XIX LEGISLATURA
Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 682 di venerdì 26 giugno 2026
PRESIDENZA DELLA VICEPRESIDENTE ANNA ASCANI
La seduta comincia alle 9,35.
PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.
ROBERTO TRAVERSI, Segretario, legge il processo verbale della seduta del 23 giugno 2026.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
(È approvato).
Missioni.
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 96, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta in corso (Ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato A al resoconto della seduta odierna).
Discussione della proposta di legge: Bignami ed altri: “Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica” (A.C. 2822-A?) e delle abbinate proposte di legge: Magi; Pavanelli ed altri (limitatamente all'articolo 5) (A.C. 157?-2236?) (ore 9,36).
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge n. 2822-A?: “Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica” e delle abbinate proposte di legge nn. 157? e 2236 (limitatamente all'articolo 5).
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi per la discussione generale - già anticipato ai gruppi per le vie brevi - è in distribuzione e sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta odierna (Vedi l'allegato A).
(Discussione sulle linee generali - A.C. 2822-A? e abbinate)
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
I presidenti dei gruppi parlamentari MoVimento 5 Stelle e Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista ne hanno chiesto l'ampliamento.
La I Commissione (Affari costituzionali) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire il relatore per la maggioranza, deputato Angelo Rossi. Prego, onorevole.
ANGELO ROSSI, Relatore per la maggioranza. Grazie, Presidente. Credo che la legge elettorale sia una delle leggi più importanti che un Parlamento è chiamato ad approvare, perché, attraverso la legge elettorale, si attua il primo articolo della Costituzione, che dice che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme previste dalla Costituzione. Ecco, il voto - che la legge elettorale disciplina - è certamente la forma più importante di esercizio di quella sovranità. Sarà poi il presidente Pagano - e collega relatore -, magari, ad illustrare il ruolo e il lavoro svolto in Commissione che ha presieduto in queste settimane, ma mi preme sottolineare l'importanza della giornata di oggi.
La discussione generale - lo ricorderà il collega Fornaro, con cui sono stato correlatore per la riforma del Regolamento - viene valutata come un lavoro parlamentare, forse, di secondo ordine. Non lo è, e vorrei che l'ordine del giorno di oggi, che prevede la discussione generale, non lo sia. Sarà mia cura e ruolo rappresentare i relatori e ascoltare gli interventi dei colleghi, che saranno oltremodo interessanti, come lo sono stati quelli nei lavori di Commissione, in cui si è svolto un lavoro lungo e proficuo rispetto anche alle modifiche che la legge, poi, ha portato nelle settimane di lavoro della Commissione.
Scendendo nel dettaglio della proposta di legge, passiamo al contenuto.
Gli articoli 1 e 2 recano modifiche ai due testi unici recanti, rispettivamente, norme per l'elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957 e al decreto legislativo n. 533 del 1993.
L'articolo 3 sopprime il meccanismo di aggiornamento periodico dei confini dei collegi uninominali e plurinominali. L'articolo 4 reca disposizioni finalizzate a garantire la libertà, la sicurezza e la segretezza del voto degli italiani all'estero. L'articolo 5 reca una norma transitoria, da applicarsi alle prime elezioni politiche successive all'entrata in vigore della legge, in materia di esonero dalla raccolta delle sottoscrizioni per la presentazione delle candidature. L'articolo 6 reca la clausola di invarianza finanziaria.
Il sistema elettorale introdotto dalla proposta è un sistema a base proporzionale, corretto con una previsione di un premio in seggi fisso alla forza politica o alla coalizione che dovesse raggiungere, in entrambe le Camere, almeno il 42 per cento dei voti.
Rispetto al sistema vigente, sono soppressi i collegi uninominali e i seggi corrispondenti: 142 alla Camera e 67 al Senato sono assegnati ai collegi plurinominali che li contengono; i collegi plurinominali, così come le circoscrizioni, restano quelli oggi, vigenti. I partiti e gruppi politici che intendono partecipare alle elezioni presentano liste di candidati a livello di ciascun collegio plurinominale.
Le soglie di sbarramento, per l'accesso ai seggi, sono pari al 10 per cento per le coalizioni di liste e il 3 per cento per le liste singole coalizzate salvo il ripescaggio, per ogni coalizione di liste, della prima lista coalizzata rimasta al di sotto di tale soglia, come l'abbiamo definita, il “recupero del miglior perdente”. La singola lista o coalizione di liste che sia risultata destinataria, in entrambe le Camere, di almeno il 42 per cento dei voti a livello nazionale è assegnataria di un premio previsto in un ammontare fisso pari a 70 seggi alla Camera e 35 al Senato.
La previsione, in prima battuta, del 40 per cento è stata spostata, poi, nel Bignami-bis, al 42 per cento: questo per garantire che l'entità del premio previsto - che è rimasto invariato: 70 deputati e 35 senatori - permetta, con certezza, il raggiungimento della maggioranza assoluta in entrambe le Camere.
È introdotto un meccanismo di coordinamento degli esiti elettorali tra le due Camere e questo è molto importante: la coalizione o singola lista, arrivata prima nelle due Camere, nel caso in cui non sia la stessa ovvero nel caso in cui la soglia del 42 per cento dei voti validi non sia stata raggiunta, anche in una sola delle due Camere, il premio non viene attribuito in nessuna delle due Camere e, quindi, vengono attribuiti gli interi seggi di Camera e Senato, tutti, su base proporzionale.
Qualora, a seguito dell'assegnazione del premio, quindi, la coalizione a cui questo è stato aggiudicato con il riparto proporzionale superi la soglia dei 220 deputati, alla Camera, e di 113 senatori, al Senato, è previsto un meccanismo che, diciamo, sottrae alla coalizione o alla forza politica risultata vincitrice, assegnataria del premio di governabilità… la sottrazione dei seggi nella parte proporzionale. Questo per garantire quella soglia del 55 per cento in entrambe le Camere; il dibattito in Commissione ha sottolineato la necessità di non poter superare tale soglia. Nella prima stesura del testo di Bignami era prevista la possibilità, comunque, di un cap a 230 e 114, ma l'esclusione delle autonomie di regione Valle d'Aosta e Trentino-Alto Adige dal computo dei seggi, compresi nei limiti dei 230 e dei 114, permetteva un superamento della soglia del 55 per cento fino a un massimo, mi sembra, del 57,5.
Abbiamo voluto, nel testo Bignami-bis, prevedere, invece, l'inclusione di Trentino e Valle d'Aosta e, quindi, una maggiore adesione alle sollecitazioni e alle discussioni che provenivano dai lavori di Commissione.
Per quanto riguarda le cosiddette quote di genere, resta ferma la disciplina attuale di oggi prevista in relazione alla lista di collegio plurinominale con l'obbligo di alternanza e la quota massima del 60 per cento del genere sovra-rappresentato sul totale dei candidati capolista e sulle liste circoscrizionali. Si prevede che le forze politiche debbano indicare nel programma elettorale che depositano il nome e cognome della persona da indicare come proposta per l'incarico di Presidente del Consiglio incaricato; questo, fatte salve le prerogative, naturalmente, del Presidente della Repubblica di cui all'articolo 92 e da quanto previsto dall'articolo 67 della Costituzione.
Tra il “Bignami 1” e il Bignami-bis, una delle modifiche più importanti riguarda l'inclusione del conteggio, all'interno del risultato della coalizione vincente, dei seggi di Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta pur preservando - mantenendo l'attuale sistema elettorale per il Trentino-Alto Adige - la rappresentanza e la tutela delle minoranze linguistiche; mantenendo, quindi, lo stesso impianto normativo elettorale, le stesse tecnicalità elettorali già, oggi, previste per il Trentino-Alto Adige e la Valle d'Aosta, ma includendo quei seggi assegnati nelle due regioni anche nel cap massimo di 220 e 113.
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il relatore per la maggioranza, presidente della Commissione affari costituzionali, il deputato Nazario Pagano.
NAZARIO PAGANO, Relatore per la maggioranza. Grazie, Presidente. Molto brevemente perché intendo recuperare lo spazio temporale che ci resta per la replica. Quello che posso semplicemente dire è che c'è una grande soddisfazione per i lavori svolti in Commissione.
Il provvedimento è stato incardinato il 31 marzo, quindi, sono stati tanti mesi e mai vi è stato un numero così ampio di audizioni nel corso del mese di maggio con una replica che ha complessivamente superato le 100 audizioni; audizioni che devo dire mai come in questa occasione sono state tenute in considerazione rispetto al testo. Per adesso, concludo qui per lasciarci un po' di spazio per la replica.
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il relatore di minoranza, il deputato Riccardo Magi.
RICCARDO MAGI (MISTO-+EUROPA), Relatore di minoranza. Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe e colleghi, il relatore di maggioranza, onorevole Rossi, meglio il portavoce dei relatori perché è stata anche introdotta questa innovazione, nel corso di questa discussione, ci ha invitati a dare il giusto peso a questa discussione e io lo prenderò in parola. Questa proposta di legge, Presidente, interviene sul punto più delicato della democrazia, cioè sul modo in cui il voto dei cittadini entra nelle istituzioni, il modo in cui il popolo sovrano diventa Parlamento, il modo in cui una Repubblica parlamentare accetta di essere governata senza essere deformata da chi, in un dato momento, dispone della forza dei numeri.
Qui siamo, colleghi, di fronte a un colpo di mano; possiamo chiamarlo colpo di Stato elettorale, colpo di Stato mite, colpo di Stato burocratico, colpo di Stato partitocratico. Le parole possono essere discusse, ma resta il fatto politico: una maggioranza, alla fine della legislatura, pretende di scrivere, a suo piacimento, a sua immagine e somiglianza, le regole della competizione successiva comprimendo il confronto parlamentare, tagliando l'esame degli emendamenti, rinviando i nodi irrisolti all'Aula, minacciando una procedura strozzata su una materia che tocca la forma stessa della Repubblica.
La procedura normale di esame e approvazione delle leggi, prevista dalla Costituzione, per una materia di questa natura, dovrebbe essere il minimo sindacale della decenza costituzionale. Una legge elettorale approvata a colpi di tagliola, con una Commissione ridotta a luogo di ratifica, con emendamenti accantonati e, poi, travolti, con i nodi politici scaricati sull'Aula con tempi contingentati ed emendamenti segnalati, produce un vulnus enorme, una ferita per la democrazia che precede, persino, il merito. Il metodo, qui, rivela la sostanza.
Quando si cambiano le regole del gioco, colleghi, chi ha il potere dovrebbe avere pudore, il senso della misura, il rispetto delle minoranze, la consapevolezza del limite. Quanto è accaduto nei giorni scorsi in Commissione è l'esatto contrario. La forza dei numeri usata come manganello contro la democrazia parlamentare.
Invito i colleghi e le colleghe, soprattutto chi siede tra i banchi della maggioranza e del Governo, ad andare a rileggere il dibattito del 1952 sulla cosiddetta “legge truffa”; rileggete Togliatti, rileggete Calamandrei, rileggete Moro che, pure, difendeva quella riforma elettorale; rileggete, soprattutto, colleghi della destra, Giorgio Almirante, relatore di minoranza, perché, in quest'Aula, 74 anni fa accadde qualcosa che dovrebbe quantomeno imbarazzarvi, per non dire umiliarvi, per chi, oggi, si richiama, come voi, alla destra.
Sulla legge elettorale, sulla Costituzione e sul rapporto tra maggioranza e regole comuni, Almirante impartì, allora, una lezione istituzionale che, oggi, questa destra farebbe bene almeno a rileggere. Almirante disse una cosa essenziale, parlando della riforma elettorale: se volete cambiare la Costituzione, avete una strada. Disse che la Costituzione era rivedibile, certo, passando dalla grande porta della revisione costituzionale, non dalla porticina di servizio delle violazioni costituzionali.
Se volete stravolgere una forma di Governo, se volete trasformare il parlamentarismo in un sistema di investitura del capo, se volete ridurre il Parlamento a derivazione di una maggioranza precostituita sulla scheda, abbiate il coraggio di dirlo e passare dalla revisione costituzionale prevista dall'articolo 138, Ministra Casellati. Avete avviato quel percorso, che si è insabbiato. Quindi, il trucco della legge elettorale serve, invece, a fare una riforma costituzionale di fatto, senza chiamarla riforma costituzionale. Togliatti in quel dibattito disse che la legge elettorale proposta allora era il primo atto di natura legislativa con il quale si tende a sovvertire il nostro ordinamento costituzionale. Richiamò la legge Acerbo del 1923 e richiamò Giovanni Amendola che, nel 1923, aveva compreso il punto prima di molti altri: una certa riforma elettorale è già essa stessa riforma costituzionale. Non vado fino a Filippo Turati, che aveva parlato dell'effetto di annullare in pieno la Costituzione e sostituire al regime rappresentativo un potere angustamente oligarchico.
Nel 1953 si gridò alla truffa per un premio che sarebbe scattato solo con la maggioranza assoluta dei voti. Aldo Moro, pur difendendo quella legge elettorale, insisteva proprio su questo punto: occorreva che fosse raggiunta e superata la metà dei voti, almeno la maggioranza assoluta dei votanti. Diceva che non si trasformava una maggioranza relativa in una maggioranza assoluta, perché una maggioranza assoluta doveva già esistere nel Paese. Quella era la difesa della “legge truffa” che oggi non regge più di fronte al vostro testo.
Oggi volete attribuire un premio enorme, che assicuri la maggioranza assoluta in Parlamento, a chi sta molto al di sotto della maggioranza assoluta, con un Paese in cui la partecipazione elettorale è crollata, con milioni di cittadini che già oggi non votano più perché hanno capito che la politica si è chiusa in una stanza e ha buttato le chiavi fuori dalla finestra. Per questo il paragone con la “legge truffa” del 1953 è persino insufficiente. Questa legge appartiene alla logica della legge Acerbo. Il punto politico è questo, colleghi. La legge Acerbo serviva a trasformare una minoranza organizzata in una maggioranza parlamentarmente schiacciante. Serviva a costruire per via legale una dominazione politica, serviva a dare alla forza che aveva già occupato il potere gli strumenti per consolidarlo.
L'eccesso, però, sta nel testo che avete scritto: l'eccesso sta nel premio; l'eccesso sta nelle liste bloccate; l'eccesso sta nella scheda trasformata in plebiscito, e ci tornerò; l'eccesso sta nella pretesa di fabbricare una maggioranza parlamentare artificiale che nel Paese non esiste. L'articolo 1 della Costituzione affida la sovranità al popolo, non alle segreterie dei partiti. L'articolo 48 dice che il voto è personale, eguale, libero e segreto. L'articolo 49 riconosce ai cittadini il diritto di associarsi in partiti per concorrere, con metodo democratico, alla politica nazionale. Non vado avanti solo per motivi di tempo, ma la semplice lettura degli articoli della Costituzione dovrebbe disintegrare la vostra proposta di legge.
La maggioranza in un sistema parlamentare, Presidente, si forma in Parlamento: il Governo nasce in Parlamento e il Presidente della Repubblica esercita le proprie prerogative dentro questo equilibrio. È inutile che voi aggiungiate la postilla ipocrita “nel rispetto delle prerogative del Presidente”, mentre annullate quelle prerogative. Con questa legge si vuole trasferire sulla scheda l'investitura del capo: blindare la maggioranza con un premio, nominare i parlamentari attraverso liste chiuse e presentare tutto questo come esigenza di governabilità. La governabilità diventa la parola con cui si chiede ai cittadini di rinunciare alla rappresentanza democratica. La stabilità diventa la parola con cui si chiede al Parlamento di rinunciare alla propria libertà. L'efficienza diventa la parola con cui si chiede alla Costituzione di farsi da parte.
Poi c'è il tema dell'accesso alla competizione elettorale, che in questa vicenda è rivelatore della natura partitocratica dell'intera operazione. Sia chiaro: un sistema partitocratico con partiti ormai spappolati e fragilissimi, ma comunque che vuole conservare le proprie leve di controllo partitocratico. Il senso della raccolta delle firme per la presentazione delle liste elettorali serve a dimostrare la sussistenza di un minimo di consenso reale non soltanto nei sondaggi, ma una presenza reale nel Paese. Diventa, però, un abuso quando i partiti già insediati in Parlamento decidono, con criteri costruiti su se stessi, arbitrari e iniqui, chi può entrare nella competizione senza ostacoli e chi, invece, deve attraversare una corsa ad ostacoli amministrativa ottocentesca e borbonica. Infatti non si consente neanche il minimo della trasparenza, della semplificazione e della digitalizzazione con l'uso dello SPID, che è quello che si usa per tutti gli altri atti amministrativi che i cittadini compiono. Abbiamo ascoltato la Ministra Casellati dirci in Commissione che il motivo della negazione di questa possibilità sta nei rischi di abuso: ma i rischi di abuso non ci sono quando i cittadini interloquiscono con l'INPS, con l'Agenzia delle entrate, con i tribunali, con le ASL? Per carità! Per presentare liste politiche servono decine di migliaia di firme raccolte collegio per collegio, autenticatori, certificatori elettorali, adempimenti materiali, tempi strettissimi.
Vado a concludere. Ci sarebbero almeno altre quattro pagine fitte di motivi per dire che siamo di fronte a uno scempio che va fermato in tutti i modi. Allora, impiego questo ultimo minuto semplicemente per mostrare quello che non è un cartello, ma è il fac-simile della legge elettorale (Il deputato Magi mostra un cartello recante un fac-simile di scheda elettorale, con in basso la scritta: “Il tuo voto non conta”), con la quale si troverebbero i cittadini davanti… Mi è venuto in un formato grande, ma non è un manifesto, è venuto così. Così, possono vedere tutti. Queste sono le liste bloccate e sotto c'è il listone bloccato. Il fatto di prevedere (Commenti del deputato Urzi')… il fatto di prevedere, Presidente e colleghi, che ci siano queste liste bloccate e sotto altre liste bloccate… il fatto di prevedere, come è stato fatto in Commissione, che chi è nel listone bloccato debba essere anche nelle liste plurinominali, pensando in questo modo di ridurre lo sfregio costituzionale, in realtà lo aggrava...
PRESIDENTE. Concluda, collega.
RICCARDO MAGI (MISTO-+EUROPA), Relatore di minoranza. …perché si sta inserendo un obbligo di pluricandidature. In più, quelli che sono qui nel proporzionale possono anche essere (Proteste del deputato Urzi')…
PRESIDENTE. Collega, devo chiederle di togliere…
RICCARDO MAGI (MISTO-+EUROPA), Relatore di minoranza. …candidati in 5 circoscrizioni! Quindi abbiamo…
PRESIDENTE. Collega Magi, collega Magi…
RICCARDO MAGI (MISTO-+EUROPA), Relatore di minoranza. …le pluricandidature (Il deputato Magi continua a mostrare il medesimo cartello)… delle pluricandidature.
PRESIDENTE. Collega Magi!
RICCARDO MAGI (MISTO-+EUROPA), Relatore di minoranza. Sapete quale sarà (Proteste del deputato Urzi')…
PRESIDENTE. Collega Magi! Collega Magi! Se io la sto richiamando, lei non deve parlare però…
RICCARDO MAGI (MISTO-+EUROPA), Relatore di minoranza. … l'effetto sui cittadini, Presidente? Che dovranno fare questo (Il deputato Magi strappa il cartello precedentemente mostrato – Proteste del deputato Urzi')!
PRESIDENTE. Collega… collega Magi!
RICCARDO MAGI (MISTO-+EUROPA), Relatore di minoranza. E faranno molto bene…
PRESIDENTE. Collega! Collega Magi!
RICCARDO MAGI (MISTO-+EUROPA), Relatore di minoranza. E mi rendo conto... Ma siete voi della maggioranza che state…
PRESIDENTE. Potete spegnere un attimo il microfono del collega Magi (Il deputato Magi: “L'abbiamo tolto di mezzo, come sta facendo la maggioranza rispetto al diritto dei cittadini”)? Collega Magi (Commenti del deputato Magi – Proteste del deputato Urzi')… Collega Urzì, io faccio il mio mestiere (Commenti del deputato Urzi')… Lo sto richiamando, no? Lei mi sente. Probabilmente, il collega Magi non mi sentiva.
Colleghi, come sapete, in Aula non è consentito esporre manifesti di questo tipo. Io l'ho richiamata. Non è consentito a lei come ad altri (Proteste del deputato Magi), come non è consentito parlare così alla Presidenza. Quindi, la richiamo all'ordine.
Adesso ha facoltà di intervenire il Ministro per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa, senatrice Maria Elisabetta Alberti Casellati.
MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa. Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, la legge elettorale è il centro di gravità permanente nella forma di Governo. È la norma che converte l'espressione della volontà popolare sovrana nella rappresentanza parlamentare e, allo stesso tempo, definisce il punto di equilibrio, che è storicamente mutevole, fra il pluralismo delle forze politiche e l'esigenza di funzionalità del sistema di governo e, quindi, di stabilità dell'Esecutivo e dell'indirizzo politico. La forma di Governo italiana ha sempre avuto Esecutivi di breve durata, pur garantendo la più ampia rappresentazione in Parlamento del pluralismo politico ideale. Ha, invece, faticato a pervenire spontaneamente a un esito che è fisiologico e naturale nelle democrazie ben funzionanti, cioè la formazione di una chiara maggioranza parlamentare che rispecchi fedelmente la volontà espressa dagli elettori.
La proposta di legge, che oggi approda in quest'Aula, favorisce precisamente la realizzazione di questo obiettivo di stabilità e di efficienza dell'azione di Governo (Commenti del deputato Magi) e lo fa…
PRESIDENTE. Collega Magi, lei è stato già richiamato.
MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa. …senza in alcun modo sacrificare la piena rappresentatività delle Camere e la riproduzione in esse del pluralismo ideale che innerva la società italiana. All'obiettivo della stabilità è funzionale (Proteste del deputato Magi)…
PRESIDENTE. Collega Magi, la richiamo all'ordine per la seconda volta. Prego, Ministro.
MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa. All'obiettivo della stabilità è funzionale la previsione di un premio (Il deputato Magi mostra nuovamente un cartello) di governabilità da assegnare…
PRESIDENTE. Collega Magi, lei è espulso dall'Aula. Invito gli assistenti parlamentari a togliere il cartello e ad accompagnare fuori il collega Magi (Gli assistenti parlamentari ottemperano all'invito della Presidente). Collega Magi, lei è espulso dall'Aula. Mi spiace, ma tre richiami valgono per tutti (Il deputato Magi: “Andate a rileggere Almirante!”).
Prego, Ministro, continui…
Collega Magi deve lasciare l'Aula! Collega Magi...
MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa. Io credo che uno debba rispettare la pluralità delle idee (Proteste del deputato Magi)…
PRESIDENTE. Collega Magi… Scusi, Ministro. Ministro, non apra il dibattito…
MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa. …come noi abbiamo rispettato (Proteste del deputato Magi, che non intende lasciare l'Aula)…
PRESIDENTE. Ministro… Sospendo la seduta. La seduta è sospesa.
La seduta, sospesa alle 10, è ripresa alle 10,15.
PRESIDENTE. La seduta è ripresa. Restituisco la parola al Ministro per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa, senatrice Maria Elisabetta Alberti Casellati. Prego.
MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa. Grazie, Presidente. Dicevo che all'obiettivo della stabilità è funzionale la previsione di un premio di governabilità da assegnare alla lista o alla coalizione di liste che abbia conseguito, a livello nazionale, il 42 per cento dei voti validi. Un premio che ammonta a 70 seggi alla Camera e a 35 al Senato. La Corte costituzionale, in pronunce tanto famose che non occorre ricordarle ancora, si è già positivamente espressa sulla legittimità di un premio di maggioranza, collocando la soglia di accesso ragionevole intorno al 40 per cento dei voti; ed era del 40 per cento, in effetti, la soglia indicata nel primo testo della proposta oggi in discussione.
Nel corso delle audizioni di tanti esperti, che hanno animato il proficuo e ricchissimo dibattito sulle regole del voto - vi sono state ben 75 audizioni -, è stato da più parti evidenziato che questa soglia non avrebbe garantito matematicamente la conquista della maggioranza parlamentare alla coalizione che l'avesse raggiunta. Il superamento del fatidico 50 per cento dell'Assemblea parlamentare sarebbe venuto, infatti, a dipendere dall'esito del voto nelle circoscrizioni speciali - cioè Estero, Trentino Alto-Adige e Valle d'Aosta -, che assegnano 16 seggi alla Camera e 11 al Senato.
