sono riusciti ad emanare un decreto-legge.

Tuttavia, forse c'era una vera necessità e urgenza: per quanti hanno potuto speculare sui titoli immobiliari si calcolano cifre estremamente rilevanti. Sarebbe interessante verificare cosa è accaduto sul mercato immobiliare, a proposito di Borsa, grazie agli effetti devastanti di questo decreto-legge tra il 29 giugno, giorno della sua approvazione in Consiglio dei ministri, e il 4 luglio, giorno della sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Certo, la necessità e urgenza c'è stata per tanti furbetti del quartierino che si trovano, magari, in un'altra casa. (Applausi dai Gruppi AN, FI e del senatore Eufemi).

 

PASTORE (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

PASTORE (FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, invidio il senatore Villone che nella sua illustrazione ha compiuto un esercizio di realpolitik, sinceramente, molto ardito, perché ha sostenuto che, poiché questo decreto-legge è funzionale all'azione di Governo, l'urgenza è in re ipsa e che è superata qualsiasi antica abitudine di valutare, invece, le norme sui parametri di urgenza e necessità previsti dall'articolo 77 della Costituzione.

Così argomentando, collega Villone, potremmo prendere il programma dell'Unione e, ferme restando naturalmente le contraddizioni in esso contenute, tradurlo in un testo legislativo unitario di 260 pagine ed emanarlo sotto forma di decreto‑legge. Avremmo così risolto i problemi di governabilità, di legislazione e di maggioranza in questa e nell'altra Aula del Parlamento.

Mi rendo conto che la tesi del senatore Villone è estremamente stiracchiata e non osa entrare nei punti nevralgici del decreto-legge, perché sa benissimo che su molti punti i presupposti di necessità e urgenza sono assolutamente inesistenti, facendo riferimento non solo alla norma costituzionale, ma a una norma di rilevanza costituzionale, vale a dire l'articolo 15 della legge n. 400 del 1988 che stabilisce, al terzo comma, che i decreti-legge devono contenere misure di immediata applicazione.

Non dirò nulla, signor Presidente, sul merito, né tratterò questioni nemmeno di metodo, anche se devo dire che in questo caso vi è qualcosa di straordinario e di eccezionale. Si tratta della procedura seguita, non solo in dispregio alle dichiarazioni di concertazione, ai contatti avuti con le categorie che la sera prima venivano rassicurate su un percorso quantomeno di consultazione e la mattina seguente sono state oggetto di alcuni trattamenti particolarmente di riguardo; ma anche per l'incredibile e preoccupante contenuto del decreto-legge che presenta, soprattutto nel Titolo III che riguarda la lotta all'evasione, norme che sanno tanto di Stato di polizia e di oppressione fiscale.

Vengono, infatti, meno il segreto bancario, assicurativo e il segreto professionale; cioè, oggi tutti siamo esposti al grande fratello che sarà l'anagrafe tributaria che potrà entrare nelle nostre case, imprese, studi professionali prescindendo da qualsiasi rilevanza della situazione fiscale del contribuente. (Applausi dai Gruppi FI, AN e UDC).

Io però, signor Presidente, voglio attenermi al tema e non voglio sfuggire alle questioni inerenti i presupposti di necessità e urgenza. Potrei citare, ad esempio, una norma - mi riferisco a quella contenuta nell'articolo 3 in materia di concorrenza commerciale, la quale stabilisce che le Regioni, i Comuni e le Province dovranno adattarsi dal 1° gennaio 2007 - che senz'altro non è di immediata applicazione, richiedendo un'altra fonte giuridica per poter diventare legge effettivamente operante, ma anche altre disposizioni, come ad esempio quella che addirittura proroga i termini di liberalizzazione per i servizi idrici integrati.

Voglio qui soffermarmi sulla norma, estremamente significativa, contenuta nell'articolo 2 del cosiddetto decreto Visco-Bersani, che riguarda le professioni e che stabilisce che cadano immediatamente (o almeno così sembrerebbe dire la norma) i divieti in materia di obblighi tariffari, di società professionali e di pubblicità professionale. Questa disposizione è un chiaro esempio di norma che non ha immediata applicazione perché nel suo terzo comma prevede espressamente che le norme disciplinari che presidiano quelle fattispecie relative a tariffe, a società e a pubblicità decadranno dal 1° gennaio 2007, per cui, fino ad allora, quelle norme saranno pienamente in vigore sotto il profilo e per gli effetti disciplinari.

Ma vi è di più. È stato sbandierato, prima dal ministro Bersani e poi da tanti colleghi, che uno dei presupposti delle cosiddette liberalizzazioni risiederebbe nella necessità di adeguare la nostra legislazione alle direttive comunitarie. Nulla di più infondato, di più inconsistente e di più falso per quanto riguarda le professioni che sono state oggetto di una direttiva nel 2005 e di svariate pronunce della Corte di giustizia europea, in particolare in materia di tariffe, che hanno riconosciuto la vigenza delle tariffe obbligatorie a condizione che lo Stato attribuisca loro un valore di interesse generale.

Voglio aggiungere ancora che l'Avvocatura (che giustamente in questi giorni protesta, non solo per il merito, ma anche per il metodo dell'adozione di questo provvedimento che riguarda direttamente tutte le professioni) è stata oggetto di una direttiva comunitaria specifica risalente al 1998 - mi riferisco alla direttiva n. 5 - la quale è stata recepita dal nostro legislatore, è stata attuata dal Governo di centro-sinistra e si è tradotta in una normativa che, come avvenuto per altre professioni, ha reso pienamente compatibile il regime di questa professione con il sistema comunitario.

Credo che le ragioni di necessità ed urgenza, che si traducono anche in tanti articoli specifici e che verificheremo anche nella fase emendativa, non siano assolutamente sussistenti. Ritengo che in moltissimi casi questi presupposti non siano presenti nel decreto-legge e che il provvedimento, per come è nato, non abbia quella funzione di impatto per la correzione dei conti pubblici che invece è stata tanto decantata da altri colleghi.

Voglio poi ricordare, signor Presidente, che, secondo la relazione del Governo, l'impatto sui conti pubblici avrebbe dovuto comportare solo una misura pari allo 0,1 per cento dell'intero prodotto lordo. Invece, in base ai conteggi fatti soprattutto sulla questione della vigenza delle norme sugli immobili, che sono retroattive, l'impatto corrisponde a 2 punti del PIL. Ciò implica che anche in materia di contabilità il Governo è stato così disattento, così poco prudente, così poco accorto, da arrivare addirittura ad una sottovalutazione degli effetti del decreto-legge. Manca sostanzialmente qualsiasi riferimento di carattere contabile che consenta di difendere la posizione assunta dal relatore Villone.

Presidente, noi abbiamo avuto, in questo inizio di legislatura, ben tre decreti-legge, poi convertiti in legge sulla base di un voto di fiducia sia alla Camera che al Senato. Al Senato si sostiene che ciò era dovuto al fatto che la maggioranza è risicata, ma alla Camera viene da chiedersi come mai ciò sia avvenuto.

In presenza di dibattiti assolutamente inconsistenti, se non nulli, ci si deve rifugiare nel ricorso alle procedure sui presupposti per dire qualcosa sul decreto-legge. Mi auguro che intervenga la fase dibattimentale sul merito, sulle questioni di costituzionalità, in modo da arrivare ad un approfondimento dei temi trattati e a svelare la vera architettura del provvedimento in esame, un provvedimento da Stato di polizia che presenta false liberalizzazioni. (Applausi dai Gruppi FI e AN).

 

FISICHELLA (Ulivo). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

FISICHELLA (Ulivo). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, valutare con rispettosa attenzione le opinioni dell'opposizione è un dovere di coerenza per chi come me, e tutti noi, ritiene che l'opposizione sia al centro della vita delle istituzioni rappresentative.

La richiesta dell'opposizione, ai sensi dell'articolo 78, comma terzo, del Regolamento del Senato, di rimettere all'Aula e al parere espresso dalla Commissione affari costituzionali, ai sensi dell'articolo 77, secondo comma, della Costituzione, in merito alla necessità ed urgenza, sul disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge n. 223, recante disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, esige perciò puntuale considerazione, non per motivi meramente procedurali, ma in ragione di quel fondamentale impegno funzionale che si risolve nell'esercizio del controllo politico sugli atti dell'Esecutivo.

Ciò premesso, veniamo al tema della necessità ed urgenza, perché di questo e solo di questo si sta discutendo e non della questione più ampia della costituzionalità di questo o di quel passaggio del testo in discussione. Tale argomento della necessità ed urgenza va letto in una duplice ottica oggettiva e soggettiva.

Sotto il primo profilo esiste l'urgenza e la necessità di un rilancio economico e sociale dell'Italia? La risposta è senz'altro affermativa e lo è da anni per almeno quattro motivi cruciali.

In primo luogo, le condizioni della finanza pubblica, sulle quali è ora superfluo soffermarsi. In secondo luogo, il livello disastroso e disastrato della capacità competitiva del sistema Italia. Qui va detto che non si coglie appieno e in generale la gravità del caso italiano se non lo si valuta in una prospettiva comparata. Solo l'analisi comparata, capace di trarci fuori dalle considerazioni impressionistiche di carattere provinciale alle quali si indulge per avallare presunte situazioni di crescita del Paese, può darci indicazioni attendibili e tendenzialmente realistiche sull'attitudine nazionale ad affrontare le sfide dei mercati continentali e globali.

In terzo luogo, un quadro di squilibri economici tra i diversi segmenti della società con l'accentuazione di disuguaglianze che anche chi, come il sottoscritto, non è certo preda di suggestioni ideologiche ugualitarie deve segnalare per i rischi di tensioni sociali e di delegittimazioni politiche che ne possono derivare.

In quarto luogo, per ottemperare agli adempimenti e per evitare le sanzioni che ci riguardano in ragione del nostro status di membro dell'Unione Europea, la quale ultima è sollecita, nella promozione della concorrenza, per la tutela dei consumatori, anche attraverso la liberalizzazione di attività imprenditoriali.

Insomma, quattro oggettive condizioni di necessità ed urgenza che avrebbero dovuto indurre già da tempo i Governi nazionali ad intervenire per provvedere, tanto più in un'epoca segnata da forte accelerazione dei tempi storico-sociali; inoltre, questi provvedimenti non dovrebbero risultare incompatibili con la concezione generale della società, cui si ispirano le forze politiche che compongono l'opposizione.

Venendo ora alla dimensione soggettiva del tema relativo a necessità ed urgenza, occorre partire dal pieno titolo che ha il Governo, qualunque Governo, a darsi una sua politica economica e sociale. Tale titolo implica ineludibilmente una misura di discrezionalità, che ha a vedere con la scelta dell'Agenda, dunque dei tempi degli interventi, delle sequenze degli interventi, quali prima quali dopo, delle gradazioni degli interventi, più intensi meno intensi.

Ciò attiene alla sua responsabilità politica, connessa intrinsecamente al suo programma politico; responsabilità politica che certo include la responsabilità costituzionale, cui il provvedimento in esame è scrupolosamente attento, ma che non si esaurisce in essa così come la scienza delle istituzioni politiche include la scienza del diritto costituzionale, ma non si esaurisce in essa. E non si capisce, sia detto per inciso, come potrebbe negare questa discrezionalità una opposizione che nella scorsa legislatura, allorché era maggioranza, ha approvato una riforma costituzionale, poi respinta dai cittadini, che consentiva al Primo Ministro di mandare a casa il Parlamento, cioè la sua Camera politica.

In questo quadro, pur nella piena consapevolezza della necessità ed urgenza, che lo ha indotto a farsi carico dei problemi segnalati appena costituitosi, il Governo vigente, il Governo in carica, con il disegno di legge in oggetto, ha compiuto una scelta di gradualismo e di gradualità, decidendo di avviare subito un primo lotto di interventi e riservandosi il ricorso ad altri nel prosieguo, dunque decidendo di procedere per approssimazioni successive, secondo una logica culturale che non dovrebbe dispiacere all'opposizione e che, comunque, corrisponde a considerazioni di opportunità politica e sociale che pertengono all'autonomia istituzionale dell'Esecutivo e che non possono essere confutate, invocando pregiudiziali di incostituzionalità.

Del resto, a questa misura di prudenza, pur nell'urgenza, ha corrisposto la disponibilità del Governo a registrare osservazioni, critiche e obiezioni provenienti sia dalla società politica sia dalla società civile e dalle sue plurime articolazioni.

Dunque, nulla quaestio sul merito dei singoli articoli del testo, con tutte le valutazioni anche di costituzionalità che si potranno sviluppare, poiché in questo contesto e in questo momento solo della necessità e dell'urgenza stiamo parlando, e non del profilo di costituzionalità di questo o di quel passaggio, di questo o di quel punto del provvedimento in esame. (Applausi ironici dal Gruppo LNP).

Nullaquaestio sul merito dei singoli articoli con tutte le valutazioni critiche o eventualmente anche apprezzative che l'opposizione ha già formulato e che ancora vorrà formulare. Tuttavia, la questione formale della necessità e dell'urgenza nella specie non riguarda l'uno o l'altro singolo articolo. Queste disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale costituiscono un primo complesso di provvedimenti del Governo; sono quindi un atto complessivo di un progetto programmatico, atto che va perciò oggettivamente e soggettivamente considerato sotto il profilo della necessità e dell'urgenza, nella sua unitarietà.

Vero è che l'articolo 78, comma 4, del nostro Regolamento, invocato da taluni critici forse non del tutto propriamente, prevede la possibilità di respingere o convertire singole parti del disegno di legge di conversione, ma tale possibilità non configura certo obbligo di voto per parti separate e inoltre urta, nel caso in esame, con le considerazioni fino qui formulate.

Propongo dunque all'Assemblea di confermare il parere espresso sul provvedimento in esame dalla Commissione affari costituzionali. (Applausi dal Gruppo Ulivo. Applausi ironici dai Gruppi LNP e FI).

 

SAPORITO (AN). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

SAPORITO (AN). Signor Presidente, ai sensi dell'articolo 78, comma 4, del Regolamento, mi permetto di chiedere che l'Assemblea possa procedere alla votazione sulla sussistenza dei requisiti di necessità e urgenza separatamente per le disposizioni dall'articolo 1 all'articolo 15 e successivamente dall'articolo 16 al 41. La richiesta è motivata dal fatto che le disposizioni...

 

PRESIDENTE. Non c'è necessità.

 

SAPORITO (AN). Non c'è la necessità neanche che motivi la mia richiesta?

 

PRESIDENTE. Senatore Saporito, sottoponiamo la sua proposta alla valutazione dell'Assemblea perché ricordo che, ai sensi dell'articolo 102, comma 5, del Regolamento, sulla richiesta di votazione per parti separate l'Assemblea delibera per alzata di mano, senza discussione.

Metto pertanto ai voti la richiesta di votazione per parti separate.

Stante l'incertezza sull'esito della votazione, dispongo che la stessa venga effettuata mediante procedimento elettronico.

 

Non è approvata.

 

Passiamo quindi alla deliberazione sul parere espresso dalla 1a Commissione permanente.

 

FERRARA (FI). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

 

PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Ferrara, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

 

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

 

PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, del parere favorevole della 1a Commissione permanente in ordine al decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

 

Il Senato approva. (v. Allegato B).

 


SENATO DELLA REPUBBLICA

¾¾¾¾¾¾¾¾¾ XIV LEGISLATURA ¾¾¾¾¾¾¾¾¾

 

23a SEDUTA

PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO

LUNEDÌ 24 LUGLIO 2006

 

Presidenza del presidente MARINI,
indi del vice presidente ANGIUS
e del vice presidente CALDEROLI

 

 

Discussione del disegno di legge:

(741) Conversione in legge del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, recante disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale (ore 16,37)

 

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 741.

Le relazioni sono state già stampate e distribuite.

Ha chiesto di parlare, per integrare la relazione scritta, il senatore Ripamonti. Ne ha facoltà.

 

RIPAMONTI, relatore. Signor Presidente, nella mia breve integrazione alla relazione scritta tenterò di fissare la nostra attenzione su alcune questioni di carattere generale... (Brusio).

 

PRESIDENTE. Colleghi, vi prego di prendere posto. Questo brusio non è sopportabile e non è utile. Prego, senatore Ripamonti, continui.

 

RIPAMONTI, relatore. ...alla base del provvedimento in esame, ricordando che nella relazione scritta sono elencate le numerose modifiche del lavoro svolto, apportate dalla Commissione, che saranno poi sottoposte al voto dell'Aula. Credo si tratti di modifiche importanti, che dimostrano il lavoro molto rigoroso, attento ed intenso che la Commissione bilancio ha svolto in questi ultimi giorni.

Premetto che intendo ringraziare tutti i senatori di maggioranza e di opposizione per il loro contributo. Mi permetterà, signor Presidente, di ringraziare personalmente la senatrice Rame e il senatore Enriques che, pur essendo in condizioni fisiche - come dire - non soddisfacenti, con la loro presenza hanno garantito lo svolgimento e la conclusione dei lavori.

Ripeto che abbiamo svolto un lavoro importante e lo dico perché da alcune settimane si discute attorno al fatto che in questo ramo del Parlamento c'è una maggioranza molto risicata. (Brusio).

 

PRESIDENTE. Senatore Ripamonti, credo veramente che il livello del brusio sia inaccettabile. Prego i colleghi di prendere posto. Consentire al relatore di parlare senza essere disturbato non vuol dire rimanere tutti a bocca chiusa, ma il rispetto elementare di un diritto di chi parla.

 

RIPAMONTI, relatore. Signor Presidente, dicevo che in queste settimane si discute circa il fatto che in questo ramo del Parlamento ci sia una maggioranza limitata e che sia difficile portare a conclusione i provvedimenti con un esame normale, secondo le procedure parlamentari. Devo dire che questo provvedimento è stato esaminato in modo rigoroso da parte della Commissione bilancio, con i numeri che conosciamo. Abbiamo esaminato, illustrato, formulato pareri del relatore e del Governo su 1.000 emendamenti, abbiamo votato 1.000 proposte di modifica e siamo arrivati, credo, a un risultato molto soddisfacente per quanto riguarda l'iter di questo provvedimento.

Ritengo che questo sia un successo politico da ascrivere alla maggioranza, che è riuscita a garantire un confronto sereno all'interno della Commissione. Qualunque sarà la decisione che il Governo prenderà circa la conclusione dell'iter di questo provvedimento, credo che l'esame così rigoroso da parte della Commissione bilancio ci garantisca che la conclusione sarà impostata sulla base del lavoro svolto dalla Commissione stessa.

Ritengo che alcune norme siano state migliorate, per esempio la parte relativa al risanamento dei conti pubblici. Ovviamente, per quanto riguarda il 2006 la manovra di aggiustamento è limitata, soprattutto perché siamo di fronte a una serie di misure strutturali che difficilmente possono produrre effetti solo sui primi sei mesi dell'anno. Tuttavia si prevede un aggiustamento dello 0,1 per cento che già nel 2007 diventa dello 0,5 per cento e che contribuirà, con la finanziaria che dovrà essere realizzata, ad aggiustare i conti pubblici e farà ritornare il rapporto deficit-PIL al di sotto del 3 per cento. Si tratta di una manovra strutturale che non ricorre alle misure una tantum, quindi, da questo punto di vista si tratta di un'operazione importante.

Il provvedimento è stato, inoltre, migliorato dal punto di vista delle misure per lo sviluppo: voglio ricordare il contributo alle Ferrovie dello Stato e all'ANAS per riuscire a tenere aperti i cantieri che rischiavano di chiudere a seguito delle misure restrittive dell'ultima finanziaria.

Voglio ricordare altresì il Fondo per le politiche sociali, ma anche un primo intervento, che ritengo importante anche se limitato nell'ammontare dei finanziamenti, circa la politica dei porti. Sappiamo che il nostro Paese può essere considerato una piattaforma nel Mediterraneo e con questo provvedimento cerchiamo di intervenire anche su questo aspetto, prevedendo dei primi finanziamenti per migliorare la politica su tale versante.

Si prevede poi la riduzione dell'IVA agevolata al 10 per cento per tutte le politiche industriali relative ai dolciumi e alle cioccolate. Credo che sia un risultato importante, considerato che inizialmente si prevedeva un innalzamento dell'IVA al 20 per cento. Ciò comportava un danno per alcuni settori industriali importanti rispetto ai quali il nostro Paese si colloca all'avanguardia a livello internazionale. Ritengo dunque che fosse giusto intervenire per riportare l'IVA al 10 per cento.

Vi è poi una norma molto importante, di cui si discute da anni in Parlamento, relativa alla riduzione dell'IVA per i lavori di ristrutturazione edilizia che, combinata con le detrazioni IRPEF sulle spese sostenute per le suddette ristrutturazioni, in questi anni ha dimostrato la sua efficacia in termini di sviluppo, di crescita e di emersione dal lavoro nero nonché ai fini dell'aggiustamento dei conti, se si considera che in tal senso sono aumentate le entrate dello Stato.

Signor Presidente, sottolineo poi che, nonostante vi siano state in queste settimane pressioni da parte di alcune lobbies, gruppi di interesse, corporazioni (o professioni, come mi viene ricordato dal senatore Biondi), il provvedimento nel suo complesso mantiene l'equilibrio iniziale, tendente ad iniziare un percorso finalizzato a liberalizzazioni importanti per il nostro Paese.

Con riferimento alla questione dei taxi, il problema non era tanto legato al fatto che si interveniva per una liberalizzazione del mercato. Non si prevedevano, ad esempio, misure tese a mettere in concorrenza le tariffe relative al servizio dei taxi, ma a garantire che nelle città, salvaguardando l'autonomia dei sindaci, fosse possibile disporre di più taxi circolanti. Credo che in ultima analisi il provvedimento in esame garantisca tale risultato.

Infine, un accenno alle politiche fiscali. È un aspetto molto importante sul quale la Commissione si è misurata a lungo e che sarà oggettodi discussione anche in Aula. Insieme ad iniziative importanti circa la lotta all'elusione e all'evasione fiscale, grazie a misure efficaci e concrete che vanno nella direzione di incrociare i dati in possesso dell'amministrazione finanziaria e provocando una sorta di conflitto di interessi tra le parti in causa, credo che si sia migliorato l'equilibrio complessivo tra l'esigenza di regolare e conoscere meglio le grandi e piccole iniziative che nel mercato si producono e il diritto dei cittadini e degli operatori alla privacy. È un aspetto importante da sottolineare.

Latutela della privacy è diventata un tema di grande rilievo nelle società complesse, soprattutto con l'avvento delle cosiddette tecnologie informatiche. Credo che il provvedimento in corso di esame cerchi di garantire l'equilibrio tra l'esigenza di intervenire con iniziative efficaci rispetto all'evasione e all'elusione fiscale e quella di tutelare la privacy dei cittadini e degli operatori economici. Ritengo dunque che sia sproporzionata l'iniziativa e le dichiarazioni che sono state portate all'attenzione della politica e delle istituzioni in queste settimane circa il carattere oppressivo, dal punto di vista fiscale e burocratico, che caratterizzerebbe il provvedimento in esame. Al contrario, ritengo che il provvedimento cerchi di garantire un equilibrio rispetto a tali questioni e non determini un deterioramento del rapporto tra l'amministrazione finanziaria e i contribuenti.

Ritengo che il rapporto si deteriora con i condoni e non quando si paga il giusto ed il dovuto! Questo provvedimento cerca di impostare in modo serio tale questione. Si tratta ovviamente di un tema decisivo. Non è vero che si blocca l'iniziativa economica e che ciò accade se si fa pagare il giusto delle tasse dovute. L'iniziativa economica si blocca quando, come si è fatto in questi anni, si punta allo stimolo della domanda quando il Paese è fermo, non produce competitività, perde sui mercati internazionali quote rilevanti. E abbassare le tasse, come si è fatto in questi anni, soprattutto per i ceti alti, quando questo non contribuisce a creare sviluppo e crescita, ha prodotto ciò che è sotto gli occhi di tutti. Noi stiamo operando in direzione opposta per cercare di sviluppare l'iniziativa sull'aumento dell'offerta, di accrescere la competitività, di intervenire creando maggiori opportunità per il Paese.

Pur essendo ancora limitato, è un primo provvedimento che va nella direzione di aprire i mercati: è importante perché può creare fiducia nel Paese (nei consumatori, nei cittadini, negli operatori economici); può creare quel clima che garantisce di avere più fiducia nel futuro. È quindi un provvedimento importante, che non separa l'iniziativa per il risanamento dei conti dalle iniziative per lo sviluppo. Come? Creando più competizione, più innovazione, più formazione per i lavoratori, meno costo del lavoro, più qualità dei nostri servizi e per i nostri prodotti.

Guardate, faccio solo un appunto, e poi concludo il mio intervento: si è ironizzato in questi giorni circa il fatto che la Commissione bilancio ha impiegato un'ora del proprio lavoro per discutere e definire meglio le dizioni «pane fresco» e «panificio». È una questione importante: se abbiamo l'esigenza non solo di essere più competitivi sui mercati internazionali, ma anche di tutelare i nostri prodotti, dobbiamo avere norme garanti dell'effettiva tutela dei nostri prodotti.

Signor Presidente, ritengo questo provvedimento un primo passo: prevede più liberalizzazione e contribuisce a creare fiducia per il nostro Paese, e questo fattore è positivo. È un provvedimento che crea più concorrenza; stimola la ricerca e l'innovazione; offre più opportunità ai giovani; migliora i servizi e, con regolatori più rigorosi, credo sia un provvedimento che potrebbe arrivare a contribuire al controllo sui prezzi affinché siano più contenuti. Più concorrenza offre più opportunità, soprattutto per i giovani; mi riferisco alla norma sui farmacisti, alla possibilità di aprire le attività commerciali, ad un sistema bancario, per esempio, più trasparente; è un provvedimento che garantisce più innovazione e che consente di pensare al futuro con più fiducia, cosa di cui il nostro Paese ha bisogno in questo momento. (Applausi dai Gruppi IU-Verdi-Com, Ulivo, RC-SE e dai banchi del Governo).

 

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, per integrare la relazione scritta, il senatore Polledri, relatore di minoranza. Ne ha facoltà.

 

POLLEDRI, relatore di minoranza. Signor Presidente, il provvedimento è partito come il provvedimento dei taxi ed è arrivato, invece, come provvedimento delle tasse, tasse che erano già state promesse dall'Ulivo. L'Ulivo ha realizzato le sue promesse elettorali: creare una tassazione più elevata; realizzare un controllo sociale e uno Stato, non dico di polizia, ma il «grande fratello»; criminalizzare fortemente le categorie e il ceto produttivo di questo Paese. È stata dunque, alla fine, una vendetta contro la parte, probabilmente maggioritaria, del mondo dei liberi professionisti, delle piccole e medie imprese, dell'artigianato e del commercio.

Il provvedimento presenta anche una nota fortemente contraria alle famiglie, contenuta nell'articolo 38, che mira a trasformare il Paese in un immenso casinò, riuscendo finalmente a portare il gioco d'azzardo e le slot machine all'interno dei Bingo e delle strutture e ad aumentare il sistema del gioco per procura. Questo è l'ennesimo regalo alle famiglie che la stessa Margherita non solo ha accettato, e lo dico con estremo rammarico, ma ha anche votato, credo di buon grado.

Quindi, signor Presidente, ci troviamo di fronte a due politiche ben diverse; quella sostenuta dalla Casa delle Libertà, basata sulla riduzione della pressione fiscale, ha dato già segnali positivi nel Paese: un aumento del gettito fiscale di 7 miliardi di euro e un aumento della produttività dell'ordine del 12 per cento. Si tratta dei risultati della coalizione della Casa delle Libertà e sicuramente non degli effetti taumaturgici di qualche comparsata televisiva del Presidente in carica.

L'allarme sui conti pubblici, rilevato dalla illegittima, a nostro giudizio, commissione Faini, si è rivelato un alibi per il Ministro dello sviluppo economico per tassare le categorie produttive allo scopo anche di rifinanziare l'ANAS e le Ferrovie dello Stato.

E' però sulla parte fiscale che il decreto Bersani, ma soprattutto il decreto Visco - questo decreto che è stato fortemente influenzato dal ministro Visco - ha determinato, a nostro giudizio, una forte penalizzazione sul ceto produttivo, anche per quanto attiene a novità fiscali secondo noi contrarie all'articolo 3 dello Statuto del contribuente, ormai divenuto carta straccia, che vieta l'adozione di norme con effetti retroattivi.

Ebbene, il Governo - pur con una modifica operata dalla Commissione bilancio in questi giorni e dovuta più che altro al senso del pudore - ha stravolto completamente il settore immobiliare modificando, di fatto, il regime fiscale dell'IVA, nel senso dell'esenzione delle locazioni e adottando una tassazione patrimoniale di cui gli italiani tuttavia non si sono ancora resi pienamente conto, distratti, ahinoi, in parte dal decreto e dell'enfasi sulle tasse, in parte anche dalla questione relativa al calcio. I cittadini si troveranno amaramente a dover fare i conti, al rientro dalle vacanze, con un'aumentata tassazione sul settore immobiliare che, se da un lato agevola il settore fiscale delle immobiliari, dei vari amici degli amici, dall'altro penalizza la famiglia. Anche qui, ancora una volta, la Margherita fa finta di non vedere, perché la patrimoniale, applicata per il 4 per cento sul settore immobiliare privato, viene invece applicata soltanto per il 2 per cento agli amici degli amici.

Dobbiamo anche pensare all'effetto miracoloso per cui, con il primo provvedimento, siete riusciti a far cadere i titoli in Borsa di circa un miliardo e mezzo di euro. Ciò credo che lasci anche spazio a delle ipotesi di aggiotaggio, anche se, purtroppo, non abbiamo sentito levare alcuna critica o rilievo dalla CONSOB.

Ebbene, vi sono - come qualche esponente del Governo, l'ex Ministro Baldassarri, ha fatto notare - finestre temporali che ci fanno pensare che, tra la diffusione della notizia e la reazione in Borsa, qualcuno, in questo Paese, si sia arricchito. È stato l'ennesimo schiaffo a circa mezzo milione di risparmiatori che avevano investito sui fondi immobiliari e si sono trovati, grazie al vostro decreto sullo sviluppo (ahinoi, speriamo non ne presentiate altri!), più poveri per un miliardo e mezzo: l'ennesimo colpo alla Borsa, quindi.

Ma è, signor Presidente, contro l'aumento della pressione fiscale che l'opposizione rivolge i suoi strali ed è particolarmente attenta alla modifica che cercherà di portare in Aula. Alcune modifiche sono già arrivate, basti pensare all'inasprimento del regime dell'IRES, a causa del quale vi sono già code fuori dagli studi dei commercialisti, che portano ad una revisione delle valorizzazioni patrimoniali dei capannoni, eccetera. Per l'ennesima volta, l'attuale maggioranza si rivolge soprattutto contro la parte produttiva del Paese, che è ritornata ad investire (come titolava ieri «Il Sole-24ORE»): e proprio nel momento in cui l'economia riparte e si ricomincia ad investire, aumentate la tassazione, vanificando quanto di buono la maggioranza precedente aveva apportato.

Siamo, però, particolarmente preoccupati soprattutto per quanto riguarda la polizia finanziaria e l'opera di controllo - che farebbe impallidire la Santa Inquisizione - voluta dall'attuale coalizione di Governo (affetta, ahinoi, ancora dal vizio di voler assurgere al ruolo di difensore dei valori liberali e dell'individuo nei confronti dello Stato): nuovo obbligo, per i contribuenti, di trasmettere l'elenco clienti e fornitori; nuovo obbligo, per gli esercizi commerciali, di inviare i corrispettivi giornalieri per via telematica; obbligo, per i liberi professionisti, a partire dal 2008, di ricevere compensi solamente in assegni o bonifici, se di importo superiore a 100 euro.

Questo, a nostro giudizio, è un invito a servirsi di un'economia in nero: una norma che costringe i professionisti e i lavoratori autonomi ad aprire un apposito conto corrente (le banche ringraziano, quelle stesse - che pensavate di avere, in qualche modo, tenuto a bada con l'equiparazione dei tassi - esprimono un sentito ringraziamento nei confronti dell'attuale maggioranza); elenchi dei clienti, che medici e avvocati professionisti dovranno trasmettere al Grande fratello (l'Agenzia tributaria); aumento del ricorso ai questionari da compilare, ma non solo; aumento delle ispezioni fiscali e, soprattutto, rottura degli studi di settore (era stato stipulato un accordo con la parte produttiva - soprattutto con il settore artigianale delle cosiddette due su tre - che ora, però, è carta straccia); libere professioni ed ordini professionali sono in piazza, perché siamo riusciti a scontentare tutti (il parere espresso dalla Commissione giustizia non è stato assolutamente tenuto in considerazione); violazione dei minimi; introduzione del patto di quota lite e possibilità, quindi, di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi minimi perseguiti (in merito, signor Presidente, sono state emanate risoluzioni del Parlamento europeo, in quanto vi sono profili di costituzionalità estremamente importanti, che vedremo).

Sulla vertenza tassisti avete dimostrato la vostra capacità di essere duri con i deboli, invece di cedere ad una categoria che, giustamente, si è ribellata ad una modalità di lavoro. Allora, se da una parte siete stati buoni con gli operai che occupano i treni, dall'altra avevate promesso linee dure nei confronti dei tassisti e dei professionisti.

Questa classe operaia, a vostro giudizio, non è degna neanche di essere ascoltata!

Per quanto concerne gli interventi relativi alla vendita dei cosiddetti farmaci da banco, proporremo una modifica finalizzata a consentire una maggiore liberalizzazione dei farmaci, che non riguardi soltanto le cooperative. Pensiamo che questo sia un debito che dovete pagare ad alcune cooperative che si stanno attrezzando da tempo e che in tal senso hanno già espresso richieste sui giornali.

Passo ora ad affrontare la questione della concorrenza delle piccole e medie imprese. Sulle regole generali di tutela della concorrenza avete fatto carta straccia della cosiddetta riforma Bersani. Non sono state assolutamente ascoltate le segnalazioni delle Regioni in materia di disciplina del commercio. Si potranno aprire tutti gli esercizi commerciali che si vogliono, in dispregio dell'articolo 117 della Costituzione. Per aprire un esercizio commerciale non saranno più necessari requisiti di competenza o requisiti minimi di accesso; pertanto, vi sarà un grave danno alla tutela dei clienti e dei consumatori.

Anche per quanto riguarda le disposizioni relative alla panificazione avete pagato una tassa alle cooperative. Noi avevamo chiesto di distinguere il pane fresco dall'altro pane, quello semplicemente congelato e messo in vendita, ma anche questa proposta di buonsenso non è stata accolta: evidentemente qualche grande gruppo commerciale non lo ha reso possibile.

Anche rispetto al tema dei servizi pubblici locali vi sono state poche idee, ma ben confuse.

Ma è sui poteri dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato che si è arrivati a un piccolo capitolo, consegnando le chiavi della politica industriale all'Autorità per l'Antitrust e la concorrenza, che potrà intervenire in diretta su società quotate in Borsa. Soltanto con la comunicazione dell'apertura di una procedura e di un'indagine, l'Antitrust avrà la possibilità di congelare fino al 3 per cento del fatturato: provate a immaginare le conseguenze sui mercati e su grandi titoli quotati in Borsa come ENI e SNAM Rete Gas, alla semplice notizia, non di una procedura di infrazione, ma di un approfondimento.

Per quanto riguarda le politiche sociali, possiamo semplicemente rilevare che sono stati trovati quattro soldi per consegnare al ministro Bindi l'ennesimo osservatorio. Niente è stato fatto, oltre a questa manciata di milioni per poter mantenere l'ennesimo osservatorio. Anzi, è stato fatto qualcosa: è stata aumentata la tassa sul registro per chi vuole comprare una casa e, in tal modo, i giovani, per poter formarsi una famiglia, dovranno avere un'ipoteca in anticipo.

Anche sull'università le idee sono poche e confuse.

In conclusione, per quanto riguarda l'articolo 38 del provvedimento in esame ripeto ai colleghi della Margherita che forse bisognerebbe parlare con le associazioni dei familiari e con quanti sono vittima della passione del gioco. Prevediamo 7.000-8.000 nuovi punti di scommesse e, quindi, aiuteremo gli italiani a rovinarsi. Nello stesso tempo, però, Rifondazione chiede che si stampi qualche opuscolo pieghevole contro il vizio del gioco. Da una parte si diffonde il virus del gioco per fare cassa e dall'altra parte si dà agli italiani un pieghevole!

Ebbene, questa non è una riforma dei taxi, ma è una riforma delle tasse, una riforma patrimoniale rispetto alla quale il Paese vi giudicherà pesantemente. (Applausi dai Gruppi LNP, FI e UDC).

 

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 741

 

PASTORE (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

PASTORE (FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori rappresentanti del Governo, a mio avviso quest'Aula oggi dovrebbe festeggiare perché ha riconquistato una sua precisa prerogativa, quella cioè di discutere questioni pregiudiziali e sospensive prima che il provvedimento abbia un proprio seguito. Di ciò dobbiamo ringraziare la tenuta anche fisica del collega Malan (Applausi dal Gruppo FI) ed una riacquisita sensibilità per il rispetto del Regolamento da parte delle istituzioni più alte di questo ramo del Parlamento.

Signor Presidente, intendo presentare una questione pregiudiziale, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, con riferimento alla regolamentazione delle professioni in rapporto al diritto comunitario.

Una breve premessa: questo decreto-legge, che noi del centro-destra chiamiamo Visco-Bersani, e lo facciamo a ragion veduta, in realtà si compone di due parti: l'una sostanziale, vera ed effettiva, la parte Visco; l'altra che funge, come è stato detto, da specchietto per le allodole, io direi da donna-schermo, che serve cioè per coprire la sostanza del provvedimento. Questa donna-schermo, questa sorta di belletto messo a Visco con il nome del ministro Bersani, è rappresentata dalle cosiddette liberalizzazioni, che in questi giorni e in queste settimane di dibattito abbiamo appreso essere sostanzialmente fasulle, contraddittorie, superficiali, spesso inutili, molto spesso addirittura dannose. Pensiamo a quella che riguarderebbe le professioni intellettuali, di cui all'articolo 2 del decreto-legge.

Il fondamento di questa normativa sarebbe dato, e cito l'articolo 2, prima parte, dalla sua presunta conformità ai princìpi comunitari della libera concorrenza e della libertà di circolazione delle persone e dei servizi. Nulla di più infondato, di più erroneo e di più fuorviante. Sembra quasi di essere tornati al 1996, quando si tentò l'equiparazione tra imprese e professioni, sostenendo che entrambe dovessero essere soggette allo stesso modo al principio di concorrenza e si tentò addirittura di introdurre surrettiziamente una disciplina delle professioni intellettuali identica a quella delle imprese commerciali, estendendo alle prime il regime delle società di capitali.

Dieci anni fa quel tentativo fu fermato proprio in quest'Aula. Dopo dieci anni è passata molto acqua sotto i ponti; la Comunità europea ha preso coscienza di tale questione e con un pacchetto consistente di direttive e determinazioni del Parlamento europeo e di decisioni dell'Alta corte ha riconosciuto la peculiarità delle professioni intellettuali rispetto alle attività commerciali e, quindi, l'applicazione alle professioni intellettuali di un regime tutto speciale in materia di concorrenza, di prezzi e tariffe professionali, di costituzione di società e di pubblicità professionale.

Oggi con l'articolo 2 del provvedimento siamo tornati indietro, e non è un caso, perché questa norma è frutto di un'intesa tra una triade di uomini politici: Prodi, Bersani e Visco, gli stessi che tentarono quel colpo di mano nel 1996 allora furono fermati, oggi speriamo che il Parlamento riesca a sventare questo ulteriore e ancor più grave tentativo.

Vede, signor Presidente, il diritto comunitario ha preso coscienza di un fatto molto semplice, cioè il principio della simmetria informativa, che sembra un'espressione molto burocratica, ma si fonda sulla differenza di conoscenza tra chi eroga il servizio e chi lo riceve. Questo scambio tra chi eroga il servizio, cioè il professionista, e chi lo riceve, cioè il suo cliente, ha bisogno di regole e garanzie che possono essere previste solo da un sistema che rispetti il rapporto fiduciario tra cliente e professionista, nonché l'indipendenza e l'autonomia anche economica del professionista e soprattutto quell'applicazione di un sapere critico che è proprio dell'attività professionale di chi si fregia del titolo di professionista intellettuale.

Signor Presidente, la professione intellettuale è stata individuata ed è caratterizzata da un dato che un grande maestro del diritto, il professor Natalino Irti, ha, in maniera molto semplice e sobria, scolpito in una frase essenziale: l'attività professionale è l'applicazione di un sapere alla soluzione di un problema ogni volta diverso dal problema precedente e da quello che si porrà successivamente. Questa è l'attività professionale e solo da questo si capisce la differenza rispetto all'attività di impresa.

Per le professioni esiste un sistema di regole che si definiscono regole deontologiche fondate e basate sulla lealtà dei comportamenti, sulla correttezza e sul rispetto del professionista verso il cliente e del cliente verso il professionista, cosa ben diversa da quanto avviene negli altri tipi di rapporti commerciali. Paradossalmente, onorevoli colleghi, vi è però una professione, tra tutte, che maggiormente si è ribellata all'applicazione, all'approvazione e all'entrata in vigore dell'articolo 2 del decreto-legge: quella forense.

Vi è un motivo molto semplice: la professione forense ha lo scopo, la funzione e la missione di difendere i cittadini di fronte all'applicazione di leggi da parte di un'autorità, di un potere, che potrebbe essere un'autorità, un potere che applica le leggi in maniera sbagliata volutamente oppure per ignoranza, in buona o in cattiva fede che sia. Per questo vi è la delicatezza del problema dell'autonomia e dell'indipendenza dell'avvocatura e della professione forense.

Vi è un altro paradosso, onorevoli colleghi: se vi è una professione che si è adeguata al diritto comunitario, è proprio quella forense. Voglio infatti ricordare che nel 1998 la Comunità europea, la Commissione europea, il Parlamento europeo, hanno approvato una direttiva (ma riferisco alla direttiva n. 5) che nel 1999, sotto il Governo di centro-sinistra, è stata recepita per poi essere attuata l'anno dopo. La professione forense ha cioè un pieno adeguamento al sistema comunitario, tant'è vero che è stata esclusa dalle ultime direttive che riguardano tutte le altre professioni. Si pone allora un problema di compatibilità costituzionale: quello del rispetto dell'ordinamento comunitario, perché approvare una norma che modifica l'attuazione di una direttiva comunitaria in maniera così unilaterale, senza coinvolgere gli organismi europei, è senz'altro un vulnus al diritto comunitario.

Signor Presidente, mi avvio a concludere, oltre questa osservazione di carattere giuridico (che è accresciuta dal fatto che il diritto comunitario è diventato, nel nuovo articolo 117 della Costituzione, norma costituzionale, cosa che prima non era), sottolineando che questo provvedimento è pieno di norme che colpiscono il lavoro autonomo, le professioni, la piccola e media impresa, ma, soprattutto, riferendomi a questo campo, le libere professioni, perché evidentemente il ceto dirigente che le professioni esprimono non porta mai il cervello all'ammasso, è portatore di un sapere critico, non è egemonizzato dalla sinistra e quindi, chiaramente, non è un portatore d'acqua per la sinistra.

Per tale ragione le libere professioni, come la libera impresa, vengono colpite da questo provvedimento. (Applausi dal Gruppo FI e del senatore Valentino).

 

D'ONOFRIO (UDC). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, capisco che le pregiudiziali non suscitano particolare interesse o emozione perché si coglie quasi esclusivamente il carattere ostruzionistico delle medesime rispetto al provvedimento in esame, ma tra le questioni, credo tutte importanti, ve ne è una sulla quale soffermerei l'attenzione che si pone di fatto per la prima volta all'esame del Senato della Repubblica. Quindi, nonostante l'intento dilatorio che potrebbe apparire tipico delle questioni pregiudiziali, mi sembra potrebbe esserci un grado di attenzione maggiore proprio per il fatto che si tratta per la prima volta di una questione pregiudiziale posta in questi termini.

Di cosa si tratta? Noi veniamo da una legislatura nella quale si è molto discusso sul rapporto tra Stato e Regioni, tra ciò che era stato fatto dal centro-sinistra nella precedente legislatura - le cosiddette modifiche del Titolo V, autentica rivoluzione istituzionale per la verità, mai detto da parte mia cose diverse - e altre riforme costituzionali proposte dall'allora maggioranza, che sono stato respinte dal referendum popolare.

Rimane in vigore il Titolo V. Si tratta, signor Presidente, di una modifica della Costituzione originaria che ha trasformato sostanzialmente il potere legislativo della Repubblica italiana, non di una modifica marginale dei rapporti tra centro e periferia. Mentre nella Costituzione del 1947 il potere legislativo - quindi il decreto-legge, che è un modo d'esercizio di tale potere - era di competenza esclusiva dello Stato, con la modifica del Titolo V il potere legislativo è in parte rilevante di competenza dello Stato, in parte significativa di competenza regionale, residuale o esclusiva che dir si voglia, e in parte rilevante concorrente tra Stato e Regioni.

La questione che pongo ora al Senato della Repubblica è la seguente: quando l'articolo 77 della Costituzione originaria, varata nel 1947, prevedeva la possibilità che il Governo adottasse provvedimenti in casi straordinari di necessità e urgenza con forza di legge (i cosiddetti decreti-legge), quel potere poteva essere esercitato dal Governo in sostituzione del Parlamento, non delle Regioni, perché il Parlamento aveva la titolarità completa del potere legislativo generale. Con la modifica del Titolo V della Costituzione - non so fino a che punto ci si sia resi conto di questo - non vi è più l'esclusiva statale del potere legislativo; di conseguenza, non vi è più la possibilità di fare decreti-legge in riferimento al potere legislativo del Parlamento nazionale, potere che non c'è più.

Il Governo della Repubblica, in altri termini, non può sostituirsi alle Regioni se non in casi specificatamente previsti dal nuovo ordinamento costituzionale, quello risultante dalla modifica, da parte del centro-sinistra, del Titolo V della Costituzione (non quello del centro-destra) e sulla base anche di uno specifico orientamento della Corte costituzionale.

Quello che mi sorprende, in questo decreto-legge, è la totale mancanza di consapevolezza del problema; eppure, il problema in qualche misura appare tra le righe, perché il Governo fa un grande richiamo ad articoli della Costituzione che sarebbero posti a fondamento del suo decreto-legge, ma non richiama il solo articolo della Costituzione vigente, l'articolo 120, che parla di potere sostitutivo del Governo, anche rispetto al potere esclusivo delle Regioni, in casi straordinari e con procedure particolari.

Il caso straordinario, invece, nella relazione introduttiva al decreto-legge non è in alcun modo citato e le procedure non sono state affatto seguite; eppure, non si tratta di procedure banali, ma del contesto della consultazione reciproca formalizzata tra Stato e Regioni, come è affermato dalla stessa Corte costituzionale nella sentenza n. 242 del 2005, richiamata nell'introduzione al decreto-legge, il che vuol dire che chi ha scritto la relazione introduttiva sapeva che il problema esisteva.

Certo, devo ritenere che il Governo che ha redatto questa relazione lo sapesse, ma se sapeva che il problema era questo e che il richiamo alla citata sentenza della Corte costituzionale era significativo, perché non ha rispettato - non dico in parte, ma in nulla - ciò che la Corte medesima richiede, ovvero la consultazione ovvia delle Regioni in ordine ai casi straordinari di potestà sostitutiva dello Stato alle Regioni, anche in sede di attività legislativa?

Questo Governo non ha affatto percepito di operare in presenza di un ordinamento costituzionale radicalmente modificato dalla stessa maggioranza di centro-sinistra, a favore, si riteneva, dell'ordinamento regionale; non parlo di chi era a favore e di chi era contro: è in vigore una Costituzione italiana, si è fatto ritenere che fosse quella del 1947, ma quella che era in vigore era quella risultante dalla modifica del Titolo V.

La Costituzione vigente è stata violata - di qui la questione pregiudiziale di costituzionalità - e non solo all'articolo 117, che prevede espressamente che le professioni sono di competenza concorrente di Stato e Regioni. D'altronde, parlare di competenza concorrente non significa in maniera ovvia che i principi li stabilisce lo Stato e i dettagli le Regioni. Lo avevamo scritto nella riforma costituzionale che non è entrata in vigore in quanto bocciata dallo scorso referendum; non si sa quindi quali siano i poteri regionali e quali quelli dello Stato in materia di professioni, non solo intellettuali - come diceva il collega Pastore - ma in generale.

Assistiamo non solo ad una violazione clamorosa dell'articolo 117 della Costituzione, e quindi della potestà regionale espressamente ivi prevista, ma anche ad una clamorosa violazione dell'articolo 120 della stessa, che giustamente prevede la eccezionalità del potere legislativo statale in presenza di circostanze che non si sono neanche lontanamente verificate: ad esempio, violazione di norme internazionali, problemi comunitari.

Da questo punto di vista, mi rammarico del fatto che la questione pregiudiziale di costituzionalità, per la prima volta posta all'attenzione del Senato della Repubblica in questa legislatura, venga posta in un contesto percepito come complessivamente dilatorio. È invece posta in termini che mi auguro il Senato voglia comprendere fino in fondo, perché è la premessa della stessa questione delle riforme costituzionali concordate. Non si può neanche aprire un tavolo di riforma costituzionale se non sappiamo se il Governo ritiene o no di rispettare la competenza legislativa delle Regioni. Non siamo in presenza dell'esigenza di sapere il quantum ma il se e se il Governo intende rispettare la competenza legislativa regionale il decreto-legge è fuori dalla Costituzione per ragioni assolutamente evidenti.

Mi auguro che il Governo della Repubblica, qui rappresentato dal Ministro della giustizia e dal sottosegretario Pinza (anche se non ascolta con attenzione queste considerazioni, spero le riferisca al Ministro per i rapporti con il Parlamento), ci dia risposte su questo decreto-legge, adottato in chiara e clamorosa violazione dell'articolo 120 della Costituzione, che non richiama nelle sue premesse, mentre lo richiama una pronuncia della Corte costituzionale che espressamente dice che occorrerebbe attività concertativa e di coordinamento orizzontale tra Stato e Regioni (che non c'è stata), ovverosia le intese (che non vi sono state) che devono essere condotte in base al principio di lealtà, che non è stato rispettato.

La Corte costituzionale ha dato tre indicazioni che riguardavano questo aspetto fondamentale e lo ha fatto in riferimento ad un atto legislativo della precedente maggioranza basato sulla Costituzione vigente all'epoca (Titolo V, come è oggi). Tale è pertanto la questione nuova, del tutto nuova: il Governo della Repubblica ha adottato un decreto-legge nella mancata consapevolezza che si tratta di materia di competenza legislativa regionale, che consente la potestà sostitutiva del Governo nei modi espressamente previsti all'articolo 120 della Costituzione vigente, unico articolo non richiamato nel testo. Non è un fatto formale, ma un fatto sostanziale, perché il mancato richiamo al citato articolo 120 significa che questo Governo non intende in alcun modo considerare la potestà legislativa regionale un limite alla sua potestà di adottare decreti‑legge. Lo capisco per il vice ministro Visco, che nulla sa della Costituzione; mi meraviglio, invece, del ministro Bersani, che dovrebbe sapere qualcosa dell'ordinamento regionale. Mi meraviglio soprattutto del Ministro della giustizia; in questo caso era assente, nel senso che non ha preso parte alla concertazione, per cui ho parlato di occultamento di Ministro.

Nel caso in specie, occorre che il Governo ci dica se la violazione della competenza costituzionale, che è l'oggetto di questa pregiudiziale, è la ragione per la quale ha adottato questo decreto-legge. È ovvio che il Governo non ci dirà di aver voluto adottare il decreto in violazione delle norme sulla competenza regionale. Ci dica allora dov'è rispettato l'articolo 120 della Costituzione, non solo non richiamato, ma dichiaratamente violato.

È una questione che pongo all'attenzione del Presidente del Senato, perché non riguarda i rapporti tra Parlamento e Governo, ma riguarda i rapporti tra Parlamento nazionale e ordinamento regionale ed è ovvio che il Presidente del Senato concorre alla garanzia del rispetto delle competenze regionali, non presenti in quest'Aula, in quanto tali, con i loro esponenti. (Applausi dai Gruppi UDC, AN e FI).

 

SAPORITO (AN). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

SAPORITO (AN). Signor Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, illustrerò la questione pregiudiziale che ho posto, per la non discussione del decreto Bersani in quest'Aula, secondo i parametri dell'articolo 1 della Costituzione, che riguarda il principio di democraticità, e dell'articolo 3, secondo comma, della stessa Costituzione, che riguarda la partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Fin dagli anni '70 la dottrina giuridica si è posta il problema se il potere pubblico e il suo svolgimento corretto potessero essere rinchiusi nel mero rapporto tra Parlamento e Governo. Prevalente è stato l'orientamento secondo il quale, nel passato, ed anche oggi, più significativo del conosciuto parametro della separazione dei poteri sicuramente appare quello della necessità della definizione dell'indirizzo politico e delle corrette relazioni fra i diversi organi che partecipano alla sua determinazione nell'ambito dell'organizzazione dello Stato moderno e della complessa articolazione in cui operano ceti e categorie nella persecuzione degli interessi comuni per il benessere del nostro Paese.

Da tale punto di vista, appare di tutta evidenza la debolezza della tesi che fondamentale sia il continuum Governo-maggioranza, come abbiamo sentito spiegare spesso in Commissione, nella definizione di leggi e norme in materia economica, fiscale e di sviluppo, lasciando alla minoranza-opposizione la mera funzione di controllo parlamentare o di mero contrasto.

Al contrario, oggi negli Stati moderni democratici la qualificazione politica del pubblico potere richiama la responsabilità del Governo, della maggioranza e dell'opposizione di tener conto dell'opinione dei destinatari delle leggi, i cui contenuti vanno costruiti nella dialettica politica, ma anche in quella sociale, con la rappresentanza legittima degli interessi in gioco.

Dunque, nell'esercizio delle politiche di bilancio, monetarie e fiscali l'espressione più alta del principio costituzionale della democraticità del nostro ordinamento è data dal raggiungimento di un giusto equilibrio tra poteri strutturalmente diversi, di Governo da una parte e di rappresentanza popolare dall'altra.

Queste premesse aiutano a giustificare le fondate preoccupazioni sull'incostituzionalità di gran parte delle norme contenute nel cosiddetto decreto Bersani, e in generale del Governo Prodi, dove non risulta salvaguardata l'esigenza dei gruppi di rappresentanza di ampi strati sociali, che non sono messi in condizione di partecipare come componente garantista alla gestione del potere del Governo nelle scelte che riguardano gli assetti economici, le professioni, la fiscalità e la privacy dei cittadini.

In tale quadro si pone la mia questione pregiudiziale di costituzionalità del citato decreto, che riorganizza, attraverso false e non condivise liberalizzazioni, correzioni di conti pubblici, atti non concordati né spiegati a modifica di ordinamenti fondamentali.

La prospettiva di un possibile - spero non reale - ricorso al voto di fiducia aggraverebbe ancora di più la situazione, perché si impedirebbe lo svolgimento in quest'Aula, da parte dei partiti di opposizione, di atti rivolti alla prescritta garanzia della trasparenza dei processi di decisione dell'attuale Governo in un momento delicato della vita del Paese.

La mia pregiudiziale è fondata anche sul timore che il ruolo del Parlamento, con il cosiddetto decreto Bersani, perda il carattere, riconosciuto dalla Costituzione, di struttura aperta come strumento di raccordo politico tra lo Stato-apparato e lo Stato-comunità di cittadini con diritti e doveri riconosciuti da norme positive.

Inoltre, l'incostituzionalità del decreto deriva dalla violazione dell'essenza democratica dell'organizzazione dello Stato sancita dall'articolo 1 della nostra Carta fondamentale. Una conferma viene dall'interpretazione data a tale disposizione da alcuni costituzionalisti. Ricordo uno scritto del senatore Manzella su questo tema specifico, secondo cui l'essenza democratica della Repubblica è data dalla totale partecipazione dei soggetti della società civile al Governo dello Stato-organizzazione.

Il Governo con questo decreto ha dato luogo a un pericoloso fenomeno di involuzione autoritaria e oligarchica perché viola anche l'articolo 3, secondo comma, della Costituzione: infatti l'iniziativa normativa di urgenza in discussione va in direzione contraria all'obbligo del Governo di garantire l'effettività e l'efficacia della partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese, come sancito appunto dallo stesso articolo 3, secondo comma, della Costituzione.

Intendo solo svolgere un'ultima riflessione: il professor Enrico De Mita, esperto in materia fiscale, in un articolo apparso ieri su «Il Sole 24-ORE», ha riconosciuto apertamente che, dopo il cosiddetto decreto Bersani, il sistema tributario italiano diventa più pericoloso e più complesso, con violazione dei principi di legalità e di affidamento e certezza contenute nello Statuto del contribuente, che è stato ricordato nella relazione di minoranza.

Dunque, anche sotto un altro punto di vista, viene messa in dubbio la costituzionalità e legalità del decreto in discussione che viola il fondamento del sistema fiscale per contenere - come dice sempre il professor De Mita - la discrezionalità dell'amministrazione finanziaria. Questi rilievi, signor Presidente e cari colleghi, avremmo voluto avanzare in Commissione affari costituzionali, se ne avessimo avuto l'opportunità, come è stato ricordato dai colleghi Storace e Pastore.

Non voglio aggiungere altro, se non chiedere di esaminare con molta prudenza e accortezza la questione pregiudiziale da me proposta e quella degli altri colleghi per ritornare ad un ordinamento costituzionale governato da norme certe e di legalità anche laddove c'è l'urgenza di provvedimenti. Questo è l'auspicio per mi permetto di formulare all'Assemblea. (Applausi dai Gruppi AN e FI).

 

STIFFONI (LNP). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

STIFFONI (LNP). Signor Presidente, il decreto-legge in esame si compone di un numero assai elevato di articoli che affrontano ambiti eterogenei che vanno dalla disciplina delle professioni a quella del commercio, alla tutela dei consumatori, alla lotta all'evasione fiscale, al contenimento della spesa pubblica, ai poteri dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, ai servizi pubblici locali, alle politiche giovanili, alle politiche per la famiglia (non so se affronta anche altri argomenti).

Lo strumento del decreto-legge, prescelto per introdurre interventi plurisettoriali, appare decisamente in contrasto con l'articolo 77 della Costituzione, che pone a presupposto dell'adozione di decreti-legge «casi straordinari di necessità ed urgenza». Il dettato costituzionale impone che il decreto-legge sia supportato dalla necessità di porre in essere interventi di immediata efficacia, non dilazionabili nel tempo, di carattere omogeneo e conformi al titolo, come ulteriormente precisato dalla legge n. 400 del 1988.

L'atto di urgenza in esame non presenta nessuno dei requisiti sopra indicati: non è omogeneo nei suoi contenuti, come già sottolineato, tanto che risulta difficile individuare un criterio unificante, né si limita a recare interventi di immediata applicazione, se si considera che molte delle disposizioni in esso contenute configurano correzioni destinate a dispiegare i propri effetti non solo nell'anno in corso, ma anche nel 2007 e nel 2008. L'ispirazione che supporta il provvedimento va evidentemente oltre la logica che dovrebbe ispirare un decreto-legge, al punto che tra gli obiettivi che il Governo assegna al provvedimento in esame vi sono quelli di promuovere assetti di mercato maggiormente concorrenziali, favorire il rilancio dell' economia e persino la creazione di nuovi posti di lavoro.

Alla luce di queste considerazioni, può altresì avanzarsi il dubbio che il decreto-legge in oggetto intenda aggirare, sfruttando il canale preferenziale accordato ai provvedimenti d'urgenza, l'iter legislativamente previsto per le manovre di finanza pubblica che, come è noto, vengono impostate con il DPEF che fissa le linee dei successivi interventi correttivi, sulle quali il Parlamento si esprime mediante atto di indirizzo al Governo. Con il ricorso al decreto-legge in esame il Parlamento viene posto, invece, di fronte ad un atto d'urgenza che può solo avallare o respingere.

Alcune delle disposizioni in materia fiscale, ed in particolare quelle riguardanti il nuovo regime fiscale di esenzione IVA per tutte le cessioni e locazioni di fabbricati, hanno effetti retroattivi contravvenendo, perciò, al generale principio vigente nel nostro ordinamento di non retroattività delle leggi, di cui all'articolo 11 delle disposizioni sulla legge in generale, ulteriormente specificato, con le disposizioni tributarie, dall'articolo 3 della legge 27 luglio 2000, n. 212, che reca lo Statuto del contribuente, assolutamente disatteso.

Seppure il decreto-legge in esame viene infine sostenuto e propagandato dalla maggioranza come un provvedimento di liberalizzazione, esso contiene in realtà norme limitative della libertà di impresa, in particolare per i professionisti, ai quali vengono imposti nuovi adempimenti, come quello, ad esempio, di aprire un nuovo conto corrente ad hoc per ricevere i compensi della propria opera.

Signor Presidente, alla luce di queste considerazioni, il Gruppo Lega Nord Padania chiede di non procedere all'esame del disegno di legge in esame.

 

SACCONI (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

SACCONI (FI). Signor Presidente, colleghi senatori, ho presentato una questione pregiudiziale di costituzionalità, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, nella convinzione che il provvedimento in esame contenga numerose disposizioni che si pongono in contrasto con i principi sanciti dalla Carta costituzionale e da una costante giurisprudenza costituzionale sotto il profilo della libertà, della dignità e della riservatezza della persona.

In particolare, risultano violati l'articolo 2, relativo ai diritti inviolabili dell'uomo; l'articolo 3, dal quale si può desumere il dovere di ragionevolezza della legge; l'articolo 13, ove si considera inviolabile la libertà personale anche sotto il profilo morale e si richiedono in ogni caso atti motivati dell'autorità giudiziaria per limitarla; l'articolo 23, che dispone come ogni prestazione personale debba essere dovuta in base ad una legge certa e razionale, ma non in base alla discrezionalità dell'amministrazione, secondo quanto sancito dal cosiddetto principio di legalità. Sono poi particolarmente in contrasto con i citati articoli della Carta costituzionale una serie di disposizioni che sommariamente richiamo: quelle relative alle comunicazioni all'amministrazione finanziaria di intermediari bancari e finanziari che includono anche la natura dei rapporti che vengono trasmessi, il che implica, come è ovvio, una valutazione senza garanzia per il contribuente; le comunicazioni da parte delle camere di commercio su dati che vengono estrapolati dai bilanci e che quindi possono costituire operazioni incomplete o imprecise senza, ancora, che vi sia alcun contraddittorio con il contribuente; l'invio telematico periodico dell'elenco dei fornitori e, soprattutto, dei clienti che rappresentano l'asset principale di una società; il collegamento telematico, addirittura dai registratori di cassa, con l'amministrazione finanziaria, con ciò determinando la possibilità di quest'ultima di entrare nella quotidiana, ordinaria, minuta attività della microimpresa; la possibilità di chiedere, sanzionando ciò nel caso di un mancato ottenimento, questionari o richieste rivolte a terzi da parte della Guardia di finanza o dell'amministrazione finanziaria anche per fini diversi dall'indagine tributaria, in ogni caso senza menzionare il destinatario, il quale può rimanere ignaro delle informazioni che vengono richieste a questi soggetti istituzionali o privati nei suoi confronti; inoltre i rimborsi assicurativi da comunicare all'amministrazione finanziaria, incluso il titolo magari inerente ad una malattia per la quale vi sono state terapie che vanno anch'esse comunicate all'amministrazione finanziaria (non se ne comprende la ragione ai fini dell'indagine tributaria); l'equiparazione del trattamento dei dati da parte dell'Agenzia delle dogane a quelli del Dipartimento di pubblica sicurezza per finidi tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica o dell'accertamento, della prevenzione e della repressione di reati; un monitoraggio sui pagamenti minuti, uguali o inferiori a 100 euro, da e per le arti e le professioni, come se ciò dovesse costituire la soglia antiriciclaggio; infine, l'accesso a tutti questi dati da parte di dipendenti della società Riscossione spa o delle altre società partecipate.

Tutto ciò mi induce a richiedere di non procedere all'esame di questo provvedimento, soprattutto perché ciò significa abbandonare del tutto la linea della leale collaborazione tra amministrazione e contribuente e scegliere piuttosto la via della delazione o, per altro verso, della invasività dell'amministrazione finanziaria, come se si volesse un Paese sotto schiaffo e non un Paese organizzato secondo principi di libertà e responsabilità. Tra i principi di libertà Roosevelt includeva la libertà dalla paura, quella libertà della paura che vogliamo tutelare mandandovi a casa. (Applausi dai Gruppi FI, UDC e AN).

 

ALBERTI CASELLATI (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

ALBERTI CASELLATI (FI). Signor Presidente, signori senatori, vorrei porre una questione pregiudiziale, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, in ordine all'articolo 21 del decreto Bersani, che riguarda la giustizia amministrativa. Ci sono due princìpi che sono stati ripetutamente sbandierati da questo Governo. Durante tutta la recente campagna referendaria si è invocata la sacralità della Costituzione, come se modificarla, dimenticando poi che con la modifica del Titolo V lo avevano già fatto, fosse un attentato ai cittadini, offendesse la memoria dei Padri costituenti.

Il secondo principio è che tutti i provvedimenti contenuti nel decreto Bersani favoriscono il cittadino, per così dire, consumatore dei servizi; vedi, ad esempio, le cosiddette liberalizzazioni. Niente di più falso! È in atto una pesante campagna di mistificazione. Il pacchetto Bersani è uno schiaffo alla Costituzione perché il decreto è quasi, in tutte le sue parti, incostituzionale o per incompetenza per materia o perché si pone in contrasto con i singoli articoli. Altro che sacralità! Ma è talmente elevato il grado di disprezzo istituzionale da parte di questo Governo nei confronti del Parlamento - non è continuità, presidente Marini, dei lavori parlamentari - che siamo arrivati in Aula, come ha detto il senatore Pastore, senza aver nemmeno avuto la possibilità di votare il parere sul decreto Bersani in Commissione affari costituzionali.

Così il bavaglio continua e non è un bavaglio per noi parlamentari della Casa delle Libertà, ma per quel 50 per cento degli italiani che non si riconosce in voi (Applausi dal Gruppo FI), che non si riconosce nel Governo di centro-sinistra! Vediamo, in particolare, l'articolo 21 che stabilisce che per tutti i ricorsi presentati alla TAR e al Consiglio di Stato, al di là del valore possibile della controversia, il cittadino deve pagare 500 euro di contributo unificato, oltre a 250 euro se chiede una pronuncia cautelare. Secondo i dati, i due terzi dei ricorsi amministrativi sono proposti con istanza cautelare. Sicché un cittadino, per iniziare un procedimento amministrativo, dovrà spendere di contributo allo Stato mediamente 750 euro. Se poi vuole appellare, deve versare altri 250 euro.

In sostanza, un cittadino che intende opporsi ad un provvedimento della pubblica amministrazione, che ritiene adottato in maniera illegittima, deve versare allo Stato, qualunque sia il valore della causa, più di mille euro per esercitare il proprio diritto alla difesa. Ma c'è di più. Anche i ricorsi proposti contro il silenzio-inadempimento della pubblica amministrazione, il diniego espresso o tacito di accesso ai documenti, che finora erano esenti da contributo, sono sottoposti all'onere del versamento di 250 euro. Questo significa che il cittadino non solo non ottiene una pronuncia da parte della pubblica amministrazione sulla propria istanza di ottenere copie di documenti o atti di un procedimento - pensiamo, ad esempio, ai vari permessi di costruire - ma deve anche pagare più di mezzo milione di vecchie lire.

Quindi, il danno e anche la beffa. Il cittadino è costretto ad adire il giudice per contrastare un comportamento defatigatorio della pubblica amministrazione, doloso o colposo che sia, e deve anche pagare. Così, un privato che voglia ottenere un permesso di aprire una finestra, di fronte al silenzio della pubblica amministrazione, potrebbe essere costretto ad instaurare un giudizio che comporta moltissimi denari.

L'assurdo è che tutto avviene per la tutela di un diritto di modico valore.

È palese quindi che la norma, così congegnata, contrasti con l'articolo 24 della Costituzione, perché incide sul diritto della difesa del cittadino che, dinanzi a spese così rilevanti, preferirà fare acquiescenza a provvedimenti di dubbia legittimità della pubblica amministrazione.

In conclusione, come si leggeva ieri su «Il Sole 24 ORE», che non è certamente un quotidiano favorevole al centro-destra, si è prospettato un sistema di giustizia amministrativa capovolta: anziché difendere i cittadini dall'amministrazione questo decreto difende l'amministrazione dai cittadini. (Applausi dal Gruppo FI).

La norma contrasta, inoltre, con l'articolo 3 della Costituzione, perché opera una disparità di trattamento tra il processo civile e quello amministrativo e quindi tra posizioni giuridiche alle quali l'ordinamento riconosce pari dignità e tutela: i diritti soggettivi e gli interessi legittimi.

La differenza, Presidente, tra le parole e i fatti di questo Governo è evidente: non solo si vìola ripetutamente la Costituzione, ma si creano cittadini di serie A e cittadini di serie B, perché soltanto le persone più abbienti potranno affrontare le spese della giustizia; una giustizia che non sarà eguale per tutti, ma solo per pochi, economicamente privilegiati.

Pertanto, ribadisco la richiesta di non porre in discussione il pacchetto Bersani. (Applausi dai Gruppi FI e UDC. Congratulazioni).

 

BALDASSARRI (AN). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

BALDASSARRI (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi, la mia pregiudiziale riprende gli elementi di non costituzionalità di questo decreto e la totale assenza di qualunque presupposto di necessità e urgenza, sia per come il provvedimento è entrato in quest'Aula, sia per come è uscito dalla Commissione bilancio.

Vorrei richiamare l'attenzione dei colleghi su un fatto serio e grave: questo decreto rappresenta un falso in atto pubblico, per ragioni formali e giuridiche, per ragioni economico - finanziarie e per ragioni politiche.

Vi ricordo che il decreto, varato dal Governo venerdì 30 giugno, è apparso su su «Il Sole 24 ORE» domenica 2 luglio e, soltanto nella tarda serata di martedì 4 luglio, è stato controfirmato dal Presidente della Repubblica.

