XIX LEGISLATURA


Resoconto stenografico dell'Assemblea

Seduta n. 728 di lunedì 19 ottobre 2026

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE FABIO RAMPELLI

La seduta comincia alle 11.

PRESIDENTE. La seduta è aperta.

Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.

FRANCESCO BATTISTONI , Segretario, legge il processo verbale della seduta del 14 ottobre 2026.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.

(È approvato).

Missioni.

PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 72, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta in corso (Ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato A al resoconto della seduta odierna).

Trasmissione dal Senato di un disegno di legge di conversione e sua assegnazione a Commissioni in sede referente.

PRESIDENTE. Il Presidente del Senato, con lettera in data 15 ottobre 2026 ha trasmesso alla Presidenza il seguente disegno di legge, che è stato assegnato ai sensi dell'articolo 96-bis, comma 1, del Regolamento, in sede referente, alle Commissioni riunite VIII (Ambiente) e X (Attività produttive):

S. 2029. – “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 10 settembre 2026, n. 157, recante disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi al protrarsi della nuova crisi dei mercati internazionali ed infrastrutture attività energetiche strategiche” (approvato dal Senato) (3148) – Parere delle Commissioni I, V, VI (ex articolo 73 comma 1-bis, del Regolamento, per gli aspetti attinenti alla materia tributaria), VII, IX, XIII e XIV e della Commissione parlamentare per le questioni regionali.

Il suddetto disegno di legge, ai fini dell'espressione del parere previsto dal comma 1 del predetto articolo 96-bis, è stato altresì assegnato al Comitato per la legislazione.

Annunzio della presentazione di un disegno di legge di conversione e sua assegnazione a Commissioni in sede referente.

PRESIDENTE. Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 16 ottobre 2026, ha presentato alla Presidenza il seguente disegno di legge, che è stato assegnato, ai sensi articolo 96-bis, comma 1, del Regolamento, in sede referente, alle Commissioni riunite X (Attività produttive) e XI (Lavoro):

“Conversione in legge del decreto-legge 16 ottobre 2026, n. 185, recante misure urgenti a sostegno dei lavoratori dell'ex ILVA e dell'indotto e per il rilancio industriale del territorio” (3151) – Parere delle Commissioni I, V, VI, (ex articolo 73, comma 1-bis, del Regolamento, per gli aspetti attinenti alla materia tributaria), VII, VIII, IX, XII e XIV e della Commissione parlamentare per le questioni regionali.

Il suddetto disegno di legge, ai fini dell'espressione del parere previsto dal comma 1 del predetto articolo 96-bis è stato altresì assegnato al Comitato per la legislazione.

Cessazione dal mandato parlamentare del deputato Mirco Carloni.

PRESIDENTE. Comunico che in data 19 ottobre 2026 è pervenuta alla Presidenza la comunicazione con la quale il deputato Mirco Carloni ha rassegnato le proprie dimissioni da deputato, manifestando la volontà di optare per la carica incompatibile di presidente dell'Autorità di sistema portuale Adriatico centrale.

Trattandosi di un caso di incompatibilità, la Camera prende atto di questa comunicazione e della conseguente cessazione del deputato Mirco Carloni dal mandato parlamentare.

Prima di passare all'ordine del giorno, intendo salutare studenti e insegnanti dell'Istituto “San Giovanni Battista” di Roma e dell'Istituto comprensivo “Vito Fabiano-Milani”, plesso di Borgo Sabotino, Latina, che stanno assistendo ai nostri lavori in tribuna (Applausi). Li ringraziamo per questo e, ricordiamo, che siamo in fase di discussione generale, pertanto sono presenti in Aula tutti i deputati - o quelli che ci raggiungeranno a breve - per svolgere i propri interventi sulla discussione generale.

L'Aula, ovviamente, si riempirà successivamente quando si voteranno questi ed altri provvedimenti.

Discussione del disegno di legge: S. 2023 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 agosto 2026, n. 154, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa di impianti di interesse strategico nazionale (Approvato dal Senato) (A.C. 3131?) (ore 11,13).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato, n. 3131: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 agosto 2026, n. 154, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa di impianti di interesse strategico nazionale.

(Discussione sulle linee generali - A.C. 3131?)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.

La VIII Commissione (Ambiente) si intende autorizzata a riferire oralmente.

Ha facoltà di intervenire il relatore, deputato Dario Iaia.

DARIO IAIA, Relatore. Grazie, Presidente. Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, il decreto-legge all'esame dell'Assemblea, già approvato dal Senato e non modificato nel corso dell'esame in sede referente, reca misure urgenti finalizzate ad assicurare la continuità operativa di imprese in stato di insolvenza, intervenendo sulla normativa che regola le garanzie finanziarie richieste per gli impianti di smaltimento e di recupero dei rifiuti di tale impresa.

L'intervento normativo si è reso necessario in quanto lo stabilimento ex-Ilva di Taranto è stato oggetto di determinazioni della provincia di Taranto e di diffide ministeriali, basate sulla normativa vigente relativa alle discariche di rifiuti, che non tiene conto della peculiare situazione in cui versano le amministrazioni straordinarie e delle oggettive difficoltà che si incontrano nel reperire sul mercato bancario o finanziario garanzie di lunga durata. Tale situazione ha comportato la sospensione, a decorrere dal 20 agosto 2026, dell'attività di gestione dei rifiuti e, conseguentemente, delle correlate attività produttive. Il decreto-legge, pertanto, interviene sulla periodicità delle garanzie finanziarie prestate a servizio delle attività di gestione dei rifiuti e delle discariche interne al citato stabilimento, introducendo una disciplina ad hoc per le società ammesse alla procedura di amministrazione straordinaria per le quali si consente una riduzione temporale delle garanzie medesime, prevedendo che l'orizzonte temporale possa essere limitato all'anno.

In particolare, l'articolo 1 modifica l'articolo 208 del Testo unico ambientale, nella parte in cui disciplina le garanzie finanziarie che devono essere prestate nell'ambito dell'autorizzazione unica per i nuovi impianti di smaltimento e di recupero dei rifiuti. Il decreto introduce una disciplina specifica per le società ammesse alla procedura di amministrazione straordinaria per le quali le predette garanzie finanziarie, comprese quelle riferite agli impianti di discarica, “possono essere prestate, per il periodo dell'amministrazione straordinaria e sino alla cessione a terzi del compendio aziendale, su base annuale e comunque per una durata non inferiore a un anno, anche qualora l'autorizzazione o il periodo di gestione autorizzato abbia durata superiore. La garanzia così prestata è considerata conforme ai requisiti di legge per il relativo periodo di efficacia, senza necessità di ulteriori previsioni contrattuali riferite ai periodi successivi o alle modalità di escussione. Resta fermo che, in ogni caso, nessuna attività di discarica può essere effettuata in mancanza della predetta garanzia finanziaria”.

A seguito di una modifica approvata dal Senato, è stato soppresso il riferimento, contenuto nel testo originario del decreto-legge, alle sole società che gestiscono almeno un impianto dichiarato di interesse strategico nazionale, sostituendolo con quello alle imprese in stato di insolvenza. Durante le audizioni al Senato è emersa, infatti, l'esigenza di consentire a tutte le imprese in stato di insolvenza, e non solo a quelle che gestiscono impianti di interesse strategico nazionale, di beneficiare di una riduzione temporale delle garanzie finanziarie, data la criticità della loro situazione.

In conclusione, segnalo che il Comitato per la legislazione ha espresso il prescritto parere e che le Commissioni affari costituzionali, finanze, attività produttive e politiche dell'Unione europea hanno espresso parere favorevole sul provvedimento.

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il rappresentante del Governo, Sottosegretario Barelli, che si riserva.

È iscritto a parlare il deputato Federico Fornaro. Ne ha facoltà.

FEDERICO FORNARO (PD-IDP). Grazie, signor Presidente. Rappresentante del Governo, relatore, colleghi, ci troviamo di fronte all'ennesimo - ormai abbiamo perso il conto - decreto che riguarda la vicenda del dell'ex Ilva. Una premessa però è d'obbligo, forse potrebbe apparire superflua, ma rispetto a quello che è successo nei giorni scorsi, credo sia d'obbligo. I lavoratori vanno rispettati e non presi in giro (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista). Mercoledì scorso - soltanto mercoledì scorso - i commissari avevano inviato una lettera che - cito - “confermano che gli stabilimenti di Taranto e di Genova non chiudono”. A questo ovviamente era seguito anche - e virgoletto - che “sia a Taranto che a Genova prosegue l'attività produttiva”. Questo annuncio era stato accolto con manifestazioni di soddisfazione da parte dei lavoratori che avevano protestato, avevano scioperato, avevano rivendicato il loro diritto al lavoro.

Ebbene, soltanto due giorni dopo, non due mesi dopo, gli stessi commissari hanno annunciato il ricorso alla cassa integrazione per 8.622 dipendenti, rispetto agli attuali 4.450: 6.964 su 7.875 a Taranto, 870 su 917 a Genova, 515 su 542 a Novi. Gli stabilimenti sono chiusi e l'azienda non anticiperà più la cassa integrazione, lasciando quindi di fatto questo compito all'INPS. Conoscendo i tempi burocratici ordinari, questo significa lasciare migliaia di lavoratori senza reddito per quattro mesi. Questo comportamento francamente è inaccettabile.

La crisi dell'ex Ilva arriva da lontano. Bisogna essere onesti intellettualmente, bisogna riconoscerlo anche per rispetto ai lavoratori. Si parla poco della responsabilità dei privati in questa vicenda, che si sono comportati, nelle varie fasi, più da predatori che da imprenditori. Ed è un passaggio che, credo, vada ricordato, quando - diciamo - si esalta il privato in contrapposizione all'inefficienza del pubblico. Certamente ci sono stati errori in questa vicenda, anche da parte dei Governi precedenti, ma è del tutto evidente che dovete iniziare - e mi rivolgo, per il suo tramite, al Governo, ovviamente il Sottosegretario Barelli non ha colpe specifiche, ma rappresenta qui il Governo - ad abituarvi ad assumervi le vostre responsabilità. Governate da quattro anni questo Paese e noi possiamo dire, dopo quattro anni, con tutti i dati obiettivi e oggettivi, che la gestione di questa vicenda da parte del Ministro Urso è stata semplicemente disastrosa, caratterizzata da annunci sistematicamente smentiti dai fatti (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

Il 6 dicembre del 2022, in audizione, Urso indicava l'obiettivo di 6 milioni di tonnellate, con l'ambizione di tornare a 8: allora già si producevano meno di 3 milioni di tonnellate, nell'agosto del 2025 siamo scesi a 2 milioni di tonnellate. Il 21 febbraio 2023: “Taranto è il paradigma su cui si misura la nuova politica industriale del Paese”. L'8 settembre del 2024, a Cernobbio, annunciò trionfalmente che l'ex Ilva era tra le questioni risolte dal Governo. A inizio ottobre, in Senato, la cessione veniva data per l'inizio del 2025, a un anno dal commissariamento. A gennaio 2025, ad assegnazione ancora lontana, il Ministro ribadiva: “Siamo sulla strada giusta”. Al question time del 1° aprile 2026: “Trattativa in dirittura d'arrivo”. Oggi gli stabilimenti sono chiusi. Si è perso tempo, tanto tempo, troppo tempo. È sparito nei cassetti del Ministero, definanziandolo, il progetto dei forni elettrici, che poteva essere una soluzione per risolvere finalmente la questione dell'inquinamento e della compatibilità ambientale del forno a caldo di Taranto.

C'è sostanzialmente stato un atteggiamento di sottovalutazione della complessità e anche l'incapacità, alla fine, di trovare e pensare soluzioni alternative. E adesso? Adesso, come è vostro solito, come è vostro costume e come è vostra abitudine - credo che sarete ricordati anche per questo -, scaricate sempre su altri le vostre responsabilità, i vostri limiti e i vostri errori. Oggi scaricate sulla magistratura, per la decisione che è stata assunta e che adesso sarà oggetto della valutazione della Cassazione, sul reparto a caldo. E, guardate, dovete abituarvi anche a questo piccolo particolare: la magistratura fa il suo mestiere, il Governo deve farne un altro e il Parlamento un altro ancora.

Noi vi diciamo con chiarezza che bisogna salvare la siderurgia italiana e che l'ex Ilva è un patrimonio fondamentale del comparto industriale di questo Paese, un Paese che, come spesso giustamente anche voi ricordate, è la seconda manifattura europea: non può fare a meno di un'industria siderurgica. E, quindi - ve lo ripetiamo da settimane -, dobbiamo valutare un intervento diretto dello Stato nell'ex Ilva: un intervento pieno, totale, per poter consentire e garantire una continuità produttiva nel rispetto delle sentenze della magistratura e nel rispetto, ovviamente, delle compatibilità ambientali.

Non avete voluto fare un piano di utilizzo degli impianti, di tutti gli impianti, con approvvigionamenti esterni. E voglio dirlo con chiarezza, signor Presidente, questo non significa volere lo spezzatino, la divisione dell'ex Ilva, ma vuol dire valorizzare quegli impianti che possono e devono continuare a produrre nel rispetto dell'ambiente: sono il reparto a freddo di Taranto e gli impianti di Genova, Novi Ligure e Racconigi. Vi avevamo detto con nettezza che si poteva cercare una soluzione B, cioè utilizzare questi impianti con approvvigionamenti esterni, quello che hanno annunciato i commissari soltanto qualche giorno fa. Peccato che le bramme e i coils non si comprano al supermercato, non si schiaccia un tasto e si riavviano impianti complessi come quelli dell'ex Ilva. Ci vogliono quindi mesi e mesi e da qui il ricorso alla cassa integrazione, ma questo i commissari lo sapevano anche mercoledì scorso.

Perché prendere in giro i lavoratori e, soprattutto, perché non ascoltare le proposte che sono arrivate? Il sindaco di Novi Ligure, Rocchino Muliere, ha proposto questa soluzione al Senato, nel dicembre scorso, e fu quasi irriso dai presenti; ci arriviamo, invece, con troppi mesi di ritardo. Lo diciamo, signor Presidente, con rispetto, ma anche con forza: basta annunci, basta trionfalismi. Serve rispetto dei lavoratori che in queste ore, a Genova, stanno manifestando nei modi e nelle forme consentite e a loro va la nostra piena e completa solidarietà (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista). Serve un piano industriale, che è cosa diversa dagli annunci trionfalistici. Serve un piano industriale per l'ex Ilva e per la siderurgia, che abbia fasi distinte di breve, medio e lungo periodo, in cui lo Stato giochi un ruolo da protagonista.

Lo diciamo in questa sede: noi siamo disponibili dall'opposizione a fare la nostra parte, perché ex Ilva e la siderurgia sono, come ho detto poc'anzi, un bene fondamentale per la nostra economia e rappresentano per molti territori un'attività imprescindibile. Occorre però cambiare registro e, forse, anche cambiare attori. È finito, quindi, il tempo delle chiacchiere e serve governare, assumersi le proprie responsabilità, governare una fase difficile e complessa della vita dell'ex Ilva e della siderurgia italiana da cui dobbiamo e possiamo uscire. Questo è quello che dobbiamo, io credo, ai lavoratori dell'ex Ilva e ai cittadini che sono direttamente interessati dal futuro di questa azienda. Lo dobbiamo, perché il Paese non può e non vuole rinunciare a una sua vocazione manifatturiera e di produzione industriale, nel rispetto dell'ambiente e delle compatibilità. Bisogna insomma provare a fare un salto in avanti, un salto di qualità, abbandonando ricette e modalità che hanno clamorosamente fallito (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Paolo Pulciani. Ne ha facoltà.

PAOLO PULCIANI (FDI). Grazie, signor Presidente. Onorevoli colleghi, il provvedimento che oggi esaminiamo interviene su un aspetto specifico, ma tutt'altro che secondario, del rapporto tra continuità produttiva delle imprese in amministrazione straordinaria e adempimento degli obblighi ambientali connessi alla gestione degli impianti. Si tratta di una materia nella quale è necessario tenere insieme esigenze diverse: la prosecuzione dell'attività produttiva, la tutela dell'occupazione, la sostenibilità finanziaria delle procedure concorsuali e, naturalmente, la piena garanzia degli obblighi di protezione ambientale.

Il decreto-legge n. 154 del 2026 interviene proprio su questo equilibrio e modifica la disciplina delle garanzie finanziarie previste dall'articolo 208, comma 11, lettera g), del decreto legislativo n. 152 del medesimo anno, il codice dell'ambiente. Per comprendere, appunto, la portata della disposizione è opportuno partire dal quadro normativo vigente. L'articolo 208 disciplina il procedimento di autorizzazione unica per la realizzazione e la gestione degli impianti di smaltimento e di recupero dei rifiuti. Tra gli elementi che devono essere contenuti nell'autorizzazione rientrano, ovviamente, le garanzie finanziarie richieste dall'operatore destinate a fornire una copertura economica rispetto agli obblighi connessi alla gestione dell'impianto.

Per le discariche questo sistema trova una disciplina specifica anche nell'articolo 14 del decreto legislativo n. 36 del 2003, che regola le garanzie relative alla gestione operativa e alla fase successiva alla chiusura. Si tratta di una previsione essenziale, affinché gli obblighi ambientali non si esauriscano necessariamente con la cessazione dell'attività produttiva. La chiusura di una discarica, infatti, non coincide con la conclusione di ogni responsabilità gestionale, ma permane la necessità, sempre e comunque, di assicurare gli interventi e i controlli richiesti anche nella fase successiva alla chiusura. La disciplina delle garanzie risponde, dunque, a una finalità precisa: assicurare che gli obblighi previsti dalla normativa ambientale dispongano di un adeguato presidio finanziario.

Il provvedimento in esame non elimina tale obbligo, ma interviene sulla sua articolazione temporale in presenza di una particolare condizione dell'impresa, ovvero l'ammissione all'amministrazione straordinaria. La norma, infatti, consente alle società assoggettate alla procedura prevista dal decreto-legge n. 347 del 2003, che ho citato, di prestare le garanzie finanziarie su base annuale e per una durata non inferiore a un anno, anche quando l'autorizzazione dell'impianto e il periodo di gestione autorizzato abbiano una durata superiore. Questa facoltà opera per il periodo dell'amministrazione straordinaria sino alla cessione a terzi del compendio aziendale.

Il punto centrale è, quindi, la distinzione tra l'esistenza dell'obbligo di garanzia e la durata della singola garanzia prestata. L'obbligo permane, mentre viene consentito di adeguare la copertura finanziaria a un orizzonte temporale più breve, coerente con le caratteristiche della procedura straordinaria. La ratio dell'intervento è illustrata nella relazione tecnica del relatore: le imprese in amministrazione straordinaria operano entro un orizzonte temporale condizionato dal programma di gestione approvato dal tribunale. Questa situazione può rendere più difficile reperire presso il sistema bancario e finanziario garanzie di durata pluriennale.

La necessità di ottenere una copertura per un periodo molto lungo può, quindi, tradursi in un vincolo finanziario particolarmente gravoso per imprese che devono già affrontare la difficile fase di riorganizzazione e preservare la funzionalità degli impianti, sostenendo i costi necessari alla prosecuzione dell'attività. Consentire una prestazione annuale delle garanzie può ridurre l'immobilizzazione delle risorse finanziarie e favorire una gestione più flessibile della liquidità disponibile. Secondo quanto contenuto nella relazione tecnica, tali disponibilità possono essere utilizzate per sostenere la continuità produttiva e, potenzialmente, contribuire al rimborso dei finanziamenti concessi dallo Stato. È importante precisare che non si tratta di un finanziamento pubblico aggiuntivo, né di un'erogazione diretta di risorse a favore dell'impresa, ma la misura interviene sulla modalità di prestazione delle garanzie da parte degli operatori privati, con l'obiettivo di evitare che l'esigenza di coperture pluriennali determini un ulteriore irrigidimento della disponibilità finanziaria.

Nel corso dell'esame al Senato è stato, inoltre, modificato l'ambito soggettivo di applicazione della norma. Il testo originario, infatti, circoscriveva la possibilità di prestare garanzie annuali alle società in amministrazione straordinaria che garantiscono almeno un impianto dichiarato di interesse strategico nazionale ai sensi del decreto-legge n. 207 del 2012. Il testo approvato al Senato ha eliminato questo requisito. La disciplina, pertanto, non è più limitata alle sole imprese che gestiscono impianti formalmente qualificati come strategici, ma si applica alle società ammesse alla procedura di amministrazione straordinaria prevista dal decreto-legge n. 347 del 2003, nei termini, però, stabiliti dalla norma, ovviamente. È un ampliamento significativo, che richiede di considerare gli effetti delle disposizioni non soltanto con riferimento alla vicenda dello stabilimento ex Ilva, ma anche rispetto alla più generale questione delle imprese in crisi interessate da questa procedura.

Vi è poi un elemento che merita particolare attenzione: il rapporto tra la semplificazione della modalità di presentazione della garanzia e la continuità della copertura degli obblighi ambientali. Il testo stabilisce espressamente che la garanzia annuale è considerata conforme ai requisiti di legge per il periodo relativo di efficacia, senza necessità di ulteriori previsioni contrattuali riferite ai periodi successivi o alla modalità di escussione. Al tempo stesso, questa disposizione mantiene un limite inequivocabilmente insuperabile: nessuna attività di discarica può essere svolta in assenza della relativa garanzia finanziaria. Questo è un vincolo essenziale.

La flessibilità introdotta dal legislatore riguarda la durata della copertura prestata, ma non la possibilità di operare senza copertura. Quindi, occorre distinguere la garanzia efficace nel corso della procedura straordinaria dalla copertura degli obblighi, che possono permanere dopo la cessione del compendio aziendale o dopo la conclusione della procedura. Su questo profilo, infatti, anche il dossier del Servizio bilancio della Camera, che abbiamo esaminato, segnala un'esigenza di chiarire le modalità con cui viene assicurata la continuità delle garanzie per gli obblighi ambientali relativi ai periodi successivi a quelli, appunto, della garanzia prestata. In particolare, viene richiamata la necessità di definire con chiarezza la posizione del soggetto acquirente, anche rispetto agli obblighi ambientali maturati durante la gestione precedente, e quella della società già sottoposta ad amministrazione straordinaria nell'ipotesi in cui la procedura si concluda senza cessione e l'attività prosegua. Il dossier richiama, inoltre, il possibile rischio per la finanza pubblica qualora, in assenza di adeguate garanzie e in presenza di risorse insufficienti dei soggetti responsabili, si rendessero necessari interventi pubblici di prevenzione, messa in sicurezza o ripristino ambientale.

Si tratta di questioni che non possono essere considerate marginali, perché riguardano la concreta effettività del principio secondo cui gli obblighi ambientali devono trovare copertura finanziaria e non possono essere lasciati privi di alcun presidio al termine della procedura di crisi. La continuità produttiva e la tutela ambientale non sono obiettivi necessariamente contrapposti; possono e devono essere perseguiti congiuntamente attraverso una disciplina che consente alle imprese di affrontare le difficoltà finanziarie, senza determinare vuoti di tutela e trasferimenti impropri di costi della collettività.

In conclusione quindi, Presidente, il decreto-legge interviene su un aspetto circoscritto, tecnicamente particolare, ma rilevante, della gestione delle imprese in amministrazione straordinaria: rende più flessibile la durata delle garanzie finanziarie con l'obiettivo di favorire la disponibilità di risorse per la continuità operativa. La valutazione della disposizione, quindi, dovrà tener conto della sua applicazione concreta, nella corretta successione degli obblighi in casi di cessioni aziendali e della continuità delle coperture ambientali, oltre alla durata della singola garanzia. È su questo equilibrio tra sostenibilità finanziaria, continuità industriale e certezza degli obblighi ambientali che si misurerà l'efficacia della norma. Questo è un intervento, come già tanti altri sono stati fatti da questo Governo, per cercare di dare una risposta in modo pragmatico, concreto, non propagandistico alle gravi crisi aziendali, quella dell'Ilva in primis, ma non solo.

Sono provvedimenti che riguardano la possibilità di trovare soluzioni finanziarie e soluzioni tecniche che mettano insieme l'esigenza della produttività e l'esigenza del mantenimento della forza lavoro con quella che è, invece, la necessità di garantire standard ambientali che siano accettabili. Quindi, con questo ho concluso (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

PRESIDENTE. Prima di dare la parola alla deputata Carla Giuliano, saluto gli studenti e i docenti del liceo “G. Peano - C. Rosa” di Nereto, in provincia di Teramo, che assistono ai nostri lavori dalle tribune (Applausi). Li ringraziamo per questo e auguriamo loro ogni fortuna. E ricordiamo che sono presenti qui, in Aula, oltre al Sottosegretario Barelli, in nome e per conto del Governo, i deputati interessati a svolgere i propri interventi sulla discussione generale. L'Aula si riempirà più tardi, anzi, nelle occasioni preposte al voto.

È iscritta a parlare la deputata Giuliano. Ne ha facoltà.

CARLA GIULIANO (M5S). Grazie, Presidente. Rappresentante del Governo, colleghi, domani mattina le Sezioni unite della Cassazione decidono sul destino dell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto e noi oggi discutiamo di garanzie finanziarie sulla gestione dei rifiuti. Possiamo dire che nemmeno uno sceneggiatore avrebbe scelto tempi migliori.

Tra pochi giorni questo Governo compie quattro anni e, in quattro anni, sull'ex Ilva, abbiamo visto decreti per la continuità produttiva, decreti per la continuità operativa, decreti per la continuità di qualcosa che nessuno è riuscito a spiegare mai fino in fondo a chi abita al quartiere Tamburi.

Allora, la domanda che vi faccio non è se questo stabilimento sia strategico, perché lo dite voi, lo scrivete nei decreti e lo ripetete ormai da anni. La domanda è un'altra e cioè capire per chi sia strategico e chi ne paghi il prezzo.

Però, partiamo dal testo che, a volte, dice molto più delle relazioni illustrative. Il decreto-legge 28 agosto 2026, n. 154, stabilisce che, per gli impianti di interesse strategico in amministrazione straordinaria, basta una garanzia finanziaria di un anno per coprire la gestione dei rifiuti e delle discariche. Ecco, detta così sembra un qualcosa adatto ai tecnici e quindi, per capire meglio, facciamo un esempio. Le garanzie servono a una cosa molto semplice: se l'impresa che gestisce una discarica domani salta, la messa in sicurezza e la bonifica le paga la garanzia, non i cittadini, secondo il principio “chi inquina paga”, che è un principio europeo. Ma se quella garanzia dura un anno e l'impresa salta al tredicesimo mese, chi paga? Purtroppo, paghiamo noi e paga Taranto.

La parte più interessante, però, è come nasce questa norma. Infatti, la provincia di Taranto aveva chiesto all'azienda garanzie adeguate. Il Ministero dell'Ambiente l'aveva diffidata e aveva sospeso dal 20 agosto la gestione dei rifiuti, finché quelle garanzie non fossero state messe in regola. E il Governo cosa ha fatto? Ha preteso le garanzie? Purtroppo no. Il 26 agosto il Consiglio dei ministri ha cambiato la legge. Quando l'azienda non rispetta la regola, allora questo Governo cambia la regola. E quindi il principio europeo “chi inquina paga” purtroppo diventa “chi inquina rinnova”, un anno alla volta.

A luglio, la Corte d'Appello di Milano ha ordinato di fermare l'area a caldo entro 90 giorni, finché non sarà rimosso l'amianto e non saranno ridotte le emissioni. A settembre e di nuovo il 5 ottobre ha respinto le richieste di sospensione. Nelle motivazioni i giudici scrivono una cosa che dovrebbe farci arrossire tutti e cioè che l'aumento dei morti e dei ricoveri nelle zone vicine allo stabilimento dimostra che rispettare i limiti di emissione non basta a proteggere la salute. Purtroppo, rispettare i limiti non basta, cioè quei limiti erano sbagliati. Quei limiti purtroppo li ha scritti la politica e li abbiamo votati in queste Aule. Per le famiglie di Taranto questa decisione è una buona notizia. In quest'Aula abbiamo parlato tante volte dei bambini di Taranto e la magistratura ha fatto il suo dovere: ha pensato alla salute dei cittadini. Ma la salute l'ha tutelata un tribunale, mentre dei lavoratori e delle loro famiglie deve necessariamente farsi carico lo Stato.

Ci sono stati decreti “salva Ilva” firmati da maggioranze di ogni colore, promesse fatte da tutti e mantenute da pochi. Però al Governo da quattro anni ci siete voi e in questi quattro anni non avete scelto, avete soltanto rinviato, finché a scegliere è stato un tribunale.

Qui parliamo di un Governo che, in quattro anni, non ha messo al primo posto la soluzione di un problema dei lavoratori che era noto a tutti, ormai da anni. È inutile che rispondiate che è colpa di quelli di prima. Il Governo “Conte 2” ci ha approvato, facendo entrare lo Stato con Invitalia e mettendo sul tavolo 400 milioni nel 2020. Poi siete arrivati voi e avete speso con grande soddisfazione i soldi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che Giuseppe Conte ha portato a casa da Bruxelles. Con la stessa disinvoltura potevate mettere al primo posto i lavoratori di Taranto, ma non lo avete fatto.

Adesso sento dire che i giudici invadono il campo della politica, ma un campo si invade quando qualcuno ci sta giocando e questo campo, purtroppo, era vuoto. La nostra posizione la ripeto perché so che verrà deformata: l'area a caldo va chiusa e nessun lavoratore deve essere abbandonato. Sono le due metà della stessa frase. Chi le mette l'una contro l'altra di solito lo fa perché non ha un piano per tenerle insieme. Venerdì è entrato in vigore un altro decreto, il decreto-legge n. 185 del 2026 sui lavoratori. La cassa integrazione per i diretti e l'integrazione al reddito per l'indotto con una procedura semplificata all'INPS sono cose che ormai chiedevamo da mesi, arrivano tardi, ma arrivano. Poi però bisogna leggerlo bene questo decreto: i dipendenti diretti sono coperti per il biennio, i lavoratori dell'indotto fino al 30 giugno 2027, cioè meno di un anno.

Pensate, per esempio, a un manutentore che da vent'anni entra in quello stabilimento con il cartellino di una ditta in appalto: ha respirato le stesse polveri degli altri, ha fatto gli stessi turni, magari ha toccato lo stesso amianto. Ma il 1° luglio 2027 cosa diciamo a questo lavoratore? Diciamo che il suo contratto era di serie B e che anche la sua tutela era di serie B? Poi ci sono i lavori di pubblica utilità, 10 milioni; non sono certamente da disprezzare, ma se prendiamo un siderurgico con trent'anni di altoforno e lo mandiamo a tagliare l'erba nelle aiuole comunali, puoi chiamarlo in tanti modi, ma certamente non “piano industriale”.

Ad agosto il Ministro Urso parlava di “bomba sociale” e prometteva un piano straordinario per Taranto, quello stesso piano che gli avevano chiesto la regione, il comune e la provincia. Sono passati due anni e mezzo e quel piano straordinario oggi assomiglia molto a un paracadute, che è utile per atterrare, ma è inutile per sapere dove andare. Noi abbiamo proposto al Senato e qui un accordo di programma vincolante tra regione Puglia, Governo, enti locali, sindacati e imprese. Vincolante vuol dire tre cose che oggi mancano: scadenze che si possono verificare, soldi già stanziati e il nome di chi risponde quando una scadenza salta. Dentro deve starci tutta la filiera, indotto compreso, e devono starci Genova, Cornigliano e gli altri stabilimenti, perché l'ex Ilva non è una vertenza soltanto pugliese. In cima all'elenco devono esserci le bonifiche.