La modifica introdotta nel nuovo testo spinge l'asticella ancora più in alto di quanto richiesto dalla Consulta. Per accedere al premio di governabilità sarà, infatti, necessario raccogliere un consenso pari, almeno, al 42 per cento dei voti validamente espressi. Con la nuova soglia, alla coalizione vincitrice del confronto elettorale sarà matematicamente assicurata una maggioranza in Parlamento, e non già all'esito di imprevedibili e spesso incomprensibili alchimie trasformistiche, ma per una libera scelta degli elettori. Si apprezzano qui la linearità e la trasparenza del sistema elettorale proposto, che assicura un'immediata e facile lettura del voto popolare. Basterà computare i voti conseguiti a livello nazionale e verificare se sia stata raggiunta la soglia di accesso al premio per individuare la coalizione cui spetterà, con la maggioranza parlamentare, la responsabilità del Governo.
In un contesto, come quello italiano, che ha conosciuto l'applicazione di regole elettorali cervellotiche, opache, che rendevano l'esito del voto non immediatamente leggibile, è stato introdotto un meccanismo semplice, basato sul proporzionale corretto da un premio, che restituisce ai cittadini fiducia nel processo elettorale, perché garantisce il rispetto della volontà popolare. Il correttivo del 42 per cento, a ben vedere, non produce solo l'effetto di rafforzare la legittimazione popolare della maggioranza parlamentare, ma va messo a sistema con l'abbassamento del tetto massimo di seggi che la coalizione beneficiaria del premio può complessivamente ottenere. Un tetto che è sceso da 230 a 220 seggi alla Camera e da 115 a 113 al Senato.
La ratio garantista della modifica è assolutamente nitida: con i vecchi tetti, la maggioranza parlamentare, nell'ipotesi remota - ma in astratto configurabile - in cui si aggiudicasse la quasi totalità dei seggi di Estero, Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta, avrebbe potuto superare la maggioranza del 60 per cento necessaria per l'elezione dei giudici costituzionali e dei componenti laici del Consiglio superiore della magistratura. L'abbassamento del tetto scongiura questa possibilità. Infatti, anche nel caso estremamente improbabile - per non dire irrealistico - in cui tutti i 27 seggi assegnati nei collegi esteri e speciali fossero appannaggio del medesimo schieramento politico, la maggioranza di Governo non arriverebbe mai ai 3/5 del Parlamento in seduta comune.
Altro elemento qualificante del nuovo testo sta nell'eliminazione del turno di ballottaggio previsto inizialmente nel caso in cui nessuno schieramento politico raggiungesse la soglia di accesso al premio di governabilità, pur collocandosi in una forbice compresa tra il 35 per cento e il 39 per cento dei voti validi. Venute ormai meno, nel 2021, le differenze di elettorato attivo tra Camera e Senato per effetto della revisione costituzionale dell'articolo 58, la coincidenza di esito del voto nei due rami del Parlamento è quanto mai probabile; tuttavia, in astratto, non può dubitarsi che, in un sistema bicamerale perfetto qual è il nostro, il ballottaggio può portare a risultati divergenti tra le Camere, alimentando quindi, in questo modo, instabilità e frammentazione partitica.
Per rimuovere in radice questo rischio, che avrebbe potuto generare una situazione di disordine istituzionale, si è ritenuto opportuno eliminare del tutto il secondo turno di ballottaggio. Anche in questo caso, l'ascolto e la raccolta degli spunti critici offerti al dibattito dalla comunità scientifica e dalle stesse forze di opposizione non sono stati puramente rituali, ma si sono tradotti in concrete e significative modifiche al testo originario. Questo a ulteriore testimonianza di una disponibilità della maggioranza parlamentare e del Governo - che rappresento - a cercare ragionevoli punti di mediazione e di sintesi con le opposizioni su quella che è stata definita la più politica delle leggi.
All'esigenza di simmetria negli esiti del voto tra le Camere risponde anche la norma di coordinamento, inserita nel nuovo testo, secondo la quale il premio di governabilità viene assegnato solo in ipotesi di contestuale superamento della soglia del 42 per cento, in entrambi i rami del Parlamento, da parte della stessa lista o coalizione di liste. Qualora il premio scatti in una sola Camera o la soglia del 42 per cento non sia raggiunta in nessuna delle due oppure non vi sia omogeneità di risultati, tutti i seggi saranno, dunque, assegnati secondo un riparto proporzionale. Una soluzione più che ragionevole, e questo lo dovrei dire all'onorevole Magi, che si è appena allontanato, citando proprio la Costituzione (Il deputato Giachetti: “Lo hanno espulso, non è che si è allontanato!”)…
PRESIDENTE. Collega Giachetti, sì, il collega è stato espulso…
MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa. Scusatemi, resta agli atti…
PRESIDENTE. No, Ministro, lo preciso anche io, è stato espulso naturalmente, non si è allontanato volontariamente. Prego.
MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa. Resta agli atti, perché vorrei citare quella Costituzione…
PRESIDENTE. Lei può naturalmente (Commenti)… colleghi, ci sono (Commenti del deputato Mancini)… collega Mancini ci sono qui io e questo ruolo, ahimè, tocca a me.
MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa. Allora se…
PRESIDENTE. Ripeto, il collega Magi ovviamente è stato espulso, non si è allontanato perché non voleva stare in Aula. Prego, prosegua, prosegua.
MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa. Non volevo dare adito a polemiche (Proteste del deputato Mancini)…
PRESIDENTE. Collega Mancini, si sieda, abbiamo chiarito. Prego.
MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa. …volevo soltanto specificare un concetto ribadito dalla Corte costituzionale, cui si è fatto, allora dico, genericamente, ripetutamente riferimento. Se, infatti, come insegna la Consulta, lo dico virgolettato: l'obiettivo di rilievo costituzionale alla stabilità del Governo può giustificare una misurata - dico misurata - compressione del principio rappresentativo, quando il premio di governabilità non è idoneo a raggiungere questo obiettivo, è naturale che torni a ri-espandersi la rappresentatività delle Assemblee parlamentari.
Certo, le regole elettorali non possono essere ridotte a una pura tecnica; sono piuttosto l'espressione massimamente politica dell'equilibrio in cui in un momento dato, in un dato momento storico il sistema politico realizza il bilanciamento tra rappresentatività e governabilità. Con i correttivi introdotti al testo base, questo equilibrio tra pesi e contrappesi, limiti e tetti, clausole di salvaguardia e condizioni, è stato portato a un punto più avanzato, in piena coerenza con i dettami della giurisprudenza costituzionale.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Fornaro. Ne ha facoltà.
FEDERICO FORNARO (PD-IDP). Grazie, signora Presidente. Rappresentante del Governo, colleghi, la legge elettorale è spesso descritta come materia arida, per esperti, e invece è l'esatto contrario. La legge elettorale racchiude le regole essenziali per il funzionamento di un sistema democratico rappresentativo, ne determina il buon funzionamento. Per questo la legge elettorale, come è riconosciuto da tutti, ha una valenza costituzionale. Questo avrebbe imposto una postura differente da parte della maggioranza e del Governo, una postura di reale confronto, di ascolto, di ricerca di soluzioni condivise.
Le regole del gioco andrebbero discusse insieme, andrebbero trovati i necessari compromessi nell'interesse generale che - ricordo - è l'interesse della democrazia. Ci sarebbe stato quindi bisogno di ascolto e di un approccio costituente, come ieri ci ha mirabilmente ricordato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, proprio in quest'Aula.
Ci sarebbe stato bisogno di un'analisi dello stato di salute della nostra democrazia, della sua fragilità, di un astensionismo che ha battuto ogni record. Nel 2022, il 63,9 per cento di votanti alle ultime elezioni e poi per la prima volta nella storia d'Italia si è scesi in un'elezione generale sotto il 50 per cento… Nulla di tutto questo è stato. Avete applicato questo che ormai è il vostro metodo: discutete, sì, al vostro interno, in riunioni riservate - e fin qui nulla di male - portate questo all'accordo dei leader e poi considerate il Parlamento il luogo della ratifica. Lo avete fatto su varie riforme e non vi è bastato che il popolo, il popolo sovrano, quello dell'articolo 1, nell'ultimo referendum vi abbia ricordato con grande nettezza qual è il potere ultimo.
La riprova? Nessun emendamento dell'opposizione è stato approvato, durante un dibattito e un confronto che è durato 35 ore. L'unica eccezione è una riformulazione di un emendamento del gruppo di Azione, che peraltro ha prodotto come risultato anche la reazione del collega Magi, perché conteneva alla fine una discriminazione all'interno dei gruppi di opposizione.
Io non posso negare che non ci sia stato un confronto in sede di Commissione e posso dare atto ai relatori e in particolare al relatore Rossi di aver risposto, però la politica non è soltanto bon ton, la politica non è soltanto rispettare la forma perché quello che emerge - e lo dico con amarezza - è l'assoluta assenza di una ricerca concreta di trovare soluzioni comuni.
Noi non ci siamo messi in una postura soltanto ostruzionistica, abbiamo presentato emendamenti che provavano a rispondere alle questioni serie, serissime, che nelle audizioni sono emerse da parte di decine di costituzionalisti. La risposta è stata: parere contrario.
Questa è una legge elettorale cucita su misura per l'esigenza di chi governa in questo momento, del centrodestra e non - checché se ne dica - nell'interesse del Paese. Avete pensato a questa nuova legge elettorale perché avete intravisto il rischio di sconfitta con l'attuale legge elettorale e allora avete pensato a una diversa soluzione. Ci sarebbe stato, come dicevo, bisogno di ben altro, di un bilancio serio di questi trent'anni dopo l'abbandono dell'impianto proporzionale, quello che era stato indicato in sede di Costituente non soltanto da un ordine del giorno ma, in realtà, dall'approvazione della legge elettorale che ha governato il sistema dal 1948 al 1992.
E poi, lo dico con forza, signora Presidente, ci sarebbe voluto tempo. La legge elettorale è un meccanismo delicato: i problemi, le ingiustizie e le contraddizioni si vedono nei dettagli. Noi abbiamo chiesto tempo e questo tempo ci è stato negato. Ancora oggi non capiamo il perché ci sia stato negato.
Sulla base del fatto che il testo sia andato in Aula oggi, 26 giugno, il Presidente ha applicato la tagliola dei tre minuti e noi abbiamo continuato a fare le nostre proposte in tempi totalmente inadatti per una legge elettorale di valenza costituzionale. Vi avevamo chiesto di poter discutere, di andare in Aula nel mese di luglio, di avere i tempi necessari per continuare; ed invece è stato dato mandato al relatore con neanche il 50 per cento degli emendamenti discussi.
Quindi, nulla di tutto questo, nulla di una riflessione seria su ciò di cui aveva bisogno il Paese. Si spaccia per un ritorno al proporzionale un sistema misto con un premio di maggioranza che può arrivare, di fatto, al 13 per cento. C'è stato un primo testo: lo abbiamo criticato, le critiche sono state largamente condivise dai costituzionalisti; siete stati costretti a cambiare quel testo. Non è stato, come ci è stato riferito in Commissione, un gesto di disponibilità. No! È che vi avevamo indicato, e i costituzionalisti hanno confermato, che c'erano enormi problemi di costituzionalità. E quindi nel secondo testo ci sono alcune correzioni; ma sostanzialmente questa legge è inemendabile per vizi strutturali di incostituzionalità.
L'indicazione del Premier, che è un succedaneo del premierato all'italiana... Avete provato a passare dalla porta principale con una proposta di riforma costituzionale che avete messo nei cassetti, e allora si prova a far rientrare dalla finestra il premierato. L'indicazione del Premier, seppure edulcorata con gli emendamenti presentati anche in sede di Commissione, è chiaramente lesiva delle prerogative del Presidente della Repubblica. Perché evidentemente, se non è un obbligo giuridico, come avete provato a convincerci, allora non si capisce la ragione per la quale debba stare all'interno del programma.
Il premio in misura fissa si presta a questioni gravi. Perché potete chiamarli “listini circoscrizionali”, non lo chiamate più “listone”, ma la sostanza è la stessa: il cittadino voterà da tre a sei nominativi nel listino circoscrizionale del suo territorio, ma con questo ne eleggerà automaticamente altri 67.
Ci sono doppie liste bloccate. Il collega Magi vi ha fatto vedere quale sarebbe la scheda: è un manifesto di nomi bloccati. Il collegamento fra Senato e Camera, il premio nazionale al Senato, in contrasto con l'articolo 57... Mi avvio alla conclusione, signora Presidente, le chiedo un minuto.
In Commissione abbiamo suggerito soluzioni per non ricadere nella censura della Corte. La maggioranza è stata sorda ed è andata per la sua strada con forzature su forzature. La fretta è cattiva consigliera, non è così che si tratta una materia complessa e delicata come quella costituzionale.
Faremo la nostra battaglia in queste Aule, con i regolamenti parlamentari alla mano. Lo faremo qui e fuori, perché l'Italia oggi avrebbe bisogno di una legge elettorale che, in primo luogo, provasse a ridurre il fossato tra eletto ed elettore. E invece voi rifuggite il tema del voto dei fuori sede, sulla parità di genere, sulle firme digitali. Allontanate ancora, con le liste bloccate plurime, gli elettori dal sistema. Avremmo bisogno di recuperare la fiducia degli elettori nella politica e nelle istituzioni.
E poi certo che c'è anche il problema di una legge elettorale che favorisce stabilità degli Esecutivi; ma no - e chiudo -, non condividiamo il metodo, non condividiamo le forzature, non condividiamo il merito di una legge elettorale destinata a scontrarsi - e sarà responsabilità solo vostra -, per l'ennesima volta, contro il muro della Corte costituzionale (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Paolo Emilio Russo. Ne ha facoltà.
PAOLO EMILIO RUSSO (FI-PPE). Grazie, signora Presidente. Onorevoli colleghi e colleghe, prendo la parola, in questa discussione generale su questa proposta di legge, con la consapevolezza che non stiamo deliberando una norma tecnica, per quanto tecnica essa sia, ma stiamo deliberando sulla grammatica della nostra democrazia. Le leggi elettorali non sono strumenti neutri: lo sapevano i Costituenti, che abbiamo in qualche modo ricordato ieri in quest'Aula, lo sa la scienza politica, lo dicono i dati comparati. Io mi sono ripreso dagli scaffali polverosi un po' dei manuali di quando ero studente: Giovanni Sartori, nel suo Ingegneria costituzionale comparata, affermava che i sistemi elettorali sono - aperte le virgolette - il più specifico strumento di manipolazione della politica che i politologi abbiano disposizione. E, attenzione, non lo diceva in senso deteriore, lo diceva per sottolineare che una legge elettorale è sempre, prima ancora che una norma, una scelta di civiltà. Una scelta che plasma la morfologia dei partiti, la struttura della rappresentanza, la qualità della decisione pubblica nel tempo.
Ebbene, questa è precisamente la ragione per cui oggi siamo qua, in questa discussione. Il quadro politico degli ultimi 25 anni ci ha consegnato una lezione durissima: leggi elettorali disegnate per produrre una stabilità artificiale; sistemi maggioritari, premi senza soglie adeguate, coalizioni obbligate a stare insieme per aritmetica e non per affinità programmatica, hanno generato una instabilità reale. Governi che duravano stagioni, maggioranze che si sfaldavano a metà legislatura, se non prima - abbiamo una media, come sapete, imbarazzante rispetto agli altri Paesi europei -, partiti costretti ad allearsi, appunto, non per condivisione di un progetto, ma per necessità di sopravvivenza elettorale. Ecco, il paradosso degli anni Novanta e Duemila è esattamente questo: più si è inseguita la stabilità per decreto, e più la si è perduta nella pratica di Governo.
E allora, Arend Lijphart, nel suo classico della letteratura politologica, ha dimostrato con evidenza empirica che, su 36 Paesi analizzati, i sistemi proporzionali producono, nel lungo periodo, una qualità della governance superiore rispetto agli altri Paesi e rispetto a quella dei sistemi maggioritari, non perché siano più efficienti nel breve periodo, ma perché costruiscono Governi su basi di consenso più ampio, più legittimati e più capaci, dunque, di mantenere la rotta anche in condizioni avverse. La stabilità che conta - ci ha insegnato - non è quella del monopartito o della maggioranza artificiosa, è quella del sistema, della prevedibilità delle regole, della continuità delle politiche strutturali.
E qui i dati economici ci vengono in soccorso in modo assolutamente inequivocabile. Uno studio del Fondo monetario internazionale, nelle elaborazioni di Persson e Tabellini ampiamente richiamate ormai dalla letteratura scientifica, ha mostrato una correlazione positiva e statisticamente significativa tra la stabilità istituzionale e la crescita economica di lungo periodo. Attenzione, non la stabilità di un singolo Esecutivo, ma la stabilità del sistema, la certezza del diritto, la continuità delle politiche pubbliche.
I Paesi con sistemi proporzionali consolidati - la Germania, i Paesi Bassi, le democrazie scandinave - mostrano tassi di continuità delle politiche strutturali che sono significativamente superiori a quelli con sistemi maggioritari puri, dove l'alternanza produce inversioni di rotta brusche e spesso costose per le imprese e per i mercati. Lo spread - voglio citare un indicatore che gli italiani conoscono bene - reagisce non tanto al colore dei Governi, quanto alla loro prevedibilità. E la prevedibilità è figlia della legittimità e non della forza. Ecco perché lo spread è molto basso in questi anni.
Ecco, siamo venuti al senso di questa proposta che ho sottoscritto con i colleghi di Forza Italia, e che mi preme difendere proprio anche sul piano dei principi.
Il testo della nuova legge elettorale, che abbiamo informalmente battezzato “Stabilicum”, delinea un sistema a base proporzionale corretto da un premio di governabilità - 70 seggi alla Camera e 35 al Senato - che viene attribuito soltanto al ricorrere di condizioni stringenti: la stessa lista o coalizione deve risultare prima in entrambi i rami del Parlamento e deve aver ottenuto almeno il 42 per cento dei voti validi in ciascuno di essi. Non c'è ballottaggio, non c'è artificio. Se una forza politica o una coalizione raggiunge quella soglia democratica ottiene un premio limitato e proporzionato. Se non la raggiunge, il Parlamento viene eletto in modo integralmente proporzionale. Questo è equilibrio, non una concessione alla frammentazione.
Le soglie di sbarramento al 3 per cento per le liste singole e al 10 per cento per le coalizioni presidiano il sistema dall'entropia. Anche qui, la letteratura politologica è coerente: la soglia seleziona senza distorcere, filtra senza escludere. Robert Dahl identificò nella rappresentatività e nella reattività le due condizioni fondamentali di una democrazia sana. Rappresentatività significa che le istituzioni debbano rispecchiare fedelmente la composizione della volontà popolare, e la reattività è quella che noi ricerchiamo più di tutti, cioè che il Governo sia capace di rispondere nel tempo alle preferenze dei cittadini e alle necessità, appunto, del Paese. Questo sistema proporzionale con soglia serve esattamente a entrambe le condizioni: massimizza la prima e presidia la seconda.
C'è poi un tema che, a mio avviso, è bene affrontare in questa sede e, diciamo così, a viso aperto: riguarda il ruolo dei partiti. Lo voglio fare anche perché abbiamo assistito questa mattina ad una scena non molto edificante, che proprio riguardava la gestione della scheda dei candidati.
L'articolo 49 della nostra Costituzione, che è stato già citato, non è un relitto del tempo, è una norma vivente e dice che “(…) i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. I partiti non sono un accidente della storia né una degenerazione da purificare, come ha provato a sostenere qualcuno, sbagliando, e poi costretto a ravvedersi. Sono, come scrisse Duverger, per esempio, lo strumento attraverso cui le democrazie moderne organizzano la rappresentanza della volontà popolare. I candidati, dunque, non solo degli strumenti, ma sono delle persone. Non saranno mai estratti a sorte. Nessuno, nessun partito ha interesse a riempire le liste di incapaci o impreparati. Io credo e noi crediamo nella capacità delle forze politiche mature di essere filtro, di promuovere la meritocrazia e la qualità delle persone e degli esponenti politici.
Senza soggetti collettivi che siano responsabili davanti agli elettori, senza strutture che aggreghino interessi e producano programmi verificabili, vi è solo il carisma individuale, quindi la leadership, il cui ciclo di vita è notoriamente breve e il cui tramonto è spesso brusco. Lo abbiamo visto proprio in quest'ultimo decennio in Italia, con leadership che sono cresciute e poi si sono, in qualche, modo afflosciate e ritirate. E lo vediamo ancora oggi in moltissimi Paesi europei.
Così un sistema proporzionale con soglie di sbarramento è il sistema che più di ogni altro restituisce ai partiti il loro ruolo costituzionale: essere strumenti e non fini; strumenti al servizio dei cittadini ovviamente, verificabili, confrontabili, responsabili. Nelle democrazie più mature i partiti non sono in crisi perché sono partiti, sono in crisi dove si è cercato di sostituirli con una personalizzazione troppo spinta.
Signor Presidente, le grandi trasformazioni strutturali che ci attendono, le pressioni geopolitiche, la transizione del sistema industriale e la riconfigurazione del welfare richiedono non Governi forti nel senso della concentrazione del potere, ma Governi profondi nel senso della legittimazione democratica. Un Governo che nasce da un consenso ampio e che sa di dover rispondere a più anime dell'elettorato è strutturalmente più prudente, più capace di gestire l'incertezza senza scorciatoie. È, in ultima analisi, più stabile.
Ho ascoltato questo argomento critico qualche minuto fa, secondo cui questa legge elettorale sarebbe una sorta di riforma costituzionale mascherata. Evidentemente non è così, perché, altrimenti, avremmo fatto ricorso a una legge costituzionale. Ma, con altrettanta onestà, vorrei dire che io non ritengo sbagliato né improprio che una legge elettorale crei un elemento di chiarezza rispetto a chi si candida a guidare il Governo di un Paese. Vedo, come lo vedono molti, in questa decisione, cioè quella di indicare il nome di un capo della coalizione sul programma - fermi restando, evidentemente, i poteri e le funzioni del Capo dello Stato - una semplificazione che può riavvicinare gli elettori alla politica, quindi un contributo a quella stabilità che citavamo prima e alla chiarezza. Una stabilità che, appunto, oggi non è pervenuta in molte delle democrazie europee che stanno cambiando Premier a una velocità non sana.
Questa legge, infine, con la previsione di un meccanismo e di un sistema di quote all'interno dei cosiddetti listini, cioè delle liste regionali, prosegue il percorso delle istituzioni verso l'empowerment femminile. Anche questo è un argomento che ho sentito usare a critica di questa legge, ma che non posso condividere. Innanzitutto, voglio dire che sul tema dell'empowerment femminile questa maggioranza, la maggioranza che oggi governa il Paese, evidentemente non può prendere lezioni da nessuno visto che è la coalizione che ha sostenuto ed ha eletto la prima Presidente del Senato donna, che oggi abbiamo la fortuna di vedere seduta in quest'Aula, e di aver espresso la prima Presidente del Consiglio donna.
Anzi, vorrei approfittare di questo gancio per ringraziare il Ministro Maria Elisabetta Casellati per il suo contributo autorevole e per la presenza e il suo lavoro instancabile in Commissione, così come voglio ringraziare il presidente della I Commissione, l'onorevole presidente Nazario Pagano, e i relatori, in particolare l'onorevole Angelo Rossi. Con il mio gruppo abbiamo contribuito a scrivere questa proposta e abbiamo lavorato per migliorarla man mano, ascoltando indicazioni, suggerimenti e obiezioni di tecnici ed esperti.
Lo abbiamo fatto in maniera approfondita non perché questa sia la soluzione definitiva - perché le leggi elettorali sono sempre provvisorie, sempre in dialogo con il contesto storico che le circonda -, ma perché risponde con rigore alle domande che il nostro sistema democratico ci sta ponendo: rimette al centro i partiti come soggetti costituzionalmente responsabili, restituisce agli elettori una rappresentanza più fedele, costruisce le condizioni per una stabilità che non è immobilismo, ma è una premessa necessaria per ogni trasformazione duratura (Applausi del deputato Pagano).
PRESIDENTE. Ne approfitto per salutare una delegazione del Ministero della Giustizia argentina, che assiste ai nostri lavori dalle tribune (Applausi).
È iscritto a parlare il deputato Manes. Ne ha facoltà.
FRANCO MANES (MISTO-MIN.LING.). Grazie, signora Presidente. Il 17 febbraio scorso, a maggioranza assoluta e senza voti contrari, quest'Aula ha approvato il più importante pacchetto di riforma del Regolamento della Camera degli ultimi anni, con un metodo costituente fondato sul dialogo. Quel metodo merita di rimanere ancora per la parte invisibile del Regolamento, che sono le regole del gioco elettorale.