In quei giorni, a mercati aperti, l'annunciato provvedimento di sostituzione, con l'imposta di registro, dell'IVA sugli immobili ha determinato nei mercati una riduzione delle quotazioni per un miliardo e 400 milioni ed ha colpito circa 500.000 risparmiatori. Sarebbe opportuno che l'opinione pubblica, il Parlamento e, ovviamente, la CONSOB valutassero i movimenti e gli scambi avvenuti in quei giorni. I risparmiatori italiani hanno perso un miliardo e 400 milioni, ma, come tutti sanno, la Borsa è un gioco a somma zero: se c'è uno che perde, c'è uno che guadagna.

Il falso in atto pubblico su tale specifico aspetto è relativo al fatto che il Governo, in 5a Commissione al Senato, ha giustamente, e devo dire anche correttamente, ammesso che si è trattato di un errore tecnico.

Presidenza del vice presidente ANGIUS(ore 17,59)

 

(Segue BALDASSARRI). E allora, se di errore tecnico si è trattato, il decreto è falso: nell'attuale tabella, ancora esistente a pagina 131 - laddove fosse passata quella vecchia stima inesistente di 13-15 miliardi di euro, che l'erario avrebbe potuto incassare, come è riportato nel decreto - la retroattività di tutte le detrazioni IVA non vi è mai stata.

Il testo al nostro esame è, quindi, incostituzionale perché non rispetta né l'articolo 81 né - com'è già stato ricordato - gli articoli 2, 3 e 13 della Costituzione: questo per quanto riguarda l'aspetto formale e giuridico.

Per quanto riguarda l'aspetto economico quantitativo, invece, il decreto - così come pervenuto a questa Camera - determina un effetto, sui conti del 2006, pari allo 0,00035 per cento sul saldo netto da finanziare, allo 0,07 per cento sul fabbisogno di cassa e allo 0,1 per cento sull'indebitamento netto di competenza. Nei numeri del Governo è palese la totale mancanza di necessità e urgenza, visto che l'Esecutivo stesso afferma che sui conti del 2006 il decreto è del tutto irrilevante.

Esso è, inoltre, falso nella quantificazione degli effetti: ha un titolo che parla di risanamento finanziario, di equità sociale e solidarietà, di lotta all'evasione e all'elusione fiscale. I numeri scritti dal Governo - anche nella relazione tecnica, corretta, una volta evidenziati i clamorosi errori che riportava quando giunse in Parlamento - manifestano che se di privatizzazioni, prima, vi era una spolveratina, dopo non se ne è più trovata traccia (zero per cento, quindi, sul fronte delle azioni per sostenere i diritti del cittadino ad una maggiore concorrenza, a minori prezzi e ad una maggiore qualità di beni e servizi). Vi è un rifinanziamento dei cosiddetti fondi sociali: ebbene, questo importo, è pari allo 0,008 del prodotto interno lordo. Ne risulta che il restante 99,992 per cento rappresenta un puro aumento di tasse e di prelievo fiscale.

Sul piano politico, è necessario considerare un terzo elemento. È evidente lo scambio che, almeno nelle intenzioni iniziali, il Governo intendeva proporre ai cittadini: una spruzzatina di qualche piccola, maggiore libertà nell'acquisto di alcuni beni e servizi, in cambio di una schiavitù fiscale. Il decreto - come ho già avuto modo di asserire in Commissione - introduce la tracciabilità delle persone: vorrei richiamare l'attenzione dei colleghi senatori su tale aspetto. Nelle settimane scorse abbiamo vissuto il caso delle intercettazioni telefoniche a tappeto, di tutto e di tutti, dalle quali sono stati pescati arbitrariamente questo o quel passaggio da dare in pasto ai giornali (è avvenuto in casi riguardanti il centro‑destra; è avvenuto in casi riguardanti il centro-sinistra).

Qui stiamo introducendo la seconda operazione, ossia una registrazioneex ante di tutti i flussi finanziari di tutti i cittadini italiani: un'enorme piscina di dati, da cui pescare arbitrariamente e gettare in pasto, oltre alle intercettazioni telefoniche, anche i movimenti finanziari e bancari. Questo non ha nulla a che vedere con ciò che oggi è già permesso e legittimo, e cioè che, nella lotta all'evasione fiscale, l'anagrafe tributaria ed il fisco, avviando una procedura di accertamento, abbiano il diritto di entrare in tutti i conti correnti bancari del Paese, per qualunque cittadino, ma solo a seguito di una procedura di accertamento.

Qui c'è una registrazione, ex ante, preventiva di tutto con il rischio che il cittadino dovrà provare la propria innocenza ex ante: questo fa il paio - e concludo, signor Presidente - con la potestà rilasciata all'Antitrust di comminare sanzioni non alla fine di un'istruttoria, ma addirittura all'apertura. Si introduce, quindi, ancora una volta il vecchio principio del solve et repete, cioè "paga e poi si vedrà", senza che si indichino soluzioni per chi, semmai avesse dovuto pagare, fosse risultato non meritevole di quell'ammenda.

Per tali ragioni, poiché il provvedimento al nostro esame non è costituzionale e non ha carattere di necessità ed urgenza, chiedo venga posta ai voti tale questione pregiudiziale. (Applausi dai Gruppi AN, FI, UDC e LNP).

 

VIZZINI (FI). Domando di parlare.


PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

VIZZINI (FI). Signor Presidente, con la conversione del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, il nuovo Parlamento si trova a dover affrontare per la prima volta in questa legislatura la delicata questione dei limiti alla competenza legislativa dello Stato imposti dal Titolo V della Costituzione, come riformato dalla legge costituzionale n. 3 del 2001, cercando di trovare soluzioni che contemperino l'esigenza di uniforme regolamentazione di talune materie e di salvaguardia degli ambiti di autonomia regionale, con specifico riferimento alle Regioni a statuto speciale ed alle Province autonome.

Va immediatamente osservato come l'ambito della conversione di un decreto-legge implichi che il Parlamento si trova a valutare una scelta già compiuta dal Governo ed a verificarne la correttezza in rapporto al dettato costituzionale. E' perciò necessario comprendere se ed in che modo il decreto-legge consideri ed affronti la questione.

Dei quattro titoli del provvedimento è ovviamente il primo che, per le materie trattate, costituisce l'area di maggior rischio per il dispiegarsi dell'intervento legislativo in ambiti riservati alle autonomie regionali, in particolare quelle speciali. Non è un caso dunque che il Governo abbia posto, come incipit del titolo I, l'articolo 1 che reca: «Finalità e ambito di intervento», laddove l'espressione «ambito» presumibilmente indica non solo l'area oggetto di regolamentazione, ma la giustificazione della sua ampiezza.

In tale disposizione troviamo il richiamo, tra gli altri, all'articolo 117, commi primo e secondo, della Costituzione «con particolare riferimento alle materie di competenza statale della tutela della concorrenza, dell'ordinamento civile e della determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale ...».

Dunque, secondo il provvedimento in esame, le materie trattate al titolo I rientrano tra quelle di esclusiva competenza statale, come definite dai primi due commi dell'articolo 117 della Costituzione, e, in particolare, adempimento degli obblighi comunitari, concorrenza, ordinamento civile e livelli essenziali.

Nessuna indicazione è invece possibile cogliere nei successivi tre titoli, che non contengono alcun riferimento al profilo della ripartizione di ruoli tra le diverse componenti della Repubblica.

Non c'è da meravigliarsi per il terzo e quarto titolo: il terzo titolo raccoglie soltanto norme tributarie, il quarto le disposizioni finali (con il singolare inserimento tra queste della reintroduzione dell'ICI a carico degli enti religiosi).

Sul titolo II, in verità, ci si sarebbe aspettati qualcosa in più. Benché la gran parte delle norme in esso contenute abbia nei fatti natura finanziaria, in alcuni casi l'impatto sulle autonomie appare rilevante, investendo profili di organizzazione. Invece il provvedimento, per gli articoli da 16 a 34, tace del tutto, quasi che si trattasse di semplici norme finanziarie prive di contenuto sostanziale.

Quella appena descritta è dunque la soluzione offerta dal Governo con il provvedimento in discussione al difficile problema dei rapporti tra competenze legislative della Repubblica.

Non sembra certamente una soluzione efficace né rispettosa del dettato costituzionale, ma soltanto il tentativo, peraltro parziale, di far passare per legittimo esercizio di competenza esclusiva una sorta di scorribanda nell'area della competenza concorrente.

Pensiamo all'articolo 13 del decreto, dedicato alle società a capitale pubblico. Esso utilizza come grimaldello la tutela della concorrenza, che è una competenza trasversale dello Stato, ma ne da un'interpretazione talmente vasta da vanificare la competenza delle Regioni in ordine alla propria organizzazione. Pensiamo ancora alle previsioni sulla distribuzione dei farmaci oppure all'attività di panificazione.

In un sistema come quello delineato dall'articolo 117 della Costituzione, che attribuisce allo Stato solamente le competenze espressamente enumerate, è arduo trovare il fondamento costituzionale di interventi legislativi così minuziosi da parte dello Stato. Non si può certo sostenere che simili interventi afferiscano direttamente alle materie della tutela della salute ed alimentazione. Ma anche se così fosse, resta la circostanza che queste sono materie di competenza concorrente, dove lo Stato può solamente fissare i princìpi fondamentali, mentre tutto il resto è rimesso alla disciplina legislativa regionale.

Anche la disciplina delle professioni è materia concorrente; se intervenire così minuziosamente su avvocati, farmacisti, notai vuoi dire legiferare sui princìpi fondamentali, come dovrà essere la disciplina legislativa regionale?

E forti dubbi scaturiscono dal riferimento ai livelli essenziali delle prestazioni, oggetto di competenza statale esclusiva. Ma siamo sicuri che l'ipotetico allargamento delle condizioni di accessibilità all'acquisto di prodotti e servizi riguardi i livelli essenziali delle prestazioni? Sembrerebbe che le norme proposte si occupino della forma di prestazione del servizio o di cessione dei beni piuttosto che dell'utilità per l'utente o l'acquirente.

Il quadro si complica e si aggrava se si tiene conto della particolare autonomia di talune Regioni e Province che, com'è noto, conservano le forme più estese di autonomia previste dai loro statuti, essendo state espressamente fatte salve in sede di riforma del Titolo V. Cito per tutte la Regione Sicilia, che ha competenza esclusiva in materia di organizzazione amministrativa, ma vanta estese competenze, in passato più volte utilizzate, anche in materia di commercio.

I nostri statuti speciali, grazie alle garanzie costituzionali di cui godono, hanno d'altronde costituito il nucleo forte dell'autonomia e rappresentato, nelle loro migliori espressioni, il traguardo finale del processo di trasformazione federale della nostra Repubblica. Ciò ha fatto sì che finora tutti i provvedimenti legislativi di fonte statale che dettassero regole in materie rientranti tra quelle di competenza di tali Regioni, ovvero con queste interrelate, recassero sempre una clausola di salvaguardia a favore delle diverse previsioni e delle forme più ampie di autonomia.

L'interesse è duplice: da un lato, rispettare e promuovere forme speciali di autonomia, ritenendole espressione autentica di identità e di libertà, dall'altro, evitare la deriva verso un'aperta conflittualità tra livelli di governo che trasformerebbe la Corte costituzionale in una terza Camera chiamata ad esprimersi su tutti i provvedimenti legislativi di un qualche rilievo, uscendo dalla competenza politico-istituzionale del Parlamento per entrare nel campo della giurisdizione come strumento di decisione dei conflitti di attribuzione.

Se guardiamo con interesse al rapido processo di trasformazione spagnolo ed alle ardite espressioni contenute nello statuto della Catalogna, non possiamo restare indifferenti rispetto alla tutela delle autonomie speciali nel nostro Paese.

Ma su questo profilo il provvedimento in discussione, secondo quanto si è fin qui venuto osservando, non fornisce risposte né soluzioni, preferendo ignorare il tema e, peraltro parzialmente, far finta che si tratti di mero esercizio di competenza legislativa esclusiva da parte dello Stato.

Ma questa non può essere una soluzione costituzionalmente legittima e politicamente praticabile.

Se ne è mostrata consapevole la stessa Conferenza unificata delle Autonomie che, nel suo parere al decreto (certamente non ispirato ad una logica di contrapposizione con l'iniziativa del Governo: basta guardare il colore politico della maggioranza dei Presidenti delle Regioni e delle Autonomie) ha sottolineato l'assenza della clausola di salvaguardia a favore delle prerogative statutarie delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome di Trento e di Bolzano: ha proposto l'approvazione di un emendamento in tal senso del seguente tenore: «Le disposizioni del presente decreto sono applicabili nelle Regioni a statuto speciale e nelle Province autonome di Trento e di Bolzano compatibilmente con le norme dei rispettivi statuti e delle relative norme di attuazione». Ma di questo nel provvedimento non vi è traccia.

La clausola di salvaguardia delle autonomie non è presente nel provvedimento, che obbedisce alle logiche appena descritte. Ciò determina non solo il suo aperto contrasto con i princìpi della Costituzione e con gli statuti speciali, ma, politicamente, anche un brutto passo indietro rispetto alle trasformazioni che questo Paese ha cercato di realizzare negli ultimi anni.

La maggioranza che governa il Paese continua a parlare di federalismo e di riforma in senso federale dello Stato ma mette il Parlamento di fronte ad una politica di bieco centralismo, che non solo non attua il federalismo ma restituisce o tenta di restituire allo Stato centrale poteri che questo non ha, anche in relazione alle modifiche costituzionali già intervenute con la legge n. 3 del 2001.

Per questo, a nostro avviso, non ci sono le condizioni di costituzionalità, anzi viene violata la nostra Costituzione con le norme attualmente all'esame di questo ramo del Parlamento. (Applausi dal Gruppo FI).

 

VEGAS (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

VEGAS (FI). Signor Presidente, avrò modo di intrattenere l'Aula su una questione forse meno evidente, purtuttavia non meno importante per quanto attiene la costituzionalità del decreto in esame. Mi riferisco segnatamente all'articolo 25, che contiene, nel suo primo comma, una dizione che non è contemplata dai testi della legge di contabilità. Esso infatti prevede: «Negli stati di previsione della spesa alle amministrazioni centrali (...) sono accantonate e rese indisponibili alla gestione le quote di stanziamento delle unità previsionali di base indicate nell'elenco 1 allegato al presente decreto».

Questa è una dizione assolutamente nuova, perché l'accantonamento e l'indisponibilità di alcune quote nelle unità previsionali di base del bilancio non corrispondono ai canoni classici di indisponibilità o di cancellazione delle somme. Non si parla di riduzione degli accantonamenti, né di cancellazione, né di impegno di queste somme. È una dizione nuova che lascia molti spazi di scarsa comprensione relativamente agli effetti dell'articolo 25 del decreto.

In sostanza, quali sono gli effetti giuridici che con la dizione si vogliono provocare? Si tratta della cancellazione di quelle somme? Oppure della possibilità che esse vadano a bilancio per integrare nuovi capitoli di spesa? Si tratta del loro utilizzo a scopo diverso? Dal testo non è dato comprenderlo.

Tra l'altro, è da rilevarsi che versiamo in modifica alla legge di bilancio e ciò andrebbe fatto con una norma sostanziale di cancellazione e di finalizzazione dell'utilizzo concreto di quelle somme, oppure con una norma formale di modifica delle unità previsionali di base, che andrebbe introdotta nella più opportuna sede del disegno di legge di variazione e di assestamento di bilancio. Non si realizza né l'una, né l'altra fattispecie.

Bisogna anche domandarsi, come dicevo, quali siano gli effetti giuridici, tenendo conto che si tratta di un atto legislativo che dà in qualche modo il destro alla sua attuazione tramite un atto di carattere amministrativo. Ma se ciò fosse (e qui corre la memoria all'opposizione svolta dall'allora opposizione sul cosiddetto decreto taglia spese del 2003, che al tempo si assumeva lasciasse troppa discrezionalità e non corrispondesse al principio di legalità in tema di legislazione di bilancio) avremmo qualche difficoltà nella sua attuazione concreta, tenendo conto che il combinato disposto del comma 1 con il comma 4 sempre dell'articolo 25 crea qualche problema attuativo concreto. Infatti il comma 4, con riferimento agli esercizi successivi al 2006, afferma che, su richiesta dell'amministrazione, può essere effettuata una diversa distribuzione delle riduzioni relative al triennio 2007-2009. Dunque, il principio della decisione con legge per quanto attiene agli stanziamenti di bilancio verrebbe in questo caso derogato da una pura richiesta dell'amministrazione.

Per inciso, occorrerebbe sapere quali sono i soggetti destinati a esprimere la volontà dell'amministrazione, perché, per il 2006, lo si comprende essendo previsto nel comma 3, è il Ministro competente, ma per gli esercizi successivi non si fa riferimento ad alcun soggetto giuridico portatore della volontà ultima dell'amministrazione, talché non è dato sapere a chi farà capo tale potere, che è sostanzialmente derogatorio di disposizioni legislative e quindi assumerebbe una valenza esterna di tutto rilievo che qui, come dicevo, non è data.

Tra l'altro, come si vede dall'elenco allegato al decreto-legge, non si tratta solo di regolamentare l'andamento di spese di carattere discrezionale ma, in alcuni casi, laddove è appunto specificato, di andare a modificare i fondi destinati alle autorizzazioni di spesa direttamente regolate per legge. Avremmo un potere amministrativo che può incidere su regolazioni di spesa determinate dalla legge. Pertanto, il potere amministrativo può derogare al potere legislativo, il che, francamente, mi sembra un assoluto fuor d'opera, posto l'assoluto livello di discrezionalità che l'articolo 25 concede all'amministrazione.

L'assoluto livello di discrezionalità e la dizione assolutamente nuova - e, mi si consenta, assolutamente spuria - delle indisponibilità delle risorse destinate alla gestione cozzano con evidenza con i princìpi contenuti nella legge di contabilità del 1923 e nel regio decreto n. 827 del 1924, che, all'articolo 270, dà con esattezza l'indicazione di quelli che possono essere gli atti di gestione che sono l'impegno, la liquidazione, il pagamento. Quindi, nulla che sia compreso nella fattispecie di cui al comma 1.

Ciò cozza, tra l'altro, con i princìpi consolidati nella dottrina e nella giurisprudenza in materia di bilancio e, segnatamente, con il principio di veridicità perché noi, a questo punto, avremmo delle unità previsionali di base (che poi sono composte da capitoli di cui non è dato modo di conoscere in che maniera si formano, né quale entità abbiano i relativi stanziamenti) che allo stato attuale non sono veridiche perché non rappresentano con esattezza quanto avverrà nel corso della gestione. Nella sostanza, questi princìpi - che sono avvalorati nel regio decreto del 1924 e ribaditi nella legge di contabilità n. 468 del 1978, con le sue successive modifiche - vengono in qualche modo ad essere inficiati.

Qual è allora il rapporto tra la lesione di questi princìpi e la Costituzione? Il rapporto è semplice, signor Presidente, perché nel sistema della gerarchia delle fonti del diritto la legge di contabilità è considerata una legge non derogabile dalle leggi ordinarie, tanto è vero che il Regolamento del Senato agli articoli 126 e 128 prevede alcuni limiti alle modifiche, ad opera di leggi successive, in modo non esplicito, e segnatamente della legge finanziaria, della legislazione vigente - così dice il nostro Regolamento - in tema di contabilità pubblica.

Questo significa che la legislazione vigente, quindi la legge di contabilità, non può essere modificata in via surrettizia attraverso un'altra legge che non si ponga come scopo precipuo quello proprio di una novella in tema di legge di contabilità. Non lo può fare la legge finanziaria, e, ovviamente, non lo può fare nemmeno un decreto che verta in materia di finanza pubblica, ma non, specificamente, in materia giuscontabilistica.

Se si opera una lesione di tal genere - una lesione che, come dicevo, è sanzionata dal nostro Regolamento che si pone nell'ambito delle fonti del diritto al di sopra della legge ordinaria - desumiamo che ovviamente il risultato complessivo, sotto il profilo della correttezza e della costituzionalità della legislazione, sia una lesione del principio della gerarchia delle fonti del diritto. Infatti, avremmo una legge ordinaria, tra l'altro dettata da caratteristiche di urgenza (dovrebbe quindi avere, per certi aspetti, un campo d'azione più limitato rispetto all'ordinaria legislazione), che viene a derogare la legge di contabilità e quindi, indirettamente, opera una lesione del principio. La legge di contabilità, difatti, può essere ritenuta, così come fa la dottrina, una sorta di fonte atipica, per cui può essere instaurata attraverso la legislazione ordinaria, ma non modificata da legislazione ordinaria, come invece l'articolo 25 fa.

Per questo motivo credo si tratti di una norma incostituzionale, stando non solo alla Costituzione e alla legislazione ma, soprattutto, al Regolamento del Senato e sotto questo profilo avrei gradito una pronuncia esplicita da parte del Presidente del Senato. La lesione è tale (siccome poi con questo decreto andiamo in materia di regolamentazione delle entrate e delle spese dello Stato) da inficiare in radice complessivamente l'intero provvedimento.

Per tali motivi, pongo una questione relativa alla costituzionalità del decreto, che mi auguro l'Assemblea possa accogliere. (Applausi dai Gruppi FI, AN e UDC. Congratulazioni).

 

STRACQUADANIO (DC-Ind-MA). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

STRACQUADANIO (DC-Ind-MA). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli senatori, già molti colleghi sono intervenuti mettendo in rilievo i numerosissimi profili di incostituzionalità del provvedimento al nostro esame, e già questo basterebbe perché il Senato non continuasse la discussione; vorrei però richiamare l'attenzione su tre commi che a me paiono particolarmente odiosi, in quanto cozzano in modo evidente e plateale contro la libertà economica stabilita dall'articolo 41 della nostra Costituzione.

Si tratta dei commi 18, 19 e 20 dell'articolo 37, quelli nei quali si stabiliscono controlli preventivi sullo stesso avvio della iniziativa economica dei privati, attraverso il rilascio del numero di partita IVA.

Come è noto a tutti, nessuna attività di carattere imprenditoriale può essere avviata se non vi è prima una attribuzione da parte dell'amministrazione fiscale del numero di partita IVA che legittima e costringe il contribuente ad essere tale rispetto alla sua attività economica. Al comma 18 dell'articolo 37 si dice testualmente: «L'attribuzione del numero di partita IVA è subordinata all'esecuzione di riscontri automatizzati per la individuazione di elementi di rischio connessi al rilascio dello stesso nonché all'eventuale preventiva effettuazione di accessi nel luogo di esercizio dell'attività, avvalendosi dei poteri previsti dal presente decreto».

Tale disposizione, che non ha eguali in tutta Europa e che viola i princìpi generali che sovraordinano la disciplina dell'IVA contenuti nella sesta direttiva dell'Unione Europea, stabilisce due cose particolarmente odiose: la prima è che generici elementi di rischio non meglio precisati - la cui precisazione forse viene demandata all'autorità amministrativa - possono far decidere di impedire ad un soggetto di intraprendere una qualunque attività economica.

Il secondo aspetto, altrettanto odioso, è il subordinare l'attribuzione del numero di partita IVA all'eventualità d'accesso nei luoghi dell'esercizio dell'attività da parte dell'amministrazione fiscale nei confronti del contribuente.

Signor Presidente, a questo proposito vorrei richiamare un ricordo di carattere personale. Quando più di 25 anni fa ho cominciato a lavorare come consulente informatico con le nuove tecnologie che consentivano, con la disponibilità di un personal computer, di una stampante e di pochi altri dispositivi, di svolgere servizi importanti alle imprese che iniziavano allora a dotarsi di questi strumenti, il luogo dell'esercizio dell'attività era la mia camera, in casa dei miei genitori. All'epoca richiesi il numero di partita IVA per poter poi procedere alla mia attività di consulente, per poter fatturare i miei clienti e questo mi fu concesso senza null'altro chiedere, se non le notizie obbligatorie che vengono previste anche dalla normativa di carattere europeo.

Accadrebbe oggi che un giovane, come io ero allora, che si trovasse in questa condizione, se magari si dubitasse del fatto che per qualunque ragione quella richiesta non fosse legata all'attività che egli vuole intraprendere, dovrebbe vedersi accedere la Guardia di finanza in casa propria, dove dovrebbe dimostrare che sulla sua scrivania o sul tavolo della cucina sarebbe possibile svolgere tale attività.

Questo aspetto è particolarmente odioso e dimostra come il provvedimento al nostro esame nulla abbia di liberalizzatore, com'è stato invece detto dal relatore o come è stato presentato all'opinione pubblica il provvedimento stesso, perché questo è un vero e proprio vincolo preliminare all'intrapresa economica privata, così come lo è il fatto che l'attribuzione della partita IVA possa essere per tipologie di contribuenti che non vengono stabilite dalla legge, ma demandate ad un provvedimento amministrativo del direttore dell'Agenzia delle entrate, e che alcune categorie possano essere costrette al rilascio di una polizza di fideiussione.

Vorremmo capire: di che dimensione è questa polizza fideiussoria e a quali scopi è determinata? Si presuppone che il contribuente sia, quasi per sua stessa tipologia, un evasore e, quindi, che la polizza fideiussoria dovrebbe coprire il presumibile livello di evasione? È inaccettabile che si stabiliscano due pesi e due misure, per cui alcuni si troveranno di fronte un ulteriore ostacolo all'accesso al mercato. Altro che liberalizzazione del mercato!

Infine, per quanto riguarda il comma 20 (l'ultimo comma di questo quartetto di commi all'articolo 37), esso stabilisce che i controlli sul presupposto stesso dell'esercizio dell'attività economica, cioè l'ottenimento di un codice fiscale per poterla svolgere, possano essere svolti anche ex post, retroattivamente, cioè, nei confronti di contribuenti che operano normalmente, fanno le loro regolari dichiarazioni IVA e pagano i tributi. Questi contribuenti potrebbero essere messi fuori gioco con un provvedimento amministrativo senza che abbiano compiuto nulla che sia determinato nel provvedimento al nostro esame o in altre norme. In qualche misura, si attribuisce all'amministrazione finanziaria il potere di discriminare tra i contribuenti che già stanno operando, facendo cessare l'una o l'altra attività, sulla base di eventuali elementi di rischio non meglio definiti.

Signor Presidente, signori del Governo, è evidente che nelle vostre intenzioni non c'è alcuna liberalizzazione, ma vi è la volontà di un controllo occhiuto su ogni attività economica e il tentativo di interdirla laddove essa non aggrada al sovrano.

Il collega Sacconi prima ha affermato che noi combattiamo per difendere il nostro Paese e che vogliamo liberarlo dalla paura. La libertà dalla paura è, infatti, una delle prime libertà da conquistare. Voglio aggiungere che voi avete paura della libertà e state cercando di comprimerla in ogni atto e in ogni comportamento. In questo decreto c'è l'essenza della paura della libertà che voi avete ed è questa vostra paura che noi temiamo perché ogni giorno, proprio per paura, voi date un giro di vite alla garrota contro la libertà! È per questo che dovremmo cacciarvi al più presto! (Applausi dai Gruppi FI e UDC).

 

CANTONI (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

CANTONI (FI). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghe e colleghi, vorrei parlare della questione pregiudiziale di costituzionalità riguardante la retroattività di norme tributarie impositive, la violazione dello statuto dei diritti del contribuente (legge n. 212 del 2000), la retroattività sulle segnalazioni automatiche dal 1° gennaio 2005 e l'esproprio - che avviene in forza dell'articolo 8 del decreto-legge - delle reti distributive.

Mi soffermerò brevemente su tale aspetto, riguardante la norma contenuta all'articolo 8 che, in sostanza, prevede che la rete distributiva di una compagnia, che è poi il risultato di decenni di lavoro e di investimenti, debba poter operare per i concorrenti, per di più senza alcun compenso per gli investimenti fatti.

Vorrei sottolineare al Presidente e ai colleghi che questo è un evidente conflitto di interessi, stabilito all'articolo 31 dal Testo unico della finanza: in esso si prevede che l'attività di promotore finanziario sia svolta esclusivamente nell'interesse di un singolo soggetto. Inoltre, il regolamento specifico della CONSOB dispone addirittura, in caso di violazione del vincolo di monomandatario, la radiazione dall'albo. Per quale ragione il monomandatario, obbligatorio per i promotori, dovrebbe essere invece vietato nel settore delle RC-Auto? È un punto che ritengo estremamente importante, per evitare poi conflitti con la normativa europea: all'articolo 8 della normativa europea, infatti, secondo illustri giuristi, l'incompatibilità sarebbe tale da rendere addirittura tecnicamente inefficace la norma del decreto.

Desidero puntualizzare alcuni aspetti in merito al tema della retroattività.

Di fatto, coloro che hanno proceduto ad effettuare un investimento, valutato in base alle proprie possibilità economiche e nel rispetto della normativa vigente, vedono ora improvvisamente modificata la loro situazione economica, essendo costretti, nella vigenza del decreto in oggetto, a ulteriori gravosi esborsi di denaro per ottemperare al proprio dovere di contribuenti, con tutte le difficoltà e i danni conseguenti. Si tratta di un principio fondamentale.

La retroattività della norma a carattere fiscale e impositivo in questione viola i princìpi di legge e i princìpi costituzionali del nostro ordinamento. Infatti, la dottrina, ai sensi dell'articolo 53 della Costituzione, ammonisce che «una legge che imponga od aggravi un obbligo contributivo in funzione di una capacità contributiva non più esistente risulterebbe iniqua. Essa violerebbe i più elementari princìpi di certezza del diritto e di affidamento del contribuente: in definitiva verrebbe ad incidere sugli spazi di libertà (economica e non solo) del cittadino».

La capacità contributiva costituisce indirettamente un limite alla retroattività della norma impositiva tributaria: essere stati titolari di ricchezza nel passato non significa automaticamente poter essere colpiti da un'imposta oggi e i contribuenti devono essere messi in condizione di poter disporre e pianificare i loro comportamenti per tempi lunghi.

Il principio contenuto nell'articolo 11 delle preleggi, il principio della tutela dell'affidamento, secondo il quale il cittadino deve essere in grado di uniformare il proprio comportamento al sistema normativo vigente, e le tesi esposte dalla più accreditata dottrina, concordano sul punto per cui le leggi che retroattivamente istituiscono un tributo oppure ne accentuano l'incidenza sono illegittime.

L'articolo 3 dello statuto dei diritti del contribuente (ricordo la legge n. 212 del 2000, fra l'altro varata da un Governo di centro-sinistra) fissa il principio generale secondo cui le disposizioni tributarie non hanno effetti retroattivi.

La suprema Corte di cassazione, con la sentenza n. 7080 del 2004, sezione V, ribadisce che l'interpretazione conforme a statuto si risolve in interpretazione conforme alle norme costituzionali dallo stesso richiamate direttamente attuative degli articoli 3, 23, 53 e 97 della Costituzione; che alcuni dei princìpi statutari debbono ritenersi «immanenti» nell'ordinamento tributario, già prima dell'entrata in vigore dello Statuto e, quindi, vincolanti per l'interprete in forza del canone ermeneutico della «interpretazione adeguatrice» a Costituzione.

La Corte costituzionale - ricordo - ha affrontato ripetutamente l'incidente di costituzionalità relativo alla retroattività delle norme di legge e, pur nella varietà delle fattispecie, l'orientamento seguito dalla Consulta ha puntualmente riconosciuto nel divieto generale di retroattività della legge un principio generale dell'ordinamento, nonché un fondamentale valore di civiltà giuridica, a cui il legislatore deve in linea di principio attenersi. Ricordo solo alcune sentenze: n. 6 e n. 397 del 1994, n. 432 del 1997, n. 229 e n. 416 del 1999, n. 419 del 2000, n. 374 del 2002, n. 291 del 2003.

In particolare, la Corte costituzionale ha precisato che «il legislatore ordinario può, nel rispetto di tale limite, emanare norme retroattive, purché trovino adeguata giustificazione sul piano della ragionevolezza», rispettino i princìpi della tutela dell'affidamento e della coerenza e della certezza dell'ordinamento giuridico «e non si pongano in contrasto con altri valori ed interessi costituzionalmente protetti, così da non incidere arbitrariamente sulle situazioni sostanziali poste in essere da leggi precedenti» (ho citato la sentenza n. 432 del 1997).

Nello specifico, la Corte ha affermato ripetutamente che, «nell'assumere a presupposto della prestazione tributaria un fatto o una situazione passati, non deve essere stato spezzato il rapporto che deve sussistere tra imposizione e capacità stessa, violando così il precetto costituzionale sancito dall'articolo 53 (mi riferisco alle sentenze nn. 315 e 385 del 1994 e, più recentemente, anche alle sentenze n. 16 del 2002 e n. 291 del 2003).

Signor Presidente, cari colleghi, si chiede, in ragione delle norme specificamente incostituzionali, di non procedere all'ulteriore esame del disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 223 perché palesemente incostituzionale. (Applausi dal Gruppo FI).

 

BIONDI (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

BIONDI (FI). Signor Presidente, care colleghe e colleghi della maggioranza e dell'opposizione, mi rivolgo a tutti voi, senza vincolo di appartenenza, in difesa di princìpi deontologici, di valori antichi e nuovi che non possono essere dismessi, che appartengono alla categoria professionale, particolarmente quella degli avvocati di cui mi onoro di far parte da più di cinquant'anni. Non è un discorso corporativo il mio: non mi piacciono le corporazioni, non mi piacciono nemmeno i vincoli che spesso le corporazioni impongono.

Mi piacciono i principi ai quali le professioni, e particolarmente quella forense, si riferiscono. Si tratta di principi che non sono dell'avvocatura, ma della collettività che, nel contrasto fra le parti, nel civile, e nella valutazione delle differenze della pretesa punitiva dello Stato, rappresentato dall'accusa, ha bisogno di un avvocato libero, indipendente, altrettale al magistrato che dev'essere libero e indipendente nella sua sensibilità personale.

È vero che la magistratura ha subìto attacchi denigratori, ma non da parte mia: forse ho avuto momenti di contrasto, ma non sono mai arrivato ad attaccarla perché sono convinto che, quando si compare davanti a un magistrato, l'avvocato deve avere la dignità del suo ruolo, che non è quello di socio della parte, ma è quello di rappresentante di un valore che tanto più può essere accettato nella dialettica processuale, quanto più il magistrato lo ritiene degno di essere ascoltato per ciò che ha compiuto, per ciò che è, per il valore della sua scelta professionale. Tale scelta qualifica al momento stesso in cui avviene: la parola avvocato, cioè vocatus ad, significa «chiamato a fare».

Non esiste un altro lavoro uguale, può darsi che sia anche peggiore di altri: Voltaire diceva che l'avvocato in fondo è una coscienza a prestito; basta che non sia usurario, questo prestito, ma lo diventa se, di fronte al dislivello economico con il cliente, si può verificare che, con la quota lite, si stabilisce un tallone di partecipazione che pone lo stesso difensore non come un postulatore delle ragioni altrui, ma come un interprete degli interessi propri.

Ebbene, signor Presidente, colleghe e colleghi, mi rivolgo a coloro che, magistrati, sono stati degnamente eletti in quest'Aula e che conoscono quindi il problema non corporativamente e nemmeno antagonisticamente, ma dialetticamente rispetto alla nostra funzione: ecco perché vi è una violazione dell'articolo 3 della Costituzione in punto di ragionevolezza, vi è una violazione di quello che gli ordini professionali, nella loro storia, hanno ritenuto che appartenesse a una posizione, una res evitanda, una cosa da evitare, questo rapporto spurio e incomprensibile.

Caro onorevole Mastella, so che lei, in questo momento, è «su un altro canale», come spesso le capita, ma se mi prestasse un po' di attenzione le vorrei dire che la dignità del suo Ministero è rimessa al buon andamento dell'amministrazione della giustizia: questo dice la Costituzione! (Applausi dai Gruppi FI e UDC). E il buon andamento c'è, se vi è, nel rapporto tra chi accusa, chi si difende e chi giudica, in questo triangolo magico delle richieste e delle speranze di chi svolge un'attività come quella professionale, il valore della qualità e della deontologia.

Ma voi avete abrogato la deontologia, l'avete abrogata per decreto! Mentre la deontologia è una questione che è contemporaneamente di ordine e di intimità, è il come una persona si rapporta, talvolta anche con i poteri e con i vantaggi che possono esser offerti da una disparità di posizione culturale tra l'avvocato e il cliente, che non è un consumatore, non è un utente, mentre nel decreto voi operate anche la mercificazione della professione.

Onorevole Mastella, lei sa che le voglio tanto bene da tanto tempo: siamo stati anche Ministri insieme, se non si offende. (Applausi dei senatori Amato, Scarpa Bonazza Buora e Zanettin). Mi permetta di dirle allora, proprio per questo, che lei sa come la penso e sa che non sono una persona che cambia pensiero a seconda del cambiamento dei Governi; lei sa che so prendere posizioni antagonistiche, e le ho prese anche qualche giorno fa, con dolore perché se avessi agito diversamente non sarei stato d'accordo con me stesso.

Mi permetto di rivolgermi a voi, amici e colleghi, sottolineando che non vi considero nemici, ma semmai avversari e secondo i casi, perché non è detto che dobbiamo essere avversari su tutto: sui diritti del cittadino non dobbiamo essere avversari, dobbiamo essere difensori, custodi, interpreti e quindi fedeli a certi valori.

La Corte costituzionale ha detto queste cose: so che citando i numeri e le date delle sentenze si abbassa il livello dell'interesse di chi ascolta, desidero però che lei, signor Ministro della giustizia, sappia, quando parla con il Ministro delle attività produttive, che non è possibile equiparare certe materie ad altre: c'è violazione costituzionale, come ha detto la Corte costituzionale più di una volta, anche quando si rendono commisti problemi diversi e si fanno, gli uni dentro gli altri, diversi e obliqui nella possibilità successiva della scelta.

Mi rivolgo a lei, signor Ministro, e soprattutto a lei, signor Presidente, che rappresenta tutti i membri di quest'Assemblea, e a ciascun collega, affinché quel che ho detto stasera non sia considerato come una manifestazione di pura e semplice presenza parlamentare: non appartengo al «concorso voci nuove», non ho bisogno di far sentire che ho frequentato un corso regolare di studi. Non ho queste preoccupazioni; forse qualcuno c'è l'ha, ma io non le ho e pertanto, se mi rivolgo a voi, è perché credo al dialogo parlamentare e al valore del reciproco convincimento, credo che il primo diritto del cittadino e dello Stato sia quello della difesa legittima, non della legittima difesa, della difesa legittima contro l'abuso, contro la prepotenza, contro il delitto.

E perché questo sia possibile, anche nei tribunali occorre un avvocato libero, indipendente, autonomo, capace di alzare la mano a dire al giudice anche quel che il giudice in quel momento non gradisce; un avvocato che non abbia paura di essere assoggettato all'interesse del proprio cliente, che sappia dire «sì» e «no» anche nel momento in cui gli si conferisce un mandato.

Per la mia lunga esperienza parlamentare e professionale, mi permetto di confidare sull'attenzione e sul rispetto delle opinioni che ho espresso, le quali, corrispondendo alla Costituzione, impongono un giudizio negativo su questa parte del decreto.

Io non ho la capacità di comprendere se le altre parti presentino gli stessi vizi, ma su questa parte prego gli amici e i colleghi di considerare la necessità di modificarla.

 

PRESIDENTE. Senatore Biondi, la inviterei a concludere.


BIONDI (FI). Concludo, ringraziandola, signor Presidente, per la pazienza e per l'attenzione che mi è stata rivolta. (Applausi dai Gruppi FI e AN).

 

PRESIDENTE. Senatore Biondi, nessuna pazienza nell'ascoltarla.

Finita l'illustrazione delle questioni pregiudiziali, che sono state avanzate da dodici colleghi, passiamo all'illustrazione della questione sospensiva QS1.

 

STORACE (AN). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

STORACE (AN). Signor Presidente, le preannuncio che il Gruppo di Alleanza Nazionale chiederà sulle votazioni l'applicazione dell'articolo 115 sull'appello nominale.

A me dispiace non vedere in Aula il ministro Turco, perché questa questione sospensiva non sarebbe stata presentata se non vi fosse stato l'articolo 5 del provvedimento. Si tratta di una questione sospensiva e non di una questione pregiudiziale legata a motivi di costituzionalità, anche se ci sarebbe stato argomento per quest'ultima, dal momento che si prevede di poter vendere lo stesso prodotto, il medicinale da banco, sia in farmacia sia al supermercato, con la piccola differenza che le farmacie sono legate ai turni orari stabiliti dalle Regioni, mentre i supermercati no, introducendo così un principio di concorrenza sleale che non ha eguali nel resto della legislazione. Ma non voglio parlare di questa vicenda, bensì delle motivazioni che sono alla base della presentazione delle questione sospensiva.

Dicevo, l'articolo 5. Anzitutto, parliamo di una questione legata alla salute dei cittadini. Fa specie che in questo provvedimento manchi il concerto del Ministro della salute. Infatti, è un provvedimento presentato con le firme del Presidente del Consiglio dei ministri, del Ministro dell'economia e del Ministro del cosiddetto sviluppo economico.

Vorrei ricordare che in quest'Aula avemmo un vivace dibattito quando il Governo Berlusconi, con me Ministro, approvò un altro decreto, quello legato a una politica di sconti nelle farmacie. Da sinistra fu contestata la sua impostazione: ci si accusava di aprire la strada per portare le farmacie nel supermercato. Coloro i quali usarono questo argomento contro la legge n. 149 del 2005 sono gli stessi che oggi portano direttamente i farmaci al supermercato. Il decreto, lo ricordo agli smemorati (ecco l'altro motivo alla base della sospensiva), impose per due anni il blocco dei prezzi alle industrie farmaceutiche.

Vorrei avvisare chiunque dovesse bocciare questa proposta di sospensiva che si assumerà una grande responsabilità, perché il 1° gennaio del prossimo anno scadranno i due anni di blocco dei prezzi. Una legge del 1997, quella voluta dall'allora ministro Bindi, autorizzava i produttori di medicine a decidere autonomamente, con una semplice comunicazione, l'aumento dei prezzi una volta l'anno. Noi abbiamo portato questo termine a due anni, ma dal 1° gennaio 2007 questo regime torna nella possibilità delle aziende farmaceutiche. Ci saremmo aspettati che il Governo, prima di portare l'aspirina al supermercato, con un risparmio limitato per il consumatore, prendesse di petto la questione della formazione del prezzo del farmaco, perché rischiamo di risparmiare sulle medicine e di avere un'impennata dei prezzi sui farmaci prescritti dai medici per la nostra salute.

Purtroppo il Ministro della salute è assente qui, come è stato assente nel Consiglio dei ministri, come è stato assente quando il ministro Bersani ha imposto questo provvedimento che danneggerà la salute dei cittadini italiani. (Applausi dai Gruppi AN e FI).

 

PRESIDENTE. Senatore Storace, per precisione debbo dirle che, a norma di Regolamento, la votazione sulla questione sospensiva e sulla questione pregiudiziale deve avvenire per alzata di mano.

 

STORACE (AN). Ma se quindici senatori ne fanno richiesta, si può fare la votazione nominale?

 

PRESIDENTE. No.

 

MALAN (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MALAN (FI). Signor Presidente, la mia proposta è subordinata all'eventuale respingimento delle questione pregiudiziali poste, che condivido completamente. Quindi, la soluzione migliore sarebbe di accoglierle e non proseguire nella discussione di questo provvedimento. Tuttavia, nel caso di respingimento delle questioni pregiudiziali, io propongo il rinvio di questo provvedimento in Commissione bilancio per poi riportarlo in Aula entro una settimana.

Chiedo ciò per la seguente esigenza: questo decreto‑legge contiene alcune parti, per la verità marginali, che incidono sui saldi della finanza pubblica e, di conseguenza, io comprendo che la maggioranza desideri mantenere tali parti, le quali devono garantire il rispetto dei limiti dell'indebitamento e degli obiettivi posti nei documenti finanziari. Tuttavia, poichè queste parti sono molto marginali e sono accompagnate da una vastissima parte di provvedimenti che nulla hanno a che fare con questi saldi e sono, invece, come è stato ampiamente illustrato, in larga parte incostituzionali su una grande varietà di argomenti e di articoli della Costituzione, io propongo, avendo molta stima della Commissione bilancio, che essa lavori nella prossima settimana alla ciclopica impresa di espungere dal testo le parti contrarie alla Costituzione. Vi è un numero talmente vasto di articoli della Costituzione violati da questo decreto-legge che sarà davvero un lavoro molto impegnativo.

Sempre per la stima verso i colleghi della Commissione bilancio, aggiungo un obiettivo ulteriore, forse più facile da raggiungere. Nel lavoro per il miglioramento dei saldi della finanza pubblica, propongo che non si incida sui settori vitali della pubblica amministrazione, come ad esempio sui settori che riguardano la sicurezza.

Nella tabella allegata a questo decreto-legge ci sono 51 milioni di euro tagliati ai Vigili del fuoco; 203 milioni di euro tagliati alla Polizia; 82 milioni di euro tagliati ai Carabinieri. Questo si verifica in un momento in cui, proprio quindici giorni fa, il Ministro degli interni di questo Governo lamentava la ristrettezza delle risorse riservate alle forze dell'ordine.

Allora, per potere eliminare le parti incostituzionali di questo decreto‑legge, che sono talmente tante che, anche se avessi molto più tempo di quanto mi sono prefisso di usare, non credo sarai capace di affrontare una per una, e per evitare i tagli più pesanti e più dolorosi nei confronti di apparati estremamente importanti per la sicurezza dello Stato e dei cittadini, credo sia meglio rinviare in Commissione il provvedimento affinché torni in Aula nelle linee utili - molto poche - ed essenziali - sempre molto poche - in esso presenti. (Applausi dal Gruppo di FI).

 

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 741

 

PRESIDENTE. Riprendiamo l'esame delle questioni pregiudiziali e sospensive.

Ricordo che, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, nella discussione sulle questioni pregiudiziali e sospensive può prendere la parola non più di un rappresentante per Gruppo per non più di dieci minuti.

 

VILLONE (Ulivo). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

VILLONE (Ulivo). Signor Presidente, intervengo per rispondere alle molte considerazioni avanzate dai colleghi e annunciare tra l'altro il voto contrario del mio Gruppo sulle questioni pregiudiziali e sospensive che sono state presentate.

Preciso subito che una parte degli argomenti svolti dai colleghi in realtà attiene all'utilizzabilità del decreto‑legge. In merito credo di avere già risposto quando abbiamo valutato in quest'Aula la richiesta dei colleghi dell'opposizione di verificare l'esistenza dei presupposti di necessità e di urgenza.

Semmai, si può solo aggiungere qualche argomento con riferimento a quanto diceva il collega Baldassarri, che citava i numeri dello stesso Governo. Questo per sottolineare che la ragion d'essere del decreto non è tanto in quei numeri, ma è - come ho già detto nell'altra occasione - nella finalità di incentivare la competitività del sistema Paese. Si può ritenere che l'obiettivo non sia raggiunto, ma questo è l'obiettivo.

Né mi soffermerò sulle questioni numerose poste nel merito. Capisco, per esempio, che il collega Pastore dica che queste liberalizzazioni sono fasulle, contraddittorie, superficiali se non dannose - mi pare di citarlo testualmente - ma queste, appunto, sono considerazioni di merito; come quelle della collega Alberti Casellati sulle spese che, certamente, pongono un profilo di opportunità ma non sono di per sé un elemento che possa determinare l'incostituzionalità. Il collega Vegas ci dice della cattiva qualità della norme; può anche darsi che sia vero, ma anche questo non è un problema di costituzionalità.

Veniamo, invece, ai profili più strettamente costituzionalistici. Anzitutto, vi è l'argomento posto dal collega D'Onofrio che negando la competenza legislativa dello Stato ne trae la conseguenza che non si possa utilizzare il decreto-legge su una materia dove in radice non vi è la potestà legislativa statale. Se fosse vero, l'argomento sarebbe fondato. Ma non è così.

Il collega D'Onofrio dice che il Governo avrebbe dovuto utilizzare l'articolo 120 della Costituzione. Mi permetto di osservare, però, che l'articolo 120 è uno strumento che guarda alla sostituzione dello Stato alle Regioni e agli enti locali nei casi previsti dal secondo comma quando, cioè, si abbia una iniziativa di Regioni o enti locali che rechi danno agli interessi tutelati dallo stesso secondo comma. Oppure anche quando manchi un'iniziativa necessaria; quindi, un fare o un non fare, al quale lo Stato si sostituisce.

Ma questione diversa è se lo Stato abbia competenza di per sé, se esista cioè un fondamento di una potestà legislativa propria dello Stato in materie come quelle che trattiamo. Quindi, non una competenza di risulta in base a quello che fanno o non fanno le Regioni e gli enti locali.

Penso che sia questo il punto: c'è o non c'è una potestà legislativa dello Stato, una possibilità di avere politiche statali in queste materie, come tra l'altro accade in tutti gli Stati? Anche in quelli federali: diversamente, non si tratterebbe di federalismo, ma di un perverso e inefficiente localismo. Credo che questa potestà ci sia, e che il suo fondamento vada trovato essenzialmente in due previsioni della Costituzione.

La prima è la previsione della tutela della concorrenza. Ma vi è da capire cosa sia la concorrenza. Questa non è una materia nella quale ci sia un oggetto definito affidato alla potestà legislativa dello Stato. La concorrenza è un metodo, un modo di essere, un modo di conformare l'attività professionale, economica o quanto altro. La concorrenza è un concetto che taglia trasversalmente le materie di potestà legislativa regionale. È evidente, cioè, che laddove ci siano interventi da effettuare per tutelare la concorrenza lo Stato deve poterli dispiegare, anche se questi interventi attraversano potestà legislative di altri soggetti, in particolare, delle Regioni. Se così non fosse non sarebbe affatto possibile tutelare la concorrenza. Né, d'altra parte, si può pensare che la concorrenza si tuteli su basa regionale perché per definizione essa può richiedere una disciplina uniforme, mentre una disciplina differenziata può porre ostacoli. È, dunque, evidente che con quella previsione che affida alla potestà legislativa esclusiva dello Stato la concorrenza, abbiamo uno strumento di intervento - poi potremo discutere quanto incisivo e quanto pervasivo - che sicuramente sorregge una potestà legislativa dello Stato, laddove anche la singola materia in cui la concorrenza va tutelata non è di per sé attribuita a quella potestà.

Per quanto riguarda poi gli interventi in ambito tributario, ricordo che esistono uno specifico riconoscimento di una potestà legislativa esclusiva sui tributi statali e la previsione di una potestà legislativa concorrente sul coordinamento della finanza pubblica. In proposito si può discutere fino a che punto arriva il principio e dove comincia il dettaglio, comunque esiste il fondamento legislativo. Quindi, penso che il decreto trovi un adeguato fondamento in queste previsioni (concorrenza, tributi, potestà di coordinamento della finanza pubblica) che esplicitamente riconoscono allo Stato una potestà legislativa. Questo per quanto riguarda il profilo del rapporto tra Stato e Regioni. Aggiungo che il collega Vizzini ha trovato risposta, in un emendamento approvato, alle specifiche problematiche delle Regioni a statuto speciale.

C'è poi l'insieme dei problemi che attengono alle professioni e che rappresenta un tema molto delicato. Ricordo che qui non guardiamo al merito. Ho detto a molti colleghi ed anche esponenti del Governo, ad esempio, che ritengo la quota lite un istituto barbarico e che soltanto chi non lo conosce nei fatti può pensare che sia utile adottarlo. Ma questo attiene appunto al merito; quindi, non si prospetta un profilo di incostituzionalità.

Quanto alla costituzionalità, invece, sottolineo che le professioni non hanno in Costituzione una specifica tutela circa l'autonomia. Non esiste un nucleo incomprimibile di norme che connota l'attività professionale, talché, se intaccato, la Costituzione risulta violata nella parte che riguarda la stessa professione. Nel nostro ordinamento vige una tutela che è assimilabile più a quella del lavoro complessivamente inteso. Se poi si volesse guardare alla professione come attività d'impresa od economica, ma il collega Pastore giustamente negava che questo fosse possibile, attraverso l'articolo 41 ci sarebbe un ampio ingresso alla tutela di utilità e fini sociali.

È chiaro, quindi, che qui non sussiste un profilo di incostituzionalità di per sé, solo perché il legislatore si inserisce nell'ambito della disciplina professionale. Ammetto che ciò possa non piacere o che la si possa considerare una disciplina sbagliata, ma il profilo di incostituzionalità è altra questione.

Anche in materia di privacy abbiamo un nucleo pesante di censure che sono state avanzate. Ora, non c'è dubbio che siamo di fronte a una normativa che consente la raccolta e la concentrazione di un gran numero di dati e che questo di per sé ci deve portare a guardare con cautela, con attenzione, a quello che facciamo. Viviamo oggi in un contesto che moltiplica inevitabilmente, con l'innovazione tecnologica, la possibilità di raccogliere dati. Ma dal punto di vista costituzionalistico - di nuovo guardiamo bene la questione - non è tanto la raccolta di dati in sé che deve intendersi come lesiva della privacy, quanto la disciplina di chi può accedere ai dati, e in quali condizioni di sicurezza. Ora, mi pare, che il soggetto abilitato all'accesso dei dati sia precisamente individuato dal decreto nell'amministrazione finanziaria, per i suoi fini. Quanto al profilo della sicurezza è certamente da guardare con attenzione. Ma va garantito nella gestione dei sistemi informatici. Se riteniamo, possiamo presentare un atto parlamentare d'indirizzo che orienti il Governo verso una specifica attenzione al tema. (Richiami del Presidente).

Concludo, signor Presidente, se mi consente ancora un minuto, con due brevi considerazioni.

 

PRESIDENTE. Non vorrei essere accusato di aver acconsentito a dell'ostruzionismo di maggioranza.

 

VILLONE (Ulivo). Direi piuttosto che per due minuti invece che di ostruzionismo di maggioranza si potrebbe parlare di un apprezzabile riconoscimento della dialettica parlamentare. Comunque, se me lo consente, sono pronto ad assumermene la responsabilità e a colluttare personalmente con i colleghi che le rivolgessero questa accusa.

In merito all'articolo 23, che viene citato per quanto riguarda le prestazioni che si richiedono ai cittadini, ricordo che esso prevede una riserva di legge relativa.

Questo significa che non c'è necessità di una compiuta disciplina legislativa, e che quindi c'è spazio per una normativa sublegislativa, e per discrezionalità della pubblica amministrazione. Naturalmente deve esserci un razionale uso di questo spazio. Quindi, l'amministrazione non può farne un uso arbitrario. Ma questo non c'è bisogno di scriverlo: è già nei princìpi.

Un accenno al divieto di retroattività. In Costituzione, esso riguarda solo la legge penale. Naturalmente una legge retroattiva può presentare motivi di incostituzionalità per altro verso. Possono cioè venirne, per esempio, effetti arbitrari o irrazionali. Ma non mi sembra che, nella specie, questo accada nel testo in discussione.

Le sospensive sono state argomentate nel merito. Sono legittime poste, e può essere vero che ci siano altri provvedimenti da adottare come, ad esempio, suggeriva il collega Storace. Ma la maggioranza ha diritto a mantenere il suo punto di vista.

Termino con questo concetto, signor Presidente: ho sentito dire dai colleghi dell'opposizione che noi avremmo paura della libertà. È vero, al contrario, che ci sono in questa Aula due concezioni della libertà, come già nella precedente legislatura: una libertà senza regole e una libertà regolata. La libertà senza regole, per noi, è sopruso e arbitro dei forti, quando non dei furbi; di certo questa libertà non ha tutela nella nostra Costituzione. (Applausi dai Gruppi Ulivo e RC-SE).

 

PRESIDENTE. Colleghi, voteremo prima complessivamente le questioni pregiudiziali e, visto che c'è sempre l'incertezza del risultato, procederemo con il sistema elettronico senza registrazione dei nomi; successivamente, passeremo alla votazione delle questioni sospensive.

Metto pertanto ai voti la questione pregiudiziale avanzata, con diverse motivazioni, dal senatore Sacconi (QP1), dal senatore Stiffoni e da altri senatori (QP2), e dai senatori Pastore, D'Onofrio, Saporito, Alberti Casellati, Baldassarri, Vizzini, Vegas, Stracquadanio, Cantoni e Biondi, mediante procedimento elettronico.

 

GARRAFFA (Ulivo). Asciutti, vergogna!

 

PRESIDENTE. Senatore Carrara, è suo il voto al centro, sopra la porta?

 

SODANO (RC-SE). Presidente, di fianco al senatore Ferrara!

 

PRESIDENTE. Colleghi, avete un segretario iperattivo, quindi lasciatelo lavorare. Senatore Possa, chi c'è dietro di lei? Senatore Carrara, o sta da una parte o sta dall'altra. Controlliamo che non facciano i birichini anche dall'altro lato.

Non è approvata.

 

Colleghi, state tranquilli, non c'è motivo di tanta agitazione.

Metto ai voti la questione sospensiva (QS1), avanzata dal senatore Storace e da altri senatori, e dal senatore Malan, mediante procedimento elettronico.

 

Non è approvata.

 

Colleghi, guardate che poi ci saranno anche gli emendamenti da votare. Se i tempi sono questi, a settembre siamo ancora qui. Nella prima fase c'è il rodaggio, ma poi bisogna partire.

 

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 741

 

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

Auspico che tutti i colleghi che intendano abbandonare l'Aula lo facciano in fretta.

È iscritto a parlare il senatore Morgando. Ne ha facoltà.

 

MORGANDO (Ulivo). Signor Presidente, farò un breve intervento in discussione generale, poi altri colleghi del Gruppo dell'Ulivo, di cui faccio parte, riprenderanno singole e più specifiche questioni che hanno trovato ampia eco anche nella discussione compiuta sulle questioni pregiudiziali e sulla sospensiva.

Oggi, con la discussione di questo provvedimento, comincia di fatto la sessione di politica economica di quest'anno nel Parlamento italiano, che comprende il decreto‑legge di cui stiamo parlando, il Documento di programmazione economico- finanziaria che discuteremo nei prossimi giorni, il disegno di legge finanziaria che tra due mesi arriverà in Parlamento. Siamo quindi di fronte ad un atto di grande importanza perché, ne siamo consapevoli in particolare noi della maggioranza, abbiamo affidato alla politica economica un ruolo molto importante nella strategia del nostro Governo, Infatti, abbiamo affidato ai provvedimenti di politica economica il compito di risolvere i problemi di fondo dell'Italia, i problemi della bassa crescita, della crisi di competitività, le difficoltà sul fronte della finanza pubblica.

Siamo particolarmente interessati a una discussione di merito su questi aspetti, nei confronti dei quali ci siamo assunti l'impegno di lavorare per far ripartire l'Italia, perché avvertiamo la responsabilità di una discussione seria e non pregiudiziale che consenta a tutti noi di raggiungere obiettivi positivi. Stiamo dando vita quindi a un dibattito importante e - come ha detto anche il relatore Ripamonti - lo stiamo facendo bene, con un provvedimento che ha carattere strutturale.

Ha ragione chi sostiene che l'impatto di questo decreto‑legge sui conti pubblici del 2006 sia relativamente poco significativo e non rilevantissimo: infatti, il decreto-legge al nostro esame ha certo il compito di delineare una strategia, per quel che riguarda la soluzione dei problemi di finanza pubblica, e di collocarla nell'arco di tempo pluriennale in cui è possibile affrontarla e, segnatamente, nel 2007; tuttavia, con tale provvedimento si adottano alcune iniziali decisioni in ordine ai contenuti delle strategie di carattere più generale. Quindi, si tratta - come ricordava il relatore - di un provvedimento strutturale.

Nel decreto‑legge sono individuate e impostate alcune strategie che troveranno un compiuto sviluppo nei provvedimenti successivi. In qualche modo, vi è un'anticipazione dei contenuti del DPEF e della legge finanziaria, com'è stato autorevolmente detto anche dal Presidente del Consiglio e da molti Ministri nel dibattito di questa settimana. Pertanto, attribuiamo grande rilievo a questa discussione.

Vorrei dedicare il mio intervento a tre questioni sollevate anche nel dibattito odierno, su cui cercherò di fare qualche ragionamento e addurre ad alcune argomentazioni.

La prima delle questioni è stata agitata oggi, ma è stata sollevata nei giorni scorsi anche in Commissione bilancio. Secondo voi questo è un decreto, per così dire, «tutto tasse». Non è vero colleghi, non si tratta di un decreto-legge esclusivamente in materia fiscale. L'opposizione ha cercato di ridurre al tema fisco le complesse questioni sollevate dal provvedimento in discussione. Al contrario, vogliamo farvi notare che il decreto‑legge al nostro esame lancia dei chiari segnali sul fronte delle liberalizzazioni e credo che siano importanti segnali di apertura - come ha affermato anche il relatore - alle energie nuove e giovani che anche nelle professioni ci sono e che attendono da processi di liberalizzazione la possibilità di trovare un proprio ruolo e un proprio spazio.

Non sono in grado di rispondere alle argomentazioni espresse prima a tal riguardo: mi riferisco, in particolare, alle affermazioni del collega Biondi, ma io credo, da un punto di vista generale, che la deontologia garantita per legge non sia una cosa positiva. Preferisco la deontologia garantita dalla qualità, dalla competenza, dalla capacità d'innovazione, dalla capacità dei giovani professionisti italiani di collocarsi sul fronte della competizione globale e della concorrenza con altri Paesi europei.

Inoltre, questo provvedimento mette ANAS e Ferrovie dello Stato in condizione di non dover chiudere i cantieri. Onorevoli colleghi, ricordo che l'allarme, sul rischio reale di chiusura dei cantieri, lanciato dai dirigenti delle grandi agenzie che realizzano infrastrutture nel nostro Paese, è stato raccolto dal decreto-legge al nostro esame e, sia pure con risorse finanziarie non rilevantissime, esso risolve tale emergenza.

È un decreto che anticipa una strategia finanziaria nei confronti delle famiglie e dei giovani, con l'istituzione di fondi che rendono reali e credibili competenze ministeriali che prima venivano accusate di essere soltanto teoriche. È un provvedimento che adotta decisioni concrete contro l'evasione e l'elusione fiscale, individuando in questo tema uno degli obiettivi di realizzazione del nostro programma.

Abbiamo sempre detto - e lo abbiamo scritto nel nostro programma elettorale - che un fisco più giusto e più equo era la condizione affinché il processo di riduzione del carico fiscale potesse essere reale nel nostro Paese. Il decreto in oggetto va verso questa direzione.

Si tratta dunque di un decreto complesso, che affronta tante questioni; certo, si poteva fare di meglio. In qualche caso abbiamo riscontrato errori nel provvedimento, che sono stati corretti. Si è, però, dato il segnale di una politica economica che ricerca un nuovo centro e lo trova anche nell'attenzione verso il consumatore, una categoria diversa rispetto a quelle del passato, ma in cui si riconosce la maggior parte delle componenti della società. Si è inaugurata una politica capace di prendere decisioni semplici, che interessano tutti, immediatamente percepibili e in grado di avere un effetto diretto sull'interesse dei cittadini. Per questo motivo il decreto è stato ben accolto.

Tra tutte le questioni affrontate oggi pomeriggio è sfuggito che, dopo qualche rischio di appannamento, su questo decreto l'attività del Governo ha ritrovato slancio, condivisione da parte della maggioranza dei cittadini, capacità di porsi in sintonia con una percentuale di italiani superiore a quella degli elettori che hanno votato il centro-sinistra.

Questo è un aspetto molto importante ed è stato dimostrato anche nelle audizioni svolte dalla Commissione bilancio, in cui i portatori degli interessi (anche degli interessi colpiti da questo provvedimento) hanno sottolineato le loro ragioni, ma hanno riconosciuto l'impianto complessivo positivo del provvedimento che stiamo discutendo. Si tratta, pertanto, di un decreto importante, che dal nostro punto di vista costruisce una sintonia significativa tra il progetto del centro‑sinistra e la maggioranza degli italiani.

Da qualcuno è stato sostenuto che questo decreto in realtà non serve a nulla sul piano della creazione di condizioni di maggior sviluppo, che è poca cosa, anzi, che la parte fiscale avrà effetti depressivi. Non è vero, colleghi. Questo decreto, i provvedimenti ivi contenuti, la sua struttura e il suo impianto sono molto importanti per avviare seriamente un processo di sviluppo economico.

Sapete benissimo - non mi dilungo, ne parleremo quando discuteremo il DPEF - che il problema dell'economia italiana riguarda la produttività: vi è un'insufficiente produttività del lavoro, ma soprattutto una bassa produttività totale dei fattori. Non cito dati, ma ricordo soltanto, per memoria, che negli ultimi cinque anni la produttività del sistema tedesco è cresciuta del 10 per cento; la produttività della Francia del 12 per cento; la produttività dell'Italia è scesa dell'1,5 per cento. Mentre nel 1992 la produttività italiana era superiore del 4 per cento alla produttività media dell'area dell'euro, oggi è inferiore del 3 per cento.

Si registra, pertanto, un problema serio. Colleghi, le decisioni contenute nel decreto in oggetto hanno effetti su questo problema, perché tendono ad abbassare i prezzi dei servizi, a rendere più facile l'attività di impresa, ad abbassare la soglia di ingresso dei giovani in alcuni mercati del lavoro, a semplificare procedure.

Si tratta, certamente, di questioni che dovranno essere completate, rafforzate e che dovranno trovare un approfondimento nei provvedimenti successivi, ma che sono una realtà, un contributo importante al recupero della produttività del sistema. Su questo obiettivo si incentreranno le scelte del Documento di programmazione economico-finanziaria, per ragionare sulla crescita del Paese, sul risanamento della nostra economia, sulla politica industriale necessaria per rafforzare la capacità competitiva del sistema Italia.

Questo decreto è indispensabile all'economia italiana, che necessita di tanti interventi, ma anche di alcune riforme che non costano. L'economia nazionale ha anche bisogno di interventi su vincoli e legami che caratterizzavano un sistema troppo rigido, arretrato e statico, che lo mettano in condizione di essere più dinamico, più efficace e più accogliente rispetto alle energie che si affacciano sul fronte del mercato del lavoro.

Vi è una terza questione che è stata discussa e che pone una tema rilevante nel dibattito politico. É stato detto: voi avete predicato la concertazione e poi l'avete negata nella concreta adozione di questo provvedimento. Certo, questo decreto pone nel dibattito politico una questione rilevante che è quella del rapporto tra concertazione e decisione. Per noi che abbiamo messo la ripresa della concertazione al centro del programma politico, che riteniamo che attraverso la concertazione possa venire un contributo importante perché le parti sociali, i diversi soggetti dell'economia e della società, concordino e si riconoscano in strategie comuni per lo sviluppo del Paese, questo tema è molto rilevante.

Ebbene, le vicende di questi giorni, questo stesso dibattito, credo ci consentano di provare a definire una regola: la decisione riguarda gli obiettivi, la concertazione riguarda il modo per raggiungerli. Vorrei valorizzare, sotto questo aspetto, il lavoro che ha compiuto, e che è stato ricordato già dal relatore, la Commissione bilancio e il lavoro che è stato portato avanti anche dal Governo nella ripresa dei temi che erano contenuti soprattutto nei primi 15 articoli del provvedimento e nella ridefinizione di alcuni contenuti.

Vi sono state sedi di ascolto e di confronto, sono state introdotte delle modifiche e vorrei che tali modifiche venissero valorizzate anche sul piano del messaggio: discutere non significa cedere; raggiungere dei risultati senza muovere guerra a nessuno, senza muovere guerra alle categorie è positivo. Dobbiamo valorizzare tutti lo sforzo che è stato fatto in questa direzione, dando ascolto ai diversi interessi, definendo alcune modifiche, individuando un testo che lancia un messaggio di condivisione anche sui punti che oggi sono ancora oggetto di differenze e di differenti valutazioni.

Questi erano i tre punti che mi premeva sottolineare, naturalmente altri colleghi del mio Gruppo riprenderanno singole questioni. Sono convinto, signor Presidente, che non abbiano torto quelli che vedono in questo dibattito una rilevante sfida culturale, la sfida di chi si pone il problema di costruire una società più dinamica, più aperta ai giovani, una società in cui si trovi un punto di equilibrio tra l'interesse del singolo e quello generale, tra l'interesse delle categorie e l'interesse complessivo del Paese.

Noi siamo convinti che non si possa tollerare una guerra degli interessi, ma è necessario riuscire a individuare la sintesi; una sintesi che abbia come obiettivo, non gli interessi corporativi, ma quelli complessivi, nella consapevolezza che le esigenze di ciascuno fanno parte di un interesse più generale.

Ebbene, questo percorso l'abbiamo avviato con il decreto al nostro esame; lo completeremo, secondo la stessa logica, nel Documento di programmazione economico-finanziaria e nella legge finanziaria puntando all'obiettivo di una politica capace di far ripartire l'Italia, di far ripartire lo sviluppo, di far di nuovo crescere il Paese, che è la cifra dell'impegno con cui noi abbiamo affrontato il problema del Governo. (Applausi dai Gruppi Ulivo e RC-SE).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perrin. Ne ha facoltà.

 

PERRIN (Aut). Signor Presidente, il disegno di legge oggi in discussione rappresenta un primo tentativo per rilanciare l'economia del Paese ed è pertanto condivisibile nei suoi intenti e in molti suoi contenuti. Appare, inoltre, assolutamente pertinente il titolo «disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale».

Condivido e condividiamo, credo di parlare anche a nome del Gruppo Per le Autonomie, gli obiettivi che questo testo ci propone: nuove norme sulla concorrenza e i diritti dei consumatori, misure per gli interventi infrastrutturali, per le politiche della famiglia per le politiche giovanili, per favorire le pari opportunità, misure per la razionalizzazione e il contenimento della spesa pubblica, contrasto all'evasione e all'elusione fiscale. Siamo favorevoli e ne apprezziamo gli indirizzi generali, vista l'urgenza di dare alcuni segnali forti per una inversione di tendenza su temi assolutamente prioritari per il rilancio della nostra economia.

Questo provvedimento ha, tuttavia, sollevato un importante dibattito e prese di posizione dure da parte di molte categorie, ha avuto il favore del mondo dei consumatori e, in generale, della società civile, mentre ha sollevato qualche preoccupazione da parte delle Regioni e delle autonomie locali.