Chi ha fatto l'acciaio sa fare manutenzione, lavorare in un porto, gestire impianti complessi e quelle competenze possono risanare il territorio prima di disperdersi. A Napoli questa vicenda, questa storia, la conoscono bene. A Bagnoli, l'altoforno si è spento più di trent'anni fa. Avevano promesso, anche lì, bonifica e riconversione, e c'è voluta l'America's Cup per vedere le ruspe muoversi davvero. Chiudere senza un piano non è una chiusura, purtroppo è un abbandono a rate.

Signor Presidente, siamo in discussione generale e quindi possiamo tranquillamente guardare al contesto. Lo faccio volentieri perché Taranto, in questo momento, non è un caso isolato. È un pezzo di un Sud che purtroppo si sta fermando. Se prendiamo la Puglia, all'ex Ilva ci sono circa 10.000 lavoratori diretti in cassa integrazione e più di 4.000 nell'indotto, e l'ex Ilva non è la sola realtà. A Brindisi si è fermato il cracking di Versalis; a giugno, Basell ha annunciato la chiusura dell'impianto di polipropilene; la centrale Enel di Cerano aspetta ancora una vera riconversione; a Santeramo, la Natuzzi tratta con i sindacati su centinaia di posti di lavoro. La Puglia purtroppo, in questo momento, è una regione che perde pezzi, uno alla volta, nel silenzio generale.

E allora mi viene spontanea una domanda e la faccio sperando di sbagliarmi: forse la Puglia è una regione che a questo Governo sta antipatica? Altrimenti non si spiega perché in Puglia, come nel resto d'Italia, questi lavoratori non vengano mai, e dico mai, messi al primo posto. In Sicilia i camion sono fermi nei porti dal 16 ottobre; in Calabria gli autotrasportatori hanno proclamato il fermo negli stessi giorni; venerdì, nella mia terra, la Capitanata, c'erano TIR e trattori in colonna da Vieste a Poggio Imperiale e in qualche comune del foggiano è addirittura saltata una parte della raccolta dei rifiuti, perché i mezzi non avevano gasolio. A Trapani, il 12 ottobre, gli armatori sono andati in Capitaneria e ci hanno lasciato i documenti di bordo, e per chi va per mare è come riconsegnare le chiavi di casa.

Giovedì i pescherecci di mezza Italia restano in porto e un centinaio di barche andrà a chiudere lo Stretto di Messina. In Puglia gli olivicoltori raccontano di un olio pagato la metà e di olio straniero rivenduto come italiano, mentre il gasolio agricolo si mangia tutto quello che resta. Camionisti, pescatori e contadini sono quelli che portano il cibo dal campo e dal mare fino alle nostre tavole e, quando si fermano tutti nello stesso mese, il problema smette di essere di una categoria, ma diventa la spesa di ogni famiglia italiana tra qualche settimana.

Di fronte a tutto questo, la risposta del Governo qual è stata? Il taglio delle accise per 20 giorni, poi per 15, poi addirittura per una settimana e, dal 6 ottobre, le accise mobili. I crediti d'imposta per pesca e agricoltura valgono per marzo, aprile e maggio, come se a giugno la crisi in Medio Oriente fosse finita e il gasolio fosse tornato a costare come prima. Adesso, con le strade tutte bloccate, convocate un tavolo per il 27 ottobre, cinque giorni dopo il fermo della pesca. Lo avete messo già in agenda, giusto per non rischiare di arrivare troppo in anticipo, non sia mai.

Ecco che cosa tiene insieme l'acciaio e il gasolio, cioè governate a proroga: le accise a settimana, l'ex Ilva a decreto e il Sud a promessa. E il Sud paga sempre per primo e viene risarcito, purtroppo, sempre per ultimo. Al tavolo del 27 ottobre non presentatevi con l'ennesima proroga: serve un piano carburante per pesca, agricoltura e autotrasporto che duri quanto dura la crisi internazionale, non quanto dura un Consiglio dei ministri. Servono controlli seri sull'olio che entra dall'estero e cambia etichetta per strada e, nelle aree di crisi, come Taranto, dove terra e mare si sono avvelenati, agricoltura e pesca vanno messe dentro il piano di bonifica, perché sono il modo più concreto per dimostrare che quel territorio è tornato a vivere.

In quello stabilimento la sicurezza non è un tema per il futuro, ma purtroppo è un elenco di nomi: il 12 gennaio Claudio Salamida stava controllando delle valvole in Acciaieria 2, una passerella ha ceduto e lui è precipitato, aveva 47 anni; il 2 marzo Loris Costantino puliva un nastro trasportatore all'Agglomerato per una ditta dell'indotto; il grigliato di metallo arrugginito si è aperto sotto i suoi piedi, 10 metri di volo, aveva 36 anni. Qualcuno dirà che è una fatalità: no, una passerella che cede può essere una fatalità, ma due passerelle che cedono in sette settimane sono un sistema.

Quella che voi chiamate industria siderurgica e strategica in questi giorni non produceva acciaio, ma purtroppo produceva lutti. E la manutenzione lì dentro non si fa da anni, lo sanno tutti e lo ripetono i sindacati che da tempo chiedono un fondo straordinario per la manutenzione e un tavolo vero sulla sicurezza.

Cos'altro devono chiedere? Cos'altro stiamo aspettando? Forse stiamo aspettando di leggere il terzo nome.

Questi purtroppo non sono trafiletti di cronaca da leggere sul giornale e poi girare pagina: è la vita vera di famiglie che a Taranto hanno salutato qualcuno la mattina e non l'hanno più visto tornare la sera. E allora faccio una domanda a voce alta: dov'era lo Stato?

C'è anche una cosa che riguarda i prossimi mesi. Chi rientrerà in quello stabilimento per smantellare, mettere in sicurezza e togliere l'amianto camminerà su quelle stesse passerelle; nessuna bonifica quindi può cominciare con un altro funerale.

Questo è per chi muore oggi purtroppo; poi c'è chi morirà domani ed è la storia dell'amianto che in questa vicenda viene trattato come un capitolo a parte e invece ne è il cuore. La corte d'appello ha legato la fermata proprio alla rimozione dell'amianto dagli impianti, ma l'amianto non sta solo negli impianti, purtroppo sta nei polmoni di chi ci ha lavorato. Il mesotelioma è una malattia feroce che può presentarsi 30 o 40 anni dopo l'esposizione. Spegnere l'altoforno, quindi, non chiude la responsabilità dello Stato, ma la allunga di decenni.

Il decreto di venerdì non riconosce il lavoro usurante a chi ha passato la vita tra amianto e polvere. Lo chiedono i sindacati, lo chiedono gli operai in presidio davanti ai cancelli, ma purtroppo non c'è. Oggi chi riceve una diagnosi di mesotelioma deve dimostrare l'esposizione, ricostruire le carte di aziende che magari non esistono più, aspettare commissioni, a volte deve fare ricorso e spesso ha davanti a sé mesi, non anni. Quindi molti si vedono riconoscere il loro diritto ormai quando non serve più a niente.

Noi proponiamo una cosa rapida: chi ha lavorato in un sito come l'ex Ilva e si ammala di mesotelioma o di un'altra patologia grave legata all'amianto deve avere assistenza, sostegno economico e tutele previdenziali in tempi brevi e certi, senza dover fare causa allo Stato. Le famiglie vanno sostenute anche dopo, perché il conto di queste malattie non si chiude con un funerale. Una regola che valga per tutti, diretto e indotto, perché la salute non può dipendere dal contratto con cui si è entrati in fabbrica e chi si ammala lavorando non deve passare il tempo che gli resta a litigare con la burocrazia.

Signor Presidente, vado a chiudere. I nostri emendamenti su garanzie, bonifiche, accordo di programma e tutele per gli esposti all'amianto sono stati respinti al Senato e respinti in Commissione qui alla Camera: respingere un emendamento è facile, il problema che voleva risolvere però resta lì con i suoi lavoratori, i suoi malati e ai suoi terreni da bonificare.

Taranto la chiamano la città dei due mari, il Mar Piccolo e il Mar Grande. Per 60 anni lo Stato le ha regalato un terzo nome, purtroppo, quello delle polveri: un mare rosso che entrava nelle case dei Tamburi, si posava sui balconi e finiva nei polmoni dei bambini. Oggi quel terzo mare si ritira, ma se si ritira così, senza un piano, rischia di trascinarsi dietro anche gli altri due; le barche ferme in porto, le cozze che non si possono allevare, gli operai a casa. Una città di mare senza il suo mare si svuota, come si sono svuotati tanti paesi del Sud.

Allora, il compito di questo Parlamento non è tenere acceso un altoforno a colpi di decreto, ma è restituire a Taranto i suoi due mari: uno pulito, da pescare e da coltivare, e uno aperto con il porto, il lavoro e un'industria che non ti chiede la salute in cambio dello stipendio.

Questo decreto va nella direzione opposta perché abbassa le garanzie e alza il conto. Chiudete l'area a caldo con un piano, non con una sentenza; proteggete i lavoratori con un futuro, non con una proroga; guardate fuori da quei cancelli, dove c'è un Sud intero che vi chiede quello che Taranto vi chiede da trent'anni, e cioè di non dover scegliere tra il pane e il respiro.

Vogliamo vedere qui in quest'Aula la Presidente del Consiglio, non un comunicato, non un'intervista in televisione: vogliamo qui Giorgia Meloni a darci un cronoprogramma chiaro, date, risorse e nomi di chi risponde. Vogliamo un cronoprogramma chiaro. La continuità strategica che dobbiamo garantire non è quella degli impianti, ma è quella delle vite (Applausi della deputata Cherchi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Zaratti. Ne ha facoltà.

FILIBERTO ZARATTI (AVS). Grazie signor Presidente. Signori rappresentanti del Governo, a leggere i giornali di oggi siamo di fronte a una situazione incredibile, che il Governo fa finta di non conoscere, che i media gestiti dal Governo cercano di ignorare, ma in questo momento gli autotrasportatori stanno bloccando due autostrade, la A1 e la A30. L'Aeroporto di Genova è occupato dai lavoratori dell'Ilva di Genova, una parte del nostro Paese fa fatica a trovare generi di prima necessità, farmaci nelle farmacie, alimenti nei supermercati: questo è lo stato del Paese al quale questo Governo ci ha condotto. Sono dati oggettivi, basta guardarsi intorno.

Vedo che il Governo sta cercando di fare di tutto per distogliere l'attenzione rispetto alle manifestazioni degli studenti, dicendo che il problema principale è quello di fare l'ennesimo, ulteriore decreto Sicurezza, che inasprisce le pene, aumenta gli anni di galera, come se quelli precedenti avessero totalmente fallito. Quindi è un riconoscimento del fatto che la politica portata avanti dal Governo, da questo punto di vista, in questi quattro anni, è stata e continua a essere fallimentare.

Le proteste stanno travolgendo il Paese, al di là della narrazione che la Presidente Meloni continua a fare dell'Italia e che continuano a fare anche i suoi esegeti, i rappresentanti del Governo, del partito di maggioranza relativa, che cercano di descrivere l'Italia come se fosse il Paese del Bengodi. I dati, la realtà è tutt'altra: trasportatori, contadini, consumatori, operai e studenti sono tutti in piazza per rivendicare il diritto alla possibilità di vivere in questo Paese, di sopravvivere, anche dal punto di vista della gestione pluriennale, diciamo così, decennale e anche di più, della crisi del polo siderurgico di Taranto, in modo particolare dell'Ilva.

È vero, ci sono stati tanti Governi che si sono succeduti, ma io voglio ricordare che, su 12 decreti sull'Ilva, ben 8 sono stati emanati da maggioranze di destra. Non voglio tornare sui molteplici errori che sono stati fatti, però è del tutto evidente che, in questi quattro anni, questo Governo ha fallito totalmente anche da questo punto di vista: si vedono i risultati. Ci aspettiamo di sentire nuovamente la Presidente Meloni che ci dice che è colpa di quelli di prima, ma ormai sono passati quattro anni, un'intera legislatura, e i risultati di questa legislatura sono quelli che dicevamo prima: manifestazioni, blocchi di autostrade, blocco degli aeroporti, operai e contadini uniti, davvero, in un unico grande obiettivo, cioè cercare di assicurare a se stessi e alle proprie famiglie, ai propri figli che sono studenti, un tetto sulla testa, uno stipendio che permette di arrivare a fine mese e un futuro per i propri figli, avendo una scuola pubblica finalmente efficiente ed efficace.

Questo decreto-legge, che il Parlamento è chiamato a convertire, contiene misure che riguardano, appunto, la continuità produttiva, ma io intanto voglio ricordare che sono anni che le cittadine e i cittadini di Taranto pagano il costo salatissimo della contaminazione ambientale dell'area Ilva, come ampiamente dimostrato dagli studi scientifici e da sentenze della magistratura italiana ed europea che hanno accertato l'impatto devastante dell'inquinamento siderurgico sulla salute dei lavoratori e dei cittadini, imbrogliati due volte: prima perché la gente che vive a Taranto nei quartieri limitrofi, come quello di Tamburi, viene inquinata da decenni, con un aumento del numero dei tumori che è stato incredibile, con i bambini di Taranto che, come dimostrano gli studi, sono stati le principali vittime di questo inquinamento; e poi anche come lavoratori, sfruttati e anche inquinati con la loro salute in pericolo.

La sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea del 25 giugno 2024 ha stabilito che le ripetute proroghe legislative dello Stato membro italiano hanno consentito la prosecuzione dell'attività dello stabilimento ex Ilva di Taranto, ignorando i gravi rischi per la salute e l'ambiente e violando il diritto dell'Unione europea. Negli ultimi dieci anni, tra decreti-legge, commissariamenti, stati di insolvenza, amministrazione straordinaria, scudi penali, finanziamenti, apporti di capitale, siamo di fronte a una gestione del polo siderurgico ex Ilva di Taranto il cui passivo ufficiale supera gli 1,6 miliardi, anche se pendono ulteriori richieste da parte dei creditori nei confronti della società AdI per 650 milioni di euro, mentre lo Stato ha concesso, fino a oggi, finanziamenti per oltre 2 miliardi per alimentare la continuità produttiva di un'industria ancora connotata da gravissimi impatti ambientali e sanitari in quel territorio.

Si poteva e si doveva avviare un grande progetto di conversione industriale. Signori Sottosegretari, non lo hanno fatto quelli di prima, lo potevate fare voi, come è accaduto a Bilbao o nel bacino della Ruhr, garantendo la bonifica non effettuata dai precedenti proprietari.

Qui sono stati sequestrati e confiscati fondi portati all'estero e utilizzati per garantire la continuità operativa. Si poteva fare come è stato fatto in tanti altri Paesi europei, che hanno avuto il coraggio, la forza e anche la lungimiranza di saper riconvertire quelle aree industriali. Invece, anche questo Governo ha continuato a elargire risorse per alimentare la continuità produttiva, la cui area a caldo ora dovrà essere chiusa entro il prossimo 25 ottobre, come confermato dalla corte d'appello civile di Milano, perché le emissioni superano i limiti di legge e potrebbero essere la causa dell'aumento dei tumori. Aspettiamo la sentenza della Cassazione, che ci sarà ad ore.

La decisione milanese sulla chiusura dell'area a caldo richiama anche le criticità ambientali dello stabilimento, tra cui la presenza di oltre 2.000 tonnellate di amianto e i rischi legati alle emissioni di polveri sottili. Per la corte il danno economico, derivante dallo spegnimento, non può prevalere sui valori della vita e della salute, considerati di rilievo costituzionale. E chi, anche in queste ore, continua a porre in conflitto il diritto al lavoro con quello alla salute non fa altro che soffiare sul fuoco della crisi dell'Ilva, la più grande crisi industriale del Paese, che certifica il totale fallimento dell'operato del Ministro Urso, che da mesi continua ad annunciare il rilancio dell'Ilva come cosa fatta.

Risultano davvero inaccettabili le parole del Presidente del Consiglio, che in queste ore, ancora una volta, si esercita nel gioco che gli riesce meglio, quello dello scaricabarile, chiamando in causa i predecessori e i giudici nel tentativo di condizionare il pronunciamento della Corte di cassazione sulla legittimità del provvedimento della corte d'appello di Milano. Gli ultimi 12 decreti sono stati, come dicevo, emanati da tante forze politiche, ma ben 8 dal centrodestra, quindi non ci sono questioni di natura ideologica e non ci sono neanche questioni giudiziarie che possono nascondere la responsabilità di questi anni di iniziative sbagliate e nulle a tutela del sistema produttivo italiano.

Del resto, non è che la crisi dell'Ilva sia l'unica crisi industriale del nostro Paese: sono tre anni che la produzione industriale italiana vede il segno meno, quindi è una crisi generalizzata. Voi ricordate giustamente che l'Italia è la seconda manifattura d'Europa, ma questa seconda manifattura d'Europa va sostenuta da una politica industriale vera. In modo particolare, dobbiamo fare attenzione a quella rete di piccole e medie imprese che lavorano in questa direzione, quelle piccole e medie imprese che non riescono a essere più presenti sul mercato.

Non sono competitive, ma non per propria responsabilità, perché pagano l'energia a volte tre volte tanto i loro competitor europei, senza che questo Governo faccia nulla per sostenerle. Serve una politica industriale e serve anche una politica che riguardi la siderurgia nel nostro Paese. Ma l'obiettivo deve essere una transizione verso una siderurgia basata su forni elettrici e decarbonizzazione, che assicuri salute e lavoro, salute e lavoro. Perché le persone di questo Paese non possono essere ingannate due volte, come dicevo, dato che contemporaneamente gli si ruba lavoro e reddito e poi gli si ruba anche la salute.

Quindi, io penso che la maschera del Governo Meloni stia scendendo, e lo dicono le centinaia di migliaia di persone che sono nelle piazze. Il Governo ha continuato con finanziamenti e misure emergenziali per garantire la continuità operativa, senza affrontare nessuna delle questioni ambientali e delle bonifiche per la tutela della salute dei cittadini e lavoratori e senza mettere in campo per tempo un'alternativa industriale capace di liberare Taranto dalla dipendenza dal carbone, dal fossile e dall'inquinamento.

Nello specifico, questa norma che viene introdotta, diciamo così… introduce una disciplina speciale relativamente alle garanzie finanziarie che l'operatore deve fornire ai fini del rilascio dell'autorizzazione unica per gli impianti di smaltimento e di recupero dei rifiuti per le imprese che si trovano in amministrazione straordinaria. L'attuale disciplina prevista dal codice ambientale dispone che l'autorizzazione unica per i nuovi impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti deve contenere, tra l'altro, le garanzie finanziarie richieste, che devono essere prestate al momento dell'avvio effettivo dell'esercizio dell'impianto; non quelle per la gestione della discarica, che devono essere prestate anche per la fase successiva alla sua chiusura.

Secondo la modifica introdotta in esame, per le imprese che si trovano in amministrazione straordinaria le garanzie finanziarie, comprese quelle riferite agli impianti di discarica, potranno essere prestate per il periodo di amministrazione straordinaria sino alla cessione a terzi del compendio aziendale su base annuale. Su base annuale, come se poi questo tipo di fenomeni alla fine del dodicesimo mese si esaurissero; esaurissero i propri effetti. Tutto questo rende evidente che la prestazione annuale introdotta dal decreto per gli impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti delle imprese che si trovano in amministrazione straordinaria implichi che la garanzia sia soggetta a rinnovo periodico e questo determina un serio rischio che si verifichi una soluzione di continuità tra la scadenza di un titolo di garanzia e la stipula del successivo.

Abbiamo provato, attraverso emendamenti specifici, a ridurre gli effetti critici e rischiosi del provvedimento, chiedendo, ad esempio, che le garanzie finanziarie debbano contenere una clausola di efficacia ultrattiva, cosiddetta proroga tecnica, per mantenere valida e operante la polizza esistente fino al formale perfezionamento del rinnovo e alla emissione del nuovo titolo, come pure la trasmissione all'autorità competente, all'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, almeno 60 giorni prima della scadenza. Tutti questi nostri emendamenti sono stati però, come al solito, ignorati e bocciati. La realtà è che ci troviamo di fronte a una crisi sia dal punto di vista della produzione siderurgica, sia del sistema industriale, una grande crisi che non tutela i diritti dei lavoratori, una grande crisi che sta minando fortemente la salute dei cittadini e della città di Taranto in modo particolare.

Siamo di fronte a grandi manifestazioni in queste ore, alle proteste estreme alle quali sono costretti i lavoratori di diversi settori. Quando gli autotrasportatori decidono di bloccare l'autostrada, quando gli operai dell'Ilva di Genova decidono di bloccare gli aeroporti è perché l'esasperazione alla quale voi avete portato il Paese sta dilagando. È necessario, è ora che questo Governo si faccia da parte: ha dimostrato ampiamente la propria incapacità, anzi la sua dannosità per il nostro Paese (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

(Repliche - A.C. 3131?)

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare, se lo ritiene, il relatore, deputato Dario Iaia: si riserva.

Ha facoltà di replicare il rappresentante del Governo, Sottosegretario Barelli: si riserva di farlo.

Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

Discussione della proposta di legge: Gribaudo ed altri: Modifica all'articolo 76 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, in materia di patrocinio a spese dello Stato in favore delle persone offese da reati commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, da cui consegua totale inabilità o decesso (A.C. 2904?) (ore 12,12).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge n. 2904?: Modifica dell'articolo 76 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, in materia di patrocinio a spese dello Stato in favore delle persone offese dai reati commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro da cui consegua totale inabilità o decesso.

Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi per la discussione generale è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (Vedi calendario).

(Discussione sulle linee generali - A.C. 2904?)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.

La II Commissione (Giustizia) si intende autorizzata a riferire oralmente.

Ha facoltà di intervenire il relatore, onorevole Federico Gianassi.

FEDERICO GIANASSI, Relatore. Grazie, Presidente. Settecento morti dall'inizio dell'anno sul lavoro: una mattanza indegna per uno Stato democratico e civile. Mentre intervengo qui, in quest'Aula, nella mia città, a Firenze, è in corso un presidio, uno sciopero delle organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL sul cantiere pubblico dell'alta velocità, laddove viene realizzata la stazione Foster che collega il sottoattraversamento cittadino. Qualche giorno fa, lì ha perso la vita Ayoub Abourabil, un operaio di 31 anni, padre di un figlio piccolissimo, sottratto per sempre all'affetto dei suoi cari. A poche decine di metri da quel cantiere, due anni fa, morirono cinque operai, nel cantiere dell'Esselunga. Anche nelle singole zone delle città i morti si ripetono e sembra non esserci fine a questa terribile strage.

Le forze parlamentari sono impegnate a realizzare un rovesciamento, una rivoluzione culturale che trasformi regole e culture di questo Paese per realizzare un'efficace azione di prevenzione e, laddove la prevenzione non riuscisse, a mettere i lavoratori infortunati e i familiari di coloro che sono deceduti nella condizione di ottenere almeno quella giustizia che nelle aule di tribunale si può ottenere. È per questo che tale iniziativa parlamentare è molto importante, perché si inserisce in una nuova cultura, in una nuova visione della prevenzione e del contrasto agli infortuni sul lavoro, alle morti e ai ferimenti.

È un'iniziativa che nasce dallo spunto della nostra collega, Chiara Gribaudo, ma che è stata raccolta e sostenuta unanimemente dai gruppi parlamentari. Oggi l'Assemblea avvia, appunto, l'esame della proposta di legge n. 2904?, che modifica l'articolo 76 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, cioè l'articolo che si occupa di patrocinio a spese dello Stato in favore delle persone - e qui vi è l'intervento, perché lo si vuole allargare - offese dai reati commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni, da cui consegua totale inabilità o decesso. Ripeto: l'iniziativa è stata promossa dalla presidente Gribaudo e, con lei, firmata da tutti i componenti della Commissione parlamentare di inchiesta della Camera dei deputati sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privati. È stata sottoscritta anche dalla presidente del gruppo del Partito Democratico e dal presidente del gruppo della Lega.

Si è inteso tradurre in una proposta normativa concreta uno dei temi emersi nel corso della seconda edizione degli Stati generali sulla salute e sicurezza sul lavoro, organizzati dalla stessa Commissione d'inchiesta nell'ottobre del 2025.

Il lavoro nella nostra Commissione, la Commissione giustizia, è stato animato da una condivisione unanime dello spirito della proposta e delle sue finalità, senza per questo rinunciare allo svolgimento di una approfondita istruttoria. Si è svolto il ciclo delle audizioni in cui sono intervenuti i rappresentanti delle organizzazioni forensi, dell'INAIL, delle associazioni di settore, nonché magistrati e rappresentanti dei sindacati. Le audizioni hanno consentito di valutare in modo analitico i contenuti, anche alla luce dei contributi acquisiti nel corso della fase istruttoria che hanno offerto suggerimenti volti al miglioramento del testo, anche nell'ottica di un ampliamento della platea dei potenziali destinatari.

Tengo a sottolineare come sia in ogni caso emersa una condivisione sostanziale e - ripeto - unanime del provvedimento in esame. Alcuni di questi contributi hanno anche offerto lo spunto per la presentazione di alcune proposte emendative. I gruppi presenti in Commissione giustizia hanno però unanimemente condiviso l'opportunità di ritirare le proposte emendative presentate, anche in ragione dell'esigenza di assicurare alle misure previste un'adeguata copertura finanziaria, tale da consentire un'effettiva e concreta tutela alle vittime e ai loro eredi di reati che sono per noi gravi e odiosi. Nel corso dell'esame in sede referente, si è dunque preferito non modificare l'impianto originario del provvedimento, lasciando aperta la riflessione in ordine a eventuali modifiche da apportare, anche nel corso dell'esame in Assemblea.

Sul testo della proposta si sono quindi registrati non solo la convinzione e il sostegno unanime della Commissione giustizia, ma anche i pareri favorevoli delle Commissioni affari costituzionali, della Commissione lavoro e della Commissione affari sociali. La V Commissione deve rendere il parere direttamente all'Aula.

Ora, il provvedimento licenziato dalla Commissione giustizia ha un contenuto molto importante e molto puntuale. La proposta infatti interviene, come ho detto all'inizio, in materia di accesso alla giustizia penale con riferimento alle vittime di infortuni sul lavoro, che si siano determinati con esito mortale o da cui sia conseguita un'inabilità permanente totale. Come si legge nella relazione illustrativa, si parte dal presupposto che, nell'attuale disciplina del patrocinio a spese dello Stato, non viene sempre garantito l'accesso alla difesa nei casi di infortuni sul lavoro di particolare gravità, nei quali la condizione di vulnerabilità delle vittime o dei loro familiari può non essere adeguatamente intercettata dai limiti reddituali che sono previsti nella norma. Il provvedimento in esame, dunque, intende intervenire proprio in questa disciplina per colmare una lacuna che poi, di fatto, si produce quotidianamente, impedendo un pieno accesso alla giustizia.

In particolare, la proposta è composta da un unico articolo che, con un'integrazione puntuale dell'articolo 76, comma 4-ter, del testo unico in materia di spese di giustizia, prevede l'estensione del patrocinio a spese dello Stato, in deroga ai limiti di reddito, alla persona resa totalmente inabile in conseguenza di reato commesso con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro. Viene inoltre previsto che, qualora dal medesimo reato consegua il decesso del lavoratore, siano ammessi al patrocinio a spese dello Stato anche i prossimi congiunti o la persona a lui legata da relazione affettiva e stabilmente convivente.

Il comma 2 reca, invece, la quantificazione degli oneri finanziari, stimata in 10 milioni di euro annui nonché la relativa copertura a valere sul Fondo per le esigenze indifferibili, di cui all'articolo 1, comma 200 della legge di stabilità per il 2015.

Dunque, è un intervento puntuale che ha un grande valore culturale, perché si inserisce in un contesto molto complesso che ogni giorno mostra la debolezza del nostro sistema istituzionale nel prevenire e contrastare il terribile fenomeno delle morti e degli infortuni gravi sul lavoro.

Ho concluso la mia relazione (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il rappresentante del Governo, che si riserva. È iscritto a parlare il deputato Arturo Scotto. Ne ha facoltà.

ARTURO SCOTTO (PD-IDP). Grazie, signor Presidente. Intanto mi corre l'obbligo di ringraziare la presidente Gribaudo, presidente della Commissione sugli infortuni sul lavoro e tutti i colleghi e le colleghe che hanno lavorato alla presentazione di questa proposta di legge, che è unitaria ed è un passo molto importante di questo Parlamento, è un passaggio tutt'altro che scontato.

La discutiamo nella Settimana europea sulla sicurezza sul lavoro. Domani ci saranno, come ormai è consuetudine ogni anno, gli Stati generali della sicurezza sul lavoro, che si terranno alla Camera dei deputati, con esponenti naturalmente politici, di Governo, sindacati, esperti e parti datoriali. Credo sia un segnale che il Parlamento si fa trovare pronto a questo passaggio, introducendo una norma che rafforza il gratuito patrocinio e fa giustizia. Fare giustizia è dare un segnale alle vittime che non sono abbandonate, non sono lasciate sole in un passaggio così tragico della loro esistenza.

Si inserisce, però, dentro un quadro che è più generale, signor Presidente, che non possiamo rimuovere, perché quella che noi stiamo discutendo ha le caratteristiche di una vera e propria pandemia: è la pandemia dei morti sul lavoro, è la pandemia di chi va sul cantiere, va in ufficio, va in fabbrica, va in un campo e non torna più a casa. I numeri sono schiaccianti, definitivi, inesorabili: oltre 1.000 morti ogni anno. Il relatore, prima, ci dava il dato dell'ANMIL: 700 nei primi otto mesi. Dunque, purtroppo, anche questo anno, probabilmente, ci dirà che abbiamo superato quota 1.000. Occorrerebbe invertire la tendenza, ma per invertire la tendenza ci vogliono politiche diverse da quelle che sono state messe in campo fino ad oggi.

Il primo dato politico ci racconta una cosa molto chiara: che chi ha un contratto a termine, un contratto precario, un contratto intermittente, rischia di morire il doppio rispetto a chi ha un contratto stabile. Sono dati dell'INAIL, nessuno se li è inventati. L'incidenza del lavoro irregolare - secondo l'Istat è quasi un terzo, in aumento rispetto agli anni precedenti - produce insicurezza sul lavoro. È il caso dell'operaio edile Salvatore Calignano, a Caivano, lasciato morire senza alcun soccorso, a cui il datore di lavoro - ma definirlo così, probabilmente, è un eufemismo -, a cui il “padrone” ha deciso di fare il contratto il giorno dopo quell'infortunio. Guardate, signor Presidente, colleghi, Governo, qui ci troviamo di fronte a qualcosa che va oltre il crimine: è un crimine contro l'umanità e andrebbe classificato così.