E infatti noi minoranze linguistiche non ci siamo mai sottratti al confronto, perché non conta la paternità di una proposta, ma la sua capacità di migliorare nel lavoro delle Camere.
Per questo, in questi mesi siamo rimasti fedeli a un metodo costituente che sta nella capacità di dialogo e mai nella forzatura della Costituzione. Dopo due versioni del testo base in Commissione, la proposta è ulteriormente migliorata.
Tra le modifiche condivisibili, la decisione di conteggiare anche i seggi uninominali della Valle d'Aosta nel tetto massimo di saggi attribuibili alla maggioranza: una previsione che contiene l'effetto del premio e preserva il quorum di garanzie costituzionali. Ma una cosa è conteggiare il deputato o il senatore valdostani nel numero complessivo dei seggi della coalizione vincente, altra cosa è utilizzare tutti i voti per determinare le soglie nazionali e l'attribuzione di seggi in altre circoscrizioni.
La prima è una regola sui limiti da porre quando una minoranza politica nel Paese diventa maggioranza istituzionale in Parlamento. La seconda incide sulla natura stessa del voto valdostano e tocca l'ordinamento statutario, la libertà di voto e la tutela di una minoranza linguistica. Si tratta di elementi che in audizione non sono stati affrontati in modo specifico, perché gli esperti si sono dovuti confrontare con un testo diverso. Tocca quindi alla sede parlamentare affrontare i punti di fragilità dell'attuale proposta, che emergono dall'inclusione della Valle d'Aosta nel computo nazionale.
Il primo punto è l'articolo 47 dello statuto speciale. Questa disposizione di rango costituzionale stabilisce che, agli effetti delle elezioni di Camera e Senato, la Valle d'Aosta forma una e una sola circoscrizione elettorale. Non parla di un semplice collegio e la distinzione è decisiva: il collegio è l'ambito in cui gli elettori scelgono il candidato, la circoscrizione è il territorio in cui i voti vengono raccolti, trasformati in seggi e producono i propri effetti. In Valle d'Aosta con un solo seggio per Camera circoscrizione e collegio coincidono, ma se quei voti vengono poi usati per le soglie e per il premio nazionale si crea un livello elettorale nuovo, sovrapposto a quello statutario. La Valle d'Aosta diventerebbe porzione di una circoscrizione unica nazionale, quando i suoi voti servono a eleggere parlamentari di altri territori.
È questa sovrapposizione a risultare difficilmente compatibile con il nostro statuto. Al Senato il problema è ancora più serio, perché la garanzia statutaria è più forte della stessa previsione costituzionale dell'elezione su base regionale. Il secondo punto è la continuità della legislazione applicata dal 1948 ad oggi: le norme elettorali effettivamente applicate hanno sempre tenuto la Valle d'Aosta fuori dai circuiti di recupero e di attribuzione dei seggi. Con il Mattarellum, la regione poteva essere trasformata in un semplice collegio uninominale da inserire in un ambito proporzionale più ampio; ciò non avvenne perché essa forma una circoscrizione e i suoi voti non si recuperano per eleggere rappresentanti altrove.
Anche con la legge Calderoli del 2005, pur con il premio nazionale alla Camera, i voti valdostani sono rimasti fuori dal computo. Il recupero oggi proposto sarebbe quindi, dunque, una novità senza precedenti concreti e verificati e apre nuovi dubbi di costituzionalità.
Il terzo punto è la natura della minoranza linguistica valdostana. Le norme sono in larga parte modellate sul Trentino-Alto Adige, ma le due realtà non sono equiparabili. In Trentino, convivono gruppi linguistici separati: italiano, tedesco e ladino e l'autonomia è costruita sulla loro distinzione; la comunità valdostana, invece, è unitaria e bilingue ed è lo stesso statuto, all'articolo 38, a parificare il francese all'italiano e la Corte costituzionale, con la sentenza n. 156 del 1969, ha ricondotto questa parità a un pieno bilinguismo. La tutela riguarda, dunque, l'intera comunità regionale e chiunque sia eletto, con qualunque contrassegno, la rappresenta per intero.
Il testo rischia, invece, di introdurre una distinzione artificiale tra candidati collegati alle coalizioni nazionali cui si attribuiscono effetti di premio e candidati espressione del territorio. L'articolo 6 della Costituzione impone apposite norme e “apposite” significa costruite sulla specifica minoranza tutelata e non trasferite da un'altra realtà regionale.
La differenza è anche tecnica: in Trentino-Alto Adige le forze politiche presentano vere liste plurinominali e, quindi, quei candidati si collegano mentre in Valle d'Aosta esiste soltanto un collegio uninominale per ciascun ramo del Parlamento e nessuna lista; eppure il testo impone anche al candidato valdostano di collegarsi a una lista che semplicemente non esiste costringendo a equiparare un contrassegno a una lista fittizia; un segno che, forse, la norma non nasce da una compiuta osservazione della realtà valdostana.
Il quarto punto è il funzionamento dell'uninominale. Il sistema valdostano è semplice: è eletto il candidato più votato ed i voti dei candidati sconfitti non eleggono nessuno perché questa è la logica di un maggioritario puro a turno unico. Se quei voti vengono recuperati a livello nazionale, il sistema cambia natura e nasce un paradosso: chi vota per i candidati vincenti elegge due soli parlamentari mentre chi vota, invece, per i candidati sconfitti, ma collegati alla coalizione che ottiene il premio, non elegge nessuno del proprio territorio, ma concorre ad assegnare 70 seggi alla Camera e 35 al Senato in altre circoscrizioni.
Una norma presentata come strumento di pari dignità del voto, principio del tutto condivisibile chiaramente, rischia così di creare nuove diseguaglianze tra gli elettori della stessa regione.
Il quinto punto è il fatto che questa riforma non modifica il sistema di governo, non introduce il premierato né l'elezione diretta del Premier e l'indicazione della persona proposta per un incarico non tocca le attribuzioni del Capo dello Stato, né il rapporto fiduciario con le Camere né impedisce che la maggioranza cambi nel corso della legislatura.
Gli elettori continuano a eleggere deputati e senatori e il premio attribuisce seggi ai candidati inseriti in listini territoriali rafforzati dalla nuova regola della doppia candidatura obbligatorio. Da qui, l'ultimo problema: la libertà e la consapevolezza del voto. La Valle d'Aosta non riceve seggi premiali, non potrebbe per numero di popolazione e per statuto e quei 70 deputati e 35 senatori sono eletti altrove con nomi che non compaiono sulla scheda valdostana.
Indicarli tutti renderebbe evidente l'esistenza di una lunga lista bloccata nazionale; non indicarne nessuno, come fa il testo, fa sì che l'elettore concorre ad eleggere i candidati che non può conoscere né valutare ma la giurisprudenza costituzionale ha attribuito rilievo decisivo alla conoscibilità dei candidati: è un voto libero e consapevole da garantire in modo uguale a tutti gli elettori.
Vede, signora Presidente, le questioni che ho brevemente rappresentato non sono né ideologiche, né di parte: la difesa delle peculiarità della Valle d'Aosta non appartiene a un partito, è un compito che la Costituzione e lo statuto affida al Parlamento. L'uguaglianza dei cittadini non impone l'uniformità dei sistemi elettorali, soprattutto quando sono le stesse norme costituzionali a prevedere discipline speciali. Riconoscere le differenze previste in Costituzione non viola l'uguaglianza, ma permette, invece, di darle concreta attuazione.
Termino, signora Presidente. Vedete, onorevoli colleghi, i seggi uninominali della Valle d'Aosta possono essere conteggiati nel limite massimo spettante alla coalizione che ottiene il premio, questo sì, ma i voti espressi in una circoscrizione devono restare destinati alle elezioni del deputato e del senatore valdostani, senza concorrere ai calcoli nazionali o alle elezioni di candidati di altri territori. Questa è l'unica soluzione coerente con lo statuto speciale, con la natura della comunità valdostana e con il diritto degli elettori a conoscere gli effetti del proprio voto al pari di tutti gli altri.
Mi auguro quindi che insieme sapremo approvare emendamenti correttivi qui, alla Camera, altrimenti toccherà risolverli nella seconda lettura al Senato, con un rallentamento dei lavori che io, personalmente, non auspico. Confido che il lavoro dei prossimi giorni consenta al Parlamento di approvare una riforma che dia governabilità al Paese, ma senza violare la Costituzione e gli statuti speciali.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Alessandro Urzi'. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO URZI' (FDI). Grazie, Presidente. Ministro, onorevoli colleghi, apparteneva anche questo a un nostro preciso impegno con gli italiani, e lo stiamo realizzando. Non dimentichiamo, ogni giorno del nostro mandato, ciò per cui abbiamo ottenuto la fiducia: è la stabilità del sistema politico nazionale, da cui discende la stabilità dei Governi, la loro autorevolezza, anche sulla scena internazionale, per cui la nostra competitività costituiva uno dei punti qualificanti del nostro programma.
Stabilità, Presidente, certo, l'abbiamo garantita in questa legislatura, ma sfidando e vincendo anche su un sistema elettorale che la stabilità non la prevedeva come condizione. Se l'abbiamo realizzata è grazie alla tenacia incrollabile di una donna come Giorgia Meloni e, certamente, anche alla inossidabile realtà di una coalizione come quella di Governo. Qui voglio rendere merito a tutte le forze alleate e, certamente, alla straordinaria motivazione di risollevare il Paese dalla depressione dei Governi del tutti dentro, oppure quelli dei superbonus e dei redditi di cittadinanza. Fra gli impegni che ci siamo dati c'è anche quello di consegnare un modello di sistema elettorale che in sé conosca gli elementi fondamentali per cui ci siamo da sempre spesi: i Governi siano espressione della volontà popolare, mai più accordi di palazzo, da cui escono improbabili Presidenti del Consiglio o tecnici espressione delle segreterie di partito e non della libera volontà degli italiani.
A questo proposito, voglio richiamarmi alla sceneggiata odierna del collega Magi e anche alla sua evocazione, che ha fatto in quest'Aula, della forza dei numeri, quasi che quei Governi imposti ai cittadini con la forza dei numeri fossero già un'eredità dimenticata. Per noi no. Gli italiani devono sapere prima del voto chi li governerà, se la propria coalizione si affermerà, evidentemente, nell'imprescindibile e riaffermato ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica, che potrà indirizzare le proprie incondizionate decisioni non solo sulla base delle volontà espresse dai segretari di partito alle consultazioni, ma anche dal popolo sovrano attraverso il voto democratico. A questo riguardo, Presidente, io voglio fare un accenno alla polemica, sicuramente non edificante, mostrata oggi attraverso l'esibizione di fogli di carta sulla funzione dei candidati nelle liste. È la struttura portante del nostro sistema democratico, perché il Parlamento e anche i Governi sono, in primo luogo, capitale umano, e sta alla selezione dei candidati, a cui provvedono i partiti come struttura cardine della democrazia, questo importante ruolo di proposta alla platea elettorale. Ad eleggerli provvedono i cittadini sovrani e questo sistema garantirà questo principio in senso compiuto.
Avevamo, però, un unico timore, e questo si è materializzato, devo dirlo: un'opposizione senza sconti, e l'abbiamo vista già da oggi, della sinistra. Ma qui mi preme ricordare le quasi 65 ore di seduta - e non ricordo nulla di analogo in questa legislatura su qualunque altro provvedimento -, quasi un centinaio o poco meno di costituzionalisti e tecnici auditi in una fase istruttoria che può essere definita un unicum per attenzione verso i temi sollevati, trasformati, nella fase della discussione di merito successiva, in interventi di adeguamento del testo. L'ascolto è stata una delle condizioni principali della fase di trattazione in Commissione, ragione per cui la posizione di maggiore intransigenza, emersa soprattutto nella fase iniziale e finale dei lavori in Commissione, e qui oggi in Aula da alcuni interventi, mostra un approccio classico di opposizione ideologica. D'altronde, come sarebbe possibile altrimenti, come abbiamo sentito oggi da parte dell'onorevole Magi, definire l'esercizio del parlamentarismo un colpo di Stato! Su questo, Presidente, io applico la mia piena censura, in mancanza di censura da parte sua di queste parole.
La riforma della legge elettorale potrà riconsegnare al Paese un'Italia più consapevole delle proprie responsabilità. Il sistema proporzionale, per sua natura, è il sistema maggiormente rappresentativo dello spettro politico. I correttivi attraverso l'assegnazione del premio di governabilità costituiscono un rafforzamento dello stesso metodo, introducendo l'elemento cardine della riforma, che è quello della stabilità delle maggioranze. È un sistema valido per qualunque maggioranza, ricordiamolo, come elemento di sviluppo delle politiche di Governo per periodi temporali adeguati a realizzare i programmi, limitando la premialità ad una soglia di parlamentari nelle due Camere che impedisca l'autosufficienza per l'espressione delle cariche di garanzia, dalla Presidenza della Repubblica a quella dei giudici della Corte costituzionale.
Per assurdo, con l'attuale sistema elettorale, qualora ci fosse stata una particolare affermazione di una delle coalizioni, questa avrebbe potuto abbondantemente sforare queste soglie di garanzia. Si introduce, quindi, un'autolimitazione che contempera perfettamente il principio della governabilità con quello della rappresentatività, con un meccanismo di coordinamento tra gli esiti elettorali delle due Camere tale per cui il premio può essere assegnato in una Camera solo se è possibile assegnarlo alla stessa lista o coalizione anche nell'altra.
Nel caso in cui non sussistano questi requisiti stringenti per l'assegnazione del premio in una Camera o nel caso in cui i vincitori nelle due Camere siano diversi, il premio non viene assegnato in nessuna delle due Camere. In questo caso, con il mancato raggiungimento del 42 per cento in entrambe le Camere, la rappresentanza parlamentare seguirà solo la logica della rappresentatività puramente proporzionale. Ovviamente, Presidente, è una prospettiva che ci impegneremo a non realizzare, quella dell'elezione su base esclusivamente proporzionale in entrambe le Camere, ma questo sarà dettato dalla forza dei nostri programmi e dalla nostra volontà, che costituisce un sistema di garanzia per tutto l'arco parlamentare. Saranno i cittadini a decretare che questa condizione non si debba determinare e che il premio non venga assegnato, ma intanto la clausola esiste, proprio a smentire tutte le cattive interpretazioni di questa legge, costruita nell'esclusivo interesse, invece, dell'Italia e degli italiani.
Esiste un altro importante elemento di rafforzamento del criterio dell'autorevolezza della rappresentanza politica, ossia la definizione di soglie di sbarramento per garantire un'accessibilità alla rappresentanza parlamentare frutto di rappresentatività reale nel Paese: 10 per cento per le coalizioni di liste e 3 per cento per le liste singole o coalizzate, salvo il ripescaggio per ogni coalizione della prima lista coalizzata rimasta al di sotto di tale soglia. Al Senato resta la deroga prevista dal sistema vigente per le liste che abbiano superato il 20 per cento in una sola regione.
Una delle più straordinarie innovazioni è quella già richiamata: l'indicazione del candidato Presidente del Consiglio di coalizione. Un punto di chiarezza verso gli elettori, non vincolante verso le prerogative del Capo dello Stato, come abbiamo voluto rimarcare con uno specifico richiamo di legge alla Costituzione.
Per l'elezione degli italiani all'estero si pongono, invece, principi irrinunciabili e fondamentali: la libertà, la sicurezza e la segretezza del voto. Venendo alle circoscrizioni Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta, la discussione in Commissione si è arricchita dell'intervento di molti costituzionalisti e analisti e ha portato alla configurazione del particolare sistema elettorale delle due regioni nel meccanismo della competizione elettorale nazionale, garantendo il concorso dei voti in essa espressi ai totali nazionali propedeutici al calcolo delle soglie per l'accesso ai seggi e per l'accesso al premio, nonché per l'individuazione della lista che ha ottenuto la maggiore cifra elettorale nazionale.
Rimane esclusa, però, l'assegnazione del premio di governabilità nelle due regioni proprio per tenere conto delle specificità locali. Questo è un punto di discussione. Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta mantengono anche parte del sistema elettorale che ora si intende abbandonare su scala nazionale, ossia i collegi uninominali: questo tanto per il Senato che per la Camera. Per il Senato sono previsti 3 collegi in Alto Adige e 3 in Trentino. La previsione ha acceso un dibattito accademico sulla modalità di migliore applicazione della misura n. 111 del pacchetto - se mi lascia qualche minuto, Presidente…
PRESIDENTE. Un minuto in più, come agli altri.
ALESSANDRO URZI' (FDI). …delle misure a favore delle popolazioni altoatesine, approvato nel 1969 e base di indirizzo per l'attuazione dello statuto di autonomia, che prevedeva la modifica delle circoscrizioni elettorali per il Senato, allo scopo di favorire la partecipazione al Parlamento dei rappresentanti dei gruppi linguistici italiano e tedesco della provincia di Bolzano in proporzione alla consistenza dei gruppi stessi. Un'equa rappresentatività che, invero, nel passato non è stata sempre garantita, a svantaggio del gruppo linguistico italiano.
Il numero dei seggi da attribuire alle province di Trento e Bolzano è assegnato dalla Costituzione. L'Alto Adige trascina con sé, ovviamente, il Trentino, che mantiene la medesima suddivisione per collegi uninominali. Per la Camera si prevede, in ossequio al medesimo principio della rappresentatività dei gruppi linguistici, il mantenimento del sistema oggi in vigore, ossia 2 collegi uninominali in provincia di Bolzano e 2 in provincia di Trento, che segue sempre il modello altoatesino, più l'attribuzione di 3 ulteriori seggi da assegnare con il proporzionale a livello regionale, senza attribuzione del premio di governabilità, creando in questo una distinzione rispetto al sistema nazionale. Questo è il punto di caduta del dibattito che, ovviamente, ha tenuto conto della necessità di garantire l'adeguata rappresentatività delle comunità linguistiche sul territorio.
Presidente, mi avvio a concludere, volendo fare riferimento alla Valle d'Aosta, per cui razionalmente si è seguita l'impostazione che è valsa anche per l'attribuzione del voto al contesto nazionale in Trentino-Alto Adige. Le innovazioni riassegnano ad entrambe le regioni e ai loro elettori il diritto di sentirsi parte della competizione nazionale, fatto salvo l'altrettanto legittimo diritto per le liste espressioni delle specificità locali e autonomistiche di non collegarsi con le coalizioni nazionali e di non indicare un candidato Premier.
Insomma, signora Presidente ed onorevoli colleghi, la riforma della legge elettorale ci racconta di questa Italia che, in questi ultimi anni, si è affacciata con grande credibilità sulla scena internazionale e ha maturato anche una grande consapevolezza interna del proprio ruolo e dell'ambiziosità dei propri obiettivi. Una legge elettorale all'altezza di questa prospettiva di consolidamento del nostro Paese non può essere letta come una legge di una parte, ma dell'intera Nazione. È per questo che confidiamo in un confronto che sappia concentrarsi - concludo, Presidente - veramente sul merito e non essere veicolo di pregiudizio (Il deputato Giachetti: “Presidente, ma come funziona?”).
La nostra Italia ha bisogno di riformarsi, mettendosi al passo delle grandi democrazie europee, anche con un sistema elettorale più rispondente alle nostre esigenze e alla nostra storia, ma anche alla nostra proiezione nel futuro (Applausi di deputati del gruppo Fratelli d'Italia).
PRESIDENTE. Era il gruppo ad averci indicato dieci minuti per il suo intervento. Naturalmente le ho dato tempo aggiuntivo, perché in realtà i tempi del gruppo erano maggiori. Noi, ovviamente, indichiamo quelli che il gruppo poi ci comunica.
È iscritto a parlare il collega Scerra. Ne ha facoltà.
FILIPPO SCERRA (M5S). Grazie, signora Presidente. Allora, le forzature perpetrate da questa maggioranza su questa legge elettorale, a nostro modo di vedere, raggiungono il culmine.
Andiamo alle prime critiche che mi sento di muovere dal punto di vista del metodo. Questa legge è proposta a ridosso del termine naturale della legislatura. Qualcuno dirà che è stato fatto in precedenza, ma noi dobbiamo guardare a quello che questa maggioranza ha fatto in questa legislatura e pensiamo che anche questo sia un errore molto grave, perché viola quelle che sono le prescrizioni della Commissione di Venezia del Consiglio d'Europa relative al codice di buone pratiche in materia elettorale, in base alle quali, per garantire l'effettiva attuazione della democrazia e dello Stato di diritto, gli Stati democratici non devono intervenire a modificare le regole sull'eleggibilità nell'anno precedente alle elezioni. Quindi, questa è una prima critica di metodo.
I gruppi di opposizione sono stati del tutto esclusi dall'elaborazione del testo, dalla sua scelta come testo base ai fini del prosieguo dell'esame e dalle successive proposte emendative. L'opposizione non ha toccato palla relativamente al testo base. Quindi, questa è una legge elettorale partorita dalla prepotenza della maggioranza, che, invece, dovrebbe ovviamente condividere con i gruppi di opposizione quelle che sono le regole del gioco che devono essere, appunto, condivise e comuni.
La calendarizzazione forzata del provvedimento in Assemblea: anche questo ha ristretto fortemente i tempi e le tempistiche in Commissione. Stiamo parlando di una compressione molto grave, poiché stiamo parlando di una legge che ha ovviamente una rilevanza costituzionale. Quindi, quello che è stato fatto, cioè imporre una data come il 25, come oggi, come termine ultimo per approdare in Aula, pensiamo che sia stata l'ennesima forzatura, che non va sicuramente a favore di rappresentanza e governabilità, ma va semplicemente a favore di quella che è l'idea e il modo di intendere la politica di questa maggioranza, basato sulla prevaricazione nei confronti delle opposizioni.
Voglio ricordare, in questa sede, che l'Italia è la sola democrazia al mondo ad avere patito l'onta di due leggi elettorali dichiarate incostituzionali da parte della Corte costituzionale e questo imporrebbe il massimo della cautela quando si parla di questo tipo di leggi, perché c'è la possibilità concreta che anche questa legge venga dichiarata incostituzionale. Si doveva essere molto più cauti. Nel caso in cui si pensi di cambiare una legge elettorale, lo si deve fare, a nostro modo di vedere, molto prima, in maniera tale che la Corte costituzionale possa avere il tempo di vagliarne tutte le irregolarità proprio dal punto di vista costituzionale.
Questa legge propone un sistema a base proporzionale, accompagnato da un abnorme premio di governabilità, che lo fa diventare, in pratica lo trasforma da un sistema proporzionale ad un sistema iper-maggioritario, con il risultato di effetti eccessivamente distorsivi del voto dell'elettore, perché di questo stiamo parlando. Possiamo vedere la distorsione del voto degli elettori e ha un effetto su quello che dovrebbe essere garantito, cioè il principio di uguaglianza del voto: è proprio il principio di uguaglianza del voto, sancito ovviamente dalla Costituzione, che viene intaccato. Questi 70 deputati e 35 senatori che fanno parte del listone unico sono evidentemente un qualcosa di incostituzionale, perché giusto la Corte costituzionale ha sancito la necessità di garantire all'elettore almeno una quota di scelta dei propri rappresentanti, e qua non c'è nessuna quota di scelta dei nostri rappresentanti.
E ha rimarcato, sempre la Corte, la condizione ulteriore che il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da assicurare la conoscibilità degli stessi. Qua invece, il cittadino vede solo alcuni nomi nel listone, ma non si rende conto che invece elegge tutto il blocco complessivo, quindi nella scheda elettorale questo blocco complessivo non c'è. Quindi qua si prendono in giro i cittadini in maniera evidente.
Altresì, il listone viola l'articolo 57 della Costituzione per quanto riguarda il Senato, vale a dire la necessaria elezione su base regionale, in quanto la distribuzione dei seggi avviene solo in base al criterio del risultato nazionale conseguito, e quindi c'è un'altra violazione della Costituzione anche relativamente all'elezione del Senato.
Noi pensiamo, Presidente, che, in una fase storica caratterizzata da livelli sempre più elevati di astensionismo e da una crescente sfiducia nei confronti della politica, appare essenziale rafforzare gli strumenti di coinvolgimento, gli strumenti di partecipazione e di possibilità di scelta degli elettori, piuttosto che ridurne ulteriormente la capacità di incidere sulla selezione dei propri rappresentanti. Questa legge elettorale sta facendo esattamente questo. Ma quali sono i veri intenti del centrodestra? Perché il centrodestra sta insistendo con questa prevaricazione evidente per approvare la legge elettorale? Ebbene, Presidente, ci sono fondamentalmente due obiettivi che si propone il centrodestra.