La natura del decreto-legge poi, non ha permesso una concertazione, né un confronto politico preventivi: si è dovuto giocare molto sulla sorpresa. Il decreto-legge su temi di così ampio respiro è uno strumento senz'altro efficace, ma a nostro avviso non sempre opportuno. Il dibattito che ne è scaturito è un segno tangibile di un disagio che è stato provocato: una miriade di emendamenti e gli emendamenti stessi del Governo hanno messo a dura prova il lavoro delle Commissioni con il rischio di arrivare ad un prodotto che non è più quello originale.

Voglio soffermarmi poi su un aspetto a mio avviso importante, ossia sul modo di legiferare del Governo, tutto teso a raggiungere senz'altro legittimi obiettivi di carattere generale, come è stato ben evidenziato, che però trascura e tralascia il sistema politico-amministrativo italiano, che è incardinato nelle Regioni e nelle autonomie locali. La riforma del Titolo V della Costituzione va senz'altro rispettata, come vanno rispettate le competenze delle Regioni. In particolare, desidero sottolineare la mancata attenzione puntuale alle Regioni a Statuto speciale e alle Province autonome di Trento e Bolzano, nonché al rispetto delle competenze statutarie e delle relative norme di attuazione.

È una constatazione e un invito a far sì che nel prosieguo della legislatura ci sia una sensibilità maggiore per questi temi; credo che questa sia una condizione fondamentale del patto che abbiamo stretto con la maggioranza, una condizione essenziale perché le forze dell'autonomia possano sostenere con convinzione questa maggioranza e questo Governo.

Il disegno di legge affronta materie su cui ci sono competenze trasversali, che incidono su materie di competenza esclusiva delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome. Alcune disposizioni, che possono essere molto positive in un contesto generale di grandi dimensioni, possono creare problemi in situazioni particolari: in zone di montagna o in zone rurali poco popolate. Penso alla distribuzione territoriale delle farmacie, alla presenza dei taxi, dei panificatori e potremmo portare molti altri esempi.

In queste situazioni, liberalizzare significa spesso smantellare gli esercizi e i servizi che garantiscono la sopravvivenza e la presenza di comunità in luoghi difficili, su cui abbiamo concentrato i nostri sforzi per garantire la presenza umana, necessario presidio per la tutela e la sicurezza dei luoghi. Di qui la necessità di salvaguardare le competenze delle autonomie speciali, ma anche delle Regioni e delle autonomie locali in applicazione dei principi federalisti di sussidiarietà e solidarietà.

D'altro canto, i tassisti di Roma possono avere la forza di influenzare le scelte del Governo, mentre la chiusura dei servizi nelle zone disagiate non disturba le scelte politiche, ma può rappresentare comunque un vulnus inflitto a realtà fragili e meritevoli di tutela.

Abbiamo approvato e apprezzato il lavoro svolto dalle Commissioni, le raccomandazioni che ne sono scaturite, gli emendamenti discussi e accettati, mentre nutriamo alcune perplessità sulla bocciatura di emendamenti che vanno nella direzione di migliorare il disegno di legge.

Il mio voto, credo di poter dire, il nostro voto, sarà senz'altro favorevole, con qualche dubbio però sul non accoglimento di emendamenti presentati dal nostro Gruppo che mirano a salvaguardare e a garantire le competenze esclusive delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome. Altri emendamenti da noi presentati sono, a nostro avviso, migliorativi di alcune misure previste dal decreto.

Rimane per noi irrinunciabile l'emendamento 1.300, presentato come articolo 1-bis, che voglio rileggere: "Le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e Bolzano in conformità agli statuti speciali e alle relative norme di attuazione". (Applausi dai Gruppi Aut e Ulivo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Albonetti. Ne ha facoltà.

 

ALBONETTI (RC-SE). Signor Presidente, sottosegretario Sartor, onorevoli colleghi, l'articolazione del decreto legge n. 223, il primo intervento di un certo peso economico, con al suo interno scelte strutturali, operato dal Governo ne rispecchia anche le scelte di fondo: crescita economica, equità e solidarietà, concorrenza, razionalizzazione della spesa, lotta all'evasione e all'elusione fiscale. È quindi un intervento a tutto campo, quello operato dal Governo, anche se non tutte le misure adottate hanno lo stesso peso economico e/o simbolico.

Che il Paese in generale attendesse un approccio diverso ai problemi sociali ed economici rispetto al passato, in forte discontinuità con il precedente Governo, è stato dimostrato dalle audizioni organizzate dalla Commissione bilancio: praticamente nessuna rappresentanza sociale o di categoria ha criticato l'impianto generale del provvedimento, anche se molti hanno avanzato obiezioni e conseguenti proposte emendative di articoli o di commi concernenti la loro categoria. Abbiamo avuto una conferma cioè di un tratto caratteristico di noi italiani, sempre troppo poco disponibili a metterci in gioco personalmente per un bene collettivo più generale. Così come la reazione corporativa di alcune categorie ha dimostrato quanto sia difficile la modernizzazione di alcuni settori dell'economia italiana. È stato il consenso dei cittadini a permettere al provvedimento di non uscire dai cardini in cui era stato impiantato nonostante le molte modifiche approntate dalla 5a Commissione.

I cittadini non si aspettano solo vantaggi economici in quanto consumatori, ma sperano che la nuova geografia sociale delineata dal decreto sia in grado di trasformare strutturalmente il paesaggio italiano secondo criteri di equità e redistribuzione del reddito.

Oggi si interviene soprattutto sul tema delle regole in materia di concorrenza e fiscalità, ma domani si dovrà operare con ben altro respiro affinché la crescita economica coincida con la regolarizzazione di lavori a tempo determinato, la crescita salariale, l'aumento delle possibilità professionali, soprattutto per i giovani, la capacità di partecipare e di controllare i momenti decisionali in modo informato e critico.

Siamo tutti consapevoli che gli interventi nei campi assicurativo, bancario, farmaceutico, delle professioni in genere, per citare alcuni dei settori oggetto di nuova regolamentazione da parte del decreto, dovranno essere ben più ampi e più profondi per garantire che il cittadino, e non semplicemente il consumatore, sia messo nelle condizioni migliori per rivendicare ed esercitare la propria libertà di scelta e di controllo.

Le regole servono per impedire l'anarchia del mercato, la prevaricazione del più forte, l'assoggettamento del bene comune all'esclusiva logica del profitto. Per ottenere questi ambiziosi risultati non si deve cedere alle logiche corporative, ma nemmeno si può tirare dritto senza ascoltare. Siamo convinti che il conflitto sociale sia un fattore positivo, praticamente indispensabile per come noi intendiamo la democrazia. Esso determina le condizioni più avanzate cui può giungere un'azione di Governo. Un conflitto che non deve degenerare in pratiche violente ovvero posizionarsi esclusivamente su vantaggi corporativi ma che, al contrario, non perda mai di vista l'interesse generale.

Da questo punto di vista consideriamo positivi molti dei contributi e dei cambiamenti introdotti nel decreto n. 223, che sono il frutto combinato del conflitto e del lavoro parlamentare. Non è un caso, a nostro avviso, che i cambiamenti meno convincenti o più pasticciati siano conseguenza di mediazioni al ribasso a seguito di pressioni lobbistiche.

Ma il decreto è buono nel suo insieme, a partire dalle misure a favore delle politiche sociali, culturali, per le pari opportunità nonché per il rifinanziamento delle opere pubbliche. La rifinanzializzazione della spesa sociale avviene in una fase in cui occorre ancora riferirsi alla legge finanziaria vigente che, tra l'altro, ha anche prodotto un doloroso taglio orizzontale alle unità previsionali di base per poter avvicinare gli obiettivi economici previsti per il 2006.

Le dinamiche dei tagli, che lasciano ai diversi Ministeri una discrezionalità su come e dove operarli, mettono però in luce un limite dell'azione parlamentare che dovrà essere discusso e possibilmente superato. Questo limite consiste nella possibilità di rivedere l'allocazione delle risorse una volta che queste siano state assegnate alle unità previsionali di base.

La Commissione non è stata in grado di intervenire sul merito di alcuni tagli ma li ha dovuti accettare come misura complessiva di risparmio. Da questa scelta, a nostro parere, scuola e ricerca sono state molto penalizzate così come, per fare un altro esempio, i tagli ai Vigili del fuoco ci hanno francamente sorpreso vista la stagione torrida in corso e la strutturale carenza di personale e mezzi del Corpo.

Gli interventi strutturali in materia di fiscalità, volti ad aumentare le entrate e a contrastare evasione ed elusione sono, complessivamente, misure condivise. Bene ha fatto il Governo ad eliminare la retroattività di alcuni provvedimenti. In primis, in assoluto è sbagliato legittimare la possibilità di un'applicazione retroattiva di una legge; in secondo luogo, rispondendo positivamente a queste ed altre critiche, il Governo ha rafforzato l'efficacia del provvedimento sottraendo tutti gli alibi a chi contrastava le diverse norme con l'unico obiettivo di intralciare l'azione di riordino e di recupero fiscale. Il segnale che viene da questo provvedimento è chiaro: è finito il tempo dei condoni e delle dichiarazioni secondo le quali non pagare le tasse sarebbe atto di autodifesa del cittadino.

Un equo e progressivo prelievo fiscale è uno degli architravi della nuova politica economica del Governo. Solo dal recupero dell'elusione e dell'evasione si troveranno le risorse per le politiche di equità, di redistribuzione, di intervento sociale, di aumento salariale e di finanziamento pubblico.

E' per noi positivo che in una manovra correttiva di così grande rilievo strutturale (0,5 cento punti del prodotto interno lordo nei prossimi anni) si sia intervenuti soprattutto sul versante dell'entrata, anche con interventi di natura strutturale, e non su quello della spesa. E' un bel segnale per il Paese: si scommette sulla ripresa, e si interviene sulla ridistribuzione dei suoi risultati.

Allo stesso modo, non ci sembra novità di poco conto che dopo una stagione politica in cui ci si è occupati di intervenire soprattutto sul tema del mercato del lavoro, (una stagione che lo ha disarticolato, precarizzato, indebolito nella sostanza e nella posizione dei singoli lavoratori nei confronti delle imprese), oggi si intervenga con l'intenzione di modificare il mercato dove operano le libere professioni.

Naturalmente, occorre avere l'avvertenza di costruire consenso e partecipazione attorno alle riforme. Penso che le modifiche apportate in sede di Commissione, soprattutto per quanto riguarda l'avvocatura con l'applicazione dei minimi tariffari, in determinate situazioni, la regolamentazione della pubblicità, le modalità dei pagamenti in contanti, vadano in questo senso e siano perciò un segnale di ascolto. Per questo, non ci convince l'ostinazione a proseguire uno sciopero, la cui durata in sé è un privilegio che poche altre categorie possono permettersi nel nostro Paese.

Su alcuni punti specifici del decreto interverranno i colleghi e le colleghe del gruppo. Voglio solo brevemente dire, prima di discutere altrettanto brevemente l'articolo 13 con più profondità, come tutti gli interventi del nostro Gruppo di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea siano stati indirizzati a migliorare il decreto per la tutela dei cittadini più deboli: per quanto riguarda le spese della giustizia o per quanto riguarda l'eliminazione dell'aumento dell'IVA sul gas domestico che avrebbe colpito fasce deboli della popolazione; per quanto riguarda il potenziamento dei controlli del lavoro nero, all'articolo 36 bis; per quanto riguarda la valorizzazione degli enti locali virtuosi, all'articolo 20.

In alcuni casi le nostre richieste sono state trasformate in ordini del giorno, come per il tema dell'anatocismo; la durata dei brevetti farmaceutici, che chiediamo sia ridotta, per la promozione di due campagne di informazione sui pericoli derivanti dall'abuso dei farmaci e sui pericoli derivanti dai giochi d'azzardo e dalle scommesse sportive, campagna quest'ultima indirizzata ai giovani.

Sono impegni politici che tutta la maggioranza ha deciso di assumersi e che noi chiediamo al Governo di trasformare in iniziative legislative a partire dalla prossima finanziaria.

Signor Presidente, colleghi, è sull'articolo 13 che voglio spendere due parole critiche in più per l'importanza che questo articolo ha nel decreto, anche se francamente è più quella simbolica che quella reale. È tuttavia la discussione che apre nel Parlamento e nel Paese che merita una riflessione, detto che invece l'articolo 15 del decreto-legislativo tutela la gestione e la proprietà pubblica del ciclo idrico integrato almeno fino al 2007 senza tentennamenti.

Abbiamo apprezzato nell'articolo 13 una riscrittura che esclude i servizi pubblici locali dall'applicazione della nuova normativa. Ciò nonostante permangono per noi dubbi su come sia stata affrontata la questione. Il diritto comunitario già disciplina con direttive e sentenze la materia dell'affidamento diretto, cioè in house, del servizio delle pubbliche amministrazioni a società interamente pubbliche o miste. Tra l'altro, la recente sentenza Stadt Halle dell'11 gennaio 2005 ha precisato che la partecipazione anche minoritaria di privati esclude un controllo analogo della società a quello esercitato sui propri servizi dall'ente locale e, quindi, esclude l'affidamento in house. L'articolo 13 avrebbe quindi dovuto riguardare solo la disciplina e l'ordinamento di società miste, pubblico e privato, che godono di affidamenti diretti.

In effetti il cosiddetto secondo criterio Teckal, dal nome della sentenza ordinatrice del 1999, già precisa che la società contraente in house di un servizio debba realizzare la parte più importante - non tutta - della sua attività per l'amministrazione o per le amministrazioni giudicatrici che la controllano. Da questo punto di vista ci sembra che l'avverbio «esclusivamente» dell'articolo 13 sia in contrasto con il diritto comunitario e con la sentenza richiamata. Vogliamo ribadire l'importanza di una riscrittura dell'articolo 13 che dà torto alle interpretazioni più estensive della prima stesura, anche da parte di rappresentanti del Governo. Tali interpretazioni tradiscono una smania di privatizzazione.

A questo proposito noi, Rifondazione comunista-Sinistra europea, vorremmo precisare come il programma dell'Unione distingua tra concorrenze e privatizzazioni, accogliendo così il vero spirito della legislazione comunitaria in materia. Il diritto comunitario non impone infatti nessuna liberalizzazione generalizzata dei servizi pubblici locali - come ricordava recentemente Federico Galvagno - nell'Unione Europea non esiste una disciplina che regolamenta il settore dei servizi d'interesse generale, settori che ricomprendono nel loro complesso il settore dei servizi pubblici locali come intesi in Italia. Pertanto la materia dei pubblici servizi deve ritenersi soggetta alle sole regole del trattato che impongono il rispetto dei princìpi dettati a tutela della concorrenza.

Così come, a nostro avviso, se la tutela della concorrenza in materia esclusiva dello Stato, [articolo 117, lettera e)], rimane a capo delle Regioni la competenza esclusiva in materia di servizi pubblici locali. Non sarebbero quindi opportune privatizzazioni di servizi pubblici imposte con legge dello Stato.

Tra l'altro sui benefici delle stesse privatizzazioni e sui modi in cui sono state realizzate nel passato, qualche dubbio sarà venuto ad ogni lettore attento del DPEF. È difficile sostenere nello stesso documento che tra il 1994 e il 2005 l'Italia è stato il secondo Paese al mondo per l'entità di privatizzazioni dietro al solo Giappone, (p. 60), per un valore corrente di oltre 96 miliardi di euro e commentare questo dato, queste privatizzazioni, in senso positivo perché hanno avuto tra i molteplici effetti la crescita dell'economia in quanto - continua sempre il DPEF - la migliore allocazione degli asset favorisce lo sviluppo, (p. 61).

Come conciliare queste affermazioni con la presa d'atto che, proprio nel decennio della grande privatizzazione, la nostra crescita economica si è ridotta fino ad arrestarsi completamente l'anno scorso? Sono proprio i dati del DPEF e le sue tabelle, faccio riferimento a quelle di pagina 38, a dimostrare che non c'è correlazione diretta tra privatizzazione e crescita economica, anzi in Italia è successo il contrario.

Per questo, concludendo e confermando un giudizio complessivo sul provvedimento, consentiteci almeno di chiedere a tutti noi, al Governo in primis, prudenza e ponderatezza anche quando discutiamo di liberalizzazioni. (Applausi dai Gruppi RC-SE, Ulivo e del senatore Pecoraro Scanio. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Butti. Ne ha facoltà.

 

BUTTI (AN). Signor Presidente, questo è un Governo destinato a mietere record, ovviamente negativi. Non è bastato l'Esecutivo più pingue, numericamente parlando, della storia repubblicana, non sono bastate le tre fiducie poste in circa un mese di lavoro; mancava anche il record di emendamenti presentati dal Governo stesso ad un proprio provvedimento.

Per usare un eufemismo, possiamo dire che il Ministro liberalizzatore, che però oggi in Aula non abbiamo visto, abbia trattato la materia con eccessiva disinvoltura, tanto da dover tornare su alcune decisioni, che pure erano state assunte quasi fossero totem ideologici e perciò irrinunciabili. Ad esempio, avrebbe potuto parlare, o quanto meno consultare, un autorevole ministro come Amato, che tra lo stupore generale il giorno 11 luglio ha dichiarato in Commissione: «Vi chiedo una particolare attenzione all'allegato 1 al decreto Bersani e non mi dispiacerebbe che intervenissero delle correzioni». Era il ministro Amato e parlava dei drastici tagli per le spese di polizia e dei carabinieri.

Ma il disagio maggiore lo abbiamo letto nello sguardo dei colleghi della sinistra, costretti a criticare quella che hanno definito per i cinque anni della scorsa legislatura una grande manifestazione di libertà come lo sciopero. È il cortocircuito di una sinistra stravolta dalle contraddizioni digerite con chissà quali enzimi pur di restare al Governo.

Personalmente, auspico per il bene dell'Italia un vero processo di liberalizzazione. All'interno di un'economia globalizzata, ostinarsi a mantenere in essere un sistema dominato dagli steccati corporativi rischia di risultare anacronistico e catastrofico per l'economia stessa.

Però penso di non offendere nessuno definendo le vostre proposte di liberalizzazione delle autentiche patacche. Avete annunciato grandi rivoluzioni, vi siete poi ridotti a toccare marginalmente alcuni settori della nostra economia, procurando comunque danni tangibili, e poi, in preda al tafazzismo più puro, che ben conosce la satira di sinistra, avete fatto anche marcia indietro.

Con generosità, vogliamo però riconoscervi una rara intelligenza tattica, perché in effetti avete colpito crudamente qualche categoria che, reagendo, ha catturato l'attenzione di TV, radio e giornali e quindi ha mediaticamente coperto la stangata fiscale che sapientemente avete inserito in questo provvedimento. Avete anche annichilito i sindacati: con il centro-destra sarebbero scesi tutti in piazza, invece voi li avete fatti scomparire, da bravi prestigiatori quali generalmente siete. Quegli stessi sindacati che nella scorsa legislatura hanno raddoppiato gli scioperi rispetto al quinquennio precedente.

Siete stati innovatori nel progetto diabolico, poiché ignorando lo statuto del contribuente, che prevede che le disposizioni tributarie non abbiano effetto retroattivo, avete costituito un precedente, tentando di colpire con misure retroattive il settore immobiliare. Un precedente che secondo voi vi autorizzerà a procedere con la reintroduzione dell'imposta sulle successioni e sulle donazioni, con l'inasprimento della tassazione sul risparmio e sulla proprietà della casa con la stessa tecnica della retroattività.

Non vi consentiremo di aumentare la pressione fiscale, di trasformare lo Stato di diritto in uno Stato di polizia tributaria, di tornare a soffocare, con inutile burocrazia e inutili controlli di orwelliana memoria, i professionisti e le imprese. Non vi consentiremo di creare un fastidioso, iniquo ed invadente sistema di monitoraggio della tassazione, perché, come diceva un illustre collega, se è vero che a pensar male si fa peccato, è anche vero che qualche volta ci si azzecca. E noi sappiamo che il controllo dei conti correnti è, per l'impostazione culturale che vi riconosciamo, propedeutico a far scattare la patrimoniale: il 6 per mille del Governo Amato del 1992 resta infatti nella storia.

Grazie all'anagrafe dei depositi bancari, il fisco (così come alcuni colleghi di lingua tedesca chiamano correttamente il vice ministro Visco) conoscerà tutto circa i risparmi dei cittadini, potendo così determinare l'aliquota di una nuova tassa sui conti correnti e realizzando il sogno di molti che a sinistra criminalizzano non solo la ricchezza, frutto del lavoro di una vita, ma anche i risparmi di una vita.

La lotta all'evasione si fa in un altro modo, ad esempio evitando di trasferire i militari della Guardia di finanza che hanno indagato sulle nefandezze Unipol, facendo semplicemente il loro mestiere.

Ma sempre perché a pensare male si fa peccato ma a volte ci si azzecca, vorrei portare alla sua attenzione, Presidente, le dichiarazioni trionfali della COOP, relativamente alla vendita dei farmaci da banco presso i supermercati. Aldo Soldi, presidente dell'Associazione nazionale cooperative di consumatori, ha dichiarato: «Applicheremo sconti che arriveranno anche al 50 per cento, quando potremo disporre di prodotti che porteranno il nostro marchio».

Il rischio evidente è che il consumatore possa eccedere nell'assunzione di quel tipo di farmaco, facendo senz'altro contenta la cassiera della COOP, ma creandosi qualche problema di salute. Va ricordato che la vendita dovrà essere effettuata in un apposito reparto, con la consulenza di un farmacista, considerato inevitabilmente un professionista di serie B, poiché sottopagato e magari con un contratto di Federalimentare.

Se il problema fosse stato semplicemente quello di calmierare i prezzi, avreste potuto serenamente seguire l'esempio dell'ex ministro Storace, che mise d'accordo farmacisti e case farmaceutiche, certo ricorrendo alla mediazione e quindi facendo un po' più di fatica.

E quando, a proposito delle professioni, vantate di voler mettere l'Italia al passo con l'Europa, raccontate una bugia perché questo decreto si pone in contrasto anche con i principi della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea che, all'articolo 15, protegge la libertà professionale.

Non è vero che allineate all'Europa il Paese, ma mettete a rischio la qualità delle prestazioni erogate. Di fatto, in barba all'etica deontologica e alla nostra cultura giuridica, consentite agli avvocati di stipulare accordi con il cliente generando tra i due, in buona sostanza, una società. Avete utilizzato un decreto per riformare le professioni; se lo avesse fatto il governo Berlusconi avreste urlato sicuramente al regime.

Evitiamo di parlare dei plurimandatari assicurativi e dei panettieri anche perché credo di non avere tempo sufficiente.

Ovviamente, non condividiamo l'ottimismo dei colleghi che ci hanno preceduto. In questo decreto-legge i buoni propositi sono tutti finti. Restano due certezze: avete aumentato le tasse e avete incrementato la burocrazia. (Applausi dai Gruppi AN e FI).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Azzollini. Ne ha facoltà.

 

AZZOLLINI (FI). Signor Presidente, tutte le attività umane normalmente hanno pregi e difetti. Qualcuna ha più pregi che difetti, qualcun altra più difetti che pregi. È davvero raro trovare attività umane che hanno solo difetti, ma posso serenamente affermare che così era per questo decreto-legge quando ha fatto il suo ingresso in questo ramo del Parlamento. Trovare un pregio era proprio difficile. Lo stesso Governo, allora, ha iniziato una precipitosa fuga, incalzato dall'opposizione nel Paese e poi negli ambiti parlamentari, che - vivaddio - ha portato alla correzione di qualche elemento e all'introduzione di molte modifiche e molte correzioni. Sono rimasti difetti gravissimi; l'insieme delle correzioni che l'opposizione nel Paese e nel Parlamento è riuscita ad ottenere non ha però modificato la sostanza assolutamente negativa di questo decreto.

Non entrerò nelle norme di merito, altri colleghi lo stanno facendo e continueranno a farlo; mi limiterò ad alcune osservazioni puntuali in materia di correzione dei conti pubblici.

Questo decreto è stato propagandato come una sorta di manovra o manovrina. Quindi, mi intratterrò su questi aspetti, né potrò esimermi poi dall'affrontare alcuni punti molto generali, ma oltremodo preoccupanti.

Ecco l'esempio di un decreto che veramente non ha pregi. Questo provvedimento è nato come una manovra per il riequilibrio dei conti pubblici, ma la tabella allegata al decreto dice testualmente che non vi è riequilibrio. Il riequilibrio indicato dalla tabella è di soli 57 milioni di euro, una grandezza trascurabile che non giustifica una correzione di conti. È vero che per gli anni successivi invece le cifre indicano miliardi di euro, ma in Italia parlare di anni successivi è cosa oltremodo affidata al caso.

Questa manovra, realizzata attraverso lo strumento del decreto-legge, quindi destinata ad incidere sull'anno in corso (altrimenti non si giustificherebbe l'adozione di questo strumento), non corregge i conti pubblici. Pertanto, tutto ciò che è stato fatto era assolutamente privo di ogni fondamento di verità. Dunque, come avevamo detto, primo difetto grave.

Lo scopo che dichiaratamente si prefigge questo decreto altrettanto dichiaratamente non viene conseguito. Dunque, non si comprende perché questo provvedimento è stato chiamato decreto di rientro dei conti pubblici. Dopo tutta la polemica sul cosiddetto deficit, sui conti fuori controllo, questo decreto non corregge quel deficit e ciò non viene fatto in maniera deliberata. Si è portati a pensare allora che questo decreto possa servire per il rilancio economico e sociale e a questo punto si giunge davvero ad una situazione da humor nero.

Nel DPEF il Governo ammette che l'effetto di questa manovra è la riduzione dello sviluppo. Il bilancio tendenziale prevede un aumento del PIL nel 2006 dell'1,5 per cento, mentre il bilancio programmatico, cioè quello conseguente a questa manovra, prevede uno sviluppo dell'1,3 per cento; cioè questa manovra, che viene definita per il rilancio economico e sociale, è dichiaratamente contro lo stesso rilancio economico e sociale. Il Governo riconosce da sé che questa manovra ha una funzione di carattere recessivo. Siamo davvero allo humour nero.

Qualcuno potrebbe dire: vediamo se perlomeno sui conti pubblici scompare il malvezzo del vecchio Governo che lo portava ad adottare norme prive di copertura, sempre soggetto a riflettori e a luci alogene (mi pare si chiamino così). Ebbene, il relatore sa, se posso permettermi di dirlo in nome dei rapporti cordiali che intercorrono tra noi, che io stesso ho pensato talvolta di intravedere sui suoi zigomi il fastidio per decine di emendamenti palesemente scoperti; ripeto: decine di emendamenti palesemente scoperti.

Dunque, ammettendo che ci siano quei 57 milioni di euro di contenimento, grandezza oltremodo trascurabile come abbiamo detto, tale grandezza è certamente stata posta nel nulla ed anzi l'equilibrio dei conti è stato aggravato da una serie di emendamenti palesemente scoperti.

Che dire poi dell'ottimo ministro Visco, che talvolta vorrei vedere in Aula per ascoltare le nostre sommesse opinioni, probabilmente non veritiere, e sentire le sue repliche? Come ha potuto sbagliare sulla questione della detraibilità dell'IVA per l'immobiliare di decine di miliardi di euro? Un Ministro che fa del rientro dei conti e della tassazione un suo vessillo e commette un errore del genere francamente ed onestamente avrebbe dovuto dimettersi. Ha sbagliato per sua ammissione per cifre significative. Poi naturalmente corre ai ripari; fa una fuga precipitosa all'indietro, stravolge totalmente l'impianto della retroattività, ma ciò non toglie che aveva sbagliato pesantemente. Non commento nemmeno la sua frase «è colpa degli uffici», perché la responsabilità politica è del Ministro in quanto tale.

Presidente, mi avvio rapidamente al termine, anche se avrei potuto continuare discorrendo solo del problema dei conti pubblici. Del merito, di tutto il resto, parleranno i mie colleghi, ma due aspetti, che so rimarranno intatti nell'impianto del decreto, li voglio sottolineare: sono i punti sui quali il Governo e la maggioranza non hanno mostrato alcuna apertura alle proposte dell'opposizione. Per questo atteggiamento abbiamo vivamente protestato nella Commissione bilancio, pur mantenendo, a mio avviso, una dirittura politica di grande esemplarità nei lavori della Commissione stessa.

Ebbene, due sono i punti che mi sembra necessario sottolineare. Innanzitutto, l'attacco alle professioni liberali, che sono degli uomini a difesa del cittadino nei confronti dello Stato. Uno Stato che non ha difensori del cittadino non è uno Stato democratico (Applausi dei senatori Bonfrisco e Izzo); le professioni non sono i mediatori tra cittadino e Stato, sono i difensori del cittadino: vale per gli avvocati in particolare, ma vale per i medici, i commercialisti e per tutte le professioni liberali.

Sono legato a questo concetto: la professione liberale nasce dall'idea che vede il cittadino contrapporsi alle pretese vessatorie dello Stato e far riferimento ad un soggetto che possiede le tecnicalità necessarie per poter controbattere alle infondate pretese dello Stato.

Questo è stato un cardine dello Stato liberale prima, ma anche degli avanzamenti in materia tributaria degli ultimi trenta anni e tutto ciò viene messo nel nulla da questo decreto. Continueremo la battaglia nelle città, nella società, nel Paese e nel Parlamento perché su questo terreno si vada avanti.

Un'ultima osservazione, signor Presidente, riguarda la vicenda irritante della tracciabilità dei movimenti. Oddio mio! Siamo diventati uomini tracciabili. Io spero vivamente che la finiate; confido negli esponenti del Governo che hanno seguito il dibattito in Parlamento, affinché queste osservazioni vengano riferite a chi in Parlamento non viene. Il Parlamento è il luogo in cui le esigenze dei cittadini si sentono, e si sentono forte, e devono essere rappresentate al Governo.

Gli uomini non possono e non debbono, in una società libera, essere tracciabili nei propri movimenti. È una vergogna! Naturalmente, la tracciabilità sarà inutile per chi la vuole evadere od eludere e sarà invece odiosa per un cittadino che onestamente segue tutte le leggi dello Stato.

Si tratta di due punti, signor Presidente, che - a mio avviso - vedono un netto distacco tra questo Governo e la nostra opposizione; un distacco che non si è affievolito. Per questo confermo il nostro giudizio pesantemente negativo su questo decreto. (Applausi dai Gruppi FI, UDC e AN. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pecoraro Scanio. Ne ha facoltà.

 

PECORARO SCANIO (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il decreto Bersani non è solo un provvedimento impegnativo e complesso, che inciderà sulla vita dei cittadini, ma è anche un segno, a mio parere, della capacità dell'Unione, di questa maggioranza e di questo Governo, di cambiare il volto del Paese.

In queste settimane abbiamo assistito a continui tentativi di limitarne la portata e il valore, ad articoli ed interviste di autorevoli opinionisti ed esponenti dell'opposizione, che sostenevano come il decreto in esame fosse invece un provvedimento timido ed inconsistente, magari aiutati anche da chi, nella maggioranza, si giustificava sostenendo che il provvedimento era voluto dall'Europa e dalle sue norme. Oggi credo che dobbiamo invece ribadire con forza come questo sia il frutto della nostra volontà di voltare pagina e di fare della nostra comunità nazionale finalmente un Paese europeo, capace di competere e di garantire pari opportunità a tutti i cittadini.

Questa maggioranza ha molti compiti e se li è dati con un impegnativo programma di fronte agli elettori: ridare al nostro Paese un ruolo di grande respiro ed una collocazione chiara nella comunità internazionale, garantire il riavvio della crescita economica, garantire welfare per tutte e per tutti, assicurare un futuro sostenibile, accompagnare la riconversione di interi comparti ormai ritenuti obsoleti, rafforzare la nostra competitività nel mercato internazionale.

Prima di questi obiettivi concreti, però, la nostra maggioranza deve essere capace di ridare speranza, affinché chiunque nasca sotto il nostro cielo abbia pari opportunità di realizzarsi e ciascuno sia valutato per il proprio merito e le proprie capacità; operare per garantire ai nostri figli una vita migliore di quella che abbiamo vissuto noi. Ridare speranza può e deve essere il filo rosso della nostra azione. Il provvedimento che oggi siamo chiamati a votare è innanzitutto un segno politico.

Il lavoro febbrile di queste settimane del Governo in Commissione è stato certosino, volto a trovare il giusto equilibrio tra i diversi interessi; ciò non offusca questo lavoro, ma anzi rafforza una scelta politica onesta e chiara, che andrà alimentata nell'immediato futuro. La speranza, in un Paese più equo e meno baronale, ha bisogno di continuità nell'azione del Governo ed ha bisogno, per potersi dispiegare appieno, di una riflessione di fondo su quale sia, in effetti, il ruolo dello Stato per garantire un mercato più concorrenziale ed aperto.

Oggi, con questo provvedimento, lo Stato si candida, di fatto, ad essere un autorevole regolatore, al ruolo dell'arbitro nella partita del mercato. Nei comparti che sono stati affrontati in queste norme è giusto riaffermare questo ruolo. Il mercato dei servizi, dalle assicurazioni alle banche, dagli avvocati ai notai, non è patrimonio solo di chi opera in quella professione; è innanzitutto un servizio per la collettività.

È quindi un mercato che va regolato per il bene della collettività stessa. Questo ragionamento non si può fermare alle tariffe, ma deve intervenire sull'accesso alla professione, ribadendo il ruolo pubblico nelle abilitazioni ed eliminando pericolose commistioni tra ordini professionali ed esami di abilitazione, anche attraverso concorsi unici nazionali che garantiscano l'assoluta trasparenza.

Ci sono poi i comparti strategici, in cui lo Stato invece farebbe bene ad essere anche padrone del campo oltre che arbitro, se vogliamo garantire che il gioco non sia truccato. Le privatizzazioni negli anni novanta hanno reso l'Italia più moderna ed efficiente e hanno consentito al nostro Paese l'ingresso in Europa, una missione ritenuta da molti nostri partner europei impossibile.

Il nostro Paese è secondo al mondo per quantità di privatizzazioni effettuate nel periodo recente, dopo il Giappone, ma troppo spesso alle privatizzazioni non é seguita un'efficace liberalizzazione: non abbiamo assistito ai vantaggi che ci aspettavamo sia per i consumatori che per i cittadini. Si pensi al comparto energetico o a quello delle telecomunicazioni; si pensi alla posizione dominante, a volte inaccettabile, di chi possedendo il vettore del servizio - sia esso un cavo telefonico, un cavo elettrico o un gasdotto - limita il mercato e la concorrenza.

Il nostro Paese riuscirà a raggiungere gli obbiettivi del Protocollo di Kyoto e ad attuare la Strategia di Lisbona senza che le sanzioni comunitarie indeboliscano il nostro comparto produttivo solo se saremo in grado di intaccare queste posizioni dominanti, riaffermando che per avere un mercato libero serve uno Stato forte in Italia e in Europa.

Una riflessione simile la dovremo fare rispetto alle aziende pubbliche locali, tema oggi parzialmente affrontato all'articolo 13 del decreto, il cui disegno di legge di conversione è oggi al nostro esame, e che presto sarà oggetto di una riforma compiuta con la delega già annunciata in questo ramo del Parlamento. Anche qui, con trasparenza, dobbiamo decidere per la via delle liberalizzazioni e della competizione, che non significa però premiare i soliti noti.

Le aziende pubbliche locali sono state in tanti casi di eccellenza, indipendenti dal colore delle amministrazioni di riferimento, volano per un'economia locale flessibile ed efficiente, nonché significativo contributore degli enti locali negli anni della stretta ai bilanci di quelle amministrazioni. Le nostre aziende pubbliche locali competono spesso sui mercati internazionali, portano le nostre tecnologie in Europa - dallo smaltimento dei rifiuti alla distribuzione di energia, dall'informatica alla consulenza di processo - e lo fanno con decine di partner dei nostri territori.

È vero: è necessario e urgente restituire trasparenza a quel mercato attraverso le gare di evidenza pubblica, procedendo a gare vere, trasparenti, senza vincoli medioevali come il fatturato minimo. Decidere di escludere questi soggetti dal mercato, però, significherebbe eliminare una leva di crescita locale necessaria e di grande valore.

Anche qui torna la riflessione sul ruolo dello Stato, sulle funzioni delle commesse della pubblica amministrazione, sull'uso che si vuole fare dei fondi strutturali, sulla componente strategica degli affidamenti pubblici. Se il verminaio scoperchiato da Tangentopoli ha reso giustamente cauta la politica nell'uso discrezionale del denaro dell'amministrazione, è però necessaria e urgente una riflessione sui criteri con cui si destinano dette risorse pubbliche.

Si tratta di affinare quelle spigolosità che nascono dall'entusiasmo, per ripartire con un entusiasmo ancora maggiore, soprattutto in nome delle giovani generazioni. La differenza elettorale tra Camera e Senato è anche forse la testimonianza delle speranze e delle aspettative che abbiamo suscitato nei giovani e che non dobbiamo né possiamo deludere. Non deluderle significa fare di più sul terreno delle liberalizzazioni, rilanciare il messaggio per cui la flessibilità non significa lavorare di più del collega a tempo indeterminato, con una paga dimezzata e con minori garanzie, ma significa potersi affacciare realmente all'idea di un percorso autonomo e indipendente.

Servono atti chiari affinché questo messaggio sia credibile, servono gare aperte ai piccoli e alle aziende in fase di start up, serve rivedere l'accesso agli ordini professionali, rendere le selezioni di ingresso nella pubbliche amministrazioni, nel mondo della ricerca e dell'università davvero trasparenti.

Questa maggioranza deve dire con chiarezza, una volta per tutte, che l'unico criterio - o quello prevalente - è il merito. Sono certo che questo provvedimento non resterà isolato, sebbene forse alcuni aspetti debbano essere approfonditi: penso al ruolo centrale e determinante dei Comuni, nella gestione del territorio, rispetto alla grande distribuzione, alla necessità di salvaguardare gli esercizi di prossimità per non fare dei nostri quartieri dei deserti sociali, alla necessità di valorizzare le botteghe storiche, che possono contribuire alle politiche turistiche.

Insomma, occorre pensare all'equilibrio che dobbiamo costruire nel comparto del commercio, tenendo conto sia degli effetti sul costo della vita che delle conseguenze che questo comparto ha sulla conformazione dei nostri territori.

Inoltre, dovremo approfondire il giusto equilibrio tra i diritti individuali, in particolare quello della privacy, e la lotta senza quartiere contro l'evasione fiscale che dobbiamo perseguire con determinazione.

Nel corso delle prossime iniziative sicuramente potremo puntualizzare questi aspetti e lo dimostra proprio la gestione del decreto in queste settimane: questa maggioranza non è sorda alle richieste ragionevoli delle categorie, ma punta sull'efficacia dell'azione di Governo. Gli accordi raggiunti in queste settimane rendono visibile come sia possibile coniugare il rigore negli obiettivi e la necessità di concertazione con le categorie e come l'interesse generale possa prevalere sugli interessi particolari, senza mettere in discussione l'accordo e la pace sociale.

Credo anche che il voto di oggi, un voto compatto della maggioranza, renderà visibile come la comune convinzione su questa linea renda inutili gli eccessi di riservatezza delle varie forze e dei vari Ministri che compongono Esecutivo e maggioranza.

La maggiore partecipazione di tutte le componenti alla definizione degli aspetti strategici dell'azione di Governo renderà più incisive e non certo più annacquate le scelte che siamo chiamati a compiere, perché credo fermamente che la convinzione di tutti i componenti della maggioranza (questa maggioranza che trova la propria forza nella capacità di dare un volto nuovo al Paese) non sia soltanto dedita a una buona amministrazione, ma voglia specialmente e soprattutto conseguire e perseguire una buona politica, una politica forte, capace di scelte chiare nell'interesse di tutti. (Applausi dal Gruppo IU-Verdi-Com).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marini. Ne ha facoltà.

 

MARINI Giulio (FI). Signor Presidente, vorrei dedicare qualche minuto ad un articolo del decreto-legge Bersani cui non abbiamo dedicato la giusta attenzione: l'articolo 28 che, in poche laconiche righe (incomprensibili ai non addetti ai lavori), contiene una drastica norma. Tale norma, che apporta minimi risparmi di bilancio, causerà macroscopici e deleteri effetti economici e socio‑politici per il personale delle amministrazioni dello Stato, colpito da un'ingiusta e pesante scure economica: la riduzione indiscriminata del 20 per cento delle diarie per le missioni all'estero che colpisce, appunto, gli appartenenti alle amministrazioni statali.

Sostanzialmente, il decreto-legge Bersani, che abroga l'articolo 3 del regio decreto 3 giugno 1926, n. 941, in materia di indennità del personale statale in missione all'estero, ivi applicando la riduzione del 20 per cento (in base alle tariffe previste dal decreto del Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, in data 27 agosto 1998), va a colpire il comparto della difesa dello Stato.

Ciò non ha sollevato clamori, tramite i mezzi di comunicazione, forse perché gli organi d'informazione preferiscono occuparsi della protesta di altre categorie, o forse in considerazione del fatto che le disposizioni del decreto non si applicano al personale civile e militare impegnato nelle missioni internazionali di pace, finanziate per l'anno 2006 dall'articolo 1, comma 97, della legge 23 dicembre 2005, n. 266. È palese che tale normativa non ha tenuto conto delle esigenze dei militari, da sempre impossibilitati a protestare fortemente, sia per la norma di legge, sia, soprattutto, per tradizione comportamentale.

Il provvedimento citato riguarda sia il personale militare inviato episodicamente all'estero per funzioni di vario genere e di breve durata, sia, e soprattutto, quello destinato, per lo più presso delegazioni o rappresentanze militari internazionali come l'ONU e la NATO, a occupare per lunghi periodi gli incarichi assegnati all'Italia in base a intese e accordi internazionali, come previsto dal Memorandum of understanding.

Riteniamo opportuno dover evidenziare preliminarmente le sostanziali differenze di carattere amministrativo esistenti tra un impiego estero di carattere episodico e uno di lunga durata, poiché esse rendono gli effetti del provvedimento vagamente tollerabili nel primo caso e completamente inammissibili nel secondo.

Nelle missioni all'estero di breve durata, le esigenze hanno spesso carattere facoltativo e a causa di contingenze economiche possono anche essere rinviate o annullate senza danno, ovvero delegate a personale di profilo professionale adeguato, già presente ad altro titolo presso gli enti organizzatori o nelle vicinanze.

La normativa amministrativa vigente prevede il rimborso dell'intero ammontare delle spese sostenute per il viaggio e per la permanenza, previa riduzione di due terzi della diaria. Mi pare sia evidente come la riduzione della diaria prevista dal decreto Bersani, a fronte del rimborso spese comunque assicurato, in questo caso perda gran parte degli effetti negativi sul personale stesso.

Diverso il discorso per quanto concerne le missioni all'estero di lunga durata. Com'è noto, l'occupazione delle posizioni nazionali assegnate in ambito ONU e NATO ha carattere di obbligatorietà. Di norma, la ripartizione delle posizioni tra le Nazioni è proporzionale al finanziamento complessivo dell'organismo stesso da parte degli stessi contraenti, pena la riduzione percentuale delle posizioni future per l'anno successivo, con grave danno per l'immagine e la salvaguardia della policy nazionale nei vari settori.

Per contro, la normativa amministrativa vigente (la legge n. 642 del 1961) non prevede diaria giornaliera, né rimborso spese, ma solo la corresponsione di un assegno di lungo servizio all'estero in misura mensile, ragguagliato a 30 diarie intere.

In base a questi dati, non si può non convenire che in tal caso la riduzione della diaria, che è base di calcolo per la quantificazione dell'assegno mensile, produce i propri effetti in modo rilevante su tutte le spese a cui il personale è soggetto durante la permanenza all'estero.

Signor Presidente, le chiedo di consegnare agli atti, essendo abbastanza complessa, la restante parte del mio intervento, affinché sia pubblicata in allegato al Resoconto della seduta odierna.

 

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

È iscritta a parlare la senatrice Bonfrisco. Ne ha facoltà.

 

BONFRISCO (FI). Signor Presidente, ringrazio il sottosegretario Sartori, in rappresentanza del Governo insieme al sottosegretario Giaretta, gli onorevoli colleghi e le onorevoli colleghe che avranno la pazienza di ascoltarmi al mio primo intervento in quest'Assemblea.

È un grande onore per me parlare non solo a nome del mio partito, Forza Italia, ma di tutti quei cittadini, quei professionisti e quegli operatori economici che andate a colpire così pesantemente con questo ottuso decreto.

È una grande operazione mediatica quella messa in piedi dalla sinistra. Un'ottima idea è stata quella di varare un provvedimento con la faccia bonaria e intelligente di Bersani, ma con le durissime misure di Visco. Ancora più efficace perché fatta in modo da coprire aspetti inquietanti sotto molti profili.

Si tratta, infatti, di false liberalizzazioni che colpiscono categorie non riconducibili alla sinistra e che avvantaggiano clamorosamente settori storicamente di sinistra, come le cooperative, ad esempio. Con questoescamotage il dibattito si è concentrato solo sulle liberalizzazioni, nascondendo il vero contenuto del decreto.

Il decreto Bersani, infatti, è come un iceberg: quel poco che affiora è la stoccata alle categorie degli avvocati, dei farmacisti, dei notai, dei tassisti, minoritarie, considerate sacrificabili per debolezza numerica, neppure degnate di quella concertazione sempre invocata da Prodi in campagna elettorale, privilegio sempre concesso solo a Confidustria e sindacati.

In questo contesto strillino pure i tassisti, anzi più strillano meglio è. Alla pubblica opinione è stato dato in pasto un saporito osso populista e demagogico; i grandi giornali lo hanno addentato e non lo mollano, ma la polpa è rimasta lì, sotto traccia. Non resta che insistere, parlando meno dei tassisti e informando di più i cittadini sui costi e sui pericoli di un decreto, il cui solo annuncio ha prodotto il crollo in borsa dei valori delle società immobiliari, pagato ovviamente da migliaia di risparmiatori, spesso piccoli.

Cominciamo da qui, infatti. Questo decreto, costruito per far incassare all'erario 450 milioni di euro, si è scoperto poi - in virtù di un errore dei tecnici, ovviamente - che sarebbe costato a società immobiliari, imprenditori e cittadini la bellezza di 30 miliardi di euro.

Che dire di un vice Ministro dell'economia che sbaglia i conti in rapporti di quasi uno a cento? Gli ha risposto la Borsa, infatti, facendo perdere in un solo giorno agli italiani 1,5 miliardi di euro. Ma non basta: che ne sarà di tutti quei fondi e investitori esteri che hanno scoperto che in Italia è possibile cambiare le regole con effetto retroattivo? Perché mai dovrebbero investire laddove è considerato legittimo stravolgere i bilanci delle società quotate in borsa semplicemente cambiando le regole, in corsa, senza nessuna certezza del dritto? Si tratta di una figuraccia planetaria, dai risvolti comici, quando Visco scarica sui tecnici del Ministero dell'economia la responsabilità degli errori dei conteggi.

Qual era la Repubblica delle banane? Bersani firma i primi articoli di questo decreto che promettono piccole, e secondo noi fasulle, liberalizzazioni, ma è sempre Visco, il famoso Dracula nella sede dell'AVIS, ad infarcire questo decreto di oltre 30 articoli dagli effetti devastanti su quella cultura d'impresa, anche piccola, che ha fatto grande il nostro Paese e che, fatalità, risiede in gran parte del Nord, in particolare in Lombardia e in Veneto, ma anche nelle aree più vitali del mezzogiorno.

Dall'articolo 10 in poi vengono infatti introdotte norme e balzelli che complicano la vita alle imprese, ai singoli, a tutti i professionisti, a coloro che per la prima volta devono aprire una partita IVA.

Per non parlare del vero e proprio salasso sulla giustizia amministrativa, signor Presidente, per cui ogni cittadino dovrà finanziare la giustizia amministrativa pagandosi i ricorsi al TAR e al Consiglio di Stato, contro il silenzio dell'amministrazione o per l'accesso agli atti o per l'ottemperanza di procedure che lo Stato applica con solerzia solo quando penalizzano il cittadino.

Nessuna protesta, ovviamente, dall'Associazione nazionale magistrati, solerti censori di ieri, quando si trattava di colpire il Governo Berlusconi, oggi tacciono ma non tacciamo noi, convinti come siamo che debba prevalere l'interesse generale dei cittadini, siano essi consumatori o fornitori di servizi, ad avere uno Stato amico e non vessatore.

Abbiamo presentato emendamenti utili a tutelare la libertà e la riservatezza delle attività economiche e professionali, ad eliminare norme fiscali inquietanti che scoraggiano lo sviluppo dell'impresa, a correggere le false liberalizzazioni con interventi organici sui mercati dell'energia, del trasporto pubblico, dei servizi professionali, rimuovendo le vere concorrenze sleali come quelle rappresentate da una parte del sistema cooperativo nel consumo e nell'edilizia.

Alla fine di questa battaglia parlamentare non ci interessa se vincerà il centro destra o il centro sinistra. Ci basta che vincano i cittadini, i quali hanno ora un'ulteriore riprova di quanto fossero strumentali e ingenerosi i pregiudizi del passato che non si curavano della realtà ma si alimentavano soltanto di sospetti e insinuazioni.

Al cosiddetto decreto Bersani va dunque il merito di aver svelato la vera natura di questo centro-sinistra, ossessionato e unito da quella ossessione verso Berlusconi e il blocco che egli rappresenta, e di uno Stato occhiuto e patrigno che mai sarà padre e mai sarà amico degli italiani che lavorano. (Applausi dal Gruppo FI).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Barbolini. Ne ha facoltà.

 

BARBOLINI (Ulivo). Signor Presidente, esprimiamo un sostegno convinto al provvedimento oggi in discussione, come avvio di un processo di riorganizzazione e di ottimizzazione del funzionamento della società e dell'economia, a partire delle sue componenti di base e cioè le professioni, i mestieri, le relazioni tra produttori e consumatori, la diffusione dell'informazione, i servizi pubblici.

Può forse tornare utile riportare alla memoria alcuni fra i tanti pronunciamenti di autorità europee e nazionali riguardo ai temi che esso affronta, come quello della Commissione europea, che, nel febbraio 2004, invitava a riformare o eliminare le regole esistenti prendendo in considerazione se tali regole fossero necessarie per l'interesse generale, se fossero proporzionate, giustificate e, soprattutto, invitava a porre in atto meccanismi di sostegno concorrenziale e di rafforzamento della trasparenza per accrescere il potere dei consumatori. Considerazioni che anche l'Antitrust, già nel 2002, avanzava evidenziando l'esigenza di liberare molti settori di attività e servizi da norme che in realtà non sono a tutela del consumatore. Non stiamo dunque parlando di astratte questioni di principio senza alcun riflesso diretto sulla vita dei cittadini e delle famiglie.

Sappiamo tutti che negli ultimi anni la crescita dei redditi per alcune fasce della popolazione è stata molto limitata, accompagnata da una dinamica inflattiva non uguale per tutti. La combinazione dei due fenomeni ha generato consistenti effetti redistributivi con perdita di potere d'acquisto lamentata da molte famiglie e, se è vero che la bassa crescita dei redditi dipende da cause strutturali, legate alla competitività italiana, è altrettanto vero che la mancanza di concorrenza in una larga parte dei servizi ha avuto un ruolo tutt'altro che marginale. Se l'inflazione media è stata abbastanza contenuta per particolari tipologie di famiglie, i tassi sono stati fino a due o tre volte superiori e questa situazione è perdurata nel tempo, colpendo soprattutto la fascia di famiglie del ceto medio in prevalenza con redditi da lavoro dipendente.

Ovviamente, tassi di inflazione diversi sono dovuti a diversi panieri di beni e servizi consumati, ma a molti servizi - lo sappiamo bene - è difficile rinunciare: la necessità di avere una macchina impone l'acquisto dell'assicurazione, il conto corrente bancario è necessario per l'accredito dello stipendio e per la carta di credito, l'uso di servizi di trasporti pubblici è indispensabile per raggiungere il lavoro, la scuola e così via.

Questi beni pesano sempre di più sui bilanci delle famiglie, ma pesano ancor di più se i loro prezzi aumentano più della media e in questi anni, all'interno della categoria dei servizi, i prezzi sono aumentati maggiormente per quelli che operano in una condizione di quasi monopolio, come ad esempio i trasporti pubblici e i servizi postali, o di oligopolio, come i servizi finanziari e quelli assicurativi. Al contrario, si sono evoluti secondo dinamiche meno accentuate nei servizi soggetti ad una maggiore concorrenza.

Da questo insieme di considerazioni, quindi, si trae un elemento di conferma dell'importanza, dell'utilità, del senso e della ratio del provvedimento che oggi discutiamo. Credo risulterà arduo non riconoscere a questa normativa innovatività, coraggio, coerenza con gli impegni assunti nel programma per perseguire equità, sviluppo e risanamento. Soprattutto, si dovrà dare atto di una capacità di intervenire e di incidere su aspetti che, in questo come in molti altri casi, frenano energie e potenzialità del sistema Paese, favorendo un processo di apertura alla concorrenza, che può rappresentare una straordinaria opportunità nel basso ciclo economico e nella fase di difficili conti pubblici che l'Italia tra attraversando e sul quale sarà necessario mantenere, con continuità e coerenza, l'impegno di tutta una legislatura.

Attraverso questo processo, c'è una riserva di risorse pubbliche e private che si possono attivare, sostanzialmente a costo zero, e che sono destinabili alla promozione dello sviluppo, al mantenimento e all'innalzamento del tenore di vita dei cittadini, alla creazione di spazi finanziari per attuare la politica economica.

Questo è anche un esempio importante di politiche - indirette, certamente - per la famiglia: le famiglie sono essenzialmente consumatrici. Queste politiche sono anche un primo importante segnale di azioni positive per rendere meno difficile l'essere giovani nel nostro Paese. La situazione dei nostri giovani è ulteriormente peggiorata in questi ultimi anni ed è attualmente una delle meno favorevoli nel mondo occidentale: disoccupazione, sottoccupazione, bassi redditi e precarietà del posto di lavoro sono fattori di iniquità, che costituiscono anche un freno per i progetti di vita dei singoli e comprimono il dinamismo sociale.

Certo, chi detiene posizioni di vantaggio contesta le riforme, perché queste hanno un impatto distributivo su chi ne è toccato e ogni volta che si interviene su una attività protetta viene sollevato un problema di equità in ordine alla svalutazione di un investimento effettuato sulla base di diverse regole del gioco.

Ovviamente, queste proteste e manifestazioni di disagio vanno considerate in modo attento: sono temi delicati che bisogna guardare con rispetto per trovare, attraverso il confronto, le soluzioni di equilibrio più avanzate. Tuttavia, mi pare che questo si è dimostrato di volere e saper fare, per l'impostazione gradualista del decreto e per i molti correttivi e miglioramenti introdotti grazie al confronto con le parti e anche per la feconda dialettica parlamentare, che si è svolta tra audizioni e lavoro delle Commissioni. Credo che questo abbia contribuito a migliorare l'impianto complessivo del provvedimento.

Vorrei svolgere un'ultima considerazione, non meno importante delle altre, relativamente all'aspetto dei provvedimenti contenuti nel decreto con riferimento al profilo tributario, che sono numerosi e variegati. A fianco di alcuni interventi per lo sviluppo - la deducibilità delle spese per brevetti, per ricerca e sviluppo - ce ne sono altri per la semplificazione, quali l'esclusione dal campo di applicazione dell'IVA dei contribuenti minimi e la possibilità di versare l'ICI in sede di dichiarazione delle imposte sui redditi, consentendone così la compensazione con eventuali crediti relativi ad altre imposte.

Questo insieme di misure ha soprattutto lo scopo di ridurre i costi impliciti, con effetti positivi sui contribuenti e limitati o nulli sul gettito delle pubbliche amministrazioni, ma l'obiettivo di fondo del decreto, per questa parte, è quello di recuperare gettito, dando un segnale molto chiaro che il Governo intende utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per contrastare i fenomeni di evasione, elusione ed erosione, che contraggono le basi imponibili e concentrano la pressione fiscale su alcune tipologie di reddito e di contribuenti minando l'equità e l'efficienza del sistema.

In questo modo, mentre salutiamo con soddisfazione le modifiche apportate anche a questa parte del provvedimento, sulla base del percorso di confronto che c'è stato con le categorie e con le parti sociali e grazie al lavoro svolto di concerto con il Governo nelle Commissioni, riteniamo veramente apprezzabile e molto significativo il fatto che si sia provveduto, da parte del Governo, con interventi di microchirurgia e non con impegni generici, ad attaccare molti dei punti deboli del sistema nell'ambito di una strategia complessiva volta a contrastare l'elusione e l'evasione e a potenziare l'utilizzo di strumenti informatici, sia a fini di accertamento sia per razionalizzare e semplificare l'intero sistema, ricercando la collaborazione e la responsabilizzazione di molti protagonisti dell'economia e delle professioni.

Sono dunque da rispedire al mittente quelle forzature di giudizio, che ho sentito anche nell'intervento di chi mi ha preceduto, che vorrebbero raffigurare il decreto come una sorta di strumento di oppressione fiscale, vero e proprio manifesto ideologico della propensione a tassare della maggioranza di centro-sinistra. Dichiarazioni sinceramente incomprensibili, perché lungi dall'essere strumento di oppressione fiscale, la rimozione delle rendite, pubbliche e private, e dei sovraccosti che ingiustificatamente il consumatore paga per beni e servizi, ha lo stesso valore di una riforma fiscale che alleggerisca il carico impositivo sui contribuenti richiedendo efficienza ed efficacia all'organizzazione dello Stato. Esattamente il contrario, dunque, dell'oppressione fiscale.

Piuttosto, con il decreto in discussione, si dà concretamente avvio ad un processo, da sviluppare organicamente, che rappresenta uno snodo necessario per una rinascita del Paese e per una nuova costituzione economica coerente con la Costituzione formale. Una costituzione economica che ne rispetti i princìpi ed i diritti del lavoro, dell'eguaglianza di fronte alla legge, dell'iniziativa economica, della tutela della concorrenza e che, proprio rispettando quei princìpi e diritti, concorra a creare le compatibilità economiche per perseguire nei modi più efficienti ed efficaci l'equità e la solidarietà sociale.

Queste sono, signor Presidente, insieme a tante altre, alcune delle ragioni del nostro convinto sostegno al decreto, alle scelte e alle politiche di questo Governo. (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE e dai banchi del Governo).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Capelli. Ne ha facoltà.

 

CAPELLI (RC-SE). Signor Presidente, senatrici, senatori, intervengo su argomenti specifici del decreto-legge n. 223, riannodandomi al suo significato politico generale.

Il provvedimento al nostro esame è stato pensato e costruito all'interno di un preciso riferimento programmatico, quello che unisce i vari soggetti politici che compongono l'Unione, che assume come asse di politica economica la contestualità degli interventi di risanamento, di sviluppo e di giustizia sociale. Insomma, di restituzione del maltolto ai ceti sociali popolari dipendenti, ai lavoratori e alle lavoratrici, quelle e quelli che nell'ultimo quinquennio di neoliberismo sfrenato hanno pagato i tagli allo Stato sociale e il cospicuo spostamento della ricchezza dal lavoro alla rendita.

Questo disegno di legge agisce con urgenza per porre mano ad una situazione economica difficile del Paese e agisce fondamentalmente su due leve, quella del contenimento e della razionalizzazione della spesa pubblica e quella dell'ampliamento delle entrate, con precise e mirate misure di lotta all'evasione e all'elusione fiscale.

È chiaro che per Rifondazione Comunista-Sinistra Europea è strategico l'intervento sulle entrate, che deve porre fine all'iniquità strutturale di un sistema fiscale che ha sempre controllato e tassato al centesimo i redditi da lavoro dipendente e ha tollerato, anzi fatto lievitare, con la pratica dei condoni, un'area vasta di evasione ed elusione fiscale vergognosamente superiore alla media europea.

Ciò premesso, interverrò su un mio argomento più contraddittorio e delicato, cioè la riduzione delle spese di funzionamento degli enti e degli organismi pubblici non territoriali. Mi riferisco all'articolo 22 del disegno di legge, che ripropone quanto fatto nel 2002 con il decreto-legge n. 194, e poi nel 2004.

Il provvedimento riduce del 10 per cento gli stanziamenti per consumi intermedi, quelli non già impegnati alla data di entrata in vigore del presente decreto. Giustamente, dimostrando di conoscere bene il nostro Paese, nel decreto si elencano una serie di enti esclusi da questi tagli: le aziende sanitarie ed ospedaliere, gli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, l'Istituto di sanità, l'Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro, l'Agenzia italiana del farmaco, gli Istituti zooprofilattici sperimentali, le istituzioni scolastiche.

Purtroppo, in questo elenco rilevo la mancanza delle università e degli enti di ricerca e questo metterà a rischio il loro funzionamento. In particolare, gli enti di ricerca non hanno impegnato i loro fondi e vengono quindi penalizzati ulteriormente per l'allungamento dei tempi di funzionamento di una burocrazia cresciuta a dismisura in questi anni per chiara responsabilità e volontà di chi ha esercitato il ruolo di Governo. Invece, si sarebbe dovuto ricorrere ad un intervento di taglio alle spese di consulenza spesso utilizzate per transitare a durature esternalizzazioni.

Mi preme puntualizzare le ombre che gravano sull'articolo 25, nel quale si contengono le spese di amministrazioni centrali semplicemente accantonando e rendendo indisponibili le quote di stanziamento delle unità previsionali di base allegate al decreto in esame.

Purtroppo, l'esame degli allegati ci fa dedurre che, a partire dai tagli agli uffici scolastici regionali, nel complesso i tagli previsti nel settore scuola ammontano a 16.554.710 euro. Tali tagli toccano settori delicatissimi e qualificanti della vita della scuola: l'edilizia scolastica, gli interventi contro la dispersione e a favore delle zone a rischio. In particolare, i tagli alla formazione e all'aggiornamento avvengono dopo l'emanazione di una direttiva ministeriale e dopo la conclusione di accordi sindacali, che quindi non possono essere garantiti.

Tali tagli avvengono in un sistema scolastico sfinito dall'assenza di risorse che la gestione Moratti-Tremonti-Berlusconi aveva determinato. Le cinque leggi finanziarie del Governo di centro-destra, a fronte di un aumento di ben 107.000 alunni e alunne, hanno lasciati immutati gli stanziamenti per l'istruzione dal 2001, determinando un calo pro capite del 14,20 per cento.

Presidenza del vice presidente ANGIUS(ore 20,58)

 

(Segue CAPELLI). Ritengo che questi tagli nel decreto Visco‑Bersani contrastino con ciò che il ministro Fioroni ha detto all'atto della presentazione del suo programma in 7a Commissione, quando ha dimostrato di conoscere bene lo stato di precarietà economica della scuola italiana che ne ha minato la qualità e la possibilità di garantire i compiti istituzionali, cioè di garantire a tutti il diritto al sapere e alla conoscenza.

Spero che la prossima legge finanziaria emendi le ombre di questo decreto e dia il segno del cambiamento al Paese. Mi fa piacere che poi, con pazienza, il Governo abbia trattato ed ascoltato i soggetti interessati (tassisti, farmacisti, eccetera). Spero che con altrettanta pazienza il Governo ascolti i sindacati e i rappresentanti dei lavoratori, i produttori della ricchezza del nostro Paese, quelli che il Governo Berlusconi ha tentato di ridurre silenzio con la divisione e con l'attacco all'articolo 18. Abbiamo, insomma, buona memoria.

Sappiamo anche che una certa concezione plebiscitaria del centro destra voleva marginalizzare il conflitto sociale ed espungere dalla politica l'anima della democrazia al di là del rispetto delle regole date, cioè al riconoscimento della fecondità del conflitto delle classi e dei generi. Contiamo che la prossima legge finanziaria acquisisca questi contenuti e, soprattutto, questo metodo. (Applausi dal Gruppo RC-SE).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Eufemi. Ne ha facoltà.

 

EUFEMI (UDC). Onorevole Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, senatori, nonostante le 166 modifiche apportate dalla Commissione bilancio, questo provvedimento rimane un pessimo provvedimento che dietro un falso mito, quello delle liberalizzazioni, ha nascosto il vero obiettivo: una manovra di finanza pubblica, tipicamente «vischiana», che colpisce pesantemente, per esempio, il settore abitativo e il mondo delle professioni.

Non basta la repentina marcia indietro del Governo sulla vicenda taxi, come pure sull'IVA che colpiva alcuni settori come quello dolciario, abbellita poi dalla riduzione dell'IVA sulle ristrutturazioni edilizie. Tutte scelte che erano e sono fuori dalla concertazione così fortemente enfatizzata dal programma dell'Ulivo.

Così come non va dimenticato l'effetto retroattivo del provvedimento che va a colpire un settore importante come quello del leasing immobiliare. Rendete complessivamente un quadro legislativo confuso; le vostre politiche faranno fuggire gli investitori esteri perché si disincentiveranno gli investimenti diretti; rendete le operazioni meno trasparenti perché orienteranno il mercato verso gli acquisti di partecipazione, e non invece verso quello degli immobili.

Dunque, non favorite lo sviluppo; la vostra manovra è anacronistica. Volete fermare, onorevole Sottosegretario, le lancette del tempo, per esempio, del leasing immobiliare perché impedite l'ingresso di intermediari immobiliari che possono finanziare lo sviluppo industriale. Prevedete un'opzione troppo marcata che va dal 24 al 10 per cento; sono aliquote insopportabili per il settore, non si creano in questo modo le condizioni per lo sviluppo, ma per una desertificazione.

Il vice ministro per l'economia e le finanze Visco aggiungerà alla distruzione dei certificati di deposito, quello strumento così efficace di crescita delle piccole e medie imprese, un'altra perla, quella della distruzione del leasing immobiliare. Viene pesantemente e ripetutamente violato lo statuto del contribuente, nonostante gli appelli del presidente della Commissione finanze e tesoro, il senatore Benvenuto, e nonostante gli appelli della Commissione nella sua interezza, che ha proposto alcuni emendamenti migliorativi che non sono stati tenuti in considerazione, quelle indicazioni così fortemente volute da noi sono risultate vane, persino quelle relative alla rimodulazione delle scadenze fiscali troppo ravvicinate.

Viene creata una discriminante tra fondi immobiliari rispetto alla proprietà immobiliare ordinaria; si determineranno aumenti dei canoni di locazione proprio per effetto di queste misure sull'imposta di registro a carico degli inquilini. Eppure, rispetto a tali questioni avreste dovuto dimostrare un minimo di sensibilità.

Il vice ministro Visco si è dimostrato ancora una volta l'Attila degli strumenti finanziari. Questa volta è il leasing immobiliare che viene messo sotto accusa, un'esperienza positiva che viene colpita, e tutto ciò provoca sconcerto.

Cosa dobbiamo pensare, se non l'affermazione di una visione ideologica che ha portato a ritenere perfino che le professioni intellettuali non siano parti sociali e quindi debbano essere escluse dalla concertazione.

Si rafforzano, inoltre, i poteri dell'Agenzia delle entrate, senza alcuna garanzia per i contribuenti. Prevalgono logiche da Stato di polizia, piuttosto che quella di una fiducia reciproca tra cittadino e fisco.

Il Governo ha fatto pesantemente marcia indietro sull'IVA per aumenti pericolosi e dannosi sul piano inflattivo per le famiglie e per alcuni comparti. E che cosa dire rispetto a errate valutazioni del gettito, di cui è stata accollata la responsabilità agli uffici?

Il Governo ha accolto il nostro emendamento sul conflitto di interessi nella intermediazione immobiliare, riducendo tuttavia l'importo da 2.500 euro, così come avevamo previsto, a 1.000 euro. Se si riteneva che nel settore delle arti e professioni si annidava e si annida l'evasione, un intervento in questo senso sarebbe stato giustificato, però vi siete fermati alla prima parte, non avete dato seguito a quello che era conseguente. Vi siete fermati alla oppressione fiscale.

Onorevole Presidente, la vostra sfida è stata perdente. Le liberalizzazioni avrebbero dovuto iniziare dagli enti locali, dalle IRI locali, dalleholding locali, strumento di potere e di consenso, che impediscono - quelle sì! - l'affermazione della competitività.

Questo decreto non affronta il problema della competitività, privilegia un'azione sulle entrate che determinerà maggiore pressione fiscale diretta e indiretta, attraverso misure fiscali vessatorie e oppressive, introducendo costosi adempimenti burocratici e adempimenti particolarmente invasivi, che violano la privacy e sono tipici di uno Stato di polizia.

Le vostre decisioni rischiano di provocare seri danni al sistema economico, con effetti penalizzanti per gli operatori, appesantendo l'efficacia operativa delle imprese e alimentando un pericoloso conflitto sociale con intere categorie. (Applausi dal Gruppo UDC).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Santini. Ne ha facoltà.

 

SANTINI (DC-Ind-MA). Presidente, senatrici e senatori, caro sottosegretario Giaretta, se dovessi definire in poche parole il testo di cui stiamo discutendo, prenderei in prestito l'immagine cinematografica o televisiva per dire che sono parole in dissolvenza, cioè grandi premesse ma alla fine modesti sbocchi operativi, pratici.

Apprezzabile, comunque, appare all'inizio l'analisi del quadro macroeconomico e anche nel Titolo IV, dopo i primi tre, sono perfino condivisibili le prospettive annunciate, soprattutto quelle ribadite dai colleghi dirimpettai: minore carico fiscale sulle imprese, spinta decisa alla politica di concorrenza sui mercati.

Peccato però che, passando dalle premesse alle proposte, vi sia un abisso di idee abortite, di buone intenzioni rattrappite, di programmi rimasti nella loro semplice enunciazione. Si rileva così poca innovazione reale, un debolissimo sforzo di internazionalizzazione per le imprese, nessuna soluzione alla crisi energetica (a meno che non vogliamo davvero sostituire il petrolio con l'energia eolica, con la biomassa o con i pannelli solari).

Manca anche uno slancio deciso verso le liberalizzazioni che, come abbiamo visto anche dalle reazioni della gente, sono soltanto di facciata. C'è poi una grave, scarsa attenzione per alcuni settori portanti della nostra economia, come le infrastrutture, l'artigianato, il turismo, le politiche per la montagna.

Direi allora che, al di là di questo scenario complessivo, questo campionario di occasioni mancate, emergono alcune reali intenzioni ormai conclamate dagli annunci del Governo, dal gossip dei giornali e anche dai bisbigli di corridoio, e principalmente quella - già denunciata da molti - di ridare vita ad una pesante stagione di tassazioni, a danno soprattutto delle imprese, particolarmente delle piccole e medie imprese e delle imprese familiari, che rappresentano la base, la struttura portante del nostro comparto produttivo e, soprattutto, delle imprese che creano nuova occupazione.