Poi ci sono anche i ritardi, Presidente: Andrea Moretti, 22 anni, precipita da dieci metri nel Colosseo, il monumento nazionale più importante del nostro Paese. Il Colosseo giustamente viene chiuso per alcuni giorni, poi viene riaperto, ma il Ministro non ha ancora convocato le parti sociali per discutere di quali misure di sicurezza aggiuntive vadano messe in campo per evitare che la vicenda drammatica di Moretti si ripeta.

Potrei continuare, la Commissione presieduta dall'onorevole Gribaudo ha seguito in questi anni alcuni degli incidenti sul lavoro più clamorosi: penso alla vicenda di Brandizzo. Qui noi ci troviamo di fronte a un dato che dovrebbe essere discusso e approfondito da tutta la politica, che riguarda il rapporto tra lavoratori diretti e indiretti nelle grandi aziende pubbliche, nel capitalismo di Stato.

Prima Gianassi citava lo sciopero generale dei sindacati toscani rispetto alla vicenda LFS e rispetto a quell'operaio morto nel cantiere, ma dei grandi incidenti sul lavoro che sono avvenuti negli ultimi anni, 4 su 5 interessano RFI, interessano ENEL, interessano ENI, interessano per esempio Casteldaccia e la grande multiutility su acqua e rifiuti. Non è immaginabile che anche nel pubblico si risparmi sul lavoro, sui contratti e sulle condizioni di sicurezza, perché quando questo accade rispetto a grandi appalti pubblici, figuriamoci cosa accade altrove ed è il vulnus vero che dovrebbe indurre, anche queste grandi aziende, a ragionare su processi di internalizzazione e, soprattutto, su una condizione che superi quel criminogeno nuovo codice degli appalti che ha allargato le maglie dei subappalti a cascata.

Noi sosteniamo e porteremo in Aula l'iniziativa di legge popolare promossa dalla CGIL, che ha raccolto centinaia di migliaia di firme, che dice una cosa molto semplice: stessa mansione di lavoro, stesso salario e stesso contratto, perché non è immaginabile, come per esempio nel cantiere di Esselunga a Firenze, a via Mariti, che di fronte ad analoghe mansioni - 5 lavoratori morti -, ci fossero 34 tipologie contrattuali diverse. Noi siamo di fronte a questo, abbiamo bisogno di fare tutti uno scatto in avanti e di mettere in campo iniziative molto più forti. Occorrerebbe anche tra di noi chiarirci sul significato autentico della parola “sicurezza”, che se non viene affrontata in maniera integrale rischia di essere soltanto una parola svuotata o utilizzata a uso della cronaca.

Nel corso degli ultimi anni, ci siamo abituati. È un po' paradossale, signor Presidente, che di fronte a cinque decreti Sicurezza, che hanno aumentato i reati in maniera significativa senza risolvere nulla, il Governo italiano, di fronte alla pandemia dei morti sul lavoro e alla domanda di sicurezza dei sindacati e dei lavoratori, non sia riuscito a mettere in campo un decreto sulla sicurezza del lavoro (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista). Oggi però non è la giornata delle polemiche, perché dobbiamo fare tutti un passo in avanti e impegnarci tutti, a partire dal Ministero dell'Economia, a trovare le risorse, perché questa misura sul gratuito patrocinio possa rapidamente camminare sulle sue gambe e funzionare: ogni giorno che passa è un giorno perso.

C'è un nodo di fondo, però, e chiudo. Noi sappiamo che almeno la metà di quelli che muoiono nei luoghi di lavoro potrebbero essere salvati, se funzionassero queste cose e ci fossero anche degli investimenti, che passano sicuramente attraverso maggiori controlli e l'assunzione di nuovi ispettori. Noi, come Partito Democratico, abbiamo sempre spinto in questa direzione. Anche nella legge di bilancio dello scorso anno, tutte le risorse che si potevano mettere su questo capitolo le abbiamo indirizzate lì, ma, forse, occorre un salto tecnologico: la tecnologia può salvare vite umane. Questo significa investimenti pubblici e privati, significa mobilitare risorse, significa mettere al lavoro intelligenze, significa investire sulla ricerca. Ecco, forse quello che servirebbe - e potrebbe essere l'impegno del prossimo Governo della prossima legislatura - è un grande PNRR sulla sicurezza sul lavoro, che metta al centro l'investimento in tecnologie, per evitare che cose come quelle che abbiamo elencato prima - ma sono solamente singoli casi, ce ne sarebbero tantissimi altri - possano essere finalmente superate.

Io sono molto d'accordo con il relatore: non è uno Stato fino in fondo democratico, non è uno Stato fino in fondo civile quello dove una persona, la mattina, si reca sul suo luogo di lavoro e non sa se torna a casa; è una sconfitta di tutti (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Pulciani. Ne ha facoltà.

PAOLO PULCIANI (FDI). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, l'Assemblea è chiamata ad esaminare la proposta di legge, a prima firma della presidente Gribaudo, che interviene su un tema di grande rilevanza civile e sociale: garantire l'accesso alla giustizia alle vittime dei più gravi infortuni sul lavoro e ai familiari di chi perde la vita nello svolgimento della propria attività lavorativa.

Il principio alla base di questa proposta è semplice: chi subisce le conseguenze più drammatiche di un infortunio sul lavoro non deve incontrare ulteriori ostacoli economici quando cerca giustizia. L'iniziativa è stata sottoscritta dalla presidente Gribaudo e da tutti i componenti della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia e sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, nonché dai presidenti dei gruppi della Lega e del Partito Democratico.

La proposta nasce da uno dei temi emersi durante la seconda edizione degli Stati generali sulla salute e sicurezza sul lavoro, organizzati dalla stessa Commissione nell'ottobre del 2025. Si tratta, dunque, di un'iniziativa che prende le mosse da un confronto istituzionale e che ha trovato una sostanziale condivisione nel corso dell'esame parlamentare.

La Commissione giustizia ha svolto un'approfondita istruttoria e ha ascoltato rappresentanti delle organizzazioni forensi, dell'INAIL, delle associazioni di settore, della magistratura e delle organizzazioni sindacali. Le audizioni hanno consentito di approfondire il contenuto della proposta e di raccogliere suggerimenti per migliorarla, anche valutando la possibilità di ampliamento della platea dei beneficiari. Da questo confronto, sono scaturite alcune proposte emendative; i gruppi hanno, tuttavia, condiviso l'opportunità di ritirarle, anche per la necessità di garantire una copertura finanziaria adeguata e sostenere le misure prospettate. Si è scelto di mantenere, in Commissione, il testo originario, lasciando aperta, quindi, la possibilità di ulteriori valutazioni. Sul testo sono stati acquisiti, infine, i pareri favorevoli delle varie Commissioni.

Vengo ora a parlare del contenuto della proposta. Il problema che si intende affrontare riguarda il diritto di accedere alla giustizia quando un infortunio sul lavoro provoca conseguenze irreversibili. I dati riportati dalla relazione illustrativa mostrano quanto sia importante intervenire. Le vittime di infortuni mortali sul lavoro sono state 1.041 nel 2023, 1.090 nel 2024 e 1.093 nel 2025, quindi una sostanziale continuità nel corso dei vari anni. A queste tragedie, si aggiungono migliaia di casi di inabilità permanente. Le nuove rendite per l'inabilità permanente si collocano stabilmente tra le 16.000 e le 20.000 unità annue, mentre i casi di inabilità permanente totale sono stimati in circa 1.300-2.000 l'anno.

Dietro questi numeri, ci sono persone e famiglie; ci sono lavoratori che perdono definitivamente la propria autonomia e la possibilità di continuare a svolgere la loro attività; ci sono familiari che perdono una persona cara e che, oltre al dolore, devono affrontare le conseguenze economiche e sociali, spesso molto pesanti. In alcuni casi, a tutto questo si aggiunge la necessità di affrontare un procedimento penale per accertare la responsabilità dell'accaduto. Si tratta di procedimenti che possono essere complessi e onerosi, proprio in un momento in cui le persone coinvolte si trovano in una condizione di particolare difficoltà e fragilità. È qui che si inserisce, quindi, la proposta di legge.

L'attuale disciplina del patrocinio a spese dello Stato garantisce l'assistenza legale gratuita a chi possiede i requisiti previsti dalla normativa. Tuttavia, nei casi di infortunio sul lavoro con esito mortale o con conseguenze invalidanti totali, i limiti di reddito possono rappresentare un ostacolo all'accesso alla tutela effettiva. La gravità delle conseguenze di un infortunio, infatti, non coincide necessariamente con la condizione economica della vittima o dei suoi familiari. Per questo motivo, la proposta mira a superare questo ostacolo nei casi più gravi, prevedendo l'accesso al patrocinio a spese dello Stato indipendentemente dai limiti reddituali.

Il provvedimento si fonda su principi costituzionali fondamentali, quali l'articolo 24 e l'articolo 32 della Costituzione. Questi sono principi di applicazione concreta, soprattutto quando sono in gioco la vita, l'integrità fisica e la dignità delle persone. Il diritto di difesa non deve essere soltanto un riconoscimento della legge, ma deve essere esercitato concretamente senza che le condizioni economiche diventino un ostacolo insuperabile.

La proposta di legge si compone di un unico articolo, articolato in due commi. Il comma 1 modifica l'articolo 76, comma 4-ter, del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, di cui al decreto del Presidente Repubblica n. 115 del 2002. La modifica prevede l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato della persona resa totalmente inabile in conseguenza di un reato commesso in violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, senza applicazione dei limiti di reddito ordinariamente previsti per questa forma di tutela. La stessa possibilità viene riconosciuta quando dal medesimo reato deriva la morte del lavoratore. In questo caso, possono accedere al patrocinio i soggetti individuati all'articolo 90, comma 3, del codice di procedura penale, vale a dire i prossimi congiunti della vittima, la persona che sia legata da una relazione affettiva e stabilmente convivente.

La proposta individua, quindi, due situazioni precise: quella del lavoratore che subisce un'inabilità permanente e totale e quella della persona che perde la vita a causa di un reato commesso in violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro. In entrambe le situazioni, l'obiettivo è rimuovere l'ostacolo economico dell'accesso al patrocinio, consentendo alle persone interessate di far valere i propri diritti nell'ambito del procedimento penale. Si tratta, pertanto, di un intervento mirato che non modifica, in generale, l'istituto del patrocinio a spese dello Stato, ma introduce una tutela specifica per le conseguenze più gravi degli infortuni sul lavoro, come tra l'altro esiste, ad esempio, in altri casi come quello del codice rosso o delle denunce per stalking, articolo 612-bis e così via. Sono dei regimi particolari che derogano alla norma, che normalmente consente l'utilizzo del gratuito patrocinio a redditi inferiori ai 10.000 euro, fino a 14.000 euro, in presenza di figli.

Ciò è anche perché, soprattutto in questo specifico caso degli infortuni sul lavoro - che, come me, tanti altri legali, in quest'Aula, hanno avuto modo magari di seguire -, è particolarmente onerosa la difesa penale e civile congiunta e, benché i risarcimenti possano ammontare anche a cifre molto importanti, spesso arrivano solamente dopo decenni di sentenze, fino a che non passa in giudicato il penale - il civile si sospende in attesa che si concluda il penale -, e così via. Quindi queste persone - i genitori, i fratelli, i coniugi, i figli della persona morta -, pur avendo un reddito garantito da una pregressa situazione che gli consente di superare quei 10.000 euro - o poco più - necessari per il gratuito patrocinio, hanno oggettivamente una difficoltà a pensare di affrontare - mettendo molti avvocati - cause penali, civili, cause incidentali, cause contro le assicurazioni, contro i chiamati in causa, contro coloro che sono economicamente responsabili, quindi che si costituiscono nelle cause penali.

Quindi, è necessario e opportuno questo provvedimento, perché consente di non abbandonare la ricerca della verità e della giustizia per le persone così danneggiate o che hanno subito la perdita di un congiunto. Anche questo è un aspetto essenziale: una tutela che sia efficace e che, oltre ad essere prevista dalla legge, dispone delle risorse necessarie per essere concretamente applicata.

Con la proposta oggi in esame intendiamo rafforzare proprio questi valori della Costituzione che ho richiamato, assicurando una tutela specifica a chi ha subito le conseguenze gravi di un infortunio sul lavoro e a chi ha perso un proprio caro. Perché chi perde la vita lasciando una famiglia merita attenzione e protezione e, soprattutto, coloro che sopravvivono a questo evento non possono vedere compromessa definitivamente la propria autonomia. Devono poter contare sulla possibilità di far valere i propri diritti e, come ho detto, di trovare una giustizia.

Nessuno dovrebbe essere, pertanto, costretto a rinunciare alla giustizia per ragioni economiche dopo una tragedia sul lavoro. Questo è il significato della norma che oggi è all'esame dell'Assemblea: rafforzare quindi il diritto di difesa e dare un segnale di vicinanza dello Stato alle vittime, ai loro familiari e a tutte le persone colpite dalle conseguenze più gravi degli infortuni sul lavoro. Con queste considerazioni concludo l'illustrazione del provvedimento e mi rimetto alle valutazioni dell'Assemblea (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia e della deputata Gribaudo).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Giuliano. Ne ha facoltà.

CARLA GIULIANO (M5S). Grazie, Presidente. Oggi quest'Aula è chiamata a discutere un provvedimento che riguarda una delle questioni più drammatiche e, purtroppo, ancora irrisolte del nostro Paese, e cioè la tutela delle vittime degli incidenti sul lavoro e delle loro famiglie. Una questione che non può essere affrontata soltanto attraverso le norme, i numeri e le statistiche, perché dietro ogni infortunio grave, dietro ogni lavoratore che perde la vita, dietro ogni persona che rimane permanentemente invalida ci sono storie, ci sono famiglie, sofferenze e diritti che troppo spesso non trovano adeguata tutela.

E, soprattutto, c'è una domanda alla quale le istituzioni hanno il dovere di rispondere: come è possibile che, in un Paese che fonda la propria Repubblica sul lavoro, si continui a morire e a subire gravissime menomazioni proprio mentre si lavora? È questa la contraddizione che dobbiamo avere il coraggio di affrontare, perché il lavoro dovrebbe rappresentare uno strumento di dignità, uno strumento di emancipazione, di sicurezza economica e di realizzazione personale, mentre non può e non deve trasformarsi in una condanna.

Non può diventare il luogo in cui si perde la vita, la salute o la possibilità di vivere autonomamente. E quando questo accade, lo Stato ha un duplice dovere: fare tutto ciò che è necessario per impedire che accada di nuovo e garantire alle vittime e ai loro familiari una tutela effettiva. I numeri riportati nella relazione a questa proposta di legge sono impressionanti. Nel 2023 le vittime degli infortuni sul lavoro sono state 1.041, nel 2024 sono salite a 1.090 e nel 2025 sono state 1.093. Numeri che dimostrano quanto sia persistente e strutturale questa emergenza. Ma accanto alle persone che perdono la vita, ci sono migliaia di lavoratrici e lavoratori che riportano conseguenze gravissime.

Persone che escono di casa al mattino per andare a lavorare e che non ritorneranno mai più alla vita di prima; persone che perdono la propria autonomia, che devono affrontare percorsi di riabilitazione lunghissimi, che hanno bisogno di assistenza continua, che vedono cambiare radicalmente la propria esistenza. E con loro cambiano radicalmente anche le vite dei familiari, perché, quando un lavoratore subisce una lesione gravissima, spesso è un'intera famiglia a doversi riorganizzare e a dover riorganizzare la propria vita, il proprio lavoro, le proprie risorse economiche e persino le proprie prospettive future.

Di fronte a tutto questo non possiamo limitarci a esprimere solidarietà. La solidarietà, se non è accompagnata da diritti concretamente esigibili, rischia di diventare soltanto una parola vuota. Ed è proprio su questo terreno che interviene la proposta di legge che oggi esaminiamo. Il provvedimento, come è stato ricordato dai colleghi, modifica l'articolo 76 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, prevedendo l'accesso al patrocinio a spese dello Stato, indipendentemente dai limiti di reddito, per le persone rese totalmente inabili in conseguenza di reati commessi in violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro e, in caso di decesso, per i soggetti individuati dall'articolo 90, comma 3, del codice di procedura penale.

Si tratta di una scelta che condividiamo assolutamente nelle sue finalità, perché il diritto alla giustizia non può dipendere dalle disponibilità economiche di una famiglia che è già devastata da una tragedia. Non possiamo accettare che chi ha perso un proprio caro debba anche preoccuparsi di affrontare e di trovare le risorse per affrontare un procedimento penale. Non possiamo accettare che una persona rimasta gravemente invalida debba scegliere tra sostenere le spese necessarie per la propria assistenza e sostenere quelle per ottenere giustizia.

L'articolo 24 della Costituzione sancisce che tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, ma quel diritto deve essere effettivo e non soltanto proclamato. Ed è proprio per questo che riteniamo importante intervenire sulla disciplina del patrocinio a spese dello Stato. Riteniamo, però, che il testo debba e possa essere migliorato, perché una legge che nasce per tutelare le vittime non deve lasciare fuori proprio quelle persone che, pur avendo subito conseguenze gravissime, non rientrano nella definizione di inabilità.

Ed è per questa ragione che il MoVimento 5 Stelle presenterà alcuni ordini del giorno per ottenere un impegno del Governo, con l'obiettivo di rafforzare il provvedimento, ampliarne la portata e renderne più efficace l'applicazione. Il primo tema riguarda proprio la definizione della condizione di inabilità, perché riteniamo opportuno sostituire il riferimento alla persona totalmente inabile con una formulazione che ricomprenda anche chi sia affetto da un'inabilità permanente di gravità tale da compromettere l'autonomia personale e determinare la necessità di assistenza continuativa.

Non si tratta di una precisazione puramente tecnica, ma si tratta di una questione sostanziale che riguarda la vita concreta delle persone, perché una persona può non essere formalmente riconosciuta come totalmente inabile e tuttavia può trovarsi in una condizione di gravissima compromissione della propria autonomia. Può non essere più in grado di svolgere autonomamente le attività quotidiane, può avere bisogno dell'assistenza costante di un familiare o di personale specializzato, può avere perso, a causa dell'infortunio, la possibilità di condurre una vita indipendente.

E allora noi ci chiediamo perché questa persona dovrebbe essere esclusa da una tutela che nasce proprio per sostenere le vittime più vulnerabili. La gravità delle conseguenze di un infortunio non può essere misurata soltanto tramite una definizione formale, senza considerare le reali condizioni di vita della vittima. Per questo chiediamo un impegno del Governo per rendere questa norma più equa, più aderente alla realtà e più rispettosa della dignità delle persone.

Ancora, proponiamo di precisare che l'inabilità totale debba avere carattere permanente, e anche in questo caso l'obiettivo è quello di rendere più chiaro il perimetro della disposizione, evitando delle incertezze interpretative e garantendo maggiore certezza nell'applicazione della norma. Ma c'è un altro aspetto su cui voglio soffermarmi perché ritengo che sia particolarmente importante, e mi riferisco in particolare ai tempi di accesso alla tutela. Chi conosce la realtà degli infortuni sul lavoro sa perfettamente che l'accertamento definitivo delle conseguenze di una lesione può richiedere molto tempo.

Possono essere necessari mesi, talvolta anni, per definire il quadro clinico e stabilire il carattere permanente dell'inabilità. Ma nel frattempo il procedimento penale può essere già iniziato, nel frattempo la vittima ha bisogno di un avvocato e la famiglia deve affrontare spese, difficoltà e decisioni che non possono essere rinviate. E allora in questo caso cosa facciamo, diciamo a queste persone di aspettare? Diciamo loro che potranno ottenere il patrocinio soltanto quando sarà stato definitivamente accertato il grado di invalidità?

Beh, sarebbe un paradosso, perché la giustizia non può arrivare troppo tardi proprio per chi ne ha maggiormente bisogno. Per questo presenteremo un ordine del giorno per proporre che l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato possa essere disposta anche in via provvisoria, sulla base della documentazione disponibile e prima dell'accertamento definitivo degli esiti dell'infortunio, naturalmente mantenendo la possibilità di verificare successivamente la sussistenza dei requisiti e applicare, quando necessario, la disciplina della revoca.

È una soluzione che noi riteniamo equilibrata, che tiene insieme due esigenze: quella di garantire tempestivamente la tutela della vittima e di assicurare il corretto utilizzo delle risorse pubbliche. Perché il diritto alla difesa deve essere garantito quando serve, non quando ormai una parte del percorso giudiziario è stata già affrontata senza un adeguato sostegno.

Poi c'è un ulteriore profilo a cui il MoVimento 5 Stelle tiene particolarmente e sul quale il MoVimento interverrà, con un ordine del giorno, chiedendo un impegno preciso del Governo: mi riferisco alla tutela degli appartenenti alle Forze di Polizia, al Corpo nazionale dei vigili del fuoco e alla Polizia locale. Sono donne e uomini che ogni giorno svolgono il proprio servizio nell'interesse della collettività, spesso esponendosi a rischi e a pericoli; sono persone che intervengono per garantire la sicurezza dei cittadini, per prestare soccorso, per fronteggiare situazioni di emergenza e assicurare il rispetto della legalità e che, proprio durante lo svolgimento del loro servizio, possono diventare vittime di reati.

Con il nostro ordine del giorno proponiamo, quindi, di estendere alle condizioni previste dalla proposta di legge il patrocinio a spese dello Stato anche agli appartenenti a queste categorie di persone offese da un reato commesso in occasione o a causa dell'espletamento del servizio e di prevedere una tutela, anche in caso di decesso conseguente al reato, per i familiari individuati dall'articolo 90, comma 3, del codice di procedura penale. Riteniamo che questa proposta risponda a un principio fondamentale: chi viene colpito mentre svolge un servizio per la collettività non deve essere lasciato solo dallo Stato quando deve difendere i propri diritti. E questo vale per gli appartenenti alle Forze di Polizia, per i Vigili del fuoco e anche per gli agenti della Polizia locale, che troppo spesso vengono dimenticati quando si parla di sicurezza e di tutela del personale impiegato sul territorio. Non possiamo continuare a chiedere a queste donne e a questi uomini di assumere responsabilità sempre maggiori senza garantire loro gli strumenti adeguati di protezione e di assistenza.

La sicurezza non si garantisce con gli slogan, ma si costruisce attraverso investimenti, personale, formazione, prevenzione e tutele concrete. E il patrocinio a spese dello Stato nei casi previsti da questa proposta rappresenta uno di quegli strumenti concreti.

Questa discussione, però, non può essere separata da una riflessione più ampia sulle politiche del lavoro e sulla responsabilità del Governo, perché oggi stiamo discutendo di come garantire giustizia a chi ha subito un infortunio gravissimo o ha perso un familiare, ma il nostro primo obiettivo dovrebbe essere quello di impedire che queste tragedie si verifichino. E su questo terreno purtroppo dobbiamo denunciare una risposta politica ancora insufficiente: non bastano le dichiarazioni di cordoglio dopo l'ennesimo incidente mortale, non bastano le promesse pronunciate davanti alle telecamere, non bastano gli annunci di nuovi interventi se poi non si affrontano fino in fondo le cause strutturali degli infortuni; servono controlli efficaci, ispettori, investimenti nella prevenzione, formazione adeguata e un contrasto serio al lavoro irregolare e alle condizioni di sfruttamento. Servono politiche che mettano al centro la qualità e la sicurezza del lavoro, non soltanto la riduzione dei costi. Infatti, troppo spesso la sicurezza viene considerata un adempimento burocratico, un costo da contenere e un ostacolo alla produttività. Invece, la sicurezza è un diritto fondamentale, perché la vita di un lavoratore non può valere meno del profitto di un'impresa e nessuna esigenza economica può giustificare il mancato rispetto delle norme poste a tutela della salute e dell'incolumità delle persone.

Su questo il Governo deve assumersi fino in fondo le proprie responsabilità, perché non è sufficiente intervenire sulle conseguenze degli infortuni, se non si rafforza contemporaneamente la capacità degli Stati di prevenirli. Non vogliamo un Paese nel quale si debba scegliere tra lavorare e tornare a casa sani e salvi; ma un Paese nel quale i familiari non debbano aspettare invano il ritorno di un padre, di una madre e di un figlio, un Paese nel quale la dignità del lavoro sia garantita non soltanto nei discorsi ufficiali, ma attraverso scelte legislative e politiche coerenti.

Mi avvio alla conclusione, Presidente. Il provvedimento che stiamo esaminando rappresenta un passo importante nella direzione di una maggiore tutela delle vittime dei reati commessi in violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro, ma noi crediamo che questa tutela debba essere costruita senza lasciare indietro nessuno. Per questo abbiamo presentato e presenteremo ordini del giorno che intervengono e vogliono far assumere al Governo un impegno su questioni precise: l'effettiva gravità dell'inabilità, la certezza della disciplina, la tempestività dell'accesso alla difesa, la protezione delle persone colpite da reati durante l'esercizio e lo svolgimento di un servizio pubblico.

Ci auguriamo che questi ordini del giorno vengano valutati nel merito e vengano accolti, senza pregiudizi e senza contrapposizioni di parte, perché, quando parliamo della vita delle persone, della salute dei lavoratori e del diritto delle famiglie a ottenere giustizia, la politica dovrebbe essere capace di assumersi una responsabilità comune.

Il MoVimento 5 Stelle continuerà a battersi, affinché il diritto alla sicurezza sul lavoro, il diritto alla salute e il diritto alla giustizia non rimangano principi astratti. Continueremo a chiedere al Governo di passare dagli annunci ai fatti, perché una Repubblica fondata sul lavoro non può rassegnarsi a essere una Repubblica nella quale si continua a morire di lavoro e perché chi ha perso la vita lavorando, chi ha perso la propria autonomia e chi ha perso una persona cara merita molto più della nostra solidarietà: merita giustizia, merita rispetto e merita uno Stato che non lo abbandoni (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

(Repliche - A.C. 2904?)

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore, deputato Federico Gianassi, che rinuncia. Ha facoltà di replicare la rappresentante del Governo, Sottosegretaria Ferro, che si riserva di farlo.

Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

Saluto gli studenti e gli insegnanti dell'Istituto comprensivo statale “Marconi-Torricelli” di Casandrino, in provincia di Napoli, che assistono ai nostri lavori dalle tribune (Applausi). Li ringraziamo, auguriamo loro ogni fortuna e precisiamo che sono presenti in Aula solo i deputati interessati a svolgere i propri interventi sulla discussione generale dei provvedimenti che saranno invece esaminati e votati in altra seduta, assistiti dal rappresentante del Governo, Sottosegretaria Wanda Ferro.

Discussione della proposta di legge: Iezzi ed altri: Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e di revoca della cittadinanza (A.C. 2124-A?) (ore 12,57).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge n. 2124-A?: Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e di revoca della cittadinanza.

Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (Vedi calendario).

(Discussione sulle linee generali - A.C. 2124-A?)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.

La I Commissione (Affari costituzionali) si intende autorizzata a riferire oralmente.

Ha facoltà di intervenire la relatrice, deputata Simona Bordonali.

SIMONA BORDONALI, Relatrice. Grazie, Presidente. Sottosegretario Ferro, onorevoli colleghi, mi permetto di depositare la relazione, che è essenzialmente tecnica, però vorrei fare prima alcune considerazioni e poi replicherò agli interventi dei colleghi. Alcune considerazioni…

PRESIDENTE. Intanto autorizziamo ovviamente la consegna del testo.

SIMONA BORDONALI, Relatrice. Grazie. Vorrei svolgere alcune brevi considerazioni sul principio sul quale nasce questa proposta di legge, perché oltre a essere relatrice sono anche una dei firmatari di questa proposta di legge.

Il principio sostanziale è come sia concepita oggi la cittadinanza o per lo meno cosa ritiene sia la cittadinanza chi ha prodotto questa proposta di legge.

Per noi la cittadinanza che viene concessa al cittadino straniero non è un punto di partenza - ed è questo il punto principale che ci differenzia dall'opposizione o per lo meno quello che è emerso durante il lavoro in Commissione -, ma è un punto di arrivo; è il punto di arrivo di un lungo percorso di integrazione.

Parliamo del cittadino straniero che nasce in Italia, che vi risiede per 18 anni, che oggi, automaticamente, al diciottesimo anno, può richiedere di diventare cittadino italiano; senza alcuna verifica sulla condotta effettiva, senza la verifica se questo percorso di integrazione sia realmente esistito, la cittadinanza viene concessa. Ecco, su questo noi siamo voluti intervenire, perché la cittadinanza non deve essere un automatismo o ancora peggio un documento di riconoscimento anagrafico; la cittadinanza si raggiunge dopo un lungo percorso di integrazione.

Proprio per questo motivo, anche le immagini che abbiamo visto nelle scorse giornate a Milano, se non nella mia città, Brescia, ma in tante città e sul territorio nazionale, dove abbiamo visto l'assalto da parte di giovani stranieri, anche italiani - prima che lo diciate voi, lo dico anch'io -, però di tanti giovani stranieri che hanno assaltato le vetrine, sono entrati nei negozi, li hanno saccheggiati, insomma, sono immagini molto raccapriccianti…

E questo testimonia come, talvolta, quel percorso di integrazione che viene richiesto non si sia effettivamente realizzato.

Con questa proposta di legge, cosa facciamo? Introduciamo la preclusione dell'acquisto della cittadinanza per chi è nato in Italia al compimento del diciottesimo anno inserendo alcune cause ostative. Voi mi potrete dire: quello che è accaduto ieri non è una causa ostativa per l'acquisto della cittadinanza, perché, oggi, le cause ostative che abbiamo introdotto presuppongono alcuni determinati presupposti penali. Però è già un punto di partenza. Io, poi, non so che esiti darà il lavoro in Aula, dopo l'esame degli emendamenti per i quali c'è la scadenza oggi, però già introduciamo un principio fondamentale, che oggi non esiste nella legge 5 febbraio 1992, n. 91, ovvero che chi è in Italia, oggi, per diventare cittadino italiano deve rispettare le regole del nostro Paese. Oltre a questo, aggiungiamo una serie di pene per la revoca della cittadinanza per chi l'ha già acquisita. Già oggi è previsto che, per taluni reati, ci sia la revoca della cittadinanza e noi ampliamo le fattispecie, sempre per rientrare in quella decisa convinzione che chi è all'interno del nostro Paese e non rispetta le regole del nostro Paese non può ritenersi cittadino italiano e non deve essere ritenuto cittadino italiano.

Un'altra questione sulla quale interveniamo è la conoscenza della lingua italiana. Anche su questo aspetto abbiamo visto recenti episodi sul nostro territorio nazionale di cittadini stranieri che chiedevano la cittadinanza non capendo una sola parola della lingua italiana. Mi potete dire, cari colleghi, quale integrazione, quale percorso si è raggiunto nel momento in cui una persona che chiede di diventare cittadino italiano non sa una sola parola della nostra lingua? Questo differenzia essenzialmente, anche durante il discorso che si è tenuto nella Commissione, l'ideologia - perché parliamo probabilmente di ideologia - di chi accetta tutto e di chi, invece, vuole porre dei limiti.