Il primo obiettivo è il seguente: veniamo da 4 anni di disastri, perché la politica di questo Governo è disastrosa su più fronti, disastri innanzitutto dal punto di vista economico. Abbiamo un Paese che è fermo, con una crescita praticamente pari a zero, abbiamo un calo della produzione industriale che si protrae da 3 anni, e questo perché questo Governo non ha un piano industriale, quindi non c'è una visione da parte di questo Governo su quella che è l'industria di adesso e su quella che deve essere l'industria italiana nei prossimi anni. Quindi, non hanno fatto nulla per aiutare e supportare le nostre aziende. Il potere d'acquisto degli italiani è decresciuto negli ultimi 4 anni, c'è stato un definanziamento enorme sul settore sanitario. Quindi, diciamo che ci sono tutta una serie di fallimenti, per non parlare poi dei fallimenti relativi alla politica estera, e lo stiamo vedendo in questi giorni. In questi giorni è stato conclamato in maniera evidente che tutto quello che Giorgia Meloni aveva promesso e tutto quello che Giorgia Meloni aveva raccontato sulla sua capacità di tessere legami internazionali, di essere pontiera rispetto a Trump, eccetera, eccetera, è crollato come un castello di carta.
Allora, alla luce di tutti questi fallimenti, Giorgia Meloni non è che dice ai suoi: l'ultimo anno possiamo recuperare questi fallimenti. No, dice: facciamo una cosa, l'ultimo anno cambiamo le regole del gioco, in maniera tale che i cittadini non abbiano la possibilità di andare nella direzione che vorrebbero. E la direzione che vorrebbero è quella di mandare a casa questo Governo, è ovvio che ormai la maggioranza degli italiani vuole mandare a casa questo Governo.
E quindi, per evitare che il campo progressista vada a vincere le elezioni, cosa dice Giorgia Meloni? Cambiamo una cosa, intanto un primo cambiamento importante: eliminiamo tutti i collegi uninominali. Perché, dai conti che si sono fatti, al Centro e al Sud, evidentemente, il centrodestra ha compreso che perde tutti i collegi uninominali. Ma perché perde tutti i collegi uninominali? Semplicemente perché questo è il Governo più antimeridionalista della storia d'Italia, perché non ha fatto nulla a favore del Sud, perché ha eliminato il credito d'imposta per il Mezzogiorno, ha depotenziato il Fondo di perequazione infrastrutturale, perché vuole approvare l'autonomia differenziata che, fortunatamente è stata completamente demolita dalla Corte costituzionale.
Quindi, questo Governo non fa nulla per rimediare ai propri errori politici, ma cambia la legge elettorale, con la speranza che si possa frenare il campo progressista. Questo è il primo vero motivo per il quale si porta avanti questa legge elettorale.
E andiamo al secondo motivo. Il secondo motivo deriva sempre dal tentativo di coprire i fallimenti di questo Governo. Abbiamo parlato dei fallimenti economici, abbiamo parlato dei fallimenti dal punto di vista internazionale e ora parlo dei fallimenti dal punto di vista delle riforme. Perché questo Governo aveva promesso di fare l'autonomia differenziata - dicevamo prima, depotenziata e demolita -, aveva promesso di fare la riforma della giustizia - respinta dai cittadini -, aveva parlato di una riforma, la riforma del premierato, come la madre di tutte le riforme e, anche sotto questo punto di vista, si è ben capito che i cittadini la respingerebbe semmai si andasse avanti in Parlamento.
E, allora, Giorgia Meloni dice ai suoi: dato che il premierato e la riforma costituzionale non siamo nelle condizioni di approvarli, perché i cittadini ormai hanno capito che vogliamo demolire l'architettura costituzionale del Paese, allora facciamo una cosa, cerchiamo di trasporre i principi del premierato in una legge ordinaria. Questo state facendo: state mettendo in una legge ordinaria qualcosa che rende, ovviamente, questa legge anticostituzionale, perché, quando voi mettete il nome del candidato Premier come obbligatorio, è ovvio che state facendo qualcosa di anticostituzionale. E questo lo fate sempre con l'unico obiettivo di sfavorire il campo progressista - perché in questa fase, magari, non ha il nome del candidato Premier - e di favorire, a vostro modo di vedere, la vostra fazione politica. Ma non è così che si fanno le leggi elettorali. Questo state facendo.
Io devo dirvi una cosa. Ieri sono stato fiero e orgoglioso di assistere alle celebrazioni per gli ottant'anni della Costituente e sono stato fiero e orgoglioso di ascoltare le parole del Presidente Sergio Mattarella, parole che hanno parlato della nostra Costituzione antifascista, ha fatto un discorso di altissimo livello, di cui dobbiamo essere tutti fieri orgogliosi. Ma di fatto, in questa legge ordinaria, si vuole depotenziare il ruolo del Presidente della Repubblica, perché di questo stiamo parlando, che era quello che si voleva fare con il premierato. Con il premierato, come con questa legge elettorale, si riducono le prerogative del Presidente della Repubblica - e per questo sarà dichiarata anticostituzionale - e si riducono anche le prerogative dei parlamentari. Tutto per accentrare verso la figura del Premier, che è gravissimo.
Quindi state portando avanti una legge elettorale che è sbagliata in tutto, che è anticostituzionale, che elimina o riduce tutti i vari criteri di rappresentanza, che va a scapito dei cittadini, allontanandoli dagli eletti. State facendo l'ennesimo disastro e noi siamo qui per dirvi che vi vogliamo e vi dobbiamo fermare, perché questo è uno scempio e non dovete approvarlo. Quindi siamo qui per questo e annuncio che continueremo a fare battaglia, dentro l'Aula e fuori, per evitare che portiate a termine questo scempio.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Giachetti. Ne ha facoltà.
ROBERTO GIACHETTI (IV-CR). La ringrazio, signora Presidente. Nelle parole del relatore Angelo Rossi e anche del relatore Pagano, ma soprattutto della Ministra Casellati, c'è stata una grande enfasi rispetto all'importanza, alla nobiltà, al valore di una legge come la legge elettorale. Noi dovremmo misurare l'autenticità e la convinzione delle parole che sono state dette dai colleghi della maggioranza e dal Governo rispetto a quella che è la partecipazione della maggioranza: non mi riferisco soltanto a una partecipazione fisica, che pure è deprimente - lo dico per chi ci ascolta, ci sono un paio di deputati più uno che è intervenuto -, ma anche dal punto di vista degli interventi. Almeno c'è stato il collega Russo - a cui va dato atto - ad aver articolato un pensiero in una ventina di minuti, consentendoci di capire qual è la posizione di Forza Italia, in un discorso un po' strutturato. Abbiamo avuto il collega della Lega che, però, deve averlo fatto da qualche altra parte, perché qui in Aula non l'abbiamo sentito, quindi, probabilmente, ha qualche problema con la maggioranza a parlare di legge elettorale, deduco, perché neanche un intervento. Non lo so, l'avrà fatto qualche altra parte, dove sono abituati spesso a farlo, magari sono ritornati al Papeete per fare il discorso sulla legge elettorale.
Abbiamo ascoltato l'intervento del collega Urzi' che si è auto-represso, perché, avendo a disposizione trenta minuti, aveva deciso che non poteva parlare di più di dieci minuti, tant'è che la ragione per la quale la Presidenza gli ha dato ulteriore tempo è perché non aveva un limite di dieci minuti e, quindi, avrebbe potuto parlare. Almeno ci avesse - come dire - allietato con un intervento un po' più strutturato e non letto così di corsa, che era difficile stargli appresso. Questo era anche un modo un po' per nobilitare, fare finta di corrispondere a quegli auspici che la Ministra - tornerò, poi, sul discorso della Ministra -, in modo così importante, ha voluto mettere in evidenza, compreso il collega Angelo Rossi.
Non ve ne frega assolutamente nulla, perché il problema è semplicemente portare a casa - e ci arriveremo - un provvedimento di questo tipo. E questo già inquieta, colleghi della maggioranza, perché - mi riallaccio a quello che diceva il collega Scerra -, di fronte a quello che sta accadendo nel Paese - non da oggi, ma ovviamente prendiamo a riferimento questi quattro anni -, voi avete questa urgenza di portare al voto la legge elettorale, che la Commissione di Venezia e il Consiglio d'Europa dicono che non si dovrebbe fare alla fine della legislatura. Mi pongo una domanda: la riforma della legge elettorale era tra le vostre riforme nella campagna elettorale? Quando avete fatto la campagna elettorale, avete detto: oltre il blocco navale, l'abolizione delle tasse a tutto il mondo, faremo anche la legge elettorale? Non mi risulta.
C'era un'altra riforma, che è quella del premierato, di cui adesso fate finta di niente perché, chiaramente, è impantanata, come è impantanata l'altra sull'autonomia; sono impantanate a causa del fatto - e ci arriveremo - che la gestione che voi fate di riforme importanti, costituzionali o comunque di valenza pari a quella costituzionale, è talmente tafazziana, è talmente irresponsabile, che poi vi porta su un binario morto. Qual è quella per cui voi pensate di fare questo grande risultato? Di forzare i tempi e portare l'approvazione di questa legge elettorale intanto alla Camera - poi vedremo che cosa succederà al Senato -, forzando inutilmente i tempi.
Ma noi pensiamo che, obiettivamente, le priorità di questo Paese per le quali forzare i tempi e, magari, venire a lavorare anche di venerdì, di sabato, di domenica siano il problema dell'inflazione che cresce, il problema della crescita che vive il momento che sta vivendo con tutte le congiunture internazionali, il problema della sanità, il problema dell'università, il problema del lavoro, anche del lavoro in questo periodo in cui il clima sta sottoponendo a condizioni molto difficili i lavoratori. Ci sono emergenze reali per le quali la Camera si dovrebbe convocare il 24 giugno, piuttosto che il 15 luglio, piuttosto che anche il 22 agosto, per risolvere problemi, compreso quello del lavoro, che voi avete risolto.
E mettendo insieme tutti questi problemi che voi avete affrontato, vediamo che li avrete affrontati esattamente come l'ultimo provvedimento che avete fatto sul lavoro, il famoso decreto 1° maggio, un provvedimento vuoto, che vi serve, come vi sono serviti i decreti Sicurezza, come vi sono serviti tanti altri provvedimenti, semplicemente per fare degli spot gratuiti - perché lo fate usando la Camera e il Senato, attraverso le leggi -, per sventolare delle cose inesistenti, e così pensate di poter fare la campagna elettorale anche in futuro. Ecco noi pensiamo che questa non sia la priorità.
Sul tema delle difficoltà costituzionali di questo provvedimento, ci arriveremo perché il dibattito sarà legato esattamente al tema delle pregiudiziali, però la credibilità di questa maggioranza e in particolare del Governo - lo dico alla Ministra Casellati - nasce anche da quello che voi siete stati capaci di dire nel corso del tempo. Onorevole Casellati le vorrei far presente che il 28 maggio 2025 - quindi, non quattro anni fa, non tre anni fa, non due anni fa, ma un anno fa -, quando ebbi a sollecitarla sul fatto che si iniziava a sentire che il Governo e la maggioranza volessero cambiare la legge elettorale, lei venne in quest'Aula - e poi fece un post su Instagram; lo può andare a trovare, perché l'ho preso testuale da lei - e disse, un anno fa: il Governo non ha attivato alcun tavolo per modificare la legge elettorale, né la materia risulta all'ordine del giorno dei lavori parlamentari. Un anno fa. A marzo è arrivata una legge già pronta.
Vorrei dire al collega Russo che ho sentito l'intervista che ha fatto a Radio Radicale ieri, in cui parlava del Bignami 1, Bignami 2. Io, che sono stato uno scolaro assolutamente poco ligio allo studio, i Bignami li usavo spesso e, quando ho sentito parlare di Bignami 1 e di Bignami 2, mi è preso un colpo e ho detto: “Oddio, che succede?”. In realtà è esattamente il modo in cui classificare questa legge elettorale. È una legge elettorale affazzonata, una legge elettorale superficiale, una legge elettorale con alcune criticità - che vedremo quando discuteremo sulla sua costituzionalità - e una legge elettorale non strutturata. È una legge elettorale fatta soltanto…
Ricordo a chi - mi pare il collega Pagano o il collega Rossi, che ci ha spiegato che in tre mesi sono state fatte tante audizioni - che sì le audizioni sono una cosa molto importante - infatti dalle audizioni sono arrivati molti di stop dei quali vi siete assolutamente fregati -, ma oltre alle audizioni, c'è l'esame degli emendamenti. È la materia in quanto tale che dovrebbe essere esaminata. Il testo è cambiato. Noi dobbiamo parlare anche di questo. C'era una prima versione - è giusto, ha ragione il collega Russo -, c'è stato un Bignami 1 e poi c'è stato un Bignami 2, ammesso che non ci sia un Gasparri 3, nel momento in cui arriverà al Senato. Questo lo vedremo.
In realtà non c'è stato alcun confronto in Commissione. C'è stata quella forma che mettete in atto che è una forma di scarsa attenzione - mi limito all'attenzione - nei confronti dell'opposizione, della serie sfogatoio: vi diamo la possibilità di parlare, non interveniamo, stiamo zitti, non interloquiamo in alcun modo - ci tornerò -, ci limitiamo a far sparire emendamenti scomodi (Commenti del deputato Urzi')… Non c'è problema, non ho problemi, se mi interrompe Urzi', le rispondo pure, quindi… Ci limitiamo a far sparire gli emendamenti scomodi per non discuterne in Commissione e portarli in Aula - ammesso che li portiate in Aula -, per votarli a scrutinio segreto, sapendo come vanno a finire le cose. Ma il dibattito in Commissione sul testo che è cambiato è stato un dibattito surreale, nel quale - mi riallaccio ai ragionamenti che sono stati fatti - emerge con evidenza la vostra concezione di condivisione, di confronto.
Ieri il Presidente della Repubblica, che tutti abbiamo applaudito - ha applaudito anche lei onorevole Urzi', avrà applaudito anche la Ministra Casellati, avranno applaudito quelli che c'erano, anche i rappresentanti della maggioranza -, ha messo in evidenza quanto il core business della Costituente era esattamente l'esigenza di trovare, forzatamente, con tutta la fatica necessaria, punti comuni e di mediazione che consentissero alla fine di dire che la Repubblica era di tutti. Onorevole Urzì, attraverso la Presidenza: è questo il sentimento e il modo attraverso il quale voi avete condotto questo dibattito in Commissione? Non un emendamento dell'opposizione è stato, non dico discusso, ma approvato! Non uno!
Ma vi dice niente questo - lo chiedo alla mia amica e collega Siracusano - su cosa voglia dire continuare ad agire in questo modo, dopo quello che è successo sul referendum sulla giustizia? Vi siete posti il problema che un pezzo di quella sconfitta l'avete addosso, voi, esattamente per come avete trattato il dibattito parlamentare? Senza consentire a un deputato dell'opposizione di cambiare neanche una virgola di un testo blindato?
MATILDE SIRACUSANO, Sottosegretaria di Stato per i Rapporti con il Parlamento. Non è vero!
ROBERTO GIACHETTI (IV-CR). Non è vero? Chiedete al collega Russo se i colleghi di Forza Italia, che avevano predisposto alcuni emendamenti a correzione del testo della riforma costituzionale, abbiano avuto la possibilità di farne votare uno! È così, onorevole Siracusano, è così. E dentro quella sconfitta c'è anche questo modo arrogante con il quale trattate il Parlamento!
E così veniamo al Parlamento e alla riforma che avete predisposto. Il fatto che voi farete sparire… Ci sono due modi con i quali si possono scegliere deputati e senatori: il collegio o la preferenza. La terza ipotesi è il Porcellum, che abbiamo già visto e abbiamo visto anche i danni che ha fatto. Se questo Parlamento è sempre più un Parlamento sottomesso al Governo e all'Esecutivo, è perché non si è più trovato un modo per consentire ai parlamentari di rispondere non ai segretari di partito, che li mettono in lista in un certo modo, non al Governo, che li ricatta politicamente, ma ai cittadini, che li eleggono.
Vi siete domandati circa quello che è accaduto alla Camera americana, quando i senatori repubblicani, con un Presidente degli Stati Uniti, come Trump, col caratterino di Trump e anche con la follia di Trump, che va giù duro come non so che cosa, hanno fatto le barricate? Ma quando mai potrebbe succedere in questo Parlamento una cosa del genere, se noi continuiamo a perpetrare un sistema attraverso il quale non c'è più un rapporto diretto tra il cittadino e l'eletto, ma ci sta soltanto un rapporto diretto tra il segretario, che deve firmare le liste, e chi deve starci dentro? La distorsione è iniziale.
E voi andate a togliere da questa legge elettorale - che già, per carità, aveva ridotto i collegi che facevano parte del Mattarellum - i collegi uninominali. E uno dice, visto che sono due le possibilità: toglie i collegi uninominali e metti le preferenze. Le preferenze che si usano nei consigli regionali, nei consigli comunali e che forse, dal punto di vista della tenuta di un rapporto tra l'elettore e l'eletto, ci potrebbero anche insegnare qualcosa su come funzionano le cose, forse anche sulla base della stabilità delle amministrazioni comunali. Non c'è solo quello, ovviamente. No! Voi, che non avete neanche il coraggio di metterci la mano, state attrezzando una situazione nella quale il partito delle preferenze… Onorevole Urzì, me la ricordo la sua leader, in quei banchi, che ce ne tirava addosso di tutti i colori, perché le preferenze, voi non volete scegliere, non volete fare e via dicendo... Bene che vada - mi prendo la responsabilità di quello che dico, lo vedremo - le ammazzerete nel voto segreto; male che vada, è quello che ho iniziato a intuire, addirittura con la scusa che siccome non sarebbe una norma condivisa da tutta la maggioranza - credo che, Forza Italia sicuramente, ma forse anche la Lega, non siano d'accordo -, fate fronte proprio contro le preferenze. Voi, i paladini delle preferenze! E che cos'è? Perché otterrete ancora di più un Parlamento che si troverà in condizioni che in ogni legislatura saranno peggiori.
Noi possiamo trovare tutti gli artifici. Quando si è ricordato il tema della Corte costituzionale, io auspico, Ministra Casellati, che sia giustificata la sua certezza ferrea sul fatto che tutte le norme che avete inserito siano assolutamente allineate dentro i confini che la Corte ha messo nelle diverse sentenze che ha fatto sulla legge elettorale, in particolare su quella del Porcellum, alla quale molto si avvicina questa legge. La domanda che le faccio, però, è perché avete tutta questa fretta, che qualcuno interpreta come fretta di chiudere una legge e andare a un voto anticipato prima che la Corte costituzionale possa intervenire per dire se questa legge effettivamente è una legge costituzionale. Ci sarà qualcosa, forse, che non torna nella sua ricostruzione a proposito delle garanzie che arriverebbero dalla vostra interpretazione della legge elettorale.
In questa legge avete, per l'ennesima volta e penso in modo definitivo, preso in giro i fuori sede. Avete “fintato” di essere interessati a risolvere il problema - anche qui il collega Urzi' ci ha fatto delle filippiche straordinarie in Commissione, quando discutevamo a vario titolo dei fuori sede - avete fatto questa finta, questo imbroglio della sperimentazione sui referendum, avevate già per le amministrative tutte le possibilità per concretizzare effettivamente una norma che restituisse il diritto ai fuori sede di poter votare, e li avete invece, ancora una volta, presi in giro.
Dico “definitivamente” perché spero che almeno quelli, esattamente come voi fate provvedimenti spot per poter agitare qualcosa che è vuoto, di fronte a questa cosa, abbiano finalmente capito che li state semplicemente prendendo in giro. Io avrei anche concluso. Vorrei semplicemente dire, e questo vale sia quando sto all'opposizione che quando sono in maggioranza, che io sono sempre stato convinto che di per sé le leggi elettorali non è che garantiscano la vittoria. La vittoria la garantiscono i voti. Però noi forse dobbiamo iniziare anche a porci il problema che, se confezioniamo una legge elettorale a misura di un'astensione del 50 per cento o a misura di un'astensione dell'80 per cento, in tutta la sua dinamica, il tema non è irrilevante.
E se noi addirittura - penso ai fuori sede, ma non solo ai fuori sede - anziché creare le condizioni per una maggiore partecipazione al voto, creiamo le condizioni per far venir meno ancora di più la partecipazione al voto, perché, se togliete anche i collegi e non mettete le preferenze, io ho la sensazione - perché io sicuramente sono pessimista, onorevole Casellati …senatrice Casellati, forse ho sbagliato, non so, comunque Ministra Casellati, e abbiamo risolto il problema - che togliere anche quella possibilità di contatto diretto tra l'elettore e l'eletto diminuirà la partecipazione al voto.
E questo a chi conviene? Alla maggioranza? All'opposizione? Io penso che non convenga alla democrazia. E penso che il Parlamento, così indebolito come tutti riconosciamo che si è indebolito, avrà un ulteriore indebolimento a prescindere da chi vincerà le elezioni. E questo, a prescindere da chi vincerà le elezioni, non sarà un bene. Forse per la “politica politichese” sarà un bene, ma non per la vita democratica di questo Paese.
E siccome io penso che questa legge elettorale è stata portata avanti - ripeto, al di là del merito - con la stessa identica arroganza con la quale, per esempio, è stata portata avanti la riforma costituzionale sulla giustizia, e lì c'è stato un referendum che ve lo ha detto chiaramente - referendum rispetto al quale io ho perso, perché io ero a favore di quel referendum, come noto -, io sono convinto che avrete un referendum, che non è quello costituzionale, ma che è quello popolare, che vi tratterà alla stessa maniera. Almeno è quello che io auspico.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Zaratti. Ne ha facoltà.
FILIBERTO ZARATTI (AVS). Grazie, signora Presidente. Signora Ministra, signora rappresentante del Governo, c'è un qualcosa di surreale nel racconto che voi avete messo alla base della discussione di questa legge elettorale: quella narrazione che dice che è necessario mettere in campo una legge elettorale che dia certezza e stabilità di Governo. È surreale questo ragionamento perché, contemporaneamente, voi state già acquistando le bottiglie di champagne per festeggiare il Governo più lungo della storia della Repubblica.
Allora, delle due l'una: o la legge attuale, il Rosatellum, è una legge che non garantisce stabilità, e quindi non si capisce in che modo il Governo della Presidente Meloni sia stato così lungo, o, evidentemente, voi raccontate delle menzogne al Paese. Non è così, non è quello che voi raccontate. E, d'altro canto, la fretta che avete messo nel condurre avanti questa vicenda cozza un po' con quelle che sono le condizioni del Paese, signora Ministra.
Non dovrei essere io a ricordare la grande crisi internazionale che stiamo vivendo, aggravata da una politica internazionale e da un atteggiamento di subalternità della Presidente Meloni nei confronti degli amici americani, di Trump, che poi ha portato anche al grande sberleffo di qualche giorno fa. Non dovrei ricordare che le dichiarazioni di Rutte stanno mettendo l'Italia nel mirino degli iraniani come cobelligerante rispetto alla guerra che c'è stata.
E questo senza risposte che vengono date al Parlamento, perché noi ci aspettiamo il prima possibile, se non siamo di incomodo, che qualcuno venga nell'Aula del Parlamento a dirci se è vero che centinaia di voli militari sono partiti dalle nostre basi, senza autorizzazione del Parlamento, per sostenere lo sforzo bellico di Trump in Iran (Applausi di deputati del gruppo Alleanza Verdi e Sinistra).
La situazione economica del Paese - lo ha detto il Ministro Giorgetti, non lo devo dire io - a settembre sarà un disastro. L'aumento del costo della vita dal 2021 - cioè, esattamente il tratto di Governo di quello più longevo nella storia della Repubblica - segna che i prezzi sono aumentati del 25 per cento e, nello stesso periodo, i salari si sono abbassati dell'8,8 per cento. Le famiglie non sanno come andare avanti, la produzione industriale è ferma. In un Paese come questo, un Paese dove le bollette non vengono più pagate dai cittadini, che non accendono più i riscaldamenti durante l'inverno perché non hanno più i soldi per pagarli, dove le piccole imprese non sono più competitive a livello internazionale perché il costo dell'energia in Italia è maggiore che in tutti gli altri Paesi, in un quadro come questo, la vostra priorità è quella di fare la legge elettorale.
Voi dite che non è vero, ma i fatti vi smentiscono, perché i tempi stretti ai quali ci avete costretto per discutere la legge elettorale, fino ad arrivare a contingentare i tempi in Aula, 22 ore per discutere la legge elettorale, che è una delle leggi più importanti del Paese, la dice lunga sulla vostra volontà. La vostra priorità è fare una legge che serva a voi, una legge che, in qualche modo, favorisca le vostre difficoltà di fronte al Paese.