Il presupposto non è inedito da parte di una certa sinistra ed è alimentato da un vecchio pregiudizio secondo il quale gli imprenditori sono soggetti poco trasparenti, sono tutti potenziali evasori e anche quelli che sembrano a posto è soltanto perché, in realtà, sono più furbi degli altri.

Viene riaperta, quindi, con questo disegno di legge e con questo Governo la grande stagione del sospetto, della discriminazione, della persecuzione. Mettete pure tra virgolette queste espressioni, ma in molti passaggi questo è ciò che trapela verso chi lavora e produce anche se poi, dopo i roboanti annunci, vi sono stati anche fragorosi silenzi e - come si dice - smentite più o meno evidenti. Le liberalizzazioni, gli annunci di presunte semplificazioni sono, in realtà, il pretesto per dei monitoraggi che somigliano molto a una sorta di spionaggio fiscale che prelude, a sua volta, a piani di setacciamento di risorse.

Questa volta, però, con la famosa retroattività si è sferrato un colpo al di sotto della cintura, un colpo senza precedenti. Un principio in contrasto con le disposizioni preliminari del codice civile secondo il quale - in questa Aula sono presenti molti giuristi che ve lo possono insegnare - la legge non può avere effetto retroattivo, ma può disporre soltanto per l'avvenire.

Si è, invece, messo mano al regime dell'IVA seminando panico e disperazione in molte imprese e famiglie proprio per il principio di retroattività con il quale si cerca di far risalire persino al 1998 l'obbligo di riversare all'erario l'IVA a suo tempo detratta. Il provvedimento riguarderebbe scelte strutturali su immobili ormai fatte e consolidate.

La pretesa di tornare indietro provocherebbe il tracollo di molte aziende, in particolare, e come sempre, le più piccole, le più fragili. Non è vero che queste modifiche riguarderebbero soltanto le società immobiliari; toccano invece il mondo delle imprese in generale. Tanto per fare un esempio, il più diffuso in tutti i settori, vanno ad incidere sui trasferimenti di capannoni effettuati tra le imprese industriali ed anche sulle acquisizioni in leasing.

Si può anche quantificare l'incidenza delle modifiche in termini di maggiori costi: un 10 per cento in più dovuto all' applicazione delle imposte di registro e delle imposte ipotecarie e catastali e ancora maggiori costi, fino al 20 per cento in più, in conseguenza della rettifica della detrazione IVA a suo tempo operata.

In un momento cruciale per il rilancio della nostra economia scelte come queste sono in netto contrasto con gli annunci fatti dal Governo che afferma di volere e di voler favorire lo sviluppo delle imprese.

Alludevo poco fa al regime di paura e di pessimismo che sta pervadendo molti cittadini italiani, soprattutto quelli che hanno a cuore il futuro delle famiglie, delle loro imprese, e ad un certo gossip terroristico riguardo la reintroduzione della famigerata imposta sulle successioni e sulle donazioni ormai data per scontata come uno tsunami annunciato.

Lo stesso vale per le tasse sulle case o sul risparmio. Ma gli inasprimenti fiscali toccano in maniera anche più spicciola, quasi ridicola - se vogliamo - le tasche dei contribuenti: vi sarà una nuova tassa di 500 euro per i ricorsi ai tribunali amministrativi e di 250 euro per le istanze cautelari ed i ricorsi contro la pubblica amministrazione. Questa è davvero bella: c'è una tassa sulla protesta. Dal momento che bisognerà pagare per poter protestare, passerà sempre di più la voglia di farlo.

Aumenterà, inoltre, l'IVA per caramelle, cacao e altri dolciumi; saranno più cari i biglietti per le discoteche - per chi ancora ci va - e anche le consumazioni; i francobolli costeranno di più (chissà perché ci si accanisce, in particolare, sui collezionisti - poveretti - che trascorrono il loro tempo in maniera utile, mi pare).

Anche i rifornimenti di energia per uso domestico, in virtù dei nuovi contratti di servizio, saranno più cari, e vi sarà anche l'obbligo di pagare un legale perfino quando si deciderà, seppure d'amore e d'accordo con la propria moglie, di separarsi. Finora ci pensava il giudice da solo, ora bisogna pagare comunque un legale.

Non è un caso che tutte queste attenzioni pericolose e poco gradite siano rivolte a categorie di cittadini e di imprenditori che, grazie agli sgravi fiscali e agli incentivi del Governo della Casa delle Libertà, erano riusciti a riconquistare un po' di fiducia, a rilanciare la propria attività commerciale dando anche un nuovo refluo di ottimismo alla qualità della vita in genere.

Ecco, più che iniziative a favore dello sviluppo, sembrano davvero, come direbbero i nostri amici sudtirolesi, una Strafexpedition, una spedizione punitiva. Tutto questo avviene e termino, Presidente mentre in Europa si sta andando in direzione opposta.

Proprio in questi giorni, la Commissione europea ha annunciato un forte rilancio delle piccole e medie imprese, grazie ai nuovi criteri più permissivi nella valutazione degli aiuti di Stato a sostegno degli investimenti in capitale di rischio. Cento milioni di euro per esempio sono stati stanziati soltanto nel Mezzogiorno. Lo scopo, è chiaro, è quello di favorire la nascita di nuove imprese e la creazione di nuovi posti di lavoro, soprattutto nelle zone cosiddette in ritardo di sviluppo, etichetta certamente poco gratificante che finora caratterizzava alcune Regioni del Meridione, ormai nemmeno più tutte.

Purtroppo, se questo decreto diventerà legge, se questo disegno di legge sarà applicato globalmente, temo proprio che quella area rossa (casualmente rossa, senza malizia) che indica le zone dell'obiettivo 1, le zone in ritardo di sviluppo, da alcune Regioni italiane si estenderà alle altre Regioni, magari anche quelle del Nord. Quindi, da Paese con alcune Regioni in ritardo di sviluppo rischiamo di diventare un Paese, Presidente, in complessivo e globale ritardo di sviluppo. (Applausi del senatore Carrara).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare la senatrice Alfonzi. Ne ha facoltà.

 

ALFONZI (RC-SE). Signor Presidente, intendo intervenire su un punto molto specifico del decreto: il comma 4 dell'articolo 21, perché mi ha colpito e credo abbia colpito molti.

Come tutti sanno, la nostra coalizione è legata da un programma, su cui molti hanno avuto da ridire, perché estremamente lungo, articolato e in cui ci si può trovare di tutto. Quel programma ha come suo fondamento una scelta operativa: lo sviluppo e il risanamento stanno insieme alla giustizia sociale. In esso non troviamo solo questo, ma, nei capitoli dedicati alla giustizia, sono inseriti dei progetti molto importanti che la vorrebbero più vicina ai cittadini, più garante del cittadino di fronte allo Stato e più facilmente accessibile.

Come voi sapete e come avete sentito, questo Governo ha suscitato molte aspettative sia tra i cittadini che lo hanno votato sia tra coloro che non hanno potuto votare perché non titolari del diritto di voto. Questi cittadini si aspettano attenzioni che nel comma 4 dell'articolo 21 credo siano state dimenticate. Penso che una tale mancanza sia da sottolineare per alzare un po' l'allarme.

Dico ciò perché non solo è importante quello che nel comma 4, così come ci era stato presentato e per fortuna poi è stato modificato, veniva messo in discussione, ma perché questo può essere l'esempio di un atteggiamento che non mi sembra molto virtuoso nei confronti dei cittadini reali, in carne e ossa.

Mi sembra che il decreto disciplini molte tematiche importanti, più o meno discutibili, più o meno aggiustabili, perfezionabili, ma laddove si parla di cittadini che non hanno una categoria a cui rivolgersi, che non possono avere, per la natura della loro esigenza, un'associazione che difende i loro interessi (si tratta quindi di singoli cittadini), lo Stato attraverso questo decreto, prevede un'azione non virtuosa. Non c'entrano né il libero mercato né le liberalizzazioni, lo Stato con questo decreto compie un'azione che è quella di trovare risorse e un maggior gettito per le sue esigenze. Mi riferisco, in specifico, al comma 4 dell'articolo 21, che porta il costo per i ricorsi dai soliti 340 euro a 750: questo è l'importo del contributo unificato da corrispondere allo Stato.

Ora, se si considera che questi ricorsi al TAR vengono presentati soprattutto da singoli cittadini in difesa dei loro diritti nei confronti degli atti della pubblica amministrazione, l'aumento previsto, nella misura in cui era stato ipotizzato originariamente, riduceva la possibilità di accedere alla giustizia da parte di queste persone.

Sto pensando a persone che hanno redditi medi o bassi, a lavoratori o lavoratrici precari, italiani e stranieri. In particolare, per quanto riguarda le persone straniere, si ricorre al TAR per tutto ciò che ha a che fare con dinieghi o revoche di permessi di soggiorno e carte di soggiorno o per l'acquisto di cittadinanza. A quel che leggo - spero che il Governo ne sappia di più - circa il 50 per cento delle cause al TAR riguardano proprio questo tipo di diritti fondamentali.

Allora, mi sorge spontanea una domanda e spero mi perdonerete se è eccessiva: chi ha scritto questo testo ha pensato esattamente alle persone in carne ed ossa verso le quali il provvedimento alla fine era indirizzato? Ha pensato che non si trattava soltanto - come dice la relazione allegata al decreto - di un'opera di semplificazione, ma si trattava di colpire la possibilità di accesso alla giustizia per questi cittadini e cittadine?

Dicevo che questo aspetto, che nel complesso del decreto può essere secondario, a me pare in qualche modo rivelatore - spero che non lo sia, spero che sia soltanto un errore piuttosto che un lapsus - della scarsa attenzione che si è avuta in questa circostanza nei confronti di persone reali.

La nostra proposta, allora, sarebbe stata di esentare dal pagamento tutte quelle persone per le quali il ricorso rappresenta la difesa di un diritto essenziale. Negli emendamenti che sono stati accolti c'è un'attenuazione di questa richiesta, spero che nel corso del tempo ci si possa ripensare, soprattutto - lo ribadisco - per quelle attese di giustizia sociale che questo Governo ha suscitato sia in chi ha potuto votarlo, sia in quelli e quelle - e sono tanti - che avrebbero voluto votare, non hanno potuto, ma si aspettano una strada nuova, che in parte è stata intrapresa. (Applausi dal Gruppo RC-SE e del senatore Legnini. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Legnini. Ne ha facoltà.

 

LEGNINI (Ulivo). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, erano astrattamente possibili diverse modalità per affrontare le emergenze economiche e finanziarie del nostro Paese all'avvio di questa legislatura. Le misure che, in concreto, sono state scelte ed adottate dal Governo con il decreto-legge che stiamo discutendo costituiscono, a mio modo di vedere, senza alcun dubbio, un modo efficace per affrontarle, il più coerente con le linee programmatiche del Governo e della coalizione che lo sostiene.

La necessità di correggere sensibilmente ed in modo strutturale i conti pubblici, l'urgenza di reperire le risorse occorrenti per evitare il blocco dei cantieri già aperti ed avviati, la necessità e il dovere di avviare una seria attività finalizzata a conseguire una quota di emersione della base imponibile fiscale, l'urgenza di ridare impulso allo sviluppo economico, introducendo nel contempo misure di equità sociale, costituivano obiettivi inderogabili e prioritari dell'azione di Governo, sin dalla sua prima fase di attività. Così, all'interno del contesto strategico delineato anche nel DPEF e già espresso in precedenza nel programma dell'Unione e nelle linee programmatiche del Governo, si è dato corso al primo pacchetto di misure oggetto del provvedimento oggi al nostro esame.

La prima valutazione politica, che è doveroso esplicitare, è che queste misure si inscrivono con coerenza dentro il contesto strategico che ho sopra menzionato e costituiscono una prima, seppur parziale, fase di attuazione della nuova politica economica, che la maggioranza e il Governo hanno individuato ed indicato prima al Paese e poi al Parlamento.

Non solo, quindi, siamo ben lontani dal novero delle molteplici misureuna tantum attuate dal centro‑destra negli anni passati, che non hanno sortito rilevanti effetti sul bilancio dello Stato e tanto meno sulla crescita economica e sull'equità sociale, ma si è venuto a prefigurare un primo significativo pacchetto di interventi che incidono, appunto, sulla crescita, sul risanamento, sull'equità sociale.

Si è obiettato, da parte dei detrattori di questi interventi innovativi, riferiti in particolare alla liberalizzazione dei servizi, che si tratterebbe di misure blande (com'è stato detto anche oggi), di false liberalizzazioni, destinate all'inefficacia e all'insuccesso, salvo poi da parte di taluni cavalcare la protesta di alcune categorie interessate sostenendo il carattere eccessivamente aggressivo degli interventi stessi. Anche questo è un argomento che oggi abbiamo ascoltato: si tratta di un atteggiamento chiaramente contraddittorio e strumentale.

La verità è, invece, quella che emerge con chiarezza dal testo del provvedimento. Si incide su una quota rilevante del mercato dei servizi in Italia che, è bene ricordarlo, nel suo complesso è rappresentativo del 71 per cento del prodotto interno lordo e del 69 per cento dell'occupazione.

Aver apportato modificazioni, a volte profonde, nei settori delle libere professioni (che, com'è noto, sono tantissime nel nostro Paese), nella distribuzione commerciale, nell'attività di panificazione, nella distribuzione dei farmaci, nei servizi di taxi e trasporti, nei servizi assicurativi e bancari, nel settore dei servizi pubblici, seppur limitatamente (per il momento) a quelli strumentali all'esercizio delle funzioni pubbliche locali e regionali, significa aver operato un intervento organico destinato ad incidere sulla qualità, sulla quantità, e sui prezzi dei servizi medesimi, con l'occhio rivolto all'efficienza e alla crescita di tali mercati e agli interessi dei consumatori.

Se dette misure saranno o meno idonee a stimolare in concreto crescita economica ed equità sociale (quest'ultima in particolare per i consumatori), lo verificheremo nel prossimo futuro; sono convinto che così sarà, ma è certo che né nel passato né durante il confronto di questi giorni, sembrano essere emerse proposte alternative più efficaci di quelle adottate.

Si è obiettato inoltre che, ad onta dell'allarme lanciato dal Governo sui conti pubblici, la parte finanziaria della manovra non corrisponderebbe, per le sue limitate dimensioni, al quadro tratteggiato nelle scorse settimane, essendo destinata ad incidere in modo limitato sui dati fondamentali dei conti pubblici.

Al riguardo, è pur vero che l'aggiustamento netto per il 2006, com'è noto, risulta modesto, ossia pari allo 0,1 per cento del PIL, misura più contenuta del previsto anche grazie al buon andamento dell' autotassazione di giugno, ma è altrettanto vero che il carattere strutturale degli interventi di contenimento della spesa e recupero dell'elusione e dell'evasione fiscale, consentirà una correzione a partire dal 2007 nella misura dello 0,5 per cento annuo, e ciò in aggiunta al carico finanziario di 2,8 miliardi di euro per i cantieri di ANAS e Ferrovie (un importo, questo, superiore al taglio che il passato Governo aveva operato con la finanziaria per il 2006), di 300 milioni di euro a valere sul fondo sociale e diversi altri stanziamenti a valere su altri fondi.

È, dunque, difficile contestare la serietà e l'efficacia della manovra sotto il profilo finanziario, considerando anche che gli interventi contenuti nell'ultima legge finanziaria si ponevano, come ricorderete, l'obiettivo di un contenimento della spesa di appena lo 0,8 per cento del PIL, stima poi rivelatasi errata per le ragioni note.

Si è, infine, obiettato che la manovra nasconde, in realtà, solo l'intento persecutorio fiscale nei confronti di alcune categorie professionali ed imprenditoriali: oggi abbiamo sentito moltissime argomentazioni di questo tenore, espresse anche in modo enfatico.

Anche tale assunto però è privo di fondamento, soprattutto dopo che previa migliore ponderazione delle note misure sull'IVA afferente agli immobili, nel testo emendato in Commissione su iniziativa dello stesso Governo, le misure di contrasto all'elusione e all'evasione fiscale sono state meglio ridefinite e appaiono tutte finalizzate non ad inasprire la pressione fiscale ma a far emergere nuova materia imponibile, che veniva sottratta alla fiscalità a volte in modo fraudolento o utilizzando e strumentalizzando meccanismi difettosi del sistema fiscale.

La finalità delle norme sul punto introdotte è dunque semplicemente quella programmaticamente enunciata di far pagare chi paga meno di quanto la sua capacità contributiva gli impone.

Particolare menzione meritano, al riguardo, le misure approvate in Commissione sulla parte fiscale del provvedimento, quelle di contrasto al lavoro nero in edilizia e di riduzione dell'IVA sulle ristrutturazioni (già richiamate e menzionate dal relatore), che appaiono particolarmente efficaci per accrescere il gettito, ma anche per rendere giustizia alle imprese che pagano regolarmente i contributi sociali e le imposte e che venivano ingiustamente lese dalle imprese concorrenti che eludono o evadono con sistematicità anche a danno dei lavoratori.

Il lavoro intenso che ha compiuto la scorsa settimana il Governo e la Commissione bilancio, insieme alle Commissioni di merito in sede di espressione dei pareri, è stato particolarmente efficace e produttivo di risultati che hanno consentito di proporre all'Aula un testo migliore di quello originario.

Grazie al lavoro ben strutturato della Commissione, si è riusciti ad apportare numerose correzioni che, senza intaccare i princìpi ispiratori del provvedimento ed anzi a volte rafforzandoli, ha consentito di accogliere diversi indicazioni e proposte puntuali acquisite nel corso del confronto con i soggetti sociali ed istituzionali auditi, di approfondire taluni controversi aspetti dell'articolato e di apportare correzioni tutte funzionali ad una maggiore efficacia ed equità del provvedimento.

Particolare menzione meritano alcune norme correttive, approvate in Commissione, in materia di liberalizzazioni.

Sulle norme relative al servizio taxi si è detto e scritto molto: il convincimento diffuso - lo ho detto anche il relatore in modo preciso - in base al quale vi sarebbe stato un compromesso al ribasso, è per larga parte frutto di una lettura inesatta della norma originaria, che non conteneva affatto la liberalizzazione totale delle licenze, ma soltanto una più estesa possibilità per i Comuni di ampliare il numero delle licenze in favore dei titolari di quelle esistenti e di terzi.

L'accordo raggiunto consente di conseguire un risultato analogo, consistente nell'ampliamento dell'offerta, venendo così incontro anche alle istanze della categoria. Spetterà ai Comuni saper valorizzare le norme che consentono loro di accrescere la quantità di auto in circolazione e per tale via accrescere la concorrenza e l'efficienza del servizio.

Sulle professioni libere, particolare rilevanza assumono le modificazioni apportate in Commissione relative alle pubblicità, alle società e associazioni multidisciplinari e al sistema tariffario (alle tariffe fisse e minime). A tal riguardo, la Commissione propone di introdurre due innovazioni importanti, prevedendo per esempio per i servizi legali che, allorquando è il giudice che per legge è chiamato a liquidare i compensi (compreso il caso di gratuito patrocinio), essi vanno quantificati sulla base, appunto, delle tariffe professionali e - aggiungo - non potrebbe essere altrimenti. Una modificazione resasi necessaria per effetto della specificità, ovviamente, della professione forense, peraltro più volte evidenziata dall'Unione Europea in funzione derogatoria dei princìpi della concorrenza, e della rilevanza anche costituzionale dell'attività di difesa nel processo.

Si poteva fare di più ascoltando meglio la protesta e le proposte dell'avvocatura italiana? A mio modo di vedere, sì. Si poteva assumere, in chiave emendativa, per valorizzare appieno i princìpi di indipendenza e dignità della professione forense, il parere motivatamente espresso dalla Commissione giustizia, ma ragioni politiche, che personalmente sul punto non ho condiviso, riconducibili alla ritenuta necessità di non svuotare, per una sola categoria professionale, i principi contenuti all'articolo 2 del decreto, non hanno consentito di raggiungere tale auspicabile risultato.

Ciò che, però, è innegabile è che il testo proposto dalla Commissione, che contiene anche la previsione della necessità di forma scritta sotto pena di nullità dei patti relativi ai compensi e l'eliminazione di inique misure incidenti anche sull'accesso al servizio giustizia (in particolare, quelle menzionate dalla collega che mi ha preceduto, ovvero l'eliminazione del contributo unificato per le istanze cautelari nel processo amministrativo, il dimezzamento del contributo per particolari casi di ricorso, la soppressione della solidarietà degli avvocati per l'obbligo di pagamento del contributo unificato), va incontro a diversi rilievi e critiche dell'avvocatura.

A tale categoria professionale, alla quale mi onoro di appartenere, vorrei dire che non paga l'insistenza sulla richiesta di stralcio delle norme sulla professione forense dal contesto del decreto. L'avvocatura, che vive una fase di crisi indotta anche da una certa implosione numerica, può e deve trovare ascolto nel contesto della riforma organica dell'ordinamento forense, che affronti, appunto, i temi dell'accesso, del praticantato, della formazione permanente, di un rinnovato ruolo degli ordini quali garanti dell'autonomia e libertà dell'avvocatura e, perché no, di un sistema tariffario, per i casi nei quali è possibile applicarlo, che tuteli la dignità della professione, garantisca il cittadino e incentivi la soluzione rapida dei contenziosi.

È una materia, questa, sulla quale si può e si deve tornare, anche in funzione di un miglioramento del sistema giudiziario nel senso dell'efficienza e della celerità dei processi.

Altresì rilevante è la previsione di un'ulteriore innovazione che riguarda diverse categorie di professionisti, in primis gli architetti, gli ingegneri e i geometri. Quella, cioè, che prevede che, nelle procedure di evidenza pubblica, la pubblica amministrazione può motivatamente assumere le tariffe professionali quale parametro per quantificare i compensi professionali. Un modo, questo, così come la previsione per i compensi che il giudice è tenuto a liquidare nel processo, che non assume le tariffe come vincolo invalicabile per la volontà delle parti, ma come parametro valutativo della congruità ed equità del compenso professionale.

Signor Presidente, molto spesso l'apprezzamento che viene operato nelle Aule parlamentari sul contenuto di questo o quel provvedimento legislativo è diverso, a volte molto diverso, dal sentire dei cittadini, della società.

In questa circostanza, per questo provvedimento, la sensazione netta è che la volontà che promana dal testo normativo di cui ci stiamo occupando sia aderente alle aspettative, al sentire di una fascia ampia dei cittadini italiani, e tra questi soprattutto i giovani. (Richiami del Presidente).

Si può forse negare che l'accesso alle professioni per i giovani sia oggi molto più difficile che per le generazioni rappresentate in quest'Aula parlamentare? E che tali misure contribuiscano ad abbattere le barriere all'ingresso? Si può certo opinare sulla congruità o sull'adeguatezza di questa o quella misura. Ciò che è certo, però, è che con questo provvedimento e con quelli che auspicabilmente seguiranno, si prova finalmente a dare una scossa al nostro sistema economico, ad aprire, a ridare dinamicità alla nostra società.

La sua forza, quindi, è che esso cerca di interpretare una speranza in più per molti e un'opportunità per tutti. (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE e Aut).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Carrara. Ne ha facoltà.

 

CARRARA (FI). Signor Presidente, avrei voluto addentrarmi in un'analisi specifica del decreto Bersani, ma il Gruppo mi ha pregato di rinunciare all'intervento, in cui avevo l'intenzione di parlare innanzitutto delle vendite immobiliari per le locazioni, dei beni strumentali, dei beni abitativi e anche dell'assurdità di detto decreto in ordine alla questione relativa alle libere professioni, in particolare quella degli avvocati.

Chiedo, gentilmente, di poter consegnare il mio intervento affinché rimanga agli atti.

 

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

È iscritto a parlare il senatore Fazzone. Ne ha facoltà.

 

FAZZONE (FI). Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, onorevoli senatori, il mio intervento sarà breve, perché non voglio essere ripetitivo rispetto a quanto già affermato dai miei colleghi.

Desidero esporre una riflessione non da senatore ma da semplice cittadino, rispetto a ciò che i mezzi di informazione hanno diramato in funzione del decreto Bersani-Visco. All'esterno è parso si trattasse di un decreto che annunciava liberalizzazioni, ma tali liberalizzazioni hanno un contenuto falso.

L'annuncio della liberalizzazione dei taxi è in palese contraddizione rispetto al vero traguardo del Governo, che non è quello di liberalizzare, tanto è vero che ha scelto settori particolari. Tale liberalizzazione non ha ottenuto risultati, ma ha avuto l'effetto di attirare su questi settori (tassisti, farmacisti e libere professioni) l'attenzione generale dei mezzi d'informazione televisivi e delle testate giornalistiche, per poter mascherare all'interno un vero e proprio intervento di manovra fiscale, o meglio di oppressione fiscale.

Il contenimento della spesa pubblica è un proposito positivo e deve essere attuato, ma credo che il Governo Berlusconi abbia conferito grande forza, soprattutto agli enti comunali, provinciali e regionali, ma anche ai Ministeri, nella capacità di incidere sul contenimento della spesa pubblica.

Questo decreto interviene, invece, con l'oppressione fiscale. È veramente grave, quel che ha detto poco prima un collega dell'opposizione, cioè la retroattività di alcuni interventi, e il controllo fiscale dei conti correnti, come se i cittadini italiani fossero tutti dei truffatori: è veramente vergognoso.

Ritengo invece, come opinione personale, che, se si vuole raggiungere un sistema dove tutti pagano il giusto, perché questo è l'obiettivo di tutti noi, o almeno ce lo auguriamo, allora basterebbe cambiare il sistema fiscale e adottare un sistema diverso come quello americano, per esempio, e consentire ai cittadini la detrazione, la fiscalizzazione degli oneri per vivere. A quel punto non ci sarebbe più controllo neanche da parte della Guardia di finanza, perché ognuno di noi pretenderebbe, dall'altra parte, di avere un documento fiscale da mettere in detrazione, ma mi rendo conto che ciò, nel Parlamento italiano, è difficile.

Si continua invece a perseverare su categorie importanti che portano vitalità all'economia del nostro Paese, quelle piccole e medie aziende cosiddette della partita IVA. Gli stessi cittadini saranno chiamati in futuro, se questo è il modo di agire del Governo Prodi, a dover pagare tasse anche sui risparmi. Infatti, da questa futura legge si intravede una strada che porta ad un arrivo pericoloso, che porterà i cittadini a non avere più fiducia nello Stato, i nostri risparmi andranno altrove o si ritornerà ad avere il risparmio sotto il mattone e questo sarà negativo per l'economia italiana.

Dunque, dobbiamo essere seri se vogliamo realmente dare un senso alla nostra Italia e dobbiamo avere il coraggio delle vere liberalizzazioni non di quelle finte per attirare l'attenzione. Il decreto al nostro esame, infatti, contiene fattivamente solo una manovra fiscale, un'oppressione fiscale da grande fratello, come ha già detto un collega.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Amico. Ne ha facoltà.

 

D'AMICO (Ulivo). Signor Presidente, il 9 e 10 aprile gli italiani hanno chiesto al Paese un cambio di marcia, lo hanno chiesto al Governo, perché si sente il bisogno di un cambio di marcia, sino ad ora troppo lenta, da numerosi punti di vista, non solo quello economico. Dopo qualche esitazione il cambio di marcia è arrivato con il decreto-legge al nostro esame ed è arrivato su quattro terreni decisivi: il terreno delle liberalizzazioni, quello della lotta all'evasione e all'elusione fiscale, il sostegno allo sviluppo, il risanamento.

In primo luogo, per quanto riguarda la questione del risanamento, è stato rovesciato il criterio precedente. Abbiamo misure, che sono state attaccate in quest'Aula per questo, che producono limitati effetti immediati, non servono per imbellettare i conti di quest'anno, anzi, l'effetto sui conti dell'anno in corso è limitato. Invece l'effetto permanente sui conti pubblici si avrà a partire dal prossimo anno con la riduzione del rapporto fra indebitamento e prodotto interno lordo dello 0,5 per cento: si tratta di una manovra rilevante.

Abbiamo detto basta con la politica dei condoni, abbiamo detto basta alla politica dell'imbellettamento del bilancio, abbiamo detto basta alle politiche di window dressing per camuffare i conti a fine anno. Abbiamo scelto la strada di misura serie, strutturali, che avviano il Paese sul percorso di un risanamento finanziario. La svolta è avvenuta, il cambio di marcia è avvenuto sul terreno del risanamento.

Per quanto riguarda il sostegno allo sviluppo, veniamo da anni nei quali ci sono state illustrate, da televisioni pubbliche e private, le grandi opere che avrebbero dovuto arrivare. Qualcuno ha osservato che la vera grande opera che ci resta è il modellino del ponte sullo stretto di Messina; nel frattempo, i cantieri di ANAS e Ferrovie dello Stato rischiavano di chiudere. C'erano i soldi per farli andare avanti solo fino a metà di quest'anno.

La scelta che è stata compiuta in questa manovra è quella di reperire risorse per rifinanziare i cantieri di ANAS e Ferrovie dello Stato, impedendo anche, fra l'altro, che circa 70.000 persone andassero a spasso, come sarebbe accaduto se quei cantieri avessero chiuso, che si verificasse un danno alla finanza pubblica legato alla chiusura di quei cantieri, e che opere importanti si bloccassero. Ed è la scelta che annunciamo con il DPEF.

Nel Documento di programmazione economico-finanziaria annunciamo una manovra di finanza pubblica consistente, in cui una parte consistente delle risorse, circa un terzo, sarà destinata allo sviluppo. Il Paese ha bisogno di un sostegno per ricominciare il cammino verso uno sviluppo più celere e maggiormente capace di diffondere benessere fra i propri cittadini.

A proposito della lotta all'evasione ed elusione fiscali, negli ultimi anni mai - sottolineo mai - né il Presidente del Consiglio, né il Ministro dell'economia hanno ritenuto di ricordare agli italiani che essi hanno un dovere, che è sancito nell'articolo 53 della Costituzione: debbono concorrere alla spesa pubblica in ragione della loro capacità contributiva. Non hanno mai ritenuto di ricordare questo principio, fondamentale per basare la convivenza civile in qualunque Paese moderno; anzi, hanno proceduto con condoni e sanatorie che premiavano chi evadeva quest'obbligo e aggirava questo dovere.

Abbiamo visto la Guardia di finanza occuparsi di nuovo di ordine pubblico e controllo del territorio: tutto purché non si occupasse della lotta all'evasione fiscale. Addirittura, il Presidente del Consiglio di un Paese che, stante lui Presidente del Consiglio, ha mantenuto un'aliquota marginale sui redditi delle persone dell'ordine di oltre il 40 per cento, dichiarava proprio lui che un prelievo fiscale superiore al 33 per cento del reddito è un furto.

Anche a questo proposito c'è un cambio di marcia: basta con i condoni e le sanatorie; lotta senza quartiere all'evasione e all'elusione fiscali, attraverso misure rigorose che ricordino a coloro fra i cittadini italiani che lo hanno dimenticato - e non sono pochissimi - che esiste un articolo 53 della Costituzione.

Su questo punto bisognerà stare bene attenti: dal dibattito sia in Commissione, che in Aula, è emersa la necessità che il dovere sancito dalla Costituzione, in base al quale ciascuno deve contribuire alla spesa pubblica in proporzione al proprio reddito e alla propria capacità contributiva, dev'essere bilanciato con il diritto fondamentale dei cittadini alla privacy, che pure ad avviso di molti costituzionalisti si ricava dalla nostra Costituzione.

È necessario un bilanciamento fra questi due principi costituzionali e occorrerà molta attenzione a che esso vi sia, ma la direzione di marcia, quella che comincia ad utilizzare in via sistematica strumenti in larghissima misura già adottati in altri Paesi per contenere lo spazio dell'evasione e dell'elusione fiscali, è giusta.

Da ultimo, il quarto punto è quello delle liberalizzazioni. Anche in proposito vi è un cambio di marcia: questo è un Paese che si stava strutturando intorno a un sistema di corporazioni, di ostacoli alla libera competizione e alla mobilità sociale. Un ruolo più ampio del mercato è essenziale per la crescita.

Nella storia dell'umanità non esiste qualcosa di confrontabile al libero mercato per la capacità di produrre ricchezza, beni e servizi per la generalità dei cittadini: il mercato è una poderosa macchina per la produzione di benessere e se rinunciamo ad esso, rinunciamo al funzionamento di quella macchina.

Ma vi è anche un altro aspetto, quello legato all'equità. Il mercato è il luogo nel quale i meriti possono farsi valere e ove non si fanno valere i meriti, si faranno valere altri sistemi: sarà il reddito, la capacità culturale dei genitori o l'inserimento in un sistema di relazioni più o meno accettabile.

Se sostituiamo il mercato con strutture corporative, in realtà non solo riduciamo la capacità del nostro sistema di produrre benessere per tutti, ma ne riduciamo anche la capacità di generate eguaglianza ed eguali opportunità per tutti: il mercato è il luogo delle opportunità. La svolta è netta, in un Paese basato su lacci e lacciuoli, sulle corporazioni, in un Paese che ha avuto, per larga parte della sua storia, e purtroppo anche nell'ultima legislatura, una destra che non è liberale, che non lavora per il mercato, ma è una destra statalista e corporativa.

È stato detto in quest'Aula che «altro è il problema», che ci occupiamo dei tassisti e non dei grandi interessi. Vorrei ricordare che in questo decreto non si parla solo di tassisti e di panettieri, ma anche di assicurazioni, di banche, di farmacisti, di avvocati e di notai. Questo «altro è il problema» spesso serve per nascondere i tentativi che si stanno facendo di risolvere il problema. Vorrei ricordare inoltre che c'è un importante disegno di legge sui servizi pubblici locali.

Si dice che sui taxi si è fatto un passo indietro. Io credo, con tutta franchezza, che sia vero. Personalmente propendevo per soluzioni diverse su questo problema, ma quel che importa è la direzione di marcia. Credo che dobbiamo essere coscienti che nel nostro tentativo di smantellare il paese delle corporazioni e dei privilegi faremo dei passi avanti ma anche, di tanto in tanto, dei passi indietro.

La cosa importante è che il numero dei passi indietro sia almeno di un passo inferiore a quello dei passi avanti che stiamo facendo. E su questi terreni mi sembra che stiamo facendo più passi avanti che passi indietro. La direzione nella quale ci muoviamo è quella giusta. Serviva un cambio di marcia, che è stato segnato sul tema della libertà, della libertà economica. Ecco una delle linee guida di politica economica di questo Governo. Su questo andremo avanti con pazienza e con caparbietà.

D'ora in poi, lo dico con franchezza, da parlamentare, e non solo, mi piacerebbe che si procedesse con più ordine. (Richiami del Presidente). Mi avvio velocemente alla conclusione. Il modo opportuno è forse quello di diffondere documenti per la consultazione, affrontando così il sistema dei lacci e lacciuoli che vincolano le diverse attività economiche; di ascoltare gli interessati, che sono certamente i produttori, ma anche i consumatori; di decidere sulla base di un'ampia consultazione, che non vuol dire rinunciare a decidere, ma evitare le troppe correzioni alle quali si è costretti ad andare incontro nel caso in cui il processo decisionale non sia ordinato. Credo che su questo dovremo andare avanti.

Come registrato in questi giorni, se un modo hanno questa coalizione e questo Governo di accrescere il consenso fra i cittadini, esso consiste nel marcato cambio di marcia rispetto al passato. Marcare il cambio di marcia sui terreni della lotta all'evasione fiscale, del risanamento finanziario, del sostegno allo sviluppo e di più libertà e più opportunità per tutti. (Applausi del senatore Ripamonti).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pinzger. Ne ha facoltà.

 

PINZGER (Aut). Signor Presidente, onorevole colleghi, innanzitutto tengo a precisare che condivido i princìpi perseguiti dal decreto-legge sulle liberalizzazioni del ministro per lo sviluppo economico, Pier Luigi Bersani. L'obiettivo del provvedimento in questione è più che auspicabile. L'Italia ha urgentemente bisogno di misure tese a rilanciare l'economia. Contenere e razionalizzare la spesa pubblica, nonché contrastare l'evasione fiscale, non è soltanto augurabile, ma prettamente necessario.

Le liberalizzazioni professionali e del mercato stimolano la concorrenza e ciò va anche a vantaggio dei consumatori. Tuttavia, non mi trovo d'accordo con il metodo seguìto dal Governo. Ricorrere ad un provvedimento d'urgenza senza aver prima aperto un confronto con le associazioni di categoria interessate è stato, a mio avviso, un errore.

Avviare un processo di liberalizzazioni per dare competitività al Paese, tutelare i consumatori, aprire il mondo delle professioni ai giovani, è - ribadisco - più che auspicabile, ma l'avvio di un tale processo va studiato e pensato molto bene. Infatti il mondo imprenditoriale, che richiede da tempo e con insistenza un provvedimento che dia un po' di fiato all'economia italiana, non ha accolto con favore il provvedimento in questione, anzi.

L'Assoimprenditori della Provincia autonoma di Bolzano, per fare un esempio, ha parlato addirittura di un grosso danno, esortando il Governo a modificare drasticamente il testo e in particolar modo le norme in materia fiscale. Inoltre, lamentano che i provvedimenti non colpiscono l'evasione fiscale ma si traducono, di fatto, in un consistente aumento degli adempimenti burocratici a carico delle aziende.

In tal senso, ho presentato sia come primo firmatario sia insieme ai miei colleghi del Gruppo per le Autonomie una serie di emendamenti per - consentitemi il termine un po' forte - "disinnescare" il testo così come varato dal Consiglio dei ministri lo scorso quattro luglio.

Il provvedimento, così come era stato approvato in Commissione Bilancio al Senato, andava assolutamente alleggerito di quelle norme che ritenevamo penalizzanti soprattutto per le piccole e medie imprese e, in primo luogo, per il settore immobiliare. Alludo soprattutto all'abolizione degli effetti retroattivi delle norme sull'IVA, salvaguardando la detraibilità delle fatture emesse; alla limitazione della responsabilità degli appaltatori nei confronti dei subappaltatori in merito al pagamento delle tasse da parte di questi ultimi.

Il mio sforzo e quello dei miei colleghi parlamentari dell'Alto Adige/Südtirol è stato, in primo luogo, di garantire la salvaguardia delle competenze da parte della nostra Provincia autonoma e del bilinguismo.

Ringrazio il Governo e il relatore, senatore Natale Ripamonti, per l'attenzione che ha dedicato agli emendamenti del Gruppo per le Autonomie, dei quali otto sono stati approvati in Commissione Bilancio.

Sono rimasti tuttavia in sospeso una serie di ulteriori emendamenti come la garanzia del bilinguismo per le etichette e gli stampati illustrativi dei medicinali, che abbiamo sottoposto all'attenzione dell'Assemblea nella speranza che possano essere accolti in questa sede. Ribadisco che le modifiche adottate dal Governo nella Commissione competente accolgono una parte importante delle nostre sollecitazioni.

In considerazione di ciò posso anticipare che il mio voto su questo provvedimento sarà favorevole. (Applausi dal Gruppo Aut).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Lello Finuoli. Ne ha facoltà.

 

DI LELLO FINUOLI (RC-SE). Signor Presidente, signori del Governo, colleghi, il mio sarà un breve intervento specifico su temi contenuti nel decreto che riguardano le professioni liberali, in particolar modo gli avvocati.

Io credo si sia data troppa enfasi riformatrice a questo settore del decreto, che in realtà non fa altro che recepire quanto già sta accadendo nel mondo delle professioni. Non è un decreto che prefigura nuovi scenari ma che, secondo me, segue e si adegua a questi scenari. In realtà molti dei dubbi, delle perplessità, dei timori manifestati in special modo dalla avvocatura devono essere fugati. In relazione agli stessi si doveva fare qualcosa prima.

Allo stato attuale, specialmente in un settore quale quello dello spazio unico europeo nel quale l'avvocatura, ormai, interviene a tutto campo senza limitazioni di barriere, credo che il decreto Bersani non faccia altro che adeguarsi a quanto già in atto.

Certamente sarà necessario rivedere il settore delle professioni, in special modo quello dell'avvocatura. In modo particolare, bisognerà approfondire con un disegno organico quelli che sono i veri problemi di questo settore che già da più parti e sulla stampa quotidiana, in questi giorni di discussione accesa sul decreto Bersani, sono stati messi in evidenza.

Pensiamo all'enorme quantità di avvocati che abbiamo in Italia, un numero sproporzionato che appunto determina un'inflazione e un ricorso, un accesso alla professione che è un accesso già di precari. Oggi chi non ha niente da fare si laurea in legge, mette un cartello con su scritto «studio legale, penale e civile» e si immette nel mondo della professione. Se pensiamo che in Italia ci sono 180.000 avvocati, che solo per la Cassazione ce ne sono decine di migliaia, mentre in Francia ce ne se sono 3.000, già vediamo qual è il vero dramma di questa professione, che non è certo quello indotto dal decreto Bersani.

Nello specifico, come Commissione giustizia, abbiamo apportato alcuni emendamenti, poi accettati dal Governo, che secondo me sono abbastanza correttivi e debbono essere giudicati dall'avvocatura come positivi. Innanzitutto il mantenimento delle tariffe obbligatorie per quei settori e quegli interventi nei quali la tariffa è un elemento e un parametro a cui bisogna fare ricorso.

Ci sono poi le liquidazioni giudiziarie delle spese processuali; una liberalizzazione delle tariffe non ha senso quando poi il giudice deve liquidare, e molte volte lo fa, le spese giudiziarie e si rifà ad un parametro, così per il gratuito patrocinio e altro.

È stata inoltre accettata una nostra esigenza, la possiamo rivendicare come di Rifondazione comunista, che è quella che la pubblicità fosse temperata da un regime di verifica della veridicità e della serietà dell'informazione pubblicitaria. Anche in questo caso gli avvocati sbagliano nel rifiutare la pubblicità perché ormai essa è nei fatti. Anche se la si rifiuta, la pubblicità delle imprese e delle associazioni di avvocati è nei fatti europei.

Le stesse associazioni sono ormai una necessità, proprio per la complessità delle questioni legali. Pensate, ad esempio, ad una società di armatori che deve affrontare danni o contratti legati a navi che già costano miliardi di euro, a degli incidenti, a dei noli, a dei contratti andati male. Voi pensate veramente che un imprenditore o una società imprenditoriale con questi problemi si affidi al singolo avvocato e non ricorra invece ad un studio di avvocati associati che possa offrire non solo la consulenza di avvocati civilisti, di avvocati esperti in diritto della navigazione, ma anche di periti di ingegneri e altro? Ormai è così nel mondo legale dell'Europa. Quindi, opporsi e vedere in queste forme di organizzazione una minaccia all'autonomia dell'avvocatura mi sembra un fatto fuori tono.

L'ultima notazione che vorrei fare è quella di aver segnalato anche la sospetta incostituzionalità del vincolo di solidarietà che si era stabilito nell'articolo 21 tra l'avvocato e il cliente in tema di spese giudiziarie. Poteva benissimo accadere che il cliente non solo non pagasse - come molte volte avviene - l'onorario dell'avvocato, ma che quest'ultimo fosse costretto a pagare le spese giudiziarie del cliente moroso.

Ora, non c'è dubbio che il vincolo di solidarietà si istituisce quando c'è una convergenza di interessi, fra il locatore e il conduttore, per esempio. Fra avvocato e cliente il vincolo dell'interesse è nella causa, ma cessa quando chi dovrebbe pagare diventa poi moroso, e in questo caso di solito è il soccombente, cliente dell'avvocato. Siamo riusciti a far sopprimere anche questa parte, quindi credo che tutto sommato il decreto Bersani su questi aspetti risponda pienamente alla realtà non solo del Paese, ma dell'Europa e che comunque, con gli emendamenti accettati dal Governo, si sia venuti incontro alle richieste dell'avvocatura.

Pertanto, credo che da parte il Gruppo di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea non si possa che esprimere un giudizio positivo. Nell'attesa che si ritorni in seguito con una legge organica sugli ordini, penso che questo sia un primo passo positivo verso una liberalizzazione (non privatizzazione) del settore delle libere professioni, a cui bisogna essere favorevoli, proprio per cominciare a scardinare un mondo che proviene - bisogna ricordarlo - da una organizzazione fascista, dei fasci e delle corporazioni.

Tale assetto proviene infatti non dallo Stato liberale, ma proprio da una società organizzata in corporazioni, che credo bisogna cominciare ad intaccare, per avere una società più libera e che possa sperare in un futuro migliore per le generazioni a venire. (Applausi dal Gruppo RC-SE e del senatore Giaretta. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Valditara. Ne ha facoltà.

 

VALDITARA (AN). Onorevoli colleghi, quando parliamo di scuola, non riesco a togliermi dalla mente un'immagine di bambini di una scuola elementare, ritratti dalla televisione, con appeso al collo un cartello su cui erano riportati slogan contro i tagli del ministro Moratti alla scuola pubblica.

Avete per cinque anni condotto una campagna molto dura e aspra nei confronti del Governo precedente e del ministro Moratti per i presunti tagli alla scuola e avete condotto una campagna elettorale molto dura e aspra su questo punto. Qualcuno di voi ha anche detto che avete vinto le scorse elezioni grazie all'indignazione dei docenti per i tagli e le carenze legate a quei tagli, che si sarebbero verificati nella scuola italiana.

È inutile che ricordi che in realtà, dal 2001 al 2005, le risorse per la scuola nel suo complesso sono aumentate del 13,8 per cento. Ma c'è un dato di fatto, che è sotto gli occhi di tutti e che nessuno credo possa negare: nel decreto Bersani ci sono 60 milioni di euro in meno, su tre anni, per la scuola italiana.

Sono 60 milioni di euro di tagli alla scuola italiana, peraltro su settori strategici. Voglio ricordare che, per esempio, tagliate sui fondi da ripartire per l'operatività scolastica, tagliate pesantemente sui fondi per i consumi intermedi, tagliate persino sull'edilizia scolastica. La direzione regionale della Regione Lombardia subisce un taglio di 1.300.000 euro circa all'anno per tre anni.

Credo che tutto questo contraddica apertamente le vostre promesse fatte in campagna elettorale. Avevate promesso agli italiani, agli insegnanti, al mondo della scuola che invece avreste aumentato le risorse. Il vostro primo atto in materia di scuola è un taglio pesante.

Il ministro Rutelli ha sbandierato come un successo l'aumento del FUS (Fondo unico per lo spettacolo). Peccato che abbia dovuto subire, proprio a causa del provvedimento Bersani, un pesante taglio di risorse per la cultura, una sorta di partita di giro che rende quell'aumento una beffa: 34 milioni di euro in meno in tre anni.

Avete sostenuto nel vostro programma che uno dei vostri principali obiettivi - ed è riportato anche nel DPEF - è la tutela del made in Italy, del marchio italiano. Peccato che aumentino le tasse per il deposito del marchio.

Vi sono poi tagli anche sull'università e la ricerca. L'articolo 22 prevede una riduzione del 10 per cento delle spese di funzionamento degli enti e degli organismi pubblici non territoriali e sappiamo benissimo che anche l'università e gli enti di ricerca saranno coinvolti. in questo taglio del 10 per cento. Per l'università si stima un taglio di 70 milioni di euro l'anno.

C'è anche un altro aspetto paradossale. Si è detto che è importante che gli studenti stranieri vengano in Italia, che i ragazzi stranieri vengano qui ad imparare, a studiare nelle nostre università (dal 2000 al 2005 sono aumentati di 20.000 unità i permessi di soggiorno per studenti stranieri).

Ebbene, l'articolo 36, comma 22, lettera a) del decreto-legge in esame prevede che agli stranieri non residenti non si possano applicare alcune deduzioni alla base imponibile. Ciò comporta una decurtazione significativa delle borse di studio assegnate per la gran parte degli studenti stranieri, appunto, non residenti.

Ma il paradosso è ancora più clamoroso perché l'applicazione al periodo di imposta 2006 determina l'insorgere di un debito di imposta a loro carico. Dunque, si scoraggerà l'arrivo in Italia di studenti stranieri, di giovani che avrebbero voluto invece venire a studiare da noi, con buona pace di chi rivendica questo obiettivo all'attuale maggioranza.

Ancora una volta avete contraddetto voi stessi. E non venite a dire che è colpa del deficit prodotto dal precedente Governo. Voi nel 2001 ci avete lasciato 579 milioni di euronon coperti per le spese derivanti dal trasferimento del personale ATA dagli enti locali allo Stato, 543 milioni di euro per le spese derivanti dai contratti di pulizia dagli enti locali allo Stato, 375 milioni di euro coperti solo per i primi dodici mesi per i lavoratori socialmente utili, 54 milioni di euro per i commissari del concorsone. Se dite però che è colpa del deficit, allora vuol dire che forse noi abbiamo tagliato troppo poco.

E poi perché tagliare proprio su settori delicati e strategici, come voi avete più volte riconosciuto, come la scuola, l'università, la cultura. Credo che su altro avreste dovuto risparmiare, per esempio, su quelle spese che invece avete definito - parole della senatrice Gagliardi - pluralismo della coalizione, cioè lo sdoppiamento dei Ministeri; si è calcolato che tale sdoppiamento costerà circa 70-80 milioni di euro l'anno.

Andate, a dire ora agli insegnanti che hanno votato per voi e che credevano nei vostri programmi che alle scuole italiane sono state tagliate delle risorse perché avete dovuto garantire più posti alla Margherita e ai DS!

Mi ha anche stupito la fretta con cui avete varato questo decreto, queste cosiddette liberalizzazioni, una fretta denunciata anche in alcuni interventi questa sera, mi sembra anche da parte del collega sud tirolese. Non sono mai state sentite le categorie interessate. Credo che questa fretta, in realtà, sia stata determinata dal tentativo di mascherare una pesante politica di tagli che, certamente, avrebbe deluso le vostre categorie di riferimento e quindi, ancora una volta, siete ricorsi a questo strumento per ingannare chi vi ha votato.

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pignedoli. Ne ha facoltà.

 

PIGNEDOLI (Ulivo). Signor Presidente, con il decreto-legge n. 223 inizia un cammino nell'azione governativa fondata su sviluppo ed equità sociale. Si tratta di un provvedimento che certamente non esaurisce ma avvia un percorso di modernizzazione con aspetti innovativi che tendono a scuotere sistemi ingessati e logiche corporative e ad aprire nuovi spazi professionali ai giovani perché possano diventare più protagonisti in un Paese europeo più moderno, più coraggioso nelle sfide per il futuro.

Si introducono interventi liberalizzatori dei processi economici e delle forze produttive di beni e servizi finalizzati a garantire efficienza, competitività e sviluppo con risultati a favore delle imprese e dei consumatori anche nel mercato agroalimentare, settore a cui il mio brevissimo intervento vuol fare riferimento specifico.

Oggi l'agricoltura e il sistema alimentare richiedono una specifica strategia di intervento. Il settore primario sfrutta risorse biologiche che non si rigenerano automaticamente, la loro capacità di crescita dipende dalle modalità con cui sono state utilizzate e gestite dagli stessi imprenditori e dalla capacità delle istituzioni di creare sviluppo ed opportunità.

La diffusa domanda di agricoltura sostenibile e di qualità, tanto sotto il profilo ambientale dei metodi dì produzione, che sotto quello delle caratteristiche dei prodotti destinati all'alimentazione, richiede ormai risposte certe. Anche a tal fine, il nuovo provvedimento governativo sì caratterizza come una importante novità nel panorama legislativo, poiché pone al centro della nuova politica economica finalmente anche i consumatori, i quali vedono tutelati e soddisfatti una pluralità di interessi, non solo economici.

Il sistema agroalimentare italiano sta vivendo un momento di acuta crisi, causato dalla crescente diminuzione della competitività delle nostre imprese, dalla difficoltà di far emergere nei mercati mondiali la qualità dei nostri prodotti. Per comprendere la gravità della situazione è sufficiente riprendere alcun dati della relazione economica annuale della Banca d'Italia presentata nella recente assemblea dell'istituto dal governatore Mario Draghi.

I numeri sono relativi al 2005 e mettono bene in evidenza la difficoltà in atto: variazione negativa per la produzione in termini assoluti, meno 2,3 per cento rispetto al 2004, crescita nulla in termine reali di valore aggiunto, calo del 2,3 per cento rispetto al 2004, riduzione ulteriore del numero degli occupati con un calo più vistoso nel Centro-Nord, meno 7,9 per cento, infine calo ulteriore dei consumi intermedi, meno 1,8 per cento.

In tale situazione l'intero sistema agroalimentare dall'origine, l'agricoltura, al percorso della filiera, l'industria alimentare, al risultato, l'alimento e la sua immissione nel consumo, richiede una nuova strategia, basata sulla qualità generalizzata dei prodotti per essere competitivi.

Queste nuove strategie sono da costruire tenendo presente che la nostra agricoltura è esercitata su un territorio a forte variabilità pedologiche e climatica con notevole incidenza di aree collinari e montane, con una superficie aziendale molto parcellizzata e con una stretta interazione tra aree coltivate e aree naturali e boschive. È questo intreccio fra natura e lavoro dell'uomo che ha generato paesaggi agrari inimitabili e ha permesso la conservazione dell'ambiente e del territorio rurale. L'80 per cento di tutto il territorio europeo, quasi il 50 per cento del territorio nazionale.

Il decreto n. 223 va nella direzione da noi auspicata, oltre che per il generale contributo alla maggior competitività e crescita del sistema Italia e per la necessità di iniziare un'azione di risanamento della contabilità statale attraverso un razionale contenimento della spesa pubblica, altresì per alcune misure che sono indirizzate direttamente alle imprese e ai consumatori del mercato agroalimentare. Ad esempio, merita di essere segnalato l'articolo 9 del provvedimento che introduce delle prime misure per il sostegno informativo sui prezzi dei prodotti agroalimentari.

Con tali norme si pongono le basi per la realizzazione di un sistema nazionale di monitoraggio dell'evoluzione dei prezzi dei prodotti agroalimentari attraverso il rafforzamento dei sistemi informativi in coordinamento con gli enti territoriali. Si tratta di disposizioni di particolare rilevanza, in quanto attuando un attento monitoraggio dei prezzi dei prodotti agroalimentari si potrebbe giungere ad una effettiva razionalizzazione dei rapporti tra la produzione e la distribuzione all'interno delle filiere produttive alimentari, così garantendo un'informazione corretta al consumatore, una ripresa con grande probabilità dei consumi.

Inoltre, positivamente devono considerarsi i processi di liberalizzazione avviati nei settori assicurativo e bancario in quanto dovrebbero contribuire a comprimere i costi di due servizi fondamentali per l'impresa agricola e agroalimentare. I meccanismi assicurativi hanno un'importanza determinante per la vita dell'impresa agraria sia per fare fronte alle situazioni di crisi determinate dai mercati, da eventi calamitosi e straordinari sia per fronteggiare annate agrarie in cui gelate e siccità continue mettono a dura prova la capacità delle imprese nel mercato.

Anche i servizi bancari svolgono un ruolo essenziale per la vita degli operatori del settore primario che invece esercitano un'attività finalizzata alla salvaguardia dell'ambiente e del territorio e alla protezione della salute dei consumatori.

Infine, per fare ancora concreti riferimenti alla validità del provvedimento in esame, cito le misure contenute negli articoli 3, 4 e 5, alcune delle quali si muovono su dimensioni più volte sollecitate dall'Unione Europea e che non possono che suscitare effetti positivi per il mondo agricolo, in particolare delle aree interne, poiché consentono alle popolazioni agricole e non di fruire più direttamente, in modo più ravvicinato, i servizi importanti che potremmo proprio perciò definire di prossimità.

In conclusione, il decreto in discussione finalmente introduce nuove regole a sostegno di una vera e propria cultura di mercato che, superando risalenti incrostazioni, dovrebbe, come ha sottolineato il ministro Bersani, civilizzare il mercato stesso, consentendo anche al sistema agricoloalimentare italiano di partecipare con più efficienza ed efficacia ai processi di competizione regionale ed interregionale e globale.

I processi di liberalizzazione in atto sostengono le imprese in interventi maggiormente selettivi e qualificati con un approccio che si fonda su una articolazione di strumenti, la quale guarda alla dimensione quantomeno mediterranea se non planetaria degli scambi.

Un'ultima considerazione circa questo quadro della nuova politica liberalizzatrice concerne le forze economiche di sviluppo del Paese alle quali si potrebbe affiancare per la promozione ed il progresso dei sistemi territoriali, un'autonoma agenzia, per lo sviluppo dei territori, con lo scopo di incentivare uno sviluppo integrato delle aree svantaggiate, senza accentrare e burocratizzare i processi istituzionali, bensì nella logica di uno Stato autenticamente federalista e leggero e di una amministrazione pubblica più flessibile nel rispetto dei principi di sussidiarietà. (Applausi dai Gruppi Ulivo e RC-SE).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zuccherini. Ne ha facoltà.

 

ZUCCHERINI (RC-SE). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, senatrici e senatori, oggi pomeriggio, di nuovo, a Colleferro un operaio di 50 anni è rimasto folgorato. Si calcolano, nel nostro Paese, un milione di infortuni denunciati, 1.250 infortuni mortali, 25.364 malattie professionali riconosciute, 300 morti in media ogni anno per malattia professionale. Basterebbe che qui evocassi l'amianto, per dire quello che significa in termini di salute e di condizioni del lavoro.

Nel periodo 1996-2000, 5.703 lavoratori affetti da silicosi sono morti a causa della malattia; prudenziali, ma consolidate, stime epidemiologiche calcolano che i casi di morte per tumori di lavoratori esposti a cancerogeni, ma di cui non viene registrata l'attività lavorativa passata, va dal 2 al 4 per cento dei decessi complessivi.

Voglio ricordare, in questa sede, l'articolo 32 della Costituzione: la tutela della salute come fondamentale diritto dell'individuo ed interesse della collettività. Si può ben dire invece, di fronte a questi numeri, come diceva Simone Weil ne «La condizione operaia», che tutti quegli esseri sono maneggiati come rifiuti. Molta di questa responsabilità è nel peggioramento delle condizioni di lavoro.

Si dice che siano aumentati i posti di lavoro e che il 60 per cento di queste nuove assunzioni siano a tempo flessibile e precario; ma, se si considera invece il lavoro come stabile a otto ore giornaliere e 40 ore settimanali, in cinque anni questo Paese ha perso 100.000 posti di lavoro, cioè, a diminuzione delle ore lavorate, la condizione di salute e di tutela del lavoro è peggiorata.

È il modello postindustriale, appunto, quello che ci è stato presentato come flessibilità brusca; ci hanno raccontato di essere flessibili, perché quel modello antico che abbiamo conosciuto, rigido negli orari e nel suo controllo del lavoro, andava superato. Il modello postindustriale, invece, ha in qualche modo distrutto anche quella condizione di lavoro.

Ho sentito parlare dell'agroalimentare: richiederebbe un mese intero di discussione al Senato ragionare sull'agroalimentare e sul perché nel nostro Paese le grandi multinazionali che si chiamano Unilever, Danone e Nestlè competono nel mondo con la dieta mediterranea e non c'è invece l'impresa italiana. Penso che sia significativo che nel decreto oggi in esame il Governo, seppur sotto il richiamo istituzionalmente forte del Presidente della Repubblica e quello moralmente ancor più forte delle parole del Pontefice, abbia inserito la questione della sicurezza nel lavoro e la ripresa di un ragionamento sulla condizione di lavoro.

Sento un certo stridere nel pensare che a Salerno, nel Terzo millennio, arse nella fabbrica muoiono due operaie tessili, esattamente come all'inizio del secolo arsero quelle operaie tessili che diedero vita alla giornata internazionale dell'8 marzo, come idea di emancipazione dal lavoro e di progresso nella condizione di lavoro. Evoco appunto questo: sento lo stridore del nostro ragionamento sulla discussione della condizione dei giovani nel nostro Paese, quando un ragazzo di 16 anni muore folgorato sul lavoro. Io pensavo di appartenere all'ultima generazione che è entrata al lavoro a 13 anni e pensavo che il mondo fosse diverso.

Oggi, invece, se non cambiamo, siamo in presenza ancora di un modello di scuola in cui, invece di insegnare l'uguaglianza dei cittadini, si conosce la durissima selezione di classe.

Abbiamo presentato su questo punto del decreto un emendamento, piccolo ma significativo, che chiedeva al Governo di non applicare alcune norme della legge finanziaria dello scorso anno, che tagliavano le spese di trasferta - le diarie - degli ispettori del lavoro. Si tratta certo di piccola cosa, ma significativa di un investimento e di una volontà. L'emendamento non è stato accolto: è stato comunque tradotto in ordine del giorno, dimostrando in proposito un impegno significativo.

Penso che occorra ragionare sulla condizione del lavoro e anche sul sistema produttivo e degli appalti. Ha detto il Governo, per bocca del sottosegretario Montagnino durante un'audizione, che si lavorerà alla revisione del codice degli appalti e di quelle norme in esso contenute che consentono ad un'impresa di ottenere un appalto senza avere nemmeno un dipendente e addirittura di effettuare un concorrenza al ribasso sul piano della sicurezza.

Le morti sul lavoro non sono una tragica fatalità: sono un fatto che deriva dal processo produttivo e che testimonia un arretramento della condizione sociale del nostro Paese.

Ho sentito molte cose in proposito, ma debbo dire che la penso come Filippo Turati: la ricchezza si divide, la miseria no. Come i socialdemocratici svedesi penso inoltre che bisogna andare a prendere le risorse dove si sono ingiustamente accumulate in questi anni: nel patrimonio degli evasori e degli elusori fiscali e in quello dei cosiddetti furbetti di quartiere.

Ho sentito parlare di risparmi che sarebbero conservati «sotto il mattone»: sarebbe ben curioso in un Paese che ha avuto storicamente un'alta propensione al risparmio, che però é fortemente calata negli ultimi cinque anni, proprio a causa delle condizioni materiali di vita.

In qualche modo bisogna aumentare la tassazione e redistribuire questa ricchezza. Le principali associazioni imprenditoriali, di fatto, hanno impedito e impediscono il decollo di organismi paritetici, esautorandoli ed estenuandoli in rituali politici e burocratici. In questo sono stati anche sostenuti dalle politiche del passato Governo che ha operato introducendo elementi di incertezza e agendo con l'obiettivo di fondo di alleggerire la responsabilità dei datori di lavoro e di depenalizzarne gli obblighi, abdicando ad ogni funzione attiva da parte della pubblica amministrazione, indebolendo nei fatti i livelli di tutela delle lavoratrice e dei lavoratori.

È stata ripresentata nella Commissione lavoro e previdenza sociale di questo ramo del Parlamento, la proposta di istituire una Commissione di inchiesta sulle questioni della sicurezza del lavoro. Già nel 1866 al Senato si votò la prima legge di controllo sulla condizione del lavoro dei fanciulli e delle donne: in quella sede un importante imprenditore laniero si levò in piedi e si dichiarò contrario perché con tale provvedimento l'impresa sarebbe stata sottoposta a dei vincoli.

Noi opereremo nella maggioranza e nel Governo affinché si porti avanti l'idea del controllo sulle condizioni di lavoro e affinché il lavoro vada riaffermato come elemento identitario e di affermazione della persona, come strumento per la soddisfazione di bisogni vecchi e nuovi, cogliendo così il rapporto tra il lavoro e lo sviluppo civile, intendendo per civiltà la crescita congiunta del sapere e del benessere.

Concludo il mio intervento dicendo che reputo significativo ragionare del superamento della legge n. 30 del 2003 e credo che vada apprezzato anche l'atteggiamento del Governo.

Penso alla questione dei taxi: io sono tra coloro che ritengono giusta l'equazione «una macchina, un uomo». Su tale punto, cioè sulla natura di quella particolare impresa e di quel lavoro autonomo e di fronte, appunto, a un conflitto sociale, il Governo, pur con elementi corporativi, ha accolto l'elemento dinamico, la sua importanza e la possibilità di far procedere le condizioni di tale categoria

Credo che ciò sia significativo. I contenuti del decreto- legge - è vero - parlano di un'idea nuova di società e sono volti ad intaccare antichi privilegi che, spesso, ricordano il feudalesimo e le corporazioni. Ritengo che questo sia un segnale forte. (Applausi dai Gruppi RC-SE e Ulivo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Allocca. Ne ha facoltà.

 

ALLOCCA (RC-SE). Signor Presidente, com'è ovvio, il mio intervento sarà parziale.

Le liberalizzazioni oggetto del decreto non privatizzano - com'è già stato detto- strutture pubbliche, consegnandole alla logica del profitto, ma tendono a migliorare l'erogazione di prestazioni e la distribuzione di merci e servizi, liberandoli da incrostazioni e rigidità, sia sul versante dell'accesso al lavoro, che dalla parte del cittadino utente e consumatore.

Il principio complessivo, pertanto, che ispira il decreto sotto questo aspetto, è condivisibile sotto il profilo dei principi generali, ma il Gruppo di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea si è però impegnato in un tentativo di miglioramento dell'articolato, attraverso una lettura puntuale di ogni singolo provvedimento, riuscendovi - così com'è normale che sia - a volte con maggiore successo, a volte con minore successo e, in qualche caso, non riuscendovi affatto.

Abbiamo compiuto questo lavoro ascoltando anche le argomentazioni della minoranza e concordando con la maggioranza gli emendamenti e - dove ciò non era tecnicamente possibile - concordando ordini del giorno e quindi impegni futuri per il Governo.

In particolare, tra i diversi punti che abbiamo ritenuto critici, abbiamo posto la nostra attenzione sull'articolo 5 del decreto-legge che prevede la possibilità di vendita, presso esercizi diversi dalle farmacie, dei cosiddetti farmaci da banco, quelli non sottoposti all'obbligo di presentazione di ricetta medica.

È una questione che merita una specifica attenzione. Infatti, i farmaci non possono essere considerati una merce qualsiasi, sia per il rilievo che hanno rispetto alla salute pubblica, ma anche per l'effetto che determinano sulla dinamica della spesa del Servizio sanitario nazionale. La moltiplicazione dei punti di vendita dei farmaci, fuori dai luoghi riconosciuti come presidi sanitari, rischia infatti di incrementarne il consumo, con possibili e reali rischi per la salute.

Gli ultimi dati a disposizione, pubblicati dal CAV, il Centro antiveleni, sulle intossicazioni da farmaci, riportano ben 22.780 casi nel 2004, di cui oltre il 15 per cento con riferimento a tipologie di prodotti in gran parte acquistabili senza obbligo di ricetta. La curva del consumo, per parlare della spesa dei medicinali, è continuamente in ascesa, nonostante l'intesa attività regolatrice messa in atto a partire dai primi anni Novanta, ed è evidente che esiste una stretta connessione tra l'uso dei farmaci da banco e l'insieme dei prodotti farmaceutici, in quanto entrambi rispondono alla stessa logica di esasperata medicalizzazione della salute e della stessa vita quotidiana, incentivata da un distorto rapporto tra offerta e domanda di salute.

L'aumento dell'accesso a prestazioni sanitarie farmaceutiche (e non solo) non è sufficiente, a volte, a produrre più salute, anzi, negli ultimi dieci anni si è assistito a un peggioramento del differenziale di mortalità per il livello socio-economico, con un peggioramento per le fasce di popolazione che consumano prodotti sanitari in maggiore quantità ed, evidentemente, in minore qualità e appropriatezza: questione che ripropone la necessità di un rafforzamento delle politiche di prevenzione primaria, attraverso un intervento culturale e sociale teso a migliorare gli stili di vita.

Si tratta di dati e considerazioni che meritano attenzione e l'impegno a intervenire, controbilanciando l'effetto che potrebbe determinarsi a seguito della diffusione dei punti di vendita, cogliendo, anzi, l'occasione per avviare una riflessione sull'approccio regolatore della spesa che ha fin qui privilegiato l'imposizione dei tetti e l'intervento sulla classe medica, marginalizzando esperienze di informazione pubblica dei pazienti.

È un problema, dunque, anche di corretta allocazione delle risorse, che abbiamo inteso affrontare attraverso la presentazione di due ordini del giorno collegati, di cui il primo impegna il Governo al riallineamento dei tempi di brevettazione concessi in Italia alle case farmaceutiche, rispetto a quelli del resto d'Europa, prevedendo una complessiva riduzione della protezione brevettale complementare pari a un anno nel 2006 e due anni per ogni successivo anno solare.

Si tratta di un provvedimento a suo tempo proposto dallo stesso Governo Berlusconi, poi corretto in sede di emendamento e successivamente definitivamente cancellato, nonostante fosse - e continua ad essere - invocato dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato. Siamo, quindi, proprio nell'ambito delle liberalizzazioni.

La reintroduzione del percorso di riallineamento potrebbe determinare un sostanziale risparmio per l'introduzione di nuovi farmaci generici, liberando risorse e rendendole disponibili per essere impiegate nel miglioramento del complessivo profilo di salute della popolazione, nella tutela del principio di universalità del diritto alla salute e anche destinate al raggiungimento degli obiettivi definiti dall'ulteriore ordine del giorno, presentato dal Gruppo di Rifondazione Comunista, che impegna il Governo ad attivare progetti, concordati con le Regioni, per la promozione dell'educazione alla salute e all'uso consapevole dei farmaci, intervento necessario di accompagnamento all'allargamento dei punti vendita dei farmaci da banco. (Applausi dal Gruppo RC-SE).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Mongiello. Ne ha facoltà.

 

MONGIELLO (Ulivo). Signor Presidente, onorevoli senatori, siamo chiamati a votare uno strumento legislativo che vuole attivare una strategia che rimette in moto l'economia e i consumi e abbiamo scelto di partire dai soggetti che in questi anni hanno vissuto momenti di debolezza: gli utenti, i consumatori. Volevamo offrire loro più servizi, migliori e a costi minori e stranamente qualcuno ha dimenticato che stavamo parlando del nostro programma di centro-sinistra, il programma concreto del fare. Il decreto oggetto della discussione ritengo sia un modo puntuale di fare. A qualcuno del centro-destra può non piacere, ma se vuole ha il diritto di proporre e non mi pare siano giunte proposte questa sera.

Abbiamo detto tante cose nei cinque anni in cui siamo stati all'opposizione, abbiamo avanzato tante proposte alternative, abbiamo presentato un programma che i cittadini hanno apprezzato, chiamandoci a governare. Il senso vero di questa manovra è dare una spinta. La sua è un'azione in sé, per dare seguito a quella società a cui facciamo riferimento, che io chiamo spesso "i nostri azionisti di maggioranza".