Ultima cosa che voglio aggiungere: io ritengo che questa proposta di legge sia proprio a tutela di quei numerosi giovani stranieri, i più numerosi, che oggi sono sul nostro territorio, che si impegnano a scuola, che pensano a un futuro in questo Paese, che si comportano bene e vengono equiparati ad altri ragazzi stranieri che si comportano in malo modo. Quindi, proprio per quei ragazzi - che, ribadisco, sono la maggior parte - che si comportano bene e che diventeranno cittadini italiani con orgoglio, perché integrati e perché rispettano le regole, proprio per loro dobbiamo approvare questa proposta di legge. Io in Commissione ho sentito che tra questi ragazzi si creerebbero delle divisioni. Ma giustamente devono essere create, giustamente deve essere dato risalto a quei giovani stranieri che nel nostro Paese si impegnano, si comportano bene e si sono integrati (Applausi del deputato Barabotti).

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire la rappresentante del Governo, Sottosegretaria Wanda Ferro.

WANDA FERRO, Sottosegretaria di Stato per l'Interno. Grazie, Presidente Rampelli. Onorevoli colleghi, il provvedimento in esame introduce cause ostative all'acquisto della cittadinanza per gli stranieri nati in Italia al raggiungimento della maggiore età, prevede un maggiore rigore sui requisiti linguistici e sulla condotta richiesti per la concessione della cittadinanza e amplia le fattispecie di reato che comportano la revoca dello status di cittadino.

Alla base di questa proposta vi è un principio molto chiaro: la cittadinanza italiana non rappresenta soltanto il riconoscimento di uno status giuridico ma esprime l'appartenenza a una comunità nazionale fondata su valori condivisi, sul rispetto delle leggi e su un insieme di diritti e di doveri.

L'Italia ha saputo offrire opportunità a tante persone provenienti da altri Paesi, che hanno costruito qui il proprio futuro attraverso il lavoro, i sacrifici e l'impegno quotidiano. Sono percorsi di integrazione che conosciamo bene e che dimostrano come sia possibile diventare parte integrante della nostra società. Ma l'integrazione comporta anche l'accettazione di un patto sociale fondato sul rispetto delle leggi, delle istituzioni e dei principi della nostra convivenza civile, un aspetto che assume particolare importanza quando si tratta di acquisire la cittadinanza italiana.

È in questa prospettiva che si inseriscono nel provvedimento tanti elementi oggi al nostro esame. Tale impianto normativo mira a superare la disparità di trattamento tra le diverse modalità di acquisto della cittadinanza italiana. Attualmente, infatti, per l'acquisto della cittadinanza da parte dello straniero nato in Italia si prevede il solo requisito della residenza legale ininterrotta, prescindendo da valutazioni sulla condotta penale, diversamente da quanto richiesto per l'acquisto per matrimonio o per naturalizzazione. Infatti, come detto, l'acquisizione della cittadinanza da parte dello straniero nato in Italia avviene di diritto, previa dichiarazione da effettuare entro un anno dal raggiungimento della maggiore età; mentre l'acquisizione di cittadinanza iure matrimonii avviene in presenza di alcuni precisi requisiti stabiliti dalla legge, tra i quali figurano l'assenza di condanne per determinati tipi di reati ed è ammesso un certo margine di discrezionalità nella valutazione dell'istanza.

Infine, nel caso dell'acquisto della cittadinanza per cosiddetta naturalizzazione, la concessione avviene sulla base di una valutazione ampiamente discrezionale, riferita a parametri indicati in parte dalla legge e in parte dalla giurisprudenza. In questo caso l'apprezzamento discrezionale mira ad accertare lo stabile inserimento dello straniero nella comunità nazionale, attraverso elementi che ne dimostrano l'integrazione nel tessuto sociale sotto il profilo delle condizioni lavorative, economiche e familiari e di irreprensibilità della condotta.

Per lo straniero nato in Italia, dunque, la normativa vigente non contempla le cause ostative previste per altre modalità di acquisto della cittadinanza, richiedendo la sola residenza legale ininterrotta, senza attribuire rilievo a eventuali condanne penali per reati che siano particolarmente gravi. Non esistono, cioè, spazi di apprezzamento dell'effettiva integrazione nel tessuto sociale dello straniero nato in Italia e divenuto maggiorenne.

Noi crediamo che l'acquisto della cittadinanza italiana debba essere inteso come tappa ultima di un percorso che evidenzi la volontà effettiva e consapevole di integrarsi nella società in cui si vive e di cui si chiede di farne parte. Chi è nato e cresciuto in Italia ha avuto la possibilità di conoscere la nostra lingua, le nostre istituzioni, le regole e i valori della società in cui vive: è giusto, dunque, che il legislatore attribuisca rilievo anche ai comportamenti di particolare gravità, quando questi si traducano in condanne definitive per determinati reati commessi durante la minore età, espressamente individuati dalla legge. Il rispetto delle regole è alla base di quel patto sociale che tiene unita la nostra comunità nazionale e non possiamo considerarlo un requisito essenziale per alcune modalità di acquisto della cittadinanza e del tutto irrilevante per altre. La proposta interviene proprio su questa differenza, introducendo cause ostative legate a precise fattispecie penali senza distinzioni fondate sull'origine, sulla religione o sulla provenienza familiare. Si afferma così un principio di responsabilità e di coerenza del nostro ordinamento, prevedendo un ragionevole limite all'acquisto della cittadinanza per coloro che, attraverso condotte criminali particolarmente gravi, hanno dimostrato di non rispettare i principi fondamentali della nostra convivenza civile.

Nel corso dell'esame in I Commissione è stato svolto un lavoro sul testo che ha consentito, anche grazie al contributo del Ministero dell'Interno e del Ministero della Giustizia - che mi sento di ringraziare - di perfezionare il quadro normativo e di individuare, con maggiore precisione, le fattispecie penali di particolare gravità da considerare ostative all'acquisto della cittadinanza. Parliamo di delitti contro la personalità dello Stato e contro i diritti politici del cittadino, ove puniti con la reclusione, e di quelli, anch'essi specificatamente individuati, alla cui condanna consegue la revoca della cittadinanza.

A questi è stata affiancata un'ulteriore previsione preclusiva, legata alla condanna della pena alla reclusione superiore a tre anni per un delitto commesso con finalità di discriminazione o odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l'attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità, o per un delitto in materia di stupefacenti. Si tratta di reati di particolare gravità che destano forte allarme sociale, che, in alcuni casi, esprimono un atteggiamento di aperto disprezzo verso i valori fondanti della nostra Nazione.

Condotte alle quali è giusto attribuire rilievo anche nella disciplina dell'acquisto della cittadinanza italiana. In tutti questi casi, fra l'altro, l'acquisto della cittadinanza non è precluso quando la pena applicata è sospesa e, nei termini previsti per la sospensione, il condannato non ha commesso altri reati. È inoltre previsto che la riabilitazione faccia cessare gli effetti ostativi della condanna, consentendo così di tenere conto anche del successivo percorso del soggetto interessato. La proposta estende, inoltre, a queste modalità di acquisto della cittadinanza i termini di definizione del procedimento già previsti per altre ipotesi disciplinate dalla legge.

Il provvedimento interviene anche sulla disciplina della revoca della cittadinanza, già prevista nel caso sia stata acquisita per matrimonio, naturalizzazione, adozione e per il compimento della maggiore età dello straniero nato in Italia. Attualmente, essa scatta in caso di condanna definitiva per una serie di reati, come quelli dell'articolo 407, comma 2, lettera a), n. 4, del codice di procedura penale e degli articoli 270-ter e 270-quinques.2 del codice penale, ossia i reati con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine costituzionale.

A tale novero il presente provvedimento aggiunge i delitti commessi avvalendosi di associazione di stampo mafioso, ovvero al fine di agevolare l'attività di tali associazioni, e una serie di reati informatici, reati connessi a danno di sistemi informatici o telematici di interesse militare o relativi all'ordine pubblico e alla sicurezza pubblica, o alla sanità, o alla Protezione civile o, comunque, di interesse pubblico. In tutti questi casi, la revoca della cittadinanza rappresenta uno sbarramento nei confronti di soggetti che, con il loro comportamento, si sono posti essi stessi, di fatto, fuori dalla comunità nazionale.

All'elenco dei reati preclusivi al mantenimento della cittadinanza è apparso logico, ovviamente, aggiungere quelli di tratta di esseri umani e di morte o lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina, ipotesi criminose incompatibili con i valori della nostra democrazia e, comunque, legati alla violazione delle norme sull'immigrazione regolare. E in questi casi è stata disciplinata anche l'ipotesi di riacquisto della cittadinanza: chi l'ha perduta per effetto della revoca può dichiarare di volerla riacquistare decorsi i 10 anni dalla data in cui è divenuto definitivo il provvedimento di cessazione della pericolosità sociale, sempre che in tale periodo non sia intervenuta nei suoi confronti una nuova condanna definitiva o una nuova dichiarazione di pericolosità sociale.

Infine, la proposta di legge interviene su altri due aspetti della normativa: il primo è quello relativo alla conoscenza della lingua italiana, indispensabile per un'effettiva integrazione. Con la modifica introdotta si specifica che il giuramento necessario affinché il decreto di concessione della cittadinanza acquisti efficacia deve essere reso in italiano e si prevede il possesso di un'attestazione della conoscenza della nostra lingua. Una previsione che mira a garantire che il giuramento, momento particolarmente significativo nell'acquisto della cittadinanza, possa essere pronunciato con piena consapevolezza del suo contenuto e del suo valore.

Oggi si prevede l'esonero per la persona con incapacità a soddisfare tale adempimento in ragione di una grave condizione di disabilità accertata da una struttura sanitaria pubblica o da un medico convenzionato.

L'altro aspetto è quello relativo alla concessione della cittadinanza per i casi di cosiddetta naturalizzazione, che, come detto, avviene sulla base di un'ampia valutazione discrezionale riferita a parametri indicati in parte dalla legge e in parte dalla giurisprudenza. Con le modifiche apportate dalla presente proposta di legge si intende dunque specificare alcuni reati da considerare ostativi durante questo processo valutativo, come, in particolare, quelli già previsti in caso di concessione, come dicevo prima, iure matrimonii, anche al fine di uniformare il testo normativo.

Occorre ribadire, infatti, che la concessione della cittadinanza non costituisce un diritto incondizionato del richiedente, come in qualche modo ha più volte ribadito la giurisprudenza, bensì uno status che si può acquisire al termine di un percorso che comporta, oltre che diritti, anche doveri a cui bisogna saper far fronte. Resta comunque ferma, come già avviene nell'attuale prassi amministrativa, la valutazione di ogni elemento utile a verificare l'effettiva integrazione sociale del richiedente, al di là delle specifiche fattispecie penali individuate dal testo di legge.

Vorrei concludere, tornando al significato complessivo di questo provvedimento, ricordando che la cittadinanza italiana porta con sé una storia, un'identità nazionale, un patrimonio di libertà e di diritti che la nostra Costituzione certamente riconosce e tutela. Il loro riconoscimento assume quindi un significato importante, che va oltre il semplice possesso dei requisiti formali previsti dalla legge. È importante in questo senso valorizzare i percorsi di integrazione di tante persone di origine straniera che contribuiscono alla vita del nostro Paese, distinguendo queste esperienze dalle responsabilità individuali di chi, invece, si rende protagonista di condotte criminali particolarmente gravi.

Il legislatore ha il compito di stabilire, nel rispetto dei principi costituzionali, quali requisiti debbano accompagnare l'acquisto della cittadinanza e in quali casi possa essere prevista la revoca di quella acquisita. In questo quadro si collocano le modifiche proposte: superare un automatismo che oggi prescinde dalla valutazione di condotte penali, anche particolarmente gravi, rendere più coerenti i requisiti previsti per le diverse modalità di acquisto della cittadinanza e rafforzare gli strumenti di tutela della sicurezza e dei valori fondamentali della nostra convivenza civile.

Infatti, riconoscere il valore della cittadinanza italiana significa anche attribuire il giusto peso ai diritti, ai doveri e alle responsabilità che essa comporta. Presidente, mi consenta solo un secondo per poter ovviamente fare dei doverosi ringraziamenti. Parto dal presidente della I Commissione, Pagano, passando ovviamente per il collega Iezzi, che ha presentato il testo. Ringrazio particolarmente la relatrice Bordonali e tutti i colleghi della I Commissione, che hanno contribuito a migliorare questo testo, ma ringrazio la Commissione tutta perché credo che sia stato un dibattito aperto e franco rispetto a quella che in qualche modo credo sia una tutela per tanti stranieri che arrivano nel nostro Paese, perché accogliere e integrare non significa girarsi dall'altra parte il giorno in cui sbarcano su una banchina di un porto.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Federico Fornaro. Ne ha facoltà.

FEDERICO FORNARO (PD-IDP). Grazie, Presidente. Un ringraziamento non formale sia alla relatrice sia alla Sottosegretaria Ferro per avere impostato il dibattito come andrebbe impostato, sulle questioni di merito. Poi, ovviamente, come dirò, abbiamo opinioni differenti e, devo dire, molto distanti da quelle che abbiamo anche ascoltato in queste ore e ci tornerò.

La relatrice Bordonali ha fatto riferimento alle immagini di violenza di queste ultime ore, per cui una premessa è d'obbligo e, guardate, non è una premessa dovuta, ma è sincera: da parte nostra c'è una condanna netta, chiara, come sempre abbiamo fatto, di comportamenti violenti e criminali a cui abbiamo assistito in queste ultime ore e, nel contempo, anche una solidarietà alle Forze dell'ordine che sono state oggetto, a loro volta, di violenze.

Allo stesso modo, però, voglio ribadire in questa sede - sede che noi consideriamo, ovviamente, il tempio della democrazia - un netto “no” alle speculazioni. Diciamo che il clima che si sta alimentando in televisione, nei talk show, in molte dichiarazioni è quello chiaramente di speculare attorno a questa vicenda per ottenerne ipoteticamente un beneficio di carattere elettorale. Credo che questo non serva a risolvere i problemi, anzi rischi di accrescere ulteriormente una situazione che evidentemente in alcune realtà certamente necessita di massima attenzione.

Allo stesso modo, vorrei che, in questo spirito, fosse riconosciuta una cosa che è sancita dalla nostra Costituzione: il diritto di critica. Si può criticare e, diciamo, mettere in evidenza, come ha fatto il sindaco di Milano, in prima battuta, il dubbio che ci possa essere stata una sottovalutazione dei rischi connessi a una manifestazione e, quindi, sia stato probabilmente impiegato un numero minore di Forze dell'ordine rispetto a quello che sarebbe stato necessario. Francamente, abbiamo trovato sorprendente la risposta di un Ministro, che, formalmente, è anche tecnico e non è espressione diretta di un partito, con accuse e risposte, diciamo, al sindaco, che comunque è pur sempre rappresentante istituzionale, nello stile di uno dei tanti talk show.

Crediamo che ci possa essere il diritto di critica, così come rivendichiamo la necessità che la politica tutta - chi è al Governo e, ovviamente, anche chi siede nei banchi dell'opposizione - abbia la capacità e l'intelligenza di ascoltare le ragioni delle piazze pacifiche, evitando di mescolare, nell'immaginario e nella comunicazione, i due piani quasi che le manifestazioni, in realtà, siano tutte caratterizzate da episodi di violenza, mentre la storia ci dice - e anche queste ultime lo confermano - che sono larghissime minoranze quelle che utilizzano lo strumento, sbagliando, della violenza.

E che cosa ci dicono queste piazze? Di una situazione insostenibile per molte fasce sociali e io credo che in questa sede - lo ha fatto poc'anzi -, non possa che arrivare la solidarietà, ad esempio, ai lavoratori dell'ex Ilva, che si sono sentiti presi in giro dai commissari che il mercoledì annunciano la ripresa produttiva, la continuità produttiva, mentre il venerdì comunicano una cassa integrazione più che raddoppiata e sostanzialmente riguardante tutti i lavoratori di Taranto, di Genova e di Novi Ligure.

Una solidarietà che ci sentiamo di esprimere, con una capacità di ascolto per le ragioni degli autotrasportatori che stanno denunciando da settimane una situazione di assoluta insostenibilità degli aumenti del gasolio. Così come non è giusto prendere in giro i giovani che anche l'altra settimana, qui davanti, hanno ricordato alla politica che, con certi livelli di affitto, si mette in discussione il diritto allo studio, che è una delle realtà e delle condizioni dei diritti maggiori della nostra Costituzione.

Comunque, fatta questa premessa - che, ripeto, non è di circostanza ma è convinta -, vorrei passare ad alcune riflessioni di metodo e di merito. La prima è di metodo: capisco che possa apparire legata alla nostra condizione semplicemente di parlamentari e magari non è ragionevolmente compresa da chi ci ascolta fuori, ma l'iter di Commissione ritengo sia stato, quantomeno, anomalo, perché alla fine, sostanzialmente, con diverse riformulazioni presentate nelle ultime ore, prima della chiusura dell'attività, di fatto, è stato riscritto il testo originario. Questo è figlio, ovviamente, del fatto che nel testo originario c'erano alcune questioni e venivano posti dei richiami che erano sostanzialmente incompatibili con la nostra Costituzione; anche all'interno della maggioranza - credo che sia un dato oggettivo l'assenza oggi del rappresentante di Forza Italia, mi sembra a questo riguardo abbastanza esemplare - non c'era piena condivisione. Poi la Sottosegretaria Ferro, che proviene da una lunga esperienza parlamentare e politica, ha fatto una difesa d'ufficio assolutamente ineccepibile, ma questo riconferma a mio giudizio che alcuni problemi c'erano e la prova del nove è che la Lega, in un intervento finale del collega Iezzi, ha annunciato comunque la ripresentazione di emendamenti in Aula e vedremo a questo punto se verranno ritirati e quale sarà il parere del Governo rispetto a questo.

Nel merito - è già stato detto, non ci ritorno -, il provvedimento si muove su due direttrici. Una è quella delle cause ostative: in buona sostanza, si nega quella sorta di automatismo della cittadinanza per gli stranieri nati in Italia al raggiungimento del diciottesimo anno di età; si individuano, quindi, ulteriori reati; in qualche modo si mette sullo stesso piano l'esercizio di questo diritto da parte delle persone nate in Italia, dopo 18 anni, e l'acquisto della cittadinanza per matrimonio o naturalizzazione.

Mi sento di sottolineare, anche qui come riflessione, che si tratta di fattispecie molto diverse. È evidente che il legislatore debba tutelare maggiormente da rischi rispetto all'acquisizione della cittadinanza per matrimonio o per naturalizzazione, cioè per evitare che attraverso questi due strumenti, di fatto, figure anche criminali possano acquisire la cittadinanza italiana; cosa diversa - lo ripetiamo da tempo - è quella dei ragazzi e delle ragazze nati qui, che studiano con i nostri figli, con i nostri nipoti, che siedono nei banchi di scuola per tutti questi anni e che, quindi, hanno oggettivamente una caratteristica profondamente diversa.

Poi il secondo binario è quello della revoca della cittadinanza, che attualmente la legislazione prevede sostanzialmente per un paio di fattispecie di gravità assoluta e che viene estesa. Era stata allargata di più, poi le maglie sono state ristrette nelle riformulazioni, ma su questo, a nostro giudizio, c'è una questione. Io non entro nel merito delle singole fattispecie che oggi voi fate rientrare tra i motivi di revoca della cittadinanza; apro solo una parentesi - mi rivolgo al Presidente -, perché credo che da questo punto di vista questo provvedimento sarebbe stato più corretto averlo esaminato congiuntamente con la Commissione giustizia. È vero che la materia della cittadinanza è della Commissione affari costituzionali, ma gli impatti e le fattispecie di carattere giuridico forse - lo dico per il futuro - andrebbero resi più comprensibili anche con un esame congiunto.

Qual è il punto su cui insisteremo? A nostro giudizio - poi, non è sempre il richiamo alla Corte costituzionale - pare evidente che si violi palesemente la Costituzione e, in particolare, il principio di uguaglianza. Provo a spiegarlo in termini non giuridici: da domani, se questo provvedimento diventasse legge, qualora un italiano nato in Italia e uno straniero nato in Italia, che ha acquisito la cittadinanza italiana dopo il diciottesimo anno e che, quindi, da quel momento è diventato uguale agli altri cittadini, commettessero lo stesso reato, nel caso dell'“italiano italiano” la cittadinanza non verrebbe revocata; nel caso dello straniero diventato italiano invece questa può essere revocata.

Crediamo che, da questo punto di vista, ci sia oggettivamente una differenza che non trova riscontro nella Costituzione. C'è una sorta di stigma a vita che rimane su quella persona, mentre la cittadinanza è uno di quegli strumenti che rende tutti uguali, come dice l'articolo 3 della Costituzione italiana. Crediamo che, da questo punto di vista, un conto sia limitarlo a due particolari fattispecie... Lo diciamo, avevamo dei dubbi anche in quel caso; non rispetto, ripeto, al merito dei comportamenti criminali che vengono messi in evidenza, ma proprio per il principio generale. Se si è cittadini italiani, si è cittadini italiani, punto. Non può essere sempre richiamata l'origine, non può essere sempre richiamato dove sei nato.

Più in generale, è evidente che si alzi un muro divisorio con questi provvedimenti, che è contrario, è in contraddizione con qualsivoglia logica di integrazione. È un modo per ricordare sempre a quel ragazzo, che magari ha 17 anni e che sta aspettando di fare il salto verso la cittadinanza, che lui rimane una persona diversa dal suo vicino di banco. E guardate, mi si lasci solo un ricordo personale. Da sindaco ho avuto, in più di un'occasione, l'opportunità e il privilegio di consegnare il documento di riconoscimento della cittadinanza e l'emozione che ho letto negli occhi di chi avevo davanti non la dimenticherò. Per molti è un percorso vero ed è un riconoscimento vero di una vita; è una vita che gli passa davanti.

C'è poi un'altra questione, che a noi pare sottovalutata. Attenzione, perché non è che la cittadinanza si possa revocare con la possibilità di potergliela ridare dopo il processo di riabilitazione: in mezzo c'è un rischio di apolidia. Il rischio di apolidia è stato più volte sottolineato e va assolutamente tenuto in considerazione.

Ultime considerazioni finali. A noi pare che questo provvedimento, alla fine, cerchi di riproporre sempre la stessa ricetta, in una rincorsa. Leggo che - ovviamente sulla scia dei fatti dei giorni scorsi - il Vicepremier, segretario della Lega, annuncia altri provvedimenti, ancora più restrittivi. Sembra una rincorsa continua a quello che è il vostro fantasma, che state rincorrendo, che si chiama Futuro Nazionale di Vannacci. È una rincorsa continua. Avete battuto ogni record di decreti Sicurezza; finirete questa legislatura avendo approvato, ogni tot mesi, un decreto Sicurezza, a dimostrazione che, al fondo, la vostra ricetta non funziona. Altrimenti perché riproporre un decreto Sicurezza ogni trimestre o ogni quadrimestre?

Quello che si legge è che dal vocabolario della vostra cultura di Governo sono scomparse le parole prevenzione e integrazione, e rimane solo la repressione. Allora, bisogna essere onesti intellettualmente. È ovvio che c'è - e che deve rimanere - una componente repressiva, perché determinati reati vanno repressi; ma, al tempo stesso, non può essere quella l'unica faccia della medaglia. C'è un'altra faccia della medaglia, cioè ci sono le politiche di prevenzione e integrazione, sulle quali voi avete agito esattamente nel senso opposto, spesso togliendo risorse, spesso lasciando i comuni da soli in quella frontiera e in quei problemi che esistono non solo in Italia, ma in tutta Europa, che vanno affrontati con serietà, mettendo insieme, ovviamente, i diversi aspetti. E che il timore… mi pare evidente anche dalla lettura dei giornali di questi giorni, dalle speculazioni che ricordavo all'inizio: alcuni dei vostri partiti sono imprenditori della paura, ossia attorno alla paura provano a trarre benefici elettorali.

Insomma, credo e crediamo che la vostra ricetta, solo securitaria, non funzioni. Questo provvedimento ha problemi seri di compatibilità costituzionale. Proveremo, testardamente, nella fase emendativa a correggere o provare a correggere ulteriormente questo provvedimento per limitare i danni, ma la nostra è opposizione culturale e politica, non ideologica; su questo vorrei soffermarmi un attimo. Guardate che alcune delle risposte devono avere, invece, un carattere pragmatico se vogliamo provare a risolvere le questioni, se proviamo ad affrontarle e a tracciare un percorso di soluzione. Se, invece, come temo e credo, a voi interessi alla fine rilanciare soltanto un clima di paura, è evidente che, allora, anche provvedimenti come questi sono funzionali, ma temo che, alla fine, non possano essere e non siano la soluzione del problema, sia da un punto di vista pragmatico sia, soprattutto, perché indicano un vulnus costituzionale che a noi pare, rispetto alla revoca della cittadinanza, solare (Applausi dei deputati Di Biase e Zaratti).

PRESIDENTE. Saluto gli studenti e i docenti del Liceo scientifico “Galileo Galilei” di Macerata, che assistono ai nostri lavori dalle tribune (Applausi). Li ringraziamo per questo e auguriamo loro ogni fortuna. E ricordiamo che sono presenti, in questo momento in Aula, soltanto i deputati interessati a svolgere il proprio intervento sui provvedimenti all'ordine del giorno, con la presenza, in posizione di ascolto e di eventuale replica per conto del Governo, della Sottosegretaria Wanda Ferro.

È iscritta a parlare la deputata Gardini. Ne ha facoltà.

ELISABETTA GARDINI (FDI). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, Sottosegretario, permettetemi una premessa visto che chi mi ha preceduta ha divagato dal tema principale così tanto, secondo me segno evidente che - lo dico tramite il Presidente - c'è una certa difficoltà a contestare nel merito questo provvedimento, che è frutto soprattutto di buonsenso e di esperienza sul campo. A questo proposito, visto che le opposizioni rivendicano di avere continuamente condannato le violenze, io vorrei - tramite lei, Presidente - invitarle, ancora una volta, a sottoscrivere quella che sarà la proposta di legge di Fratelli d'Italia volta a introdurre l'arresto in flagranza differita e il fermo preventivo anche per i minorenni e ad estendere il reato di associazione a delinquere a questi chiamiamoli “ragazzi”, ma piuttosto teppisti, se non delinquenti, che si organizzano anche occasionalmente o via web per trasformare i cortei in guerriglia urbana.

Detto questo, torniamo al tema, perché parliamo di una materia importante: acquisto e revoca della cittadinanza. La cittadinanza non è soltanto un semplice documento, non è una pratica burocratica o un atto amministrativo, come è già stato ricordato sia dalla relatrice che dal Sottosegretario: la cittadinanza è appartenenza, è identità, è partecipazione a una comunità di diritti, sì, ma anche di doveri e responsabilità. E sono questi due capitoli che non piacciono alla sinistra: doveri e responsabilità (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia). Oramai siamo nella società dei diritti, se non addirittura dei desideri, come è stato denunciato tante volte anche dai Pontefici; questo relativismo che ci uccide.

Quindi, la cittadinanza è un patto di appartenenza fondato - lo ribadisco - su diritti, doveri e principi condivisi ed è questo il significato profondo dell'integrazione. Noi lezioni sull'integrazione non ne prendiamo. Io vengo da una regione - il Veneto -, governata praticamente da sempre dal centrodestra, che è stata, è e continua ad essere - tranne qualche episodio recente - esempio di integrazione. Tutte le ricerche davano il Veneto… Vi ricordate anche Treviso, con il tanto famigerato sindaco-sceriffo? Era la città dove l'integrazione funzionava meglio, perché basata sul lavoro, sui figli che vanno a scuola, sul rispetto delle regole, sull'appartenenza a una comunità che ti accoglie e che devi anche rispettare. Quindi, l'integrazione è questo ed è proprio perché noi attribuiamo valore a questo percorso che dobbiamo attribuire altrettanto valore alla cittadinanza, che ne rappresenta il riconoscimento più alto.

Allora vorrei ricordare un dato che sfata tutta la retorica di questa sinistra, che vuole sempre vedere l'Italia con la maglia nera, mentre noi, invece, siamo pieni di primati positivi. Ma per loro, soprattutto quando noi siamo al Governo, noi dobbiamo sempre indossare la maglia nera, chiedere scusa e dire che siamo sempre all'ultimo posto, anche quando non è così. Secondo Eurostat, nel 2024, oltre 217.000 persone hanno acquisito la cittadinanza italiana. Quindi l'Italia è tra le prime tre Nazioni dell'Unione europea per numero di nuove cittadinanze. E sono numeri, questi, che raccontano una realtà concreta. Questo dato racconta la capacità della nostra società di accogliere percorsi di integrazione e di riconoscerne il compimento. Ma è proprio perché l'Italia riconosce la cittadinanza a così tante persone, che abbiamo il dovere di dare a questo riconoscimento regole chiare e un significato preciso, perché la cittadinanza non può essere considerata un titolo privo di conseguenze, rispetto ai comportamenti di chi l'ha acquisita o la sta acquisendo.

Ed è questo il principio sul quale interviene il provvedimento oggi al nostro esame. Interviene su questa disciplina con attenzione alla responsabilità individuale e al rispetto delle regole, altra cosa che fa venire l'orticaria a certi colleghi che stanno seduti ai banchi delle opposizioni. E vorrei ricordare loro che anche la Corte di giustizia dell'Unione europea, nella sentenza Rottmann del lontano 2010, ha riconosciuto che la disciplina dell'acquisizione e della perdita - acquisizione e perdita, lo ribadisco: acquisizione e perdita della cittadinanza ovviamente, Corte di giustizia dell'Unione europea - rientra nella competenza degli Stati membri, ovviamente nel rispetto del diritto dell'Unione.

E questo ci porta a un altro punto fondamentale, che è già stato ribadito, ma - mai come in questo caso - repetita iuvant, perché non gli entra proprio in testa: la cittadinanza deve essere il punto d'arrivo di un percorso d'integrazione, non il suo punto di partenza. Prima della cittadinanza, viene il rapporto concreto con la comunità nazionale; prima della cittadinanza, vengono la conoscenza della lingua, la partecipazione alla vita sociale, il rispetto delle regole. Poi la cittadinanza riconosce un legame che si è costruito nel tempo. Questo è buonsenso e se lo chiediamo agli italiani, anche a chi vota le opposizioni, nella stragrande maggioranza sono d'accordo con noi. Perché una cosa che non manca agli italiani è il buonsenso.

Ed è per questo che le condizioni previste per acquisirla non sono un dettaglio burocratico; esprimono ciò che la Repubblica considera essenziale per entrare pienamente nella propria comunità politica. È già stato detto della conoscenza della lingua italiana, perché conoscere la lingua italiana non vuol dire soltanto andare al bar a ordinare un caffè. La lingua è uno strumento di autonomia, di libertà, di integrazione reale. E per questo la conoscenza dell'italiano non può essere considerata un adempimento formale; è una condizione richiesta da tutti gli Stati europei. Se vai in Germania devi parlare il tedesco; se vai in Francia devi parlare il francese. Solo in Italia si pretenderebbe da certi partiti politici che a una persona che viene in Italia, insieme alla cittadinanza, si debbano dare l'interprete e il mediatore culturale, a questo punto a vita; altrimenti come fa a vivere e a esercitare i propri diritti?