E su questo voi non potete negare la realtà, perché io capisco che ultimamente la politica maggiormente in vigore nella destra italiana sia quella dello struzzo, sia quella di mettere la testa sotto terra e fare finta che la tempesta non ci sia, ma questa politica non vi salverà e non salverà soprattutto il nostro Paese. Abbiamo assistito a una serie di forzature infinite: in Commissione avete contingentato i tempi anche lì; avete alla fine tagliato gli emendamenti, compresi quelli che voi avevate accantonato, quindi meritevoli di attenzione, compresi quelli di molti partiti della vostra coalizione.
Io penso che questi siano dati che tutti possono verificare, signora Ministra. Non sono le chiacchiere che fa l'opposizione, è la realtà che noi abbiamo vissuto. Volete una legge a vostra immagine e somiglianza, che vi consenta di sperare di poter competere meglio a livello elettorale, perché sapete che i cittadini vi stanno bocciando, anzi, vi hanno già bocciato in occasione del referendum. Oltretutto, fate una legge, mi lasci dire, di dubbia costituzionalità. Io ho avuto la tentazione questa mattina, signora Presidente, di salire di qualche banco dietro di me e di parlare dal banco di Giacomo Matteotti, però, per rispetto alla grandezza di questa figura, non l'ho fatto.
Ma, ancora una volta, la difesa della democrazia passa anche nella difesa delle regole democratiche e costituzionali che devono informare la legge elettorale, la legge più delicata, quella che permette ai cittadini e alle cittadine di scegliere chi li rappresenterà in queste Aule.
E le voglio dire che la nostra Costituzione non dice che i cittadini votano per scegliere chi fa il Presidente del Consiglio; la nostra Costituzione dice che questa Repubblica è una Repubblica parlamentare e che la sovranità è nelle mani delle persone che sono state delegate, elette tramite le elezioni da parte dei cittadini e delle cittadine. La sovranità viene rappresentata all'interno delle Aule parlamentari e quindi questa vostra, come dire, forzatura di indicare il nome del Premier sulla scheda non soltanto contrasta con l'articolo 92 della Costituzione, che definisce le prerogative e i poteri del Presidente della Repubblica, ma, in qualche modo, infrange anche quello che è scritto nell'articolo 67, dove si stabilisce che i deputati e i senatori devono essere senza vincolo di mandato.
Ed è del tutto evidente che, se scrivete il nome del candidato Presidente del Consiglio, andate, da una parte, a determinare il fatto che l'autonomia del Presidente nello scegliere l'incaricato non sarà effettiva perché, ovviamente, chi è stato incaricato sulla base dei voti dei cittadini avrà una forza enorme dal punto di vista politico, che va a contrastare il bilanciamento dei poteri e, contemporaneamente, va a intaccare l'autonomia del singolo deputato, del singolo parlamentare, il quale sarà costretto ad acconsentire a quello che dice il partito.
Voi avete rifiutato ogni tipo di confronto. Avete cominciato questa discussione con le dichiarazioni dei vostri esponenti di maggior spicco a livello parlamentare, e anche fuori da quest'Aula, dicendo che voi sfidavate l'opposizione a parlare, a confrontarsi. Ma voi non avete accettato neanche un emendamento che sia uno delle opposizioni! Nessun emendamento. Avete prima fatto un gran pasticcio con il “Bignami 1”, e dopo aver fatto le audizioni con tutti i più grandi costituzionalisti del Paese - che vi hanno detto che questa è una legge incostituzionale e vi hanno elencato i punti nei quali le incostituzionalità sono evidenti - a quel punto, avete deciso di modificare tutto e di presentare il Bignami-bis, dicendo: vedete quanto siamo bravi? Noi ascoltiamo.
Ma guardate che la democrazia parlamentare non funziona così. La democrazia parlamentare funziona che c'è un testo, l'opposizione e gli altri parlamentari presentano gli emendamenti e questi, se validi, vengono votati e vengono inseriti nel testo. Ma voi non potete pensare di fare contemporaneamente la maggioranza e l'opposizione. Ve la cantate e ve la suonate da soli. Non è questo.
Poi ci dite che noi non siamo disposti al confronto semplicemente perché noi non acconsentiamo alle cose scellerate, dal punto di vista politico e costituzionale, che voi mettete in campo.
Secondo voi il confronto è il fatto che noi dovremmo acconsentire a quello che voi dite. Ecco, non lo abbiamo fatto fino adesso e state tranquilli che non lo faremo né in queste Aule né fuori del Paese, perché quella che state mettendo in campo è chiaramente una proposta che serve unicamente a voi.
E per essere precisi - lo dico alla Ministra Casellati e, ovviamente, a tutti gli altri colleghi e colleghe - questa legge non è esattamente a servizio della vostra coalizione; questa legge è a servizio di Fratelli d'Italia, che svolge un po' la funzione del vampiro: succhia il sangue ai suoi vicini, ai suoi alleati, per tenersi in vita. Perché per come è formulata questa legge e per l'indicazione del Presidente del Consiglio, che ovviamente sarà la Presidente Meloni, questo porterà a un trasferimento di consensi da parte di Forza Italia e Lega nei confronti di Fratelli d'Italia.
Certo, primum vivere, deinde philosophari. Ma questo primum vivere, per Fratelli d'Italia, significa, prima di tutto, ammazzare gli alleati, e io credo che gli alleati se ne siano resi conto, tant'è che sono riottosi; tant'è che, per esempio, vedo i banchi della Lega completamente vuoti e vedo Forza Italia in grande imbarazzo e in grande difficoltà.
Ecco, signora Presidente, io penso che ci siano tanti elementi che devono portarci a dire che abbiamo la possibilità in Aula di correggere e di bocciare una proposta di legge che non funziona. Vorrei ricordare gli impegni che abbiamo preso tutti, anche voi. Il voto dei fuori sede in questa legge dove sta? Ancora una volta cinque milioni di cittadine e di cittadini non avranno la possibilità di esercitare il diritto di voto. Cinque milioni. E poi ci venite a parlare della partecipazione al voto? Ma la partecipazione al voto di queste persone chi la deve garantire, se non lo Stato...
PRESIDENTE. Concluda.
FILIBERTO ZARATTI (AVS). ...se non il Governo inserendo una norma ad hoc? E voi avete rifiutato ancora una volta di farlo. Ci troviamo in una situazione paradossale, per cui i referendum si possono convocare tramite la raccolta delle firme digitali con lo SPID, ma questo secondo voi non si può fare per presentare le liste. E contemporaneamente fate una norma - quella dell'esenzione - che va a colpire anche alcuni gruppi, come quello di +Europa, che ha raccolto quasi 800.000 voti alle ultime elezioni. Io credo che di questo ci sia da vergognarsi.
Non può funzionare la democrazia - e vado a chiudere - così come voi la state immaginando. Perché voi immaginate quella democrazia che è stata combattuta da quei banchi, da quel banco dietro di me, da Giacomo Matteotti, che sulle regole democratiche ha basato lo scontro politico che, ahimè, l'ha portato alla morte. È un simbolo. Ricordatevi delle lotte che ci sono state per favorire il voto dei cittadini e delle cittadine. Fate un passo indietro nell'interesse del Paese (Applausi del deputato Mari e di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Pastorella. Ne ha facoltà.
GIULIA PASTORELLA (AZ-PER-RE). Grazie, signora Presidente. Ministra, direi che siamo tutti d'accordo sull'importanza, la serietà, su quanto fondamentale sia questa discussione. Allora permettetemi, prima di arrivare al dunque e di andare ad analizzare la legge elettorale, di dire: ma come bisognerebbe approcciarsi al rifare una legge elettorale? Io userei un esperimento filosofico, fatto da un filosofo statunitense, John Rawls. Allora, quando Rawls diceva: come immaginiamo una società giusta, come immaginiamo una società in cui tutti abbiano più opportunità possibili? E ha immaginato questo velo di ignoranza: cioè, la situazione è che uno non deve andare a immaginare una società giusta, conscio di quello che è oggi - donna bianca, nata in Italia eccetera -, ma mettersi un velo di ignoranza dicendo “domani potrei nascere donna, uomo, etero, omosessuale, povero, ricca”. Ecco, con questo velo di ignoranza andare a immaginare una società giusta…
Se utilizzassimo questo stesso metodo per immaginare una legge elettorale, quindi, dovremmo spogliarci delle nostre identità, delle nostre appartenenze (un gruppo piccolo, un gruppo grande, un gruppo di maggioranza, un gruppo di opposizione) e andare a pensare quale sia la legge elettorale migliore per assicurare rappresentatività, stabilità, eccetera. Ecco, purtroppo questo velo di ignoranza, che sarebbe un'ottima idea, non lo vedo quest'oggi. Anzi, vedo davvero lotte e posizionamenti chiaramente tutti basati su interessi attuali, sulle attuali posizioni, sugli attuali interessi.
Eppure, questo approccio è miope non solo nei confronti dei cittadini, ma addirittura anche nei confronti di noi stessi, perché - l'abbiamo visto - l'elettorato è volatile, quest'Aula è volatile, ci sono cambi di casacche e ci sono nuovi partiti; Vannacci qualche mese fa non esisteva.
E quindi questo atteggiamento miope, in questo scenario cangiante, ci dice che quello che ha detto lei, Ministra - per il tramite della Presidente -, non è veramente così. Lei ha detto che la legge elettorale è un “centro di gravità permanente”, citando anche un noto cantautore.
Ecco, no, è un centro di gravità assolutamente temporaneo e mutevole, e infatti l'abbiamo visto quante volte abbiamo cambiato la legge elettorale nel corso degli anni della nostra Repubblica, ogni volta sulla base di quello che pensiamo essere più nel nostro interesse; e questo è veramente un atteggiamento, purtroppo, molto miope.
Dopo aver visto come ci si sarebbe dovuti approcciare alla legge elettorale, andiamo a vedere perché: perché sentiamo il bisogno di fare una legge elettorale? E qui io vedo un grandissimo paradosso. Questo Governo giustamente, a mio vedere, si pregia, si bea di essere uno dei Governi più longevi della seconda Repubblica, e quindi di aver assicurato stabilità e credibilità; poi potremmo andare nelle nuance delle posizioni diverse, ma è vero, siete al Governo da moltissimo tempo. E quindi come fate a dire che l'obiettivo principale è dare stabilità, quando con la legge elettorale passata, pur con tutti i suoi limiti, siete riusciti a dare stabilità a voi stessi e, quindi, al Paese?
La Presidente Meloni ha detto: eh, così evitiamo i Governi tecnici.
Ora, io ci ho fatto un dottorato sui Governi tecnici, e vi assicuro che non è questione di legge elettorale, perché i Governi tecnici sono Governi che accadono in tanti Paesi diversi, con tante leggi elettorali diverse, e sono semplicemente l'abdicare della politica alle proprie responsabilità: nulla hanno a che vedere con il fatto della legge maggioritaria, proporzionale o quello che sia. E tra l'altro, sempre pensando ad altri Paesi, perché cerchiamo di andare un pochino al di là del nostro ombelico, ci sono Paesi che ottengono stabilità con Governi di minoranza, con Governi di larghe intese.
Pensate anche che la stessa legge elettorale può portare a dei risultati molto diversi. Guardate il Regno Unito: sono praticamente 100 anni che hanno la stessa legge elettorale, prima erano un baluardo di stabilità governativa, adesso ne cambiano più di quanti ne cambiamo noi. Quindi, questo legame tra stabilità e legge elettorale è assolutamente un legame tenue. La stabilità è una questione di volontà politica, di volontà dei partiti, fondamentalmente, visto che siamo in una democrazia partitica.
Ecco, proprio sui partiti vengo al dunque, quindi a che cosa cerca di fare, a che cosa è questa legge elettorale. Questa legge elettorale è fintamente proporzionale. È stata descritta anche ai cittadini ingannandoli, dicendo “questa è una legge proporzionale, che assicurerà che voi abbiate la vostra rappresentanza”. In realtà no. È una legge che forza i partiti - scusate il termine non tanto tecnico - a delle ammucchiate. Forse dovremmo chiamarlo “Ammucchiatellum”, perché si creeranno, pur di raggiungere questo fatidico 42 per cento e far scattare questo premio di maggioranza, delle ammucchiate, delle coalizioni raffazzonate, che probabilmente non saranno d'accordo su niente.
Ora si cita sempre la politica estera, ma pensiamo a Jobs Act e non Jobs Act, le infrastrutture o non le infrastrutture, il nucleare o non il nucleare, liberalizzare o proteggere il corporativismo. In ciascuno dei grossi poli che saranno forzati da questa legge elettorale ci saranno tutte le contraddizioni di questa terra.
La Presidente Meloni dice “no, ma così almeno prima si stirano, si appianano queste differenze”, ma io penso che queste differenze vengano semplicemente messe sotto al tappeto e poi si manifesteranno nel momento in cui si va al Governo.
Quindi la domanda è: cos'è più stabile? Qualcosa che viene fatto prima, giusto per ottenere il premio di maggioranza, e poi si manifesterà dopo, oppure, invece, creare un Governo sulla base di un accordo programmatico, una volta che ciascun partito, in maniera onesta, sia andato di fronte ai suoi elettori per dire “questo è il mio programma, questo è quello che credo”, senza dover fare compromessi per ottenere questo premio di maggioranza? Quindi la stabilità che voi cercate va a discapito di una coerenza programmatica, che è uno dei motivi per cui, credo, i cittadini si stanno disaffezionando.
Anche perché ci vedono, cioè vedono le pernacchie di Vannacci alla Lega, vedono Renzi e Bonelli che litigano. I cittadini non sono sciocchi, capiscono che poi, nell'interesse di un premio di maggioranza, tutto questo viene nascosto in questa soglia. Tra l'altro una soglia bassissima, perché prima la Ministra giustificava il 40, quello che ci permette la Corte e che non ci permette la Corte, ma il raggiungimento del 40 per cento non è necessariamente molto democratico.
Noi avevamo proposto una soglia al 50 più uno. L'idea è: se hai una maggioranza, allora hai - lo dice il nome stesso - un premio di maggioranza. Così, invece, al 42 per cento scatterà un premio di maggioranza che, nella pratica, è un premio di minoranza. E quindi diceva Tocqueville che la democrazia è la dittatura della maggioranza; qua siamo alla dittatura della minoranza, anche perché è il 42 per cento di chi va a votare. Ora, noi sappiamo che c'è un tasso di astensionismo altissimo, quindi non è neanche il 42 per cento degli aventi diritto al voto, no, è di quelli che vanno a votare.
Quindi si ritroverebbe a governare il Parlamento, il Senato, con delle maggioranze assolute chi magari ha preso il 20, 25, neanche 30 per cento dei voti. E perché questo? Perché l'astensione, lo sappiamo, è altissima. Su questo si poteva lavorare in maniera trasversale. Quando devo giustificare o spiegare perché il voto fuori sede non è ancora stato fatto, io sono veramente in difficoltà, perché tutti i partiti politici sono d'accordo e tutti gli altri Stati europei, tranne uno, hanno trovato delle maniere tecniche per farlo. Gestiamo triliardi di dati con l'intelligenza artificiale, però il voto fuori sede è una cosa assolutamente e tecnicamente impossibile.
Questo proprio non si capisce, perché, se il voto dovrebbe essere disponibile e un diritto di tutti quanti, noi, non trattando il voto fuori sede, lo stiamo negando, e non abbiamo approfittato di questo momento neanche per mettere un pochino d'ordine in altre storture del meccanismo di voto. Penso, per esempio, al voto degli italiani all'estero. Io sono stata italiana all'estero, sono andata nei capannoni dove c'era lo spoglio e ho visto di quelle cose, cioè, i brogli, purtroppo, sono all'ordine del giorno.
Anche su quello si poteva intervenire, magari con delle migliorie, eppure non è stato fatto. Quindi, una mancata occasione per incentivare non solo una maggiore partecipazione, ma anche una messa in ordine dell'esercizio fondamentale e democratico del voto. Oltre a permettere ai cittadini di votare, che sarebbe lo step numero 1, il passo numero 1, poi una maniera per riavvicinare i cittadini al voto è anche permettere loro di scegliere. Ora, il Rosatellum, ripeto, aveva tanti limiti, ma, se non altro, nella parte uninominale un pochino di scelta la lasciava.
Adesso, invece, abbiamo solo ed esclusivamente liste bloccate. Ora, io non sono persona da cartellonistica, però, è vero, nelle liste bloccate… tra l'altro, liste bloccate e un listino di maggioranza che è completamente sfasato rispetto ai voti territoriali, quindi sbilancia la ripartizione e la coerenza territoriale. Questo significa che stiamo sempre di più allontanando l'elettore dall'eletto. Abbiamo diminuito il numero dei parlamentari, abbiamo visto che non è servito assolutamente a nulla.
Ora rompiamo definitivamente quel rimasuglio di nesso elettore-eletto. Forse, una riflessione sul perché i cittadini non abbiano più fiducia nella politica ce la dovremmo porre. Naturalmente, mi rendo conto, sono consigliera comunale, quindi ne so qualcosa di preferenze: non sempre le preferenze sono sinonimo di meritocrazia, anzi, sospetto che, in qualche zona dove la politica è clientelare, non lo siano proprio affatto.
Ma io non credo neanche che sia molto meritocratico lasciare la scelta solo al segretario di partito, perché così c'è una sola cosa che diventa certa, cioè che la fedeltà conterà sempre di più di qualunque altro criterio, salvo poi che, ovviamente, una volta che siamo qua, i cambi di casacca sono all'ordine del giorno. Quindi, è proprio un meccanismo che non assicura la meritocrazia, ma neanche quella cosiddetta stabilità che voi cercate a tutti i costi. Infine, come tanti altri miei colleghi, una breve riflessione sull'iter che ci ha portato qua. È stato un iter accelerato.
Io non vado a dire che questa legge sia più o meno importante di altre leggi. Sicuramente ci sono altri problemi che sono altrettanto importanti e fondamentali: produttività, energia, salari, sanità, carceri. Potremmo fare una lista, tutti ugualmente importanti, ma raramente qualcuno di questi, salvo decreto-legge, ha avuto un iter così accelerato e una calendarizzazione così di corsa, con il fiatone. Addirittura, oggi sui giornali leggevo che si parla di un potenziale voto di fiducia su una legge elettorale che interessa tutti quanti e che dovrebbe essere il più condivisa possibile.
Io non credo che questo sia un atteggiamento serio. Ieri il Presidente Mattarella, proprio in quest'Aula, ci ha ricordato che la salute delle istituzioni repubblicane risiede nel sapiente equilibrio tra diritti dei cittadini e diritti della comunità, e quindi l'invito che mi sento di fare, in conclusione, è semplicemente di approcciarci a questa revisione dell'esercizio di dovere civico - il voto è definito così dall'articolo 48 della Costituzione: esercizio di dovere civico - con la stessa serietà, umiltà e spirito repubblicano che ieri il Presidente della Repubblica ci ha ricordato.
PRESIDENTE. Facciamo una breve pausa tecnica. Sospendo la seduta, che riprenderà alle ore 12,08.
La seduta, sospesa alle 12,03, è ripresa alle 12,08.
PRESIDENTE. Ricordo che, prima della sospensione, è intervenuta la deputata Pastorella.
È iscritta a parlare la deputata Simona Bonafe'. Ne ha facoltà.
SIMONA BONAFE' (PD-IDP). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, ho sentito dire, qui dentro, che la legge elettorale non è un fatto tecnico, ma riguarda il funzionamento della nostra democrazia; questo è vero e, per questo, andrebbe trattata con profondo rispetto e con la presenza, magari, di tutti i relatori e di tutti i gruppi, nessuno escluso, in discussione generale. Noi non abbiamo visto niente di tutto questo e non lo stiamo vedendo adesso; anzi, adesso, davanti a me, vedo i banchi della maggioranza completamente vuoti, perché questa legge non nasce per le ragioni nobili che pure abbiamo sentito dai pochi colleghi che sono intervenuti, di maggioranza, in quest'Aula. Questa legge nasce, invece, da una paura: la paura di perdere le elezioni. Il Governo più stabile della storia della Repubblica italiana sta modificando la legge elettorale non, come ho sentito dire, per dare stabilità al Paese, per evitare il pareggio, l'ingovernabilità, non per rafforzare la democrazia, non per restituire rappresentanza ai cittadini.
La maggioranza sta modificando la legge elettorale per un obiettivo molto più semplice: garantire che chi governa oggi abbia qualche possibilità in più di governare anche domani. Del resto, è il metodo che rivela più di qualsiasi discorso - devo dire più del merito - la sostanza. È una legge scritta dalla maggioranza, concordata dalla maggioranza, corretta dalla maggioranza nelle sue più macroscopiche incostituzionalità, dopo che abbiamo ascoltato le audizioni dei costituzionalisti, ripresentata e blindata dalla maggioranza nei vertici tra leader e Palazzo Chigi e poi solo alla fine portata in Commissione e in Parlamento per la ratifica notarile.
Non raccontate, per favore, agli italiani che avete ascoltato le opposizioni. Vero: c'è stato un confronto in Commissione, ma è stata un'apertura di facciata. Tutti gli emendamenti che abbiamo presentato sono stati respinti. Quando il confronto produce solo ed esclusivamente dei no, non si chiama dialogo, ma si chiama finzione.
Ancor più significativo è ciò che degli emendamenti avete scelto di accantonare nei lavori di Commissione o, forse, più che accantonare, visto che ho iniziato a chiamare le cose col loro nome, sarebbe meglio dire che avete voluto scientemente evitare di discutere in Commissione. Mi riferisco agli emendamenti che riguardavano i veri nodi politici: il tema delle preferenze e il “Voto dove vivo”. Avete voluto allargare il perimetro della legge al voto ai fuorisede, illudendo migliaia di ragazzi e di ragazze, quando, se aveste voluto affrontare davvero il tema, avreste potuto approvare la legge del Partito Democratico che giace ancora sepolta al Senato ormai purtroppo da mesi.
Non avete accantonato gli emendamenti per approfondirli, come ci avete detto, ma perché più semplicemente non volevate approvarli, perché eravate divisi al vostro interno. Quindi, il bello arriverà forse in Aula, dove forse - faccio una previsione - il voto segreto diventerà il miglior consulente politico del vostro bluff.
C'è poi un elemento che non possiamo e non vogliamo ignorare. Gli italiani con il referendum sulla giustizia di qualche mese fa vi hanno detto una cosa molto semplice: le regole del gioco non si cambiano da soli. Le regole della nostra democrazia richiedono il massimo consenso possibile. Non appartengono a chi ha la maggioranza in un determinato momento, ma appartengono a tutti. Ecco, voi avete deciso di ignorare quel messaggio che era arrivato forte e chiaro fin dai numeri dal popolo sovrano al quale spesso vi richiamate per legittimare le vostre azioni. Avete mostrato un'arroganza istituzionale che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore il corretto funzionamento della nostra democrazia. Abbiamo assistito a forzature continue sui tempi di discussione in Commissione: tre minuti per intervento, come se fosse un decreto in scadenza e non la più politica delle leggi in assoluto, come ho ascoltato dire qua dentro dalla Ministra. Avete utilizzato la tagliola e avete votato il mandato al relatore con ancora più della metà degli emendamenti da discutere. Adesso vediamo la stessa accelerazione dei tempi in Aula con i tempi contingentati e, da indiscrezioni giornalistiche, sentiamo anche parlare di posizione della fiducia. Ma ci poniamo una domanda e io spero e mi auguro che se la pongano anche i cittadini che forse ci stanno ascoltando: ma perché tutta questa urgenza? Perché non avete riservato una simile urgenza alle vere emergenze del Paese? Perché questa urgenza non l'abbiamo vista sui salari e sugli stipendi al palo, non l'abbiamo vista sulla sanità pubblica, non l'abbiamo vista sul caro bollette e sull'inflazione, non l'abbiamo vista sul lavoro precario e sull'economia che non cresce? Potrei andare avanti, perché sono tante le urgenze che andrebbero affrontate in questo Paese seriamente, ma evidentemente per voi le priorità sono altre.
La priorità è approvare una legge che modifica le regole elettorali a vostro vantaggio, perché questa legge - diciamocelo - ha un obiettivo molto preciso: garantire un premio di maggioranza a chi vince anche con un solo voto in più e, grazie a quel premio, consentire a una minoranza di modificare, per esempio, le leggi costituzionali senza ricorrere al referendum o di eleggersi da sola i membri della Corte costituzionale e del CSM che volevate abolire. Quindi, in sintesi, consentire di eleggere gli organismi di garanzia che la Costituzione immagina come espressione di un equilibrio più ampio e condiviso, quella stessa Costituzione che proprio ieri il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in quest'Aula, ha ricordato essere il pilastro della convivenza civile, e scritta dai Padri nobili che ieri abbiamo evocato con commozione e gratitudine.