Mi chiedo quanti tassisti, panificatori, farmacisti, notai vi siano in Italia e quanti utenti, consumatori, fruitori. Quanti fruitori di servizi vi sono in questo Paese? Costoro ci chiedono migliori servizi, più diffusi ed efficienti e dall'altra parte vi è l'ambizione di conservare nicchie di specialità, per preservare ambiti già costituiti. A questo punto, il nostro compito è coniugare le esigenze degli uni con quelle degli altri e credo che questa sia la nostra azione di forza con il decreto Bersani.

Il centro-sinistra in questi giorni è alle prese con tante questioni: abbiamo discusso di bioetica, discuteremo dell'Afghanistan, del DPEF. Forse qualcuno pensava che volessimo discutere solo di poltrone. Noi, invece, intendiamo proporre in quest'Assemblea, discutere, anche dividerci, ma attuare quel programma che ci ha consentito di vincere le elezioni e di governare il Paese.

Il centro‑destra in questi anni è stato capace di approvare progetti e proposte per una persona sola o per qualche gruppo di amici. Noi intendiamo attuare leggi che non riguardano solo nicchie di cittadinanza, ma milioni di persone.

La discussione non è se cedere un pezzetto agli uni o agli altri, ma ridare ossigeno a categorie per rimettere in moto i consumi. Siamo con coloro che vogliono scegliere l'avvocato in base alla migliore offerta, senza correre rischi di dequalificazione, poiché le tariffe minime non qualificano né garantiscono qualità e prestazioni.

Non si comprende poi perché, se una farmacia può vendere dalle scarpe ai rossetti, articoli che non hanno certo bisogno dell'aiuto esperto del farmacista, un supermercato non possa vendere prodotti farmaceutici da banco e scegliere di proporre prezzi più competitivi, sempre sotto il controllo di un farmacista, come avviene ovunque in Europa.

Come non essere dalla parte di coloro che vogliono più certezza, più trasparenza, più controlli? Ciò non significa, come ha decretato qualcuno del centro-destra, instaurare uno Stato di polizia, ma attivare meccanismi di trasparenza, attraverso controlli incrociati da parte del fisco, per rendere più difficile la vita agli evasori.

Come non essere d'accordo nel definire una volta per tutte come devono essere i servizi pubblici, dai trasporti alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti? Come ridefinire i servizi, come soddisfare la domanda del cittadino che vuole che gli autobus funzionino, che abbiano tempi più rapidi, che vuole la città più pulita? Tutto questo non si realizza né con i carrozzoni, come le ex municipalizzate, né con le gestioni in house, mai entrate veramente nel mercato, ma che incidono sui bilanci comunali in maniera considerevole. Si può realizzare solo attraverso una seria politica di revisione, dove l'esperienza di molte utilities in questi anni possa dare uno stimolo ed un cambio radicale dei servizi che non costino di più ai cittadini, poiché pagano troppo per avere servizi a volte molto scadenti.

Per questo ci rivolgiamo agli utenti, ai consumatori. Questa manovra serve a dare ossigeno a questo Paese, per concretizzare la promessa di rilancio fatta durante la campagna elettorale. Come ha detto ieri il ministro Bersani, ed io lo condivido appieno, il rilancio avviene passo dopo passo, attraverso piccoli interventi in modo condiviso e partecipato. Per questo condivido appieno il cosiddetto decreto Bersani. (Applausi dai Gruppi Ulivo e IU-Verdi-Com).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ciccanti. Ne ha facoltà.

 

CICCANTI (UDC). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, il ministro Bersani e il suo Governo di sinistra volevano ingannare gli italiani. Volevano contrabbandare un decreto-legge del vice ministro Visco, quel noto ministro delle tasse già conosciuto in Italia, che propone nuove e maggiori tasse, più burocrazia per le imprese e per lo Stato, per la liberalizzazione di attività e servizi pubblici.

Hanno titolato questo decreto-legge «Interventi in materia di entrate». In realtà, questa è una manovra che produrrà, nei soli primi sei mesi del 2006, maggiori entrate per 3 miliardi e 347 milioni di euro sui saldi di finanza pubblica, mentre nel 2007 le maggiori entrate arriveranno addirittura a 5 miliardi e 340 milioni di euro. Questi numeri inoppugnabili sono stati dati dallo stesso Governo nella relazione tecnica della Ragioneria generale dello Stato che accompagna il decreto-legge.

All'Italia serve liberare alcune attività economiche e servizi pubblici, sia nazionali che locali, da lacci e lacciuoli che limitano e condizionano il mercato a danno di utenti e consumatori. Abbiamo bisogno di liberare da monopoli ed oligopoli, piccoli e grandi, le reti dei servizi pubblici operanti nel campo del gas, dell'energia elettrica, delle telecomunicazioni, delle autostrade, dei servizi finanziari, come banche e assicurazioni, ma di questo non si parla.

Siamo dalla parte dei cittadini e dei consumatori, siamo per un'economia sociale e di mercato, siamo della parte dei ceti sociali più deboli, non per farli rimanere deboli, ma perché possano emanciparsi, socialmente ed economicamente, dando loro maggiori e reali opportunità. Il rilancio economico e sociale che titola il cosiddetto decreto Bersani è costituito da finte liberalizzazioni.

A questo proposito, dei presunti interventi a favore dei cittadini, ci piace sottolineare l'inutilità dell'articolo 7 che ripropone la sostanza del comma 390 della legge finanziaria 2006, che prevedeva la gratuità dell'autenticazione della sottoscrizione dell'atto di trasferimento dei veicoli; l'inutilità dell'articolo 12 sulla istituzione dei trasporto privato aggiuntivo o sostitutivo del trasporto pubblico, perché non potrà mai esserci un prezzo di biglietto di un privato autofinanziato, competitivo rispetto al pubblico, sostenuto dai contributi pubblici; l'inutilità dell'articolo 13, che vieta le gare alle società strumentali degli enti pubblici ma le consente alle società pubbliche che gestiscono i servizi, le cosiddette pubbliche utilities. Si tratta di situazioni uguali trattate in modo diseguale, o peggio: vengono colpiti i soggetti più deboli cioè le società più piccole e più competitive del settore dei servizi.

Anche ai consumatori non viene concesso alcunché. L'articolo 2, relativo all'abolizione delle tariffe minime professionali, è un provvedimento inutile, perché tra tutte le professioni, alla fine, si colpisce solo quella degli avvocati, con la probabilità che sia sanzionato dalla Corte costituzionale o dalla Corte di giustizia europea, perché contrario alla normativa europea.

È un errore colpire così genericamente il mondo delle professioni. È stato detto che esso è mondo che vive di forza propria e vive a sostegno dei cittadini consumatori e a difesa di essi, il più delle volte contro uno Stato onnivoro, ingiusto, invasivo. È questo un decreto che li umilia, dando all'opinione pubblica un messaggio sbagliato: che hanno rendita di posizione e sono evasori fiscali.

Sicché, libertà di parcella e obbligo di riscossione del prezzo delle prestazioni mediante assegni non trasferibili o bonifici, ovvero mediante sistemi elettronici. Niente contante. Solo chi esercita arti o professioni diventa un potenziale evasore e va monitorato attraverso le banche, che lucreranno ulteriori vantaggi.

L'articolo 5 tratta della distribuzione dei farmaci. Norma non solo inutile per i consumatori, ma molto utile ai grandi centri commerciali, compresi quelli delle COOP e della Lega delle cooperative.

Già il decreto-legge n. 87 del 2005, convertito con legge n. 141 del 2005, aveva stabilito la liberalizzazione del prezzo dei farmaci senza prescrizione medica. La novità dell'articolo 5 è la possibilità che questi stessi farmaci possano essere venduti ovunque oltre che in farmacia, purché vi sia l'assistenza di un farmacista. Una spesa che possono permettersi solo i grandi centri di distribuzione commerciale, che con i grandi numeri possono abbatterne il relativo costo. È il primo passo per aprire le farmacie anche nei centri commerciali.

Ifarmaci senza prescrizione medica rappresentano il 10 per cento dei medicinali in vendita nelle farmacie; solo chi ha grandi numeri di consumo, può abbatterne i costi. Se si voleva un migliore servizio per il consumatore, si potevano liberalizzare le farmacie, anche in parte, per istituire altri servizi farmaceutici nei porti, autoporti e autostrade e nelle aree depresse. Nel decreto non se ne parla.

L'articolo 8 disciplina l'abolizione dell'esclusiva dei distributori ed agenti di polizze assicurative RCA. Norma inutile e dannosa per i consumatori: le polizze costeranno di più, perché la liberalizzazione non è per il consumatore, ma per l'agente, che, non dovendo dipendere più in modo esclusivo da una compagnia di assicurazione, darà le proprie prestazioni alla compagnia che gli garantirà la più alta provvigione, il cui costo verrà poi scaricato sul cliente e sul costo della polizza RCA. Le polizze RCA si stipulano su Internet, in banca, attraverso qualunque agente finanziario; sarebbe stata una vera liberalizzazione se avesse riguardato il ramo vita e il ramo danni, ma niente di tutto questo.

Peggio ancora è parlare dell'articolo 3, sulle distribuzioni commerciali. Da una parte, si favoriscono le vendite promozionali, l'assortimento merceologico, l'abolizione della distanza minima tra esercizi pubblici, quindi si promuove la concorrenza e il mercato; dall'altra, si demolisce un sistema di piccole attività commerciali, dando libertà di insediamento ai grandi centri commerciali.

Oggi, tale insediamento è condizionato da una programmazione regionale, che coniuga gli interessi socio-economici del territorio con la grande distribuzione. Con l'approvazione di questo decreto, la rete commerciale delle attività commerciali di vicinato, che rappresenta una risorsa nelle periferie delle grandi città, dovrà cedere il passo ai grandi interessi commerciali delle grandi società francesi o tedesche, ovvero della grande catena delle COOP. Più che di centralità del consumatore, è corretto parlare di centralità della grande distribuzione, con buona pace di Bertinotti e della sinistra antagonista.

Non tratterò dell'articolo 6 sui taxi, perché è storia che è stata giudicata da Prodi e da Fassino. Non condividiamo i loro giudizi, ma danno l'idea della convinzione con cui si è agito.

La gravità di queste innovazioni del sistema economico, che pure si attendevano, è il metodo. Il principio della concertazione è stato tradito. Niente incontri, niente informazione, niente confronto. Sulle regole non si discute.

È una novità che mortifica non solo quei lavoratori che sono interessati alla prima parte del decreto, ma soprattutto quei lavoratori autonomi, imprenditori e commercianti, interessati dalla terza parte del decreto, che propone e impone forti prelievi fiscali.

Confartigianato, CNA, Confesercenti, Confcommercio e via discorrendo: tutte le rappresentanze di categoria sono state ignorate. Quel che è grave, è che hanno paura di parlare.

La terza parte è una burocratizzazione e oppressione fiscale, sotto forma di misure preventive contro l'elusione e l'evasione fiscale. Le entrate per il 2006 sono di qualche centinaio di milioni, ma nel 2007 segnano oltre cinque miliardi. La burocrazia è tutta qui: l'obbligo di transazione bancaria per incasso di compensi, di cui ho parlato; l'obbligo degli elenchi di fornitori per l'accertamento IVA; l'obbligo di comunicazione telematica mensile dei corrispettivi giornalieri incassati, senza limiti di soglia minima di affari; l'obbligo di indicazione degli intermediari nelle compravendite immobiliari.

Ma Visco non si ferma qui: oltre all'estensione agli agenti di riscossione della possibilità di effettuare indagini economico-finanziarie, in aggiunta a quelle della Guardia di finanza e dell'Agenzia delle entrate, tornano le manette per omesso versamento IVA.

Guardiamo gli inasprimenti fiscali: più IRES, IRE e IVA per le società non operative; più IVA e imposta di registro per cessioni di fabbricati; più IVA per consumazioni obbligatorie nei locali da ballo; abolizione della tariffa agevolata per terreni edificabili; abolizione degli ammortamenti anticipati per mezzi di lavoro degli agenti commercio; più IVA per autocarri e autovetture; estensione dell'applicazione degli studi di settore anche ad artigiani e commercianti, con contabilità ordinaria; più IRES dall'ammortamento dei marchi; più IRES per le aziende che si fondono per diventare più grandi (un grave pregiudizio per superare il "nanismo" delle aziende italiane, per di più con effetti retroattivi).

 

PRESIDENTE. La prego di concludere, senatore Ciccanti.

 

CICCANTI (UDC). Mi dia un minuto in più, Presidente.

 

PRESIDENTE. Va bene.

 

CICCANTI (UDC). Grazie, Presidente.

Più IRES per i redditi da lavoro dipendente all'estero; più IRPEF per indeducibilità dei tributi in caso di calamità naturali (dopo il danno, la beffa); esclusione della no tax per i non residenti in Italia; no alle agevolazioni IRPEF per i dipendenti che lasciano il posto di lavoro; più IRPEF per stock option che vengono paragonate al reddito di lavoro dipendente; più IRPEF sui cittadini di Campione d'Italia; più IRPEF per plusvalenze derivanti da cessioni di immobili; più IRES per ammortamento di beni immateriali. Totale: 5 miliardi e 326 milioni di euro di maggiori entrate. Se si colpisce il sistema produttivo italiano con probabili effetti depressivi, si colpiscono i consumi intermedi; quindi, si taglia la spesa pubblica senza criteri selettivi.

I tagli riguardano: i dipendenti dello Stato all'estero; le spese ministeriali del 10 per cento (anche sulle spese obbligatorie); la sicurezza e la protezione civile; l'istruzione, gli ammortizzatori sociali, la famiglia, i diritti sociali, l'immigrazione e le politiche per l'orientamento e la formazione; la giustizia e l'amministrazione penitenziaria; la Guardia di finanza (ben 7 milioni di euro), che dovrebbe contrastare l'evasione fiscale; i mezzi operativi dei Vigili del fuoco e della pubblica sicurezza. Si tagliano 680 milioni per il 2006 e 790 milioni per il 2007. Un disastro, perché i tagli non sono selettivi, ma generalizzati.

Questo provvedimento, inutile per le liberalizzazioni, oppressivo nell'azione di contrasto all'evasione fiscale, cieco e dannoso nei tagli generalizzati alla spesa pubblica, non può avere il voto dell'UDC e ci meraviglia che abbia quello degli amici di Bertinotti e Diliberto.

 

PRESIDENTE. Credo che possiamo concludere qui i nostri lavori. Ricordo però ai presenti che sono ancora iscritti a parlare in discussione generale quattordici colleghi.

Rinvio il seguito della discussione del provvedimento in titolo ad altra seduta.

 


Allegato A

 

DISEGNO DI LEGGE

Conversione in legge del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, recante disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale (741)

 

PROPOSTE DI QUESTIONE PREGIUDIZIALE

 

QP1

SACCONI

Respinta (*)

Il Senato,

premesso che:

- il provvedimento in esame contiene numerose disposizioni che si pongono in contrasto con i principi sanciti dalla Carta costituzionale e dalla giurisprudenza costituzionale sotto il profilo della libertà, della dignità e della riservatezza della persona;

- risultano in particolare violati l'articolo 2 relativo ai diritti inviolabili dell'uomo, l'articolo 3 dal quale si può desumere il dovere di ragionevolezza della legge, l'articolo 13 ove si considera inviolabile la libertà personale anche sotto il profilo morale e si richiedono in ogni caso atti motivati dell'autorità giudiziaria per limitarla, l'articolo 23 che dispone come ogni prestazione personale debba essere dovuta in base ad una legge certa e razionale ma non in base alla discrezionalità dell'amministrazione;

- sono in particolare censurabili rispetto agli articoli richiamati le norme in materia di trasmissione dati da parte di operatori finanziari, quelle relative all'obbligo periodico di trasmissione all'Amministrazione finanziaria dell'elenco clienti e fornitori, quelle relative al collegamento telematico tra registratori di cassa e amministrazione finanziaria, ancora quelle in materia di comunicazione all'anagrafe tributaria delle somme liquidate dalle assicurazioni, inclusa la causale del versamento, quelle relative alla possibilità per l'Amministrazione di acquisire informazioni sul contribuente inconsapevole presso soggetti terzi senza possibilità di contraddittorio, quelle relative alla possibilità di monitoraggio dei minuti pagamenti da e per arti e professioni, quelle relative ai trattamenti dei dati da parte dell'Agenzia delle dogane secondo il regime relativo alle finalità di prevenzione, accertamento o repressione di reati;

- si segnala, a proposito di alcune di queste disposizioni, il documento approvato dal collegio del Garante per la protezione dei dati personali e trasmesso al Senato della Repubblica nei giorni scorsi, con il quale l'Autorità indica esplicitamente il contrasto tra queste norme ed i principi di dignità e riservatezza della persona,

delibera che il disegno di legge n. 741 non venga discusso.

 

QP2

STIFFONI, CASTELLI, POLLEDRI, FRANCO PAOLO

Respinta (*)

Il Senato della Repubblica,

premesso che:

il decreto-legge in esame si compone di un numero assai elevato di articoli che affrontano ambiti eterogenei che vanno dalla disciplina delle professioni, a quella del commercio, alla tutela dei consumatori, alla lotta all'evasione fiscale, al contenimento della spesa pubblica, ai poteri dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, ai servizi pubblici locali, alle politiche giovanili, alle politiche per la famiglia;

lo strumento del decreto-legge prescelto per introdurre interventi plurisettoriali appare decisamente in contrasto con l'articolo 77 della Costituzione, che pone a presupposto dell'adozione di decreti-legge "casi straordinari di necessità ed urgenza". Il dettato costituzionale impone che il decreto-legge sia supportato dalla necessità di porre in essere interventi di immediata efficacia, non dilazionabili nel tempo, di carattere omogeneo e conformi al titolo, come ulteriormente precisato dalla legge n. 400 del 1988;

l'atto di urgenza in esame non presenta nessuno dei requisiti sopra indicati: non è omogeneo nei suoi contenuti, come già sopra sottolineato, tanto che risulta difficile individuare un criterio unificante, né si limita a recare interventi di immediata applicazione, se si considera che molte delle disposizioni in esso contenute configurano correzioni destinate a dispiegare i propri effetti non solo nell'anno in corso, ma anche per il 2007 e il 2008; l'ispirazione che supporta il provvedimento va evidentemente oltre la logica che dovrebbe ispirare un decreto-legge, al punto che tra gli obiettivi che il Governo assegna al provvedimento in esame vi sono quelli di promuovere assetti di mercato maggiormente concorrenziali, favorire il rilancio dell'economia e persino la creazione di nuovi posti di lavoro;

alla luce delle considerazioni appena svolte può altresì avanzarsi il dubbio che il decreto-legge in oggetto intenda aggirare, sfruttando il canale preferenziale accordato ai provvedimenti d'urgenza, l'iter legislativamente previsto per le manovre di finanza pubblica che, come è noto, vengono impostate con il DPEF che fissa le linee dei successivi interventi correttivi, sulle quali il Parlamento si esprime mediante atto di indirizzo al Governo; con il ricorso al decreto-legge in esame il Parlamento viene posto invece di fronte ad un atto d'urgenza che può solo avallare o respingere;

alcune delle disposizioni in materia fiscale ed in particolare quelle riguardanti il nuovo regime fiscale di esenzione IVA per tutte le cessioni e locazioni di fabbricati hanno effetti retroattivi contravvenendo perciò al generale principio vigente nel nostro ordinamento di irretroattività delle leggi, di cui all'articolo 11 delle disposizioni sulla legge in generale, ulteriormente specificato, per le disposizioni tributarie, dall'articolo 3 della legge n. 212 del 27 luglio 2000 che reca lo Statuto del contribuente;

seppure il decreto-legge in esame viene, infine, sostenuto e propagandato dalla maggioranza come un provvedimento di liberalizzazione, esso contiene in realtà norme limitative della libertà d'impresa, in particolare per i professionisti ai quali vengono imposti nuovi adempimenti, come quello di aprire un conto corrente ad hoc per ricevere i compensi della propria opera,

delibera di non procedere all'esame del disegno di legge n. 741.

________________

(*) Su tutte le proposte di questione pregiudiziale presentate, comprese quelle in forma orale dai senatori: Pastore; D'Onofrio; Saporito; Alberti Casellati; Baldassarri; Vizzini; Vegas; Stracquadanio; Cantoni; Biondi, è stata effettuata, ai sensi dell'articolo 93, comma 5, del Regolamento, un'unica votazione

 


PROPOSTA DI QUESTIONE SOSPENSIVA

 

QS1

STORACE, MATTEOLI, CURSI, GRAMAZIO, TOTARO

Respinta (*)

Il Senato,

in sede di discussione del disegno di legge AS 741, di conversione del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, recante «Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all’evasione fiscale»,

premesso:

– che l’articolo 5 del decreto-legge reca disposizioni urgenti nel campo della distribuzione di farmaci;

– che il decreto-legge 27 maggio 2005, n. 87, recante disposizioni urgenti per il prezzo dei farmaci non rimborsabili dal Servizio sanitario nazionale, convertito, con modificazioni, nella legge 26 luglio 2005, n. 149, all’articolo 1, comma 3, stabilisce che il prezzo dei medicinali appartenenti alle classi di cui alle lettere c) e c-bis) del comma 10 dell’articolo 8 della legge 24 dicembre 1993. n. 537, come modificato dalla legge 30 dicembre 2004, n. 311, è stabilito dai titolari dell’autorizzazione all’immissione in commercio. Tale prezzo può essere modificato, in aumento, soltanto nel mese di gennaio di ogni anno dispari e, per i farmaci senza obbligo di prescrizione medica (SOP) e per i farmaci di automedicazione, costituisce il prezzo massimo di vendita al pubblico. Variazioni di prezzo in diminuzione sono possibili in qualsiasi momento;

– che il blocco dei prezzi dei farmaci si era reso necessario dopo che nell’ultimo anno erano stati registrati alcuni casi superiori al 200% e differenze di prezzo con gli altri Paesi europei superiori al 40%;

– che la legge 27 dicembre 1997, n. 449, recante «Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica», all’articolo 36 (Disposizioni per la determinazione del prezzo dei farmaci e spese per l’assistenza farmaceutica), al comma 12 stabilisce che: «Il Ministro della Sanità adotta iniziative dirette ad impedire aumenti ingiustificati dei prezzi dei medicinali collocati nella classe C [...]. Gli eventuali aumenti dei prezzi dei medicinali predetti sono ammessi esclusivamente a decorrere dalla comunicazione degli stessi al Ministero della Sanità e al CIPE e con frequenza annuale»;

– che, sulla base di quanto stabilito dal comma 3 dell’articolo 5 del decreto-legge in discussione, concernente la segnalazione n. 300 del 1º giugno 2005 con la quale l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ritiene necessario eliminare i vincoli di prezzo e di sconto, lasciando al farmacista piena libertà di fissazione del prezzo del farmaco, di fatto, dal 1º gennaio 2007 si ritorna al regime di aumento indiscriminato del prezzo dei farmaci,

delibera, ai sensi dell’articolo 93 del Regolamento del Senato, di sospendere la discussione del decreto-legge in oggetto, fino all’emanazione – entro il 1º agosto 2006 – di un provvedimento che regoli la formazione del prezzo dei farmaci.

________________

(*) Su tale proposta e su quella presentata in forma orale dal senatore Malan è stata effettuata, ai sensi dell'articolo 93, commi 5 e 6, del Regolamento, un'unica votazione


Allegato B

 

 

Integrazione all'intervento del senatore Giulio Marini nella discussione generale sul disegno di legge n. 741

 

Alla luce di quanto illustrato fin qui, e per meglio evidenziare lo stato di disagio a cui il personale militare già in servizio di lungo termine all'estero all'atto dell'entrata in vigore del decreto verrebbe esposto nel caso di conversione in legge del provvedimento senza interventi correttivi, ci preme dettagliare accuratamente alcuni aspetti:

1. Le diarie per le missioni all'estero sono definite e differenziate fra i diversi Paesi del mondo (decreto ministeriale 27 agosto 1998), nonché periodicamente rivalutate, in considerazione dell'effettivo costo della vita; pertanto, la loro improvvisa, inaspettata e drastica riduzione non può far altro che ripercuotersi direttamente sul tenore di vita del personale stesso, che già di per sé, assieme al proprio nucleo familiare, è sottoposto alle tante difficoltà comportate dall'ambientamento sociale e professionale tipiche della nuova condizione.

2. Le nuove spese a cui il personale è sottoposto raggiungono normalmente ingenti entità, anche in considerazione delle diverse situazioni ambientali. Dovrebbe apparire superfluo, ma non lo è, ricordare come al sostanziale incremento delle esigenze familiari, vada aggiunto, tra le altre cose, quanto necessario per i collegamenti con la madre patria (spese telefoniche, viaggi aerei, etc. etc.); per la necessaria istruzione della prole, la quale in genere a causa di comprensibili esigenze linguistiche si concretizza in istituti scolastici internazionali, privati e notoriamente costosi; per l'affitto di una casa, che si rivela molto oneroso sia nelle grandi città dei Paesi europei dove è alto il costo della vita, sia nei piccoli centri dove la scarsa disponibilità di sistemazione comporta una speculazione locale fatalmente correlata alle nuove richieste abitative del personale straniero.

3. Gli impegni di carattere economico-legale assunti dal personale già in servizio

all'estero (contratti di natura privata di vario genere, tipo locazioni e quant'altro), stipulati non da qualche ente dell'amministrazione nazionale bensì direttamente dal singolo dipendente - normalmente per tutta la durata del mandato previsto, cioè in genere 3 anni - non sono rescindibili unilateralmente tranne nel caso di rientro in patria dell'interessato, e naturalmente sono stati a suo tempo assunti in base ai costi di mercato e alla luce delle previste disponibilità economiche.

4. In termini generali, poi, non si può non osservare che questi provvedimenti restrittivi sono iniqui: essi sono stati assunti in forma non graduale, hanno sostanzialmente valenza retroattiva (in riferimento alle citate situazioni pregresse al momento dell'entrata in vigore del decreto) e sono indiscriminati, dato che il provvedimento, non progressivo, non colpisce in pari misura tutte le fasce gerarchiche delle Forze Armate.

5. E' inoltre evidente che i danni causati al personale militare dal provvedimento apportano un risparmio certamente molto esiguo e perfino irrisorio se raffrontato alle necessità del bilancio. Fra le altre cose, i proclamati indirizzi della manovra finanziaria, volta a colpire evasori fiscali ingiustamente arricchiti, fra i quali non sembrano ragionevolmente rientrare i militari, appaiono in verità alquanto disattesi. Considerando poi il tradizionale e avvilente trattamento dei pari grado delle Forze Armate straniere, salta agli occhi come questo provvedimento riesca perfino a peggiorare una situazione di per sé già precaria.

Le conseguenze immediate di tali disposizioni potrebbero sfociare in generalizzate richieste di rientro in patria da parte del personale già all'estero, e soprattutto, nel medio termine, in situazioni di seria difficoltà per il reperimento del personale necessario per alimentare gli avvicendamenti. Senza contare, inoltre, quanto tali decurtazioni vadano a penalizzare concretamente un settore vitale per le Forze Armate: mi riferisco al settore della formazione e dell'addestramento del personale.

Appare pertanto estremamente auspicabile che, in sede di conversione in legge del provvedimento, venga opportunamente stralciato il testo dell'articolo 28.

 

Sen. Giulio Marini

 

 


Testo integrale dell'intervento del senatore Carrara nella discussione generale sul disegno di legge n. 741

 

Cari colleghi,

senza addentrarmi in un'analisi specifica per quanto riguarda le norme e gli effetti del decreto-legge n. 223 del 2006, più comunemente definito «decreto Bersani", peraltro in continua evoluzione con circa mille emendamenti, di cui addirittura 550 presentati da parlamentari della maggioranza, voglio soffermarmi su alcuni passaggi che mi sembrano significativi per stigmatizzare l'atteggiamento assunto dal Governo Prodi.

Soffermiamoci per ora ad elencare i principali effetti fiscali della prima stesura del decreto, comunque immediatamente operativo:

- regime di esenzione IVA per tutte le vendite immobiliari e per le locazioni, sia di beni strumentali che di beni abitativi: conseguente indetraibilità di tutta l'IVA sugli acquisti ed assoggettamento a tassa di registro (aggravio costi 10 per cento). Unica eccezione: vendite effettuate dall'impresa costruttrice entro quattro anni.

- Restituzione dell'IVA recuperata per l'acquisto di immobili strumentali: retroattività.

- Innalzamento dal 4 per cento al 6 per cento della soglia dei ricavi minimi per determinare le cosiddette società di comodo: il 6 per cento è un rendimento superiore ai livelli di mercato per quanto riguarda gli affitti, quindi presumibilmente la maggior parte delle società immobiliari di gestione ricadrà nella normativa delle società di comodo, con pesanti limitazioni per quanto riguarda la recuperabilità di eventuali crediti IVA.

- Inasprimento di procedure di controllo e di invio dei dati al fisco: regime di polizia tributaria.

C'è quanto basta per definire il governo Prodi : governo del terrore fiscale e non bastano sicuramente a mitigarne l'effetto i numerosi emendamenti dell'ultima ora, che anzi aumentano la confusione ed i sospetti.

In primo luogo mi domando in quale Paese civile un Governo emana un decreto-legge che introduce nuove norme fiscali con effetti immediati e talmente penalizzanti per alcuni settori economici, quali ad esempio le società immobiliari e le società di leasing, tali da provocare un crollo in borsa dei relativi titoli ed il blocco completo dell'attività delle società operanti nel leasing immobiliare, e dopo soli nove giorni apporta una serie di emendamenti per mitigarne gli effetti (che comunque restano pesanti), ma non la sostanza.

La sostanza è che questo Governo ha voluto introdurre il metodo del terrore fiscale: caro cittadino, ti chiedo 100 euro di tasse in più, poi ti dico che mi sono sbagliato e mi accontento di 20; introduco il concetto della retroattività fiscale, che può voler dire annullo i benefici acquisiti grazie al precedente governo Berlusconi e poi lo accantono (verrà buono per la prossima volta), introduco un sistema di controllo che potremmo definire di polizia tributaria, dove tutti i cittadini finiscono sotto la lente come presunti evasori.

Questo atteggiamento vessatorio nei confronti del cittadino è esattamente il contrario di quanto aveva perseguito il governo Berlusconi, che attraverso una diminuzione del carico fiscale cercava di recuperare un positivo rapporto con il cittadino.

Di fronte a situazioni tanto gravi faccio un appello a tutti i parlamentari del centro-destra affinché venga fatta una campagna di mobilitazione di piazza e la difesa degli interessi del cittadino non venga lasciata alle singole categorie di settore, con il rischio che venga salvaguardato solo il singolo interesse corporativo.

Sarebbe una sconfitta per tutti noi, professionisti della politica.

E che dire poi dell'assurdità di detto decreto in ordine alla questione relativa alle libere professioni, e, in questa sede, mi soffermo, in particolare, ad esaminare quella degli avvocati.

L'avvocatura italiana da tempo sollecita, richiede e svolge una funzione propositiva finalizzata alla riforma generale della legge professionale forense, riforma ormai improrogabile. Il decreto Bersani va a colpire con criteri assolutamente privi di organicità solo alcune questioni inerenti l'avvocatura con l'unica conseguenza di aggravare ulteriormente una situazione nazionale già particolarmente delicata.

II precedente governo Berlusconi ha dimostrato come concretizzare, con una pluralità di riforme e di testi unici, l'esigenza oggi imprescindibile di dare corpo ad una visione organica ed unitaria delle leggi e delle norme che regolamentano i vari settori della nostra società civile. Questo decreto mira ad ottenere il risultato diametralmente opposto e cioè una serie di interventi spot privi di logica, di organicità e dalle devastanti conseguenze derivanti proprio dalla mancanza di organicità e di un attento esame degli effetti derivanti da detti interventi.

Non si può, poi, non evidenziare alcune incongruità del Decreto Bersani, e in particolare:

1) II fatto che il ricorso ad un decreto-legge, per sua natura giuridica, trova fondamento nella urgenza, che per la maggior parte delle questioni affrontate nel decreto stesso certamente non sussiste. L'assenza di una specifica urgenza determina l'incostituzionalità del decreto, come ricordato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 29 del 1995, ove ha espressamente previsto che "l'urgenza di provvedere tramite l'utilizzazione di uno strumento eccezionale, quale il decreto legge, costituisce un requisito di validità costituzionale dell'adozione del predetto atto ".

2) In materia di concorrenza va poi ricordato che il Parlamento europeo, in data 23 giugno 2006, ha approvato una risoluzione con la quale ha invitato la Commissione a "non applicare le norme sulla concorrenza dell'Unione Europea in materie (...) quali l'accesso alla giustizia, che include questioni quali le tabelle degli onorari che i Tribunali applicano per pagare gli onorari agli avvocati". Non solo: la Corte di giustizia europea, con sentenza del 19 febbraio 2002 (causa C-309\99), ha ammesso deroghe ai princìpi generali del diritto comunitario quando ciò è reso necessario "al buon esercizio della professione di avvocato così come organizzata nello stato membro interessato ".

3) L'abolizione del minimo tariffario non fornisce, altresì, al cittadino maggiori garanzie e possibilità né di ricevere una tutela meno costosa, né di averla ad una qualità migliore, ma solo di poter pagare in modo contenuto attività professionali particolarmente scadenti e giustificate proprio dalla esiguità del compenso. Assurdo è poi abolire il minimo tariffario senza riformare le norme regolatrici il patrocinio a spese dello Stato e la liquidazione delle spese in giudizio.

4) L'abolizione del patto di quota lite, lungi dal tutelare il cittadino, gli dà invece il colpo di grazia, offrendo la possibilità ai professionisti con meno scrupoli di taglieggiarlo a piacimento prospettando difficoltà degli instaurandi giudizi al solo fine di richiedere quote - lite estremamente gravose. Inoltre, trasformando l'attività professionale in uno sforzo di ricerca del risultato ad ogni costo, si snatura completamente l'attività professionale trasformandola da una "obbligazione di mezzi" in una "obbligazione di risultati", e ciò in contrasto con ogni logica professionale, come ribadito dalla stessa Corte di giustizia europea, che ha riconosciuto come l'indipendenza e l'assenza di conflitti di interesse (che sussisterebbero in caso di quota lite) siano valori fondamentali della professione legale e rappresentino considerazioni di pubblico interesse.

5) La liberalizzazione selvaggia della pubblicità porta, poi, al paradosso che per tutelare il consumatore si consente ai professionisti di gravarsi di costi che inevitabilmente verranno scaricati sul medesimo soggetto che la norma vuole tutelare. Non solo: lo strumento pubblicitario persegue con modalità autoelogiative l'intento di accaparramento della clientela, accaparramento vietato dal codice deontologico ma apparentemente non abrogato dal decreto Bersani.

6) II divieto di incassare parcelle in contanti non sembra, certamente, idoneo al fine, sicuramente più che condivisibile, di combattere l'evasione e, contemporaneamente, non tiene conto della specificità della clientela di molti avvocati, in particolar modo extracomunitari, che a volte non possono neanche avere conti correnti e hanno comunque diritto di essere difesi in caso di giudizi penali in cui venissero coinvolti.

7) Da più parti e da anni giungono, ancora, lamentazioni in ordine ai ritardi della giustizia, ritardi imputabili sicuramente in una misura superiore al 60 per cento nella cronica insufficienza dei magistrati. L'aumento dei magistrati non è mai stato preso in considerazione, in quanto i costi degli stessi colliderebbero con le esigenze di taglio delle spese. Ciò nonostante, non può non apparire assurdo il previsto drastico taglio agli stanziamenti per la giustizia. Non solo: l'abrogazione delle risorse finanziarie sembrerebbe abbia a colpire anche il patrocinio a spese dello Stato con la conseguenza che i cittadini verranno privati di tale forma di garanzia e tutela.

8) II grave colpo che il decreto Bersani infligge al codice deontologico forense collide, infine, usando le parole della Corte costituzionale (sentenza n. 171 del 1996) con "l'impegno e lo scrupolo deontologico con cui avvocati e procuratori assolvono quotidianamente una funzione insostituibile per il corretto svolgimento della dinamica processuale - contribuendo alla crescita culturale e civile del Paese e soprattutto alla difesa delle libertà".

Il decreto Bersani rappresenta quindi una manifestazione di totale assenza di democraticità anziché di un doveroso confronto con gli avvocati, naturali interlocutori su temi quali il buon funzionamento della giustizia e la revisione della legge professionale.

Grazie, Presidente.

Sen. Carrara

 


SENATO DELLA REPUBBLICA

¾¾¾¾¾¾¾¾¾ XIV LEGISLATURA ¾¾¾¾¾¾¾¾¾

 

24a SEDUTA

PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO

MARTEDÌ 25 LUGLIO 2006

 

Presidenza del vice presidente CALDEROLI,
indi del vice presidente CAPRILI,
del presidente MARINI,
del vice presidente BACCINI
e del vice presidente ANGIUS

 

 

 

Seguito della discussione del disegno di legge:

(741) Conversione in legge del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, recante disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale (ore 9,09)

 

Discussione e approvazione della questione di fiducia

Approvazione, con modificazioni, con il seguente titolo: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, recante disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale

 

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge n. 741.

Ricordo che nella seduta di ieri i relatori hanno integrato le relazioni scritte, sono state respinte una questione pregiudiziale e una questione sospensiva, ed ha avuto inizio la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Cutrufo. Ne ha facoltà.

 

CUTRUFO (DC-Ind-MA). Signor Presidente, gentili colleghi, a poche settimane dalla pubblicazione del decreto in questione rimane confermata e ribadita, dalle aspre critiche raccolte, la fretta nell'emanare questo provvedimento e, di conseguenza, il mancato approfondimento delle varie implicazioni ed effetti da esso prodotti. Tutto ciò sta ora costringendo il Governo a presentare un maxiemendamento, a controprova di quello che stiamo sostenendo.

La strada da percorrere era diversa e - come in più occasioni ormai sottolineato - sicuramente era necessario procedere alla consultazione delle categorie economiche e contabili interessate da questo decreto omnibus.

Nel decreto non mancano un'enorme quantità di interventi d'urgenza la cui fretta non appare in alcun modo giustificabile, e che hanno avuto come unico effetto soltanto quello di scatenare le proteste di molte categorie di liberi professionisti (farmacisti, tassisti, piccoli azionisti immobiliari e altri). Tutto ciò, naturalmente, senza prescindere dal fatto che un intervento del genere effettuato per decreto-legge crea tutt'ora solo molte perplessità sotto il profilo della sua costituzionalità, senza avere, d'altro canto, introdotto misure realmente efficaci per la ripresa economica, tanto più che alcune norme non sono di immediata applicazione.

Non è poi in alcun modo possibile tacere sul fatto che certe sue disposizioni, quanto meno paradossali, sono in grado di produrre, di fatto e di diritto, significativi effetti retroattivi, in spregio ai principi della certezza del diritto e del legittimo affidamento, sanciti tanto dalla nostra Carta costituzionale quanto dallo Statuto dei diritti del contribuente, che costituisce la summa dei principi generali del diritto tributario vigenti nel nostro Paese.

Con tali disposizioni si sono solamente gravate le imprese immobiliari di rilevanti costi, a loro tempo non preventivati e non suscettibili di recupero, anche nei confronti dei terzi, se non mediante l'aumento dei canoni di locazione o del prezzo degli immobili attualmente posti in vendita, con conseguente lievitazione del costo delle abitazioni.

Questa stretta fiscale, che doveva avere l'obiettivo di introdurre alcuni paletti anti-elusione, ha finito, invece, solo con il penalizzare le società immobiliari, provocando, per quelle quotate alla Borsa di Milano, un calo del valore dei titoli e perdite per centinaia di milioni di euro, colpendo non solo le grandi società del settore, ma anche le migliaia di piccoli azionisti, con il concreto rischio che gli effetti potessero divenire devastanti per il settore.

Gli effetti prodotti da questo provvedimento, pur vigente da un breve periodo, sono risultati, così, gravissimi. Moltissime sono le critiche mosse all'attuale Governo da ogni fronte sociale, professionale e politico. Possiamo porre l'accento, a titolo d'esempio, sugli eccessivi adempimenti fiscali imposti, che comportano solamente un aggravio dei costi a carico dei contribuenti.

Ancora, il decreto-legge n. 223 ha determinato la giusta reazione dei professionisti perché, senza alcuna giustificazione di necessità ed urgenza, ha sconvolto le regole del loro lavoro autonomo, non solo dal punto di vista organizzativo, ma anche dal punto di vista fiscale, con una manovra ingiustificata e incoerente. Infatti, non solo non è riuscito a scalfire le corporazioni di settore, ma, partito come don Chisciotte, lancia in resta contro i tassisti, per esempio, il Governo è uscito con la lancia miseramente spezzata. Si è scagliato contro i farmacisti, gli avvocati, gli ingegneri, gli architetti e in genere contro tutti i professionisti.

Come non sottolineare, poi, l'assurda previsione che i compensi in denaro per l'esercizio di arti e professioni siano riscossi esclusivamente con assegni non trasferibili o bonifici bancari o postali per tutti gli importi superiori a 100 euro (circostanza che costringe, il cittadino a ricorrere all'apertura di conti presso istituti bancari o postali, con conseguente arricchimento solo di questi ultimi)? Altro che risparmi per i cittadini; di nuovo soldi alle grandi lobby e ai grandi poteri! Inoltre la stessa disposizione mal si raccorda con la disciplina contro il riciclaggio, che fissa tale limite in 12.500 euro, nonché alla più recente direttiva 2005/60/CE, che ha provveduto ad elevare tale soglia a 15.000 euro.

Sarebbe poi quasi da sorridere, se non fosse così drammatica, la previsione dell'obbligo introdotto dall'articolo 37, comma 4, di comunicazione all'anagrafe tributaria di movimenti di denaro al di sopra di 1.500 euro. In tal modo si è consentito di prevedere forme di controllo da Stato di polizia fiscale, creando enormi banche dati prive di qualsiasi forma di tutela, le quali possono contenere informazioni anche sul singolo cittadino consumatore, sul piccolo negoziante, sullo studente o pensionato. Matrix è sempre più vicino, a quanto pare. Non sarà più possibile prelevare neanche il proprio stipendio senza creare la condizione di fornire una ipotetica notitia criminis - e noi sappiamo bene la strumentalità dell'affermazione che sto facendo sotto la mia responsabilità - al procuratore dello Repubblica di turno. Tutto ciò senza neanche valutare il violento impatto che simili disposizioni possono produrre nei confronti dell'intero apparato burocratico, che si vedrà sovraccaricato da un'enorme mole di incombenze e informazioni difficili da gestire.

Come non considerare, poi, la reazione dei cittadini di fronte ad uno Stato sempre più invadente della sua sfera personale, sempre più distante ed autoritativo, visto come un nemico da eludere ed evadere, anche al fine di tutelare semplicemente la propria privacy? Ma questi sono solo alcuni esempi, Presidente, di un agire affrettato e poco coerente.

Viene naturale, a questo punto, chiedersi a tutela di chi o di che cosa siano rivolte tutte queste norme. Non di certo al recupero della competitività o allo sviluppo dell'economia poiché, come sempre, gli interventi della sinistra finiscono con il far prevalere gli interessi della grande industria, dei grandi intermediatori finanziari, insomma di quei grandi elettori a cui si appoggia, rispetto ai singoli cittadini o alle categorie dei professionisti. I pochi spazi residui, lasciati per iniziative di stampo veramente liberale, vengono invece sistematicamente boicottati dall'estrema sinistra.

Molti dei princìpi contenuti in questo atto rimangono alquanto vaghi, e ciò spinge ad un'interpretazione che, anziché favorire ed incentivare la competitività e la concorrenza, avvantaggia solo alcuni settori, sfavorendo il pluralismo e rompendo l'equilibrio tra le diverse tipologie di vendita, a discapito soprattutto del ruolo delle piccole e medie imprese.

Si è così passati dal voler incidere sulle rendite finanziarie di un certo livello a colpire tassisti, farmacisti, avvocati e tutti i cittadini comuni sotto la bandiera di una spregiudicata e quanto mai mal congegnata liberalizzazione di alcuni settori trainanti della nostra economia.

C'è modo e modo di liberalizzare, soprattutto da parte di una maggioranza che ha fatto della concertazione il suo vessillo elettorale. Sicuramente le liberalizzazioni sono utili ed oramai quasi inevitabili in un mercato come quello moderno, ma ciò non significa trasformare qualsiasi aspetto della vita e di ogni professione in una forma di mercato globale o privarle di qualsiasi regola. La stessa Corte di giustizia nel 2002 ha escluso la possibilità di introdurre la concorrenza di mercato in un settore come quello avvocatizio, caratterizzato dall'alta professionalità e dall'importanza del ruolo ricoperto. Non è infatti possibile, per alcune di queste professioni, lasciare tutto alla contrattazione senza minare la qualità del servizio prestato.

Da sempre la necessità di un tariffario, anche solo tendenzialmente inderogabile tra un minimo e un massimo, è stata difesa dai professionisti soprattutto perché, da un lato, consente che questi si facciano concorrenza tra di loro sulle tariffe e, principalmente, sulla qualità del servizio reso; dall'altro, prevedere soglie minime di pagamento consente di tutelare la dignità della professione svolta, senza che con ciò il cliente venga vessato da costi troppo onerosi.

Questo provvedimento omnibus, espressione significativa dell'attuale maggioranza di Governo, secondo noi del Gruppo Democrazia Cristiana-Indipendenti-Movimento per l'Autonomia affronta il problema delle professioni, della competitività e della tutela degli interessi dei consumatori in modo parziale, omologante e poco efficace.

Le misure introdotte poco scalfiscono le grandi lobbies del settore e vanno ad incidere esclusivamente sui giovani professionisti che si affacciano nel mondo del lavoro.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Buccico. Ne ha facoltà.

 

BUCCICO (AN). Signor Presidente, colleghi senatori, le norme che vengono introdotte con il cosiddetto decreto Bersani costituiscono un attacco e uno svilimento delle libere professioni; sintomaticamente è stato scelto il ceto forense, che è considerato il ventre molle delle libere professioni perché, nei confronti degli avvocati si addensano e si aggrumano ormai da secoli antichi pregiudizi. È stato facile per il Governo attaccare le libere professioni ed in particolare gli avvocati, ma gli avvocati sanno e sapranno difendersi, e sanno distinguere fra chi vuol difendere la loro libertà e la libertà dei cittadini, la loro indipendenza e l'indipendenza dei cittadini.

Risibile è stato il tentativo di alcuni colleghi del Gruppo della Margherita di far ottenere a tutti gli ordini forensi un effimero, transitorio, inutile successo nella Commissione giustizia, laddove, a pochi giorni di distanza, vi è stato il fuggi fuggi nella Commissione bilancio, quando si è cercato, con il nostro contributo fattivo, di migliorare comunque un testo di legge punitivo nei confronti di ceti tradizionalmente insediati a difesa e a presidio della libertà nel nostro Paese. Soltanto chi ha studiato Adam Smith sulle dispense di scuola serale in carattere cirillico poteva pensare di liberalizzare un ceto come quello degli avvocati, che ormai assomma a 180.000 professionisti ed è altamente liberalizzato e intriso di libertà e di concorrenza.

Invece di intervenire sulle tariffe minime e far cadere il patto di quota lite, che era addirittura vietato come reato, a tutela dell'indipendenza dell'avvocato, che non poteva condividere la sorte del cliente, occorreva intervenire sulla formazione obbligatoria e sulla qualità. Si è cercata invece la strada più semplice; non si è cercato il dialogo con la classe forense, che anzi è stato evitato, e in questa maniera si stanno svilendo, svalutando, snaturando le caratteristiche identitarie non soltanto degli avvocati, ma di tutti i professionisti italiani.

Ma è di più, colleghi senatori: con questo sistema non si consegue neppure quella che è la finalità confessata dal decreto Bersani, cioè l'effettiva facoltà di scelta e di comparazione di quelli che vengono eufemisticamente chiamati «consumatori», ma che noi vogliamo chiamare cittadini, al pari di tutti gli altri soggetti del nostro Paese. L'Europa viaggia in una direzione opposta a quella intrapresa oggi dal decreto Bersani, come dimostra - è stato già ricordato da altri - quello che è scritto nella risoluzione del Parlamento europeo del 23 marzo 2006 sulle professioni legali.

Abbiamo scelto la strada della mercificazione più superficiale, sull'onda mimetica di Paesi che non hanno a cuore la tradizione della cultura del diritto del cittadino, che è la finalità attraverso cui si esercitano la professione legale e tutte le altre, soprattutto quelle riservate.

Desidero dire al Governo ed ai colleghi della maggioranza che gli effetti che si determineranno da questa mercificazione senza limiti saranno deleteri non tanto per gli avvocati quanto per i cittadini, anzi soprattutto per i cittadini, nel momento in cui le tariffe minime vengono approvate e viene introdotto il patto di quota lite, che significa assunzione di corresponsabilità della causa da parte dell'avvocato, che diventa titolare della causa, che non difende esclusivamente gli interessi del cliente, ma soprattutto i propri, nel momento in cui diventa socio del cliente.

Con il patto di quota lite si determinerà inevitabilmente una corsa verso il basso e, mancando in molti il senso etico della responsabilità, questa corsa verso il basso farà crescere la litigiosità, il Governo otterrà l'effetto contrario e non si tuteleranno i diritti dei cittadini.

Voglio ricordare un principio santo nelle democrazie liberali. Quando è in gioco il diritto di difesa, esso può essere soddisfatto soltanto dall'effettività dell'esercizio di tutela di tale diritto. Ma quando a parametro comparativo si adotta esclusivamente o anche solo prevalentemente il prezzo della prestazione, il diritto di difesa non può essere né garantito né soddisfatto. Quando in un Paese civile e democratico, ispirato alla tradizione della tripartizione dei poteri il diritto di difesa viene così svilito ed emarginato, colleghi senatori, è il fondamento stesso della democrazia e della libertà che viene conculcato e accantonato.

In tal modo, non riusciremo a soddisfare in maniera effettiva e seria il diritto dei cittadini. Quando dico «noi», intendo i professionisti italiani, che sono un ceto grande e libero, costituito da 2 milioni di persone. Certamente, anche i professionisti italiani hanno le loro responsabilità, perché nel sistema ordinistico forse non sono riusciti a sintonizzarsi con i tempi. Ma qui le responsabilità si rincorrono. Se gli avvocati non riescono a darsi uno statuto normativo dal 1933, i Governi succedutisi dal 1945 ad oggi dovranno pur avere qualche responsabilità.

Intravedo questo come il pericolo maggiore di tale operazione: è soltanto l'inizio dell'erosione, ma non solo dei diritti dei liberi professionisti, perché i liberi professionisti sapranno tutelarsi e difendersi.

Voglio dirlo con molta chiarezza, e lo ha accennato ieri anche il senatore Biondi: noi manterremo i nostri codici deontologici. Quella norma assurda e ridicola secondo cui, con questo decreto-legge, si cancellano i codici deontologici noi non la osserveremo, perché i codici deontologici sono l'abito morale delle libere professioni, provengono dalla nostra indipendenza e sono il fondamento delle nostra libertà! (Applausi dai Gruppi AN e FI). Lo ha ricordato la Corte costituzionale - insediatasi nel nostro Paese nel 1955, con un ritardo storico di molti anni - in una celebre sentenza del 1956, e lo hanno ricordato, ancora recentemente, le Sezioni unite. Fonderemo associazioni in cui si sosterrà apertamente che ci atterremo alle tariffe e che non andremo sotto il minimo tariffario, perché soltanto tale soglia minima può garantire la qualità della prestazione professionale.

Badate, l'essenzialità e l'esigenza delle tariffe sono riconosciute anche dal Governo, nel momento in cui si sostiene, ad esempio, che per gli arbitrati occorre far riferimento alle tariffe, nel momento in cui, con l'emendamento del Governo e della maggioranza - votato anche da noi in Commissione - si stabilisce che per gli appalti bisogna attenersi alle tariffe, e, ancora, nel momento in cui si dice che, in giudizio, occorre far riferimento alle tariffe. Le tariffe costituiscono un orientamento e un parametro. Se non manteniamo il limite minimo di garanzia di effettività della prestazione, entreremo nella giungla per la tutela dei diritti. Forse è questo che si vuole, perché l'obiettivo politico non è la semplice scalfittura dei diritti di taluni professionisti proveniente dal decreto-legge Bersani.

L'obiettivo politico è un altro: la rivisitazione degli ordini professionali. E poiché dietro Bersani vi è l'ombra di Banquo, cioè l'ombra di Visco, non dimenticatelo, colleghi senatori, perché c'è già stato un tentativo di rapina negli anni passati, l'obiettivo sono le casse professionali, che sono il frutto dei vostri sacrifici e di tutti i professionisti italiani.

In questo modo, si vuole trasformare e snaturare la collocazione dei ceti sociali. Oggi si sostituiscono i professionisti legali con i CAAF dei sindacati, perché questa è la verità: i servizi legali affidati ai CAAF dei sindacati. Domani cercheranno di marginalizzare dei ceti professionali con una loro diversa collocazione sociale nel nostro Paese. Queste che riaffiorano, purtroppo, soprattutto nella sinistra, sono le vecchie diffidenze marxiane e antiborghesi, cui si affianca il servilismo degli amici della Margherita che si attestano sulle medesime posizioni.

Ebbene, di fronte a questo attacco frontale nei confronti del mondo della libertà e dell'indipendenza, cioè del mondo dei professionisti, penso che sia giusto, utile e necessario che i professionisti oppongano, questa volta positivamente, una strenua resistenza; certo, ossequiosi della legge, perché noi lo siamo sempre, ma riportando nell'effettività delle prestazioni qualità, competenza, professionalità, autonomia e indipendenza.

Guardate, la libertà e l'indipendenza sono caratteristiche ereditarie e non possono essere sottratte agli uomini, ai cittadini. Le difenderemo votando contro il cosiddetto decreto Bersani e mobilitando il Paese contro questo tentativo liberticida, contro il tentativo di uccidere, insieme alle libertà dei professionisti italiani, le libertà dei cittadini italiani. (Applausi dai Gruppi AN e FI. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Nardini. Ne ha facoltà.

 

NARDINI (RC-SE). Signor Presidente, il decreto-legge n. 223 che in questa giornata sarà convertito in legge ci ha dato, innanzitutto, la possibilità di avviare un confronto all'interno della maggioranza, sia in Commissione che in Aula, e con l'opposizione. Infatti, in Commissione bilancio abbiamo svolto un lavoro di ascolto e di ricerca delle possibili modifiche da apportare al provvedimento, considerando anche le proposte provenienti dall'opposizione. Una per tutte, quella legata al regime fiscale dell'IVA nel settoreimmobiliare.

Questo però non ha mutato il cardine su cui è imperniato il provvedimento: contribuire, cioè, all'abbattimento del debito dello Stato attraverso le entrate, non contando solo sulla razionalizzazione della spesa pubblica, né sui tagli alla spesa sociale, tant'è che quest'ultima viene aumentata e vengono stanziati fondi per il servizio sociale, quindi per il servizio civile e per il FUS (Fondo unico per lo spettacolo).

So bene che stiamo parlando di gocce in un deserto; quel deserto che avete lasciato voi dell'opposizione. Ricordate, per tutti, i tagli del ministro Urbani al FUS; forse la cultura non vi interessava? Quelle gocce, però, rappresentano il segno di un'inversione di tendenza, di un capovolgimento del modo di pensare che durante gli anni di governo di centro-destra ha visto penalizzare, in misura crescente, le fasce più deboli.

Oggi si parla molto delle categorie di professionisti, degli avvocati e dei farmacisti, che verranno penalizzate da questo decreto-legge. Personalmente mi aspetto che tali categorie comprendano - perché possiedono gli strumenti per farlo - la valenza generale del provvedimento e che, di conseguenza, si facciano oggi protagonisti del cambiamento contribuendo anch'essi, come sempre hanno fatto i lavoratori, all'interesse generale. È il tempo in cui al bene comune, allo Stato, non può più pensare solo il mondo del lavoro, cui sono stati inflitti i pesi di un'economia che ha avvantaggiato solo alcuni, schiacciando letteralmente molti.

Oggi quel mondo, quel soggetto, non ce la fa più; è stato spremuto come un limone e non ha più gocce da dare. Per questo motivo, allargare ad altri soggetti la platea per il risanamento, per la ripresa e per l'equità sociale è un passaggio ineludibile, come inevitabile è la lotta all'elusione e all'evasione, se vogliamo che il nostro Paese svolga in Europa un ruolo forte e contrasti misure che talvolta danneggiano la nostra economia.

Naturalmente l'approccio di Rifondazione Comunista a tali liberalizzazioni è stato, come sempre, aperto e critico. L'abbiamo immaginato come una possibilità di accesso soprattutto per i giovani.

È la prima volta che ci troviamo di fronte a liberalizzazioni che non privatizzano. Importante è stato anche il conflitto. Il Governo non è stato sconfitto. Il conflitto è una pratica che si è verificata tra alcune categorie e il Governo stesso, con i sindacati. Ma il conflitto, come vi ho detto, è vitale. Per noi è sempre stato così. Non sapremmo pensare e vivere la politica senza il conflitto. Per questo è anche cresciuta la forza del Governo, perché ha dovuto rapportarsi ad alcune categorie che talvolta si sono chiuse corporativamente. Ma poi abbiamo trovato la strada.

Ma è segno di capacità di Governo saper navigare in mare aperto e riuscire, nei momenti difficili, a mantenere il timone. Vengono introdotte in questo decreto delle buone novità per il settore agroalimentare. Sottolineo l'articolo 9, relativo alle misure per il sistema informativo sui prezzi dei prodotti agroalimentari. È un passo verso la tracciabilità dei prezzi che, specie per i prodotti, dove è più forte il peso della grande distribuzione organizzata, ha determinato una vera e propria forbice a danno degli agricoltori nonché dei consumatori che spesso hanno dovuto sopportare gli effetti di forti e ingiustificati aumenti.

Ancora, per rimanere - e concludo - nel settore agroalimentare, si è proceduto all'abrogazione della legge 31 luglio 1956, n. 1002, che regolamentava i panifici. Sono infatti mutati i consumi, sia in rapporto ai mutati processi produttivi e ad innovazioni tecnologiche, sia rispetto alle crisi di ricambio generazionale delle piccole imprese. Quindi, si è provveduto con l'aiuto delle categorie ad una liberalizzazione che ha badato non soltanto ai criteri della quantità, ma della qualità del prodotto e alla sicurezza igienico-sanitaria.

È tutto fatto? No. Siamo del tutto soddisfatti? No di certo.

 

PRESIDENTE. Senatrice, deve concludere, per cortesia.

 

NARDINI (RC-SE). Che cosa vogliamo sottolineare (questo per rispondere ed interloquire in qualche modo con il collega che ha parlato precedentemente)? Non sentiamo di aver penalizzato con questo certe categorie. Chiamiamo in causa alcune professioni, invece, a che contribuiscano insieme ad altre al risanamento del Paese. Questo è il concetto di fondo. (Applausi dal Gruppo RC-SE).

 

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, i tempi per la discussione del provvedimento al nostro esame sono stati contingentati. Ciascun Gruppo assegna a ciascun senatore un determinato numero di minuti, che non è identico per l'uno o per l'altro. È antipatico togliere la parola, però è evidente che tutti gli sforamenti vanno a determinare la riduzione dei tempi degli altri e, potenzialmente, a fine mattinata si verificherà che chi pensava di intervenire non potrà più farlo, non avendone più il tempo.

Quindi, ricorderò ai colleghi anche il tempo, eventualmente.

È iscritto a parlare il senatore Augello. Ne ha facoltà, per otto minuti.

 

AUGELLO (AN). Signor Presidente, colleghi senatori, otto minuti sono davvero pochi per dare conto delle molte novità, addirittura delle molte primizie contenute in questo decreto. Mi soffermerò quindi solo sugli aspetti che possiamo considerare, se non altro, più suggestivi o più paradossali di questa norma.

Cominciamo da quelli che non hanno precedenti. Questa norma si iscrive, per gli effetti che ha provocato - ne hanno già parlato prima di me altri colleghi e meglio di altri, credo, il collega Azzollini - tra le norme che a buon diritto compaiono nel tariffario delle calamità naturali: un miliardo e 400 milioni sono i danni arrecati al settore immobiliare, sul mercato azionario e 7,5 è il segno negativo comparso sull'indice di settore per un errore che francamente non ha precedenti nella storia dei decreti di un Governo, perché è stata sbagliata non soltanto la previsione delle entrate, ma clamorosamente disattesa e clamorosamente sbagliata la previsione dell'impatto sul settore.

É un decreto che ha molte altre prime volte. È la prima volta che si deroga ad un articolo del codice civile. Voi sapete che fino al 4 luglio vivevamo in un Paese dove, ai sensi dell'articolo 1277 del codice civile, tutti i cittadini erano nella condizione di assolvere a un debito pagando con la moneta in circolazione nel Paese.

Con un semplice decreto, in deroga a questa disposizione del codice civile, si è creata una categoria discriminata di creditori e debitori. Dico discriminata nel senso che, sulla base di un pregiudizio, per costoro diventa un atto illegale rispettivamente pagare e incassare in contanti una prestazione che superi i 100 euro. D'altra parte, parliamo di 100 euro in prospettiva perché, se ho capito bene, il Governo ha avuto un ripensamento e con un emendamento si farà diventare questo dei 100 euro un obiettivo da raggiungere nel 2008.

Quest'ultima novità, particolarmente stravagante anche dal punto di vista costituzionale, oltre a non portare alcun evidente beneficio dal punto di vista del controllo dell'evasione, presenta una caratteristica - e non è l'unica - assolutamente divergente dalle indicazioni che ci vengono dall'Unione Europea. Alludo al fatto che, in base all'articolo 105 del Trattato e alla sottostante decisione attuativa, per questioni infinitamente meno curiose tutti i limiti che riguardano i versamenti in contanti, che sono stati anche oggetto di una direttiva, quando sono stati individuati per legge hanno avuto la necessità di un'autorizzazione della Banca centrale europea.

Abbiamo fatto presente tale questione in Commissione e ci è stato risposto, in maniera abbastanza vaga, che per motivi che francamente non riusciamo a capire in questo caso il parere non sarebbe necessario. Si deve ammettere però il paradosso che mentre l'autorizzazione della BCE è necessaria semplicemente per porre un limite all'identificazione per interdire dall'utilizzo del denaro contante milioni di transazioni - e quindi milioni di cittadini che effettuano queste transazioni - alla Banca centrale europea il parere non viene chiesto.

Allo stesso modo, è la prima volta che in un decreto le imposte di registro, le imposte ipotecarie e l'imposta catastale vengono applicate in misura proporzionale in operazioni già comprese nel campo applicativo dell'IVA; circostanza che sembra violare, se non la lettera, almeno il principio dell'articolo 33 della VI direttiva comunitaria, che appunto si occupa anche dell'IVA.

Ci troviamo quindi di fronte, complessivamente, ad un provvedimento che presenta molte forzature e probabilmente alcuni aspetti di illegittimità, il che spiega anche perché si è avuta questa grande difficoltà a far pronunciare la Commissione competente affari costituzionali e nel richiedere i pareri, a mio e a nostro avviso necessari, alla Banca centrale europea.

Non è tutto; c'è un altro aspetto che è forse più inquietante, forse più caratteristico di questo provvedimento: la curiosa, anch'essa, vicenda del cosiddetto Grande fratello fiscale, che nasce proprio con questo decreto. Dobbiamo fare una riflessione sul punto, perché rischiamo di chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati.

Viviamo in un Paese in cui ogni giorno, soprattutto negli ultimi anni, tutti abbiamo in qualche modo lamentato un uso disinvolto di informazioni o di segreti, addirittura istruttori, che dovrebbero rimanere riservati a tutela del cittadino. Stiamo costruendo - e su questo richiamo l'attenzione anche dei colleghi della maggioranza, in gran parte sensibile a tali temi - una macchina infernale all'interno della quale avremmo uno Stato gestore di dati sensibili e personali, uno Stato che si appropria di tutte le evidenze informatiche che appartengono al sistema bancario e quindi che non è più nella semplice condizione di richiedere, tra quelle evidenze, gli elementi che gli sono necessari per effettuare un controllo, ma che gestisce quelle evidenze massivamente.

Stiamo immaginando che un normale dipendente di una società per azioni (non un ufficiale di polizia giudiziaria o un appartenente ad uno dei Corpi dello Stato che svolgono attività di polizia giudiziaria), semplicemente con lettera firmata dal suo direttore, mostrando questa autorizzazione, può richiedere su qualunque cittadino italiano a sua scelta informazioni ad enti e società pubbliche o private. Si tratta di un aspetto che francamente non ha molti precedenti nel nostro ordine legislativo; mi sono sforzato di cercarne e ne ho trovati, signor Presidente, soltanto di letterari. Un episodio del genere compare nel primo volume de «I tre moschettieri», quando il cardinale Richelieu consegna una lettera a Lady de Winter in cui c'è scritto quello che questa donna farà per il bene della Francia. Onestamente, però, questo romanzo di Dumas non appartiene ai testi sacri di un'equa giustizia fiscale.

Dobbiamo quindi anche valutare quanto è stato detto ed è già emerso nel dibattito dall'Authority, dal Garante della privacy su questo argomento.

Dobbiamo davvero riflettere su quanto siano efficaci questi provvedimenti, perché in uno Stato particolarmente efficiente dal punto di vista della repressione delle frodi fiscali come gli Stati Uniti, ad esempio, i controlli arrivano più o meno al 3 per cento delle dichiarazioni. Quindi, questa enorme massa che vogliamo requisire alle banche, dietro le quali vogliamo trincerare il nostro sistema fiscale, in realtà non è una massa che ci aiuterà a scovare l'evasione fiscale.

Tuttavia, attenzione, mettiamo insieme tutte queste cose, mettiamo insieme un meccanismo per cui ... (Richiami del Presidente). Vado a concludere. Mettiamo insieme un meccanismo per cui qualsiasi transazione commerciale svolgiamo, così come qualsiasi operazione bancaria e qualsiasi operazione tracciabile è ispezionabile dallo Stato e di conseguenza, anche se noi non siamo evasori fiscali, automaticamente la nostra privacy, la nostra vita privata - per dirla in italiano - tutto ciò che riguarda il mondo e la sfera privata di un cittadino saranno a disposizione di una semplice società per azioni, con tutto ciò che ne consegue in termini di accessibilità a cose e dati che non hanno niente a che fare con l'evasione fiscale.

Per questo e per molti altri motivi, che francamente spero si sviluppino nel seguito del dibattito - perché ci sarebbero ancora molte altre cose da dire - la nostra opposizione è stata in Commissione, e così verrà confermata in Aula, radicale e continuerà anche al di fuori di quest'Aula dopo l'approvazione di questo decreto, con un confronto serrato con le categorie e con i cittadini chiamati a pagare per questa ingiustizia. (Applausi dai Gruppi AN e FI. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Vano. Ne ha facoltà per cinque minuti.

 

VANO (RC-SE). Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, non nascondo l'emozione per questo mio primo intervento in Aula, per il quale chiedo cortese attenzione.

Le finalità del decreto-legge n. 223 del 2006 riguardano l'aumento della concorrenza, il risanamento dei conti pubblici e il contrasto ai fenomeni di evasione ed elusione fiscale.

Con riferimento allo stato dei conti pubblici il provvedimento pone in essere una manovra correttiva, intervenendo in materia di debito pubblico e di avanzo primario. In tal senso, l'ammontare della manovra correttiva avrà il maggiore impatto non tanto nel 2006 quanto nell'esercizio del 2007 trattandosi di interventi strutturali.

In particolare, con riferimento alle misure di contenimento delle spese della pubblica amministrazione, all'interno del decreto-legge in esame è stato inserito l'articolo 22, che prevede una riduzione del 10 per cento degli stanziamenti per l'anno 2006 relativi a spese per consumi di enti ed organismi pubblici non territoriali. Al riguardo vorrei sottolineare che, nel corso del recente esame dello schema di riparto dei fondi provenienti dal Ministero dell'ambiente a favore di enti ed organismi, si è constatato che il sistema delle aree protette subisce un'ulteriore riduzione delle risorse disponibili rispetto agli anni precedenti.

Pertanto, l'articolo 22 in questione avrebbe potuto comportare un ulteriore e serio peggioramento delle condizioni dei parchi italiani; a tale riguardo, devo esprimere la grande soddisfazione per l'intervento correttivo della citata norma da parte della Commissione bilancio, così come richiesto da un emendamento presentato dal Gruppo parlamentare di Rifondazione Comunista, nonché dietro suggerimento della Commissione ambiente, la quale, nel suo parere alla Commissione bilancio, aveva posto l'accento sulla necessità di escludere gli enti parco dal taglio operato con l'articolo 22.

L'esclusione delle aree protette dalla riduzione degli stanziamenti per il 2006 operata dal decreto-legge, rappresenta sicuramente un importante intervento a favore del sistema dei parchi, i quali con le ultime manovre finanziarie hanno dovuto sopportare indiscriminati tagli di risorse. Questi tagli hanno compromesso seriamente la possibilità di attuazione del programma di tutti i parchi italiani e, in particolare, del Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano, unico candidato in Italia come bene misto, naturale e culturale, avendone i requisiti previsti dall'UNESCO.

Tale programma è minato in punti fondamentali, quali sostenere l'attività di ricerca e di studio, potenziare e creare occasione di sviluppo delle attività e delle strutture museali, bibliotecarie ed archivistiche, contribuire alla formazione di specifiche professionalità, creare le condizioni perché le attività culturali possano rappresentare anche un settore qualificato di lavoro.

Bisogna inoltre rimuovere anche i disagi economici delle comunità montane che rendono difficili i piani di stabilizzazione lavorativa di lavoratori socialmente utili e di altre figure professionali.

Occorre, ancora, tener presente che tali problematiche ed argomentazioni non sono avulse dal campo degli interessi della politica di rilancio turistico-territoriale, che molta attenzione, riguardo e sostenibilità richiede soprattutto per le aree del Mezzogiorno.

Infine, auspico che la prossima legge finanziaria porti alla creazione di nuove riserve regionali terrestri e marine accanto alla graduale promozione di strumenti di autofinanziamento nel pieno rispetto delle competenze delle Regioni e degli enti locali.