Ci tengo a sottolineare una cosa: non è vero che ci sono le discriminazioni. Non ci sono cittadini di serie A e cittadini di serie B. Infatti, la nostra Repubblica riconosce i diritti fondamentali a tutte le persone, indipendentemente dalla loro cittadinanza. Però, diventare cittadini significa compiere un passo ulteriore, significa entrare, a pieno titolo, nella comunità politica, per esempio, significa non solo partecipare alla vita dell'oggi, ma anche decidere il domani della propria Nazione. E allora, se permettete, chi vota per decidere il futuro di questa Nazione deve dimostrare che questa Nazione la conosce, la ama, ne rispetta le regole, ne rispetta i principi fondanti, ne rispetta la Costituzione, che è la più bella del mondo, a volte sì e a volte no (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia e del deputato Barabotti).

È per questo che la cittadinanza è così importante e non può essere ridotta alla semplice conseguenza del tempo trascorso sul territorio italiano.

Poi c'è un altro tema. Vede, c'è tanta orticaria che gira quando si parla di queste tematiche, da qualche parte. C'è il tema della responsabilità. Infatti, l'acquisizione della cittadinanza è un passaggio di grande valore, ma non rende irrilevanti i comportamenti successivi. Il rispetto delle regole non è un principio astratto. Acquisire la cittadinanza significa entrare a far parte di una comunità nella quale ai diritti corrispondono i doveri; significa riconoscere che la libertà individuale comporta anche responsabilità nei confronti degli altri e della comunità nazionale. E quando parliamo di responsabilità, dobbiamo ricordare che esistono comportamenti di particolare gravità - li ha citati il Sottosegretario - che violano non soltanto le leggi, ma i principi fondamentali sui quali si regge la nostra convivenza. Il legislatore deve poter stabilire, ovviamente nei limiti del nostro ordinamento, quali conseguenze possano derivare da queste condotte, anche sul piano della cittadinanza acquisita. Lo ripeto: acquisire la cittadinanza significa assumere pienamente, non soltanto i diritti, ma anche i doveri che derivano dall'appartenenza alla nostra Nazione. Quindi, non è vero che conta da dove veniamo, non conta da dove una persona provenga; contano i comportamenti che la legge considera rilevanti e le conseguenze che vi collega.

Quindi, signor Presidente e onorevoli colleghi, per concludere, la cittadinanza italiana è il riconoscimento di un'appartenenza, di un percorso, di una scelta. Per chi la acquisisce rappresenta il punto d'arrivo di un processo di integrazione nella nostra comunità nazionale. È il valore di questo traguardo che noi intendiamo custodire con il provvedimento oggi al nostro esame (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Filiberto Zaratti. Ne ha facoltà.

FILIBERTO ZARATTI (AVS). Grazie, signor Presidente. Signora Sottosegretaria, stiamo discutendo di un provvedimento la cui finalità credo sia nota a tutti. La destra al Governo del Paese, che ormai è rincorsa in tutte le piazze d'Italia da diversi settori sociali - gli autotrasportatori, gli agricoltori, i contadini, gli studenti, gli operai e via dicendo - ha bisogno di recuperare il consenso. Per recuperare il consenso deve inseguire il nuovo protagonista della vita politica italiana, il generale Vannacci, che su questi temi - sulla cittadinanza, sul razzismo e sulla xenofobia - sta costruendo la sua proposta elettorale. Io ho ascoltato le parole della Presidente Meloni: un attacco duro nei confronti di Futuro Nazionale. Ma credo che non bastino quelle parole; serve soprattutto non seguire il generale Vannacci nella sua visione di società.

Ora, sottosegretaria, le vorrei domandare: come mai questa proposta di legge presentata il 31 ottobre 2024 viene discussa proprio oggi, negli ultimi mesi della legislatura? Come mai? Sarà un caso che tra i firmatari di questa proposta di legge ben cinque sono quelli che oggi siedono lassù, in alto, sui banchi di Futuro Nazionale? Vi faccio i nomi: Ravetto, Ziello, Davide Bergamini, Bof e Sasso. Sarà un caso? Io credo che non sia un caso.

State rincorrendo quella manciata di voti, perché avete paura di essere giudicati sulle vostre politiche di Governo, ma ancora una volta volete acquisire il consenso attraverso il ricorso alla paura. Dice la collega Bordonali: noi vogliamo mettere in discussione come è concepita la cittadinanza, che secondo noi deve essere un punto d'arrivo. La discussione sarebbe molto interessante, sarebbe profonda.

Penso che sia anche una discussione che deve essere fatta, perché per un ragazzo o una ragazza che nasce in Italia da genitori stranieri e sta 18 anni tra di noi - adesso la legge gli concede di diventare cittadino o cittadina - non è che quella scelta sia insignificante nella vita di quella persona. Infatti, essere cittadini comporta una serie di diritti e anche di doveri naturalmente, di condizioni di partecipazione alla vita sociale, economica e politica, e può cambiare, anzi, cambia la vita, le prospettive e il futuro di un cittadino.

Quindi è necessario fare questa discussione, anche perché qualcuno mi dovrebbe spiegare, tra voi che volete cambiare la cittadinanza così come è concepita, che cosa accade a questi ragazzi e ragazze che sono nati in Italia, che hanno studiato in Italia, che parlano italiano, che parlano i nostri dialetti, che sono integrati e a cui improvvisamente noi neghiamo la cittadinanza. Cosa fanno? Queste sono persone che normalmente non sono mai state nel loro Paese di origine, che non parlano neanche la lingua del loro Paese di origine. Cosa faranno? A cosa sono destinati? A una vita da clandestini nel nostro Paese.

Voi, che dite sempre che siete per gli stranieri regolarizzati, in realtà state producendo e volete produrre ulteriori clandestini. Forse magari qualche imprenditore che ha pochi scrupoli sarà pure contento, avrà un mercato di più in cui attingere per il lavoro nero, ma certo non mi pare che questo sia coerente con quello che voi avete detto e con quello che voi dite. Dite: bisogna fare in modo che queste persone, se sono state condannate per qualche reato, non devono avere la cittadinanza.

Ma mi spiegate una cosa? Se c'è una persona che per diritto di sangue risiede in Brasile o in qualunque altra parte del mondo e ha commesso reati, voi fate lo stesso ragionamento? No. E la concessione della cittadinanza per ius sanguinis è automatica. Quindi voi ci state dicendo che, se un ragazzo ha inseguito nel campo vicino un cane o un gatto e ha preso una penalità, per questo non può essere cittadino italiano, però ci dite che, faccio un esempio, Jair Bolsonaro, condannato per tentato colpo di Stato, tentata abolizione violenta dello Stato democratico, partecipazione e guida di organizzazione criminale, danneggiamento aggravato di beni pubblici e danneggiamento di beni storici, può essere cittadino italiano, è sufficiente che faccia una domanda.

Ci dite che un narcotrafficante, condannato nel suo Paese per traffico internazionale di droga, essendo nipote di un avo italiano, può prendere la cittadinanza. Ma cosa dite? Cioè, voi volete semplicemente fare propaganda, così come la sta facendo il segretario - ancora per poco, immagino - del partito della collega Bordonali, che annuncia… qui non ci sono colleghi di Forza Italia, però parlo a loro come se fossero presenti: cari colleghi di Forza Italia, Salvini ha detto che la vostra proposta sullo ius scholae è ormai archiviata, non ce n'è più. E, aggiungo io, anche lo ius culturae, perché questi ragazzi nati in Italia, come dire, racchiudono in sé tutte le proposte che sono state fatte da quasi tutti i partiti ragionevoli di questo Parlamento, come quello di fare lo ius scholae, lo ius culturae, ma anche lo ius soli, dato che anche su quel livello hanno le carte in regola.

Ecco, Salvini ci ha detto che, però, l'Italia è al terzo posto per le concessioni di cittadinanza. Una parte consistente, in realtà, lo sapete benissimo, deriva dallo ius sanguinis, ma questo Salvini non lo dice. Ma, anche se così fosse, un Paese di frontiera, come lo è l'Italia, un ponte, come dice la Presidente Meloni, tra l'Europa e l'Africa, storicamente è un Paese dove arrivano persone di tante etnie, di tanti Paesi, e quindi la cittadinanza è un elemento che ha arricchito la nostra cultura per tanto tempo.

Ora voi volete, in base a un interesse elettorale, non in base a un'idea di cittadinanza, ma a una visione della società che è drammaticamente sbagliata, che è drammaticamente ingiusta… Perché, francamente, quando si dice, come fa la collega Bordonali, che ci sono stati incidenti a Milano, a Brescia, noi li condanniamo, noi condanniamo la violenza. Siamo una forza politica non violenta, e quindi noi pensiamo che sia giusto ribellarsi, che sia giusto protestare, ma la violenza ovviamente deve essere fermata. Ma c'è violenza e violenza, perché purtroppo in questi incidenti sono stati coinvolti centinaia di minorenni. Alcuni saranno certamente nati da stranieri in Italia; molti altri, la gran parte, la maggioranza, sono nati da cittadini e cittadine italiani.

Francamente, voi non potete pensare che ci sia un iter diverso dal punto di vista penale, perché quello sì contrasta l'articolo 3 della Costituzione, il principio di uguaglianza. Così chi è italiano per diritto di sangue avrà una procedura e chi invece non è italiano, perché ancora non ha il diritto di acquisire la cittadinanza, perché deve arrivare a 18 anni, sarà sottoposto a questa vostra nuova normativa. Vi pare che possa essere giusto un elemento come questo? Vi pare che possa essere ragionevole? Io francamente sono stupito da come si cerca di inseguire le parti più brutte della destra del nostro Paese, da come si cerca di inseguire la xenofobia, una forma di sostanziale razzismo, per cercare di avere consenso elettorale.

Credo che sia veramente molto sbagliato. Del resto io penso che ci sia anche da valutare un elemento fondamentale. Per la revoca della cittadinanza, la seconda parte di questo provvedimento, fatemi capire - lo dico alla Sottosegretaria Ferro -, avete introdotto la revoca della cittadinanza come pena accessoria? Perché finora non mi risulta che esista nel codice penale del nostro Paese, perché si può essere condannati per i reati che si sono commessi, per cui si è stati giudicati, e a volte il tribunale dà la pena accessoria - interdizione dai pubblici uffici per cinque anni o altre pene accessorie di questo genere -, ma si tratta di pene che sono definite e codificate nel codice.

Adesso la revoca della cittadinanza diventa una pena accessoria? Ma allora, se la revoca della cittadinanza diventa una pena accessoria, mi domando e vi domando: perché per chi è italiano per ius sanguinis questa pena accessoria non vale? Deve valere per tutti in base all'articolo 3 della Costituzione.

Io sono contento che anche esponenti della destra ritengano la Costituzione la più bella del mondo e pensino che debba essere rispettata, ma cominciate a rispettarla quando fate le leggi. Avete fatto una legge elettorale che - Dio buono! - a giudizio di tutti i costituzionalisti italiani è una legge incostituzionale; avete cercato di smontare la Costituzione con la riforma della giustizia bocciata dai cittadini; non avete rispettato la Costituzione con la legge sull'autonomia differenziata, che vi è stata eccepita dalla Corte costituzionale e ciò nonostante voi andate avanti per gli scambi all'interno della vostra maggioranza.

E adesso ci venite a dire che per voi la Costituzione è la più bella del mondo? Se è la più bella del mondo, lasciatela così com'è, non la cambiate, non ci mettete le mani. Fateci questa cortesia, soprattutto quando sono in gioco i diritti delle persone! Voi dite: ma alcuni di questi non parlano italiano. A parte che questi parlano italiano meglio di me, meglio di voi e meglio di molti di noi, perché ascolto tanti interventi dove l'italiano effettivamente è un po' zoppicante. Parlano i nostri dialetti, vivono nelle nostre città, ci sono nati. Adesso questi ragazzi e queste ragazze non parlano l'italiano? Ma comunque, anche se così fosse, non è che questo problema nel nostro Paese non lo abbiamo mai affrontato.

Alla fine degli anni Sessanta a Torino, grazie all'immigrazione dal Sud Italia per lavorare nelle fabbriche del Nord e in modo particolare a quelle di Torino, nelle scuole di quella città si verificò il caso che tantissimi bambini, tantissimi ragazzi e ragazze che venivano dal Sud parlavano un dialetto stretto. Era un problema. Che fecero, gli tolsero la cittadinanza? No, fecero una cosa che uno Stato democratico fa: assunsero un numero grande e nuovo di insegnanti, fondarono e idearono per la prima volta il tempo pieno a scuola e, in quel modo, recuperarono il gap linguistico di questi ragazzi e di queste ragazze. Quindi, le strade per recuperare il gap ci sono e si devono intraprendere, non servono leggi come queste che vi serviranno a inseguire qualche “zero virgola” di consenso, ma fanno male a una visione del nostro Paese, fanno male a un'idea di uguaglianza, fanno male a un'idea di solidarietà e di accoglienza, cosa che noi dovremmo mettere al centro del nostro programma di lavoro.

Voi dovete essere coerenti. Dite: noi siamo contro i clandestini, però di quelli che arrivano con i decreti Flussi siamo contenti perché servono. E servono, servono davvero. Perché servono davvero? Perché centinaia e centinaia di aziende italiane - del settore agricolo ma non solo, anche del settore manifatturiero - chiedono costantemente la possibilità di avere lavoratori stranieri perché non riescono a occupare tanti posti in organico nelle loro aziende. Da qui il decreto Flussi, signora Sottosegretaria. Tant'è che lo scorso anno avete fatto un bando per circa 165.000 ingressi. Sa quanti ne sono arrivati in base a questo decreto Flussi? Solo 12.500. Fatta la legge, trovato l'inganno, così si dice. Sono dati ufficiali, se li vada a vedere, Sottosegretaria, quando cito i numeri lo faccio perché li ho visti, quindi stia tranquilla che è così. Ciò per tante ragioni, perché magari hanno fatto una selezione, ci saranno tante ragioni. I dati sono questi e sono peggiorativi anche rispetto all'anno precedente, che erano stati circa 15.000 quelli accolti.

Allora, basta con la propaganda, cerchiamo invece di fare le scelte necessarie per il Paese. E un Paese, per poter crescere, ha bisogno di idee, di persone che lavorano, che si integrano. Certo, i ragazzi che sono nati qua - lo dico a tutti i colleghi e le colleghe - sono integrati tantissimo nella nostra società, non sempre, purtroppo, perché questa è una società difficile, con tanti problemi, con tante difficoltà e non sempre vivono nei quartieri migliori delle nostre città, a volte vivono nei quartieri peggiori. Però, come tutti quelli che vivono in Italia, quelli che sono nati in Italia hanno il diritto di poter cambiare, di poter crescere e di migliorare la propria vita (Applausi del deputato Fornaro).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Barabotti. Ne ha facoltà.

ANDREA BARABOTTI (LEGA). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, Governo, la Camera è chiamata a discutere oggi le modalità per l'acquisizione della cittadinanza italiana e i motivi della sua revoca. Presidente, mi consenta di iniziare questo intervento partendo da una precisa impostazione semantica, che una certa sinistra vuole introdurre e imporre nel dibattito pubblico.

Voglio iniziare con il dire che ciò che la sinistra chiama italiani di seconda generazione, per quanto riguarda il nostro ordinamento e le nostre istituzioni, spesso italiani non sono. In questa definizione, spesso vengono ricompresi, infatti, i figli stranieri di stranieri arrivati in Italia e, piaccia o non piaccia, se vogliamo raccontare agli italiani come stanno le cose, dobbiamo smettere di utilizzare questo termine in modo improprio, anche a tutela di chi, da straniero minorenne in Italia, frequenta le nostre scuole e, come ricordava meglio di me la collega e relatrice Bordonali, rispetta le nostre regole, rispetta la nostra cultura e ambisce ad ottenere la cittadinanza per dare davvero un contributo positivo alla nostra società.

Fatto sta che da anni la sinistra e il mainstream, quando si parla di cittadinanza, ci impongono un dibattito fatto esclusivamente di tempi, di procedure e di diritti. E fa sorridere pensare che quella stessa sinistra che in passato ha promosso il referendum per dimezzare i termini della naturalizzazione a cinque anni anziché dieci, quella stessa sinistra che vorrebbe lo ius soli sul nostro territorio, quella stessa sinistra che con queste norme darebbe il diritto di voto a oltre 2 milioni di stranieri sul nostro territorio, ci racconti che questa legge nasce per motivi elettorali.

E allora noi oggi vogliamo parlare, sì, di cittadinanza, ma vogliamo farlo a partire da presupposti diversi: da identità, dal rispetto e dai doveri. Perché ogni volta che si parla di cittadinanza, dobbiamo domandarci che cosa significhi appartenere ad una comunità nazionale e che peso debbano avere le nostre leggi, l'integrazione, la capacità di conoscere e di parlare la nostra lingua perché questo percorso di integrazione sia reale e compiuto. Sono tutte domande a cui noi diamo risposta con questa proposta.

Perché la cittadinanza non è soltanto lo status che viene riconosciuto a un cittadino che prima era straniero, è soprattutto il legame che quella persona assume con gli altri cittadini e con la nostra Repubblica. E ce lo dimostrano plasticamente, purtroppo, anche le immagini delle violenze che abbiamo visto in questi giorni in numerose delle nostre città: saccheggi, violenze, aggressioni alle Forze dell'ordine. Tutte immagini che hanno visto il protagonismo di quelli che la sinistra si ostina a chiamare italiani di seconda generazione, ma che in realtà sono stranieri, immeritatamente in Italia da generazioni. Attenzione, noi non vogliamo negare che una comunità possa e debba essere aperta alla diversità e all'incontro con le altre culture, ma apertura non può significare assenza di rispetto delle regole, assenza di rispetto verso la Nazione ospitante.

È una questione che tocca l'Italia oggi e che attraversa tutto l'Occidente. E c'è un intervento pubblico molto significativo su questo fronte dell'attuale Ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan, che vorrei richiamare.

Ha detto a Riad, nel corso di un incontro pubblico, riferendosi all'Occidente: Vi illudete di conoscere l'Islam e il Medio Oriente molto meglio di quanto li conosciamo noi. Mi dispiace, ma questa è pura ignoranza. Verrà un giorno in cui vedremo molti più estremisti radicali, molti più terroristi in Europa che altrove e questo a causa dell'incapacità di prendere decisioni nel tentativo di essere politicamente corretti.

Queste sono le affermazioni del Ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti riferite nel corso di una conferenza a Riad proprio sul terrorismo e la radicalizzazione nel 2017. Sono passati nove anni. Purtroppo, a causa del politicamente corretto, in Italia e in altri Paesi europei abbiamo confuso la tolleranza con la sopportazione. Se non ci diamo regole tempestivamente, come stiamo facendo oggi, in luogo dell'integrazione dei cittadini stranieri noi avremo la sottomissione dei nostri cittadini. Ci muovete accuse di razzismo, di xenofobia, di fascismo? Ce ne faremo una ragione, collega Zaratti.

Tanto sulla sicurezza, quanto sulla scuola o sulla gestione dell'immigrazione incontrollata, tutti i provvedimenti che abbiamo assunto vanno in questa direzione. E mentre voi fate i conti con la vostra ideologia o, forse, con la vostra convenienza, noi facciamo i conti con la nostra coscienza e con la fiducia che ci hanno dato gli italiani di governare questo Paese e di proiettarlo nel futuro, conservando la nostra civiltà, conservando la nostra cultura e tutelando i nostri cittadini.

Allora, le norme che discutiamo oggi sulla concessione e sulla revoca della cittadinanza, vanno in questa direzione, perché la cittadinanza è l'istituto attraverso il quale si esprime più chiaramente il legame tra la persona e la comunità nazionale che lo ospita. E qui arriviamo al merito del provvedimento: la prima innovazione riguarda lo straniero nato in Italia e residente legalmente, senza interruzioni, fino alla maggiore età. Per essere chiari: parliamo di quella categoria in cui sono ricompresi anche i “maranza” e i tanti violenti che abbiamo visto devastare e saccheggiare in questi giorni.

Per questi soggetti, la legislazione vigente, le norme attuali, prevedono la possibilità di acquistare la cittadinanza attraverso una dichiarazione di volontà, senza filtri, senza valutazioni. La proposta della Lega introduce nuove cause ostative legate a determinate condanne penali: parliamo di delitti contro lo Stato, ma anche di condanne definitive per spaccio, rapina, violenza sessuale o reati che abbiano l'aggravante dell'odio verso l'Italia e gli italiani, introducendo anche la sospensione della domanda per quei procedimenti che, a livello giudiziario, sono ancora in fase di perfezionamento.

La seconda innovazione riguarda la naturalizzazione, ovvero riguarda quei cittadini che, dopo dieci anni di residenza legale nel nostro Paese, decidono di fare domanda per diventare italiani. La sinistra, lo sappiamo, vorrebbe portare il requisito della residenza legale in Italia da dieci anni a cinque anni; altro che tempi più corti. Con questa proposta, prevediamo il diniego della cittadinanza per i condannati, la sospensione per i richiedenti in attesa di giudizio e una decisa stretta sulla valutazione di reale integrazione nel nostro tessuto sociale e sulla reale conoscenza della lingua italiana.

Perché il tempo da solo non è sufficiente a stabilire se una persona meriti, o meno, di diventare cittadino italiano. Basta affacciarsi qua, fuori da questi palazzi, a cinque minuti da qua, e scambiare due parole con i tanti pachistani, con i tanti bengalesi, con i tanti africani arrivati in Italia che sono qua, a volte da oltre dieci anni, e che non riescono a capire e intrattenere un colloquio banale in italiano. Io l'ho fatto, sono sicuro, l'ho fatto; fatelo anche voi, prendete contatto con il mondo reale.

La terza innovazione, invece, riguarda la conoscenza della lingua italiana. Poche settimane fa, abbiamo assistito a una vicenda che ha fatto discutere tutta Italia: a Cadoneghe, in provincia di Padova, il sindaco della Lega ha interrotto una cerimonia di giuramento per l'acquisto della cittadinanza. La donna interessata, di origine marocchina, stava sul nostro territorio da 15 anni. Non riusciva a comunicare in italiano, non riusciva nemmeno a leggere in italiano il giuramento che doveva prestare. Allora il sindaco Schiesaro si è assunto la responsabilità di interrompere quel giuramento per difendere non i suoi interessi, ma gli interessi della sua e della nostra comunità nazionale. Al posto dei ringraziamenti ha ricevuto polemiche da sinistra, critiche politiche, ha addirittura ricevuto minacce e maledizioni dal capo della comunità islamica del luogo.

Ora, io mi domando: come fanno i colleghi di sinistra, signor Presidente, a non sentire, in cuor loro, il bisogno di ringraziare questo bravo sindaco? Come si può accettare che diventi italiano chi non conosce una parola della nostra lingua? E allora, in linea con la decisione di quel bravo sindaco, questa proposta interviene per fare in modo che la conoscenza dell'italiano diventi un requisito fondamentale anche in quei casi che, a legislazione vigente, sarebbero esentati.

La quarta innovazione riguarda la revoca della cittadinanza a quei cittadini stranieri che l'hanno acquisita, ma che dimostrano di non meritarla. La proposta amplia, infatti, le fattispecie per le quali, in presenza di una condanna definitiva e delle condizioni previste dalla legge, può intervenire la revoca. Fatto salvo ciò che prevedono le convenzioni internazionali, ad esempio sulla apolidia, se ottieni la cittadinanza, ma ti macchi di delitti aggravati dal metodo mafioso, se ottieni la cittadinanza, ma ti macchi di delitti che riguardano la tratta di esseri umani, di mutilazioni genitali nei confronti delle donne o di condotte che mettono a rischio l'interesse pubblico, noi con la tua cittadinanza ci facciamo coriandoli.

Mi avvio alla conclusione, Presidente, con una considerazione che riguarda anche l'attualità: città devastate, negozi saccheggiati, agenti aggrediti. Quei ragazzi stranieri che hanno partecipato in gran numero a quegli atti vili e delinquenziali se la meritano la cittadinanza italiana o non se la meritano? Per noi la risposta è “no” e, pertanto, annunciamo in questa sede degli emendamenti - che presenteremo qui, in Aula - per ricomprendere, fra i motivi ostativi alla concessione della cittadinanza, anche altri gravi reati, fra cui la devastazione, il saccheggio, l'aggressione e l'oltraggio a pubblico ufficiale, perché chi indossa una divisa rappresenta lo Stato.

Colleghi, uno Stato nazionale è tale solo quando sussistono i suoi elementi costitutivi: la possibilità di esercitare la sovranità, la possibilità di esercitarla all'interno di un territorio racchiuso da confini e, in ultimo, un popolo fatto di cittadini che condividono lingua, cultura, che rispettano le regole. Mentre la sinistra lavora per distruggere gli Stati nazionali, noi, signor Presidente, sappiamo benissimo da che parte stare: noi stiamo dalla parte di quelle studentesse che questa mattina sono scese in piazza con il tricolore sulle spalle a ripulire i danni, a ripulire lo sporco, a ripulire l'inciviltà che le devastazioni di ieri hanno lasciato in città. Noi, signor Presidente, stiamo con questa bandiera (Il deputato Barabotti mostra la bandiera italiana). La cittadinanza italiana non si regala.

PRESIDENTE. Tolga la bandiera, grazie.

È iscritta a parlare la deputata Baldino. Ne ha facoltà.

VITTORIA BALDINO (M5S). Grazie, signor Presidente. Sottosegretaria Ferro, relatrice, colleghi e colleghe, io sarò breve. Sono molto d'accordo con le cose che sono state dette dai colleghi che mi hanno preceduta, non dall'ultimo collega che mi ha preceduta, evidentemente: nel merito ci siamo espressi in Commissione e ci esprimeremo, perché credo che questo tema abbia bisogno di tutto fuorché di retorica ipocrita, fuorché di retorica paternalistica o materialistica nei confronti di chi è, purtroppo per lui, straniero nel nostro Paese.

Oggi in quest'Aula, talmente vuota da far rimbombare le nostre voci, ci sono due immagini che dovrebbero entrare e che non entrano o, comunque, non entrano in pari grado come dovrebbero: l'immagine dei supermercati devastati da gruppi di persone che in quel momento delinquono e l'immagine degli scaffali di quei supermercati vuoti a causa delle proteste di altri cittadini, probabilmente italiani, che protestano per le condizioni di vita a cui questo Governo, dopo quattro anni, li ha costretti. Noi abbiamo supermercati con scaffali vuoti, stazioni di servizio con il carburante finito, camion pieni di merci fermi, scuole occupate, studenti che protestano, operai e pensionati che vi stanno chiedendo aiuto.

Ecco, quella voce, quelle proteste, l'immagine di quei supermercati, qui, oggi, non entra. Entrano prepotentemente in quest'Aula, in tutte le prime pagine di alcuni giornali e le prime notizie di alcuni telegiornali, le immagini dei supermercati devastati; trovano più spazio delle immagini dei supermercati vuoti e degli scaffali vuoti. Perché? Perché la prima immagine, quella dei supermercati devastati, impone a qualcuno di pensare o di dire qualcosa; l'immagine degli scaffali dei supermercati vuoti impone a qualcuno di fare qualcosa. È molto più facile dire, pensare o dire cosa pensare agli altri piuttosto che fare qualcosa, piuttosto che assumersi delle responsabilità. Responsabilità. Ne abbiamo sentito parlare negli interventi dei colleghi e delle colleghe della maggioranza che ci hanno preceduto: bisogna avere la responsabilità di essere italiani.

Ecco, perché respingiamo anche questa retorica e respingiamo questa proposta di legge? La respingiamo perché respingiamo l'idea di società che la ispira. Perché respingiamo la retorica insopportabile dello straniero che rappresenta la minaccia. Perché respingiamo la retorica insopportabile del nemico da trovare. Perché respingiamo la retorica insopportabile che sia sempre colpa di qualcun altro, che sia sempre colpa di qualcuno, che ci sia sempre qualcuno da additare e qualcuno destinatario di norme repressive.

Respingiamo questa proposta di legge perché respingiamo la retorica della paura che alberga nei vostri discorsi, nei vostri programmi, nella vostra azione politica e nella vostra azione di Governo. Ecco perché respingiamo questa proposta di legge.

Guardate, questa idea è molto più pragmatica di quanto vogliate far credere. Parlate di ideologia: allora cosa c'è di più ideologico dei discorsi che ho ascoltato? Cioè che - e mi perdoni la collega Bordonali, di cui ho tantissima stima e lei lo sa - questa proposta di legge serve a quasi un milione…ai 900.000 studenti e studentesse italiani che sono in attesa della cittadinanza; cosa c'è di più ideologico di questo? Ai 900.000 studenti e studentesse - un milione, quasi, di ragazzi e ragazze - che sono italiani e italiane, che frequentano le nostre scuole, che vanno a scuola coi nostri figli e i cui genitori mandano avanti il nostro Paese, che aspettano da anni la cittadinanza, che meriterebbero di essere cittadini italiani, perché lo sono, perché sentono di esserlo, che cosa possiamo dire? No, non possiamo darvi la cittadinanza, però guardate che la stiamo togliendo a chi delinque, la stiamo togliendo a chi, come voi, ha atteso da anni e adesso delinque.

Pensate che siano soddisfatti quei ragazzi? Pensate che questo possa portare maggiore progresso o pensate che questo possa portare minore delinquenza nelle nostre strade, nelle nostre piazze, nei nostri quartieri periferici? Pensate davvero che la ricetta alla marginalità sociale e alla delinquenza di alcune sacche di persone, soprattutto di minori, nella nostra società, sia la revoca della cittadinanza? Tremate, signori, perché in Italia, se delinqui, ti tolgono la cittadinanza.

Pensate che possa essere davvero questa la risposta a quello che sta accadendo nel nostro Paese? No perché, se pensate questo, credo che abbiamo veramente un grande problema, anche perché questa è stata la vostra ricetta in quattro anni di Governo. In quattro anni di Governo ci avete raccontato che, attraverso misure, norme, provvedimenti e novelle sensazionalistici, si potessero risolvere i problemi di sicurezza del nostro Paese, il problema della difesa dell'identità nazionale del nostro Paese. Sono state talmente tante che non riusciamo nemmeno più a starvi dietro rispetto a quante norme avete prodotto e a quante ne avete annunciate soltanto nelle ultime 24 ore.

Per non parlare di quello che sta accadendo nelle piazze e delle rivendicazioni dei cittadini e delle cittadine che non ce la fanno più e che hanno smesso, giustamente, di sopportare. Continuate a produrre annunci di proposte di legge repressive e di soluzioni che risolverebbero il problema della sicurezza nel nostro Paese, soprattutto riguardo a reati commessi da minori e da minori stranieri. In questi quattro anni non avete fatto altro che produrre questo e quali sono stati i risultati, colleghi?