Tornando al premio di maggioranza, qui non siamo di fronte a un meccanismo che favorisce la governabilità. Siamo di fronte a un meccanismo che, per come è congegnato, concentra il potere nelle mani di una minoranza in un contesto elettorale segnato da tassi di astensionismo preoccupanti, che rendono quel premio ancora più distorsivo dell'esito elettorale. Ma c'è un altro aspetto che noi consideriamo molto grave: questa legge produrrà un Parlamento di nominati, addirittura di nominati con doppie liste bloccate.
Lo farà con una prima lista bloccata nei collegi plurinominali, visto che avete tolto i collegi uninominali della legge attualmente in vigore, facendo venire meno anche ogni minimo rapporto diretto tra eletto ed elettore. L'elettore non potrà più scegliersi il proprio rappresentante, ma votare liste di sei nomi già decisi. Il rapporto tra eletto ed elettore verrà ancora più a mancare con l'assegnazione del premio di maggioranza, per il quale avete costruito una gigantesca operazione di maquillage democratico.
Direte agli italiani che voteranno una lista composta da tre candidati in media, ma ometterete di spiegare che, scegliendo quei tre nomi, gli elettori contribuiranno automaticamente all'elezione di altri 105 parlamentari in blocco tra Camera e Senato. Persone delle quali gli elettori non conosceranno nomi, cognomi, storie e competenze; persone che non avranno ricevuto un voto diretto dai cittadini, ma una designazione dall'alto. Il risultato - ahimè - è quella scheda elettorale che il collega Magi ha presentato a inizio di seduta, e che, più che un invito al voto, è l'ammissione esplicita che dell'elettore a voi non interessa nulla.
Inoltre, con questa legge completate il disegno politico che avete inseguito in questi anni e che non siete assolutamente riusciti a portare a casa. Non avete avuto il coraggio di portare fino in fondo la riforma costituzionale del premierato. Dopo il referendum sulla giustizia avete capito bene che ripresentarvi davanti agli elettori avrebbe comportato qualche rischio, così avete scelto una strada diversa: introdurre la modifica del nostro sistema di Governo attraverso una legge ordinaria, che prevede l'indicazione del candidato Premier nel programma elettorale. Un premierato mascherato, in sintesi.
Una scelta che non è neutra, ma è una scelta che finisce per comprimere le prerogative del Presidente della Repubblica, trasformando ciò che la Costituzione affida a una valutazione delle istituzioni in un automatismo politico costruito per legge. Mi avvio a chiudere, Presidente. Colleghi e colleghe, una legge elettorale dovrebbe servire a dare più voce ai cittadini, non più potere ai partiti; dovrebbe rafforzare la fiducia nelle istituzioni, non aumentare il sospetto che le regole vengano scritte per convenienza; dovrebbe costruire consenso, non imporre una volontà di parte.
Per questo contestiamo questa riforma, perché non è la legge elettorale di cui il Paese ha bisogno, ma è la legge elettorale di cui ha bisogno il Governo. Ma le regole del gioco appartengono a tutti, non a chi per qualche anno occupa i banchi della maggioranza. Quando una maggioranza scrive da sola le regole per vincere le prossime elezioni, il problema non è chi vincerà domani, ma il problema è che cosa resta della democrazia dopo, perché le maggioranze passano, ma le istituzioni restano.
Per questo, lo dico fin da ora, noi siamo fortemente contrari a questa riforma e voteremo contro con convinzione per rispetto delle istituzioni, della Costituzione e soprattutto per rispetto degli italiani (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Carmina. Ne ha facoltà.
IDA CARMINA (M5S). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi e colleghe, siamo qui a parlare della revisione della legge elettorale, delle “Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, secondo il nuovo testo base proposto dalla maggioranza, il cosiddetto Bignami-bis. Tuttavia, c'è da precisare che la legge elettorale non è una questione tecnica riservata agli addetti ai lavori, perché è il meccanismo attraverso il quale la volontà popolare si traduce in rappresentanza democratica. È il modo in cui il valore della democrazia e i suoi principi si incarnano nei rappresentanti del popolo.
La legge elettorale, per fare questo, deve avere una funzione di garanzia, deve essere per certi versi neutra e imparziale. Non deve scegliere o predeterminare i parlamentari o fare in modo che una forza politica o a una coalizione possano prevalere ad ogni costo, addomesticando le regole del gioco. I rappresentanti del popolo e le forze che vincono devono essere scelti dal popolo sovrano, al quale va garantita la massima rappresentatività.
E guardate che questa è una cosa fondamentale, specie in un Paese come il nostro, l'Italia, in cui la legge Acerbo viene studiata come esempio di legge elettorale tecnocrate, che può uccidere una democrazia e instaurare una dittatura, se il premio di maggioranza è troppo alto e non ci sono gli adeguati contrappesi. Noi, peraltro, siamo il Paese in cui ben due leggi elettorali sono state dichiarate incostituzionali dalla Corte costituzionale, quindi queste premesse dovrebbero, se la storia è magistra vitae, indicare una maggiore prudenza nella revisione di leggi così delicate, e invece non è andata proprio così.
Anzi, noi muoviamo tante critiche e netta contrarietà anzitutto sulla scelta dei tempi. Si interviene sulle regole del gioco a ridosso delle elezioni: un anno, poco più o poco meno, rispetto alla prossima tornata elettorale. E quando una maggioranza sente il bisogno di modificare la legge elettorale nell'imminenza del voto, il sospetto che emerge è semplice: non ha fiducia nella forza delle proprie idee, ma ha paura di perdere le elezioni, e ciò la induce a ricercare strumenti per conservare il potere. Diciamo che la paura fa 90, o forse meglio 105, tanto è il premio del listone per la cosiddetta governabilità.
Pare un sistema elettorale appositamente studiato e costruito intorno alla possibilità di vincere, e ciò contro le prescrizioni della Commissione di Venezia del Consiglio d'Europa, relativa alle buone pratiche in materia di legge elettorale, che prevedono che non si debba procedere a revisione della legge elettorale nell'imminenza delle elezioni. Ma altra questione, altro problema, regola non scritta, è che le regole democratiche dovrebbero essere il più possibile condivise, e le modifiche sono state tante, ma con un testo blindato dalla maggioranza.
Non solo sono state respinte le proposte alternative delle opposizioni, proposte congrue ed articolate, ma persino i contributi di buonsenso. Così la proposta del MoVimento 5 Stelle, del tutto ignorata, orientata ad aumentare la rappresentatività del sistema, rafforzare la partecipazione democratica, garantire un maggiore equilibrio nella rappresentanza e tutelare il diritto di voto dei cittadini fuori sede, con collegi esclusivamente plurinominali, con riparto proporzionale, sbarramenti ridotti e, soprattutto, le preferenze. Ma, se le regole vengono modificate in assenza di un largo consenso parlamentare, il rischio è che appaiano come strumenti destinati a favorire qualcuno o qualcosa, anziché a rafforzare il sistema a beneficio di tutti.
Poi, naturalmente, non si dovrebbe procedere a modifica della legge elettorale ogni tornata, e questo va da sé, perché, se sono regole che dovrebbero essere imparziali e garantire la democrazia, non si vede il motivo per cui ad ogni tornata vadano modificate. Andiamo al merito, sulla ratio: questa proposta di legge viene presentata come una riforma necessaria a garantire la governabilità del Paese, è la parola che più ricorre in questa riforma.
Ma la Corte costituzionale ha chiarito che una legge elettorale, seppure deve favorire la formazione di un Governo stabile, non può che essere primariamente destinata ad assicurare il valore costituzionale della rappresentatività. La volontà dei cittadini, espressa con il voto, costituisce il principale strumento della manifestazione della sovranità popolare secondo l'articolo 1 della Costituzione, e i partiti non possono sostituirsi al corpo elettorale. Sono gli elettori, e non i partiti, a rivestire attribuzioni costituzionali.
Le esigenze della governabilità mai possono andare a scapito della rappresentatività del Parlamento e, quindi, va trovato un punto di equilibrio, che sicuramente non è questo, che semmai peggiora i difetti del Parlamento.
Poi consentitemi una domanda semplice: dov'è oggi l'emergenza di governabilità? Perché cambiare, ancora una volta, le regole del gioco? Una domanda che milioni di cittadini si pongono, anche perché essa è sconfessata dai fatti: abbiamo un Governo che dispone di una maggioranza parlamentare ampia e stabile, che si vanta di essere il più longevo della storia d'Italia; non siamo davanti a crisi istituzionale, non siamo davanti a un Parlamento paralizzato, non siamo davanti all'impossibilità di formare Governi. E allora? Mentre gli italiani chiedono più salari, sanità pubblica più forte, trasporti efficienti, sicurezza, il Parlamento viene chiamato a discutere dell'ennesima modifica della legge elettorale. La verità politica, che molti cittadini percepiscono, è diversa da quella indicata nella relazione illustrativa: è la paura di perdere le prossime elezioni, perché la prima cosa che si è fatta è quella di eliminare collegi uninominali.
In realtà, alle scorse elezioni, se consideriamo le forze di maggioranza e di opposizione, le forze di opposizione presero più voti, cioè 14,5 milioni di voti, e la maggioranza attuale 12,5 milioni. Come vinsero? Sulla base dei collegi uninominali, perché le forze progressiste andarono separate, mentre quelle di maggioranza attuale, essendo associate, vinsero tutti i collegi uninominali. Ma, nella paventata ipotesi - che penso non li faccia dormire la notte - che il Campo largo, le forze progressiste questa volta si possano riunire e che, quindi, loro possano perdere i collegi uninominali, che cosa si fa? Si eliminano i collegi nominali. Questa è la vera ragione della riforma attuale.
Andiamo, poi, al modello della proposta: è un sistema proporzionale, con un abnorme premio di maggioranza. In realtà, si è di fronte a un sistema a base proporzionale, accompagnato da un premio di governabilità a livello nazionale. Si tratta quindi, in realtà, di un sistema artatamente iper-maggioritario, con un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori, in regalo alla lista o alla coalizione che raggiunga in entrambe le Camere il 42 per cento dei voti validi, e un tetto massimo di seggi pari, rispettivamente, a 220 alla Camera e 113 al Senato. Vi è, quindi, il rischio di raggiungere maggioranze ultra-qualificate in grado di superare quelle richieste per la nomina di organi costituzionali e di garanzia, con ciò violando, fra l'altro, il principio cardine della democrazia relativo alla separazione dei poteri.
Le liste bloccate sono collegate a questo premio abnorme, che non si limita a negare all'elettore il diritto di scegliere la persona, ma gli nega anche il diritto alla consapevolezza, al rapporto con chi viene eletto, perché si possono votare persone in una circoscrizione - fra l'altro, nelle circoscrizioni viene alterato il rapporto della parità di genere, evitando l'alternanza fra uomo e donna e ponendo il 60 per cento su base nazionale, anche quello che incide sulla parità di genere -, ma il premio scatta per tutti i 70 seggi a favore della coalizione vincente a prescindere dalle circoscrizioni in cui le stesse sono ripartite.
Inoltre, il listone unico rischia di violare l'articolo 57 della Costituzione per quanto riguarda il Senato, vale a dire la necessaria elezione su base nazionale, in quanto la distribuzione dei seggi avviene solo in base al criterio del risultato nazionale conseguito e, quindi, i voti delle opposizioni dati a livello locale, anche se tanti, diventano inutili se considerati a livello nazionale.
C'è poi l'indicazione o l'obbligo, per i partiti e i gruppi politici che depositano il contrassegno, di indicare nel programma elettorale il nominativo del proprio candidato alla Presidenza del Consiglio; si dice “nel rispetto delle prerogative del Presidente della Repubblica”. Ricordo che uno dei motivi per cui sono state dichiarate incostituzionali le precedenti riforme era proprio il fatto che andavano ad incidere negativamente sulle prerogative di scelta del Presidente della Repubblica circa la nomina dell'incaricato alla Presidenza del Consiglio. Questo non è altro che un modo goffo per cercare di introdurre il premierato senza passare dalle forche caudine di una riforma costituzionale.
Ma, in realtà, questa riforma poteva incidere su qualcosa. Se fosse stata utile, avrebbe dovuto incidere contro l'astensionismo, perché si continua a considerare la governabilità il problema principale, mentre il vulnus più urgente è un altro: il crescente numero di cittadini che non si sentono rappresentati e che rinunciano a votare. E ciò indebolisce la legittimazione delle istituzioni. Alle ultime elezioni politiche ha votato poco più del 63 per cento degli aventi diritto: significa che oltre un terzo degli italiani ha scelto di non partecipare alla competizione. Mai così tanti, e ad ogni tornata elettorale questa situazione si aggrava.
Ma in questa riforma noi non troviamo misure per riportare i cittadini alle urne, non troviamo strumenti per facilitare il voto, non troviamo interventi capaci di ridurre le diseguaglianze nell'accesso al voto ed è singolare che si intervenga sui meccanismi che attribuiscono il potere, la distribuzione dei seggi e non sugli strumenti che consentono, invece, ai cittadini di partecipare. Si discute di premio di governabilità, di soglie, di come assegnare seggi aggiuntivi, ma si trascura la rappresentanza, la partecipazione, il crescente distacco dei cittadini dalla politica. Anzi, si va nella misura opposta, con misure respingenti per i cittadini e, addirittura, si nega loro la possibilità di partecipare alle elezioni, con la negazione del voto ai fuori sede: 5 milioni di italiani che non potranno votare e a cui lo Stato o, meglio, questo Governo non dà soluzione.
Il premio di maggioranza altera il rapporto tra voti ottenuti e seggi assegnati e ciò fa implicitamente considerare inutile il voto, soprattutto le liste bloccate, che evitano le preferenze. Poi è gravissimo il “no” al voto ai fuori sede: lavoratori e giovani che vivono lontano dal comune di residenza e che, molto spesso, provengono dalle regioni meridionali. Per un ragazzo di Palermo che studia a Milano, una studentessa di Reggio Calabria che frequenta l'università a Bologna, un pugliese trasferito a Torino, votare significa spesso affrontare centinaia di euro di spese di viaggio, ore di spostamenti, permessi di lavoro, costi che non tutti possono sostenere. Formalmente il diritto di voto esiste, ma sostanzialmente diventa sempre più difficile, e questo Governo non fa nulla per rimediare a questa situazione, mentre una democrazia moderna dovrebbe fare esattamente il contrario: facilitare il voto, portare alle urne i cittadini, rendere strutturale il voto dei fuori sede e ampliarne l'accesso, perché ogni ostacolo al voto diventa un incentivo all'astensione e una delegittimazione delle istituzioni democratiche.
Un ultimo inciso: non meno importante è la questione della parità di genere. Non si registra alcuna novità: rimane la quota massima del 60 per cento del genere sovra-rappresentato, con obbligo di alternanza, però come dicevo, non nelle circoscrizioni. È stato rigettato…
PRESIDENTE. Concluda.
IDA CARMINA (M5S). … l'emendamento - finisco, un attimo - per motivi ideologici, perché questa legislatura è la prima in cui c'è un passo indietro rispetto alla rappresentatività del genere. E, se il corpo elettorale è composto per il 48 per cento di uomini e per il 52 per cento di donne, va assicurata adeguata rappresentatività alle donne con ogni mezzo, specie in Italia, dove viene uccisa una donna ogni tre giorni e dove, ancora oggi, anche nelle istituzioni, c'è sessismo, si usa violenza, le donne vengono analizzate e il merito è un casting per le più belle, non per le più brave.
Si parla di merito dimenticando nel centrodestra che noi abbiamo avuto Nilde Iotti, Tina Anselmi, Pivetti, Boldrini...
PRESIDENTE. Collega, ha abbondantemente esaurito il suo tempo.
IDA CARMINA (M5S). …e via enumerando. Alle donne deve essere assicurata uguaglianza e parità di diritti di partecipazione.
PRESIDENTE. Grazie.
IDA CARMINA (M5S). Mi consenta una citazione (Applausi della deputata Auriemma e di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista) …
PRESIDENTE. No, collega, non posso consentirle niente perché è oltre di un minuto e 40 secondi, mi dispiace collega, grazie. È iscritto a parlare il deputato Mari. Ne ha facoltà.
FRANCESCO MARI (AVS). Grazie, signora Presidente. Siamo il Paese europeo che ha fatto più leggi elettorali dal dopoguerra, solo la Grecia ne ha fatte un paio di più di noi, ma con una saggia norma di salvaguardia che ne impedisce l'applicazione nella legislatura successiva.
Siamo un caso di reiterata manipolazione della regola fondamentale, a beneficio della maggioranza di turno. Sembra vietato, in questo Paese, fare una legge elettorale per tutti, vietato fare una legge elettorale che funzioni in ogni caso; invece una legge, addirittura una legge che motivate con l'obiettivo della stabilità, tanto da definirla “Stabilicum”, può produrre addirittura un esito diverso, anzi opposto. Cosa dovrebbe fare la vostra legge elettorale? Almeno tre cose: determinare la certezza del vincitore all'esito del voto, ma avete dovuto togliere il ballottaggio con l'esplicita previsione, ovviamente, dell'eventualità che non esca nessuna maggioranza dalle urne; disinnescare la mina interna rappresentata da Futuro Nazionale, ma in realtà li rafforzate nella contro-narrazione che gli concedete, che gli farà buon gioco e anche probabilmente con la stessa raccolta delle firme; soprattutto dovrebbe evitare, nel contesto attuale, la sconfitta certa del centrodestra.
Tre miraggi, vi consiglio di chiamarla Miraggellum, potrebbe essere uno dei nomi possibili dopo quello suggerito dal collega Zaratti, Vampirellum, insomma fate voi. Quante cose dovrebbe fare, invece, veramente una legge elettorale? Anche qui almeno tre.
Innanzitutto connettere queste Aule con il Paese reale, spingere sulla partecipazione al voto di fronte alla crisi sociale, e su quella dei redditi insufficienti a mantenere il costo della vita. Secondo, determinare la scelta consapevole da parte degli elettori, ma avete respinto la nostra proposta di collegi elettorali uninominali, che invece erano l'equilibrio migliore da raggiungere, da ottenere tra rappresentanza territoriale e ripartizione proporzionale dei seggi; e infine inserire la legge elettorale nella architettura costituzionale dello Stato, ma voi, in realtà, volete fare una legge elettorale che stravolge l'architettura costituzionale di questo Stato.
Questa legge elettorale è per voi l'ultimo tassello di questa legislatura, il succedaneo in realtà del premierato. Fate, per mezzo di questa legge, quello che non potete fare con una vera riforma costituzionale, anche perché sarebbe bocciata dal popolo, come è avvenuto con la riforma della magistratura. Un antico pallino della destra reazionaria, una vera e propria fissazione, funzionale al disegno di capovolgimento del nostro equilibrio costituzionale. Quel “fatte salve le prerogative del Presidente della Repubblica” è un imbroglio nella forma e un vulnus democratico nel contenuto. Guardate, la democrazia è tante cose. Prima ancora, però, che separazione dei poteri, equilibrio tra i poteri, la democrazia è sempre deconcentrazione e limitazione del potere, è così ovunque, è così da quando è nata la democrazia.
Nell'antica Atene, dove è nata anche la nostra di democrazia, la carica dell'epistate, l'epistate dei pritani, durava - immaginate, una carica importante - un solo giorno. L'epistate era il presidente di turno dei buleuti, che reggevano lo Stato a rotazione, un po' il nostro Presidente del Consiglio. La sua carica durava 24 ore per evitare l'accentramento di funzioni e di potere. Eppure l'epistate custodiva i sigilli dello Stato, gli erano affidate le chiavi del tesoro e degli archivi, presiedeva la bulè, cioè il consiglio o l'ecclesia, cioè l'assemblea, e nessun cittadino poteva ricoprire quella carica per più di una volta nella vita. La democrazia nasce così, e cerca di mantenere quel senso ovunque si realizza, anche se in modi diversi. Invece tutte le destre del mondo, soprattutto quelle estreme, hanno il sogno persistente di concentrare il potere in poche mani. Meglio solo due e appartenenti allo stesso corpo.
Siete pericolosi e banali allo stesso tempo. Altro che egemonia culturale; potete essere prevalenti ogni tanto, potete occupare tutti gli spazi, potete fare tutti i decreti e le leggi a maggioranza che volete, ma non sarete mai egemoni nella Repubblica democratica nata dalla Resistenza. Anche per questo perderete con qualsiasi legge elettorale (Applausi del deputato Zaratti e di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista ).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Cuperlo. Ne ha facoltà.
GIANNI CUPERLO (PD-IDP). Grazie, Presidente. Soltanto ieri mattina, è stato già ricordato in quest'Aula, il Capo dello Stato ha rammentato la radice di quella Costituzione che, senza merito, tutti noi abbiamo ereditato e che, nel merito, spetta a noi preservare intatta nei suoi principi fondamentali.
Uno tra questi principi fondamentali è l'articolo 48. Recita così: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. Pochi aggettivi scolpiti a suggello di un diritto che il fascismo aveva conculcato per oltre vent'anni. Parole, quelle, dettate e scritte da giganti della storia convinti che, dopo la tragedia della dittatura e della guerra, solamente una coscienza del valore della democrazia avesse in sé la forza di edificare la Repubblica e di ricostruire il Paese. Gli italiani lo compresero. E pure nel rispetto di differenze profonde e contrapposizioni ideologiche, per decenni - decenni - hanno fatto vivere quella democrazia offrendo con il loro voto una legittimità piena ai rappresentanti della sovranità popolare dentro le aule di questo Parlamento.
Non erano quei partiti, tutti, esenti da limiti o immuni da errori; ma, ciascuno a modo suo, ebbero la capacità di anteporre il valore della rappresentanza e della partecipazione democratica a logiche di puro potere e controllo del consenso. È esattamente ciò che voi oggi negate alla radice, con un atto di prepotenza fondato sulla forza dei numeri e sulla ignoranza di principi fondanti il nostro ordinamento. Per quanto triste sia, questa è la verità.
Dietro l'argomento della stabilità voi avete scritto una riforma palesemente incostituzionale, che stravolge la natura della Repubblica parlamentare inoculando per via elettorale quel premierato, annunciato come la madre di tutte le riforme e dirottato, a causa delle vostre stesse divisioni, su di un binario morto.
Volevate l'elezione diretta del Presidente della Repubblica, avete ripiegato sull'assurda elezione diretta del Capo del Governo. Nell'impotenza di tagliare l'uno o l'altro dei due traguardi, scegliete all'ultimo miglio di cucirvi una legge elettorale su misura, come fosse un abito di sartoria. Triste, solitario y final, chioserebbe Osvaldo Soriano. In quel capolavoro dello scrittore argentino, un redivivo Philip Marlowe intrecciava a Hollywood i miti di Chaplin, Laurel, Hardy e John Wayne. Al contrario, il vostro finale triste e solitario umilia figure e memoria di Calamandrei, Mortati, La Pira e Terracini (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista). Voi lo fate calpestando riserve e critiche durissime che tecnici e costituzionalisti vi hanno manifestato in un ciclo intenso di audizioni. Parliamo di un premio di governabilità spropositato in violazione della sentenza n. 35 del 2017 della Consulta; della scelta di negare, una volta ancora, il diritto dei fuori sede a votare; per tacere di quella norma sul miglior perdente, pensata per soddisfare l'appetito di seggi anche della gomma di scorta di una destra disposta a tutto pur di incatenarsi al potere.
E ancora, parliamo della conferma di liste bloccate, destinata ad accentuare la disaffezione alle urne negando ai cittadini il diritto di scegliere e, in ragione dei listoni bloccati di 70 deputati e 35 senatori, previsti dal premio, persino impossibilitati a conoscere i volti e i nomi dei loro rappresentanti.
In corso d'opera avete tolto di mezzo il ballottaggio e alzato la soglia per l'ottenimento del premio dal 40 al 42 per cento dei consensi alla coalizione più votata. Percentuale che però non preclude la possibilità, nel complesso delle due Camere, di raggiungere una soglia di controllo diretto sulle figure di garanzia del sistema: dai membri laici del CSM alla composizione della Corte costituzionale, sino a potersi eleggere da soli il Capo dello Stato, il garante supremo dell'ordinamento costituzionale e di una rigorosa separazione dei poteri. E a coronare questo pastrocchio, l'obbligo di indicare nel programma delle coalizioni il nome del futuro o della futura Premier, violando non solo nella forma le prerogative del Capo dello Stato, per come previste dall'articolo 92 della Carta, ma soprattutto con l'obiettivo, oramai nemmeno più dissimulato, di scivolare verso un presidenzialismo di fatto senza i contrappesi del presidenzialismo vero, senza una revisione costituzionale esplicita, senza una deliberazione popolare consapevole, eventualmente, di voler abbandonare la Repubblica parlamentare in vigore dal 1948; e rimuovendo un dettaglio non secondario - mi rivolgo all'unico relatore presente in quest'Aula, che ringrazio -, e cioè che persino nei sistemi presidenziali il Parlamento può avere un colore politico diverso da quello del Presidente.