Per concludere, mi auguro che la valorizzazione dell'ambiente marino sia strettamente collegata alla tutela del mare e delle fasce costiere dall'inquinamento, dall'abusivismo edilizio e da attività economiche incompatibili con l'ambiente, garantendo così una piena salvaguardia anche per le aree lacuali e fluviali. (Applausi dal Gruppo RC-SE. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Possa. Ne ha facoltà.

 

POSSA (FI). Signor Presidente, il provvedimento Visco-Bersani alla nostra attenzione è estremamente grave. Il quadro dei suoi elementi negativi è impressionante. Mi limiterò a un sommario elenco, dato il tempo limitato a disposizione.

È un provvedimento anticostituzionale nella maggior parte delle sue disposizioni, totalmente prive dei requisiti di straordinarietà ed urgenza necessari per l'inserimento in un decreto-legge. Sono incostituzionali, inoltre, alcune altre sue disposizioni per il mancato rispetto delle competenze riconosciute dal Titolo V della Carta costituzionale alle Regioni e agli enti locali.

All'articolo 37, il provvedimento vìola macroscopicamente il diritto costituzionale alla libertà di intraprendere del cittadino, laddove subordina l'attribuzione del numero di partita IVA alla esecuzione da parte dell'Agenzia delle entrate di riscontri di vario tipo, dando ad essa in merito poteri discrezionali assolutamente non delimitati.

All'articolo 8, il provvedimento introduce una grave e ingiustificata limitazione per le imprese assicurative operanti nel ramo della responsabilità civile auto con le disposizioni che vietano l'utilizzazione di agenti di vendita monomandatari. È una limitazione della libertà di intrapresa nel settore che non ha eguali in Europa.

Varie disposizioni del provvedimento sono finalizzate a realizzare l'odioso obiettivo di una totale tracciabilità dell'attività economica del cittadino. Si determinano così nei fatti cospicue violazioni del fondamentale diritto alla privacy. Rimando in merito al preciso documento di contestazione del presidente dell'Autorità garante della privacy.

All'articolo 14, il provvedimento introduce una cospicua e ingiustificata integrazione dei poteri dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, alla quale viene addirittura conferito il potere di adottare, a seguito di semplice e sommario esame, misure cautelari che possono arrivare fino a sanzioni pesantissime, al 3 per cento del fatturato.

Numerose disposizioni del provvedimento sono finalizzate all'aumento dell'imposizione fiscale. L'effetto depressivo di questo nuovo giro di vite non mancherà purtroppo di evidenziarsi. Colpisce comunque quanto la meschina volontà di mascherare la rilevanza del maggior carico fiscale così ottenuto sia patente nella relazione tecnica. Ad esempio, la relazione tecnica non valuta - come se fosse irrilevante, mentre non lo è affatto - il maggior gettito conseguente al raddoppio dell'IVA per le prestazioni ed i servizi relativi alla fornitura e distribuzione di calore-energia per uso domestico, secondo quanto indicato all'articolo 36, comma 1.

In varie sue disposizioni fiscali avente valore retroattivo il provvedimento lede patentemente la legge dello Stato denominata statuto dei contribuenti, una legge di libertà.

L'articolo 2 del provvedimento introduce - per decreto-legge - una serie di drastiche disposizioni nel delicato settore delle prestazioni professionali. L'obiettivo, ovviamente condivisibile, è quello della tutela della concorrenza, ma stigmatizziamo vivamente sia il modo di legiferare, addirittura arrogante nella totale assenza di preventivo contatto con le categorie interessate, sia la grave carenza di adeguata finezza legislativa indispensabile in simili contesti per salvaguardare i tanti valori in gioco.

Il provvedimento istituisce, per varie categorie di operatori economici, nuovi e pesanti compiti di rendicontazione relativamente alle proprie attività, aumentando non poco il carico degli adempimenti burocratici. La cosa purtroppo non stupisce, dato che la sinistra al Governo ha sempre e ovunque teso a ingabbiare la società con la burocrazia. È una delle sue principali forme di paura della libertà e di lesione della libertà dei cittadini.

Con le disposizioni di cui all'articolo 25, che accantona e rende indisponibili per la gestione quote di unità previsionale di base degli stati di previsione della spesa delle amministrazioni centrali, il provvedimento, ledendo la legge di contabilità generale dello Stato, determina una grave distorsione del delicato funzionamento di queste amministrazioni.

Agli articoli 36, prima, e 35, poi, viene rivista in senso profondamente riduttivo l'imposizione fiscale sui provvedimenti di stock option delle imprese, un meccanismo premiale ampiamente adottato nei principali Paesi per promuovere l'innovazione. Il nostro Paese ne farà a meno, dato che il ritmo di sviluppo della sua economia è già elevatissimo, come sappiamo.

All'articolo 35, il provvedimento introduce la responsabilità solidale dell'appaltatore con il subappaltatore sui versamenti fiscali e contributivi dei dipendenti del subappaltatore, sollevando l'appaltatore da questo grave e incognito onere di solidarietà solo a condizione di una sua azione di vera e propria polizia fiscale nei confronti del subappaltatore. Le estensioni della responsabilità dell'imprenditore al di là dei suoi ovvi confini costituiscono una grave lesione della libertà di intrapresa.

Potrei continuare ancora a lungo, ma purtroppo manca il tempo.

Dispiace molto che, su un provvedimento che per tanti versi costerà pesantemente ai cittadini in termini di maggiori tasse, maggiore burocrazia, minore libertà di intraprendere, minore privacy, tracciabilità totale della propria attività, l'informazione della stampa e delle televisioni sia stata estremamente carente.

Il centro‑destra rigetta con assoluta convinzione questo provvedimento, distante anni luce dalle proprie concezioni di base circa la funzione dello Stato e il rapporto tra Stato e cittadini, profondamente contrario al proprio anelito alla tutela e allo sviluppo delle libertà. (Applausi dal Gruppo FI).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lusi. Ne ha facoltà.

 

LUSI (Ulivo). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, signor Sottosegretario, colleghi senatori, le libere professioni, la grande distribuzione, la catena alimentare, il settore farmaceutico, il sistema di trasporto locale, i taxi, i servizi bancari e assicurativi sono solo alcuni dei segmenti di mercato di beni e servizi intercettati ogni giorno dal consumatore, aventi tra loro un unico comune denominatore: il consumatore cittadino.

Ciò nonostante, colui che dovrebbe essere il dominus del sistema risulta spesso essere il soggetto dominato da regole del gioco poco trasparenti e soprattutto poco garanti, oltre che da una concorrenza più teorica che reale.

La battaglia per le liberalizzazioni, avviata dal disegno di legge in discussione, passa attraverso l'affrancamento del mercato dei beni, dei servizi, delle professioni da un vero e proprio sistema di lacci e lacciuoli che spesso ne ha soffocato e ne soffoca l'espressione e la libera concorrenza.

Questa battaglia è stata posta al centro dell'azione dell'Esecutivo, non solo per la tutela dei singoli, ma anche in una prospettiva macroeconomica: nell'assicurare, infatti, ai cittadini queste garanzie, Governo e maggioranza si propongono di migliorare la qualità generale dei servizi di pubblica utilità e di dare impulso ai consumi interni, ormai fermi da anni.

Il cittadino rappresenta il vero patrimonio delle società postindustriali e postconsumiste; eppure è come se, in un fantastico e del tutto ipotetico mercato finanziario, il titolo del consumatore in questi ultimi anni avesse raggiunto la sua quotazione minima, pur essendo egli il cuore dell'intero sistema. Cosa succederebbe se, per paradosso, scomparissero consumatori, i pazienti, clienti? Se non ci fossero più cittadini che usufruiscono del servizio di taxi o clienti che ricorrono ai servizi professionali?

Su questo ultimo aspetto, oggetto dell'articolo 2 del provvedimento in esame, i colleghi debbono consentirmi una breve riflessione. Se, per un verso, è condivisibile lo spirito della norma che introduce un primo, ma indispensabile elemento di concorrenza nell'alveo dell'esercizio delle professioni e, fra queste, della professione legale, per altro verso è vero che debbono essere tutelate la dignità della professione intellettuale e la qualità delle prestazioni degli avvocati, proprio in funzione del loro ruolo a garanzia delle regole e dei valori democratici di una buona giustizia in uno Stato civile.

Durante i lavori della Commissione bilancio, dopo una fase di iniziale rigidità da parte del Governo (il cui alibi purtroppo risiedeva nella richiesta di stralcio sic et simpliciter dell'articolo 2 come avanzata dalle associazioni di categoria), abbiamo agito ottenendo aperture, proprio laddove erano più forti le critiche mosse al Governo: mi riferisco ai minimi tariffari e alla pubblicità per le prestazioni dei professionisti, solo per citarne alcune.

Il decreto Bersani è il primo passo per una modernizzazione delle libere professioni, verso le quali deve essere superata un'anacronistica resistenza psicologica. Nessuno, contrariamente a quanto affermato provocatoriamente dal presidente dell'Unione regionale degli ordini forensi pugliesi, il collega Guido De Rossi, intende aprire degli «sportelli degli avvocati nei supermercati». Già da anni, assistiamo ad una perdita di prestigio del ceto forense, essenzialmente dovuta al fatto che agli avvocati seri e preoccupati soprattutto dell'interesse del proprio assistito sono venuti mescolandosi tanti avvocati che badano principalmente o purtroppo solo al proprio tornaconto, che considerano ogni pratica soltanto come occasione più o meno buona per «tosare» il cliente, che delineano le proprie strategie e tattiche difensive essenzialmente in funzione del massimo possibile rigonfiamento della parcella. Ma di questi argomenti si può e si deve discutere insieme. Non è possibile fare tavoli di concertazione con i tassisti e chiudere le porte agli avvocati.

Il grado di concorrenza non scaturisce solo dal numero degli operatori, ma anche da come sono distribuite le quote di mercato e da come il singolo riesce a competere con gli altri. L'esperienza registra dinamiche di mercato guidate dai fattori più diversi: rapporti parentali, appartenenza ad associazioni, affiliazioni politiche, solo per citarne alcuni; sempre meno dalle capacità professionali dell'avvocato; fattori che incidono sui rapporti col ceto giudiziario e che rendono il mercato per nulla trasparente. Insomma: non vi è nessuna tendenziale corrispondenza fra capacità, impegno e reddito del professionista.

I minimi obbligatori non possono certo impedire ai professionisti di rendere servizi di qualità scadente qualora facciano difetto agli stessi la competenza o la diligenza. Anche i compensi commisurati al raggiungimento dell'obiettivo sono condivisibili se ricondotti entro certi limiti, come avviene negli Stati Uniti d'America, ove i minimi tariffari sono esclusi dal diritto penale o da quello di famiglia; ovvero come avviene in Inghilterra, dove invece sono consentiti entro certe soglie prestabilite.

Quanto al secondo aspetto dell'articolo 2, relativo alla pubblicità, è del tutto evidente che, in considerazione delle dirette ricadute che l'attività degli avvocati ha nella sfera dei diritti soggettivi del cittadino, essa debba rispondere in modo particolarmente stringente a caratteristiche di serietà e di veridicità del messaggio, la cui verifica abbiamo demandato agli ordini territoriali, con ciò emendando l'originale testo del decreto-legge.

Ora, il provvedimento in esame deve invece costituire l'occasione giusta per affrontare la vera questione in una materia così delicata: la riforma degli ordini professionali, non l'abolizione degli ordini. (Applausi dei senatori Biondi e Giuliano). È necessario accompagnare questa importante e non più differibile iniziativa legislativa del Governo con altri strumenti normativi a vantaggio dei clienti meno organizzati e degli stessi giovani professionisti che intendono affacciarsi sul mercato; avviando finalmente quel processo di revisione delle regole che sovrintendono all'esercizio e all'accesso di questa professione: 185.000 avvocati sono troppi nel nostro Paese!

Il problema è l'accesso. Ciascuno di noi conosce la cinica legge del mercato che vede scendere il prezzo del prodotto allorché l'offerta superi la domanda. Il rischio è questo: che a rimetterci saranno la qualità delle prestazioni professionali e, con essa, lo stesso cittadino, soprattutto quello con modeste dimensioni economiche.

Credo che queste siano questioni che meritano ora la prioritaria attenzione da parte del legislatore. Attenzione che, è il caso di precisare, non sono governate dai colleghi dei DS, che sarebbero i cattivi della maggioranza, assecondate dai servilisti della Margherita (come qualcuno ha detto), ma dall'intero Gruppo dell'Ulivo che sostiene questo Governo!

I cittadini ci chiedono una nuova stagione di Governo fatta di politiche pragmatiche; ci chiedono di ristabilire l'esatto ordine dei fattori, di riconoscere il ruolo centrale che loro spetta.

Dopo cinque anni di destra al Governo l'Unione vuole voltare pagina. All'Italia dei furbetti, all'Italia confusa per la globalizzazione che subisce, all'Italia smarrita e in declino, noi vogliamo ridare quella speranza di cambiamento che è sorta dalle ultime elezioni.

Il nostro impegno non si esaurisce nel volere più mercato e concorrenza, ma si estende alla trasparenza delle regole che in questi mercati devo regnare sovrana.

Sono lontani anni luce i tempi in cui lo Stato elargiva benevole provvidenze economiche a tutti. Mi riferisco al capo III del disegno di legge in esame, in particolare a quanto disposto dall'articolo 20, Presidente. L'editoria è uno dei numerosi settori nei quali è necessario proseguire l'intervento di razionalizzazione della spesa attivato con l'ultima legge finanziaria. Anche in questa circostanza dobbiamo dare atto al Governo di aver dimostrato la giusta attenzione nei confronti dei quotidiani in lingua italiana, tra l'altro editi e diffusi all'estero. È però giunta l'ora che le provvidenze all'editoria vengano attribuite a quelle realtà editoriali virtuose che effettivamente sono presenti sul mercato e non a chi strumentalmente finge o si segna come editore al solo fine di percepire le medesime provvidenze.

Non nascondo un certo rammarico nell'aver constatato, durantel'iter dibattimentale in Commissione bilancio, una certa rigidità da parte del Governo nel non aver accolto talune proposte emendative (francamente alcune a costo zero), fra le quali quelle concernenti il riconoscimento dell'attività dei chiropratici nel nostro Paese.

Anche il pluralismo scientifico è sovrapponibile alla filosofia delle liberalizzazioni perseguita dal disegno di legge in esame, proprio nell'ottica di dare concreta applicazione ai princìpi della libertà di scelta terapeutica del paziente e della libertà di cura del medico, all'interno di un libero rapporto consensuale informato. Mi auguro che, in seno al dibattito in Assemblea, il Governo possa dare dei segnali di ripensamento e di apertura, soprattutto dando seguito all'ordine del giorno approvato all'unanimità nella Commissione bilancio, visto appunto il risultato in essa raggiunto.

Siamo convinti che l'impegno a favore della concorrenza e della trasparenza dei mercati migliorerà la qualità dei servizi e darà impulso ai consumi interni. Questa scelta costituisce la strada maestra del Governo e della maggioranza, pur nella consapevolezza che le liberalizzazioni possono a volte scalfire lobbies più o meno marginali. Ma le vere battaglie politiche si fanno attorno alle idee costruttive, alle proposte innovative che possano raggruppare un qualificato, ampio consenso.

Eduardo Galeano, giornalista e scrittore uruguaiano che ama spesso rappresentare in modo provocatorio e paradossale il capitalismo e le sue basi etiche, scrive: «Questo mondo capovolto offre a tutti il banchetto e chiude la porta in faccia a molti. Crea uguaglianza e disuguaglianza: uguaglianza nelle idee che professa e disuguaglianza nelle opportunità che offre (...). L'economia mondiale richiede mercati in continua espansione per fare spazio alla produzione crescente e per non diminuire i guadagni, ma contemporaneamente esige braccia e materie prime a prezzo irrisorio, per abbattere i costi di produzione. Quello stesso sistema che esige vendere di più, ha bisogno anche di pagare sempre di meno».

Concludo, signor Presidente. Il decreto che ci apprestiamo a convertire non è ispirato a nessun «furore» ideologico, come qualcuno vorrebbe far credere; realizza invece atti concreti di moderazione, sempre più incisivi in acquisto di velocità. E, come ci insegna una legge della fisica: la velocità fa massa e la massa, a sua volta, accelera la velocità. Il provvedimento al nostro esame è il primo atto di questo Governo ispirato a un progetto di politica economica in grado di coniugare concorrenza e regole, come il doppio binario da seguire per cominciare a ristabilire l'etica in economia, offrendo, e non solo professando, ai cittadini opportunità di uguaglianza.

L'augurio è che questo percorso possa prendere velocità strada facendo, e quanta più strada percorreremo insieme tanta più energia questa politica riuscirà ad acquisire e sprigionare a favore dell'interno Paese. (Applausi dal Gruppo Ulivo).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Rubinato. Ne ha facoltà.

 

RUBINATO (Aut).Signor Presidente, onorevoli colleghi, il decreto-legge che siamo chiamati a ratificare costituisce parte integrante della più ampia strategia del Governo enunciata nel DPEF che ha come obiettivi cardine l'equità, lo sviluppo, la semplificazione e il risanamento.

Forse è eccessivo, come qualcuno ha fatto, definirlo «epocale», ma certo questo provvedimento è indicativo del cambio di marcia che questa maggioranza vuole imprimere al Paese. Un cambio di marcia all'insegna del coraggio e della volontà di mettere in campo le riforme strutturali necessarie al rilancio economico e strutturale del Paese. Un cambio di marcia arrivato al momento più adatto, cioè ad inizio legislatura, in modo tale da poter avviare un'opera riformista, che va sviluppata nel tempo senza la pressioni e i condizionamenti che normalmente si acutizzano in prossimità delle tornate elettorali. Un processo riformatore su cui sarà necessario mantenere l'impegno dell'intera legislatura, estendendolo anche a settori strategici dei servizi pubblici, dall'energia, alle telecomunicazioni. Un cambio di marcia, che libera a costo zero una riserva di risorse pubbliche e private, accolto positivamente dai mercati e dall'Ecofin e che tutta l'Italia, le Regioni produttive del Nord in particolare, aspettava da tempo.

Francamente non credo che sugli obiettivi del decreto-legge si possa dissentire. Tuttavia, qualcuno ha voluto sostenere che in questo provvedimento si è manifestata la vendetta del Governo per i ceti produttivi, le partite IVA del Nord. Si tratta di falsità che i fatti smentiranno perché il Nord onesto e produttivo avrà benefìci da questa riforma liberalizzatrice e volta a colpire l'evasione per recuperare finalmente risorse da destinare ad investimenti e, in prospettiva, alla diminuzione delle aliquote per chi le imposte le paga davvero.

L'attacco scomposto della minoranza è indicativo del fatto che questo provvedimento ha toccato il tallone di Achille della maggioranza che ci ha preceduto.

Il Governo precedente aveva numeri in questo Parlamento che noi ci sogniamo. Eppure tanta stabilità non è bastata a varare quelle riforme che la stragrande maggioranza degli elettori dello stesso centro-destra si aspettava. Paradossalmente, invece, è una maggioranza risicata, qual è quella di oggi uscita dalle urne per effetto di una legge elettorale insensata, la maggioranza di centro-sinistra, a dare finalmente avvio alla stagione delle riforme liberali nell'interesse generale del Paese.

A chi in quest'Assemblea ha invocato che questa maggioranza se ne vada a casa, ricordo che non siamo qui per un atto di prepotenza o per un inganno, ma perché le regole della democrazia ci impongono la responsabilità di governare il Paese in un momento di particolare difficoltà. Ci aspettiamo che chi ha a cuore il bene del Paese svolga con altrettanta responsabilità il suo ruolo di opposizione vigilante e costruttiva.

Certo, queste riforme vanno a toccare gli interessi di singole categorie, ma chi ha il compito di fare le regole deve resistere alle pressioni dei pur legittimi interessi particolari. È corretto, certo, sollevare un problema di impatto sulla cosiddetta prima generazione. Peraltro, l'impostazione gradualista del decreto, rafforzata dal lavoro svolto in Commissione 5ª, dimostra di tenerlo in considerazione. In ogni caso la concertazione in tanto è utile e dunque necessaria, in quanto le parti abbiano presente l'interesse generale e non solo quello particolare.

Occorre, quindi, convincere gli interessati a non arroccarsi a difesa dell'esistente, ma a sapere cogliere anche l'ambito delle opportunità che la riforma mette in campo, perché la concorrenza - come ci ricorda il presidente Catricalà - anche se riduce in percentuale le fette di mercato, in termini assoluti aumenta la torta e quindi i profitti, posti di lavoro, opportunità.

Il decreto contiene altresì molteplici provvedimenti di natura fiscale. L'obiettivo di fondo è quello di recuperare gettito, dando un segnale molto chiaro del fatto che il Governo intende utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per contrastare i fenomeni di evasione, elusione ed erosione, che contraggono le basi imponibili e concentrano oggi in modo intollerabile la pressione fiscale su alcune tipologie di reddito e di contribuenti, minando l'equità e l'efficienza del sistema. È un forte segnale che la stagione dei condoni e dei saldi fiscali è finita.

A chi strumentalmente ha affermato che tale provvedimento mina il rapporto corretto tra Stato e contribuente, che così si vessano i lavoratori autonomi e le aziende, paventando addirittura il pericolo del Grande fratello, ricordiamo che la stessa Confindustria, in sede di audizione, ha riconosciuto che gli obiettivi di contrasto dell'evasione fiscale, di repressione delle frodi, di responsabilizzazione delle imprese stesse nel perseguimento di tali finalità, rappresentano traguardi di grande peso civile, prima ancora che economico, su cui non si può non essere largamente d'accordo.

Il modello non è più il cittadino o l'imprenditore che evade le tasse o elude il fisco, ma il contribuente onesto, che non si sottrae ai suoi doveri nei confronti della collettività, conscio che l'unico modo realistico per pagare davvero meno tasse è che tutti le paghino. Per raggiungere davvero tale obiettivo ritengo che il Governo dovrà impegnarsi a fondo, utilizzando i risultati positivi della riduzione dell'intollerabile evasione (che arriva al 7 per cento del PIL) per distribuire meglio il carico fiscale complessivo e non certo per aumentarlo.

Va riconosciuto che la Commissione bilancio del Senato, anche con il contributo e i suggerimenti di componenti dell'opposizione, ha ben interpretato il suo compito, nel lavoro di conversione del decreto-legge, di adeguare meglio alla volontà popolare quello che l'Esecutivo ha legittimamente e opportunamente varato d'urgenza, eliminando errori, limitando le grossolanità, aiutando a recepire parte delle giuste obiezioni dei destinatari delle novità normative.

Certo, tutto ciò è ancora perfettibile. Ciò che importa è che si siano gettate le basi per qualche miglioramento reale nella vita dei consumatori e per un effettivo contrasto sacrosanto all'evasione, purché l'iniezione di concorrenza e la lotta all'evasione non si fermino qui e il Governo sia disponibile ad effettuare le correzioni che si rendessero opportune e necessarie in corso d'opera.

In conclusione, vorrei svolgere una breve riflessione anche sulle norme di interesse dei Comuni. Il Governo, accogliendo alcune significative richieste di emendamento formulate in Commissione bilancio, in particolare agli articoli 13, 30 e 37, ai commi 53, 54 e 55, ha dimostrato che si è cambiata marcia anche nel rapporto con le autonomie locali. Nei cinque anni scorsi si è molto chiacchierato di devolution, ma non si è attuato quello che intanto era scritto nel Titolo V della Costituzione, bloccando quel poco di autonomia e di potere di gestione degli enti locali.

Non si è attuato il federalismo fiscale, mentre si sono create difficoltà finanziarie e operative gravissime per gli enti locali. Bisogna tornare al rispetto dell'autonomia e della responsabilità, i princìpi base intorno ai quali si costruiscono il federalismo e i rapporti fra i livelli istituzionali.

È quello che si è cercato di fare in particolare con l'introduzione del comma 204-ter all'articolo 30.

Oltre ad aver giustamente introdotto una sanzione in ipotesi di mancato conseguimento del risparmio di spesa in materia di personale previsto dalla legge finanziaria 2006, si è premiata finalmente la sana gestione dei Comuni virtuosi, prevedendo una significativa attenuazione del vincolo di spesa per gli enti locali in condizione di avanzo di bilancio negli ultimi tre esercizi finanziari. È una novità importantissima, che il Gruppo per le Autonomie si attende sia ulteriormente e più sistematicamente confermata in sede di finanziaria.

Così pure all'articolo 37 si sono coordinate con le giuste e legittime esigenze dei Comuni di autonomia tributaria e certezza delle entrate, le norme volte a semplificare e ridurre gli adempimenti posti a carico dei contribuenti in materia di ICI. Anche sotto questo profilo, e vado alla conclusione, con il provvedimento che andiamo ad approvare si è avviata una rivoluzione copernicana che non mancherà, ove attuata con coraggio e coerenza, di dare i suoi frutti, responsabilizzando gli enti locali sia in termini di contenimento della spesa pubblica sia in termini di effettiva promozione dello sviluppo locale. (Applausi dal Gruppo Aut).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Baldassarri. Ne ha facoltà.

 

BALDASSARRI (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il dibattito che si è avviato ieri dimostra, contro ogni dubbio, che stiamo discutendo un decreto che è in vigore dal 4 luglio, ma che non esiste. È una situazione paradossale, perché gli emendamenti presentati dalla maggioranza e dallo stesso Governo ne cambiano radicalmente la natura nel Titolo I, lasciano la micromanovra di sostegno solidale nel Titolo II e lasciano intonsa l'operazione di Grande fratello fiscale del Titolo III.

Alcuni colleghi della maggioranza hanno giustamente detto che questo è il primo atto di politica economica di questo Governo, che dovrà in qualche modo essere incastonato nel Documento di programmazione economico-finanziaria, che discutiamo proprio in questi giorni e che troverà la sua espressione più concreta nella legge finanziaria. Ebbene, questo trittico, se comincia così, è molto preoccupante per il Paese.

È indubbio che il decreto Visco-Bersani rappresenta un'operazione mediatica che il Governo ha voluto fare per nascondere due verità, la prima delle quali è quella relativa al millantato e pubblicizzato buco dei conti pubblici. Cari colleghi della maggioranza, dov'è finita la necessità e urgenza di una manovra-bis a metà anno stimata tra i 13 e i 15 miliardi di euro? (Applausi del senatore Storace). Dov'è finita? Se ce n'era bisogno e se era così urgente perché non l'avete fatta? Perché non la fate? D'altro canto, si vuole nascondere il fatto che, appena seduti al tavolo della trattativa, si è capito che questa maggioranza non è in grado di mettere insieme una manovra tra i 13 e i 15 miliardi di euro. Allora, mi chiedo come metterà insieme una manovra da 35 miliardi di euro che, come ha ripetuto il Ministro dell'economia molto correttamente questa mattina alla radio, dovrà toccare i quattro grandi filoni delle pensioni, della sanità, del pubblico impiego e degli enti locali.

Vorrei soffermarmi brevemente sul tema delle cosiddette liberalizzazioni, affrontato nel decreto in vigore e che però fra qualche giorno non ci sarà più, perché sostituito, attraverso gli emendamenti della maggioranza, da liberalizzazioni microscopiche, per cui non ne uscirà alcuna liberalizzazione. Ogni famiglia italiana, ogni impresa italiana sono gravate ogni giorno da mercati chiusi con scarsa concorrenza che riguardano l'energia, i trasporti e la logistica e i servizi pubblici locali.

Queste tre voci pesano sulle famiglie italiane e sulle imprese italiane, soprattutto sulle imprese piccole e medie, perché le grandi imprese possono contrattare il prezzo dell'energia; pesano, soprattutto, sulle fasce deboli, sulle famiglie a reddito medio-basso per circa il 30-40 per cento. Se mettiamo insieme i provvedimenti sui taxi, sui notai, sul pane e sull'aspirina al supermercato, queste pseudo-liberalizzazioni incidono sulle tasche dei poveri e delle piccole e medie imprese meno dell'uno per cento.

Siamo di fronte, allora, ad un'operazione mediatica che contrabbanda per liberalizzazione qualche apertura di mercato certamente utile e necessaria per le fasce borghesi medio-alte che prendono il taxi e vogliono comprare l'aspirina al supermercato. Sono liberalizzazioni per i ricchi, legittime e sacrosante, ma spudoratamente mistificatorie se non si affrontano le liberalizzazioni vere che intaccano molto più pesantemente la vita quotidiana delle famiglie, soprattutto a reddito medio-basso, e delle piccole e medie imprese nei settori che ho citato prima.

Alcuni colleghi della maggioranza, con i quali abbiamo lavorato bene in Commissione (e credo ce ne debba essere dato atto) hanno rilevato, in particolare ieri il collega Villone, che l'urgenza del decreto non è dimostrata dai numeri che lo stesso Governo ha indicato, perché - come tutti possono capire e come ho detto anche ieri in sede di discussione della questione pregiudiziale - quegli stessi numeri dimostrano che il decreto non ha alcun impatto sul 2006, ma che è dimostrata l'urgenza di introdurre elementi di concorrenza e di competitività.

Apprezzo lo sforzo di dare dignità a quei contenuti da parte dei colleghi della maggioranza in Commissione, ma francamente è paradossale, con questi contenuti, sostenere che l'urgenza è dovuta alla necessità di liberalizzare i turni dei taxi o di avere al più presto in vendita, in qualche autogrill o in qualche Coop, l'aspirina.

 

Presidenza del vice presidente CAPRILI (ore 10,22)

 

(Segue BALDASSARRI). Il collega Morgando ha confermato quanto dico, asserendo che il Governo ha corretto gli errori e nel momento in cui lo ha fatto, in particolare sulla parte che riguarda la sostituzione dell'imposta di registro con l'IVA sugli immobili, ha dimostrato - come ho già detto in più occasioni - che, così com'è giunto in Parlamento ed è stato controfirmato dal Presidente della Repubblica, quel decreto è un falso in atto pubblico. Al punto tale che, all'articolo 41 del decreto, la maggioranza è stata costretta ad introdurre un emendamento che (credo sia accaduto raramente, forse per la prima volta nella storia della Repubblica), precisa l'efficacia del decreto stesso.

Nell'emendamento all'articolo 41 la maggioranza è stata costretta a precisare che il decreto-legge, controfirmato dal Presidente della Repubblica il 4 luglio, non è entrato in vigore, come normalmente avviene, il giorno stesso in cui è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, ma il giorno successivo.

Credo ci siano pochissimi precedenti nella storia della Repubblica. Ciò ovviamente è avvenuto perché il decreto è stato approvato di notte e giustamente tutti i notai che avevano fatto atti la mattina dovevano in qualche modo sistemare il loro lavoro. Questo per descrivere il modo francamente raffazzonato in cui è stato redatto il decreto-legge al nostro esame ed il modo altrettanto raffazzonato in cui sarà convertito in legge.

L'operazione mediatica, purtroppo per la maggioranza e per il Governo, non è riuscita: non appena passati i quattro giorni (in cui solo un giornale economico conosceva il testo del decreto, al punto da pubblicarlo domenica 2 luglio), dopo che è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, chiunque di buon senso l'abbia letto è stato condotto alle reazioni a cui abbiamo assistito e quel millantato consenso dell'opinione pubblica si è trasformato in una pesante protesta.

Signor Presidente, mi lasci concludere con una frase. Tanti anni fa un poeta, non certo popolare a destra, Pier Paolo Pasolini, parlò delle lucciole e di una sinistra che aveva dimenticato la parte giusta dalla quale stare: quella dei proletari e degli operai. In epoche totalmente diverse, il poeta fece rilevare, addirittura, come la povera gente si trovasse fra le forze dell'ordine e tra i Carabinieri, mentre i figli dei ricchi e dei borghesi fossero gli assalitori.

Non vorrei che questo trittico - decreto-legge, DPEF e legge finanziaria - nascondesse la tentazione gattopardesca, per il Governo e per la maggioranza, di scambiare fumo negli occhi con una sostanza accondiscendente nei confronti dei grandi interessi e dei grandi centri di potere, dimenticando, in realtà, la fascia medio-bassa delle famiglie e le piccole e medie imprese italiane, che rappresentano oltre il 95 per cento della nostra realtà produttiva. (Applausi dai Gruppi AN e FI. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Franco Paolo. Ne ha facoltà.

 

FRANCO Paolo (LNP). Signor Presidente, colleghi senatori, non occuperò tutto il tempo che mi è stato assegnato, perché voglio lasciare un po' di spazio anche ai colleghi che illustreranno gli emendamenti.

Come avete visto, la Casa delle Libertà e la Lega Nord, con senso di responsabilità, a fronte della richiesta della maggioranza di addivenire a una discussione del decreto senza lo strumento della fiducia, hanno deciso di ridurre il numero degli emendamenti. Ritengo che il livello propositivo e di serietà da noi dimostrato sia meritorio. Ciò nonostante, riteniamo opportuno, in fase emendativa, illustrare a pieno le nostre proposte e poter disporre, a tal fine, di più tempo possibile. Non volendo entrare nei dettagli, mi limiterò quindi a una rapida e generale considerazione sul decreto.

Una particolarità del decreto-legge al nostro esame è che è stato inserito nel Documento di programmazione economico-finanziaria quale politica fiscale, cioè politica delle entrate del Governo. È una cosa un po' fuori dal comune, anche perché il DPEF ha l'ambizione di trattare l'intero quinquennio in cui l'attuale maggioranza vorrebbe lavorare per concludere il risicato mandato affidatole dagli elettori: speranza legittima, naturalmente, anche se - ritengo - di difficile concretizzazione. Nella sostanza, ciò vuol dire che il decreto-legge si identifica con la politica delle entrate della maggioranza.

Vi è una pagina del DPEF in cui si dice che la politica e le proposte avanzate dal Governo nel proprio mandato quinquennale si desumono dalla lettura del decreto-legge in conversione, oggetto della nostra discussione.

Le nostre preoccupazioni si legano a due aspetti. In primo luogo, il decreto - così com'è stato pubblicato - sarà profondamente modificato, non tanto, com'è ovvio, dagli emendamenti approvati in Parlamento, quanto dagli emendamenti presentati proprio dallo steso Governo, come ha ammesso lo stesso vice ministro Visco in sede di audizione in Commissione finanze al Senato. Il Vice ministro si è reso conto, infatti, che i valori scritti non erano corretti (il problema dell'IVA sugli immobili strumentali è noto a tutti).

In secondo luogo, moltissime altre modifiche sono state apportate anche a seguito degli effetti nefasti non solo dei rapporti sociali, ma anche dei rapporti di carattere finanziario generati dal decreto. Ricordo - ma è stato già più volte richiamato dai colleghi - il danno in Borsa causato da questo decreto-legge non appena pubblicato.

Da ciò deriva la nostra preoccupazione: è questa la politica fiscale, la politica delle entrate della maggioranza? È una politica delle entrate che non sa quello che fa? È una politica delle entrate che crea danno ai valori mobiliari espressi dalle società di gestione immobiliare in Borsa?

La politica fiscale del Governo è un decreto-legge che viene completamente modificato in tantissimi suoi aspetti. In effetti, ciò che appare dai media e nelle dichiarazioni rese alla stampa o alla televisione è qualcosa di diverso. Sembra che si debba trattare di liberalizzazioni, ma in realtà c'è un contrasto tra quanto scritto nel Documento di programmazione economico-finanziaria e quanto contenuto nel provvedimento. Se da un lato nel Documento viene giustamente evidenziato che il problema dei conti pubblici italiani risiede nella spesa corrente, dall'altro ci si ritrova con un provvedimento come quello che ci accingiamo a convertire che, per quanto riguarda i saldi di spesa che va a modificare, tratta sostanzialmente per l'80 per cento di nuove entrate e solamente per il 20 per cento di minori spese di parte corrente.

Ebbene, a queste due o tre contraddizioni che ho citato, peraltro molto forti, seguiranno altre misure che serviranno alla maggioranza per sostenere il programma elettorale che la stessa ha stilato a suo tempo. Mi viene in mente che, oltre al carico fiscale e burocratico enorme, che inciderà sulle nostre imprese, probabilmente applicherete anche un incremento della tassazione sulle rendite finanziarie. Nel Documento di programmazione economico-finanziaria è detto che occorre ridurre la spesa pubblica corrente e investire sulla crescita e sullo sviluppo. Con questo decreto-legge invece incidete su maggiori entrate e pochissimo sulla spesa corrente; crescita e sviluppo credo che effettivamente si ridurranno al lumicino. Se poi aumenterete l'imposizione fiscale sulle rendite finanziarie, allora altro che crescita e sviluppo! Si assisterà ad una fuga di capitali e a minori investimenti nel nostro Paese.

Terza ed ultima preoccupazione: la politica delle entrate di questo Governo andrà nella direzione opposta a quella tracciata nel Documento di programmazione economico-finanziaria o a quella di cui il nostro Paese ha bisogno per far fronte all'indebitamento pubblico, alla spesa pubblica e alla spesa sociale. Sarà volta, in sostanza, a ridurre la capacità di investimento, la redditività delle nostre aziende e l'appetibilità del nostro Paese.

Il provvedimento si muove in questa direzione ed è inutile pensare che vada in una direzione opposta. Non vorrei citare le norme fiscali, ma sarebbe interessante svolgere un'analisi lunga e compiuta. Personalmente, ho ritenuto di sfruttare al minimo il tempo concessomi. Ciò che mi preme evidenziare è che questo decreto-legge non riduce la spesa corrente, non crea sviluppo, né crescita, ed anzi genera una situazione assolutamente deleteria per le nostre imprese e per le professioni, rendendo - ripeto - poco appetibile il nostro Paese. I cittadini ne subiranno le conseguenze non nell'immediato, ma nel giro di qualche mese e comunque, senz'altro, a breve termine.

 

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 741

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Maninetti. Ne ha facoltà.

 

MANINETTI (UDC). Signor Presidente, inizierò con l'esaminare il contenuto del decreto che a noi piace definire Visco-Bersani per mostrare l'assoluta inadeguatezza dello strumento del decreto-legge. Il contenuto prevalente del provvedimento non è costituito, infatti, dalle liberalizzazioni, come invece una mirata e strana campagna informativa, messa in atto dal Governo, ha lasciato intendere, bensì da importanti modifiche da apportare alla legislazione fiscale. Ciò avrebbe richiesto un intervento maggiormente soppesato e, soprattutto, più condiviso da parte di tutti i soggetti coinvolti.

Lo strumento del decreto-legge si è dimostrato sbagliato, in quanto non supportato dai necessari presupposti di necessità e urgenza, e dannoso, perché non ha dato la possibilità di giovarsi dei contributi sia a livello parlamentare che delle categorie coinvolte. Ne sono prova le tante modifiche apportate dallo stesso Governo al decreto iniziale.

La fretta e l'approssimazione hanno determinato la reazione dei soggetti che hanno visto cambiare le regole in modo così repentino, senza che le loro ragioni trovassero un momento di confronto. Non è certo questo il modo di introdurre le liberalizzazioni: esse devono trovare terreno adatto nei mercati per attecchire e non possono essere calate dall'alto.

Se poi si considera che non di vere liberalizzazioni si tratta, ma di interventi marginali che non toccano settori nevralgici come i servizi pubblici essenziali, quali sono l'energia, il gas, i trasporti, ci si rende conto che siamo di fronte ad un intervento di facciata che ben pochi effetti avrà a vantaggio del sistema economico e dei consumatori in particolare.

Nel caso delle presunte liberalizzazioni attuate dal Governo, possiamo ben dire che la montagna ha partorito il topolino. Il carattere marginale di esse non giustifica assolutamente l'enfasi con cui sono state trattate dal Governo e da gran parte della stampa.

Nel settore farmaceutico, ad esempio, si parla esclusivamente dei farmaci da banco, ma non si capisce perché non sia stata stabilita una condizione di reciprocità, consentendo a tali esercizi di estendere il novero dei prodotti vendibili.

Nel campo dei servizi professionali, poi, è stata introdotta in modo brutale una norma che elimina i minimi tariffari, senza tener conto della peculiarità delle singole professioni e senza che i soggetti interessati potessero avere alcuna voce in capitolo.

Sarebbe stato ed è opportuno predisporre un provvedimento di riforma delle professioni più organico e con un diverso percorso a livello sia preparatorio che parlamentare. Non è con provvedimenti vessatori che si ottiene la liberalizzazione, ma con strumenti normativi adeguati e meditati che conducano ad un'apertura reale del mercato e ad un aumento dell'offerta di servizi professionali a tutto vantaggio dei consumatori.

Altrettanto negativo è il giudizio relativo alla parte fiscale del provvedimento, che, come sottolineato in precedenza, è quella preponderante, anche perché le finte liberalizzazioni sono le foglie di fico per nascondere la vessazione impositiva. Dietro lo schermo delle pseudo-liberalizzazioni si nasconde, infatti, un massiccio intervento in materia fiscale, con una congerie di norme che muta profondamente il quadro esistente.

Basti pensare, ad esempio, alle nuove disposizioni in materia di deduzioni dell'IVA sugli immobili e sui terreni edificabili, cui era stato superficialmente e paradossalmente attribuito carattere retroattivo, che hanno creato problemi ai mercati finanziari e che comporteranno un aggravio dei costi a carico dei consumatori. Si prevede, inoltre, sempre in tema di IVA, tutta una serie di appesantimenti burocratici e aumenti di costi, soprattutto per i piccoli esercizi commerciali.

Sono solo alcuni degli esempi che si potrebbero fare, ma ne potremmo portare altri che riguardano l'eccesso di burocratizzazione, l'obbligo di comunicazione telematica dei corrispettivi giornalieri, l'elenco dei clienti e fornitori, l'obbligo di transazione bancaria: adempimenti che appesantiscono burocraticamente tutti gli esercizi e le attività commerciali.

Contestiamo quindi questo provvedimento sia dal punto di vista dello strumento usato, il decreto-legge, che ne ha strozzato i tempi di discussione parlamentare, sia dal punto di vista dei contenuti; contenuti che, in alcuni casi, sono inadeguati rispetto al fine, come nel caso delle liberalizzazioni, che richiederebbero ben altri interventi e soprattutto il consenso del mercato, mentre in altri sono talmente densi e complessi da richiedere ben altri strumenti, anche perché vanno ad incidere su una materia così delicata come quella fiscale.

È per tutti questi motivi che esprimiamo la nostra ferma opposizione al provvedimento nel suo complesso, auspicando che il Governo valuti seriamente l'opportunità di stralciare almeno alcuni aspetti particolarmente critici del decreto-legge Bersani, destinandoli ad un disegno di legge che consenta discussione, confronto, equità applicativa.

Non so se questo ci sarà consentito e troverà ascolto. Ma se così non sarà, prenderemo atto che questo provvedimento si basa su false liberalizzazioni, con l'aggiunta di un sovraccarico di burocrazia e di maggiori imposte, quindi porterà a prezzi più alti per il consumatore finale e a maggiori costi per le famiglie. Onestamente, con tutta la nostra forza, è quanto avremmo voluto e vogliamo assolutamente evitare. (Applausi dal Gruppo UDC).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Curto. Ne ha facoltà.

 

CURTO (AN). Signor Presidente, il ministro Bersani, intervenendo su «l'Unità», ha dichiarato di non avere mai ricevuto tanti complimenti, anche da parte di gente che non lo vota, a seguito dell'adozione del decreto in esame. Crediamo al Ministro, solo che alle lodi ricevute da coloro che non lo votano diamo una lettura un po' diversa, del tipo: continui Ministro, continui su questa strada e il secondo Governo Prodi - ovviamente mutuo dalla letteratura francese - vivrà quanto vivono le rose, cioè lo spazio di un mattino.

Al di là della facile ironia, il decreto costituisce la sintesi dell'improvvisazione, dell'incoerenza e della contraddittorietà della politica economica del centro-sinistra e - mi sia consentito - anche la sintesi della concezione arrogante dell'esercizio della funzione istituzionale.

Solamente con voi si poteva introdurre in un decreto che, per ammissione del vice ministro Visco, doveva intervenire solo in direzione di tre obiettivi (liberalizzazione, contenimento della spesa, incremento delle entrate), una riforma strutturale, quella delle libere professioni, che in un Paese normale - qui utilizzo un'espressione di un leader del centro-sinistra - sarebbe stata preventivamente bloccata dalla massima carica dello Stato, il Presidente della Repubblica (articolo 87, quarto comma, della Costituzione).

Si tratta di un provvedimento comunque privo di quelle clausole di salvaguardia necessarie per garantire qualità ed eticità delle prestazioni. Un decreto palesemente incostituzionale nella parte in cui assegna efficacia retroattativa a norme di carattere fiscale, determinando - spero non dolosamente - rilevantissime perdite in Borsa per alcuni investitori del settore immobiliare a vantaggio di altri, che vorremmo conoscere, se non nelle generalità, almeno nel settore e nel numero e il Governo sa perché.

All'Esecutivo non può sfuggire, infatti, che quando avvengono, nello spazio di pochissime ore, modifiche talmente rilevanti sotto il profilo finanziario all'interno della Borsa, c'è chi specula positivamente, lucrando vantaggi molto forti, e chi si impoverisce, determinando le condizioni per l'abbattimento verticale del proprio reddito e patrimonio.

Credo di poter dire che su questo argomento dovremo ritornare. Dovrà ritornarvi il Governo e rispondere in quest'Aula agli appositi atti ispettivi che abbiamo posto in essere; nello stesso momento in cui confermo questo concetto e questo principio, ribadisco che questo decreto crea le precondizioni per una sorta di vampirizzazione del contribuente, sul quale a breve si abbatterà la scure dell'aumento degli estimi catastali. Lo stesso vice ministro Visco, che non è nuovo a esperienze e atteggiamenti di questo genere, lo ha confermato, sia pure indirettamente, in Commissione finanze. Voi non avete creato le condizioni per semplificare: questo va smentito. Avete, anzi, sostanzialmente creato le condizioni per fare tutto il contrario della semplificazione, attribuendo agli organismi che mettono in moto il sistema economico...

 

PRESIDENTE. Senatore Curto, la invito a concludere. Il tempo a sua disposizione sta per scadere.

 

CURTO (AN). È un decreto che ha confermato comunque la babele politica in cui opera il Governo di Romano Prodi nella valutazione della situazione generale del Paese.

Concludo citando l'ultima dichiarazione fatta proprio su «l'Unità» dal ministro Bersani, il quale, alla domanda «quali sono i segni della vitalità che vede in Italia?», ha risposto «faccio solamente qualche caso: la FIAT, che sembrava morta e invece ha ripreso a produrre auto». Ricordo al Ministro che la FIAT ha ripreso il proprio ruolo nell'economia, nella società italiana e nella società internazionale solamente quando la politica illuminata del centro-destra ha creato le condizioni per passare oltre l'economia assistita che la stessa FIAT aveva utilizzato e della quale aveva goduto negli anni dei Governi di centro-sinistra. (Applausi dal Gruppo AN).

Signor Presidente, le chiedo di poter allegare agli atti il testo del mio intervento.

 

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

È iscritto a parlare il senatore Bonadonna. Ne ha facoltà.

 

BONADONNA (RC-SE). Signor Presidente, credo che avviandoci verso la conclusione di questa discussione possiamo rilevare fondamentalmente i seguenti aspetti.

Il primo è che siamo in presenza di un provvedimento con il quale il Governo interviene con una gamma di strumenti volti sostanzialmente a produrre una riduzione della spesa, un ampliamento della concorrenza, sotto specie delle liberalizzazioni, una politica delle entrate di contrasto all'elusione e all'evasione fiscale e di recupero della base imponibile.

Da questo punto di vista, mi pare si sia segnata un'inversione di tendenza rispetto a quelle misure una tantum che avevano caratterizzato gli interventi di politica economica nella precedente legislatura da parte dell'allora Governo. Siamo in presenza di una scelta assolutamente condivisibile. Se c'è una riflessione da fare, forse è che il rapporto tra queste misure, che hanno un carattere di urgenza e di immediatezza, deve trovare - come auspichiamo avvenga nella legge finanziaria - un quadro entro il quale gli elementi di solidarietà sociale e, soprattutto, gli elementi di giustizia sociale siano accentuati.

Nel quinquennio passato - anche negli anni precedenti, per la verità - abbiamo assistito alla polarizzazione non soltanto dei redditi, ma anche delle condizioni, tale per cui è piovuto sempre sul bagnato. Adesso con gli interventi sia sulle partite IVA, sia sul recupero dell'elusione e dell'evasione fiscale, si va nella direzione giusta. Una direzione che consente anche di dare risposte e segnali ad una popolazione italiana che ha investito molto su questo Governo, si aspetta da esso una risposta socialmente qualificata e ha apprezzato le misure che fin qui sono state adottate.

Ho ascoltato in quest'Aula molte lamentazioni sul fatto che alcune categorie sarebbero particolarmente conculcate o mortificate dagli interventi di liberalizzazione. Per la mia esperienza, la nostra formazione e la nostra collocazione politica, se tanti lamenti li avessi sentiti quando si è teorizzato e praticato che i salari degli operai e gli stipendi degli impiegati potessero essere compressi e abbassati perché questo serviva al mercato, avrei qualche motivo di riflessione. Tuttavia, nella misura in cui parliamo di condizioni di professionisti che hanno il diritto di difendere la propria posizione, ma certamente non quello di garantirsi una condizione di sostanziale intangibilità da parte dello Stato e della legge, mi pare che stiamo andando in una direzione non corretta.

Apprezzo molto il fatto che il Governo abbia saputo dialogare in Commissione bilancio e che una serie di emendamenti e di modifiche strutturali anche nell'impostazione del decreto siano state accolte.

Ciò sta a significare che se c'è un buon rapporto, corretto, tra il Governo e le Commissioni parlamentari, i provvedimenti risulteranno più chiari e potranno essereapprovati anche con maggiore efficacia. (Applausi dal Gruppo RC-SE).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Piccone. Ne ha facoltà.


PICCONE (FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa mattina è valsa la pena venire in Aula per ascoltare, al di là degli interventi autorevoli e significativi svolti dai colleghi, in particolare due interventi dei colleghi della maggioranza. Mi riferisco al senatore Lusi, che, dopo un'arringa di dieci minuti contro il provvedimento sulle professioni, non ha spiegato se voterà o no il provvedimento e, ancora di più, ad una collega di Rifondazione Comunista che ha teorizzato la prospettiva di liberalizzazioni senza privatizzazioni.

Mi rendo conto, da liberale, che probabilmente ho sbagliato e mi domando se a Croce, Popper e Einaudi non si drizzerebbero i capelli sulla testa nell'ascoltare certe affermazioni.

Credo che sul disegno di legge di conversione del decreto-legge al nostro esame sia avvenuto qualcosa di abbastanza singolare e che abbia influito molto la fretta di agire, come è dimostrato dai provvedimenti presentati in Commissione. Basta rilevare che le Commissioni in sede referente non hanno all'ordinedel giorno più di un provvedimento legislativo a testa, a dimostrazione della fretta del Governo di fare qualcosa.

Si consideri poi che dal punto di vista economico la manovra è sostanzialmente inesistente e che nell'ottica delle liberalizzazioni sottende in modo ancora più evidente una stangata fiscale di carattere prospettico più che attuale. Credo che il provvedimento sia stato predisposto in pieno stile marxista e non liberale e dunque che abbia poco a che fare con le liberalizzazioni. Credo sia evidente un fattore culturale, prima ancora che politico e tecnico. Non mi soffermo poi su tutti gli errori e le marce indietro fatti sull'argomento.

Non vorrei cadere nell'errore di soffermarmi a lungo sulle liberalizzazioni. Approfitto tuttavia della presenza del ministro Bersani per chiedergli se non ritenga opportuno prevedere almeno una distinzione tra farmaci OTC e SOP, in modo da dare la possibilità anche ai piccoli supermercati, almeno per quanto riguarda la linea dei farmaci più semplici, di distribuirli. Ciò garantirebbe di allargare la platea delle farmacie, ricentralizzando nella grande distribuzione la possibilità di aprire farmacie e non escludendo i piccoli esercizi dalla distribuzione di determinati farmaci.

Al di là di quello delle liberalizzazioni, vanno considerati i temi dell'energia, dei trasporti, dei servizi pubblici locali, delle comunicazioni e delle municipalizzate, che sono azioniste e dai committenti della maggior parte dei loro servizi. È qui che si deve concentrare una vera liberalizzazione, non su altro.

Tornando all'argomento fiscale, che mi sembra quello più importante, al di là dell'apparenza con la quale è stata presentata la manovra, da una lettura più attenta del dispositivo normativo emerge un chiaro disegno politico volto a penalizzare eccessivamente il sistema delle imprese.

Mi sembra che il Governo, nella persona di Visco, sia intervenuto sul sistema tributario in maniera disconnessa e senza programmazione. La Casa delle Libertà con sistematicità, attraverso la legge delega n. 80 del 2003 di riforma del sistema fiscale statale e alcuni decreti delegati, tra cui il decreto legislativo n. 344 del 2003 relativo alla riforma dell'imposizione sul reddito delle società (IRES), aveva dato vita a qualcosa di meglio e di più costruttivo. Tra l'altro, anche i vituperati condoni, che a tanti sono sembrati così negativi, nei primi mesi di quest'anno hanno dimostrato come invece la base imponibile e le entrate fiscali siano aumentate.

Non si rinviene quindi alcun tipo di organicità in questo decreto-legge. Mi limito a fare un esempio di più basso profilo rispetto a quelli fatti sulle partite IVA e sull'IVA relativa agli immobili, soltanto per far capire il senso di questo provvedimento. Farò riferimento all'indeducibilità dei terreni sui quali insistono i fabbricati.

Le aree su cui insistono i fabbricati non sono più ammortizzabili: il costo deve essere scorporato e quantificato in via forfetaria e rappresenta il 30 per cento del costo dei siti industriali. È come dire che, se un sito industriale ha un costo medio di 1.000 euro, non viene data la possibilità di ammortizzare il 30 per cento, cioè 300 euro a metro quadro. A mio avviso, anche a piazza Navona un terreno non costerebbe 300 euro a metro quadro!

Mi sarebbe piaciuto avere qualche minuto in più a disposizione. Comunque concludo dicendo che anche tra i miei colleghi qualcuno si è sbagliato facendo riferimento ad un presunto Grande fratello, perché in quel caso si viene spiati in modo volontario. In questo caso, invece, non credo che i contribuenti assentano a questo tipo di spionaggio industriale e tributario, che considero invasivo, invadente, vessatorio e anacronistico.

Ritengo che questa sinistra sia più che altro un sinistro, a fronte del quale probabilmente nessuna polizza assicurativa può garantirci. (Applausi dal Gruppo FI).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Benvenuto. Ne ha facoltà.

 

BENVENUTO (Ulivo). Signor Presidente, parliamo di un provvedimento che si sostanzia in una manovra strutturale, i cui effetti principali si realizzeranno nel 2007 e nel 2008. Esso rappresenta una prima tappa di un disegno riformatore di ampio respiro, al quale dovranno seguirne altri, come l'attuazione della class action e gli interventi nei settori dell'energia e delle comunicazioni, e dovrà affrontare la legge finanziaria nel quadro dell'indicazione del Documento di programmazione economico-finanziaria.

Abbiamo cercato di fare un salto di qualità di fronte ad una finanza pubblica disastrata, anzi sbrindellata. Di fronte ai richiami e alle sollecitazioni degli organi internazionali, prima tra tutti l'Europa, abbiamo evitato di procedere come troppo spesso si è fatto nel nostro Paese, cioè di mettere toppe o rattoppi, di operare tagli o andare alla ricerca di entrate, una logica trita e ritrita alla quale per troppo tempo si è abituato il nostro Paese. E nello stesso tempo abbiamo rifuggito dalla facile retorica di provvedimenti dei cento giorni.

Vediamo qual è il cuore del nostro provvedimento. In primo luogo, assicurare la crescita e non solo con operazioni di politica economica, ma rompendo i vincoli, le ingessature, i lacci e i lacciuoli, insomma cercando sul serio di disboscare le tante posizioni protette che esistono e resistono nel nostro Paese. In secondo luogo, in un Paese che ha l'allergia alla concorrenza, che è malato di protezionismo, abbiamo affrontato con forza e in termini reali i problemi della concorrenza, perché sono la legge che deve garantire il mercato. E infine, abbiamo voluto chiudere con il lassismo di fronte all'evasione fiscale, abbiamo voluto individuare posizioni certe, sicure, fare insomma sul serio sulla lotta fiscale.

Si è detto che il ministro Bersani non ha rispettato la politica di concertazione, che non ha voluto sentire le categorie. Non è così. Si è voluto dare una scossa, quella scossa di cui si era parlato alla fine dell'altra legislatura, una scossa per rompere la pigrizia di questo Paese, una scossa per rivolgersi al nuovo, non per conservare. E del resto, sono state svolte le audizioni in Commissione bilancio, con un lavoro serio, ed ora c'è un confronto in Aula. Insomma, anche da parte del Governo si sente l'esigenza di confrontarsi e discutere, non per cercare lo scalpo di qualche categoria o di qualche ordine professionale.

Quando è stata trovata una soluzione si è detto che il ministro Bersani aveva ceduto. No, non vogliamo eccedere in una posizione di chiusura. Non abbiamo paura del confronto. Sappiamo che gli ordini professionali non vanno demonizzati e che è fondamentale il confronto con gli ordini professionali. Ad esempio, conosco il grado di eccellenza dei notai, con i quali è stato possibile realizzare un sistema all'avanguardia nel campo dell'informatizzazione dei dati relativi alla proprietà degli immobili e con i quali è stato possibile superare un sistema che impediva nel nostro Paese di realizzare i patti successori.

Sappiamo che i commercialisti, i ragionieri, i tributaristi, insomma gli intermediari fiscali sono preziosi per una politica volta a combattere l'evasione fiscale che deve essere necessariamente comune. Sappiamo che con l'ausilio dei commercialisti è stato rinnovato l'ordine, che non esistono tariffe minime. Sappiamo, insomma, che con gli ordini professionali, che rappresentano una tradizione, una specificità, una risorsa del nostro Paese, si deve discutere, si deve valutare come essi operano in Europa e come si possono modernizzare.

L'iniziativa che è stata assunta non è stata improvvisa, essa segue una linea che tiene conto di quanto era stato fatto presente all'Autorita garante della concorrenza e del mercato prima da Amato, poi da Tesauro e poi da Catricalà, di quanto aveva tentato di fare Vietti e di quanto ci chiedono di fare nel nostro Paese per gli ordini professionali l'Europa, il Fondo monetario e l'OCSE. Insomma, siamo aperti al confronto e sappiamo che questo è necessario e fondamentale.

Ancora, sulle banche e le assicurazioni sono stati presi provvedimenti che pure trovavano ascolto e attenzione anche in posizioni presenti nei partiti dell'opposizione, volti a fare in modo che i cittadini fossero riconosciuti dalle banche e dalle assicurazioni e che i risparmiatori non venissero prima raggirati e poi presi in giro per la mancata valorizzazione di una legge sul risparmio effettiva e potessero svolgere un loro ruolo. Insomma, per fare in modo che banche e assicurazioni trattassero i cittadini in modo adeguato e che i cittadini per far valere il loro diritti non dovessero sottostare a vessazioni o chiedere favori.

Vorrei poi rapidamente fare alcune osservazioni su un'altra parte importante e fondamentale del provvedimento, quella riferita alla lotta all'evasione fiscale, alla manovra di carattere fiscale. Anche qui la logica è quella di far aumentare il gettito senza aumentare le tasse e di creare condizioni realistiche per cui in una politica di riequilibrio fiscale e di azione di contrasto all'evasione fiscale sia possibile diminuire i tributi intelligentemente. Vediamo che nel provvedimento sono state prese delle prime misure. Sono state eliminate delle iniquità, che erano state denunciate anche da forze dell'attuale opposizione. Mi riferisco allo scandalo delle stock option, alle società esterovestite, alle misure necessarie per il contrasto al lavoro nero e alle misure introdotte per quanto riguarda i lavori in edilizia.

Per quanto riguarda in particolare le misure che sono state adottate in merito all'IVA come si può dire che vogliamo complicare la vita del nostro Paese, quando con il fenomeno della società carosello l'IVA è diventata nel nostro Paese più che negli altri Paesi europei un meccanismo per truffare, un meccanismo per cui si inventano aziende che hanno una vita effimera e che riescono, senza pagare le tasse, a introitare i rimborsi IVA? Sono state quindi prese delle misure per rendere più complicata, difficile e controllata l'applicazione dell'IVA.

Si è parlato di Grande fratello, di paura del contribuente. Nulla di tutto ciò, perché molte di queste misure sono già presenti, come quella sulle riscossioni o quella sull'anagrafe dei conti correnti bancari. (Richiami del Presidente).

Mi avvio alla conclusione, signor Presidente. Dicevo: ho sentito parlare anche di Grande fratello, ma queste misure sono nel nostro ordinamento dal 1991 e non sono state ancora applicate dopo 15 anni. Anche il ministro Siniscalco e il ministro Tremonti, quando hanno scoperto che l'azione dei condoni e del permissivismo fiscale non produceva risultati, avevano tentato di riprendere questo discorso.

Il nostro Paese ha un'evasione dell'11 per cento del PIL: 5 per cento delle imposte sul reddito, 2 per cento delle imposte sul valore aggiunto, 4 per cento per i contributi non pagati. Abbiamo un'evasione fiscale tre volte più alta di quella degli altri Paesi. Per ogni 100 euro dichiarati ce ne sono 27 evasi.

Noi non ci rassegniamo a questa realtà. Non vogliamo alzare una bandiera bianca, non vogliamo essere impotenti. Sappiamo che l'evasione fiscale non è una maledizione biblica, ma la lotta all'evasione fiscale è un impegno serio che va perseguito con assiduità e realismo e solo se ridurremo l'evasione potremo ristabilire la fiducia nei cittadini e nelle istituzioni e potremo guadagnare il consenso per rifondare il Paese e riprendere lo sviluppo. (Applausi dal Gruppo Ulivo).

 

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Ripamonti.

 

RIPAMONTI, relatore. Signor Presidente, per prima cosa vorrei fornire un chiarimento tecnico: nel fascicolo sono presenti diversi emendamenti firmati dal relatore. Ovviamente questi ultimi sono stati votati in Commissione e quindi, nel fascicolo, devono risultare come emendamenti della Commissione. Probabilmente, dal momento che il termine per la presentazione degli emendamenti in Aula scadeva prima della conclusione dei lavori della Commissione, sono stati presentati in Aula alcuni emendamenti del relatore che poi sono stati assorbiti o comunque votati come emendamenti della Commissione. Quindi, gli emendamenti che portano la firma del relatore sono ritirati.

L'importanza di questo provvedimento si evince dal fatto che ci sono stati circa 50 interventi di senatori che hanno spaziato su tutti gli argomenti oggetto del nostro esame. La prima considerazione che voglio affrontare e sottoporre alla vostra attenzione riguarda il fatto che alcuni senatori hanno affermato che ci sarebbe stata, da parte del Governo, una sorta di marcia indietro in particolare attorno alle norme relative alla liberalizzazione. Dopo aver ascoltato le categorie, credo che alcune norme siano state migliorate attraverso l'esame in Commissione.

Ho fatto riferimento alla questione dei taxi, dal momento che essa non si poteva considerare ricompresa nella proposta delle liberalizzazioni. La questione dei taxi aveva un obiettivo diverso che era quello di garantire, salvaguardando l'autonomia dei sindaci, un maggior numero di autoveicoli circolanti nelle città. Sono convinto che la sostanza di questo obiettivo sia stata mantenuta e raggiunta e che la norma che abbiamo votato in Commissione, che è oggetto dell'esame dell'Aula, vada nella direzione prevista della salvaguardia dell'obiettivo. Vi è stata, è vero, una pressione rilevante da parte della categorie. Si tratta un provvedimento che, secondo me, ha tenuto conto anche di queste pressioni mantenendo, nella sostanza, gli obiettivi prefissati.

Sono convinto, Presidente, che da questo punto di vista il testo abbia mantenuto la sua originaria impostazione anche perché questa proposta ha avuto il consenso dell'opinione pubblica. C'è stata una contraddizione, per così dire, trasversale tra alcune categorie che si opponevano alle norme al nostro esame e invece, un consenso, da parte dell'opinione pubblica, importante e che ha garantito che il confronto che si è svolto in Commissione mantenesse salda la strada sugli obiettivi prefissati.

È come se si dicesse che vanno bene le liberalizzazioni se riguardano altri. Il tassista si ribella alle norme, come se non fosse nello stesso tempo utente dei servizi bancari che con questo provvedimento migliorano, come se non fosse cliente delle compagnie assicurative, come se non avesse rapporti con la distribuzione commerciale; come se l'avvocato non utilizzasse il taxi, oppure non utilizzasse i servizi bancari, oppure non assicurasse la propria automobile.

Vi è stata - ripeto - una sorta di grande contraddizione trasversale e credo che sia stata ben gestita, organizzata ed esaminata nel confronto che si è svolto in queste settimane. Finalmente il Paese ha discusso, probabilmente si è anche diviso, su questioni molto importanti, che riguardano il nostro destino, il futuro dell'Italia.

Si è aperta una prospettiva, credo, nuova. Non si fa più riferimento alle categorie chiuse in compartimenti stagni. Ovviamente, permangono sui singoli provvedimenti impostazioni diverse tra il centro, la destra e la sinistra e tuttavia emerge una figura nuova, a cui giustamente questo provvedimento cerca di venire incontro e fornire una risposta: la figura è quella del cittadino consumatore, del cittadino utente, del cittadino contribuente.

Il senatore Azzollini ha posto in evidenza che questo provvedimento contiene una manovra che non è una manovra, perché nel primo anno l'aggiustamento dei conti viene cifrato solo con lo 0,1 per cento del prodotto interno lordo e nel secondo anno con lo 0,5 per cento. Ritengo che ciò contribuirà in modo rilevante, nel 2007, alla manovra di aggiustamento che dovrà essere predisposta con la finanziaria.

Nel 2006 si prevede una manovra di aggiustamento così limitata, innanzitutto perché si hanno a disposizione solo sei mesi di tempo e poi, soprattutto, perché con questa manovra si abbandonano definitivamente le cosiddette misure una tantum. Con questa manovra si imposta in modo strutturale un processo di risanamento, dimostrando così che vi è effettiva discontinuità tra le politiche economiche che hanno contraddistinto il passato Governo e quelle che, invece, stiamo cercando di impostare con questo provvedimento.

Devo sottolineare che da parte nostra non vi è stato alcun tentativo di imbellettare i numeri. I numeri sono quelli. È vero, nel 2006 si prevede un aggiustamento solo dello 0,1 per cento, ma - ripeto - questo è dovuto al fatto che si è adottata una manovra completamente strutturale nei suoi dati di fondo. Sono state avanzate altre proposte? Questa proposta non va bene? Nel confronto che si è avuto in discussione generale non ho sentito altre proposte che venissero incontro alla necessità di impostare una manovra di carattere strutturale.

 

Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 11,14)

 

(Segue RIPAMONTI, relatore). In merito alla questione dello sviluppo, sempre il senatore Azzollini ha spostato l'attenzione da quanto si prevede con questa manovra alla discussione sul Documento di programmazione economico-finanziaria, certamente dimenticando tutte le misure presenti in questo provvedimento tese allo sviluppo: il fondo per le Ferrovie dello Stato, il fondo per l'ANAS, il fondo per le politiche sociali, la riduzione dell'IVA per alcuni settori industriali importanti per il nostro Paese, l'IVA sulle ristrutturazioni edilizie. Tutto ciò è stato dimenticato. Non si è fatto riferimento a queste misure, ritengo, importanti per un processo di sviluppo del nostro Paese.

Si è parlato invece del Documento di programmazione economico‑finanziaria e anche in questo caso non vogliamo imbellettare i numeri perché sono chiari. Si è fatto riferimento al fatto che nel DPEF c'è, tra il tendenziale e il programmatico, una differenza di qualche centesimo di punto percentuale. È vero che una manovra pesante come quella che si preannuncia per l'anno prossimo (i numeri sono contenuti nel DPEF) avrà un effetto depressivo sul primo anno, ma ovviamente negli anni successivi questa manovra di aggiustamento creerà le condizioni perché lo sviluppo sia più duraturo e più significativo e in proposito non nascondiamo le cifre. Questo è quello che è scritto perché i dati sono documentati. Il confronto ovviamente dovrà svilupparsi sulle misure e su questo siamo disponibili.

Infine, per quanto concerne la questione della parte fiscale, credo che sia importante la scelta che è stata compiuta riguardo la retroattività sia in termini generali sia in termini specifici dell'IVA sugli immobili. Lo abbiamo detto: c'è stato un errore, ma lo abbiamo corretto. Il confronto parlamentare serve a questo: è utile, quando si sbaglia, a tenere conto delle posizioni e a correggere.

C'è però una vicenda che credo debba essere ricordata. Le questioni dell'errore e della retroattività sono state utilizzate, nel confronto di queste settimane, come una sorta di alibi per sostenere che comunque tutta l'impostazione fiscale del provvedimento non andava bene. Dobbiamo metterci d'accordo: tolta la retroattività, vi sono alcune misure tese a raggiungere l'obiettivo di una lotta efficace all'elusione e all'evasione fiscale? Se ci sono queste condizioni, discutiamo nel merito. Questo provvedimento cerca di impostare in modo efficace e, credo, concreto alcune misure che ci permettono di raggiungere quell'obiettivo e cioè la raccolta dei dati, il loro incrocio e il fatto di creare alcuni conflitti d'interesse che ci permettono di rendere appunto più efficaci le misure per contrastare l'elusione fiscale.

Nel provvedimento, allora, vi sono queste misure: non si è d'accordo sulle stesse? In quest'ultimo caso si proponga qualcos'altro. Guardate, ho ascoltato - l'abbiamo sentita tutti e abbiamo potuto leggerla anche nei Resoconti - la critica che è stata mossa alle misure sulla parte fiscale che comporterebbero un'oppressione fiscale e burocratica. Non c'è, dunque, alcun confronto nel merito delle proposte. Se queste proposte non vanno bene, che si proponga qualcos'altro! Abbiamo proposto queste iniziative e riteniamo che vadano bene.

C'è però una questione che deve essere ricordata: l'articolo 53 della Costituzione prevede che ogni cittadino, secondo le sue possibilità, deve concorrere al finanziamento della spesa pubblica. Siamo d'accordo con questa disposizione oppure no? È questo il confronto che dobbiamo impostare tra noi.