Pensate che oggi l'Italia sia un Paese più sicuro dopo l'ottantacinquesimo pacchetto di sicurezza che avete presentato, dopo la millesima fattispecie di reato introdotta, la millesima pena o aggravante di pena che avete introdotto? Pensate che l'Italia sia un Paese più sicuro? Noi no: non solo non lo pensiamo, ma abbiamo una visione diametralmente opposta rispetto alla vostra perché la vostra, fino ad oggi, ha portato a un gigantesco nulla di fatto e a un aumento del disagio sociale che, purtroppo, porta anche chi spesso non ha nulla a percorrere, per forza, la strada della violenza, della delinquenza e della marginalità sociale. Quindi, quello che, secondo me, oggi dovremmo chiederci, a proposito della responsabilità di sentirsi e di essere cittadini italiani, dei diritti, ma soprattutto dei doveri a cui il cittadino deve adempiere e dell'importanza - lo diceva la Sottosegretaria Ferro - dell'integrazione nel nostro Paese, è questo: cosa avete fatto in questi quattro anni per garantire questa effettiva integrazione? Avete effettivamente consentito, garantito e permesso ai tantissimi stranieri che sono sul nostro territorio di integrarsi nella società? Dove sono questi percorsi di integrazione? Oppure avete soltanto demonizzato la figura dello straniero in tutti questi anni? La demonizzazione porta anche a un alibi, che io assolutamente non giustifico ma che porta alcune persone a pensare che non ci sia altra strada che associarsi ad un branco che, magari, gli dà una speranza perché la speranza nello Stato non l'ha potuta trovare.

E allora sì, noi facciamo parte di quelle sinistre - io, almeno - che vorrebbero dimezzare i termini per ottenere la cittadinanza per naturalizzazione. Sì, lo confesso, penso sia necessario. Io penso sia necessario introdurre un'ulteriore fattispecie di acquisto della cittadinanza, che è quella dello ius scholae, perché credo nella capacità di integrazione della nostra scuola. Non sono e non siamo assolutamente d'accordo sul fatto che individuare nello straniero il nemico della Nazione e della società aiuti a risolvere il problema della mancata integrazione; anzi marginalizza ancora di più. Ecco perché noi respingiamo questa proposta di legge.

Perché, guardate, si può parlare di tutto; io penso che, al di là delle ideologie, alcune volte delle norme e posizioni di buon senso possano essere raccolte da destra, da sinistra o dal centro e ci si possa incontrare su alcuni obiettivi che riteniamo giusti per avere un Paese migliore in prospettiva. Però non possiamo accettare che, oggi, con un milione di ragazzi e ragazze che attendono di avere la cittadinanza italiana, nel Paese più vecchio d'Europa e con minor giovani d'Europa - l'Italia è il Paese che ha il minor numero di giovani in Europa -, invece di discutere di semplificare le modalità di acquisto della cittadinanza, discutiamo di sospendere, revocare e precludere l'acquisto della cittadinanza.

Non è di questo che oggi avremmo dovuto discutere: oggi avremmo dovuto discutere di come integrare le tante persone straniere che sono sul nostro territorio. Non avremmo dovuto discutere di tetti nelle scuole e non avremmo dovuto discutere dei figli dei lavoratori che avete fatto entrare col decreto Flussi; mentre i genitori vi servono come forza lavoro, i figli li mandiamo via dalle loro scuole perché sono troppi. Non avremmo dovuto discutere di questo. Se volete effettivamente garantire l'unità della nostra Repubblica e la sicurezza nelle nostre strade, non è di questo che dobbiamo discutere oggi, perché non è questo che porta maggiore sicurezza e maggiore integrazione nel nostro Paese. E allora concludo, Presidente, perché la differenza tra la nostra idea di società, tra la nostra visione e la vostra è abbastanza chiara.

Per voi l'appartenenza è qualcosa da concedere con diffidenza; per noi è una responsabilità comune e collettiva da riconoscere e costruire. Finché continuerete a cercare nemici tra le persone che, tra mille difficoltà - a differenza vostra -, vivono, studiano e lavorano in questo Paese, noi continueremo a ricordarvi che l'Italia non diventa più forte quando esclude qualcuno, ma quando è capace di non considerarlo per sempre uno straniero. Ed è quello che voi volete fare.

E allora, a proposito di delinquenza, prendo in prestito una massima di Bertolt Brecht: Diceva: “Ci sono molti modi di uccidere” - io direi: ci sono molti modi di delinquere - “si può infilare a qualcuno un coltello nel ventre, togliergli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massacrarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra. Solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro Stato”. E se noi diciamo che ci sono molti modi di non assumersi le proprie responsabilità, sì, solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro Stato. Allora, invece di pensare di proibire qualcosa, di precludere qualcosa, pensiamo a quali sono oggi le nostre responsabilità e pensiamo se queste responsabilità le stiamo assolvendo per tutti e tutte, cittadini e stranieri che abitano su questo territorio.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

(Repliche - A.C. 2124-A?)

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare la relatrice, deputata Simona Bordonali, per tre minuti.

SIMONA BORDONALI, Relatrice. Grazie, Presidente. Cercherò di essere velocissima, anche perché di materiale su cui rispondere ce n'è tantissimo. Partirei dall'onorevole Baldino, visto che è l'unica che è rimasta in Aula fino ad ora.

Tramite lei, Presidente, risponderei all'onorevole Baldino, che chiede che ne sarà di quel milione di giovani in attesa di cittadinanza. Ecco, volevo avvisare lei, come gli altri colleghi, che basta non delinquere e con questa legge non cambia altro. Noi abbiamo inserito solo il principio che chi delinque dovrà attendere: non gli viene concessa la cittadinanza e se, successivamente, si comporterà bene per altri dieci anni, gli verrà concessa. Non cambia assolutamente niente se una persona non delinque.

Ma allora, colleghi, vi state preoccupando di chi viene qua, delinque e vuole la cittadinanza (Applausi dei deputati dei gruppi Lega-Salvini Premier e Fratelli d'Italia)? Perché quello non cambia assolutamente. Chi viene nel nostro Paese e si comporta bene avrà la cittadinanza.

Ed è proprio per questi ragazzi stranieri che si comportano bene, che studiano, si integrano e rispettano le nostre regole che dobbiamo creare questa differenziazione tra chi commette reati e chi non li commette, e stabilire a chi è giusto dare la cittadinanza e a chi è giusto non darla.

Il collega Zaratti, invece, si chiedeva: cosa accade a quei ragazzi che delinquono e ai quali non diamo la cittadinanza? Visto che delinquono e noi non diamo la cittadinanza perché hanno commesso reati che sono penalmente rilevanti fino ai tre anni, io mi auguro che siano in galera. Che cosa succederà a questi?

Io mi auguro che, oltre a non dargli la cittadinanza, siano messi in galera per fare un recupero. Magari, usciti dalla galera, faranno dieci anni di buona condotta e, quindi, successivamente diventeranno cittadini italiani. Oppure, se non andranno in galera - come è previsto -, faranno riabilitazione, che sospende il provvedimento, e a quel punto, nel momento in cui c'è la riabilitazione, potranno ottenere la cittadinanza. Termino. Mi scusi, Presidente, ma sono state avanzate tante cose che non sono reali.

Sulla revoca della cittadinanza ho sentito dire che è incostituzionale. Se è incostituzionale, già oggi è prevista la revoca e nessuno si è accorto che era anticostituzionale (Applausi dei deputati dei gruppi Lega-Salvini Premier e Fratelli d'Italia)?

E in più, aggiungiamo un'altra cosa. Si dice che siamo brutti e cattivi e che questo Governo è terribile, ma vi avviso di un'altra cosa, cari colleghi, ossia che la revoca è presente anche in altri Stati europei: è presente in Francia, nei Paesi Bassi e in Germania. Quindi, non solo questo Governo è brutto e cattivo.

PRESIDENTE. Concluda.

SIMONA BORDONALI, Relatrice. Concludo, Presidente. Penso che di cose da dire ce ne sarebbero tante altre. Io invito i colleghi a leggersi bene la legge, perché questo Governo e questa proposta di legge, voluta dalla Lega, ha un solo obiettivo: a chi si integra nel nostro territorio - e fortunatamente ci sono cittadini stranieri che si integrano e rispettano le regole - vengono riconosciuti tutti i diritti, compreso il diritto alla scuola, all'istruzione e alla sanità che sono garantiti a tutti indipendentemente, anche al di là del comportamento talvolta. Ma il diritto di cittadinanza deve essere garantito solo a coloro che si integrano realmente.

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare, se lo ritiene, la rappresentante del Governo, Sottosegretaria Wanda Ferro: rinuncia.

(Annunzio di questioni pregiudiziali di costituzionalità e di una questione pregiudiziale di merito - A.C. 2124-A?)

PRESIDENTE. Avverto che, a norma dell'articolo 40, comma 1, del Regolamento, sono state presentate le questioni pregiudiziali di costituzionalità Alfonso Colucci ed altri n. 1 e Zaratti ed altri n. 2 e la questione pregiudiziale di merito Bonafe' ed altri n. 1, che saranno esaminate e poste in votazione prima di passare all'esame degli articoli del provvedimento.

Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

Sospendo, a questo punto, brevemente la seduta, che riprenderà alle ore 15,05, per lo svolgimento delle ulteriori due discussioni generali. La seduta è sospesa.

La seduta, sospesa alle 14,35, è ripresa alle 15,08.

Missioni.

PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla ripresa pomeridiana della seduta sono complessivamente 73, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta in corso.

Discussione della proposta di legge: Alfonso Colucci ed altri: “Riduzione dei termini per la liquidazione del trattamento di fine servizio dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche e rivalutazione dei limiti di importo per l'erogazione rateale del medesimo trattamento” (A.C. 1254?) e dell'abbinata proposta di legge: Bagnasco ed altri (A.C. 1264?) (ore 15,09).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge n. 1254?: “Riduzione dei termini per la liquidazione del trattamento di fine servizio dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche e rivalutazione dei limiti di importo per l'erogazione rateale del medesimo trattamento” e dell'abbinata proposta di legge n. 1264?.

Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (Vedi calendario).

Do la parola al presidente della Commissione, deputato Walter Rizzetto, per riferire sui lavori svolti dalla Commissione.

WALTER RIZZETTO, Presidente della XI Commissione. Grazie, Presidente Rampelli. Buongiorno, Sottosegretario Matilde Siracusano. Presidente, le proposte di legge che oggi giungono all'esame dell'Assemblea recano disposizioni in materia di riduzione dei termini per la liquidazione del trattamento di fine servizio dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche e rivalutazione dei limiti di importo per l'erogazione rateale del medesimo trattamento.

Ricordo che la proposta di legge n. 1254?, Alfonso Colucci, risulta iscritta nel vigente calendario dell'Assemblea in quota opposizione per il gruppo MoVimento 5 Stelle.

Nel ripercorrere l'iter in Commissione, ricordo in primo luogo che la XI Commissione (Lavoro) ha avviato nella seduta dell'11 gennaio 2024 l'esame in sede referente della proposta di legge Alfonso Colucci, mentre nella successiva seduta del 24 gennaio 2024 è stata abbinata la proposta di legge Bagnasco, la n. 1264.

Nella successiva seduta del 31 gennaio 2024, la Commissione ha deliberato di adottare come testo base, per il prosieguo dell'esame, il testo della proposta di legge Alfonso Colucci, nonché di richiedere al Governo la trasmissione della relazione tecnica, ai sensi dell'articolo 17, comma 5, della legge n. 196 del 2009, entro il termine di 15 giorni. La relazione tecnica, predisposta dall'INPS e accompagnata dalla nota della Ragioneria generale dello Stato, è stata poi trasmessa dal Governo in data 13 marzo 2024 e nella medesima data è stata inviata ai componenti della Commissione.

Faccio presente che la relazione tecnica è stata negativamente verificata dalla Ragioneria dello Stato. Nella nota si legge, infatti, che il provvedimento, che consta di un solo articolo, attraverso la riduzione dei termini per il pagamento del TFS/TFR da 12 a 3 mesi, prevista al comma 1, e la rivalutazione dei limiti di importo per l'erogazione rateale del medesimo trattamento, prevista dal comma 2, determina - come evidenziato anche dalla relazione tecnica, soprattutto, direi, dalla relazione tecnica - effetti peggiorativi sui saldi di finanza pubblica, in particolar modo in termini di fabbisogno e di indebitamento netto, privi di copertura.

Si evidenzia inoltre che il testo non provvede ad alcuna quantificazione degli oneri, che nella relazione tecnica, per esempio con riferimento all'anno iniziale di operatività del provvedimento, vengono stimati in 3.828,5 milioni di euro (3,8 miliardi). La nota fa presente, inoltre, che la decorrenza retroattiva, prevista dal secondo periodo del comma 2, potrebbe prestarsi a contenziosi e quindi determinare ulteriori oneri. La nota della Ragioneria generale dello Stato, pertanto, ribadisce il parere contrario all'ulteriore corso del provvedimento.

Tenendo conto delle criticità finanziarie evidenziate dalla relazione tecnica, nella seduta del 26 marzo 2025 la Commissione ha deliberato la costituzione di un Comitato ristretto con il compito di pervenire - sulla base del contenuto della relazione tecnica - alla predisposizione di un nuovo testo che permettesse di superare le predette criticità di carattere finanziario rilevate nel corso dell'esame della proposta di legge.

Nel corso delle riunioni del Comitato ristretto - che si è riunito svariate volte nel corso del tempo, a cominciare dal 2 aprile 2025 per terminare il 1° ottobre 2026 - è tuttavia emersa l'estrema difficoltà di pervenire alla predisposizione di un nuovo testo che permettesse di superare le criticità di carattere finanziario rilevate nella relazione tecnica trasmessa dal Governo con riferimento alla proposta di legge Alfonso Colucci adottata dalla Commissione come testo base. Sarebbe stato praticamente uguale anche se noi avessimo esteso questo tipo di protocollo - chiamiamolo protocollo - anche alla proposta di maggioranza.

Pertanto, nella seduta della Commissione plenaria del 7 ottobre scorso, proprio al fine di consentire l'avvio in discussione in Assemblea del provvedimento previsto per la giornata odierna di lunedì 19 ottobre 2026, la Commissione ha convenuto di concludere l'esame in sede referente, senza conferire mandato alla relatrice per riferire all'Assemblea.

Sulla base di quanto convenuto all'unanimità, nella medesima giornata del 7 ottobre scorso, in sede di ufficio di presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi, ha preso atto che, in considerazione dello stato dell'iter del provvedimento, non essendo ancora stato predisposto il nuovo testo base rispetto al quale poi svolgere la fase emendativa, la Commissione non era, e non è, nelle condizioni di deliberare il conferimento del mandato alla relatrice a riferire in Assemblea.

La Commissione ha infine confermato l'adozione della proposta n. 1254 Alfonso Colucci quale testo base per lo svolgimento della discussione in Assemblea.

(Discussione sulle linee generali - A.C. 1254? e abbinata)

PRESIDENTE. Nel prendere atto di quanto precisato in ordine alla decisione della Commissione di scegliere come testo base la proposta di legge n. 1254? Alfonso Colucci, anche ai fini della presentazione degli emendamenti in Assemblea, dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.

Ha facoltà di intervenire, se lo ritiene, la rappresentante del Governo, la Sottosegretaria Siracusano, che rinuncia. È iscritta a parlare la deputata Immacolata Zurzolo. Ne ha facoltà.

IMMACOLATA ZURZOLO (FDI). Grazie, Presidente. Sottosegretario, onorevoli colleghi, la proposta di legge in esame affronta il tema della liquidazione del trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici e dei tempi entro i quali il lavoratore può disporre delle somme che gli spettano alla conclusione del rapporto di lavoro. È un tema che investe direttamente il principio della giusta retribuzione, perché la tutela di quanto maturato durante il servizio riguarda anche il momento in cui viene effettivamente corrisposto.

Il trattamento di fine servizio è un'indennità riconosciuta ai dipendenti pubblici statali assunti a tempo indeterminato prima del 1° gennaio 2001, omologa al trattamento di fine rapporto. La sua erogazione segue tempi diversi, a seconda della causa di cessazione del servizio. Proprio questi tempi, insieme al pagamento rateale, costituiscono il problema sul quale il provvedimento intende intervenire.

Per chi conclude il proprio percorso lavorativo al raggiungimento dei limiti di età o di servizio, l'attesa della liquidazione incide sulla disponibilità di una componente della retribuzione già maturata. Nel settore pubblico, a tale attesa, può aggiungersi la suddivisione del pagamento in più annualità. Si determina così una distanza significativa tra la fine del rapporto di lavoro e il momento in cui il dipendente riceve l'intero trattamento. Il confronto con il settore privato, nel quale il trattamento di fine rapporto viene generalmente corrisposto in tempi più brevi, rende evidente la necessità di affrontare questa differenza.

Le modalità di pagamento devono essere valutate tenendo conto della natura retributiva della prestazione e della funzione previdenziale che essa svolge. Il trattamento di fine servizio, infatti, contribuisce alla sicurezza economica del lavoratore nel momento in cui termina l'attività, ritardarne la disponibilità significa incidere sulla sua capacità di assolvere a questa funzione. È per questa ragione che la questione dei tempi di liquidazione assume rilievo costituzionale.

Con la sentenza n. 130 del 23 giugno 2023, la Corte costituzionale ha rilevato il contrasto del differimento con il principio della giusta retribuzione. La garanzia prevista dall'articolo 36 della Costituzione riguarda sia la congruità delle somme corrisposte, sia la tempestività della loro erogazione. Il trattamento di fine servizio, in quanto componente della retribuzione, rientra in questa tutela. Il principio è chiaro: il diritto del lavoratore deve essere considerato anche sotto il profilo del tempo necessario per ricevere quanto gli spetta. La durata dell'attesa, soprattutto quando si accompagna alla rateizzazione, incide sull'effettività di quel diritto.

Le esigenze di finanza pubblica hanno determinato l'introduzione di misure che hanno limitato la disponibilità delle somme spettanti ai dipendenti, ma restrizioni di questa natura devono rispettare condizioni precise. I sacrifici richiesti ai lavoratori devono essere eccezionali, temporanei, non arbitrari e coerenti con lo scopo perseguito. La loro durata deve essere rigorosamente delimitata. Il protrarsi del sistema di differimento e rateizzazione ha invece fatto venir meno un termine definito entro il quale superare quelle limitazioni. Il problema riguarda quindi anche la ragionevolezza e la proporzionalità di una disciplina che continua a imporre un sacrificio ai lavoratori oltre alle condizioni eccezionali che ne avevano giustificato l'adozione.

La Corte ha rivolto al legislatore un invito a intervenire, riconoscendogli la discrezionalità necessaria per individuare le soluzioni e tener conto del rilevante impatto finanziario del superamento del differimento.

Il compito del Parlamento è, dunque, dare una risposta che tuteli i diritti dei dipendenti e consideri, allo stesso tempo, gli equilibri del bilancio pubblico.

Quanto introduce questa proposta in discussione oggi è un primo passo verso questa direzione ed assolve al compito attraverso due interventi: la riduzione del termine di differimento della liquidazione e la rivalutazione delle soglie previste per il pagamento rateale.

Le due misure agiscono su aspetti distinti dello stesso problema, ma devono essere considerate insieme.

Il primo comma dell'articolo 1 modifica l'articolo 3, comma 2, primo periodo, del decreto-legge n. 79 del 1997, convertito dalla legge n. 140 del 1997. La modifica sostituisce il termine di “dodici mesi” con quello di “tre mesi”. La riduzione riguarda il differimento della liquidazione nei casi di cessazione dal servizio per il raggiungimento dei limiti di età o di servizio previsti dagli ordinamenti di appartenenza, nonché di collocamento a riposo d'ufficio per raggiungimento dell'anzianità massima di servizio. Per queste situazioni il provvedimento propone, quindi, di ridurre di nove mesi il periodo di attesa previsto dalla disposizione sulla quale interviene.

Il secondo comma modifica le soglie di importo stabilite dall'articolo 12, comma 7, del decreto-legge n. 78 del 2010, convertito dalla legge n. 122 del 2010. I limiti di “50.000” e “100.000” euro vengono innalzati rispettivamente a “63.600” e “127.200” euro. La proposta mantiene il meccanismo della rateizzazione e intende così conciliare la revisione dei tempi e delle modalità di pagamento con le esigenze di contenimento della spesa e di equilibrio del bilancio.

All'interno di questo sistema, l'aumento delle soglie consente di tenere conto anche dell'inflazione: la rivalutazione è stata calcolata utilizzando l'andamento dell'indice Istat nel periodo compreso tra maggio 2010 e maggio 2023. L'obiettivo è adeguare gli importi che regolano la rateizzazione agli effetti dell'inflazione che riduce il valore reale delle somme ricevute a distanza di tempo.

Questo aspetto merita particolare attenzione quando il pagamento viene distribuito su più annualità. L'aumento dei prezzi può incidere sulla consistenza economica della prestazione. Il lavoratore riceve le somme in un momento successivo rispetto alla cessazione del rapporto e il loro potere d'acquisto può risultare inferiore. La tutela della natura retributiva e della funzione previdenziale del trattamento richiede di considerare anche tale effetto.

Onorevoli colleghi, la dimensione finanziaria dell'intervento impone una valutazione attenta: nel 2022 sono stati liquidati ai dipendenti pubblici circa 8.781.000.000 di euro per i trattamenti di fine servizio e di fine rapporto, con un aumento dell'8,3 per cento rispetto al 2021; al 31 dicembre 2022 i dipendenti pubblici in Italia erano 3.241.000; tra il 1990 e il 2001 erano stati assunti circa 1.600.000 dipendenti pubblici. Su questi dati è stata individuata una platea potenziale della proposta di analoga consistenza, con una progressione annua stimata di circa 150.000 collocamenti a riposo.

Questi numeri aiutano a comprendere l'ampiezza della questione e la necessità di considerare gli effetti degli interventi nel tempo. All'inizio del 2023 gli oneri che sarebbero derivati da una pronuncia diretta di incostituzionalità erano stati stimati dall'allora presidente dell'INPS in circa 7 miliardi di euro l'anno. Anche questo dato spiega perché il superamento del differimento richieda scelte legislative che tengano conto dell'impatto sui conti pubblici.

La proposta conserva dunque la rateizzazione e interviene sulla durata del differimento e sui limiti economici delle erogazioni; è il tentativo di ricondurre la disciplina a condizioni più ragionevoli, salvaguardando la funzione della prestazione e considerando le esigenze finanziarie che accompagnano la sua corresponsione.

Signor Presidente, la questione sottoposta alla Camera riguarda il rispetto di un diritto maturato attraverso il lavoro. La giusta retribuzione richiede che si considerino insieme l'ammontare delle somme e i tempi nel quale il lavoratore può effettivamente disporne. Ridurre l'attesa e adeguare le soglie di rateizzazione sono le finalità sulle quali si concentra questo provvedimento. Il nostro esame deve tenerne presente il fondamento, assicurare che il trattamento di fine servizio conservi la propria funzione retributiva e previdenziale, nel rispetto dei princìpi di ragionevolezza e proporzionalità, e degli equilibri della finanza pubblica.

È su questo rapporto tra tutela del lavoro e responsabilità del legislatore che siamo chiamati a confrontarci, per dare seguito al richiamo della Corte costituzionale e affrontare una questione che riguarda una parte rilevante dei dipendenti pubblici del nostro Paese e soprattutto la solidità economica delle loro famiglie nel futuro (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Carla Giuliano. Ne ha facoltà.

CARLA GIULIANO (M5S). Grazie, Presidente. Mancano 87 giorni al 14 gennaio. Il 14 gennaio 2027 la Corte costituzionale tornerà a riunirsi su una questione che questo Parlamento si trascina dietro da anni: la liquidazione del trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici, la buona uscita, in sostanza, come la chiamano ancora tanti padri e tante madri che l'hanno aspettata una vita.

Domani, entro domani, il Governo deve presentare alle Camere la legge di bilancio per il 2027, l'ultima manovra della legislatura, l'ultimo treno utile prima che la Corte guardi l'orologio. Allora, io faccio una domanda e la faccio ai banchi del Governo, perché la risposta ce l'hanno soltanto loro: in quella manovra ci sono i soldi dei dipendenti pubblici? Non un favore, non un bonus, ma i loro soldi.

Facciamo un esercizio, facciamo un esempio. Immaginate che il vostro datore di lavoro a fine mese vi dica: lo stipendio te lo do, stai tranquillo, ma te lo do tra un anno; e, se è troppo alto, una parte tra un anno e il resto tra due anni. Lo chiamereste ancora “datore di lavoro”?

Ecco, lo Stato fa esattamente questo con le persone che fanno funzionare lo Stato: lo fa con gli infermieri, con gli insegnanti, con i poliziotti, con gli impiegati dei comuni, con i medici, i cancellieri, i vigili del fuoco. Il trattamento di fine servizio non è una mancia di fine carriera, è un salario, una parte dello stipendio che è stata messa da parte, mese dopo mese.

La Corte costituzionale lo lega all'articolo 36 della Costituzione, l'articolo che parla appunto della giusta retribuzione, e lo ha scritto tre volte.

Nel privato il trattamento di fine rapporto arriva in poche settimane, nel pubblico invece chi va in pensione di vecchiaia aspetta 12 mesi, più 3 mesi di tempi tecnici. Chi esce prima ne aspetta 24 più 3; se la liquidazione poi supera i 50.000 euro, arriva in tre rate, una all'anno. Per chi è uscito con Quota 100 o Quota 103 i sindacati hanno documentato attese che arrivano a 93 mesi - dico: 93 mesi! -, quasi otto anni. Un bambino nato il giorno in cui la nonna va in pensione, quando la nonna incassa l'ultima rata, va già a scuola e la lettera dell'INPS purtroppo la sa leggere da solo.

Ora, sarebbe falso dire che il sistema non va bene da oggi: il sistema non va bene già da molti anni. Il differimento del trattamento di fine servizio nasce nel 1997. Le rate arrivano nel 2010 con il Governo Berlusconi e il Ministro Tremonti. Poi, tra il 2011 e il 2013, Governi diversi allungano i tempi e abbassano le soglie, Governi di destra, Governi tecnici, Governi di larghe intese: la liquidazione degli statali è sempre stata il bancomat di tutti.

Quando eravamo al Governo non abbiamo chiuso la partita purtroppo, abbiamo aperto la strada all'anticipo in banca: una soluzione ponte che serviva per non lasciare la gente a mani vuote. Voi invece lì dentro ci avete fatto abitare i dipendenti pubblici, avete prorogato l'accordo con le banche e li avete lasciati a pagare interessi legati al Rendistato su soldi che sono loro: ti presto i tuoi soldi e me li paghi pure.

Ma c'è una grande differenza tra chi sbaglia e chi persevera dopo che la Corte costituzionale glielo ha detto per ben tre volte.

Nel 2019 abbiamo la sentenza n. 159, nel 2023 la sentenza n. 130, a marzo di quest'anno l'ordinanza n. 25 e, nell'ultima, la Corte scrive che il percorso per eliminare questi ritardi non è stato avviato in modo sostanziale. Poi, la Corte fissa un'udienza a data certa; nella lingua sobria della Consulta, questo vuol dire che ci ha dato un ultimatum.

Allora, parliamo bene di quello che avete fatto voi: un anno fa, sui giornali noi leggevamo “agli statali liquidazione in 3 mesi”. Poi, uno legge meglio la legge e si accorge che non è così, scopre che non era la liquidazione in tre mesi, erano tre mesi in meno: da 12 mesi a 9 mesi, solo, però, dal 2027 e solo per chi va in pensione di vecchiaia o per limiti di servizio. Per chi esce prima, ancora una volta, non c'è niente. Chi è già in pensione e sta aspettando: niente, le rate, tutto al loro posto. E chi incassa la prima rata a 9 mesi perde lo sconto fiscale dell'1,5 per cento che spettava a chi aspettava almeno un anno. La Consulta quella norma l'ha letta e l'ha giudicata un intervento di portata limitata, perché il trucco vero, purtroppo, sta da un'altra parte.

Facciamo i conti, facciamo bene i nostri conti: oggi si va in pensione di vecchiaia a 67 anni e la prima rata arriva dopo 12 mesi, cioè a 68 anni; con la vostra legge di bilancio, nel 2028 si va in pensione a 67 anni e 3 mesi e la prima rata arriva dopo 9 mesi, cioè sempre a 68 anni. Stesso compleanno, stesso giorno. Nel 2027, il guadagno netto è di due mesi, nel 2028 il guadagno netto è pari a zero.

Avevate promesso di superare la Fornero, mentre vi siete tenuti la Fornero, vi siete tenuti l'aumento automatico dell'età e ci avete messo sopra un fiocco. Tre mesi che date con una mano e che vi riprendete con l'altra. Un mese nel 2027, due nel 2028.

So già che cosa mi risponderete e cioè che senza di voi l'età sarebbe salita di tre mesi immediatamente. Questo è vero, però è l'argomento che non risolve assolutamente il problema. Voi ci dite che i soldi non ci sono: nel 2024 la Ragioneria dello Stato, con una nota di poche righe, fermò in Commissione lavoro le proposte per ridurre a tre mesi il pagamento della prima rata. Erano proposte di più gruppi, non solo proposte del MoVimento 5 Stelle. Il costo stimato era 3,8 miliardi per un anno. Il presidente della Commissione disse che, nei mesi successivi, la politica qualche risposta l'avrebbe data, magari anche non completa. Presidente, siamo ancora in quei mesi. Sono mesi lunghi, mesi come una rateizzazione, perché i soldi in questo Paese non mancano, cambiano indirizzo: per energia e difesa, il Governo ha appena chiesto all'Europa quasi 29 miliardi di flessibilità in due anni; a L'Aia, avete firmato l'impegno a portare la spesa militare al 5 per cento del prodotto interno lordo; per il ponte sullo Stretto, quando la Corte dei conti ha negato il visto, avete scritto un decreto apposta per ripresentarvi; e a dicembre del 2024 ci avete pure provato a raddoppiare il compenso dei Ministri non eletti, poi però vi siete fermati, probabilmente per la vergogna, almeno qui, un limite, lo avete trovato.

Non dico che l'energia non sia un'emergenza, dico però che, quando volete, i miliardi li trovate in una notte, li chiedete a Bruxelles, li mettete in deroga. Quando, invece, c'è da restituire la liquidazione a un'infermiera che ha fatto quarant'anni di turni di notte, il bilancio, purtroppo, diventa improvvisamente sacro.

La Corte costituzionale non vi chiede di pagare tutto domattina; vi dice che è un problema di cassa temporaneo e che lo potete distribuire su più esercizi. Ve lo ha anche spiegato come si fa, bastava una volontà in più.

C'è poi una cosa che chi sta su quei banchi finge di non vedere: il tempo, sui soldi, purtroppo non è neutro. Tra il 2022 e il 2024, i prezzi sono saliti di circa il 16-17 per cento; il contratto delle funzioni centrali, per lo stesso triennio, quello firmato da questo Governo, porta aumenti del 5,78 per cento, quindi un terzo dell'inflazione; il contratto precedente, 2019-2021, finanziato con le leggi di bilancio dei Governi Conte, portava aumenti del 4,07 per cento, con un'inflazione che era meno della metà. Noi, i salari pubblici, li abbiamo fatti crescere più dei prezzi; voi, invece, li avete fatti correre dietro ai prezzi e li avete fatti perdere.