Qui invece si costruisce un blocco unico: un inedito senza eguali, paragoni, precedenti. Il Presidente trascina con sé una maggioranza parlamentare che deve la propria elezione a lui o a lei: altro che separazione dei poteri, questa è dipendenza politica organizzata per legge.
The winner takes it all, cantavano gli Abba. Ma noi non siamo al karaoke: questo è il Parlamento della Repubblica, questo è il tempio laico della democrazia. E voi non avete alcun mandato, non avete alcun diritto di calpestare e di stravolgere la natura dell'ordinamento repubblicano.
Da ultimo, avete trasformato i lavori della Commissione affari costituzionali in un teatrino destinato a sopprimere ogni dialettica reale. A conferma, non un solo emendamento delle opposizioni - non uno solo, ed erano centinaia e centinaia - ha trovato accoglienza in un testo blindato da voi e che solamente voi avete avuto il potere di correggere sulla base delle vostre esigenze e delle vostre necessità.
E adesso siamo all'epilogo. Come in un romanzo scritto male, o in un B-movie mal pensato e peggio girato, voi riempirete tronfi i banchi della maggioranza nella certezza che i numeri preserveranno questa vostra miseria. Ed è possibile - anzi, è probabile - che questo accada: ma con un “ma”. E il nostro “ma” - anzi, il vostro “ma” - sarà che fuori da qui, a partire da subito, crescerà l'indignazione verso il vostro bullismo istituzionale. Noi lo spiegheremo, noi lo denunceremo ogni santo giorno, fino a quando su questa pagina abbastanza imbarazzante, e per taluni versi anche un po' oscena, della nostra democrazia, non calerà il sipario. Parafrasando quell'antica formula, potevate scegliere tra la disonestà e la condanna popolare. Avete scelto la disonestà nelle urne e sarete condannati dal popolo.
Chiudo, Presidente. Anzi, vorrei chiederle una cortesia: se, anche per la serenità del nostro dibattito, può interrompere questo costante brusio che proviene dai banchi della maggioranza (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista), che rende così difficile seguire il discorso. Ah, no, adesso che vedo meglio c'è soltanto il collega Urzì seduto sui banchi della maggioranza. Allora mi sovviene la storica battuta del film Audace colpo dei soliti ignoti: “l'hanno rimasto solo”, collega Urzì! Ma in questo caso non è l'audace colpo dei soliti ignoti, vi conosciamo fin troppo bene: in questo caso, cari colleghi, è l'audace colpo dei soliti noti. Ma fallirà (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).
PRESIDENTE. Saluto gli studenti, studentesse e docenti dell'Istituto comprensivo “Via Eva Gioia - Sammichele”, di Gioia del Colle, che assistono ai nostri lavori dalle tribune (Applausi). È iscritta a parlare la deputata Auriemma. Ne ha facoltà.
CARMELA AURIEMMA (M5S). Grazie, signora Presidente. Onorevoli colleghi e colleghe, Ministra, mi preme, in primo luogo, evidenziare le numerose criticità che hanno caratterizzato lo svolgimento dell'esame in sede referente presso, appunto, la I Commissione affari costituzionali. Purtroppo, la calendarizzazione forzata del provvedimento in Assemblea ha inciso significativamente sull'organizzazione dei lavori della Commissione, determinando una forte accelerazione dell'esame e una progressiva compressione degli spazi di discussione.
Tutte le opposizioni hanno più volte chiesto un differimento del termine ordinatorio ma, ahimè, non è stato accolto: una compromissione ingiustificata - non siamo davanti a un decreto-legge -, una compromissione che ha leso fortemente le prerogative di noi parlamentari.
Si è detto che la legge elettorale è materia per gli addetti ai lavori, una questione puramente tecnica che non cattura l'interesse dei cittadini: niente di più lontano dalla realtà. La materia elettorale interessa ognuno di noi e determina il buon funzionamento della nostra democrazia, che è rappresentativa. Per questo abbiamo contestato fortemente la postura di questa maggioranza che, ancora una volta, ha adottato un approccio sostanzialmente arrogante e piegato sui propri interessi e non su quelli del Paese.
I modelli elettorali rappresentano scelte destinate a incidere profondamente sulla qualità della democrazia e sugli equilibri tra rappresentanza, pluralismo e governabilità. Qui non stiamo decidendo quale meccanismo di conversione dei voti in seggi scegliere; non è così limitata, non è così banale… qui stiamo decidendo le regole di gioco e di vita della nostra Repubblica parlamentare. E noi riteniamo che non si scrivano le regole di gioco da soli o per vincere la prossima partita.
Invece, anche su questa materia così delicata e complessa di respiro costituzionale avete ridotto il Parlamento in un luogo di mera ratifica, in linea con l'atteggiamento adottato per tutta la legislatura. Una riforma delle regole elettorali dovrebbe nascere da un'ampia convergenza parlamentare, da un confronto aperto tra tutte le forze politiche, nella consapevolezza che le norme che disciplinano la formazione della rappresentanza non appartengono alla disponibilità della maggioranza del momento, ma costituiscono patrimonio comune delle istituzioni democratiche. Nessun emendamento è stato accolto e i correttivi che siete stati costretti ad accogliere nel nuovo testo base sono volti solo a superare ma non a sanare una legge che è profondamente antidemocratica, che riduce la sovranità del popolo e che veramente va a limitare anche i poteri del nostro Presidente della Repubblica.
Un dibattito di sole 35 ore. Questa stringata discussione certamente è stata caratterizzata, lo riconosco qui, da una sensibilità particolare del portavoce dei relatori, il collega Rossi, che ha puntualmente risposto e cercato un confronto con noi dell'opposizione. Ma in ogni caso troppo poco, troppo limitato. Non è possibile sanare, con l'immensa disponibilità del collega Rossi, la gravissima compromissione che abbiamo subito noi delle opposizioni.
Questa legge introduce un sistema fortemente orientato ad una costruzione artificiale di maggioranza parlamentare, basato su listini bloccati. Tutto ciò va ad aggravare, anziché ridurre, la distanza tra i cittadini e le istituzioni e la loro fiducia nella politica e nell'istituzione parlamentare.
In una fase storica caratterizzata da livelli sempre più elevati di astensionismo e da una crescente sfiducia nei confronti della politica appare, infatti, essenziale rafforzare gli strumenti di coinvolgimento, partecipazione e scelta da parte degli elettori, piuttosto che ridurre ulteriormente la capacità di incidere sulla selezione dei propri rappresentanti: vengono eliminati anche gli uninominali, che rappresentavano una forma comunque di scelta da parte degli elettori.
A ciò si aggiunge il fatto che avete rinunciato ad ogni meccanismo idoneo a recuperare il fossato, che oggi esiste, tra il numero dei cittadini che partecipano e gli aventi diritto, come ad esempio il voto elettronico o il voto per i fuori sede.
Noi abbiamo avuto una postura seria, mettendo al centro le nostre preoccupazioni - che poi sono state le preoccupazioni di tutti i costituzionalisti -, ad iniziare dal premio di maggioranza o, come l'avete definito voi nel testo della legge, “premio di governabilità”.
Permettetemi di sottolineare che è paradossale che proprio il Governo che vanta ad ogni piè sospinto la sua longevità faccia proprio della governabilità una sua battaglia. Dicevamo, un premio che scatta in una misura fissa, che determina l'elezione di 105 parlamentari, senza, di fatto, essere scelti, votati. Un Parlamento di nominati. Un premio insensibile agli eventi determina una disproporzionalità oltre misura, perché crea una distanza eccessiva nell'Assemblea, formata secondo minoranze artificiosamente gonfiate. Pensiamo che il limite del 42 per cento non è sugli aventi diritto, ma su chi partecipa alla tornata elettorale, e quindi, in un momento storico dove la partecipazione è sempre più bassa, questa cosa è gravissima.
Il rafforzamento della governabilità non può essere perseguito mediante l'indebolimento della rappresentanza democratica, né attraverso meccanismi che vanno ad alterare in misura così significativa la corrispondenza tra il consenso elettorale e la distribuzione dei seggi parlamentari. Poi c'è la previsione secondo cui le coalizioni o le liste debbano indicare, al momento della presentazione delle candidature, la persona proposta per l'incarico di Presidente del Consiglio dei ministri. Su questo ci siamo confrontati tantissimo, e mi permetto di fare un'ulteriore riflessione.
Nella relazione illustrativa essa viene qualificata come un mero elemento di trasparenza dell'offerta politica, privo di effetti vincolanti, tale da lasciare, quindi, impregiudicate le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica, che è stata poi l'argomentazione fornita in Commissione dai colleghi di maggioranza. Ma su questo permettetemi di chiarire. Affermare, innanzitutto, che non ha effetti giuridici è sbagliato, perché abbiamo visto che la mancata indicazione determina la sanzione più grave, cioè la ricusazione della lista o delle liste.
Ma il fatto stesso che non vada a incidere formalmente sulla Costituzione non significa che questa disposizione non abbia effetti giuridici. Ha degli effetti politici e costituzionali fondamentali, importanti, senza però essere attraversata, essere oggetto di una revisione della Costituzione. Quando si dice che non vincola il Presidente della Repubblica, questa ricostruzione tuttavia - mi permetto, per suo tramite, al collega Rossi - coglie soltanto parzialmente la portata della disposizione. Il problema, infatti, non riguarda tanto il potere di nomina del Presidente della Repubblica, che resta integralmente disciplinato dall'articolo 92 della Costituzione, quanto gli equilibri propri della forma di Governo parlamentare.
La Costituzione affida la formazione del Governo a un procedimento volutamente aperto e flessibile, fondato sul rapporto fiduciario tra Governo e Parlamento. All'interno di questo procedimento le consultazioni svolte dal Presidente della Repubblica costituiscono una prassi costituzionale essenziale, attraverso la quale i gruppi parlamentari manifestano i propri orientamenti politici e concorrono all'individuazione della personalità più idonea ad ottenere la fiducia delle Camere.
Proprio perché la Costituzione non predetermina l'esito di questa interlocuzione, le forze politiche conservano una piena libertà di modificare le proprie valutazioni alla luce del risultato elettorale e delle dinamiche parlamentari. La storia repubblicana dimostra come numerosi Governi siano nati attraverso soluzioni maturate successivamente al voto, spesso anche in assenza di una preventiva indicazione, anche solo politica, del Presidente del Consiglio.
La previsione legislativa in esame interviene, invece, su questa fase della dinamica costituzionale, irrigidendo preventivamente un momento che la Costituzione ha lasciato intenzionalmente affidato alla responsabilità politica delle forze parlamentari. Pur non imponendo un vincolo giuridico, la forma introduce un vincolo politico, che finisce per incidere sulla libertà di azione dei partiti e dei parlamentari nel corso delle consultazioni. Questo per noi è un punto critico.
Se l'indicazione del candidato non vincola né il Presidente della Repubblica, né il Parlamento, come è stato più volte ribadito in Commissione, il suo significato normativo appare estremamente debole. Se, invece, essa è destinata a orientare in modo determinante il comportamento delle forze politiche dopo il voto, allora essa produce effetti sostanziali sulla forma di Governo, pur senza modificare la Costituzione.
Si realizza una significativa torsione del modello parlamentare attraverso una disposizione che formalmente è priva di effetti giuridici, ma, di fatto, induce l'elettore a percepire il voto come una scelta diretta del Presidente del Consiglio.
Tale effetto è ulteriormente rafforzato dal collegamento con il premio di governabilità, che tende a trasformare la competizione elettorale in una competizione tra candidati alla guida dell'Esecutivo. In questo modo, pur dichiarando di non voler incidere sull'assetto costituzionale, il legislatore finisce per alterare la percezione del funzionamento concreto. Si introduce, di fatto, un elemento tipico della forma di Governo a investitura popolare del capo dell'Esecutivo, senza, però, affrontare la necessaria revisione costituzionale che una simile trasformazione richiederebbe.
La disposizione rischia, dunque, di produrre una duplice torsione: da un lato, attribuisce rilievo legislativo ad un atto che non è suscettibile di produrre effetti giuridici e, dall'altro, genera nell'elettorato l'aspettativa di avere scelto direttamente il Presidente del Consiglio, quando la Costituzione continua, invece, ad affidare la nomina al Presidente della Repubblica e la permanenza in carica al rapporto fiduciario con il Parlamento.
Il risultato è una progressiva sovrapposizione tra il modello parlamentare delineato dalla nostra Costituzione e una logica di investitura personale del capo del Governo, perseguita, però, per via legislativa, anziché attraverso un procedimento di revisione costituzionale previsto dall'articolo 138 della Costituzione. In definitiva, per noi il testo in esame non rappresenta un avanzamento del sistema democratico, ma introduce elementi suscettibili di alterare il corretto equilibrio tra governabilità e rappresentanza, e riduce il grado di inclusività e di pluralismo che deve caratterizzare ogni ordinamento democratico fondato sui principi della Costituzione.
Riteniamo che esso abbia tutti i semi dell'arroganza che questo Governo ci ha dimostrato quando mette mano alle riforme. Il nuovo sistema elettorale proposto rischia di accentuare una tendenza già emersa negli ultimi anni: quella di una progressiva personalizzazione della competizione politica ed una crescente concentrazione del potere decisionale nella leadership dei partiti e delle coalizioni, a discapito della funzione rappresentativa delle Assemblee elettive.
Infine, Presidente, mi lasci dire che il mito della governabilità ci ha spinto verso la strada, negli ultimi decenni, del bipolarismo, ma credo che la soluzione non possa essere il rafforzamento dell'Esecutivo, ma è rafforzare il Parlamento, rafforzare i partiti, rafforzare la capacità dei partiti di rappresentare e di rappresentanza. La crisi della politica nazionale non dipende solo da una debolezza interna di tutti i partiti, ma anche e soprattutto dal contesto globalizzato degli ultimi 20 anni, che ha, infatti, spostato le leve del potere dalla rappresentanza democraticamente eletta all'egemonia del tecno-capitalismo.
E questa proposta di legge elettorale va a rafforzare ancora di più questa distanza tra il popolo e i suoi rappresentanti. Questa legge contiene meccanismi che indeboliscono la rappresentanza parlamentare. La funzione di una legge elettorale non è quella di determinare un Governo, ma di conferire all'Assemblea legislativa la maggiore rappresentatività della volontà del popolo. Nel ridisegnare le regole del nostro sistema elettorale non dobbiamo mai dimenticare il valore supremo della partecipazione: questo ce lo ha ricordato, proprio ieri, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Già all'alba della nostra democrazia, nell'esaminare la prima legge elettorale per l'Assemblea costituente, si volle inserire un'avvertenza solenne: l'esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese in un momento decisivo della vita nazionale. La legge elettorale va a disciplinare il momento decisivo più importante del nostro Paese. Oggi abbiamo il dovere di scrivere una legge elettorale che onori questo principio, che riavvicini i cittadini alle urne e che renda il voto un diritto effettivo, libero e consapevole.
Noi continueremo con la nostra battaglia qui, in quest'Aula, ma anche fuori, e siamo certi che questa legge si scontrerà contro il muro della Corte costituzionale; si scontrerà contro l'articolo 1 della nostra Costituzione, dove è scritto, con il sangue degli italiani e delle italiane che hanno liberato l'Italia dal fascismo, che la sovranità appartiene al popolo e l'unico limite è la nostra Costituzione. Ancora una volta, siamo certi che, insieme a tantissimi italiani e italiane, continueremo a dire: viva l'Italia, viva la nostra Repubblica (Applausi di deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Paolo Ciani. Ne ha facoltà.
PAOLO CIANI (PD-IDP). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, Ministra, banchi vuoti della maggioranza (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista), all'articolo 1 della Costituzione leggiamo: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. È proprio da qui che andrebbe giudicata una legge elettorale, perché una legge elettorale fa esattamente questo: prende la sovranità del popolo e la traduce in rappresentanza; è il ponte tra il voto del cittadino e chi lo rappresenterà in quest'aula.
Discutendo di legge elettorale, discutiamo delle regole del gioco democratico, discutiamo del modo in cui il voto dei cittadini diventa rappresentanza. Per questo, la prima critica che rivolgiamo a questa proposta è proprio sul metodo: una maggioranza non dovrebbe mai pensare di avere il diritto di scrivere, da sola, le regole con cui tutti parteciperanno alla competizione elettorale. Le leggi elettorali dovrebbero nascere da un confronto largo, da un patto parlamentare, perché le leggi elettorali, scritte da una parte sola, nascono fragili e finiscono per alimentare proprio quella sfiducia nella rappresentanza che dovremmo tutti combattere.
Qui, invece, siamo di fronte a un testo che arriva dopo vertici, trattative interne alla maggioranza, correzioni e aggiustamenti e che viene spinto con un'urgenza che non ha una vera giustificazione istituzionale. Allora, la domanda è inevitabile: perché questa fretta? Perché cambiare le regole adesso? La risposta che date è: per garantire governabilità. Ma la risposta che traspare è un'altra, perché, forse, pensate di perdere le elezioni e che queste regole possano convenirvi. Fate attenzione: non c'è alcuna legge elettorale capace di mettere al riparo una maggioranza dal giudizio degli elettori. Non c'è alcun meccanismo tecnico che possa sostituire il consenso reale e, quando una maggioranza dà l'impressione di cambiare le regole per proteggersi, i cittadini lo capiscono bene. Il cuore del testo è il cosiddetto premio di governabilità: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Un premio eventuale, ci dite, che scatterebbe solo se una lista o una coalizione arriva prima in entrambe le Camere e supera il 42 per cento dei voti validi in ciascuna. Volete, cioè, trasformare una maggioranza relativa di voti in una maggioranza più ampia di seggi attraverso un meccanismo artificiale. Volete correggere il voto dei cittadini dopo che i cittadini si sono espressi. Pensate cosa possa significare quel 42 per cento nell'Italia reale. Alle ultime elezioni politiche ha votato il 64 per cento degli aventi diritto; alle europee del 2024, per la prima volta nella storia repubblicana, meno di un italiano su due, il 48 per cento. In questa situazione, il 42 per cento dei voti validi può valere poco più di un quarto degli aventi diritto al voto, poco più di un elettore su quattro a cui voi affidereste fino a 220 deputati su 400.
Allora, la domanda non è tecnica, è politica: dov'è il confine tra un premio e una distorsione? Non lo diciamo solo noi, lo hanno detto, con chiarezza, i costituzionalisti ascoltati in Commissione, molti dei quali hanno parlato di profili di incostituzionalità.
In una democrazia parlamentare, la rappresentanza non è un impiccio, ma è la sostanza della democrazia. La governabilità è importante, certo, ma non può diventare una parola magica per comprimere il pluralismo, ridurre il Parlamento e alterare il rapporto tra voti e seggi.
Se, davvero, la vostra coalizione è forte come dite, se davvero siete certi del consenso del Paese, perché cambiare legge? Avete ampiamente dimostrato che la legge elettorale attuale vi ha permesso di governare a lungo. Avete parlato di una responsabilità ancora più forte verso gli italiani, responsabilità che, però, non prevede preferenze, ma liste bloccate, non prevede contraddittorio parlamentare, ma tagliole e contingentamento dei tempi; questioni - ricordiamolo per chi ha la memoria corta - che animavano le vostre rivendicazioni dai banchi dell'opposizione. Tutto questo per avere una legge elettorale considerata urgente, mentre c'è un Paese in emergenza sul lavoro, la sanità, la demografia, la crisi climatica e le guerre che incendiano il mondo.
C'è poi un altro nodo: il rapporto tra eletti ed elettori. Qui tocchiamo un punto profondo, perché riguarda il legame tra chi vota e chi è votato. L'articolo 67 della Costituzione dice che ogni parlamentare rappresenta la Nazione. Non ne facciamo una questione astratta. Sappiamo che ogni sistema elettorale ha i suoi limiti. Voi però scegliete la strada sbagliata: cancellate i collegi uninominali, ma non restituite ai cittadini un vero rapporto con chi viene eletto. Non inserite le preferenze, non i collegi uninominali piccoli capaci di rafforzare il legame territoriale, rendere riconoscibile il candidato, costruire un rapporto più diretto. Non permettete di votare a chi risiede altrove e in più aggiungete le liste circoscrizionali per il premio; un ulteriore livello di candidature, un ulteriore meccanismo, un ulteriore pezzo di Parlamento deciso dall'alto e non dagli elettori.
Ecco il punto: davanti alla crisi di fiducia voi rispondete con più distanza, davanti alla richiesta di partecipazione rispondete con un meccanismo che rende ancora meno chiaro il rapporto tra il voto e il parlamentare eletto.
Poi c'è un altro tema: la questione del candidato Premier, la vostra idea del capo. Il testo introduce l'obbligo per liste e coalizioni di indicare il nome della persona per l'incarico di Presidente del Consiglio. Dite che restano ferme le prerogative del Presidente della Repubblica. Meno male, ma così così. È proprio l'articolo 92 della Costituzione ad affidare a lui la nomina del Presidente del Consiglio e non per un cavillo, ma perché è il garante di tutti. Indicare per legge il candidato Premier riduce di fatto il ruolo del Capo dello Stato a un notaio. Politicamente, il messaggio è evidente: volete trasformare anche la legge elettorale in un pezzo del vostro progetto di premierato. È un premierato surrettizio, una personalizzazione spinta, un modo per dire agli elettori che votano un capo e non una coalizione, non un Parlamento, non un programma. Voi pensate forse di metterci in difficoltà, perché pensate che non avremmo un capo. Io dico: meno male, siamo in democrazia (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista)! Abbiamo partiti, movimenti, culture politiche, forze civiche, comunità territoriali, rappresentanze sociali. Abbiamo differenze, parliamo, ma la democrazia è questo: costruire una sintesi senza obbedire al capo di turno.
Una coalizione si costruisce nella società, nei territori, sui contenuti, sulle disuguaglianze, sulla sanità pubblica, sulla scuola, sul lavoro, sui salari, sui diritti, sulla giustizia sociale, accanto ai giovani e agli anziani, non sull'obbedienza al capo.
Permettetemi un consiglio non richiesto: fate attenzione alla religione del capo, perché quando si pensa solo al capo, quando si costruisce tutto intorno al capo, quando la politica diventa una gara tra capi, prima o poi arriva sempre un capo più capo degli altri. Allora, la democrazia si impoverisce, i partiti si svuotano, il Parlamento si riduce, il pluralismo dà fastidio, il dissenso diventa un intralcio.
Questa legge mette insieme due elementi che dovrebbero preoccupare tutti: da un lato, il premio che altera la rappresentanza, dall'altro, una personalizzazione che spinge verso l'investitura del capo. Le regole della democrazia non sono proprietà della maggioranza, non appartengono al Governo, ma appartengono ai cittadini. E badate, le convenienze di oggi diventano spesso le sconfitte di domani, perché la democrazia è più forte dei calcoli di chi prova a ingabbiarla. Gli elettori non sono pedine, sono cittadini liberi.
La democrazia ha bisogno di regole condivise, non di scorciatoie, di cittadini coinvolti, non di elettori rassegnati, di un Parlamento, non di un uomo o una donna sola al comando.
Permettetemi di chiudere dove ho cominciato: la sovranità appartiene al popolo. C'è un momento, il giorno del voto, in cui l'operaio e il Ministro, il disoccupato e il milionario valgono esattamente lo stesso: una scheda, un voto. È un istante potente che tanti non vivono, perché non hanno la democrazia.
Ed è proprio quell'istante che questa legge svilisce dicendo al cittadino che il suo voto conta, ma fino a un certo punto. Iniziate a farlo un po' troppo spesso questo ragionamento. Per queste ragioni il nostro giudizio è netto. È una legge sbagliata nel metodo, nell'impianto e nel messaggio che manda il Paese e per queste ragioni la contrasteremo con forza (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Toni Ricciardi. Ne ha facoltà.
TONI RICCIARDI (PD-IDP). Grazie, signora Presidente. Signora Ministra, membri del Governo, relatore di maggioranza, mi consenta un'osservazione pregiudiziale, Presidente. Io credo che sia - e sono serio - abbastanza imbarazzante in un momento così importante di questa legislatura, in cui stiamo discutendo della legge elettorale, avere il vuoto pneumatico di quest'Aula. Credo che vada segnalato con forza, quantomeno per ridare e ripristinare almeno una finta democrazia in quest'Aula (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).