Infine, Presidente, vorrei fare due considerazioni per concludere.

I colleghi di Rifondazione hanno opposto un problema importante che riguarda i rapporti tra liberalizzazioni e privatizzazioni. Assolutamente non sono titolato in questo momento a fornire una risposta sul tema, che è importante proprio per un processo di sviluppo del nostro Paese, però tutti sappiamo che abbiamo un vincolo politico programmatico che deriva dall'aver sottoscritto un programma che sul punto è molto preciso.

Abbiamo detto che per quanto riguarda il settore dell'acqua, dal momento che non è possibile separare la gestione del servizio dalla questione delle reti, non c'è la disponibilità da parte del Governo e della maggioranza a procedere in un processo di liberalizzazione e privatizzazione.

Per quanto riguarda i grandi servizi a rete, il programma è molto chiaro: esso afferma che per la gestione del servizio bisogna procedere attraverso gara e che invece le reti devono restare pubbliche; cosa diversa è un processo di liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Questo è quanto prevede il nostro programma e credo che dovrà essere realizzato nei prossimi mesi.

Infine, il provvedimento al nostro esame mantiene un equilibrio al proprio interno dato dal fatto che occorre intervenire sul risanamento, sullo sviluppo, sulla lotta all'evasione e sulle liberalizzazioni. Molti hanno detto che la marcia del Paese è troppo lenta, ma questo è il primo passo che viene compiuto, e ritengo che sia un primo passo significativo, che apre delle prospettive; il Paese ha bisogno di fiducia, ha bisogno di prospettive nuove sul futuro, soprattutto per i giovani e a me pare che questo provvedimento vada in questa direzione e risponda alle esigenze del Paese. (Applausi dai Gruppi Ulivo e RC-SE).

 

Presidenza del presidente MARINI (ore 11,21)

 

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore di minoranza, senatore Polledri.

 

POLLEDRI, relatore di minoranza. Signor Presidente, desidero porle preliminarmente un problema regolamentare. Mi sembra che, contrariamente a quanto avviene nella prassi parlamentare, secondo la quale il relatore di minoranza ha a disposizione un tempo computabile a suo nome, ora invece, forse per un disguido, quel tempo sia stato computato al Gruppo.

Ho apprezzato, onorevoli senatrici e onorevoli senatori, gli sforzi del collega Ripamonti. Egli ha fatto quel che poteva, ha cercato di dare qualche risposta, provando a rivolgersi alla minoranza dicendo che se aveva delle proposte avrebbe potuto avanzarle. Ebbene, noi le abbiamo e insieme le potremmo anche votare; come opposizione, abbiamo anche scelto di presentare emendamenti di principio, abbiamo concordato una serie di non più di 60 emendamenti, quindi, ministro Bersani, abbiamo avanzato proposte concrete su cui intavolare un dialogo, una discussione.

Si è sempre detto che quello che manca in questo Parlamento è il dialogo, ma credo che vogliate dare atto all'attuale opposizione di aver consentito di approfondire il dibattito in Commissione, di arrivare a dare il mandato al relatore, anche di modificare alcune parti, modifiche evidentemente di buonsenso che sono state accolte. Vedremo quale motivazione potrà essere addotta se in seguito dovesse esservi un eventuale blocco di questa discussione.

La presenza del ministro Bersani è un'occasione troppo ghiotta per non proporre un dialogo; la minoranza desidera dialogare, se la maggioranza è pronta a discutere nell'Aula del Senato, ben venga, ma mi sembra invece che ci sia un po' di fretta, signor Presidente. Capisco la fretta per poter essere più produttivi, ma non vorrei che questa fretta fosse dovuta magari ad un sentimento di imbarazzo, quantomeno perché questo provvedimento incomincia a circolare nel Paese e i telegiornali non parlano più soltanto dei tassisti, che avevano occupato Roma. Ricordo che quello dei tassisti viene percepito da tutti come un problema dei tassisti romani, ma non mi sembra che il sindaco di Roma sia un sindaco della Casa delle libertà: è il sindaco Veltroni, quindi un vostro sindaco, che magari, tra l'altro, aspira a qualcosa di ben più alto.

A Milano abbiamo risolto con il sindaco Albertini, signor Ministro, c'è stata una battaglia. Quando lei ha preso l'aereo per Milano, arrivato in aeroporto, si sarà imbattuto in alcune manifestazioni e avrà trovato i manifesti del sindaco Albertini che spiegavano ai tassisti perché era necessario aumentare il numero delle licenze. A Milano i taxi si trovano, mi sembra evidente, ma - come dicevo prima - un certo sentimento di imbarazzo è legato al fatto che, ormai, trascorsi i mondiali e passata la festa, la gente incomincia a rendersi conto che qualcosa è cambiato. Oggi iniziano a scriverlo alcune categorie: la Federfarma - pur rappresentando, certamente, un interesse parziale - parla di interessi di grandi gruppi. Mi farebbe piacere sapere che non è vero che esistono tali interessi. Alcuni sospetti, tuttavia, sono legittimi.

L'opposizione ha avanzato una proposta di liberalizzazione. Possiamo fare a meno anche dei farmacisti? Come qualche collega faceva notare, il farmacista delle Coop sarà tutelato o avrà un contratto diverso rispetto a quello del settore?

Noi abbiamo proposto allora di introdurre le confezioni starter dappertutto, anche, ad esempio, negli Autogrill. Può succedere che una persona qualsiasi abbia mal di testa e decida di prendere tre pastiglie. Selezioniamo allora i farmaci da poter vendere. Diversamente, mi sembra che la risposta, emersa anche nel mondo delle cooperative, sia la seguente: quando potremo scegliere quali farmaci introdurre nel nostro Paese, allora faremo risparmiare gli italiani. Avremo quindi sul mercato la supposta coreana? O, magari, l'aspirina cinese? Sarà buona? Senatore Angius, lei che annuisce, li provi lei questi farmaci, vada lei per primo. Vedremo se funzionano.

Avete deciso di respingere il nostro emendamento sulla tracciabilità. Noi volevamo che tutti i farmaci fossero tracciabili. Non dimenticatevi cos'è successo a Bruxelles dove dei farmaci di scadente composizione hanno causato la morte di alcuni bambini. Poiché lì era in vigore il processo di tracciabilità, siamo riusciti a risalire alla fabbrica produttrice di tali farmaci. Voi avete respinto l'emendamento - che intendiamo riproporre - sulla tracciabilità, perché, in un certo senso, non volete disturbare il padrone del vapore.

La nostra critica è molto forte, è una critica, per carità, in campo economico, che adesso andremo ad analizzare soprattutto per quanto concerne le tasse: non è la legge dei tassisti, questa è la prima legge delle tasse. È la prima legge patrimoniale dell'Ulivo, fondata sul principio della diffidenza, secondo cui chi ha, in qualche modo, deve rendere conto agli altri ed è una persona di cui sospettare. E' un principio seguito coscientemente, secondo una certa impostazione e una certa filosofia, purtroppo - ahinoi! - maggioritaria, quantomeno nella sinistra più radicale.

Abbiamo affrontato il tema della libertà. Ieri, il presidente Azzollini era giustamente e realmente indignato, perché - pur essendo, magari, dopo anni, abituati a tutto - non si può dire agli italiani che il proprio conto corrente finirà direttamente nelle mani delle agenzie tributarie e che tutti i nostri spostamenti economici saranno noti al Grande fratello.

Tra l'altro, finiranno anche in un'agenzia e sarà possibile l'ispezione da parte di una spa che, quindi, in un certo senso, non è sottoposta alla tutela propria di un pubblico ufficiale o dello Stato. Come si può pensare di consegnare a tali agenzie i conti correnti, con tutti i loro spostamenti, dei professionisti e dei loro clienti? E il vincolo della segretezza? Vi ricordate Orwell? Dobbiamo regalarvi un libro sul Grande fratello. Tra l'altro, vi siete anche dimenticati di sentire il parere del Comitato ispettivo cui partecipano l'Agenzia delle entrate e la Guardia di finanza che tutti gli anni produce una relazione: ciò è consentito solo a quelli che dovrebbero utilizzare i vostri dati.

Se andate a leggere la loro relazione, in essa si dice chiaramente che il controllo dell'evasione fiscale si può attuare in due momenti. Il primo è quello di acquisire tutti i dati.

Acquisirete, quindi, tutti i dati e troverete il supercervellone. Ma - si dice - questa strada non funziona e la cosa migliore sarebbe pensare ad una parola forse magica: mi riferisco al federalismo fiscale, di cui si legge qualcosa negli atti della scorsa legislatura. Quello che, in sostanza, lasciava ai Comuni (già nella manovra finanziaria dell'anno scorso l'abbiamo fatto) la possibilità di controllare l'evasione perché è lì che si concilia l'esigenza della popolazione di avere entrate con quella di controllare. Dunque, controllo e spesa si ritroverebbero uniti nella stessa figura e lì si potrebbe sviluppare una sinergia. Invece, non c'è una riga che parli di federalismo fiscale in modo serio sia nel provvedimento che ci accingiamo a varare che nel Documento di programmazione economico-finanziaria.

Questa sarebbe stata la leva che avrebbe potuto usare la Casa della libertà e, al contempo, il terreno su cui lanciare la sfida all'attuale maggioranza.

Signor Ministro, signori della maggioranza, avete consegnato oltre ai fatti nostri anche le chiavi della politica industriale attraverso l'articolo 14 del provvedimento. Con questo articolo, lei, signor Ministro, ha rinforzato in modo esagerato i poteri dell'Antitrust. Nel primo provvedimento ha avocato a sé alcune leve di politica industriale nel settore energetico. Giustamente ha detto che i tetti per la vendita dell'ENI o quando la SNAM Rete Gas dovrà essere privatizzata saranno decisioni assunte dal Governo con valutazioni autonome. Mi sembra giusto: in base allo scenario europeo, in base alle trattative in corso e in base a cosa farà la Francia.

Lei, signor Ministro, con questo provvedimento, dà all'Antitrust le chiavi per decidere la politica industriale di questo Paese. In base a un semplice sospetto, ad una semplice apertura, a una semplice telefonata, aziende quotate in Borsa dovranno correre, cedere dei rami d'azienda, "dimagrire", altrimenti rischiano di vedersi sequestrato addirittura il 3 per cento delle azioni. Basterà una telefonata dell'Antitrust la sera; voglio vedere il giorno dopo sui titoli il Tesoro cosa dirà.

I risparmiatori con questo provvedimento che avrebbe dovuto rilanciare l'economia hanno già perso un miliardo e mezzo di euro in Borsa; precisamente mezzo milione di risparmiatori.

Avete consegnato ai giovani che intendono costruirsi una casa un'ulteriore tassa del 4 per cento e non potranno più godere di detrazioni. Era questa la politica che volevate fare a favore della famiglia?

Era questa la politica a favore della famiglia, creando in Italia 8.000 nuove posti di gioco, dando il via libera, di fatto, a nuovi casinò e prevedendo la possibilità di installare slot machines nelle sale Bingo?

Concludo, signor Presidente. Di tracce di sviluppo qui ce ne sono assolutamente poche; di tracce di tasse e di Grande fratello - ahinoi! - è invece pieno questo provvedimento, che è il primo che ci fa sapere come la pensate per il futuro. (Applausi dai Gruppi LNP, FI e AN).

 

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il ministro per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali, onorevole Chiti. Ne ha facoltà.

 

CHITI, ministro per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali. Signor Presidente, intervengo per chiederle di sospendere per circa mezz'ora la seduta al fine di consentire al Governo di valutare gli elementi di confronto sviluppati in Commissione e nel dibattito di ieri e di oggi in Aula.

 

VALENTINO (AN). E quindi chiedere la fiducia!

 

CHITI, ministro per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali. Valuteremo.

 

GRAMAZIO (AN). Dica la verità!

 

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 741 (ore 12,50)

 

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il ministro dello sviluppo economico, onorevole Bersani. (Vivaci proteste dai banchi del centro-destra all'indirizzo della Presidenza. Richiami del Presidente). Colleghi, per favore!

VIESPOLI (AN). Sei un ipocrita!

 

STORACE (AN). Fai un'altra intervista! Hai imbrogliato! Ve l'avevamo detto!

 

VIESPOLI (AN). Sei un falso buonista! Sei un imbroglione!

 

PRESIDENTE. Vi prego, senatori, fate parlare il Ministro. (Numerosi senatori dell'opposizione si accingono ad abbandonare l'Aula). Colleghi, aspettate un attimo, vi prego. Vi assicuro che effettueremo, volta per volta, al momento della votazione, un controllo con i senatori segretari. (Vivacissime proteste dai banchi dell'opposizione).

Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

 

BERSANI, ministro dello sviluppo economico. Cari colleghi, penso che si debba tornare a un clima di pacatezza e discutere del provvedimento intorno al quale si sono svolti, stamattina, interventi rilevanti sia da parte di rappresentanti della maggioranza che dell'opposizione. Nella discussione ampia che c'è stata su questo decreto-legge, mi pare di poter osservare...

 

STORACE (AN). (Rivolto al Presidente). Sei un imbroglione!

 

VIESPOLI (AN). La colpa è della Presidenza se non c'era il numero legale. È colpa sua! (Il sottosegretario Vernetti apostrofa un senatore dell'opposizione. Vivaci proteste dei senatori Collino e Mugnai. Richiami del Presidente).

 

PRESIDENTE. La prego di andare avanti, signor Ministro.

 

BERSANI, ministro dello sviluppo economico. Come dicevo, nella discussione sul decreto-legge le critiche si sono divise, estremizzandosi principalmente in due punti di vista: il decreto non servirebbe a nulla o il decreto provocherebbe dei disastri di proporzioni bibliche.

Credo si possa dire, molto tranquillamente, che questo provvedimento possiede un notevole rilievo e che però rappresenta solo l'inizio di una politica economica che, nei prossimi mesi, dovrà trovare ulteriori coerenze. Si tratta del primo intervento in materia economica del Governo.

Ritengo che questo decreto-legge si faccia comprendere nella sua logica e nella sua cifra. Abbiamo cercato di prevedere una prima misura che fosse segnata da una logica di apertura regolata del mercato, da una logica di lotta all'evasione e all'elusione come fondamento di una nuova politica fiscale e che fosse segnata da un intervento in alcuni settori, a partire da quello immobiliare, per testimoniare, se non altro per contrasto, che la nostra massima attenzione andrà alla produzione e al lavoro.

Con questo decreto-legge abbiamo altresì fatto intendere che non ci disinteressiamo dei problemi relativi alla crescita né a quelli di carattere sociale, prevedendo alcune prime misure sulla questione relativa alle infrastrutture e al finanziamento di spese sociali.

Ora, nell'insieme, questo provvedimento fornisce la traccia di quello che dovrà essere il passo successivo del nostro intervento in economia.

Avete già sentito dire più volte, cari colleghi, da parte del Governo, che esso terrà sempre in equilibrio tre elementi: risanamento, crescita, redistribuzione-equità. Forse vale la pena di chiarire meglio il concetto. Ciascuno di questi tre termini non sarà semplicemente una foglia di fico o un alibi per gli altri due. In sostanza, se il risanamento dovrà pesare 30, anche l'equità e la spinta alla crescita dovranno pesare 30. Se, invece, il risanamento peserà 80, anche l'equità e la redistribuzione (e così gli interventi per la crescita) dovranno pesare 80. Tutto ciò comporterà delle scelte non semplici. Non c'è dubbio. L'importante è che l'opinione pubblica comprenda la logica dell'intervento del Governo.

Così, tornando al decreto-legge, questi interventi contro l'evasione e l'elusione hanno saputo registrare nel Paese un'accoglienza nuova. Noi frequentiamo, ad esempio, tutte le assemblee delle associazioni di impresa e in nessun caso è mancata una sollecitazione da parte del sistema produttivo a introdurre davvero una lotta all'evasione e all'elusione. C'è un cambiamento di clima a questo proposito.

Ora, è chiaro che per fare sul serio bisogna avere gli strumenti che consentano di fare sul serio. E talvolta tali strumenti, per le nostre abitudini, possono risultare fastidiosi e porci alcuni interrogativi. Rendiamoci però conto che senza strumenti la lotta all'evasione e all'elusione non si fa e che tanti di essi sono conosciuti in tutti i Paesi occidentali "normali" e che, quindi, non bisogna esagerare con l'allarmismo. Ad esempio, a proposito dell'anagrafe dei conti bancari si stanno dicendo cose prive di fondamento, perché naturalmente con queste misure riusciremo ad identificare le banche con le quali un soggetto avrà rapporti, ma non ci sarà nessun Grande fratello sui conti correnti bancari. Pertanto, evitiamo di creare allarmismi laddove non ve n'è bisogno.

Quanto, infine, alla parte fiscale di questo testo, ritengo che al termine di questa discussione, dopo le modifiche apportate a seguito di varie sollecitazioni da parte dell'opposizione, che peraltro ci hanno consentito di superare incongruenze tecniche anche rilevanti, il provvedimento contenga alcune misure sulla fiscalità immobiliare tali da rappresentare una soluzione sufficientemente equilibrata. Questo è anche il giudizio di molti operatori del settore. Considerando poi questa soluzione in termini strutturali e paragonandola ad altre possibili (ad esempio a quella tedesca, di un punto d'IVA), si vede che nel relativo le misure elaborate nel provvedimento sono nettamente più presentabili.

Non sono affatto irrilevanti dal punto di vista dell'incidenza sulla finanza pubblica queste misure. Si dice che c'è poco per il 2006. Intanto si compensa l'intervento sulle infrastrutture; secondariamente facciamo interventi strutturali che avranno nella continuità degli anni, a cominciare dal 2007, un effetto molto rilevante.

Sottolineo che la discussione sul decreto è stata molto accesa nel Paese e nel Parlamento. Però non è mancato un confronto anche positivo fra maggioranza e opposizione e alcuni elementi di modificazione hanno trovato anche una convergenza di intenzioni.

Certamente, un punto delicato del decreto sono state le norme cosiddette sulla concorrenza, che hanno sollecitato anche una forte presenza, un forte protagonismo dell'opinione pubblica.

Non voglio qui riprendere il tema generale che è l'ispirazione generale di queste misure. Desidero invece cercare brevissimamente di rispondere alle critiche perché almeno non rimangano equivoci.

La prima critica fatta è la seguente: voi avete usato un decreto per adottare misure che avrebbero preteso invece maggior concertazione, maggior dialogo, maggiore condivisione. È una critica che non rifiuto. Certamente, alcune di queste misure avrebbero meritato un tipo di discussione diversa, non ho difficoltà a riconoscerlo. Però, consentitemi di precisare in primo luogo che su molte di queste misure siamo prossimi o già in condizione di infrazione comunitaria e che siamo sotto segnalazione dell'Antitrust da tempo ormai immemorabile. Vorrei che fosse chiaro perché vedo che sfugge il piccolo problema che, quando si è in infrazione, si pagano multe salate e crescenti. Le paga il contribuente! Questo non lo ritengo accettabile. Secondo me, chi governa ed accetta che un contribuente possa pagare multe per infrazione, poiché non si rimedia a quell'elemento normativo, viene meno gravemente al suo dovere. Questa è la mia personale opinione.

Vi ricordo anche, cari colleghi, che su moltissime di queste norme non è vero che non vi è stata discussione. In alcuni casi è stata decennale. Per esempio, qui ho cercato di riproporre norme a cui avevo già lavorato in precedenti incarichi ministeriali. Ve le potrei citare. Alcune di queste norme sono arrivate in Parlamento una, due volte e non hanno trovato esito. Non tutte sono così. Lo condivido. Però parecchie di queste norme sono così.

Non vorrei che l'aver privilegiato l'elemento della decisione piuttosto che quello della discussione e della consultazione preventiva, lasciasse l'impressione che vogliamo chiudere questo tipo di discussione. Le scelte fatte andranno inquadrate in ulteriori meccanismi di riforma. Abbiamo certamente - lo confesso, lo dico - fatto un'operazione che conteneva in sé un elemento anche di sollecitazione forte verso l'esigenza di disturbarci un po' tutti e di metterci in una prospettiva di cambiamento. Non voglio certo negarlo. Però, ripeto, su molti aspetti la discussione è durata per anni ed anni.

La seconda obiezione è la seguente: avete ragionato de minimis. Avete preso le piccole e non le grandi cose. Innanzitutto, secondo me, l'economia - proprio perché non sono un economista posso dirlo - è la vita normale della gente e una persona normale che si sente dire che sono piccole cose oggetti che si chiamano banche, assicurazioni, avvocati, farmacisti e così via, non lo accetta. Alla gente, al cittadino comune queste sembrano grandi cose, inabbordabili, inafferrabili, sulle quali spesso non puoi avere un minimo di padronanza. Quindi, sono grandi cose.

Ma, attenzione, a queste dodici riforme del decreto abbiamo aggiunto progetti di legge già in Parlamento sui servizi pubblici locali, sulla class action. Circa quest'ultima, a chi si rivolge l'azione collettiva? Sleghiamo le mani di Davide contro un Golia. Non vi sarebbe un principio di azione collettiva, se non si parlasse di grandi soggetti.

In tema di energia ho già presentato proposte di leggi-delega in Parlamento che consentiranno di procedere in termini di liberalizzazione. Ciò a testimonianza che intendiamo muoverci assolutamente a trecentosessanta gradi su questo fronte.

Continuando sull'insieme di obiezioni che sono state mosse al Governo si dice che avremmo trattato differentemente le categorie, non ci sarebbe stato un approccio lineare, su questo o quel punto saremmo radicalmente in disaccordo. Non so se ciò che dirò è credibile, ma l'animo nostro è stato questo: noi non vogliamo avere alcun atteggiamento aggressivo verso le categorie, perché immaginiamo di dover continuare a parlare con queste categorie, che sono importanti. Mi rendo ben conto che si attraversa un passaggio critico, difficile, ma l'Italia la cambieremo insieme a tutti questi soggetti; bisogna quindi cambiare il Paese guardandoli negli occhi. Non ci siamo mai sottratti a questo tipo di discussione, anche se - ripeto - in alcuni frangenti è prevalso l'elemento decisionale.

Se questa modernizzazione del Paese la facciamo disturbando un po' tutti, ma dialogando, creeremo anche le occasioni; faccio notare che nessuna di queste norme, tranne forse quella sulle assicurazioni - che è più di competenza del Ministero dello sviluppo economico -, comporta una rivisitazione generale delle politiche di settore. Cosa che non sarebbe potuta accadere. Preciso che queste norme sono state consentite, così come impostate, anche dal fatto che, nella riorganizzazione delle competenze dei diversi Ministeri, si è per la prima volta introdotto il concetto che il Governo ha un punto di vista e un'iniziativa sui temi della concorrenza. Ciò ci ha consentito di schiodare con questi provvedimenti alcuni evidenti limiti alla concorrenza, seppure ovviamente non ad arrivare a legislazioni di riforma.

Nessuno pensava di riformare il sistema dei taxi (non so come sia nato questo equivoco), il problema che ci siamo posti era quello di rimuovere gli ostacoli che impedivano che ne aumentasse il numero; nessuno ha fatto la riforma delle professioni, che certamente andrà fatta (Commenti del senatore Castelli). Andranno inquadrate in quella riforme anche le novità che abbiamo introdotto con il decreto al nostro esame. Dobbiamo pertanto trovare un terreno di confronto ulteriore.

Riguardo al discorso sui farmaci, ci siamo attestati al prefarmaco vero e proprio, diciamo così, ma c'è tutta una materia molto complessa che merita di essere affrontata. Naturalmente queste iniziative saranno di competenza del Ministero della giustizia, del Ministero della salute, del Ministero delle comunicazioni e quant'altri. Cercheremo di collaborare.

Qui dentro è stata segnalata una preoccupazione molto forte, una critica molto aspra su alcune nuove previsioni, su alcune novità che abbiamo introdotto nell'ambito delle professioni, l'esercizio dell'avvocatura in particolare; critiche che alludono a elementi drasticamente degenerativi della professione, del rapporto professionista‑cliente. Non ritengo francamente ed il Governo non crede - certamente la ratio non è questa - che siano questi gli effetti del provvedimento. Aggiungo anche che, quando si riforma, bisogna avere atteggiamenti pragmatici; mettiamoci, cioè, in condizione di approssimarci all'idea che le riforme si controllano, che si fanno il monitoraggio e la manutenzione perché, se tutte le volte che si muove un passo ci si ferma perché si intravede un disastro, non cammineremo mai. Soprattutto in riferimento all'avvocatura, quindi, invito tutti a ragionare in questi termini.

Ci sono state, poi, altre obiezioni che mi hanno un po' infastidito, sono molto sincero. Mi riferisco a chi dice - ne stiamo discutendo con i farmacisti - che il Governo mira a favorire le Coop. (Commenti ironici dal Gruppo LNP). Non usiamo questi argomenti che banalizzano; vi sarà sfuggito, cari colleghi, che si continua a parlare di supermercati, ma il clou dell'operazione non sono i supermercati.

Il clou dell'operazione infatti consiste nel fatto che un farmacista può aprire un negozio di farmaci da banco con l'aggiunta di tutte le merceologie che vuole in quattro e quattr'otto - grazie alla riforma di otto anni fa che ha semplificato le procedure per l'apertura di un piccolo esercizio commerciale - dove ha chiuso un negozio di merceria. Così un giovane che si laurea in farmacia può fare un nuovo mestiere. Altro che supermercati! Questo è il punto. Quando usiamo la parola "farmacista" non dobbiamo sempre e necessariamente pensare al farmacista titolare. Per l'amor di Dio, c'è anche lui, discutiamone, ma farmacisti sono tutti i farmacisti che escono come tali dall'università. Andate a intervistare un po' di ragazzi che escono dall'università e chiedete loro cosa pensano di queste norme. (Applausi dal Gruppo RC-SE).

Dobbiamo pensare al futuro. Come facciamo a pensare al futuro se non ci poniamo nell'ottica di queste generazioni? Avete sentito i giovani avvocati cosa dicono? Avete sentito i liberi farmacisti cosa dicono? Sono giovani, mediamente e allora prestiamo un po' l'orecchio anche a queste generazioni, perché, diversamente, a questa famosa Italia di domani non riusciremo a dare gambe davvero solide.

Per quanto riguarda la vicenda dei tassisti, non dico altro: oggi il Comune di Roma afferma che avrà 2.500 tassisti in più da settembre, ha utilizzato le nuove norme e così via. Spero solo che i fatti dimostrino che a volte certe parole che sono state dette in quelle ore erano poco meditate. Il Governo non ha ceduto con nessuno e non ha vinto con nessuno! Questa cosa mi è costata e la ribadisco. Un governo non deve vincere! (Applausi dai Gruppi Ulivo, IU-Verdi-Com, RC-SE e dai banchi del Governo). Un Governo deve governare e ciò significa cambiare e cominciare a introdurre una logica dove il cambiamento viene accettato in modo più sereno.

Circa il decreto, non vorrei mai più utilizzare strumenti così. Noi guardiamo l'Europa. Anche in Olanda ci sono i notai, ma due anni fa, per esempio, hanno liberalizzato le tariffe notarili per le compravendite registrate senza che ci fossero particolari rivoluzioni. (Commenti dai banchi del centro-destra. Richiami del Presidente).

 

EUFEMI (UDC). Hanno liberalizzato anche la droga, la marijuana.

 

BERSANI, ministro dello sviluppo economico. È vero, ma non voglio sollevare polemiche.

Spero - e concludo - che questo passaggio, difficile e complicato, abbia però introdotto nell'opinione pubblica e in noi stessi un minimo di riflessione e anche di cambiamento - fatemelo dire - culturale, di mentalità.

Mi rivolgo ora soprattutto - se mi consentite - alla mia parte, al mondo che mi esprime politicamente. Dentro la parola «libertà» è sempre percepito un elemento di giustizia. Rispetto a queste misure (mi rivolgo ora a chi era a favore) ho sentito tutti quelli che erano contro, ma ho sentito tanti che erano a favore e chi lo era mi diceva: è giusto. Credo che questo sia un insegnamento per tutti noi, cioè che, se si aprono spazi regolati di libertà, se si vede il mondo dalla parte dei giovani che bussano sempre a chi tiene la porta chiusa, si fa una scelta che contiene un elemento di giustizia, di equità che viene percepito in modo forte. Credo sia questo un elemento utile al Paese, e qui mi rivolgo invece - se mi consentite - ai colleghi dell'altra parte politica.

L'ho già detto: riformare vuol dire porsi in un'attitudine positiva verso il cambiamento; o troviamo un modo più flessibile e agevole di modificare le cose in questo Paese, altrimenti saremo sempre oltrepassati e mai competitivi. Ciò non vale solo per quanto ho affermato in questa sede, ma anche per ciò che vedremo in finanziaria, per i disturbi che dovremo dare probabilmente anche a gente che ci sta tantissimo a cuore; come ci sta a cuore tantissima gente che abbiamo disturbato qui, intendiamoci bene.

Allora, se la nostra competizione non fosse fra chi dà il colpo che tira il freno, ma fosse invece su come cambiamo, riformiamo, ci muoviamo, offriamo risposte alle nuove generazioni, diamo un'idea di futuro a questo Paese, questa sarebbe la chiave; altro che il Parlamento delle lobby! È necessario tirarsi su, dare l'idea di futuro a questo Paese perché se c'è questa allora la famosa fiducia nel Paese può ripartire. Se ci mettiamo nell'ottica delle nuove generazioni, la fiducia nel Paese può ripartire. Spero che pur litigando e confrontandoci anche aspramente, scegliamo tuttavia questo come terreno di competizione. (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, Aut, Misto-IdV, Misto-Pop-Udeur e dai banchi del Governo. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il ministro per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali, onorevole Chiti. Ne ha facoltà.

 

CHITI, ministro per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali. Signor Presidente, onorevoli senatori, il collega Bersani ha già svolto le considerazioni nel merito di questo provvedimento a nome del Governo, sulle quali non ho altro da aggiungere.

Peraltro, prima di porre la questione di fiducia, vorrei fare alcune valutazioni sul confronto che si è sviluppato in merito a questo decreto-legge perché non è giusto che le tensioni di poco fa occultino un lavoro compiuto sia da parte della maggioranza che dell'opposizione rispetto al provvedimento al nostro esame.

Ringrazio in primo luogo le Commissioni del Senato per l'intenso lavoro svolto; in particolare, la Commissione bilancio, il presidente Morando e i due relatori di maggioranza e di minoranza, rispettivamente i senatori Ripamonti e Polledri. È stato svolto un lavoro costruttivo ed intenso oltre che un confronto, da ultimo ieri in quest'Aula con la discussione e la votazione delle pregiudiziali.

Questo ampio confronto - voglio sottolinearlo - tra Governo, maggioranza ed opposizione, ma anche tra Governo, parti sociali e categorie interessate, ha portato a delle modifiche ed innovazioni e mi sembra giusto darne atto.

La Commissione bilancio ha presentato per l'Aula 95 emendamenti, che recepiscono proposte innovative rispetto al testo originario, 13 delle quali, oltre ad alcune specifiche valutazioni che sono state aggiunte dal Governo e di cui darò notizia, sono state recepite sulla base di valutazioni e proposte presentate dall'opposizione. Non riguardano temi banali (voglio fare soltanto qualche esempio), ma la modifica unilaterale delle condizioni contrattuali, il rispetto della normativa sulla riservatezza nel trattamento dei dati personali, la gestione del servizio idrico integrato, la quantificazione dei costi delle aree di fabbricazione, la normativa in materia di trasferimenti di immobili in piani urbanistici particolareggiati. È dunque un provvedimento che ha avuto un confronto reale.

Tuttavia, come è a voi noto, il decreto-legge n. 223, è all'esame di questo ramo del Parlamento in prima lettura e dovrà essere poi esaminato ed approvato dalla Camera dei deputati. È un provvedimento, a giudizio del Governo, urgente, complesso, per cui non si può consentire una perdita di equilibrio tra i vari interventi previsti dopo il lavoro di approfondimento e di modifica che già ha avuto luogo in Commissione.

Sono queste le considerazioni che prevalgono, non il fatto che nella maggioranza vi sono dubbi o una non coesione e convinzione rispetto al provvedimento. Né vi è stato un comportamento non corretto da parte dell'opposizione, ciò di cui do atto. Né l'una, né l'altra cosa. L'opposizione ha svolto positivamente il suo ruolo contribuendo alla modifica e al miglioramento del provvedimento. È per le altre considerazioni espresse che ho tentato, a nome del Governo, di valutare la possibilità di non arrivare a questa necessità.

A nome del Governo, a ciò espressamente autorizzato dal Consiglio dei ministri, pongo la questione di fiducia sull'approvazione, senza subemendamenti e articoli aggiuntivi, dell'emendamento 1.1000, interamente sostitutivo dell'articolo unico del disegno di legge n. 741, di conversione in legge del decreto-legge n. 223 del 2006.

Voglio sottolineare ancora che l'emendamento, che consegno alla Presidenza, unitamente al testo iniziale del decreto-legge, contiene soltanto le proposte di modifica della 5a Commissione, che quindi conoscete, oltre ad alcune modifiche che ora indico, per informazione dell'Aula.

Sono stati accolti gli emendamenti sul bilinguismo delle etichette per i medicinali nella Provincia di Bolzano e sull'applicazione delle norme del decreto in conformità agli statuti delle Regioni a statuto speciale e alle relative norme di attuazione, presentati dal Movimento per le autonomie.

Su richiesta dell'opposizione, è stato anticipato all'ottobre 2006, anziché al gennaio 2007, il regime fiscale agevolato con aliquota al 2 per cento dell'imposta ipotecaria per le società di leasing immobiliare.

Vi è inoltre il completamento della norma introdotta in Commissione relativa alla denominazione di "pane fresco" con la previsione della tipologia di "pane conservato", come chiesto anche da Gruppi dell'opposizione.

Sono state accolte parzialmente altre proposte di modifica che erano state formulate: ad esempio, la formazione della banca dati dell'anagrafe tributaria, che il Governo aveva previsto retrodatata a cinque anni fa, al 2001, è stata portata al 1° gennaio 2005.

Ci sono inoltre aggiornamenti dovuti ad interventi puramente tecnici, sia in materia di drafting che di copertura finanziaria, come del resto è riportato nella relazione tecnica allegata, che insieme al testo dell'emendamento ora consegno alla Presidenza.

 

CASTELLI (LNP). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

CASTELLI (LNP). Signor Presidente, desidero intervenire su due questioni.

Innanzitutto, torno sulla questione del numero legale. Ritengo che questa parte di seduta sia - ed oggettivamente lo è - illegale, poiché il numero legale, composto da 159 unità, è stato raggiunto solo perché il senatore Cusumano, come da noi segnalato più volte, ha votato per due. E mi dispiace che il segretario di turno, il senatore Ladu, abbia finto di non vedere. Io lo accuso formalmente di incapacità o di disonestà. Egli non ha visto ciò che è accaduto e questa parte di seduta è illegale, non si doveva svolgere perché non c'era il numero legale.

Sappiamo che non possiamo agire retroattivamente, però la prossima volta, se i senatori segretari non sono capaci, non vogliono vedere o fingono di non vedere perché sono di parte, allora cercheremo noi di garantire la regolarità della seduta. (Commenti dal Gruppo Ulivo).

 

BATTAGLIA Giovanni (Ulivo). E l'altro segretario?

 

CASTELLI (LNP). L'altro segretario non c'era. Quel segretario è stato incapace o disonesto, scelga lui. (Proteste dal Gruppo Ulivo). Voi siete degli imbroglioni, questo è il dato. (Commenti del senatore Garraffa). Avete fatto questa seduta con l'imbroglio, questo è il punto fondamentale che nessuno può togliere. È chiaro? (Applausi del senatore Divina. Commenti dal Gruppo Ulivo).

Io non so cosa è successo, parlo di quello che ho visto oggi. Voi siete stati degli imbroglioni in questa seduta, questo è il dato fondamentale. E vi sfido a dimostrare il contrario. (Proteste dal Gruppo Ulivo).

 

PRESIDENTE. Senatore Castelli, concluda.

 

CASTELLI (LNP). Concludo rivolgendomi al ministro Bersani, che tanto non mi ascolterà, per dirgli che ha fatto un bellissimo discorso, ma che è smentito dai fatti. Questa fiducia la chiedete contro la vostra maggioranza! (Applausi dal Gruppo LNP). Infatti, tra gli emendamenti all'articolo 2, ministro Bersani, ci sono emendamenti soppressivi di quell'articolo presentati da Gruppi della maggioranza. E per questo motivo ponete la fiducia, altrimenti la vostra pseudoliberalizzazione sarebbe stata bocciata da quest'Aula. Questa è la verità! (Commenti dal Gruppo Ulivo).

 

PRESIDENTE. Colleghi, questa discussione è irrituale; prego quindi coloro che interverranno di non dilungarsi, perché dobbiamo concluderla.

Vorrei fare una precisazione al senatore Castelli. C'era anche un'assenza al banco dei segretari. Vanno però tenute presenti le modalità con cui si affrontano questi momenti di votazione, con un'Aula in cui non si riescono ad ascoltare le riflessioni dei senatori perché c'è soltanto un boato. Ciò posto, la conduzione del Presidente è stata volta a dare ai senatori il tempo di votare; qui, almeno dal mio seggio, non vi era nemmeno la percezione di quanto voi chiedevate. Mi sono rivolto ai senatori segretari, uno dei quali era assente.

Certamente però sollevo la Presidenza da ogni responsabilità rispetto a quanto da lei rilevato. Se in momenti così delicati svolgessimo i nostri lavori con un'attenzione maggiore e un rispetto reciproco, anziché dar vita al vocio che si scatena sempre nell'Aula in queste occasioni, forse riusciremmo a votare meglio.

 

DIVINA (LNP). Presidente, lei ha fatto finta di non sentire e ha scaricato la responsabilità.

 

MATTEOLI (AN). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MATTEOLI (AN). Signor Presidente, il collega Castelli ha ricordato secondo verità quanto accaduto in Aula. Oltretutto, un collega del Gruppo di Alleanza Nazionale, il senatore Baldassarri, si era messo vicino al senatore Cusumano, che ha votato per sé e per un altro senatore assente. Non è la prima volta che ciò accade, Presidente: è accaduto tante volte nelle Aule parlamentari che qualcuno voti per un altro, ma è accaduto in situazioni diverse da quella che c'è al Senato oggi. In questo caso, siamo di fronte ad un'Aula in cui la maggioranza e l'opposizione praticamente non esistono, quindi un solo voto può cambiare notevolmente il prosieguo dei nostri lavori.

Tutte le volte che ciò accade, presidente Marini, lei garantisce che dalla prossima volta non succederà più, però questo ce lo ha già detto cinque o sei volte. Oggi abbiamo preso un collega con le mani nella marmellata e lei ha fatto finta di non vederlo. Non è possibile continuare in questo modo, altrimenti di chi sarà la responsabilità di eventuali incidenti se la Presidenza non è in condizione di garantire il normale sviluppo dei nostri lavori soprattutto nel momento più alto della democrazia? Quello del voto è il momento più alto della democrazia e la Presidenza deve garantire che in quel momento non ci siano trucchi, non ci siano persone che votano per altri.

Dobbiamo aspettare un'altra volta, Presidente? A quest'ora il numero legale non ci sarebbe stato e il corso dei nostri lavori sarebbe stato notevolmente diverso. Quindi, come possiamo fare? Rivolgo a lei per l'ennesima volta un appello. Diversamente di che strumenti disponiamo? Altrimenti, dovremmo lasciare l'Aula. A me l'Aventino non è mai piaciuto. Certamente non mi piace praticarlo. Non è assolutamente pensabile che lei e i suoi collaboratori possiate continuare a comportarvi in questo modo; non è accettabile. Non è accettabile: per un voto, oggi i nostri lavori avrebbero seguito un altro iter.

Aspettiamo ancora una volta? Va bene, Presidente, aspettiamo ancora una volta, ma mi permetto di dire che è l'ultima volta che il Gruppo di Alleanza Nazionale consente che ciò accada. Non siamo assolutamente più in condizioni di sopportare un andamento dei lavori del genere. (Applausi dal Gruppo AN).

 

PRESIDENTE. Senatore Matteoli, voglio solo sottolineare che, a parte questo discorso dell'ultima volta o meno, non mi sembra ci siano precedenti di questo genere. Voglio dire che nei momenti delicati (lei ha ragione, il voto è il momento di maggiore delicatezza dei lavori dell'Assemblea) non è possibile che l'Aula del Senato metta in piedi uno spettacolo di urla come quello di oggi, che si è ripetuto più volte, con l'impossibilità anche di comprendere le osservazioni che vengono fatte. (Proteste dal Gruppo AN).

Cercheremo comunque di rendere più ordinati i lavori anche nel momento della votazione.

 

CALDEROLI (LNP). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

CALDEROLI (LNP). Signor Presidente, non intendo tornare sul problema della votazione, ma su un problema formale che credo sia anche di un certo interesse per il ministro Chiti.

Il ministro Chiti ha posto la questione di fiducia su un maxiemendamento che, di fatto, contiene le modificazioni introdotte dalla Commissione. Il Consiglio dei ministri che ha deliberato l'ipotesi di fiducia si è svolto nella giornata di venerdì, credo nel corso della mattina. La Commissione competente ha chiuso i propri lavori alle ore 18 di venerdì, quindi le modifiche che sarebbero state introdotte sono successive al Consiglio dei ministri. Il Consiglio dei ministri deve deliberare la fiducia e l'oggetto della fiducia e sicuramente non può aver deliberato un maxiemendamento come quello che ci viene proposto in questa sede, perché tali modifiche sono successive al Consiglio dei ministri stesso.

Pertanto, se la richiesta di fiducia deve essere concretamente valida e deve essere stata deliberata dal Consiglio dei ministri, si riunisca un Consiglio dei ministri e si approvi quell'emendamento, perché non esiste una delega in bianco sulla fiducia. (Applausi dai Gruppi LNP, FI e AN).

 

BOCCIA Antonio (Ulivo). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

BOCCIA Antonio (Ulivo). Signor Presidente, devo innanzitutto ringraziare i presidenti Castelli e Matteoli per il modo in cui hanno affrontato la questione. Infatti, sia per ciò che hanno detto che per il tono, mi pare abbiano riportato l'incidente del quale si parla nella giusta luce, al di là del fatto in sé che, come essi stessi hanno riconosciuto, non è così distorsivo ed eclatante, tant'è che il collega che si era per un attimo allontanato dopo il voto è poi prontamente tornato in Aula.

 

EUFEMI (UDC). Dopo!

 

BOCCIA Antonio (Ulivo). In ogni caso, Presidente, mi deve consentire soltanto una battuta polemica, per poi ritornare al senso di responsabilità che hanno avuto gli autorevoli Presidenti di Gruppo. È vero che ci possono essere alcune disfunzioni nell'Aula. Noi siamo i primi a chiedere che ciò non avvenga e tante volte lo abbiamo chiesto anche nei confronti dell'opposizione. Questo però, signor Presidente, non può essere rilevato dagli schiamazzi e dalle urla (qualche volta devo ammettere che è accaduto anche a me, quindi faccio autocritica), né deve essere rilevato da colleghi che si alzano e si comportano da sceriffi. A ciò sono preposti i senatori segretari dell'Assemblea che, per Regolamento, hanno questa funzione.

Forse, un pizzico di autocritica potrebbero farla anche i colleghi dell'opposizione. Se avessero avuto in Aula il loro segretario, come la prassi consente e come il Regolamento prevede, ed egli avesse fatto ciò che il Regolamento gli assegna come compito probabilmente questo incidente non sarebbe occorso. (Proteste dai Gruppi FI, AN, UDC, LNP e DC-Ind-MA).

 

ANGIUS (Ulivo). Anche quello di votare!

 

VENTUCCI (FI). Ma dove sta scritto?

 

BOCCIA Antonio (Ulivo). Come sempre succede in queste occasioni, vi è una claque che sostiene il relatore, il che mi fa molto piacere. Tuttavia, l'argomento aggiuntivo per chiudere questa parentesi è che esiste una prassi - ho già sollevato la questione ieri nella Giunta delle elezioni - ed esiste un fair play che dovrebbe comunque rimanere, al di là della contrapposizione, anche dura, che ci può essere come quella di stamattina. Il fair play e la prassi prevedono che il segretario dell'Assemblea non solo compia il suo dovere di controllo dei presenti e dei votanti, ma egli stesso, per fare il proprio dovere, deve evidentemente essere presente, perché, se è assente, difficilmente poi potrà svolgere il suo compito o potrà votare.

Signor Presidente, in conclusione del mio intervento vorrei fare mie le sue argomentazioni. Sarebbe bene, per il futuro, che nella conduzione dei lavori dell'Assemblea i senatori che ne hanno la responsabilità, i segretari e il Presidente, fossero sempre rigidi. Infatti, signor Presidente, non può succedere che questi incidenti siano esaltati fino al punto che molti colleghi abbandonano l'Aula in modo spropositato solo quando fa comodo. Vi sono, infatti, altre occasioni, riguardanti i banchi dell'opposizione, che non determinano il medesimo risultato.

Se tutti noi collaboriamo con la Presidenza affinché questi episodi non accadano, probabilmente i lavori dell'Assemblea potranno proseguire con maggiore serenità. (Applausi dal Gruppo Ulivo).

 

EUFEMI (UDC). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

EUFEMI (UDC). Signor Presidente, credo che non si sia voluto vedere ciò che era pienamente visibile e che tutta l'Assemblea ha visto, per quanto riguarda l'espressione del voto. Ad ogni buon conto, per quanto riguarda le affermazioni del ministro Chiti, che si è soffermato sugli emendamenti recepiti dalle opposizioni, trovo che le sue argomentazioni non siano assolutamente persuasive. Egli dovrebbe specificare quali sono gli emendamenti a cui si riferisce e presentati da chi: non certamente dall'UDC.

Per quanto attiene alle questioni poste dal ministro Bersani, signor Presidente, il procedimento di esame del provvedimento al nostro esame è inficiato da un vulnus: la mancanza di due pareri fondamentali rispetto a quanto affermato anche dal ministro stesso. In primo luogo, si registra la mancanza del parere della Commissione per le questioni regionali, relativamente ai temi attinenti alle professioni e ai poteri che, in merito, spettano ai governi locali o al Governo centrale; su questo argomento siamo tornati ieri.

L'altra questione, ministro Bersani, riguarda la mancanza del parere della Commissione per le politiche dell'Unione Europea, che stabilisce la disciplina della fase ascendente. Su questo provvedimento manca il parere in merito alle questioni poste, relative, alle infrazioni comunitarie. Signor Ministro, non è lei che deve stabilire cosa sia giusto e cosa non lo sia, ma l'Assemblea e il Parlamento. (Applausi dai Gruppi UDC e FI).

 

SCHIFANI (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.


SCHIFANI (FI). Signor Presidente, non voglio aggiungere molto a quanto già detto dai colleghi Matteoli e Castelli sui fatti avvenuti qualche minuto fa in quest'Aula. Vi è qualcuno che non ha voluto vedere.

Mi preoccupa il contenuto dell'intervento del senatore Boccia, perché, se passasse la linea di quel collega, avalleremmo la logica secondo la quale vi sono due segretari di parte, non super partes: un segretario di maggioranza e uno di opposizione, che sono tenuti a svolgere il loro ruolo in relazione alla provenienza politica. Ciò non solo rappresenterebbe un non senso, ma significherebbe addirittura ripudiare la terzietà di quel ruolo.

Signor Presidente, ritengo che questa parte della seduta non si sarebbe dovuta tenere. Essa nasce da un vizio. Il vizio c'è stato, lo abbiamo visto tutti. Ho visto una collega della maggioranza - di cui non cito il nome per una questione di bon ton istituzionale - in piedi, che platealmente nascondeva con una borsa una luce che poi si è scoperto essere accesa. La collega rimaneva ripetutamente in piedi e le nostre proteste non sono servite ad indurre il segretario di turno a pregarla di stare seduta.

Signor Presidente, in questa Assemblea si sono susseguiti un mese fa episodi di una certa gravità. Speravamo - e speriamo ancora - che si potesse conferire un tono di serenità e di correttezza istituzionale ai lavori di un'Aula difficile da gestire - gliene diamo atto - in cui, quando si vota, non si sa dove sia la maggioranza e dove l'opposizione, vista la difficile distinzione sotto il profilo numerico tra un gruppo e l'altro.

Il suo ruolo in questi frangenti deve essere e sarà di estremo garante? Le chiediamo di essere lei il segretario dell'Aula. Ecco la richiesta che rivolgiamo alla Presidenza del Senato: quello che a volte ha fatto il presidente Pera. Vorrei ricordare ai colleghi dell'attuale maggioranza l'intensità e la violenza delle accuse che sono state rivolte nei confronti del presidente Pera laddove, in certi momenti, qualche collega addirittura ebbe a dire: dobbiamo incutergli tanto timore da fargli avere paura ad entrare nell'Aula. Abbiamo vissuto quei momenti, signor Presidente, li abbiamo superati, ma è stata garantita, e noi siamo certi che anche lei lo farà, una serenità e terzietà di correttezza nelle votazioni; quando parlo di votazioni mi riferisco a quella precedentemente tenutasi. Allora, tutti i colleghi, quando si verifica il numero legale, devono essere invitati a stare seduti al loro posto.

 

GARRAFFA (Ulivo). Come facevate voi!

 

SCHIFANI (FI). Questo è quanto chiediamo: una trasparenza delle votazioni. Ci appelliamo a un Presidente segretario perché ciò possa avvenire, alla vigilia di un voto di fiducia le cui motivazioni smentiamo; mi spiace farlo subito, l'ho fatto poc'anzi con un comunicato stampa. Smentiamo le dichiarazioni del ministro Chiti, che afferma che il Governo è dovuto ricorrere alla fiducia per fare in modo che si avesse certezza sul voto serale. Non è così, signor Presidente, lei ne è testimone. Nella Conferenza dei Capigruppo avevamo formulato una proposta con la quale garantivamo il voto d'Aula per questa sera, qualora si fosse evitata la fiducia e si fossero discussi soltanto 50 o 60 dei nostri emendamenti.

Il ministro Chiti avrebbe dovuto avere più fantasia e individuare una motivazione diversa, perché questa non regge e nasconde la vera motivazione della fiducia, che è quella del terrore dell'Aula. Voi avete terrore dell'Aula, il Governo ha terrore del voto d'Aula, ma mi chiedo, e chiedo a voi, colleghi della maggioranza: quanto tempo potrete resistere ad essere privati della vostra funzione parlamentare che vi vede protagonisti nel momento formativo delle leggi? Quanto potrete resistere a questo commissariamento della democrazia parlamentare? Credo poco, perché prima o poi un sussulto di dignità parlamentare toccherà almeno alcuni di voi, in considerazione dell'obbligo che avete nei confronti dei vostri elettori: quello di rispondere della vostra attività.

Sino ad oggi, credo, che il vostro rendiconto sia zero, perché non avete partecipato a nessun momento formativo delle leggi in Aula. Resisterete poco, ne siamo certi. (Applausi dai Gruppi FI e AN).

 

PRESIDENTE. Stia certo, senatore Schifani, che al momento opportuno qualche innovazione al modo in cui l'Aula si muove verrà certamente introdotta.

Per quanto riguarda i nostri lavori, vi informo che il testo dell'emendamento 1.1000 consegnato dal ministro Chiti è stato già trasmesso alla 5a Commissione.

I lavori dell'Aula saranno sospesi e sarà convocata una riunione della Conferenza dei Capigruppo.

 

MORANDO (Ulivo). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MORANDO (Ulivo). Vorrei solo chiedere, Presidente, se ha verificato che l'emendamento sia corredato della relativa relazione tecnica.

 

PRESIDENTE. C'è la relazione tecnica. Sospendiamo e riprendiamo tra mezz'ora. Di quanto tempo ha bisogno, senatore Morando?

 

MORANDO (Ulivo). Credo di poter dire, a nome di tutti i senatori della Commissione, che mezz'ora è più che sufficiente, perché il testo che è stato depositato è completamente identico al testo votato dalla Commissione. Quindi, non abbiamo nulla di nuovo da osservare rispetto a prima.

 

MALAN (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MALAN (FI). Signor Presidente, vorrei richiamare l'attenzione sul problema indicato dal senatore Calderoli, che non credo possa essere ignorato: il Governo avrebbe posto la questione di fiducia in una seduta in cui evidentemente non poteva sapere quale sarebbe stato il testo su cui porre la fiducia.

Allora, se siamo ad un istituto di fiducia che viene posta per delega e in virtù della quale il ministro Chiti è plenipotenziario per il Governo, mi pare che la collegialità che ha, nel nostro ordinamento, l'organo del Consiglio dei ministri venga meno. Credo che l'argomento andrebbe approfondito, ad esempio, visionando il verbale del Consiglio dei ministri in cui è stata posta la fiducia. È stata posta sul testo proposto oggi o in bianco? Se è in bianco, c'è un problema di carattere costituzionale.

 

PRESIDENTE. Senatore Malan, la Presidenza non può non prendere atto della responsabilità che si assume il Governo ponendo la fiducia all'Assemblea del Senato. Su questo dobbiamo basarci.

La seduta è sospesa.

 

(La seduta, sospesa alle ore 13,44, è ripresa alle ore 15,34).

 

Organizzazione della discussione sulla questione di fiducia

 

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, comunico le determinazioni assunte dalla Conferenza dei Capigruppo sulla questione di fiducia posta dal Governo sull'approvazione dell'emendamento 1.1000, interamente sostitutivo dell'articolo unico del disegno di legge n. 741.

Le Commissioni, per tutta la durata del dibattito e delle dichiarazioni di voto, non possono essere convocate. Naturalmente, successivamente al voto, i Presidenti delle Commissioni possono decidere, rispetto alle necessità del calendario, come procedere.

Alla discussione saranno dedicate complessivamente sei ore, secondo i tempi che saranno poi comunicati ai singoli Gruppi. Alle ore 21,30 avranno inizio le dichiarazioni di voto, mentre il voto di fiducia è previsto per le ore 23,15.

 

MORANDO (Ulivo). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MORANDO (Ulivo). Signor Presidente, le chiedo un'eccezione - che adesso passo ad argomentare - a proposito del divieto di riunire le Commissioni nelle prossime ore, durante lo svolgimento della discussione.

In Commissione bilancio non credo si possa dire che non si sia lavorato nel corso degli ultimi dieci giorni, però, dovendo discutere del decreto-legge la scorsa settimana, siamo stati obiettivamente costretti, salvo la relazione generale del senatore Morgando, a rinviare a questa settimana l'esame del Documento di programmazione economico-finanziaria, calendarizzato per domani. Sul Documento di programmazione economico-finanziaria dobbiamo tenere in Commissione la discussione generale.

La prego dunque di consentire alla Commissione bilancio di svolgere tale discussione nell'interesse di tutti, sia della maggioranza che dell'opposizione, che ha interesse esattamente come la maggioranza ad approfondire i contenuti del Documento di programmazione economico-finanziaria non solo nel dibattito in Aula, ma anche in Commissione, sede in cui l'esame talvolta può essere anche più approfondito.

Per questa ragione lei potrebbe - fermo restando che oggi in Commissione non si voterebbe, per il divieto che lei ha appena enunciato, il mandato al relatore a riferire in Aula neanche sul DPEF - almeno autorizzare lo svolgimento della discussione generale, in modo da poterla poi riprendere domani mattina, fino al voto sul mandato al relatore a riferire in Aula.

Se consentisse questa piccola deroga alla regola che riguarda l'impossibilità di riunirsi delle Commissioni quando è apposta la questione di fiducia e si svolge la discussione generale, consentirebbe al Senato di realizzare un approfondimento sul DPEF adeguato al rilievo che tale documento presenta.

 

MALAN (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MALAN (FI). Signor Presidente, intervengo nuovamente sulla questione di cui si è discusso prima della sospensione della seduta.

Ho avuto modo di leggere il comunicato stampa del Consiglio dei ministri che si è tenuto venerdì scorso. Intanto, rilevo che si è chiuso alle ore 13,20, mentre la Commissione bilancio ha chiuso i suoi lavori alle ore 16,55. Ciò implicherebbe dunque un Consiglio dei ministri dotato di capacità profetiche o divinatorie per conoscere con esattezza cosa sarebbe stato deciso in Commissione bilancio, considerato che l'emendamento del Governo accoglie gli emendamenti approvati in Commissione bilancio.

Nel comunicato del Consiglio dei ministri non viene menzionata la fiducia neanche sulla questione relativa all'Afghanistan, mentre invece dalle agenzie di stampa risulta una dichiarazione del ministro Ferrero che specificamente dice: «Abbiamo autorizzato la fiducia soltanto per il disegno di legge sulle missioni militari all'estero. Per quanto riguarda le liberalizzazioni - il cosiddetto decreto-legge Bersani - dovremo discuterne». Poteva essere anche stato poco attento il ministro Ferrero, ma mi risulta una dichiarazione del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Enrico Letta - e sappiamo quanto importante sia quel ruolo in un Consiglio dei ministri - che, in conferenza stampa, alla domanda se fosse stato deciso di porre la fiducia sul decreto-legge Bersani ha risposto "decideremo".

Da allora il Consiglio dei ministri non si è più riunito e dunque non comprendo quando e come il Consiglio dei ministri abbia potuto assumere una decisione dopo la conferenza stampa, dal momento che non si è più riunito.

 

FERRARA (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

FERRARA (FI). Signor Presidente, in merito alla richiesta del presidente Morando comprendiamo bene la necessità che si preveda una possibilità di dibattito del DPEF sia in Commissione che in Aula, con i tempi che sono stati concordati, ma questo non deve costituire un precedente.

Il fatto che sul DPEF si debba discutere in contemporaneità al dibattito che si realizza in Aula sulla fiducia al provvedimento in esame comporta la necessità che i componenti della Commissione bilancio, che sono delegati quanto e più degli altri senatori ad essere presenti a tale discussione, possano confrontare i propri interventi sulle diverse affermazioni, dichiarazioni e valutazioni dei componenti del Senato, in ambedue gli stadi della discussione, quindi sia in Commissione che in Aula, in merito ad un documento e un provvedimento che assumono una qualifica di una certa importanza.

Mi permetto quindi di non manifestare una contrarietà determinata, rilevando comunque come le decisioni di codesta Presidenza non debbono poter rappresentare assolutamente un precedente, vista la qualificata competenza che la Commissione bilancio ha, per sua formazione, per suo indirizzo e per suo mandato, sul documento e sul provvedimento in modo specifico e proprio, anche in considerazione della necessità che gli interventi siano valutati e quindi corrisposti in modo dialogico da parte dei componenti dell'opposizione.

 

MATTEOLI (AN). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MATTEOLI (AN). Signor Presidente, avevo domandato la parola subito dopo l'intervento del presidente Morando, che le chiedeva di fare una deroga per quanto riguarda i lavori della Commissione bilancio. Lei ci è testimone che abbiamo raggiunto in Conferenza dei Capigruppo un accordo, anche faticoso, che ha visto una buona collaborazione da parte di tutti le componenti presenti in quella sede. Tra le condizioni che avevamo posto vi era quella che le Commissioni non potevano lavorare nella giornata di oggi, fatta eccezione per una Commissione che si doveva riunire, e che credo si sia già riunita ed abbia già concluso i propri lavori.

Le chiedo pertanto di farsi garante di tale accordo che abbiamo raggiunto in sede di Conferenza dei Capigruppo.

 

SCHIFANI (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

SCHIFANI (FI). Signor Presidente, mi permetto di tornare sul tema poc'anzi posto dal collega Malan, perché non vorrei che venisse sottovalutata la delicatezza della situazione. Ella, concludendo i lavori della seduta antimeridiana, ha devoluto la responsabilità politica dell'eventuale correttezza sulla fiducia, posta o non posta e su quale testo, al Governo.

Mi permetta di non condividere questa scelta per il semplice motivo che, secondo il mio modesto parere, è la Presidenza del Senato la responsabile della correttezza completa degli iter formativi delle leggi. Infatti, ove si dovesse accertare a posteriori, anche in sede di verifica da parte del Capo dello Stato - sulla base di sollecitazioni che noi evidentemente ci permettiamo di anticiparle - sotto il profilo del controllo della legittimità del percorso, l'effettiva sussistenza di un'anomalia procedimentale, ritengo che andrebbe addebitata non tanto una responsabilità politica al Governo quanto una responsabilità endoprocedimentale alla Presidenza del Senato, trattandosi di una legge che esce da questo ramo del Parlamento.

Mi permetto di sottoporre questo aspetto alla sua attenzione, in una logica di contributo e confronto e non di polemica tra il sottoscritto e la Presidenza, che rispetto.

Noi abbiamo il fondato sospetto, Presidente, che il Consiglio dei ministri abbia autorizzato il Ministro a porre la fiducia su un testo diverso. E diverso lo doveva essere, per obiettive motivazioni che riconosciamo tutti, da quello che ci è stato presentato in Aula. Era diverso perché la fiducia è stata votata dal Consiglio dei ministri in un orario che bene individuiamo, e a quell'ora sappiamo che la Commissione bilancio era in riunione e che avrebbe introdotto nel testo ulteriori modifiche. Quindi su questo aspetto credo che non vi sia nessuna forma di contestazione: è un dato oggettivo.

Posso comprendere quando si cerca di scaricare la responsabilità politica al Governo, ma in presenza, signor Presidente, di un evento così oggettivamente macroscopico, così evidente, penso che sia dovere di tutti noi cercare di intervenire per ricondurre tutto al rispetto della legittimità. Non vogliamo con questo frapporre atteggiamenti ostruzionistici ma solo segnalare un caso nella dovuta sede, con la dovuta pacatezza e con senso di responsabilità, perché si tratta di una manovra non indifferente, un testo rilevante.

Al di là poi del contenuto del provvedimento di legge riscontriamo una anomalia che, ove dovesse essere avallata, ratificata da questa Presidenza, creerebbe un precedente pericolosissimo che noi vorremmo evitare, e lo vogliamo evitare perché il Governo ha i suoi mezzi e il Parlamento ha la sua autonomia: ciascuno rispetta i propri ruoli. Credo che il Governo stia esercitando una propria prerogativa venendo in Aula a porre la fiducia sul testo.

Rispettiamo questa prerogativa ma, nell'invocare il rispetto delle regole, ci atteniamo al principio di salvaguardia della terzietà del controllo che non appartiene ad una coalizione o ad un'altra perché, nella logica del sistema democratico, credo che il rispetto delle regole stia a cuore, come sicuramente è, a tutti noi. (Applausi dal Gruppo FI).

 

CASTELLI (LNP). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

CASTELLI (LNP). Signor Presidente, mi rendo conto che il mio intervento potrebbe magari essere interpretato come contenente un certo sapore ostruzionistico, ma le garantisco che non è così. Siamo in presenza di una situazione nuova, denunciata dal senatore Malan, che mi pare grave e direi sicuramente meritevole di attenzione.

Il senatore Malan afferma che, dalle dichiarazioni di alcuni Ministri, risulta che il ministro per i rapporti con il Parlamento Chiti non è mai stato autorizzato a porre la questione di fiducia su questo provvedimento. Se così fosse credo sia nostro dovere verificarlo, lo si può fare anche rapidamente perché il Consiglio dei ministri ha, in capo alla Presidenza del Consiglio, la possibilità di verificarlo dal verbale. Quindi, anche se si tratta di un verbale riservato, esso esiste, perciò chiedo alla Presidenza di verificare tale questione altrimenti stiamo lavorando con un sistema che non piace neanche a noi: non si è sicuri di nulla, non si sa cosa succede, non si sa se abbiamo o no i Ministri.

Si tratta di un dato di fatto e dunque chiedo al Presidente di verificarlo rapidamente, lo si può fare in pochi minuti e dobbiamo farlo.

 

MORANDO (Ulivo). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MORANDO (Ulivo). Signor Presidente, avevo avanzato la proposta di consentire alla Commissione bilancio di svolgere la discussione generale sul DPEF perché ritenevo, in particolare, di tutelare il diritto dell'opposizione di avere tutto il tempo necessario in Commissione per discutere il DPEF, perché, per essere chiari, la maggioranza ha molte sedi informali per discutere il Documento di programmazione economico finanziaria in sede di predisposizione con il Governo.

L'opposizione, invece, ha solo la sede parlamentare per discutere del DPEF. Dunque, se noi decidiamo che oggi la riunione della Commissione bilancio su questo punto non può tenersi - e, sia chiaro, ritiro la mia proposta alla luce di quello che ha detto il Presidente del Gruppo di Alleanza Nazionale -, fermo restando che io intendo garantire il diritto dell'opposizione a parlare, allora intendo convocare domani mattina alle sette la Commissione bilancio per discutere del DPEF, perché è l'unica ipotesi che rende possibile almeno avere due ore di tempo per gli interventi dei senatori dell'opposizione che già si sono iscritti a parlare.

Intendo riconoscere, quindi, questo diritto, ma volevo semplicemente agevolare una discussione in tempi che fossero meno antelucani, meno irragionevoli dal punto di vista delle condizioni esistenziali dei senatori stessi.

A questo punto prendo atto che la mia proposta non può essere sostenuta da tutti i Gruppi e quindi, per liberarla dall'imbarazzo, la ritiro. Resta il divieto di riunirci, anche per noi, anche sul DPEF. Era solo un gesto di buona volontà, niente di più.

 

BOCCIA Antonio (Ulivo). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

BOCCIA Antonio (Ulivo). Signor Presidente, intervengo solo per tentare un'ulteriore possibilità di consentire un esame da parte della Commissione bilancio del Documento di programmazione economico-finanziaria. Se non vi dovesse essere il consenso di tutti i Capigruppo a far riunire la Commissione bilancio, si potrebbe almeno convenire che, chiusa la discussione in Assemblea sulla questione di fiducia, se non vi fossero più iscritti a parlare, nel tempo residuo, la Commissione bilancio potrebbe anche legittimamente riunirsi ed esaminare il DPEF fino alle ore 21,30, quando iniziano le dichiarazioni di voto.

 

FERRARA (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

FERRARA (FI). Signor Presidente, la dichiarazione del senatore Morando in ordine al ritiro della sua proposta e all'intenzione di convocare la stessa Commissione alle ore sette ritengo possa contenere il doppio significato di una minaccia e di una provocazione, in ogni caso non ricevibile. Mi permetto di produrmi in una proposta che ha la stessa lunghezza d'onda. Poiché intendo intervenire per più tempo rispetto alle due ore che sarebbero consentite, chiedo che la Commissione venga riunita alle ore cinque del mattino. (Applausi dal Gruppo FI).

 

PRESIDENTE. Per quanto riguarda la possibilità per le Commissioni di riunirsi durante il dibattito sulla fiducia in Aula, quanto è stato riferito dal presidente Matteoli corrisponde alle decisioni assunte nella riunione dei Capigruppo. Pertanto durante la discussione generale in Aula, quindi, le Commissioni non si riuniranno.

Per quanto riguarda l'altra questione affrontata da più colleghi, relativa alla responsabilità del Governo nell'apposizione della questione di fiducia, desidero chiarire (in particolare al senatore Schifani che ha svolto un discorso approfondito) che naturalmente - senza nessuna arroganza - il Presidente si assume tutte le responsabilità che si deve assumere nella conduzione dell'Aula.

Sul punto di merito, il Ministro per i rapporti con il Parlamento (ho già provveduto anche all'accertamento sollecitato dal presidente Castelli) si è detto pienamente responsabile delle decisioni da lui assunte in Parlamento sull'opposizione della questione di fiducia: ha il mandato del Governo.

Non voglio enfatizzare il ricorso a precedenti, che, ancorché sempre rilevante, non è sempre decisivo. Tuttavia esistono precedenti dell'azione dell'Assemblea, in cui una situazione del genere, come quella che si è determinata in conseguenza al comportamento del Ministro per i rapporti con il Parlamento, si è già verificata; in questi casi, il Presidente del Senato ha ritenuto la responsabilità dell'Esecutivo come una questione interna corporis al Governo e determinante per quanto riguardava l'accettabilità della questione di fiducia, così come è avvenuto in questa sede.

Quindi, credo che su questo punto questa sia la decisione.

Per quanto riguarda il problema posto dal senatore Morando, confermo la decisione che abbiamo comunemente preso e alla quale si è richiamato il presidente Castelli.

 

ANDREOTTI (Misto). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

ANDREOTTI (Misto). Presidente, prescindendo dal caso specifico di oggi, di questa conclusione notturna che, chi ha un'età non così avanzata come la mia, può permettersi, vorrei avanzare una proposta, cioè quella di considerare la necessità di avere una regola, perché per 14 legislature siamo andati avanti seguendo una prassi.

La Costituzione non prevedeva voti di fiducia; l'istituto era contemplato solo per la fiducia iniziale al Governo, però di fatto poi tutti vi abbiamo ricorso, quindi non ci sono varianti per un tipo o l'altro di maggioranza. Si è stabilito anche che, per rendere non più ulteriormente emendabili i testi, si poteva porre la fiducia.

C'è stato però dopo un nuovo avvenimento. Nelle proposte di modifica alla Costituzione dell'altra legislatura era stata fissata una procedura. Il corpo elettorale nel referendum ha bocciato quelle previsioni. Allora, o continuiamo a seguire, com'è probabile, questa prassi, che si è ultraconsolidata, oppure - e sarebbe giusto e il Presidente può farlo, sottoponendo la questione alla Giunta del Regolamento - dobbiamo stabilire una precisa regola per l'apposizione del voto di fiducia, in modo che poi non sorgano questi problemi per sapere se la fiducia è posta da un Ministro o da due, se su quello o su un altro testo. Sarebbe dunque necessaria una regola, proprio perché c'è stata la novità della modifica che poi non è divenuta operativa a seguito del referendum. (Applausi dal Gruppo FI).

 

PRESIDENTE. La sua considerazione sarà oggetto di un approfondimento, magari dinanzi alla Giunta per il Regolamento.

Per quanto riguarda la proposta del senatore Boccia, effettivamente si poteva utilizzare l'eventuale tempo risparmiato nella discussione generale in attesa dell'avvio delle dichiarazioni di voto.

 

BOCCIA Antonio (Ulivo). Se non c'è Aula.

 

PRESIDENTE. È chiaro, se si sospendono i lavori dell'Aula.