E poi la liquidazione: prendete un dipendente che esce prima dei limiti di età con 100.000 euro di trattamento di fine servizio. Prima rata dopo 27 mesi, seconda rata dopo 39 mesi: con un'inflazione del 2 per cento l'anno, che è la più ottimistica, quando ha finito di incassare ha perso più di 5.000 euro di potere di acquisto. Prima lo Stato ti paga in ritardo, poi ti paga con moneta che vale meno: due volte la stessa mano nella stessa tasca.

Allora, colleghi, parliamo di affidabilità: voi vi presentate come il Governo dei conti in ordine e delle cose fatte, poi uno guarda alle cose fatte e purtroppo vede che la legge Fornero è ancora lì, l'età della pensione sale e i contratti pubblici perdono contro l'inflazione. La liquidazione degli statali si muove di tre mesi in quattro anni e il deficit nel 2027 lo portate sopra il 3 per cento non per i lavoratori, ma per la flessibilità su energia e difesa.

E noi? Noi abbiamo fatto diverse cose che oggi voglio ricordare in quest'Aula: col decreto Dignità abbiamo messo un freno al precariato senza fine; nel luglio del 2020 abbiamo tagliato il cuneo fiscale, fino a 100 euro in più al mese in busta paga per chi guadagnava fino a 28.000 euro e un beneficio decrescente fino a 40.000 euro. Tantissimi dipendenti pubblici quei soldi li hanno visti: il contratto 2019-2021 l'abbiamo finanziato noi, e nel luglio del 2020, in una notte, a Bruxelles, Giuseppe Conte ha portato a casa per l'Italia oltre 200 miliardi di Recovery Fund: gli stessi soldi con cui oggi voi tagliate i nastri.

Chiedete a un insegnante relativamente alla busta paga del 2020 e alla busta paga del 2026: questo insegnante saprà dire meglio di qualunque altro cosa ha trovato nella sua busta paga.

E siccome dall'opposizione si può anche costruire, ecco qual è la nostra proposta. La proposta di legge n. 1254?, a prima firma del collega Colucci, l'abbiamo presentata il 28 giugno 2023, 5 giorni dopo il deposito della sentenza n. 130/2023: prima rata entro tre mesi; soglia della prima rata portata da 50.000 a 63.600 euro, perché anche le soglie con l'inflazione invecchiano. E siccome non siamo ingenui, sulla gradualità siamo pronti a sederci al tavolo da tre anni. Il collega Dell'Olio, in Commissione bilancio, sta facendo il lavoro che dovrebbe fare il Ministero: chiedere i numeri, simulare, trovare la strada.

Noi vi chiediamo tre cose e le chiediamo per la manovra che arriva domani.

Prima cosa: un calendario scritto in legge, con date certe, fino all'allineamento con il privato. Non una promessa, ma una tabella, come chiede la Corte.

Seconda cosa: nella fase di transizione, chi ha bisogno dell'anticipo non deve pagarlo; il costo finanziario se lo prende lo Stato, che è quello in ritardo, non il lavoratore, che è quello in regola.

Numero 3: i numeri veri. INPS e Ministero dell'Economia mettano sul tavolo le stime, voce per voce, e convochino i sindacati. Ce lo hanno detto in conferenza stampa tutti insieme, dalla CGIL alla CISL, alla UIL, alle confederazioni della dirigenza. Su questo un confronto vero con il Governo non c'è da anni.

C'è una cosa che ogni dipendente pubblico conosce meglio di noi: il cartellino. Per quarant'anni lo Stato gli ha chiesto di timbrare in orario: entri alle 8,06 e ti segnano sei minuti di ritardo. Lo Stato invece può timbrare con 12 mesi di ritardo, con 24 mesi, con 93 mesi di ritardo e nessuno gli segna niente.

Il 14 gennaio 2027 qualcuno glielo segnerà e sarà la Corte costituzionale. Noi saremo qui e ci saremo anche dopo, quando milioni di lavoratori pubblici si ricorderanno chi ha timbrato e chi ha fatto finta di niente, perché noi stiamo dalla parte di chi timbra (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

(Repliche - A.C. 1254? e abbinata)

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il presidente della Commissione, deputato Walter Rizzetto.

WALTER RIZZETTO, Presidente della XI Commissione. Grazie, Presidente. Solo alcune puntualizzazioni sulla scorta di quanto ho ascoltato, Sottosegretario Siracusano, rispetto al fatto che la collega del MoVimento 5 Stelle dice che avremmo dovuto fare molto di più. È vero, sotto molti punti di vista avremmo dovuto fare molto di più, stante il fatto che - come tutti noi sappiamo - ci troviamo in un periodo sufficientemente particolare per potere, Presidente Rampelli, mettere risorse - in questo caso, imponenti - rispetto a qualcosa che, attenzione, io considero legittimo, e non lo dico soltanto io: le indicazioni della Corte costituzionale sono evidentemente chiare sotto questo punto di vista.

Il problema, Presidente, è uno ed uno soltanto, ed è il solito problema che ci ritroviamo qui a celebrare, di volta in volta, in Aula, ma anche nelle aule delle Commissioni: chi presenta una proposta - chiunque esso sia, di qualsiasi gruppo parlamentare faccia parte - ha l'onore di presentare una proposta, ma, come sapete, sulla base di una regola anche scritta, sotto molti punti di vista, ha l'onere di poter indicare, in questa proposta, quali sono - so che è antipatico - le coperture finanziarie della stessa proposta. Nella proposta delle opposizioni questa copertura non c'è. Non c'è alcuna quantificazione degli oneri e non c'è, sulla base della relazione tecnica, alcun tipo di copertura finanziaria.

E quindi, da presidente di Commissione, per circa un anno, un anno e mezzo, ho sollecitato prima i proponenti - tra l'altro, ricordo un proponente anche di maggioranza, perché il collega di Forza Italia fa parte della maggioranza-, ma poi anche e soprattutto le opposizioni, per applicare un'interlocuzione con il Ministero dell'Economia e delle finanze per trovare, Presidente Rampelli, un punto di caduta, che non c'è stato. Financo quando abbiamo costituito il Comitato dei nove ho rimandato almeno 7-8 volte le riunioni del Comitato dei nove perché ricordavo ai colleghi che la collega ha citato: recatevi al MEF e troviamo un punto di caduta su tutto questo.

In ultimo, ho tentato recentemente di poter far restare il provvedimento in Commissione per poter continuare nelle interlocuzioni, soprattutto con le opposizioni, rispetto a quel punto di caduta che prima avevo cercato di individuare, malgrado il fatto che questo punto di caduta non è mai arrivato. Ora, che questo Governo, come appena ascoltato, non abbia fatto nulla sotto questo e molti altri punti di vista è una bugia, è un errore. Sapete perfettamente che questo è un Governo che ha ampliato i pagamenti più rapidi ai dipendenti in condizioni di fragilità della pubblica amministrazione, portandoli ad un massimo di entro tre mesi.

Dal 2027 - cosa già ricordata e citata - l'attesa è ridotta dai 12 ai 9 mesi e, fondamentalmente, cercheremo di capire se, tra le pieghe della legge di bilancio, qualcosa c'è da fare prima del 14 di gennaio o, al contrario, tenteremo di farlo dopo. Su di un concetto e su di un protocollo su cui, lo rinnovo, io sono assolutamente d'accordo, però, Presidente Rampelli, e chiudo, mi pare abbastanza strano dire che questo sia un Governo o questa sia una maggioranza che, sotto molti punti di vista che sono stati citati, non ha fatto nulla.

Mi pare per lo meno che, ad esempio, rispetto a tutto il tema della pubblica amministrazione, i rinnovi rispetto alle funzioni centrali, i rinnovi contrattuali in istruzione e ricerca, i rinnovi contrattuali nelle funzioni locali, i rinnovi contrattuali in sanità 2025-2027 siano stati celebrati sotto l'egida di questo Governo, che ha dato una spinta enorme sotto questo e molti altri punti di vista, e ricordo a me stesso che nella scorsa legge di bilancio sono stati messi a terra oltre 2 miliardi per i rinnovi contrattuali.

Ora, riguardo al tema che negli ultimi tempi, Presidente Rampelli, si ascolta, si sente molto frequentemente, anche in seno a molti dibattiti, che è quello dei famigerati 29 miliardi in termini di flessibilità, ricordo a me stesso che, tra l'altro, due settimane fa, rispetto al tema armi, sono stati tolti - e lo sapete - 8 miliardi dall'ingaggio in quel senso. Ma ricordo ancora una volta, Sottosegretario, che gli investimenti non sono investimenti in armi, ovvero con quei soldi non è che andiamo a comprarci soltanto, o per lo meno per la maggior parte, le pistole, i cannoni, stante il fatto che, secondo me, di una riammodernata ne avremmo bisogno, ma si va a parlare di infrastrutture tecnologiche per il nostro Paese, per un Paese, come molti altri Paesi, che è sottoposto ad attacchi quotidiani, ad esempio, rispetto a tutto il tema della cyber.

Chiudo e ricordo che, ad esempio, la collega del MoVimento Stelle dice “noi abbiamo fatto molto per i lavoratori”. Io ricordo che avevate abolito la povertà, quindi, non lo so, se lei mi dice che esiste ancora la povertà, dopo averla abolita… ma ricordo anche che, al netto chiaramente degli interventi legittimi per chi governa, se, fondamentalmente, tra superbonus, bonus facciate, reddito di cittadinanza, eccetera…

PRESIDENTE. Concluda.

WALTER RIZZETTO, Presidente della XI Commissione. …avessimo quei 170-180 miliardi che ad oggi mancano, fondamentalmente, perché tecnicamente questo è un buco in termini economici, forse avremmo fatto qualcosa in più, Presidente Rampelli. Serve presentare le proposte, ma serve presentarle con delle coperture economiche adeguate. Io ho tentato di portare ancora avanti questo provvedimento in Commissione per ampliare il dibattito e per cercare quella che fondamentalmente poteva essere una soluzione. Così non è stato e chiaramente la politica, in questo caso assolutamente mediatica, vuole portare in Aula un provvedimento che purtroppo non passerà.

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare la rappresentante del Governo, Sottosegretaria Siracusano: si riserva.

Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

Discussione della proposta di legge: Carfagna ed altri: Istituzione del Registro nazionale degli orfani per crimini domestici (A.C. 2715-A?) (ore 15,44).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge n. 2715-A?: Istituzione del Registro nazionale degli orfani per crimini domestici.

Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi per la discussione generale è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (Vedi calendario).

(Discussione sulle linee generali - A.C. 2715-A?)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.

La XII Commissione (Affari sociali) si intende autorizzata a riferire oralmente.

Ha facoltà di intervenire la relatrice, deputata Maria Rosaria Carfagna.

MARIA ROSARIA CARFAGNA, Relatrice. Grazie, Presidente. Colleghi, l'Assemblea avvia oggi l'esame della proposta di legge 2715-A, volta a istituire il Registro nazionale degli orfani per crimini domestici. Attraverso questo provvedimento, di cui sono prima firmataria, colmiamo finalmente una lacuna strutturale nel sistema di tutela e di monitoraggio dei figli rimasti orfani a seguito di crimini domestici, con particolare riferimento agli orfani di femminicidio.

Nel corso degli anni l'Italia ha compiuto importanti passi in avanti sul piano legislativo, non solo nel contrasto alla violenza di genere e nella tutela delle vittime, anche indirette, ma anche prevedendo misure di sostegno economico e sociale a favore degli orfani di femminicidio. Tuttavia, ad oggi, riscontriamo ancora un limite decisivo: mancando un registro nazionale che consenta di censire e monitorare in modo sistematico le vittime di questi crimini, questi aiuti, che il legislatore ha previsto e ha stanziato, spesso non arrivano a destinazione.

Questa carenza rende anche estremamente difficile garantire un'effettiva uniformità di tutele e di intervento su tutto il territorio nazionale. Allora, proprio per superare queste criticità, il Registro che ci apprestiamo a istituire non risponderà ad una mera funzione statistica, ma avrà una valenza anche di carattere operativo: permetterà, infatti, di attivare con tempestività la presa in carico delle vittime da parte dei servizi sociali territorialmente competenti e farà sì che gli orfani e i loro tutori ricevano un documento informativo unificato, che illustri in modo chiaro tutte le tutele previste dalla legge, le misure economiche disponibili e le modalità per accedervi.

Prima di illustrare nel dettaglio il contenuto del provvedimento, vorrei sottolineare come esso costituisca l'esito di un esame molto proficuo svolto in sede referente presso la Commissione affari sociali. Ne approfitto per ringraziare il presidente, Ugo Cappellacci, e anche tutti i funzionari della Commissione stessa, e naturalmente anche i colleghi commissari della Commissione. Nel corso dell'esame in Commissione sono stati auditi numerosi rappresentanti di associazioni impegnate nel sostegno agli orfani di femminicidio, nella tutela dei minori, nel contrasto alla violenza di genere.

Desidero inoltre evidenziare che questa proposta di legge ha trovato in Commissione una piena condivisione ed è stata sottoscritta da componenti di diversi gruppi parlamentari. Il relativo iter si è quindi concluso con la decisione unanime di conferire alla relatrice il mandato a riferire favorevolmente in Assemblea. Anche qui apro e chiudo una parentesi: vorrei ringraziare tutte le colleghe e tutti i colleghi di tutti gli schieramenti politici, di tutti i gruppi parlamentari, che hanno voluto sin dall'inizio condividere questa proposta di legge, sostenendola e anche apportando modifiche importanti attraverso contributi, spunti e proposte.

In particolare, ringrazio chi con me l'ha sottoscritta: le colleghe Ascari, Deborah Bergamini, Bonetti, Boschi, Brambilla, Cavo, Di Biase, Ghio, Lancellotta, Malavasi, Matera, Ravetto, Semenzato, Varchi e Zanella.

Passando al contenuto della proposta di legge, che si compone di 7 articoli, segnalo che l'articolo 1 stabilisce che il provvedimento mira, attraverso l'istituzione del Registro nazionale degli orfani per crimini domestici, a garantire “il censimento, il monitoraggio e il coordinamento delle misure di tutela, di assistenza e di sostegno economico” disposte in favore dei suddetti orfani.

In particolare, i destinatari delle tutele sono i minori e i maggiorenni non economicamente autosufficienti rimasti orfani a seguito di crimini commessi in ambito domestico, con particolare riferimento agli orfani di femminicidio. La disposizione precisa, inoltre, che l'obiettivo della norma è la realizzazione di un sistema unitario e integrato di tutela, in conformità con gli obblighi internazionali assunti dall'Italia con la Convenzione di Istanbul.

L'articolo 2 istituisce, presso il Ministero della Giustizia, il Registro nazionale degli orfani per crimini domestici, precisando che le attività di raccolta e di aggiornamento dei dati presenti in questo Registro rispondono alle esigenze di: monitoraggio della distribuzione degli orfani sul territorio nazionale e dei loro bisogni sociali e assistenziali; verifica dell'effettiva attivazione delle misure di tutela già previste dalla legge; agevolazione della cooperazione interistituzionale tra le amministrazioni competenti.

Viene, inoltre, sancito l'obbligo di assicurare la pubblicità istituzionale dell'operatività del Registro, attraverso campagne di informazione mirate rivolte alle Forze di Polizia, alla magistratura, ai servizi sociali, agli enti locali e ai centri antiviolenza, nonché agli ordini professionali coinvolti, con l'obiettivo di garantire la piena conoscenza dello strumento.

L'articolo 3 stabilisce che gli uffici giudiziari trasmettono al Ministero della Giustizia i dati relativi agli orfani di crimini domestici e di femminicidio; le tempistiche, le modalità e le procedure di trasmissione saranno individuate da un apposito decreto del Ministero della Giustizia, da adottare entro 180 giorni dall'entrata in vigore del provvedimento, previo parere del Garante per la protezione dei dati personali. Un successivo decreto del Ministero della Giustizia - da emanarsi sempre nel termine di 180 giorni -, di concerto con il Ministero dell'Interno e con il Ministro per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, sentito il Garante per la protezione dei dati personali, definirà le modalità tecniche per l'accesso e la consultazione del Registro.

Segnalo che, nel corso dell'esame in sede referente, il testo della disposizione è stato integrato con la previsione che affida alla Scuola superiore della magistratura il compito di promuovere e organizzare specifiche attività formative per il personale della magistratura coinvolto in questi adempimenti. Infine, la facoltà di consultazione del Registro è estesa agli enti pubblici preposti all'erogazione dei servizi e delle misure di sostegno previste dalla normativa vigente.

L'articolo 4 disciplina l'obbligo di informazione immediata in favore dei tutori o degli affidatari degli orfani. In particolare, si prevede che il competente procuratore della Repubblica trasmetta all'orfano - o, se si tratta di una persona minore di età, al tutore affidatario del medesimo -, nonché ai servizi sociali competenti per territorio, un documento informativo unificato redatto in un linguaggio accessibile e multilingue, disponibile sia in formato cartaceo che digitale. La trasmissione deve avvenire entro 4 giorni dall'iscrizione della notizia di reato nel relativo Registro. Si prevede, quindi, che questo documento debba esplicitare le modalità di accesso alle misure sociali, economiche e giuridiche previste a tutela degli orfani di femminicidio.

L'articolo 5 stabilisce che i servizi sociali, ricevuto il richiamato documento informativo, attivino tempestivamente la presa in carico dell'orfano, attraverso la predisposizione di un progetto individuale di assistenza e tutela. Il piano può includere interventi di supporto psicologico, educativo, sociale e scolastico, oltre a forme di integrazione sociosanitaria e misure di sostegno abitativo. È, inoltre, prevista la figura di un referente responsabile, a cui competono la definizione degli obiettivi, il coordinamento delle azioni e il monitoraggio periodico dell'attuazione del progetto. Infine, si dispone che i servizi sociali, nell'ambito della presa in carico, operino in costante raccordo con le istituzioni scolastiche, le Aziende sanitarie locali, il tribunale per i minorenni territorialmente competente ed i soggetti del Terzo settore specializzati nella tutela dei minori, nel sostegno psicologico e nel contrasto alla violenza domestica.

L'articolo 6 reca disposizioni relative alla protezione dei dati personali; a tal fine, si garantisce che le informazioni relative ai dati personali contenute nel Registro nazionale degli orfani siano trattate nel rispetto della normativa contenuta nel regolamento (UE) n. 2016/679 e nel codice della privacy. La norma vieta espressamente ogni utilizzo dei dati per finalità diverse da quelle indicate nella presente proposta di legge, ribadendo che l'accesso ai dati personali contenuti nel Registro è consentito ai soli soggetti istituzionali incaricati di realizzare misure di protezione e assistenza nei confronti dell'orfano e limitatamente alle sole informazioni strettamente necessarie a tale scopo.

È prevista, altresì, una modalità di accesso a fini statistici limitata ai dati aggregati, che non permetta la reidentificazione dell'interessato.

Infine, l'articolo 7 contiene disposizioni finanziarie a copertura degli oneri recati dall'articolo 2 della proposta di legge, prevedendo che ai suddetti oneri, pari a 1.250.000 euro per l'anno 2027 e a 460.000 euro annui a decorrere dall'anno 2028, si provveda mediante corrispondente riduzione del Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive, dell'usura e dei reati intenzionali violenti nonché agli orfani per crimini domestici.

Il nostro auspicio, Presidente, è che il Parlamento possa utilizzare questi ultimi mesi che ci separano dalla fine della legislatura per approvare una legge di assoluta civiltà, che è stata ispirata da uno spirito unitario.

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire la rappresentante del Governo, che vi rinuncia.

È iscritta a parlare la deputata Michela Di Biase. Ne ha facoltà.

MICHELA DI BIASE (PD-IDP). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe e colleghi, anch'io voglio sottolineare quanto questa proposta sia frutto della condivisione e del lavoro di molte colleghe di molti partiti, naturalmente su impulso dell'onorevole Carfagna, che ringrazio non soltanto per essere la prima firmataria della proposta, ma anche per aver accolto con determinazione, non soltanto durante i lavori della Commissione, molte delle osservazioni e degli emendamenti che dalle opposizioni venivano fatti e per lo spirito costruttivo con cui ha inteso costruire questa proposta.

È una proposta che, lo diciamo, nel contesto italiano si colloca all'interno di un sistema normativo che ha già preso in carico i minori, perché la legge n. 4 del 2018 si è fatta carico dei figli delle vittime di femminicidio, prevedendo molte delle misure che oggi consentono che quella presa in carico sia reale nel nostro Paese: mi riferisco al gratuito patrocinio e al sostegno di natura economica. Pur tuttavia nel nostro Paese, nonostante siamo anche avanti con la legislazione, purtroppo, non esiste un censimento reale dei bambini che si trovano ad affrontare questo dramma.

Durante le audizioni in Commissione, le persone e gli esperti intervenuti, davvero moltissimi e provenienti anche da esperienze diverse, ci hanno dato numeri con una forbice anche abbastanza ampia che riguarda questi bambini: tra i 3.500 e i 5.000 bambini. Ora, è chiaro che dal nostro punto di vista invece si avverte una necessità: bisogna sapere di quanti bambini parliamo, perché questi bambini - ed è bene ricordarlo in questa sede - hanno visto agire una violenza che è sfociata nel femminicidio della madre, ma che aveva origini anche precedenti; quindi sono bambini che sono cresciuti in un contesto violento.

Oltretutto questi bambini, che hanno vissuto il dramma dell'uccisione della mamma, spesso rimangono orfani di botto, perché anche la figura del padre naturalmente viene meno: o perché viene assicurato alla giustizia o perché, come accade purtroppo molto spesso nei casi di femminicidio, il padre decide di togliersi la vita.

Molte tra di noi che si sono occupate dei temi che riguardano le vittime di crimini domestici e di femminicidio sanno che poi l'onere tremendo di accudimento di questi bambini spesso ricade sui nonni - ci sono testimonianze al riguardo anche davvero commoventi di nonne che se ne devono fare carico - e quindi sulla famiglia, senza che questa però possa avere gli strumenti di sostegno per questi bambini.

Quindi, questa proposta, a mio avviso, è estremamente importante perché istituisce il Registro nazionale degli orfani, ma non lo fa esclusivamente dal punto di vista statistico: lo fa mettendo in campo, come è stato ampiamente enunciato adesso dall'onorevole Carfagna, una serie di misure concrete.

Io voglio, in particolare, citarne una, che secondo me è anche un po' il cuore di questa proposta, che, all'articolo 5, crea un progetto individuale di assistenza e tutela, il PIAT. Questo progetto, che è redatto dai servizi sociali, è un piano, naturalmente individuale, di assistenza e tutela che può comprendere sia un supporto di natura psicologica, sia un supporto di natura sociale, sia un supporto legato a quello che è il percorso scolastico del minore e naturalmente anche un percorso sociosanitario o, qualora ci sia necessità di integrarlo, un sostegno abitativo.

È chiaro che questa misura, che sinora non c'era all'interno del nostro ordinamento, è qualcosa che è un po' un cambio di paradigma rispetto al modo in cui noi siamo abituati ad affrontare questo tema, perché l'unico modo per affrontare in maniera sufficiente e necessaria questo tema è di mettere in relazione quelli che sono tutti i bisogni dei ragazzi. Tant'è che il merito di questa proposta è proprio quello di essere una proposta interdisciplinare, che non guarda solamente un aspetto, ma prova naturalmente a tenerli tutti insieme.

Un altro aspetto che, dal mio punto di vista, va evidenziato è quello che riguarda il ruolo che i servizi sociali e gli enti del Terzo settore possono avere, e debbono avere, all'interno di questo dialogo costruttivo e, quindi, all'interno del PIAT. Questo è stato uno degli argomenti su cui noi, con maggior forza, ci siamo impegnate. Noi - questo lo sa l'onorevole Carfagna e lo sanno anche le colleghe - auspichiamo che, anche durante la discussione in Aula, possano essere accolti ulteriori nostri emendamenti su questa proposta; mi riferisco in particolare al tema della formazione degli operatori, perché noi riteniamo - non è così pretestuoso dirlo - che si debba investire su quella che è la formazione di tutte le persone che hanno a che fare con il tema della violenza.

Bene, quindi, la formazione dei magistrati, ma non basta, perché, a nostro avviso, la formazione deve riguardare tutti coloro che agiscono con persone che si trovano davanti la violenza. Penso alla formazione all'interno delle scuole, penso a quella che è la formazione degli assistenti sociali e di tutti coloro che debbono prendersi in carico il minore. Noi su questo, come già annunciato, presenteremo un nostro emendamento.

L'altra questione che auspichiamo possa essere accolta è quella che riguarda la relazione al Parlamento. Noi, infatti, siamo convinte che il Parlamento debba conoscere i numeri precisi di questo che è un fenomeno purtroppo drammatico. Se noi non abbiamo numeri certi e il Parlamento non ha numeri certi non so su che basi possiamo pensare di legiferare in modo compiuto rispetto anche a possibili aggiustamenti che possono essere fatti alla norma stessa. Mi auguro che su questo si possa arrivare a una conclusione favorevole, che davvero possano essere accolte le nostre proposte. Su questo fatemi ringraziare anche la Sottosegretaria Siracusano per il consueto dialogo che ha messo in campo, speriamo davvero che poi questo dialogo sfoci in qualcosa di positivo.

La pecca su cui non posso non esprimermi è costituita dalle risorse, perché avremmo gradito che si aumentassero le risorse per i servizi sociali e i territori. Tutte noi sappiamo che purtroppo le risorse messe a disposizione non sono sufficienti; e, quindi, farlo con un'invarianza finanziaria per i comuni è un problema. Se noi chiediamo di aumentare il carico di lavoro, dobbiamo anche prevedere misure aggiuntive affinché poi i servizi sociali e i servizi di prossimità possano realmente fare il loro lavoro.

Per il resto, noi reputiamo che ci sia bisogno di questo Registro e che sia qualcosa che servirà, purtroppo, ai bambini che hanno vissuto questo dramma. Mi auguro che questa proposta non faccia la fine di altre proposte che hanno riguardato la violenza contro le donne; vorrei, quindi, che non diventasse terreno di scontro politico. Per noi non è così e lo abbiamo dimostrato, ancora una volta, volendo sin da subito sottoscrivere questa proposta, ancor prima che iniziasse il percorso in Commissione.

Mi auguro, e concludo, che questo Parlamento, prima della fine della legislatura, possa votare questa proposta che davvero migliorerebbe la vita dei bambini che restano e che hanno il diritto, come gli altri bambini, di crescere, di crescere sereni, di avere diritto allo studio, di avere diritto all'assistenza e di avere, per quanto possibile, una vita dignitosa (Applausi del deputato Fornaro).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Maddalena Morgante. Ne ha facoltà.

MADDALENA MORGANTE (FDI). Grazie, Presidente, onorevoli colleghi e Sottosegretario, oggi interveniamo su una proposta di legge, a prima firma della collega Carfagna, che affronta una delle conseguenze più dolorose e meno visibili dei crimini domestici: il futuro dei figli che dopo aver perso un genitore per mano dell'altro si ritrovano improvvisamente privati degli affetti, delle certezze familiari e, troppo spesso, anche di una rete di protezione capace di accompagnarli nel percorso che li attende.

Quando parliamo di femminicidio il nostro pensiero va inevitabilmente alla donna che ha perso la vita, alla violenza che ha preceduto il delitto, alla responsabilità dell'autore e alla necessità di prevenire e contrastare ogni forma di sopraffazione. Ma vi è un'altra tragedia che non possiamo permetterci di lasciare sullo sfondo: quella dei bambini e dei ragazzi che sopravvivono a un crimine destinato a cambiare per sempre la loro esistenza. Sono gli orfani di crimini domestici, spesso definiti orfani speciali; speciali non perché la loro sofferenza sia diversa o più meritevole di quella di altri, ma perché la loro condizione presenta caratteristiche particolarmente complesse. Alla perdita della madre si accompagna, in molti casi, l'impossibilità di conservare un rapporto con il padre, autore del delitto o sottoposto a un procedimento penale; alla ferita affettiva si aggiungono le conseguenze economiche, psicologiche, educative e giudiziarie; e mentre la loro vita viene sconvolta, i familiari che li accolgono devono affrontare nuovi bisogni, responsabilità, ma anche difficoltà burocratiche. Ed è proprio su questa realtà che siamo chiamati a intervenire e lo dobbiamo fare con la consapevolezza che la tutela dei minori non può esaurirsi solamente nell'approvazione di una norma, né può dipendere dalla capacità della singola famiglia di orientarsi tra uffici, scadenze e procedure amministrative.

Il nostro ordinamento - come precedentemente è stato ricordato qui in quest'Aula - ha compiuto già passi davvero importanti, penso alla legge n. 4 del 2018, prima richiamata, che ha riconosciuto specifiche tutele agli orfani per crimini domestici, introducendo misure di sostegno economico, assistenza, accesso allo studio, ma anche protezione giuridica. A questa disciplina si affiancano gli interventi previsti dal Fondo di rotazione e anche le disposizioni attuative che hanno progressivamente definito le modalità di accesso ai benefici.

Il problema, dunque, non è soltanto stabilire quali diritti debbano essere riconosciuti, ma è di più: è fare in modo che quei diritti siano conosciuti, siano accessibili e siano concretamente esercitabili da chi ne ha effettivamente davvero bisogno. Ed è precisamente in questo passaggio che si colloca proprio la proposta di legge in esame.

In particolare, mi riferisco all'articolo 2, che istituisce presso il Ministero della Giustizia il Registro nazionale degli orfani per crimini domestici: uno strumento destinato a raccogliere e ad aggiornare informazioni e dati identificativi degli orfani, monitorare la loro distribuzione sul territorio nazionale e i loro bisogni sociali e assistenziali, verificare l'attivazione delle misure previste dalla legge, ma anche favorire la collaborazione tra le amministrazioni competenti. Un ausilio fondamentale, perché consente di attivare un sostegno mirato e tempestivo, in tempo utile.

Le famiglie affidatarie devono poter conoscere i benefici disponibili, comprendere come richiederli e ricevere risposte senza essere costrette a sostenere da sole il peso di procedure complesse, in una fase già drammatica della loro vita. Non basta mettere risorse a disposizione, se chi ne ha diritto non riesce ad accedervi. Non basta riconoscere una tutela sulla carta, se la sua attivazione è tardiva, frammentata o affidata all'iniziativa del singolo cittadino. Per questo, il Registro nazionale rappresenta un passaggio importante. Un sistema coordinato può consentire di individuare tempestivamente i soggetti interessati, seguire l'attivazione dei benefici, verificare eventuali ritardi e costruire politiche pubbliche sulla base di informazioni più affidabili. Può anche favorire, certamente, una maggiore collaborazione tra Forze di polizia, autorità giudiziaria, servizi sociali, enti locali e soggetti del Terzo settore.

La proposta contiene disposizioni che meritano particolare attenzione. Penso anche alla previsione di un documento informativo unificato - da consegnare all'orfano o, laddove questi sia minorenne, al tutore affidatario dell'orfano stesso, entro quattro giorni dall'iscrizione della notizia di reato - che illustri, in forma semplice e comprensibile, le misure di tutela e le modalità per accedervi. Sono misure che riconoscono una verità fondamentale: la tutela non può essere soltanto economica e non può limitarsi al momento immediatamente successivo al delitto. Questi ragazzi hanno bisogno di accompagnamento nel tempo, hanno bisogno di stabilità, di continuità scolastica, di assistenza psicologica, ma anche di opportunità per costruire la propria autonomia.