 

STORACE (AN). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

STORACE (AN). Presidente, si è detto che durante la discussione della fiducia non si svolgono le sedute di Commissione. A questo risultato si arriva come conseguenza di un atteggiamento politico per cui si decide che è prioritaria l'apposizione della questione di fiducia su tutto. Adesso dovremmo cercare di trovare 30 minuti per fare riunire la Commissione bilancio per discutere il DPEF. Credo non sia molto saggio.

Quindi ritengo che abbia fatto bene il Presidente del nostro Gruppo a ribadire questa posizione scaturita dalla conferenza dei Capigruppo. La cosa più saggia da fare è fare il calcolo delle ore di discussione generale (che terminerà alle ore 21,30) e procedere concedendo il tempo necessario per esaminare il DPEF. Non credo che si possa trovare un ritaglio di tempo se è così importante la discussione sul DPEF. Se si è deciso di porre la fiducia ci sono delle conseguenze inevitabili sul piano dei lavori in Aula. Non l'abbiamo deciso noi. (Applausi dal Gruppo FI).

 

PRESIDENTE. Senatore Storace, la decisione che abbiamo preso era quella di non prevedere sedute delle Commissioni durante questo periodo. Si poteva procedere con il consenso dei Capigruppo, ma seguiremo invece la decisione che in sede di Capigruppo abbiamo preso. Quindi, le Commissioni si convocheranno in altri orari.

 

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 741
e della questione di fiducia

 

PRESIDENTE. Do la parola al senatore Morando per informare l'Assemblea del dibattito che si è svolto presso la Commissione bilancio sui profili di copertura finanziaria dell'emendamento 1.1000, presentato dal Governo.

 

MORANDO (Ulivo). Signor Presidente, sia pure rispettando rigorosamente il limitato tempo che lei ci aveva dato, cioè mezz'ora (in realtà la riunione dell'Aula si svolge a distanza di due ore), in Commissione bilancio abbiamo preso in esame per i profili di copertura il testo dell'emendamento interamente sostitutivo del decreto che è stato presentato dal Governo per apporvi la fiducia.

Signor Presidente, in primo luogo debbo manifestare, a nome sia della maggioranza che dell'opposizione della Commissione bilancio, un apprezzamento per il rilievo che il Governo ha scelto di riconoscere al lavoro della stessa Commissione bilancio, un lavoro a sua volta ricettivo di molte osservazioni critiche avanzate nei loro pareri dalle Commissioni permanenti che avevano preso in esame il testo originario del decreto.

Questo apprezzamento, signor Presidente, nasce dal fatto che il testo dell'emendamento su cui il Governo ha posto la questione di fiducia recepisce integralmente e senza alcuna eccezione le modificazioni votate dalla Commissione bilancio al testo originario.

Detto questo, nella seduta della Commissione convocata per esaminare i profili di copertura finanziaria della norma al nostro esame sono emerse due sole osservazioni. La prima è relativa alla norma che anticipa al 1° ottobre 2006 (dal 1° gennaio 2007, laddove era collocata dal relativo emendamento approvato dalla Commissione bilancio) la data d'entrata in vigore dell'agevolazione al 2 per cento dell'aliquota dell'imposta ipocatastale relativa alle operazioni di compravendita messe in atto dalle società di leasing.

La Commissione in proposito ha valutato quanto segue: sotto il profilo meramente formale, la norma di anticipo di una agevolazione fiscale avrebbe dovuto essere regolarmente coperta. Però in questo caso, non essendo in sede di esame della legge finanziaria o di un provvedimento collegato alla legge finanziaria, laddove la presentazione di un emendamento che rechi problemi di copertura determina l'inammissibilità dell'emendamento stesso, la Commissione bilancio ha assunto un orientamento politico relativo all'esigenza che gli emendamenti potessero essere approvati - non discussi, perché tutti dovevano essere discussi, ma approvati - qualora l'entità della correzione al tendenziale recata dal decreto non venisse modificata in peggio dall'emendamento stesso.

 

Presidenza del vice presidente BACCINI (ore 16)

 

(Segue MORANDO). Ci siamo cioè imposti un vincolo di tipo politico, non di tipo giuridico - formale. Dal punto di vista formale, quindi, l'osservazione che abbiamo fatto in Commissione su questa norma su cui mi sto soffermando è stata la seguente: sotto il profilo meramente formale, se si anticipa nel tempo un'agevolazione di un'aliquota come quella ipocatastale, prevista normalmente al 4 per cento, che potrà partire al 2 per cento solo dal 1° gennaio 2007, una norma come quella contenuta nel testo che anticipa questa agevolazione fiscale e determina quindi una riduzione teorica di gettito al primo ottobre, dovrebbe essere coperta. (Brusìo).

Signor Presidente, è difficile fare discorsi di questa complessità in una situazione del genere, ma faccio un tentativo per riuscirci.

Abbiamo valutato, in via di sostanza, che se la norma a regime per il 1° gennaio 2007 prevede che queste operazioni si possono fare con un'aliquota ipocatastale del 2 per cento, agevolata rispetto al 4 per cento, che cosa si determinerà approvando adesso per allora questa norma? Lo sappiamo tutti: gli operatori del settore, le società di leasing, non faranno altro che rinviare a dopo quella data, 1° gennaio 2007, tutte le relative operazioni.

Il risultato sarà che il gettito atteso, previsto in aumento per il 2006, non si determinerà, a causa dell' assenza delle operazioni relative.(Brusìo).

 

PRESIDENTE. Colleghi, un attimo di attenzione, il collega senatore sta illustrando questa relazione e credo sia opportuno prestare la dovuta attenzione. Prego, senatore.


MORANDO (Ulivo). In sede di discussione generale, il senatore Azzollini aveva fatto presente questo evidente limite della norma, che la Commissione stava approvando, cosa che poi effettivamente fece.

Allora, il Governo non si dichiarò favorevole all'approvazione di un emendamento che portasse quella scadenza al 1° ottobre 2006. Avendo meglio riflettuto sulla circostanza, il Governo accetta ora di fatto la proposta avanzata allora dal senatore Azzollini. In buona sostanza, risulta che se noi in Commissione bilancio - come espressione di un orientamento unanime - avessimo dovuto esaminare tale emendamento in sede di definizione di un parere e secondo la normale procedura, avremmo espresso parere contrario, ma non in forza dell'articolo 81 della Costituzione. Questa, quindi, è la determinazione cui è giunta la Commissione a proposito di questa prima norma.

Sperando di essere riuscito a farmi comprendere almeno da coloro che avevano interesse a un chiarimento sul punto, vorrei ora passare alla seconda osservazione, riguardante la proposta del Governo contenuta nell'emendamento interamente sostitutivo del testo del decreto-legge su cui il Governo stesso ha posto la fiducia, di prevedere l'applicazione del presente decreto alle Regioni a Statuto speciale, non solo - come recita un emendamento approvato in Commissione bilancio - compatibilmente con i rispettivi Statuti ma anche, a differenza di quanto previsto dal testo approvato in Commissione, compatibilmente con le relative norme di attuazione. In sostanza, l'emendamento del Governo aggiunge all'emendamento già approvato in Commissione bilancio, che recitava le seguenti parole «il presente decreto si applica alle Regioni a Statuto speciale, compatibilmente con i rispettivi Statuti», le parole: «e compatibilmente con le relative norme di attuazione relative agli Statuti».

Una parte della Commissione bilancio, cioè i Gruppi di opposizione, hanno fatto rilevare che, a loro giudizio, l'aggiunta di tale previsione di compatibilità anche con le relative norme di attuazione, potrebbe determinare effetti finanziari negativi o, in un caso, sul bilancio dello Stato o, nell'altro caso, a danno delle Regioni a Statuto speciale. Tale opinione non era condivisa dalla maggioranza della Commissione e, tuttavia, io mi sono impegnato a segnalarla.

Signor Presidente, in buona sostanza, su tutta la parte dell'emendamento interamente sostitutivo - su cui il Governo ha posto la questione di fiducia - che recepisce gli emendamenti approvati, naturalmente la Commissione bilancio già si era espressa, sia sull'ammissibilità, che sulla copertura di tali emendamenti: quindi, per i profili di cui ci stiamo occupando adesso, non c'è bisogno di alcun approfondimento e di alcuna discussione.

Per quanto concerne le due uniche innovazioni apportate, resta il fatto che, sul primo punto, la Commissione bilancio ha rilevato all'unanimità che, sostanzialmente, il parere sarebbe contrario, ma non ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione; per quanto riguarda, invece, la norma relativa agli Statuti speciali, una parte dell'opposizione - quella minoritaria - si sarebbe pronunciata per un parere contrario, mentre la maggioranza per un parere di nulla osta.

 

FERRARA (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

FERRARA (FI). Signor Presidente, la formulazione di rito sino ad oggi è stata, nella votazione di disegni di legge e di decreti, che le norme si sarebbero applicate in conformità agli Statuti speciali. Questa era una formula di rito sì, ma di grande sostanza, in quanto - come codesta Presidenza e tutti i colleghi sanno - è previsto dall'articolo 123 della Costituzione che ciascuna Regione abbia uno Statuto e che, in armonia con la Costituzione, ne determini la forma, i governi e i princìpi fondamentali di organizzazione e funzionamento.

Tutti gli Statuti delle Regioni speciali contengono poi una disposizione per cui l'attuazione degli stessi è demandata alle norme di attuazione. Cosa sono queste norme di attuazione? Sono decreti legislativi - come stabilito dalla legge n. 400 del 1988, mentre prima erano decreti del Presidente della Repubblica - che con una formulazione e, quindi, con un procedimento legislativo che in dottrina viene chiamato di tipo «anomalo», fanno sì che le norme di attuazione diventino leggi dello Stato.

Quindi, sono leggi che discendono da una procedura costituzionale (Costituzione, Statuti, norme d'attuazione) che però trovano ad avere formazione attraverso una determinazione o una deliberazione delle norme di attuazione, una successiva deliberazione del Consiglio dei ministri e, quindi, una emissione per legge, previa firma del Presidente della Repubblica.

Cosa significa questo? Quando la formula di rito di una legge diventa un riferimento non soltanto agli Statuti, ma alle norme di attuazione significa che una legge si potrebbe conformare in modo dinamico alle norme di attuazione, cioè a delle deliberazioni del Consiglio dei ministri; uniche deliberazioni, ex legge n. 400, che non prendono il parere obbligatorio stabilito per i decreti legislativi da parte dei due rami del Parlamento. Una legge, cioè, che discende da una procedura costituzionale anche se con una sua anomalia, può determinare delle spese che, a questo punto, non sono individuate e che fuoriescono dalla possibilità che siano individuate ex articolo 81 della Costituzione.

Cosa significa quindi? Prevedere che le norme di una legge vengano ad applicarsi in conformità non soltanto agli Statuti speciali, ma alle norme di attuazione significa in forma dinamica stabilire la possibilità che le disposizioni della legge siano contrarie all'articolo 81 della Costituzione. In questo modo il presente decreto diventerebbe, ancorché per tutti i motivi dibattuti in Aula, ancor più anticostituzionale, ma per un'anticostituzionalità di grande rilevanza, la contrarietà ai dettami dell'articolo 81 della Costituzione.

Per questo motivo, nel parere che il Presidente della Commissione bilancio ha espresso in Aula, la parte a cui appartengo, quindi l'opposizione in Commissione, aveva non solo argomentato in questo modo, ma ha fatto sì che l'emendamento presentato in Commissione, che voleva l'introduzione della parte introdotta con l'emendamento, non fosse approvato. Il Governo, cioè, inserisce nel maxiemendamento, che sottopone al voto di fiducia dell'Assemblea, un emendamento bocciato in Commissione in modo argomentato, e che trovava precedente negli esiti che gli stessi emendamenti avevano avuto nelle passate legislature.

Oggi si introduce un gravame di forte incostituzionalità che, se ripreso ulteriormente in altre leggi, vizierebbe tutti i procedimenti di formazione legislativa del Parlamento. Questo non può, dal punto di vista dell'opposizione, che farci piacere perché significa che il Parlamento si dispone a voler continuare ad approvare leggi anticostituzionali, ma è nostro dovere fare presente questo non soltanto perché rimanga agli atti, ma perché la nostra speranza è che codesta Presidenza voglia valutare la difformità ad una prassi consolidata e una violazione costituzionale che diventa una forzatura, una forte violazione che il Governo e la maggioranza si appresterebbe a votare. (Applausi dal Gruppo FI).

 

PRESIDENTE.Dichiaro aperta la discussione sulla questione di fiducia.

È iscritto a parlare il senatore Ciccanti. Ne ha facoltà.

 

CICCANTI (UDC). Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, quando il Governo deliberò questo decreto-legge, e dopo qualche giorno apparvero le prime misure di liberalizzazione per titoli sui giornali, noi dell'UDC salutammo positivamente l'intento di ammodernamento del sistema economico italiano che ci si proponeva. Ci siamo però ricreduti quando abbiamo letto il testo del provvedimento, perché conteneva non solo finte liberalizzazioni, ma anche vere imposte. Soprattutto perché pesanti e fastidiose; così come fastidiosi erano gli adempimenti burocratici al sistema delle imprese, soprattutto alle piccole imprese.

Sbaglia quindi il ministro Bersani quando affida al decreto aspetti palingenetici o disastrosi, addebitandoli alle critiche di questa opposizione. Esso non ha né gli uni né altri per quanto riguarda il Titolo I, quella parte, cioè, ascrivibile allo stesso Bersani, perché è una camomilla per la nostra economia; ma è disastroso per la parte che riguarda il Titolo III, cioè quella parte ascrivibile al vice ministro Visco.

È stato chiamato decreto Bersani - come sottolineato da più parti - perché si pensava di fuorviare e addormentare gli italiani per non prestare occhio ed orecchio ad una manovra di oltre 5 miliardi di euro di entrate da realizzare nel 2007 di cui oltre 3 miliardi da realizzare già nel 2006, cioè in questi pochi mesi che ci dividono dal termine dell'esercizio finanziario. Non si tratta quindi di norme antielusive o di recupero di evasione fiscale, ma di vere e proprie imposte che si traducono in maggiori entrate.

Il vostro programma, quello del centro-sinistra, era titolato "Per il bene dell'Italia" e i punti cardine della vostra campagna elettorale sono stati quelli della concertazione e dell'unione, nel senso di unità del Paese, ossia recuperare il dialogo con le categorie sociali e le divisioni provocate dal Governo Berlusconi.

Diversamente dalle promesse elettorali, nel primo provvedimento che significativamente proponete al Paese, non avete fatto la concertazione e avete diviso l'Italia. L'avete divisa nel modo peggiore, ponendo da una parte i giovani, che chiedono di entrare nei mercati aperti delle professioni e delle attività cosiddette liberali, e dall'altra, i protetti che chiudono e difendono interessi consolidati. Avete additato agli italiani che da una parte ci sono i lavoratori autonomi, il cosiddetto popolo delle partite IVA, che eludono ed evadono le tasse, e dall'altra i lavoratori a reddito fisso, che hanno le imposte trattenute alla fonte. Due Italie: una che vota centro-destra, anti-Stato, antisociale, egoista e truffaldina; l'altra che vota centro-sinistra, da tutelare e preservare. L'Italia di centro-destra da schedare, monitorare, indagare - e perché no? - ammanettare, se per caso ha fatto scadere i termini di pagamento dell'IVA. L'Italia morale e quella immorale: questo manicheismo ideologico lo respingiamo e rifiutiamo.

Noi dell'UDC abbiamo titoli politici per dire che l'Italia dei momenti migliori è stata l'Italia dei lavoratori autonomi e di quelli a reddito fisso, quell'Italia della politica dei redditi di Vanoni e di La Malfa, che seppe costruire insieme quel miracolo economico i cui presupposti sono indispensabili per agganciare oggi il ciclo espansivo dell'economia mondiale. È l'Italia del lavoro, dell'articolo 1 della Costituzione, che non distingue tra lavoratori a reddito fisso e lavoratori autonomi; è l'Italia che deve tornare a crescere, cioè a produrre ricchezza per innalzare la qualità della vita soprattutto per i ceti meno abbienti.

Colleghi della sinistra, la ricchezza non si distribuisce se non si produce; colpendo il popolo delle partite IVA, voi colpite i produttori di ricchezza, colpite intere aree del Paese, che trainano l'economia nazionale, colpite gli investitori stranieri, colpite il lavoro, l'occupazione e lo sviluppo. Alla fine colpite i lavoratori dipendenti, quelli a reddito fisso; colpite il popolo dell'immigrazione, colpite anche la vostra base elettorale. Non fate il bene dell'Italia; con le divisioni, le proteste, le contestazioni di questi giorni, fate il male dell'Italia.

Avete detto che le regole non si concertano; con la terza parte del decreto si predispone una manovra economica e quindi le misure, o alcune misure più significative, che rimbalzano sul sistema delle imprese le quali andavano se non concertate, almeno discusse con le organizzazioni sindacali e le rappresentanze di categoria.

Le organizzazioni sindacali, amici della sinistra antagonista di Rifondazione Comunista, sono state le grandi escluse in questo decreto. Sorge spontanea una considerazione, ministro Bersani e rappresentanti del Governo: o non vale niente questo decreto o non valgono niente le organizzazioni sindacali. Oppure pensate di essere gli unici depositari degli interessi sindacali tanto da poter decidere per loro conto? Se così fosse, dove è però l'autonomia sindacale? È questo un Governo di classe, un Governo espressione di una parte degli interessi del Paese?

Certamente, per come sono andate le cose, non è un Governo di tutti gli italiani; non solo per la lista dei buoni e dei cattivi che ha dato in pasto all'opinione pubblica in queste settimane, ma perché si identifica solo con alcuni interessi di classe. C'è stato un finto dibattito a sinistra che ha cercato di recuperare un ruolo dei liberali indicando la categoria dei consumatori come centrale per una politica di equità sociale, in quanto recupera in seno ad essa quella dei ceti sociali indigenti. Ammesso di condividere questo assunto politico, rimane di capire quanto vera sia questa centralità nel decreto in conversione.

C'è la centralità del consumatore nella riforma delle professioni così come proposta? Creare la figura dell'avvocato dei poveri e quello dei ricchi è una liberalizzazione per i consumatori e per i cittadini? Oppure si liberano le scorrerie dei giovani pirati che, a prescindere dalla qualità della prestazione intellettuale e professionale, giocano sul prezzo, come se la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini possa tradursi in un gioco del mercato alla pari di un detersivo? È liberalizzazione l'istituzione del plurimandato all'agente assicurativo per le polizze RCA? Oppure si liberalizza l'agente verso le provvigioni più vantaggiose da parte delle compagnie assicurative da rimbalzare poi sui maggiori costi delle polizze? Ci saremmo aspettati una liberalizzazione delle polizze e quindi un'estensione anche al ramo vita e al ramo danni; ciò avrebbe avuto un significato maggiore.

Qual è il vantaggio del consumatore sulla liberalizzazione dei farmaci non soggetti a prescrizione (tali farmaci pesano - è stato ribadito più volte in questo dibattito - solo del 10 per cento nel complesso dei farmaci in vendita) quando l'attesa dei consumatori era quella di liberalizzare le farmacie? Non si trova una farmacia nei porti, negli aeroporti, negli autogrill; laddove veramente c'è una maggiore domanda di questi presidi sanitari.

Si potrebbe proseguire con gli esempi, ma ci siamo già dilungati e intrattenuti a sufficienza sulla questione già nella fase della discussione generale. Domani sul DPEF spiegheremo quale politica economica serve al Paese e l'insufficienza della proposta del centro-sinistra e di questo Governo. Siamo per cambiare il Paese, siamo per cambiarlo in questa nuova stagione di federalismo, siamo per cambiarlo con le autonomie locali e non per sostituirsi ad esse. Siamo per il federalismo fiscale e non per uno Stato onnivoro e oppressivo. Siamo per uno Stato che costruisce dal basso e non che s'impone dall'alto.

Avete il governo di 14 Regioni, di 75 capoluoghi, oltre che di 5.000 Comuni, controllate tutte le sigle della società civile organizzata. Non avete difficoltà a governare dal basso, avendo un consenso scontato, diversamente dal precedente Governo. Perché sprecare questa ricchezza democratica? State sbagliando tutto, cambiate finché siete in tempo! Sbagliate anche su questo voto di fiducia che poteva essere evitato stante la collaborazione di questa minoranza che ha ritirato quasi tutti i suoi emendamenti. Non avete l'alibi dell'ostruzionismo, visti i soli 50 emendamenti presentati dalla minoranza e il risicato tempo di intervento che è rimasto ai Gruppi di opposizione.

Avete invece solo paura delle divisioni interne. La fiducia è il tormento che avete sulle votazioni relative al decreto-legge sulle missioni di pace ed è il tormento che vi accompagnerà sempre su ogni provvedimento perché non avete una vera e propria maggioranza politica. Questa prova muscolare che imponete al Paese e al Parlamento, prima o poi vi affosserà politicamente, molto prima della nostra opposizione. Pensateci! (Applausi dal Gruppo UDC. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cursi. Ne ha facoltà.

 

CURSI (AN). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, leggere il testo del disegno di legge di conversione e ritrovare parole che in qualche modo richiamano le difficoltà che il Paese sta attraversando - sono parole legate al tema del rilancio economico e sociale - fanno intravedere uno scenario di provvedimenti che hanno l'obiettivo di tentare di rimettere in moto un meccanismo economico e sociale propri di un Paese che in qualche modo si era fermato. Contestiamo questa impostazione, ma si vuole anche comprendere fino in fondo, al di là dei pregiudizi che possono essere legati all'appartenenza, cosa abbiano determinato certe valutazioni.

Mai come in queste ultime settimane questo provvedimento ha creato nel Paese uno scontro che in qualche modo ci richiama a qualche decennio fa, quando alcune categorie sociali e produttive si collocavano all'interno del Paese tra coloro che volevano dimostrare che probabilmente non era neanche corretto scaricare solo e soltanto su alcune categorie le difficoltà del Governo.

Ciòche preoccupa è la condanna, in qualche modo già scritta ed annunciata, nei confronti di alcune categorie del mondo produttivo. Probabilmente, per chi viene come il sottoscritto da altre esperienze di qualche decennio fa, è un vecchio retaggio di quello che una volta si chiamava Partito comunista italiano e che oggi ha assunto un altro nome, che ha tentato e tenta di imporre un vecchio modo di concepire sia le professioni che le attività imprenditoriali ed il lavoro autonomo.

Basterebbe rileggere qualche testo degli anni Cinquanta o Sessanta per verificare la convinzione esistente nel Paese all'epoca in cui operava il Partito comunista italiano per verificare l'intenzione di abbattere i professionisti, le attività produttive, i commercianti e gli artigiani. La situazione odierna è analoga. Sono passati anni e decenni, ma è rimasto questo vecchio modo di concepire il rapporto con il mondo politico.

Gli effetti immediati di questo tentativo di rilancio economico e sociale si sono riversati sul Paese. Se è vero come è vero che il vice ministro Visco è stato costretto a bacchettare qualche funzionario del Ministero del tesoro perché aveva probabilmente sbagliato nel valutare alcune manovre di carattere finanziario, è vero anche che la Borsa in quel periodo, come risulta dai giornali economici e finanziari, ha perso la modica cifra di 55 miliardi di euro che, in un Paese che vuole rilanciare dal punto di vista economico e sociale le attività produttive, non è cosa di poco conto.

Ebbene, la rilevante perdita della Borsa è stata accompagnata anche da una credibilità delle istituzioni che è scesa in termini di apprezzamento da parte dell'opinione pubblica al di sotto del livello di guardia. Basterebbe considerare che il ministro Bersani, interpellato dopo la vicenda dei tassisti, ha parlato di un pareggio, sostanzialmente di uno zero a zero. Certo, rispetto a chi immaginava di realizzare sulla pelle dei tassisti un esempio di liberalizzazione, dire alla fine di aver pareggiato, dal punto vista politico, credo sia ben poca cosa.

Che dire poi dell'urgenza e della necessità del provvedimento? La lettura dell'emendamento, oggi presentato dal Governo e sul quale viene chiesta la fiducia, la dice lunga sulle caratteristiche di urgenza e necessità. Vi era urgenza rispetto ai panificatori o forse non sarebbe bastato un disegno di legge? Vi era urgenza e necessità nei confronti dei tassisti, rispetto ai quali è stato ottenuto il pareggio, oppure nei confronti dei farmacisti? Non penso che quelle contenute nel provvedimento siano misure tali da determinare nel Paese un ribaltamento complessivo del rilancio economico e sociale. Dopo la fiducia, che certamente sarà assicurata anche se non con nostro voto, la gente si chiederà se valesse la pena che tale provvedimento fosse discusso all'interno di quest'Aula parlamentare.

E allora, l'urgenza e la necessità dove sono, nei confronti di chi, di quali categorie, di quali mondi? Non sarebbe bastato un disegno di legge frutto del confronto, della concertazione?

Un'altra parola magica: la concertazione. Certo, se la concertazione è come quella fatta con i tassisti, con i panificatori o ancora meglio con i farmacisti (che ieri sono stati convocati dal Ministro delle attività produttive, dove gli hanno detto, in sostanza: «Signori, la concertazione è finita, non possiamo modificare più nulla» e qualcuno ha risposto che la concertazione deve ancora cominciare), se quello è il concetto di concertazione, di confronto politico, allora noi siamo abituati probabilmente a un vecchio modo di essere della concertazione, quello nel quale le diverse categorie si mettono intorno a un tavolo e si confrontano sulle posizioni, trovando anche delle soluzioni di mediazione.

Quindi, anche il merito è stato affrontato in modo, a mio avviso, superficiale, perché c'era l'esigenza di pagare il conto, c'erano cambiali in scadenza che erano state sottoscritte durante la campagna elettorale.

Non a caso, per esempio (io sono notoriamente un maligno), si è detto che le cooperative hanno raccolto 800.000 firme per mettere in piedi il sistema dei cosiddetti corner per poter vendere i farmaci di fascia C all'interno delle loro strutture.

In occasione di un dibattito al quale ho partecipato non più tardi di una settimana fa, mi sono permesso di dire che le cooperative avevano già pronti 200 punti vendita. Ebbene, un giornalista che era presente a quel dibattito insieme al ministro della salute, Turco, da me sollecitato, ha chiesto al rappresentante delle cooperative quanti fossero i punti vendita già pronti, nel caso in cui il decreto dovesse essere convertito in legge, ed egli candidamente ha risposto: sono 250. Quindi, mi ero sbagliato io, per difetto di 50.

Allora, se questo è il disegno, quello cioè di pagare cambiali sottoscritte in campagna elettorale, ci siete riusciti, soprattutto mettendo in crisi il sistema della tutela della salute.

Mi chiedo, sapendo benissimo che mentre faccio la domanda conosco già la risposta: quando la sera il cittadino avrà bisogno del prodotto di fascia C, quando dopo le ore 20 dovrà andare a chiedere tale prodotto, i supermercati e le cooperative faranno dei turni di notte? Ebbene, mi è stato già comunicato che i turni di notte non li faranno. Quindi, si tratta solo di un'operazione di business, di attività commerciale.

Penso anche al presidio sanitario che noi avevamo costruito già dallo scorso anno, mediante un accordo con Federfarma e con Assofarm, per cui all'interno delle farmacie il farmacista svolgeva anche funzioni di altro tipo: esse ora continueranno ad essere svolte oppure cesserà questo tipo di attività?

E se poi (domani è prevista una nuova giornata di sciopero o di serrata da parte dei farmacisti) si dovesse mettere in discussione il convenzionamento con il Servizio sanitario nazionale, chi ne risponderà di fronte al Paese? Chi ne risponderà di fronte ai cittadini che non avranno più la possibilità di ottenere i farmaci di fascia A, quelli cioè a carico dello Stato, e quindi dovranno pagarli direttamente?

Sono queste le responsabilità che vi dovete prendere, sono queste le responsabilità che vi dovete assumere di fronte al Paese, perché in questo modo non create le condizioni per cui il cittadino possa esprimere una valutazione positiva rispetto ad un provvedimento che è urgente e necessario, quale appunto il decreto-legge.

Avete dimostrato di essere deboli con i forti e forti con i deboli. Certo, immaginate che la situazione economica di questo Paese si ribalterà da zero a mille perché i panificatori sono stati messi in angolo: pensate, i panificatori! Se un Governo che dice di essere autorevole, forte, che sostiene di avere la capacità di ribaltare la situazione economica di questo Paese, deve necessariamente penalizzare i panificatori, allora siamo veramente alla frutta.

Concludo: quello che abbiamo davanti non è sicuramente lo scenario piacevole di un Governo che vuole fare gli interessi dei cittadini. Per questi motivi noi esprimiamo una valutazione negativa e non daremo la fiducia, con l'augurio soprattutto che da ciò nasca la consapevolezza, come sta avvenendo all'interno di quest'Aula parlamentare, che questa è una maggioranza attaccata al potere, una maggioranza che si regge sul nulla, che non ha un DNA e un cemento se non quello del potere, che ha portato il Presidente del Consiglio a mettere in campo ben 103 posizioni di potere. Questo è lo scenario di rilancio economico che il Governo vuole. (Applausi dal Gruppo AN).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pirovano. Ne ha facoltà.

 

PIROVANO (LNP). Signor Presidente, vorrei soffermarmi su un problema che emerge da questo decreto, su cui il Governo chiede la fiducia, per quanto riguarda gli enti locali. Troppo spesso in quest'Aula ho sentito colleghi che legiferano sugli enti locali senza avere alcuna autorità in materia.

L'esperienza della maggior parte dei colleghi di quest'Aula per quanto riguarda i Comuni, che sono veramente quelli a contatto con i cittadini e con i problemi della nostra gente, spesso si limita unicamente alla richiesta di rinnovo del documento di identità o dell'autorizzazione per apportare modifiche al bagno di casa propria. Qui troppo spesso si legifera a sproposito, nella più profonda ignoranza di cosa significhi gestire i servizi dei cittadini e per i cittadini da parte delle amministrazioni pubbliche.

Ora, in questo decreto vedo due aspetti molto gravi, il primo dei quali riguarda l'ICI. Ricordiamoci che l'imposta comunale sugli immobili è stata varata non molti anni fa e venduta come una forma di federalismo. Si è cioè detto ai Comuni che potevano far pagare tasse proprie, ma non sono state diminuite le tasse che i cittadini pagavano comunque al Governo centrale. Nel Centro-Nord, ma soprattutto nel Nord d'Italia, i Comuni si sono attrezzati per riuscire a far pagare l'imposta comunale sugli immobili a tutti i loro concittadini, perché in questo modo sono anche riusciti a diminuirla.

Il Governo dice ora di non versare più l'ICI ai Comuni. Non solo, dice anche ai cittadini che non hanno più l'obbligo di fare la denuncia dell'ICI e che questa la possono inserire nella denuncia dei redditi all'Agenzia delle entrate tra le voci del modello unico o del modello 730. In questo modo cosa accadrà, signor Presidente e colleghi dell'Aula? Innanzitutto, i denari che dovrebbero arrivare immediatamente nelle casse dei Comuni transiteranno, facendo capitale, e saranno utilizzati senza sapere quando saranno restituiti agli stessi Comuni dal Governo centrale e dalle casse di Roma.

Non solo, c'è un fatto più grave, soprattutto per quei Comuni che oggi sono riusciti ad arrivare a un'autonomia finanziaria che sfiora il 100 per cento. Ovvero ci sono Comuni che con bilanci di 50 miliardi di vecchie lire incassano oggi dallo Stato non più di 150 milioni di lire come trasferimenti e che si vedranno nell'impossibilità di fare opere proprio perché l'ICI gli verrà forse restituita nel giro di qualche anno. Cosa ancor più grave, i cittadini, non avendo l'obbligo di fare la denuncia ICI metteranno nelle condizioni i Comuni di non poter fare controlli per scovare coloro che non pagano o che pagano in modo sbagliato, improprio o falso.

Si dice che bisogna fare riferimento ai catasti, ma tutti ben sappiamo che da quando l'aggiornamento delle schede catastali viene effettuato in Albania, dove circa il 30 per cento delle schede catastali è andato perduto, i nostri catasti sul territorio sono arretrati di circa vent'anni. Il rispetto del Patto di stabilità, che non tiene assolutamente conto della capacità dei Comuni di incassare soldi dai propri cittadini, li mette poi nella pessima condizione di avere dei soldi che non possono spendere e nel decreto si inaspriscono le sanzioni nei confronti dei Comuni, arrivando addirittura a dire: «Non vi trasferiamo più niente se non rispettate il Patto».

Ebbene, dico al Governo: non date più i soldi dei trasferimenti ai Comuni che hanno una capacità di autofinanziamento ormai vicina al 100 per cento, ma non impedite loro di utilizzare i soldi che incassano dai propri cittadini per trasformarli in servizi. Credo che questa sia una delle cose più inique e lo si vede soprattutto nei coefficienti per stabilire qual è il modo di lavorare che rende virtuosi i Comuni; non si va a vedere come vengono spesi i soldi o la qualità dei servizi ma - come sempre e più di sempre - peggio un Comune è amministrato più riceve finanziamenti dallo Stato. I Comuni che vengono gestiti bene sono penalizzati; lo si vede ancora oggi, signori; lo si vede anche nei telegiornali, nonostante pare che anche la RAI sia dalla parte di questa maggioranza; lo si vede da come è infestato dai rifiuti tutto il Sud dell'Italia, ma, soprattutto, quella parte dove c'era il commissario straordinario per i rifiuti Bassolino, che in otto anni non è riuscito a combinare niente. Sono state accumulate più di 2.000 tonnellate di rifiuti in pochi giorni.

Non molti mesi fa, quest'Aula ha concesso numerosi finanziamenti per l'emergenza, per pagare i debiti che i Comuni non hanno mai onorato nei confronti delle ditte che avevano vinto l'appalto per la raccolta dei rifiuti. I rifiuti dunque continueranno ad essere trasportati negli inceneritori di quegli sprovveduti di cittadini del Nord che li hanno voluti per tenere la propria terra pulita.

Ora, cari signori del Governo, credo che, se volete far progredire questa Nazione, non potete continuamente umiliare quelle terre dove la buona gestione è la normalità. La normalità in Italia corrisponde, come media su tutto il territorio nazionale, ad una capacità di autofinanziamento del 35 per cento; nelle zone del Nord Italia vi sono molti Comuni al 99,3 per cento. Non potete trattarli tutti nello stesso modo quando si parla di Patto di stabilità.

È per questa ragione e per le altre che esporranno i miei colleghi che noi non possiamo assolutamente immaginare di potervi dare un voto di fiducia. (Applausi dal Gruppo LNP e del senatore Cantoni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gramazio. Ne ha facoltà.

 

GRAMAZIO (AN). Signor Presidente, questo dibattito era previsto, anche per i modi con cui il Governo si era comportato nei riguardi del Senato e del Parlamento nel suo complesso. Era previsto perché le modalità con cui il decreto Bersani è partito erano sicuramente - lo ricordava poc'anzi il collega Cursi - quelle di un provvedimento che ha creato una situazione di conflittualità nel mondo di coloro i quali operano in questo Paese. Mi voglio rifare a tre di questi avvenimenti.

Non posso non pensare alle dure dichiarazioni di alcuni esponenti del Governo nei riguardi dei tassisti, di coloro che a Roma chiamiamo tassinari. Penso che Alberto Sordi, se fosse stato ancora vivo, sarebbe stato sicuramente con loro, alle loro manifestazioni di protesta contro un decreto che li umilia. In Senato siede anche il senatore Andreotti e, ricordando il film «Il tassinaro», mi chiedo quale possa essere la posizione dello stesso senatore Andreotti che in quel film si dimostra amico dei tassisti e che questa sera sicuramente voterà la fiducia al Governo che vuole umiliare dei lavoratori liberi.

Il problema dei tassisti romani, al pari dei migliaia di tassisti confluiti a Roma per le manifestazioni di sostegno alla loro iniziativa, è di essere dei piccoli proprietari. Uno dei cartelli, degli striscioni più duri dei tassisti in questi giorni riportava: «No alle cooperative rosse. No alle cooperative di Confindustria nel mondo del trasporto».

Le trattative si sono sviluppate prima con i tecnici del Ministero, poi, a livello più alto, con le 32-36 sigle rappresentative di quel mondo. Dobbiamo dire che abbiamo visto l'entusiasmo di questi operatori quando il Governo ha saputo fare su alcuni di quei provvedimenti marcia indietro, ma sicuramente ciò non è sufficiente; non è sufficiente perché - lo ricordava sempre il collega Cesare Cursi - domani c'è l'altro sciopero, quello delle farmacie, uno sciopero che è ancora più forte, perché i rappresentanti sono stati convocati, li hanno fatti attendere inutilmente e poi hanno detto alla delegazione di Federfarma che le trattative non c'erano più. Abbiamo ascoltato ieri sera le dichiarazioni che il presidente della Federfarma Siri ha reso all'uscita del Ministero, dicendo che erano stati presi in giro.

Li hanno presi in giro sicuramente, perché l'atteggiamento complessivamente tenuto non è altro che la risposta di questa maggioranza alle richieste delle cooperative. Dobbiamo allora ricordare le pagine intere pagate dalle cooperative sui grandi quotidiani italiani di alcuni mesi fa, che chiedevano di firmare una serie di proposte, che si sarebbero trovate presso le cooperative stesse, affinché si arrivasse alla liberalizzazione dell'acquisto dei farmaci all'interno delle cooperative.

Voglio ricordare a me stesso - non deve certo ricordarlo al Presidente di quest'Aula o al rappresentante del Governo, né tantomeno ai colleghi di centro-destra - la storia del campanile. Quando parlo del campanile certo non mi riferisco al partito del Ministro della giustizia, ma al piccolo comune: quattro erano i punti di riferimento nei piccoli centri. Il primo era la stazione dei Carabinieri, il maresciallo o il brigadiere dei Carabinieri; l'altro era la parrocchia; il terzo la farmacia; il quarto il medico condotto. Abbiamo cancellato con la legge n. 833 del 1978 la figura del medico condotto, così sono rimasti tre punti di riferimento: la farmacia, in particolare, è stata ed è un vero e proprio presidio sanitario nei piccoli centri.

Dal farmacista si andava quando non era possibile consultare un medico; il farmacista veniva ed è chiamato anche in assenza del pronto intervento sanitario, diventando così un vero e proprio presidio sanitario; allo stesso modo, in materia di giustizia e di sicurezza il presidio è rappresentato dai Carabinieri e un'analoga importanza riveste la parrocchia.

Con questo decreto cancelliamo la farmacia come riferimento sociale e sanitario, perché domani troveremo gli stessi farmaci dal ferramenta o dal commerciante che magari gestisce una rivendita di prosciutto e formaggio e che, avendo all'interno del suo negozio uno spazio libero, farà finta di diventare farmacista.

Non ci si venga a dire che questa operazione viene fatta per garantire l'occupazione dei farmacisti disoccupati. Negli incontri che il Gruppo di Alleanza Nazionale ha avuto con le varie associazioni rappresentative del mondo dei farmacisti, ci è stato assicurato, confermato e dimostrato che, ad esempio, nell'Italia del Nord non ci sono giovani farmacisti che possano essere occupati all'interno delle farmacie, come dipendenti farmacisti.

Ci sono venuti a dire che il problema era questo e lo hanno fatto credere ai cittadini, tramite la loro propaganda che - attenzione - è stata fatta attraverso intere pagine di pubblicità pagate dalle cooperative, che chiedevano ai cittadini di firmare per la liberalizzazione del commercio, facendo riferimenti storici che sicuramente non appartengono né alla tradizione europea né tantomeno a quella italiana.

Per noi la farmacia è e rimane un presidio: ci si rivolge al farmacista quando egli ha sul camice la croce che dimostra che è un dottore farmacista e non un inserviente o un magazziniere. Vogliamo porre l'attenzione proprio su questo aspetto dicendo che il servizio farmaci dev'essere sviluppato solo da chi è laureato in farmacia ed è un farmacista, dipendente o proprietario. C'è stato uno scontro su questo, facendo credere all'opinione pubblica che tale liberalizzazione sarebbe andata a favore di tutti, dando la possibilità di trovare i farmaci liberamente e di poterli acquistare altrettanto liberamente all'interno delle cooperative.

Tuttavia, tutti noi sappiamo bene - e concludo - che quando andiamo in farmacia, chiediamo al dottore farmacista il riscontro obiettivo sulla ricetta del nostro medico di famiglia. Vogliamo sapere se la prescrizione di quel farmaco è esatta e se quel farmaco ci farà bene: con questo decreto non avremo più questa possibilità.

Per questo motivo, Alleanza Nazionale conferma il suo no forte in difesa della professionalità e delle categorie. (Applausi dai Gruppi AN e FI).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ventucci. Ne ha facoltà.

 

VENTUCCI (FI). Signor Presidente, continua il ricorso alla fiducia, l'ennesima, e non si vede come la maggioranza possa farne a meno, insicura di se stessa stante l'esigua differenza numerica con l'opposizione oltre ai problemi interni.

E questa prassi ci ricorda che la ricetta sulle proposte innovative o sui correttivi di situazioni tendenziali a cui si ascrive la differenza fra riformismo massimalista e liberista, non è sempre conforme alle aspettative della maggioranza della società, che in democrazia ha interessi diversi sia sul piano sociale che economico, fatti salvi i principi fondamentali dell'ordinamento costituito.

C'è da osservare, poi, la presenza in politica di coloro che dividono l'agire secondo il bene o il male e attribuiscono il primo a se stessi.

In costoro affiora la presenza di una spinta ideologica che va oltre le due suddette categorie e li istiga a comportarsi in nome di una eticità che li convince a ritenere di essere i soli tutori delle norme che regolano i comportamenti dell'individuo, inteso non come unico che forma l'insieme ma come parte accessoria dell'insieme, stesso.

È una vecchia storia che la politica italiana sta affannosamente tentando di lasciarsi alle spalle, impedita dai cartelli elettorali finalizzati al positivo risultato delle urne e dalla lenta azione temporale sul comparto politico che purtroppo risente della ottocentesca contrapposizione hegeliana, confortata dalle contraddizioni insolubili delle tesi ed antitesi di Immanuel Kant, inopportunamente citato all'interno del frontespizio del DPEF, edizione Senato, Documento LVII, n. 1, a supporto del secondo vessatorio passo della politica economica di questo Governo.

A volte una riflessione appare ovvia quando si è portati a ricorrere alla memoria delle esercitazioni scolastiche per spiegare a se stessi il disagio delle altrui decisioni che coinvolgono il sistema dell'intero Paese.

Nel leggere, infatti, il corposo articolato al nostro esame, prima ancora di entrare nel particolare del merito, appare sintomatica la difficoltà del Governo impegnato a sostenere l'esigenza di un'azione normativa inserendo un articolo, nel nostro caso il primo, con la funzione di premessa giustificativa e non cogente, come dovrebbe essere ogni norma nei confronti del destinatario al quale chiedere un comportamento attivo o passivo nel rispetto della norma stessa.

Il primo articolo, infatti, è un preambolo che tende ad enunciare i requisiti alla base del ricorso al provvedimento, compresa l'urgenza, dando vita ad un inizio giuridicamente mediocre circa l'insieme di disposizioni per il rilancio dell'economia, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica e per il contrasto all'evasione fiscale.

Esso è, invece, la premessa di una «excusatio non petita» in quanto la ratio dell'articolato non discende da riflessioni e approfondimenti sulle esperienze ed anche sulle consuetudini all'interno del nostro Paese, effettuate da associazioni, università, istituti e centri specializzati che, a loro volta, avrebbero fornito alla politica dei contributi mirati al dovuto ammodernamento della vigente prassi rigida ed obsoleta, a beneficio della ricerca del miglior rapporto qualità-prezzi del mercato ed al tempo stesso a beneficio della libera scelta dei consumatori.

E mi riferisco al comparto mercantile e professionale, che è solo uno degli aspetti dell'articolato e che nel settore evidenzia un adeguamento forzoso, egregio ministro Bersani, alle decisioni derivanti dalle potenze europee nostre partner, che sanno farsi valere durante la fase ascendente della legislazione comunitaria al punto che quest'ultima è conformata dalla legislazione dei loro Stati.

Ciò comporta che il rapporto intersoggettivo non subisce gli scossoni di una imposizione sull'ordinamento interno come avviene in Italia nei confronti del nostro sistema organizzativo professionale, commerciale bancario, sanitario e via dicendo.

Il Governo, infatti, giustifica il tutto con la volontà di adeguare il nostro sistema Paese alle norme europee, addirittura, poi, evocando i princìpi fondamentali della Carta costituzionale e facendo anche riferimento alla pasticciata riforma del Titolo V, in nome dello sviluppo, della crescita, della promozione della concorrenza e della competitività, per la tutela dei consumatori e per la liberalizzazione dei settori produttivi.

Si parla di liberalizzare, ma c'è molto nei titoli e veramente poco nella sostanza, che appare condizionata da un'azione punitiva in alcuni ben individuati settori, che rievoca gli atteggiamenti perversi dell'applicazione dell'IRAP, con buona pace del vice ministro Visco.

Eppure ci si aspettava un intervento sui privilegi consolidati in questi decenni di prima Repubblica, sulle posizioni di rendita, su quel magma corporativo che ha impedito la creazione del sistema Paese e con esso un reale allineamento dei conti pubblici.

Sosteniamo le categorie che abbiamo ascoltato nelle varie audizioni e non intendiamo avallare un provvedimento iniquo, superficiale, non solo inutile per lo scopo che si era prefisso e ridondante nel titolo, ma addirittura foriero di una oppressione fiscale di cui il nostro Paese non ha alcun bisogno.

In questo contesto non ci stupisce come i vertici della grande industria rimangano indifferenti alle norme del presente decreto; probabilmente per le vie brevi hanno risolto qualche comparto a loro caro.

Non c'è neanche da meravigliarsi come il parziale ravvedimento del Governo su alcune aberrazioni contenute nel provvedimento e corrette con il maxiemendamento, possa aver infastidito i soliti intellettuali da scrivania, avulsi dal quotidiano, sempre pronti ad analizzare il passato e su questo sputare sentenze, magari argomentando di equità fiscale alla Robin Hood: togliere ai ricchi per dare ai poveri.

Purtroppo le favole servono per incantare e sviarci dalla realtà ed in questo momento abbiamo bisogno di fatti, concretezza, fiducia in se stessi e in chi ci governa, se si vuole realizzare il domani nella libertà e nella democrazia lontano dalle esperienze di un passato che è stato sconfitto.

Non entro nei particolari del decreto, lo hanno fatto stamane con sapienza politica e tecnica altri colleghi dell'opposizione, così come ha fatto Forza Italia nella conferenza dove ha illustrato le proprie proposte e contrarietà sulle tematiche oggetto del provvedimento, non certo riportate dagli organi della grande stampa sodale con l'attuale Governo.

Tuttavia non ci stancheremo certo di evidenziare il nostro forte e ripetuto disappunto in ordine alla ossessiva preoccupazione di questo Governo di rompere il rapporto di fiducia tra fisco e contribuente, ricercando con provvedimenti di urgenza ogni più capziosa forma di controllo su tutte le attività economiche del cittadino; su quelle private ci sta già pensando un altro potere dello Stato con grande successo e con buona pace della libertà in democrazia.

Quando si è all'opposizione, e abbiamo una certa esperienza, si è portati a negare ogni validità alle proposte della maggioranza. Si dice che è il giuoco delle parti e la regola della democrazia. Ma in questo decreto si rileva un attentato ai cardini della libertà dell'individuo, libertà come principio etico e fondamentale in una società che si dichiara libera.

Per verificare ciò, basta leggere il documento approvato dal collegio del Garante per la protezione dei dati personali, ove si denuncia come la sistematica trascrizione delle informazioni finanziarie all'anagrafe tributaria non è conforme al principio di realizzare opportune modalità che permettano di identificare l'interessato solo in caso di necessità. Addirittura si inseriscono dati che riguardano la dignità e la riservatezza della persona poiché riguardano lo stato della propria salute. È il colmo.

Voteremo contro la fiducia, voteremo contro questo provvedimento, signor Presidente, perché (ed uso un termine che non mi appartiene ma è stato tanto caro all'opposizione nella passata legislatura) è solo robaccia. (Applausi dai Gruppi FI e AN).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.

 

DIVINA (LNP). Signor Presidente, vorrei ringraziare il Sottosegretario che resiste, unico rappresentante del Governo in Aula al quale, a questo punto, mi devo rivolgere.

È interessante che il Governo annunci un provvedimento estremamente liberista, come è, in apparenza, il decreto Bersani; il problema è che ne esce più marcatamente liberticida, perché la parte fiscale, introdotta dal vice ministro Visco, è determinante e preponderante sull'aspetto delle liberalizzazioni che tanti colleghi hanno già toccato.

Avete coniato un termine che fa orrore soltanto a pensarci: la tracciabilità delle attività delle persone, ergo la tracciabilità delle persone; solo dal termine sembrerebbe di trovarsi in uno Stato di polizia. Conoscevamo già la tracciabilità dei prodotti alimentari, aspetto importante della filiera produttiva (dal produttore alla tavola del consumatore), ma non avevamo mai sentito parlare di tracciabilità delle persone.

Ebbene, su questa seconda parte la Lega Nord ha intenzione di porre il riflettore.

Abbiamo perso la libertà di pagare con lo strumento che preferiamo: dovremo pagare secondo canoni fissati dal Governo e, se fosse rimasto l'originario limite di 100 euro, mi chiedo come avremmo potuto liquidare un debito. Penso, ad esempio, ad un'anziana che si rivolge ad un medico - si tratta di una normalissima attività quotidiana - il quale le dice di non poter accettare 150 euro perché viene superato il limite dei 100 euro. L'anziana signora, quindi, dovrebbe inventarsi una formula di pagamento che non ha mai utilizzato, ad esempio la carta di credito. Per fortuna, abbiamo portato tale limite a 500 euro e, per l'anno in corso, a 1.000 euro, anche se non si capisce per quale motivo, anno per anno, potremo pagare in modi diversi.

Parallelamente, anche il professionista ha perso la libertà di organizzare la propria attività. Vorrei capire quello che accadrà a un professionista, il quale non potendo tenere un minimo di contante in tasca per l'attività ordinaria, sarà costretto a recarsi continuamente («avanti e indrè» come si dice dalle nostre parti) in banca per depositare anche poche centinaia di euro, perché il Governo vuol capire cosa accade e dove va a finire ogni flusso monetario.

Eravamo abituati a vedere i grandi riflettori soltanto in pochi film o pochi reality televisivi, dove vi era una grande telecamera che entrava in ogni stanza; adesso quel grande occhio è entrato in tutte le nostre abitazioni. Se tutte le banche devono informare l'Agenzia delle entrate di tutti i movimenti di ogni singolo cittadino e tutti i gestori del risparmio devono fare altrettanto, mi chiedo cosa stia accadendo: tutti noi siamo monitorati come delinquenti ante litteram? Siamo tutti d'accordo che si debbano fare controlli accurati e penetranti se ne esistono i presupposti e oggi abbiamo gli strumenti per farlo; ma a cosa serve entrare nelle tasche di ogni singolo cittadino?

Le assicurazioni dovranno comunicare sempre all'Agenzia delle entrate tutte le somme e tutti i risarcimenti danni che hanno operato nei confronti di un assicurato. Mi chiedo per quale ragione ciò debba avvenire. Il rimborso non produce nemmeno reddito, è il contraltare di un danno economico o fisico patito dall'assicurato. Mi domando quale interesse abbia lo Stato a sapere dove finiscono questi soldi, se non capire l'entità e le movimentazioni del patrimonio di ogni persona.

L'Autorità garante del mercato potrà emettere provvedimenti cautelari; sapevamo che solo l'autorità giudiziaria poteva farlo. Successivamente, ci spiegherete il funzionamento di tale procedura, perché non è un meccanismo da poco: dovrete dirci a chi inoltreremo i ricorsi nei confronti di un provvedimento cautelare dell'Autorità garante: i professionisti, gli avvocati se li inventeranno, ricorreranno a un TAR. Inoltre, non si dice se sarà un provvedimento amministrativo o di giustizia ordinaria.

Il provvedimento afferma, inoltre, che l'Autorità garante può emettere sanzioni che ammonteranno dal 3 al 10 per cento del fatturato dell'azienda. Probabilmente avete lavorato poco, perché non sapete che, se si toglie il 3 o il 10 per cento dal fatturato di un'azienda come sanzione, quell'impresa chiude. Non c'è impresa che abbia monetizzato il 10 per cento del fatturato, che forse otterrà l'uno per cento di utile su quel fatturato.

Abbiamo già affermato in Commissione che un emendamento aggiuntivo del Governo ha introdotto la formula del razzismo al rovescio. Mi spiego, signor Presidente: i ricorsi amministrativi di valore indeterminabile - perché per lo più sono provvedimenti che chiedono magari l'annullamento di un atto e quindi difficilmente sono quantificabili, anzi a volte non lo sono affatto - economicamente vengono tutti innalzati a 500 euro. Il contributo unificato unico sarà, cioè, di 500 euro. Il Governo arriva con il proprio emendamento e dice: «tranne (...)». Andiamo a leggere «tranne» che cosa?: tranne questioni per diritti di soggiorno, di residenza e di ingresso, per le quali si pagherà esattamente la metà. Cosa sta a significare questo? Chi ha problemi di ingresso, di soggiorno o di residenza? I cittadini stranieri. Siamo allora di fronte a una norma che beneficia il diritto in itinere o che si sta per formare dello straniero e penalizza il cittadino italiano che ha le stesse identiche problematiche di fronte a un TAR.

Volete spiegarci che cosa sia il «valore normale» degli immobili? Un cittadino può diventare pazzo, perché o vi è un valore catastale o c'è una perizia asseverata, ma se si lascia stabilire agli uffici quale sarà il valore normale impazziranno i cittadini, come impazziranno quei poveri disgraziati di finanzieri che manderete nelle discoteche a scovare la grande evasione e capire quale sarà la prima, la seconda o le successive consumazioni da assoggettare a diversi regimi di IVA.

Mi dicono che il tempo a mia disposizione sta per terminare e allora, signor Presidente, concludo.

Abbiamo notato un'infinità di vere, autentiche vessazioni: è un provvedimento sostanzialmente liberticida. Pensavamo di vivere in uno Stato in cui vigeva ancora la garanzia della non colpevolezza, almeno fino a prova contraria; con questo decreto, che convertiremo in legge, il cittadino sarà preventivamente e presuntivamente da voi considerato in malafede, a prescindere dalle proprie responsabilità.

Dite di fare questo per rigore nei confronti di tutti i cittadini, però avete dimostrato che il Governo è un poltronificio: avete ripartito poltrone per tutti, per oves, boves et universa pecora, come si dice, e pertanto la Lega rimanda al mittente la vostra dichiarazione di rigore: è un provvedimento liberticida che non potrà avere la nostra approvazione. (Applausi dai Gruppi LNP, FI e AN. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.

 

MALAN (FI). Signor Presidente, non è facile fare opposizione con questo Governo, non certo perché non dia spunti per intervenire, ma perché sovrasta con l'enormità, con questa norma ignominiosa le altre che ha appena varato.

Si vorrebbe stare dietro a tutto. Si vorrebbe poter denunciare, con il dovuto peso, che il Governo ha, a quanto pare, con un atto del vice ministro Visco, cambiato i vertici della Guardia di finanza in Lombardia, colpevoli di aver indagato su UNIPOL, cioè le assicurazioni che fanno capo al partito egemone della sinistra. Si vorrebbe sottolineare come il Presidente del Consiglio, dopo avere invitato, con un consenso esplicito nelle dichiarazioni di alcuni Ministri, l'Iran a mediare per il conflitto in atto nel Medio Oriente, ventiquattr'ore dopo abbia detto che era un'idiozia aver pensato che avesse potuto dire questo: peccato che a quell'idiozia avessero creduto diversi Ministri.

Incombono sempre nuovi eventi: incombe il decreto di cui parliamo oggi, talmente pieno di norme vergognose, che incidono profondamente sulla libertà e sui diritti garantiti ai cittadini dalla Costituzione, che si vorrebbe poter parlare a lungo e su ogni articolo. Devo riconoscere che la tecnica funziona: ponendo in essere così tante corbellerie e così tante norme assurde, ignominiose e liberticide, non si riesce certamente a dare spazio a tutte.

Chi mi ha preceduto ha citato diverse didposizioni. Desidero ricordare che andiamo contro i diritti dei cittadini e contro la Costituzione: infatti, l'articolo 3, che prescrive la pari dignità di tutti i cittadini e, addirittura, il dovere dello Stato di rimuovere gli ostacoli che si oppongono all'effettivo raggiungimento di tale pari dignità, viene interpretato al contrario. Mi riferisco all'obbligo di effettuare i pagamenti superiori ad una certa somma in contanti agli artigiani e ai professionisti.

Il limite da non superare inizialmente era di 100 euro, poi è stato stabilito che a 100 euro si arriverà in un determinato periodo; per ora, comunque, il limite sarà di 500 euro. Peraltro, ricordo che trattandosi di un decreto-legge, la norma è vigente dal 5 luglio, per cui da quella data non si devono più pagare in contanti professionisti e artigiani in caso di somme superiori a 100 euro: è una norma che danneggia gravemente quelle persone che, per oggettiva mancanza di materia prima, e cioè di denaro, non hanno il conto in banca, in quanto le relative spese sarebbero per loro molto superiori ai benefici che ne potrebbero trarre.

Ci sono in Italia diversi milioni di persone che, per essere incorse in un fallimento, non possono avere il conto in banca o la carta di credito. Queste persone, se chiamano d'urgenza l'idraulico magari la domenica mattina, dovrebbero averci pensato prima, il venerdì, ed essersi fatte fare un assegno circolare in banca, pagando una commissione anche salata.

Andiamo poi contro il diritto alla privatezza e alla segretezza della corrispondenza e di ogni altro tipo di comunicazione: così dice l'articolo 15 della Costituzione. Quando ogni movimento di denaro superiore ai 1.500 euro viene registrato nella banca dati del Ministero con valore retroattivo (a partire dal 1° gennaio 2005, anziché dal 1° gennaio 2001: praticamente, la retroattività di un anno e mezzo viene ritenuta poca cosa, visto che se ne era proposta una di quattro anni e mezzo) abbiamo una sagra delle incostituzionalità, una sagra delle lesioni dei diritti dei cittadini.

La più marchiana delle violazioni del diritto si ha quando si introducono questa ed altre norme con valore retroattivo. Ciò causa nel cittadino, nell'impresa, negli stranieri che vogliono impiantare attività, investire nel nostro Paese una totale incertezza e, di conseguenza, una tendenza ad evitare di investire, di intraprendere, di iniziare attività nel nostro Paese, visto che vengono applicate dal 2005, come in questo caso, norme che invece sono state approvate solo alcuni giorni fa.

Faccio solo un esempio: all'articolo 36, comma 26, si raddoppia la tassazione per gli incentivi all'uscita, all'esodo, riservati ai dipendenti delle società in crisi sopra i cinquant'anni. Queste persone, che hanno rinunciato ad usufruire di altri benefici e hanno accettato l'incentivo all'esodo, dall'oggi al domani, di fatto retroattivamente, si trovano ad avere una tassazione raddoppiata.

Vorremmo, inoltre, sottolineare che è la terza volta, su quattro provvedimenti, che viene posta la fiducia, mentre il Governo Berlusconi pose la terza fiducia dopo aver approvato altri 217 provvedimenti e, quando lo fece, si levarono alti lai dall'opposizione, che lanciava accuse all'allora Governo dicendo alla maggioranza: ma come? Avete posto la fiducia perché abbiamo presentato soltanto 3.500 emendamenti? Allora, vi domando: perché ponete di nuovo la fiducia se noi ne abbiamo presentati una sessantina? Tre volte - ripeto - su quattro provvedimenti.

Infine, abbiamo la fiducia fantasma. Vi sono testimonianze esplicite di Ministri e del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che attestano che la fiducia non è stata decisa dall'ultimo Consiglio dei ministri. Tuttavia, arriva qui il Ministro dei rapporti con il Parlamento e pone la questione di fiducia - decisa da nessuno - travalicando e calpestando ogni regola, addirittura interna al Consiglio dei Ministri! (Applausi dal Gruppo FI e del senatore Fluttero).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fluttero. Ne ha facoltà.

 

FLUTTERO (AN). Colleghi senatori, rappresentanti del Governo, molti italiani, nei primi giorni seguenti alla presentazione di questo decreto, fecero valutazioni positive leggendo solamente il titolo, che parla di una manovra correttiva (poco interessante, per la verità) e soprattutto di provvedimenti finalizzati al rilancio dell'economia e alla lotta all'evasione ed elusione.

Quindi, la ventata di nuove privatizzazioni ipotizzata, e abbondantemente pubblicizzata sui giornali, diffuse un certo atteggiamento positivo rispetto a questo provvedimento anche tra elettori di centro-destra.

Dopo qualche giorno, approfondendo l'articolato, ci si rese immediatamente conto che si trattava di una copertura: in realtà, sotto il titolo si celavano provvedimenti che andavano in direzione assolutamente opposta.

In questo decreto, come dicevamo all'inizio, si individuano tre obiettivi. Innanzitutto, una manovra correttiva: capita, purtroppo, a metà anno di dover fare manovre correttive, anche se bisognerebbe procedere sulla base di dati decisamente più affidabili e attendibili.

I dati, invece, erano in questo assolutamente inattendibili. Infatti, nonostante da alcune settimane il Governo denunciasse ad alta voce una situazione economica disastrosa - peggiore di quella del 1992, si diceva - ci siamo trovati con una manovra che ha introdotto correzioni di appena lo 0,1 per cento del PIL, sbagliando peraltro clamorosamente le previsioni di entrata, ad esempio, stimate sulle modifiche applicate e previste per il comparto immobiliare.

Per quanto riguarda la questione dei tagli, se ne è parlato poco: tagli alla scuola, alla ricerca, alla giustizia e alla protezione civile; tagli quindi in settori strategici.

Con riferimento alla giustizia, in particolare, poche settimane fa il Ministro della giustizia, nel corso di un'audizione ha parlato di una situazione disastrosa, da libri in tribunale se si fosse trattato di un'impresa privata. Ad un'esigenza incomprimibile di 280 milioni di euro, si è risposto con 50 milioni di euro di tagli quest'anno, 100 milioni di euro l'anno prossimo e 100 o 150 milioni tra due anni. Vi è quindi una parte relativa al contenimento della spesa ed all'aumento degli introiti.

Poi vi sono le previsioni relative al rilancio dell'economia e le cosiddette liberalizzazioni e privatizzazioni. Ci aspettavamo, in realtà, quanto da sempre noi stessi diciamo e abbiamo sentito dire in campagna elettorale anche dall'Unione, un rilancio dell'economia che passasse attraverso la modernizzazione del Paese, l'aumento di infrastrutture e dell'efficienza, lo snellimento della pubblica amministrazione, la semplificazione dell'amministrazione, la ricerca nelle alte tecnologie per sostenere le nostre industrie nella competizione globale e internazionale, innalzando il livello dei prodotti e migliorando ed innovando i processi di produzione.

Questo ci aspettavamo. Invece, abbiamo trovato un provvedimento che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto liberalizzare i taxi, come se le nostre aziende stessero aspettando che i taxi fossero in numero maggiore o costassero meno. Peraltro, con questo provvedimento, i taxi non vengono a costare meno, poiché ci si limita a creare la possibilità di far nascere delle società per azioni che assumerebbero i tassisti come dipendenti, precarizzandoli dal punto di vista contrattualistico ed eliminando la figura del tassista come lavoratore autonomo. Come se le nostre aziende stessero aspettando questo.

Quando si parla di rilancio dell'economia si parla di provvedimenti che devono andare a vantaggio delle aziende oppure a vantaggio delle famiglie che devono veder aumentato il loro potere di acquisto così da poter dare un contributo al rilancio dei consumi interni.

L'intervento sui taxi ed altri aspetti del provvedimento non vanno invece in questa direzione. Credo sia risibile pensare che una modifica del regime dei taxi possa sostenere lo sviluppo delle nostre aziende o aumentare i quattrini disponibili nelle tasche delle nostre famiglie, perché la gran parte del budget delle nostre famiglie non è rappresentata certamente dalle spese per i taxi, ma dal riscaldamento, dalla raccolta rifiuti, dagli affitti, da spese rispetto alle quali spesso siamo di fronte a situazioni di mercato bloccato, con le multiutilities, con aziende a capitale interamente pubblico che andrebbero, quelle sì, fatte oggetto d'intervento di privatizzazione e liberalizzazione per creare un sistema di competizione che possa consentire di ridurre i costi.

Allora, se aveste voluto veramente rilanciare l'economia, avreste dovuto agire su quei versanti non certo intervenire sui taxi. Se procederete su questa linea, mi aspetto di vedere nelle prossime settimane provvedimenti per liberalizzare i venditori di caldarroste, il mercato dei lupini o i madonnari, dal momento che questo è il taglio dei vostri interventi. Se questo è ciò che ci dobbiamo aspettare, se questo è ciò che si deve aspettare il Paese, siamo davvero messi male.

Concludo citando poche righe de «Il Sole-24 Ore» di oggi. Fino a qualche settimana fa pensavo di essere uno dei pochi a non capire il disastro dei commi, degli emendamenti e dei subemendamenti. Su «Il Sole-24 Ore» di oggi si legge: «La manovra d'estate si è persa. O meglio sappiamo cos'è e dove si trova, ma non possiamo dire con certezza cos'è rimasto e cos'è cambiato tra i suoi commi. Si naviga nelle nebbie, tra emendamenti (mini, maxi e sub) annunciati, ritirati, bocciati e poi ripescati».

La strada del decreto - che mette insieme cose così diverse, in un delirio di emendamenti, subemendamenti e quant'altro - è il modo peggiore possibile per affrontare in modo razionale le esigenze improcrastinabili di riforme e di rilancio del nostro Paese. (Applausi del senatore Saporito. Congratulazioni).


PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bianconi. Ne ha facoltà.

 

BIANCONI (FI). Signor Presidente, signor Ministro, desidero leggere, all'inizio del mio intervento, alcune dichiarazioni rilasciate, proprio in quest'Aula, dal ministro Bersani: «Ci sono state, poi, altre obiezioni che mi hanno un po' infastidito, sono molto sincero. Mi riferisco al tema che - com'è avvenuto anche ieri - e stiamo discutendo con i farmacisti a chi dice che il Governo mira a favorire le Coop». Lei, signor Ministro, sarà anche infastidito, ma non può immaginare quanto, in realtà, lo siamo noi. Un noto politico italiano sosteneva che a pensar male si fa peccato, ma ci si prende quasi sempre: infatti, la presentazione di una proposta da parte delle cooperative stranamente viene ripresa immediatamente proprio dal suo Governo.

Di che cosa stiamo parlando, in realtà? Vendita presso gli esercizi commerciali: nessun obbligo per i grossisti di detenere almeno il 90 per cento dei medesimi farmaci; possibilità per il farmacista di essere proprietario di più farmacie; nessuna incompatibilità tra l'attività di distribuzione all'ingrosso e di vendita al dettaglio. Questi i pilastri del decreto. Un dibattito sulle farmacie viziato da una distorsione culturale tutta tipicamente italiana, che tende sempre alla ricerca di un colpevole in presenza di un problema, questa discussione, però, ci impedisce di identificare la vera causa e dunque di trovare la giusta soluzione.

Il dibattito è anche viziato da un errore metodologico: non si può parlare del ruolo delle farmacie e degli eventuali provvedimenti per migliorarle se non si decide preventivamente la collocazione di campo, vale a dire che la scelta che prima di ogni altra deve essere effettuata è se la farmacia deve far parte del servizio sanitario nazionale oppure del sistema di distribuzione commerciale. Entrambe le scelte sono legittime, ma si richiede - una volta selezionata l'opzione - è l'obbligo della coerenza, possibilmente anche da parte del ministro Turco, che più di una volta si è detta contraria ai farmaci nei supermercati e poi si è tranquillamente allineata al decreto in esame.

Certo, buona parte dei problemi del sistema delle farmacie deriva anche dal fatto che i nostri amici farmacisti non hanno ancora deciso su quale scelta assestarsi: la strada dell'emporio in farmacia porta ad una non chiarezza e a far sostenere che se nella farmacia ci può stare l'emporio, nell'emporio può starci anche una parte di farmacia.

Eppure, lo Stato ha sempre compiuto scelte in materia di farmaci: per coerenza, dovremmo attenerci ad esse. La rete composta dalle farmacie su tutto il territorio nazionale è stata voluta dallo Stato per la distribuzione armonica e capillare dei farmaci; essendo regolamentata da norme emesse dallo Stato, appunto, a garanzia dell'articolo 32 della Costituzione, essa è confermata da recenti sentenze della Corte costituzionale a garanzia del prevalente interesse pubblico.

Lo Stato italiano ha avocato a sé la distribuzione del farmaco, ne determina le condizioni per la dispensazione e concede la distribuzione a due soli soggetti (i Comuni o i singoli farmacisti): ne deriva che le farmacie, pubbliche e private, sono lo strumento dello Stato, a cui sono totalmente subordinate.

Il decreto in esame, di fatto, privatizza una parte del servizio sanitario, consegnando la tutela della salute alle logiche di puro profitto e al libero mercato. La presenza del farmacista, come dipendente del supermercato, non potrà mai, comunque, modificare le finalità che ha il profitto (perché vi è soggetto, in quanto, chiaramente, ne è strumento).

La vendita dei medicinali da banco fuori dalla farmacia diseduca il cittadino ad un corretto approccio al farmaco, che deve essere acquistato per necessità, non per impulso o perché ben posizionato sugli scaffali o promosso da pubblicità emotive. In America - dove tra un barattolo di pelati ed un dentifricio si trovano molti farmaci - ben 100.000 persone ogni anno muoiono a causa di un errato uso di medicinali; ciò rappresenta, quindi, un danno alla salute ed un problema anche per l'economia. In Inghilterra, dove i farmaci vengono venduti fuori dalle farmacie, la spesa pro capite è quasi doppia rispetto all'Italia (65 euro contro i 38 del nostro Paese). In Svizzera si ha una spesa che sfiora addirittura i 100 euro.

Considerato, tra l'altro, che, in alcuni casi i prezzi praticati nei suddetti Paesi sono più bassi dei nostri, appare evidente l'enorme consumo di farmaci effettuato dai loro cittadini rispetto alle reali necessità.

Questo decreto eliminerà quel trittico inscindibile che ha da sempre caratterizzato la natura pubblica del servizio farmaceutico italiano: l'inscindib