Per Fratelli d'Italia la protezione dei minori, Presidente, e il sostegno alle famiglie rappresentano una responsabilità istituzionale che non può essere subordinata a logiche di appartenenza politica. La famiglia è il primo luogo degli affetti, della crescita e della formazione della persona, ma quando proprio il contesto familiare viene travolto da un crimine, è compito delle istituzioni intervenire, affinché il minore non resti privo di riferimento e di prospettive. Questo significa anche riconoscere il ruolo delle famiglie affidatarie e di tutti coloro che, spesso dall'oggi al domani, si fanno carico con cura e con amore dei bambini e dei ragazzi colpiti da questa tragedia.

Occorrerà prestare anche la massima attenzione alla protezione dei dati personali, come previsto all'articolo 6 di questa proposta di legge, perché la conoscibilità istituzionale del Registro non può trasformarsi in una diffusione indiscriminata di informazioni che riguardano minori e persone in condizione di particolare vulnerabilità.

La proposta di legge che stiamo discutendo ci pone davanti a una responsabilità precisa: non possiamo restituire a questi bambini la madre che hanno perduto né cancellare il trauma che ha segnato la loro vita, possiamo, però, impedire che alla tragedia si aggiungano l'isolamento, la disinformazione e l'assenza di una risposta istituzionale adeguata. Possiamo costruire un sistema nel quale i diritti siano conosciuti, le necessità individuate e gli interventi coordinati. Ed è questo il significato più profondo del Registro nazionale: non un semplice elenco, ma uno strumento al servizio delle persone; non solamente un adempimento burocratico, ma una condizione per rendere più efficace la protezione pubblica; non una promessa astratta, ma un passo verso la tutela che sia davvero uniforme su tutto il territorio nazionale.

Fratelli d'Italia ritiene, Presidente, che la forza di uno Stato si misuri anche dalla sua capacità di non abbandonare mai chi è più fragile, soprattutto quando una tragedia ha già sottratto a un bambino una parte essenziale della propria vita.

La vita, in ogni sua fase, è un capolavoro di fragilità, ma anche di meraviglia. È nei dettagli più semplici: nel desiderio di riscatto di un giovane, negli occhi carichi di memoria dei nostri anziani, nel primo respiro di un neonato, ma anche nel progetto e nella speranza di futuro di un bambino orfano.

Ma la bellezza della vita non è solamente un dato di fatto scontato, è un bene prezioso, che richiede cura, che richiede ascolto e, soprattutto, protezione. Spesso la vita è fragile e dove c'è fragilità serve il coraggio della politica, serve il coraggio delle istituzioni. Garantire la massima tutela e la protezione del minore, mettendone sempre al centro il supremo interesse e i diritti fondamentali, è un dovere umano e istituzionale, ineludibile davanti alle drammatiche ferite dei crimini domestici.

Con questo provvedimento riaffermiamo la responsabilità dello Stato di non lasciare soli gli orfani per crimini domestici, assicurando loro non solo assistenza concreta e tempestiva, ma anche il rispetto della propria dignità e la possibilità di costruire un futuro di speranza. Per queste ragioni, riteniamo che questa proposta di legge meriti il più ampio consenso possibile, perché il dovere delle istituzioni non termina quando si spengono i riflettori su un caso di cronaca. È proprio allora che deve cominciare, con continuità, ma anche con responsabilità, il lavoro più importante: garantire a quei bambini protezione, dignità e la possibilità concreta di guardare al futuro (Applausi dei deputati Amich e Pulciani).

PRESIDENTE. Sospendo a questo punto la seduta per una pausa tecnica, per tre minuti. La seduta è sospesa.

La seduta, sospesa alle 16,15, è ripresa alle 16,19.

PRESIDENTE. La seduta è ripresa. È iscritta a parlare la deputata Susanna Cherchi. Ne ha facoltà.

SUSANNA CHERCHI (M5S). Grazie, Presidente. Colleghi e colleghe, vorrei iniziare questo intervento chiedendovi per un momento di dimenticare i numeri, le statistiche e gli articoli di legge. Vorrei che pensaste a un bambino, un bimbo che una mattina si sveglia e scopre che la mamma non tornerà più, che quella voce che lo chiamava per nome, quelle mani che lo accarezzavano, quell'abbraccio nel quale trovava rifugio non ci saranno mai più.

E vorrei che pensaste a una verità ancora più terribile: quella mamma è stata uccisa proprio dalla persona che avrebbe dovuto proteggerla, e che avrebbe dovuto proteggere anche lui, cioè suo padre. In un solo istante il bimbo perde tutto: perde la madre, perde la famiglia che conosceva, perde la sicurezza della propria casa, spesso perde anche il padre perché arrestato e detenuto e, insieme alla mamma, perde una parte della propria infanzia.

Ci sono bimbi che hanno visto morire la propria madre, bambini che ne hanno sentito le urla, bambini che hanno assistito per anni e anni alle violenze, alle minacce e alle umiliazioni che subiva la madre, vivendo nella paura che un giorno potesse accadere qualcosa di irreparabile, e quel giorno purtroppo è arrivato. Questi bambini non sono soltanto orfani, ma sono vittime di una violenza che continuerà a segnare le loro vite per sempre.

Eppure, colleghe e colleghi, troppo spesso, dopo il femminicidio, dopo le telecamere, dopo i titoli dei giornali, dopo il dolore e l'indignazione, su questi bimbi cala il silenzio; ci indigniamo per una donna uccisa, ne pronunciamo il nome e chiediamo giustizia, ma poi dobbiamo avere il coraggio di domandarci: ma che fine fanno i suoi figli, chi si prende cura di loro, chi li accompagna a scuola il giorno dopo, quando riescono a tornarci? Chi li aiuta ad affrontare gli incubi, la paura e il senso di colpa che troppo spesso accompagna chi sopravvive a una tragedia? Chi sostiene i nonni, gli zii, i familiari che, nel giro di poche ore, si ritrovano a dover crescere bimbi devastati dal dolore, mentre stanno vivendo anch'essi un lutto terribile? E, soprattutto, dov'è lo Stato, dopo che quella porta di casa si è chiusa e le telecamere si sono spente?

È da queste domande che nasce la proposta di legge che viene presentata oggi per istituire il Registro nazionale degli orfani per crimini domestici, perché oggi, nel nostro Paese, non disponiamo ancora di uno strumento nazionale unitario che permetta di conoscere e monitorare sistematicamente tutti questi orfani, le loro condizioni e le misure di sostegno effettivamente ricevute.

Abbiamo approvato leggi importanti: penso alla legge n. 4 del 2018, che ha riconosciuto specifiche tutele agli orfani per crimini domestici; penso alla legge relativa al codice rosso, di cui l'onorevole Stefania Ascari è stata la prima firmataria e relatrice. Abbiamo previsto fondi, sostegni economici, opportunità di studio e percorsi di assistenza, ma un diritto scritto sulla carta non basta perché se chi ne ha bisogno non sa nemmeno che esiste e non riesce ad accedervi è tutto inutile.

Non possiamo accettare che una nonna, dopo aver seppellito sua figlia, debba affrontare un labirinto di uffici, documenti, domande, procedure per ottenere ciò che spetta ai suoi nipoti; non possiamo accettare che il sostegno a un bambino dipenda dal comune in cui vive, dalla disponibilità di un servizio sociale o dalla fortuna di incontrare qualcuno capace di indicargli la strada. La tutela di questi bimbi non può essere una questione di fortuna, ma deve essere un diritto garantito dallo Stato, per tutti e tutte.

Per questo si propone l'istituzione di un Registro nazionale che non sia un semplice elenco di nomi: non si vuole creare l'ennesima banca dati destinata a rimanere inutilizzata, ma costruire uno strumento concreto, capace di collegare le istituzioni, individuare tempestivamente gli orfani, verificare che ricevano assistenza e impedire che qualcuno venga dimenticato.

Si prevede che, fin dal primo contatto con le autorità, i tutori e gli affidatari ricevano informazioni chiare sui diritti e sugli aiuti disponibili. Si prevede un avvocato dedicato, nominato d'ufficio, pagato dallo Stato, perché nessun bambino debba rinunciare alla tutela dei propri diritti per ragioni economiche; una presa in carico da parte dei servizi sociali con un progetto individuale che comprenda un sostegno psicologico, educativo, scolastico e sanitario, perché il trauma non finisce con il funerale: il dolore di un bimbo può riemergere quando torna a scuola, quando vede gli altri compagni abbracciare le loro mamme, quando arriva Natale, quando compie gli anni, quando deve affrontare un momento importante della propria vita e si accorge ancora una volta di quell'assenza, di quella terribile assenza.

Un bambino che ha perso la madre in un femminicidio non ha bisogno soltanto di un contributo economico: ha bisogno di sapere che non sarà abbandonato. Ha bisogno di adulti preparati, psicologi, insegnanti capaci di comprenderlo, di istituzioni che non lo costringano a raccontare cento volte la propria tragedia; ha bisogno che tutto questo non duri qualche settimana ma continui nel tempo, anche quando l'attenzione pubblica sarà svanita.

La proposta prevede, inoltre, una formazione specifica per le Forze dell'ordine, la magistratura, gli operatori e le operatrici sanitarie, i servizi sociali, per tutti e tutte coloro che entrano in contatto con queste povere vittime, perché anche il modo in cui si ascolta un bambino, il modo in cui gli si parla, il modo in cui lo si accompagna può fare la differenza tra una ferita che può venir curata e una ferita che invece magari si acuisce.

Colleghi e colleghe, non possiamo restituire una madre a un bambino che l'ha perduta: magari potessimo! Non possiamo cancellare quello che ha visto, quello che ha sentito, quello che ha vissuto. Non possiamo restituire le notti tranquille che gli sono state rubate per sempre, ma possiamo fare una cosa fondamentale: possiamo evitare che, dopo la violenza subita, debba conoscere anche la violenza dell'indifferenza; possiamo fare in modo che lo Stato non si presenti soltanto con una divisa, con un magistrato o con una sentenza, ma anche con una mano tesa, con una presenza concreta, con qualcuno che gli dica: non sei solo, ci siamo noi e continueremo a esserci.

La giustizia, infatti, non può esaurirsi nella condanna di chi ha ucciso: la giustizia deve essere anche la possibilità per chi è rimasto di ricostruire una vita, e questo vale per i bambini che non hanno scelto nulla di ciò che è accaduto, ma ne pagano le conseguenze più dolorose.

Questa proposta di legge prevede uno stanziamento di 1,2 milioni di euro annui, una cifra che dovrebbe farci riflettere. Troviamo risorse per tante cose, spesso anche per cose che non sono indispensabili: possibile che non riusciamo a garantire un sistema di protezione a chi ha perso la propria madre per mano della violenza? Non è soltanto una questione di risorse, è una questione di priorità, di responsabilità, di umanità.

Vorrei infine rivolgermi a tutte quelle nonne, nonni e zii, a quelle famiglie che oggi stanno crescendo i figli delle donne uccise. Sono persone che hanno dovuto trovare una forza che forse non pensavano neanche di avere, che hanno messo da parte il proprio dolore per asciugare le lacrime di un bambino, che ogni giorno cercano parole giuste per spiegare - ahimè - l'assenza che non ha spiegazioni. A loro dobbiamo molto più della nostra solidarietà: dobbiamo risposte, sostegno e diritti concreti.

Ai bambini che hanno perso la mamma dobbiamo una promessa: la promessa che non saranno soltanto ricordati nelle statistiche sui femminicidi, che non saranno invisibili, che la loro vita, il loro futuro, i loro sogni conteranno per questo Paese. Perché dietro ogni donna uccisa può esserci un bambino che continua ad aspettarla, un bambino che forse conserva ancora il profumo della mamma su un vestito, una fotografia sul comodino, magari un messaggio vocale che ascolta per sentire ancora una volta la sua voce.

Noi non possiamo limitarci a dire “mi dispiace”, dobbiamo agire. Per questo, come MoVimento 5 Stelle, sosteniamo questa proposta di legge al di là delle appartenenze politiche.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

(Repliche - A.C. 2715-A?)

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare la relatrice, deputata Maria Rosaria Carfagna, per due minuti.

MARIA ROSARIA CARFAGNA, Relatrice. Grazie, Presidente. Molto brevemente, soltanto per ringraziare le colleghe che sono intervenute e che hanno contribuito ad arricchire il dibattito.

Vorrei assicurare loro che anche nella fase emendativa ci porremo in una condizione di ascolto e di disponibilità all'accoglimento delle eventuali proposte di modifica che dovessero arrivare. E poi un ringraziamento sentito, non formale, al Governo, in particolare alla Sottosegretaria Matilde Siracusano, per la straordinaria sensibilità con cui ha seguito questo provvedimento - non era scontato - e anche per l'efficienza, l'operatività e la pazienza con cui ha garantito l'interlocuzione e il raccordo tra tutte le amministrazioni competenti.

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare la rappresentante del Governo, Sottosegretaria Siracusano: si riserva di farlo.

Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

Interventi di fine seduta.

PRESIDENTE. Passiamo agli interventi di fine seduta.

Ha chiesto di parlare il deputato Amich. Ne ha facoltà.

ENZO AMICH (FDI). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe e colleghi, vorrei portare all'attenzione dell'Aula la vicenda di Fabio Campagnola, cittadino italiano originario di Casale Monferrato, morto tragicamente il 3 gennaio del 2023 in Brasile, dove viveva e lavorava come imprenditore nel settore della ristorazione. Una morte violenta, che ha lasciato un dolore profondo nella sua famiglia, nella comunità monferrina e tra i suoi amici, che continuano a ricordarlo con grande affetto.

Oggi, al di là degli aspetti giudiziari, sui quali non si intende entrare, desidero richiamare l'attenzione su una questione profondamente umana, esclusivamente umana: la possibilità per la famiglia di riportare in Italia le ceneri di Fabio, per potergli dare una degna sepoltura. Dietro questa vicenda c'è una madre di 78 anni che attende di poter avere suo figlio vicino, nella sua terra, e un'intera famiglia che desidera semplicemente disporre di un luogo in cui raccogliersi, rendergli omaggio e custodirne la memoria.

È difficile comprendere come, a distanza di tanto tempo, non sia ancora stato possibile realizzare questo desiderio; ricordo che a gennaio saranno ben quattro anni da quel giorno tragico. Desidero, quindi, portare la vicenda a conoscenza del Parlamento, nella speranza che possa essere prestata la dovuta attenzione alla situazione e che, attraverso i canali ritenuti più opportuni, si possa favorire una soluzione nel più breve tempo possibile.

Nel richiamare l'attenzione sul caso di Fabio, il mio pensiero va anche a tutte quelle famiglie italiane che vivono situazioni analoghe, famiglie che attendono risposte, che chiedono verità e che, in alcuni casi, aspettano soltanto di poter riportare a casa i resti dei propri cari per dare loro una degna sepoltura. Perché dietro ogni vicenda ci sono persone, storie e famiglie, e nessuna famiglia italiana deve sentirsi dimenticata o lasciata sola dalle proprie istituzioni.

Tornando a Fabio, tra Italia e Brasile esiste un rapporto di consolidata amicizia. Ritengo che sussistano i presupposti, proprio in virtù di questo legame, per avere finalmente una giusta e doverosa soluzione. Parliamo di un gesto di umanità e di rispetto verso una persona scomparsa e verso i suoi familiari, che hanno già dovuto affrontare il dolore di una perdita tanto grave. Concludo, Presidente, semplicemente augurandomi che Fabio possa presto tornare a casa e che sua madre, i suoi cari e le persone amiche possano finalmente tributargli l'omaggio che merita.

Ordine del giorno della prossima seduta.

PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.

Martedì 20 ottobre 2026 - Ore 11:

1. Svolgimento di interrogazioni

(ore 14)

2. Seguito della discussione del disegno di legge:

S. 2023 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 agosto 2026, n. 154, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa di impianti di interesse strategico nazionale (Approvato dal Senato). (C. 3131?)

Relatore: IAIA.

3. Seguito della discussione del disegno di legge:

S. 1880 - Ratifica ed esecuzione dei Trattati di estradizione, trasferimento delle persone condannate e assistenza giudiziaria in materia penale tra la Repubblica italiana e la Repubblica Socialista del Vietnam, fatti a Roma il 18 e il 26 luglio 2023 (Approvato dal Senato). (C. 2958?)

Relatore: BILLI.

4. Seguito della discussione del disegno di legge:

S. 1779 - Disposizioni in materia di protezione civile (Approvato dal Senato).

(C. 3076?)

Relatori: DE CORATO, per la I Commissione; GIOVINE, per la XI Commissione.

5. Seguito della discussione delle mozioni Boldrini ed altri n. 1-00599, Della Vedova ed altri n. 1-00600 e Zanella ed altri n. 1-00605 concernenti iniziative volte a tutelare l'operato della Corte penale internazionale nonché in materia di crimini internazionali .

6. Seguito della discussione della proposta di legge:

MOLINARI ed altri: Disposizioni per la tutela e la valorizzazione delle attività commerciali e artigianali negli ambiti di interesse storico, culturale e paesaggistico dei centri storici. (C. 362-A?)

Relatrice: ANDREUZZA.

7. Seguito della discussione del disegno di legge:

Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie. (C. 2700-A?)

Relatrice: SCHIFONE.

8. Seguito della discussione della proposta di legge:

GRIBAUDO ed altri: Modifica all'articolo 76 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, in materia di patrocinio a spese dello Stato in favore delle persone offese da reati commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, da cui consegua totale inabilità o decesso. (C. 2904?)

Relatori: DONDI E GIANASSI.

9. Seguito della discussione della proposta di legge (previo esame e votazione delle questioni pregiudiziali di costituzionalità e della questione pregiudiziale di merito presentate):

IEZZI ed altri: Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e di revoca della cittadinanza. (C. 2124-A?)

Relatrice: BORDONALI.

10. Seguito della discussione della proposta di legge:

ALFONSO COLUCCI ed altri: Riduzione dei termini per la liquidazione del trattamento di fine servizio dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche e rivalutazione dei limiti di importo per l'erogazione rateale del medesimo trattamento (C. 1254?)

e dell'abbinata proposta di legge: BAGNASCO ed altri. (C. 1264?)

11. Seguito della discussione della proposta di legge:

CARFAGNA ed altri: Istituzione del Registro nazionale degli orfani per crimini domestici. (C. 2715-A?)

Relatrice: CARFAGNA.

La seduta termina alle 16,35.

TESTI DEGLI INTERVENTI DI CUI È STATA AUTORIZZATA LA PUBBLICAZIONE IN CALCE AL RESOCONTO STENOGRAFICO DELLA SEDUTA ODIERNA: SIMONA BORDONALI (A.C. 2124-A?)

SIMONA BORDONALI, Relatrice. (Relazione - A.C. 2124-A?). Onorevoli colleghi! L'Assemblea avvia oggi la discussione della proposta di legge C. 2124-A? Iezzi, recante modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e di revoca della cittadinanza. Faccio presente preliminarmente che la Commissione Affari costituzionali ha avviato l'esame in sede referente del provvedimento lo scorso 8 luglio, a seguito di una ridefinizione del perimetro di intervento normativo volta a circoscrivere quest'ultimo alla sola disciplina dei casi di preclusione all'acquisto della cittadinanza italiana e di revoca della stessa, escludendo in tal modo dal predetto perimetro la disciplina dei casi di acquisto della cittadinanza, oggetto di altre proposte di legge presentate nel corso della legislatura che, per tale ragione, non sono state abbinate a quella oggi in discussione.

La Commissione ha svolto, nel corso dell'esame in sede referente, un'approfondita attività conoscitiva, svolgendo un ciclo di audizioni di rappresentanti di istituzioni, organizzazioni e soggetti esperti nella materia della cittadinanza e delle cause di preclusione al suo acquisto e di revoca della stessa, acquisendo, al contempo, contributi scritti da altri soggetti, parimenti indicati dai gruppi parlamentari.

All'esito della predetta attività conoscitiva, la Commissione ha esaminato le circa sessanta proposte emendative presentate e valutate come ammissibili. Dall'esame delle proposte emendative è scaturita l'approvazione di importanti modifiche – alcune delle quali hanno visto anche il contributo di proposte emendative dell'opposizione – che hanno ulteriormente migliorato il testo. La Commissione ha quindi concluso l'esame il 14 ottobre 2026 con il conferimento del mandato a riferire favorevolmente all'Assemblea.

La proposta di legge, che si compone di un unico articolo e di un unico comma, suddiviso in sette lettere, introduce cause preclusive all'acquisto della cittadinanza, sia da parte degli stranieri nati in Italia al raggiungimento della maggiore età (ai sensi dell'articolo 4, comma 2, della legge n. 91 del 1992), sia per naturalizzazione (ai sensi dell'articolo 9 della medesima legge). Interviene, inoltre, sulla disciplina dei requisiti linguistici e del grado di integrazione richiesti per la concessione della cittadinanza per matrimonio e per naturalizzazione e amplia il novero dei reati che determinano la revoca della cittadinanza italiana.

Passando all'illustrazione puntuale dei contenuti della proposta di legge, faccio presente, anzitutto, che l'articolo 1, comma 1, lettera a), come sostituita in sede referente, integra il citato articolo 4, comma 2, della legge n. 91 del 1992 - che disciplina l'acquisto della cittadinanza da parte dello straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età - subordinando l'acquisto della cittadinanza all'assenza degli elementi preclusivi indicati nel nuovo articolo 4-bis.

La lettera b) del comma 1 dell'articolo 1 introduce, infatti, il nuovo articolo 4-bis della legge n. 91 del 1992, recante la disciplina organica degli elementi preclusivi all'acquisto della cittadinanza ai sensi dell'articolo 4, comma 2, della legge medesima.

Nello specifico, il comma 1 del nuovo articolo 4-bis individua due categorie di condanne ostative. La lettera a) richiama la condanna per i delitti contro la personalità internazionale e interna dello Stato e contro i diritti politici del cittadino (Libro II, Titolo I, Capi I, II e III del codice penale), che siano puniti con la pena della reclusione, nonché per i delitti di cui all'articolo 10-bis della legge n. 91 del 1992, vale a dire i delitti la cui condanna definitiva comporta la revoca della cittadinanza, su cui interviene anche la proposta di legge. La lettera b) richiama, invece, la condanna a una pena superiore a tre anni di reclusione per un delitto aggravato dalla finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, di cui all'articolo 604-ter del codice penale, ovvero per uno dei delitti in materia di stupefacenti di cui agli articoli 73 e 74 del testo unico in materia di stupefacenti e sostanze psicotrope, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990. Diversamente dalla lettera a), che opera in ragione del titolo di reato, la lettera b) subordina dunque l'effetto preclusivo all'entità della pena concretamente irrogata dall'autorità giudiziaria.

Il comma 2 del nuovo articolo 4-bis esclude l'effetto preclusivo quando la pena applicata è sospesa e, nei termini previsti per la sospensione, il condannato non ha commesso altri reati.

Il comma 3 dispone, inoltre, la sospensione dell'acquisto della cittadinanza, fino alla comunicazione della sentenza definitiva, qualora sia stata promossa l'azione penale per uno dei delitti indicati al comma 1, lettere a) e b).

Il comma 4 stabilisce che la riabilitazione fa cessare gli effetti preclusivi della condanna.

Per quanto concerne la disciplina dei requisiti linguistici e del grado di integrazione per la concessione della cittadinanza per matrimonio e per naturalizzazione, faccio presente che il provvedimento in esame novella l'articolo 9.1 della legge n. 91 del 1992.

Nello specifico, il comma 1, lettera c), abroga, al numero 1), l'esenzione dall'onere della conoscenza della lingua italiana ai fini della concessione della cittadinanza per i soggetti precedentemente esonerati, ovvero coloro che abbiano sottoscritto l'accordo di integrazione di cui all'articolo 4-bis del testo unico sull'immigrazione o che siano titolari di permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, ai sensi dell'articolo 9 del medesimo testo unico. All'atto della presentazione dell'istanza, il richiedente deve produrre idonea documentazione comprovante il requisito linguistico, alternativamente mediante titolo di studio rilasciato da un istituto di istruzione pubblico o paritario, legalmente riconosciuto in Italia o all'estero dai Ministeri competenti - Ministero dell'istruzione e del merito e Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale - o certificazione specifica rilasciata da un ente certificatore autorizzato dai citati dicasteri.

La medesima lettera c) interviene anche sulle preclusioni all'acquisto della cittadinanza per naturalizzazione ai sensi dell'articolo 9 della legge n. 91 del 1992. Segnatamente, il numero 2) della succitata lettera c) aggiunge tre nuovi commi al richiamato articolo 9.1. Il nuovo comma 1-bis estende alle istanze di concessione della cittadinanza per naturalizzazione le cause ostative già previste dall'articolo 6 per l'acquisto della cittadinanza per matrimonio ai sensi dell'articolo 5. In base alla novella, la concessione della cittadinanza è, dunque, preclusa qualora il richiedente abbia riportato condanne o abbia a suo carico procedimenti penali in corso per i reati richiamati dalle lettere a) e b) e per i motivi di cui alla lettera c) del citato articolo 6, ovvero: condanne per reati di particolare gravità nel caso di sentenze di condanna passate in giudicato per i delitti contro la personalità internazionale e interna dello Stato e contro i diritti politici del cittadino (Libro II, Titolo I, Capi I, II e III del codice Penale); condanne per delitti non colposi per i quali la legge preveda una pena edittale non inferiore, nel massimo, a tre anni di reclusione; condanne per reati non politici a una pena detentiva superiore a un anno emesse da autorità giudiziarie straniere, purché la sentenza sia stata riconosciuta in Italia secondo le procedure vigenti; comprovati motivi inerenti alla sicurezza della Repubblica. Con una modifica introdotta in sede referente, è stato specificato che resta ferma, a fini preclusivi, la valutazione di ogni elemento utile a verificare l'effettiva integrazione sociale del richiedente.

Il nuovo comma 1-ter, invece, stabilisce che, in caso di pendenza di procedimenti penali, l'iter per la concessione della cittadinanza resta sospeso fino alla notifica del provvedimento di archiviazione o della sentenza definitiva di assoluzione relativi ai reati che costituirebbero causa ostativa. Infine, il comma 1-quater disciplina l'istituto della riabilitazione, disponendo che essa fa cessare gli effetti preclusivi derivanti da una sentenza di condanna.

Nel corso dell'esame in Commissione, è stata aggiunta la nuova lettera d) al comma 1 dell'articolo 1 della proposta di legge, con cui, modificando l'articolo 9-ter, comma 1, della legge n. 91 del 1992, si specifica che anche il termine di definizione del procedimento di cui all'articolo 4, comma 2 – oltre a quelli relativi all'acquisto della cittadinanza per matrimonio e per naturalizzazione di cui agli articoli 5 e 9 – è pari a ventiquattro mesi prorogabili fino al massimo di trentasei mesi dalla data di presentazione della domanda.

Con riguardo al requisito della conoscenza della lingua italiana per il giuramento, segnalo che il comma 1, lettera e), come sostituita in sede referente, novella l'articolo 10 della legge sulla cittadinanza, disponendo che il giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza alla Costituzione e alle leggi dello Stato, da prestare entro sei mesi dalla notifica del decreto di concessione, ai fini dell'efficacia dello stesso, sia pronunciato in lingua italiana. La lettera e) aggiunge poi al citato articolo 10 il nuovo comma 1-bis, che – in conformità a quanto statuito dalla Corte costituzionale con sentenza n. 258 del 2017 – esonera dal giuramento la persona incapace di garantire tale adempimento a causa di una grave condizione di disabilità accertata da una struttura sanitaria pubblica o da un medico convenzionato con il Servizio sanitario nazionale.

Al riguardo, ricordo che la cittadinanza è concessa con decreto del Presidente della Repubblica, sentito il Consiglio di Stato, su proposta del Ministro dell'Interno. Il decreto del Presidente della Repubblica diventa efficace solo dopo il giuramento dinanzi all'ufficiale di stato civile del comune di residenza. L'interessato diventa cittadino italiano il giorno dopo aver prestato giuramento.

Venendo al tema della revoca della cittadinanza, evidenzio che con la lettera f) del comma 1, come sostituita nel corso dell'esame in Commissione, il provvedimento novella l'articolo 10-bis della legge n. 91 del 1992, ampliando l'elenco dei reati la cui condanna definitiva comporta la revoca della cittadinanza acquisita ai sensi degli articoli 4, comma 2, 5 e 9. Il nuovo testo riscrive, infatti, il primo periodo del comma 1 dell'articolo 10-bis, che nella formulazione vigente richiama i soli reati di cui all'articolo 407, comma 2, lettera a), n. 4), del codice di procedura penale (delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell'ordinamento costituzionale) e i reati di cui agli articoli 270-ter (assistenza agli associati) e 270-quinquies.2 (sottrazione di beni o denaro sottoposti a sequestro) del codice penale.

Per effetto della novella, la revoca consegue alla condanna definitiva per i reati previsti dall'articolo 407, comma 2, lettera a), numeri 3), 4) e 7-ter), del codice di procedura penale – ossia, oltre ai delitti con finalità di terrorismo o di eversione, i delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'articolo 416-bis del codice penale o al fine di agevolare le associazioni mafiose e i delitti informatici commessi in danno di sistemi di interesse militare, relativi all'ordine o alla sicurezza pubblica, alla sanità, alla protezione civile o comunque di interesse pubblico – nonché per i reati di cui agli articoli 270-ter (assistenza agli associati), 270-quinquies.2 (sottrazione di beni o denaro sottoposti a sequestro), 583-bis (pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili) e 601 (tratta di persone) del codice penale e per il reato di cui all'articolo 12-bis del testo unico immigrazione (morte o lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina). L'articolo 10-bis della legge sulla cittadinanza prevede che la revoca sia adottata con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell'Interno, entro il termine di dieci anni dal passaggio in giudicato della sentenza di condanna.

La lettera g) del comma 1, aggiunta in sede referente, inserisce all'articolo 13, comma 1, della legge n. 91 del 1992, la lettera e-bis), che introduce una nuova ipotesi di riacquisto della cittadinanza. In base a tale previsione, chi ha perduto la cittadinanza per effetto della revoca di cui all'articolo 10-bis, comma 1, la riacquista se dichiara di volerla riacquistare, una volta decorsi dieci anni dalla data in cui è divenuto definitivo il provvedimento di cessazione della pericolosità sociale, adottato ai sensi degli articoli 207 e 208 del codice penale. È, inoltre, necessario che, in tale periodo, non sia intervenuta nei suoi confronti una nuova condanna definitiva, né una nuova dichiarazione di pericolosità sociale, per uno dei fatti previsti come reato dalle disposizioni di cui all'articolo 10-bis, comma 1. La lettera g) reca, inoltre, una modifica di coordinamento al comma 3 del medesimo articolo 13, volta ad estendere anche alla nuova ipotesi di riacquisto di cui alla citata lettera e-bis) la disposizione in base alla quale il riacquisto della cittadinanza non produce effetto se è inibito - entro un anno dal verificarsi delle condizioni previste - con decreto del Ministro dell'Interno, per gravi e comprovati motivi e su conforme parere del Consiglio di Stato.