Detto questo, Presidente, vorrei fare delle osservazioni pregiudiziali. La prima è una domanda: esiste una legge elettorale perfetta? Non esiste, il che significa che tu non puoi importare in un Paese la legge elettorale che funziona in un altro perché tradizioni, culture, usanze, costruzione di modelli di partito e società sono diversi. Quindi, diamo per letto e scontato questo. Esiste una peculiarità italiana in materia di legge elettorale? Sì, signora Presidente. Noi, grosso modo, con qualche aggiustamento, fino al 1993 abbiamo votato con un sistema proporzionale. Certo, i Governi erano fragili, certo era tutto quello che volevate, ma intanto la partecipazione era alta. Ma perché era alta? Perché le cittadine e i cittadini si riconoscevano nella rappresentante e nel rappresentante che i partiti sottoponevano al voto del corpo elettorale. Dopo il 1993 è successo quello che è successo e siamo finiti esattamente come siamo finiti oggi.
Seconda domanda, sempre di premessa: di cosa si occupa una legge elettorale? Di due elementi: stabilità e rappresentatività. Ora, per quanto riguarda la stabilità, mi sembra sia una delle questioni brandite nelle scorse settimane e utilizzata sottolineando la necessità di una modifica strutturale della legge elettorale. Guarda caso, noi siamo dinanzi al Governo della Repubblica che si candida a divenire - poi lo scegliete voi, Vannacci permettendo - il Governo più longevo della storia repubblicana. Allora, quello della stabilità, come capite, è un tema che non c'è.
Sulla rappresentatività molte colleghe e colleghi che mi hanno preceduto hanno sottolineato questo passaggio. Noi non è che siamo qui semplicemente a dire: perché non avete introdotto le preferenze? Abbiamo offerto una soluzione alternativa che erano i collegi maggioritari uninominali, proporzionali. Nemmeno su questo abbiamo avuto possibilità di discussione. Noi ci eravamo interrogati su una questione, per suo tramite, Presidente, lo dico al collega Rossi: da quando frequentavo le giovanili del partito - è passato ormai un po' di tempo, ahimè - si discuteva sempre, a un certo punto, di una questione, ossia come selezionare la classe dirigente. La selezione della classe dirigente inevitabilmente, colleghe e colleghi, a un certo punto passa attraverso la valutazione e la misurazione delle attività della dirigente o del dirigente, ma soprattutto attraverso la capacità di misurazione dell'ottenimento del consenso.
La verità probabilmente - amara per le italiane e gli italiani, oltre alle tante emergenze che il Paese vive e che non vi ripeto - è il fatto che voi vi siete candidati e avete fatto un patto di governo che si basava su tre riforme strutturali: l'autonomia differenziata - o, se volete, lo “Spacca Italia” - che la Corte costituzionale vi ha smontato; la riforma della giustizia, che vi è stata rispedita al mittente da 15 milioni di italiani; il premierato, che è stato insabbiato, ma surrettiziamente noi ce lo ritroviamo in questa proposta di legge elettorale.
Allora la domanda che sorge spontanea non è quella di dire voi volete modificare, migliorare e innovare, dal vostro punto di vista, l'assetto del Paese, ma vuoi vedere che voi siete ossessionati dalle prerogative del Capo dello Stato? Difatti, con l'autonomia differenziata si andava in quella direzione, con la riforma della giustizia si andava in quella direzione, con il premierato si andava in quella direzione e con la legge elettorale addirittura - ed è una fattispecie teorica che abbiamo discusso in Commissione, nonostante non ci abbiate nemmeno consentito di affrontare la discussione su tutti gli emendamenti in Commissione - …. quali siano, un giorno approvata questa legge elettorale, le vere prerogative del Presidente della Repubblica. E come non rischiamo, non nella materia istituzionale e legislativa, ma nell'applicazione materiale della norma? Noi dimentichiamo sempre che una norma è, sì, fatta - c'è la gerarchia delle fonti, ci sono anche le consuetudini -, ma poi soprattutto, c'è l'applicazione materiale di quella norma. Non è un caso che noi insistiamo in un sistema interpretativo che non si basi sui precedenti. Allora, tutta questa vicenda credo che rischi di sfuggirvi di mano.
Ora, veniamo al piccolo ambito che mi compete, che è quello del voto degli italiani all'estero. Voi avete forzato nel perimetro, obtorto collo, pur di inserire dentro modifiche del voto degli italiani all'estero; l'avete fatto, forzandola, stiamo parlando di una ripartizione che ha un diritto di tribuna: 12 eletti ed elette, 4 al Senato e 8 alla Camera, 4 Circoscrizioni che rappresentano la storia e il collocamento, l'ubicazione della grande diaspora italiana. Avete fatto delle proposte, o meglio emendative, sulla messa in sicurezza, sulle quali noi concordiamo! Lo dico, suo tramite, al collega Rossi, per una semplice ragione: perché storicamente siamo sempre stati penalizzati dai brogli elettorali che accadevano in giro per il mondo. Tuttavia, auspico e credo - faccio un auspicio pubblico - che non ci si presenti con una ridefinizione delle Circoscrizioni, perché guardate noi stiamo parlando della ventunesima regione d'Italia, oltre 7 milioni di cittadini e cittadine che, se votassimo come si vota in Italia, facendo rientrare nel computo proporzionale di assegnazione dei seggi la ripartizione estera, saremmo la seconda regione d'Italia e ci spetterebbero dai 30 ai 40 rappresentanti. Avete cercato di mettere mano alla Costituzione, ma questo tema - guarda caso - non l'avete nemmeno sfiorato.
La richiesta di voto all'estero è antica, del 1908 la prima, e si concretizzò quasi un secolo dopo con Mirko Tremaglia, il primo voto nel 2006. Dopodiché, noi avvertiamo la sensazione che si vogliano introdurre modifiche al processo elettorale all'estero, non per garantire una maggiore rappresentanza, non solo per mettere in sicurezza il voto, sul quale siamo concordi come sapete, ma per ridefinire un risultato che, dal 2006 ad oggi, premia il centrosinistra. È indiscutibile e indiscussa questa cosa. E allora guardate, noi siamo disponibili, per quanto riguarda l'estero, a proseguire sulla messa in sicurezza del voto, ma come vale per la legge elettorale nazionale, anche sull'estero se vorrete farci dei blitz ci troverete sulle barricate con la contrarietà massima. E mi faccia chiudere perché altrimenti annichilisco dinanzi alle tante citazioni del collega Cuperlo, farò una citazione molto più banale, come diceva Eduardo, collega Rossi “Adda passà 'a nuttata” (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Chiara Braga. Ne ha facoltà.
CHIARA BRAGA (PD-IDP). Grazie, signora Presidente. Siamo giunti alla fine di questa discussione generale, nella quasi totale afonia della maggioranza e nel silenzio totale - che dice più di molte parole - di una delle forze di maggioranza, la Lega di Salvini Premier, la chiamo ancora così.
Nonostante questo, ciò che è emerso da questa mattinata è che questa legge, che arriva all'esame dell'Aula, non rappresenta una risposta ai problemi della nostra democrazia; al contrario, rischia di aggravare le fragilità che già oggi attraversano il nostro sistema politico e istituzionale. Da anni assistiamo a due fenomeni profondi e preoccupanti: da un lato, cresce la distanza tra cittadini e istituzioni, come dimostra il livello sempre più alto dell'astensionismo; dall'altro, assistiamo a una progressiva frammentazione del quadro politico, con partiti sempre più deboli nella loro dimensione collettiva e sempre più spesso organizzati attorno a leadership personali o a interessi settoriali.
Di fronte a questi due eventi, una legge elettorale dovrebbe avere l'ambizione di ricostruire il rapporto tra eletti ed elettori e rafforzare il sistema politico; dovrebbe, cioè, rendere protagonisti i cittadini delle scelte democratiche, favorire forze politiche solide, radicate e responsabili. La proposta venuta dalla destra, nelle sue diverse versioni, va invece nella direzione opposta. La prima criticità riguarda il premio di maggioranza: con il meccanismo che avete previsto si attribuisce una maggioranza parlamentare molto ampia a chi ottiene anche un vantaggio elettorale limitato.
In questo modo, il principio della rappresentanza viene alterato in maniera significativa, ma una democrazia parlamentare vive dell'equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Nessuno mette in discussione l'esigenza di Governi stabili, ma, quando una forza politica riceve in Parlamento molti più seggi rispetto al consenso effettivamente ottenuto nel Paese, si crea una distorsione che rischia di incrinare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Per questo, il premio di maggioranza che avete previsto appare spropositato e, soprattutto, tale da sollevare interrogativi non solo politici, ma anche sul piano costituzionale.
La maggioranza sostiene che questo sia il prezzo necessario per garantire Governi più forti; noi pensiamo, invece, che la forza delle istituzioni democratiche non derivi dall'alterazione del voto popolare, ma dalla loro capacità di rappresentarlo il più fedelmente possibile. E guardate, appare davvero contraddittorio che a fare questa scelta sia una maggioranza che ha fatto della stabilità del Governo che sostiene un pilastro e, alla fine, forse l'unico vero successo da rivendicare: l'Esecutivo più lungo e stabile della Repubblica.
Per questo è incomprensibile come questa sia ormai da mesi l'unica vera priorità di questa destra, del Governo, al punto da imporre tempi e modalità di esame del provvedimento in Commissione e in Aula del tutto incompatibili con una materia di particolare rilievo costituzionale. La seconda criticità riguarda il disegno politico complessivo che emerge da questa riforma: siamo di fronte a un vero e proprio premierato di fatto.
Pur senza modificare formalmente la forma di Governo, questa legge elettorale viene utilizzata per concentrare il potere attorno alla figura del capo della coalizione vincente. L'indicazione obbligatoria del candidato premier scavalca e pregiudica le prerogative del Capo dello Stato, effetto che non viene attenuato dall'emendamento che è stato votato in Commissione, ma nello stesso tempo fa credere ai cittadini che, votando quel partito, si sceglie automaticamente il Capo del Governo.
Ancora una volta l'effetto concreto è quello di ridurre gli spazi di autonomia del Parlamento e di comprimere il ruolo degli organi di garanzia previsti dalla Costituzione; ma la nostra Carta costituzionale è stata costruita, scritta dai Padri e dalle Madri costituenti sulla base di un principio fondamentale, come ci ha ricordato ieri, nel suo magistrale intervento in quest'Aula, il Presidente Mattarella: l'equilibrio tra i poteri. Nessuna istituzione deve poter prevalere sulle altre senza adeguati contrappesi (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).
Con questa legge, invece, si attribuisce a chi vince una forza parlamentare tale da incidere pesantemente e profondamente sugli assetti istituzionali del Paese, fino a condizionare le scelte future relative agli organi di garanzia e alle più alte cariche della Repubblica. Ma non è questa la strada per rafforzare la democrazia; è piuttosto il tentativo di concentrare il potere nelle mani di un capo assoluto, che trascina con sé una maggioranza politica. La terza criticità è rappresentata dalle liste bloccate, questo forse è il punto più paradossale di questa riforma.
Mentre cresce la sfiducia dei cittadini verso la politica - lo dimostra il tasso di astensionismo che dovrebbe allarmare tutti noi nelle ultime consultazioni elettorali, eccezione fatta per il referendum sullo stravolgimento della Carta costituzionale e sulla magistratura, e anche questo ci dovrebbe dire molto -, la maggioranza decide ancora una volta di negare agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti con il meccanismo delle liste bloccate, che viene esasperato. Viene applicato sia ai collegi plurinominali, sia alla lista nazionale per l'attribuzione del premio di maggioranza.
È una scelta sbagliata perché la crisi della partecipazione democratica non si combatte allontanando ulteriormente cittadine e cittadini dalle istituzioni, si combatte restituendo loro poteri di scelta. Ci sono molti modi per farlo, noi ve ne abbiamo suggeriti alcuni; voi avete deciso di intraprendere la strada opposta. Ogni volta che un elettore percepisce che il proprio voto serve solo a ratificare decisioni prese altrove, cresce la sfiducia e diminuisce la partecipazione. Una buona legge elettorale dovrebbe, invece, avere l'obiettivo di riavvicinare i cittadini alla politica. Questa riforma rischia di allargarne la distanza.
Basti pensare all'ennesimo tradimento sul voto ai cittadini fuori sede che si è consumato in Commissione. C'è poi un'altra questione che non possiamo ignorare, forse la più importante: i sistemi elettorali non servono soltanto a trasformare i voti in seggi o a favorire la formazione di Governi. Contribuiscono a plasmare la nostra democrazia, la sua qualità, anche la struttura dei partiti, la selezione della classe dirigente, cioè il rapporto tra istituzioni e società.
Per questa ragione una riforma elettorale dovrebbe nascere da un confronto vero, ampio, serio, leale e trasparente tra tutte le forze politiche, perché le regole del gioco democratico non possono essere scritte solo da una parte politica, pensando esclusivamente alla convenienza del momento, e, in questo caso, alla paura di perdere le prossime elezioni, utilizzando la legge elettorale vigente. Abbiamo visto, invece, qual è stato il metodo utilizzato dalla maggioranza: una legge presentata a pochi giorni dalla scadenza del referendum, accompagnata da appelli al confronto tardivi, strumentali, un esame in Commissione strozzato nei tempi, fino all'ipotesi insistente, ancora in queste ore, di ricorrere alla fiducia.
Questo spirito è mancato semplicemente perché non era tra i desiderata del Governo, non era quello che voleva chi oggi guida l'Esecutivo, e il Parlamento ha piegato la testa, la maggioranza si è adeguata a questa volontà, mortificando se stessa, oltre che questa istituzione. Serviva, all'opposto, la volontà di costruire un sistema capace di rafforzare la rappresentanza, ridurre la frammentazione, restituire ai cittadini la fiducia nelle istituzioni. Questa legge purtroppo fa l'opposto, fa l'esatto opposto, e per queste ragioni il nostro voto è un voto di totale contrarietà a una legge che per noi resta inaccettabile nel suo impianto.
Fermare questa legge, pericolosa e dannosa, per le ragioni che ho provato a dire, per la nostra democrazia, è l'impegno che ha visto unite le opposizioni in questo percorso, prima in Commissione, ora in Aula e nel Paese, e questa è la responsabilità che sentiamo soprattutto nei confronti della democrazia italiana (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
(Repliche - A.C. 2822-A? e abbinate)
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore per la maggioranza, deputato Angelo Rossi. Ha pochi minuti, collega, prego.
ANGELO ROSSI, Relatore per la maggioranza. Grazie, Presidente. Avevo promesso di ascoltare con attenzione le osservazioni fatte dai colleghi e l'ho fatto. Credo, però, di dover segnalare alcuni elementi di contraddizione. Innanzitutto parto dall'esame dei lavori di Commissione. Il collega Giachetti ha parlato di mancanza di interlocuzione tra maggioranza e opposizione. Beh, credo che mai come per questa legge elettorale, in Commissione - credo me se ne debba dare atto -, i relatori di maggioranza siano intervenuti così tante volte.
Credo di avere fatto, forse, qualche decina di interventi, rispondendo sempre alle osservazioni e agli emendamenti presentati dalle opposizioni; forse il collega Giachetti, non essendo presente mai in Commissione, e forse perché poche volte, rare volte, vi era la rappresentante del suo gruppo, non ha potuto avere cognizione di questo lavoro di intervento da parte della maggioranza, che non è stata assolutamente in silenzio in Commissione.
Il collega Scerra parlava del fatto che la maggioranza del Paese, dei cittadini ha deciso di cambiare, di mandare a casa e di dare il loro consenso a una coalizione alternativa a quella di centrodestra. Beh, vi informo di un fatto, cari colleghi: questa legge elettorale che proponiamo prevede che vince le elezioni chi ha un voto di più dell'altra coalizione, a differenza di quella attuale, fatta nel passato dal Partito Democratico, in cui questo assioma non era garantito. Cioè, con l'attuale legge elettorale non è detto che chi abbia più voti - essendoci i collegi uninominali maggioritari - vinca le elezioni. È, evidentemente, una contraddizione in termini. Quindi, se la coalizione di centrosinistra, il campo largo - come vogliamo definirlo -, avrà più consenso dell'attuale maggioranza, vincerà le elezioni e, se supererà il 42 per cento in entrambe le Camere, avrà il premio di maggioranza.
E perdonatemi, poi, sul premio di maggioranza, colleghi, io comprendo tutto; il collega Cuperlo, per esempio - ma anche tutti gli altri -, ha parlato del premio di maggioranza. Gli archivi della Camera e del Senato sono pieni di leggi elettorali con il premio di maggioranza (Proteste del deputato Cuperlo) …
PRESIDENTE. Collega Cuperlo!
ANGELO ROSSI, Relatore per la maggioranza. Per il suo tramite (Proteste del deputato Cuperlo)…
PRESIDENTE. Collega Cuperlo! Collega Cuperlo!
ANGELO ROSSI, Relatore per la maggioranza. Per il suo tramite, Presidente, il collega Cuperlo ma anche altri colleghi hanno parlato del premio… allora i colleghi di opposizione (Il deputato Cuperlo: “Ma smettila!”)…
PRESIDENTE. Collega Cuperlo, la richiamo all'ordine.
ANGELO ROSSI, Relatore per la maggioranza. Io sono stato molto rispettoso, Presidente.
PRESIDENTE. Il collega aveva detto “il collega Cuperlo”, comunque, quindi diciamo…
ANGELO ROSSI, Relatore per la maggioranza. Sì, non ho detto…
PRESIDENTE. Era corretta l'espressione.
ANGELO ROSSI, Relatore per la maggioranza. Esatto, esatto.
PRESIDENTE. Altrimenti glielo avrei chiesto. Prego, prosegua.
ANGELO ROSSI, Relatore per la maggioranza. Esatto, Presidente, grazie di averlo fatto notare. Comunque, tutti i colleghi di opposizione hanno parlato del premio di maggioranza. Beh, perdonatemi, di leggi elettorali con il premio di maggioranza, a Camera e Senato, nelle passate legislature, sono pieni gli archivi. L'Italicum, l'Orfini, la Toninelli, la Lauricella, la Crimi, la Dellai, la Cuperlo, la Quaranta, la Speranza e la Fornaro: sono leggi proposte nelle passate legislature con il premio di maggioranza, anche più alto di quello attuale. Perché vi vorrei far notare, cari colleghi, che il premio di maggioranza attuale è vero che è determinato in quota fissa, 70 e 35, ma, essendo sottratto, come tecnica elettorale, come meccanismo elettorale, prima dell'assegnazione del proporzionale, evidentemente, di quei 70 deputati e di quei 35 senatori, la coalizione risultante vincente che abbia superato il 42 per cento, una quota parte li avrebbe comunque conseguiti. Quindi non sono 70 e 35, non c'è distorsione, sono molto meno dei premi di maggioranza che avevano proposto i colleghi di minoranza nelle loro leggi elettorali. Però, oggi, siccome lo propone il centrodestra, è distorsivo della democrazia.
E si è parlato anche di prendere esempio dalla governabilità degli enti locali. Ebbene, vi comunico che negli enti locali c'è il premio di maggioranza al 60 per cento. Quindi, credo che si sia fatta una legge elettorale ottima, ottimale, che è stata modificata dopo le audizioni e dopo il confronto in Commissione, sulla base delle indicazioni e delle riflessioni fatte in Commissione. Questo dovrebbe essere comunque un elemento di vanto, al di là delle posizioni sull'impianto generale, di tutta la Commissione, di tutti i componenti della Commissione.
PRESIDENTE. Concluda, onorevole.
ANGELO ROSSI, Relatore per la maggioranza. Sull'estero, mi permetto di dire: se le audizioni valgono quando vengono fatti notare gli elementi di criticità nei confronti della legge elettorale proposta dal centrodestra, allora valgono anche quando si parla di legge elettorale. Perché tutti i costituzionalisti hanno detto che oggi… la Corte costituzionale si è espressa nel senso che, quando una legge prevede il sistema proporzionale, i cittadini hanno la legittima aspirazione di vedere assegnati con il sistema porzionale quei seggi. Oggi non avviene, l'hanno detto tutti, cari colleghi.
PRESIDENTE. Collega, deve concludere.
ANGELO ROSSI, Relatore per la maggioranza. Quindi, confermo che l'impianto della legge sicuramente, certamente… io non sono un costituzionalista, ma segue certamente le indicazioni e le espressioni della Corte costituzionale. E finisco, Presidente: non accettiamo lezioni di parlamentarismo da chi ha posto la fiducia su ben due leggi elettorali (Applausi del deputato Urzi') e ha approvato la legge - concludo veramente - a cinque mesi dalle elezioni. La Commissione di Venezia, i principi che determinano la…
PRESIDENTE. Collega, mi dispiace, ma lei deve concludere.
ANGELO ROSSI, Relatore per la maggioranza. …non approvazione nell'ultimo anno, sono del 2002…
PRESIDENTE. Ora si spegnerà il microfono.
ANGELO ROSSI, Relatore per la maggioranza. …voi avete approvato nel frattempo due leggi elettorali, di cui una con il premio di maggioranza, una negli ultimi sei mesi dalle elezioni. Quindi, per favore, non venite a farci lezioni di parlamentarismo (Applausi del deputato Urzi')…
PRESIDENTE. Grazie. Ha facoltà di replicare il Ministro per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa, senatrice Casellati. Prego.
MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa. Grazie, Presidente. Ringrazio tutti coloro che sono intervenuti nel dibattito per gli spunti che hanno offerto alla discussione. Ma lasciatemi dire che trovo ingeneroso non riconoscere che la maggioranza parlamentare ha raccolto in questo nuovo testo larga parte dei rilievi formulati dagli esperti che sono stati auditi; rilievi che sono stati condivisi dagli esponenti delle opposizioni. In questo modo, di fatto, abbiamo accolto più di un emendamento: vorrei dirlo agli onorevoli Fornaro e Scerra. E poi sento, come un ritornello, l'invito al Governo e al Parlamento a pensare alla vita reale degli italiani, anziché occuparsi della legge elettorale.
È sotto gli occhi di tutti che il Governo ha affrontato e sta affrontando concretamente, nella politica estera e nella politica italiana, i problemi del Paese, non sacrificandoli sull'altare della legge elettorale. Il percorso di risanamento economico avviato sin dal 2022 ha portato a ridurre il rapporto tra deficit e PIL dall'8,1 per cento al 3,1 per cento, dal 2025. Lo spread è passato da 251 punti base del 2022 a 59 punti base del gennaio 2026. L'avanzo primario, che nel 2022 registrava un saldo negativo - meno 3,8 per cento in rapporto al PIL -, nel 2025 è, invece, stato positivo per una cifra assoluta stimata intorno ai 17 miliardi di euro. E, ancora, la povertà e il precariato lavorativo sono diminuiti dal 24,4 per cento del 2022 al 22,6 per cento del 2026: cifra, questa, vicina al minimo storico. E nonostante le ripetute crisi belliche e, da ultimo, energetiche, il tasso di occupazione ha toccato il 62,7 per cento, mentre la disoccupazione è scesa al 5,2 per cento: il livello più basso dal 2008.
Ma quello che io reputo più grave è che state ignorando come la stabilità, obiettivo della legge elettorale, impatti direttamente sull'economia, sulle urgenze, sulle emergenze ricorrenti che affannano i cittadini. Perché solo con un Governo stabile si possono realizzare riforme economiche e sociali, si possono compiere scelte strategiche di lungo periodo, si può guadagnare quella credibilità internazionale, che è una condizione essenziale per attrarre investimenti esteri e per ridurre il macigno degli interessi sul debito pubblico che zavorra la nostra economia. Negli ultimi dieci anni precedenti il Governo Meloni, tra il 2013 e il 2022, l'instabilità è costata 265 miliardi di euro in più sugli interessi del debito pubblico. Questi sono denari sottratti alle tasche degli italiani. La stabilità, ed è emblematico il recente caso Starmer, è un bene di rilievo istituzionale per tutti tranne che per l'opposizione, che continua pregiudizialmente a vedere in ogni congegno tecnico-normativo (Commenti del deputato Ciani) …
PRESIDENTE. Collega Ciani…
MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa. … diretto a realizzarla il segno di una volontà quasi demoniaca di imprimere una curvatura illiberale e autoritaria, addirittura facendo riferimento, come ha fatto l'onorevole Magi, alla legge fascista Acerbo, che è lontana anni luce dalla riforma oggi in discussione.
E qui vorrei fare anch'io una citazione e ricordare le parole di Pasolini, che diceva: mi fa paura il fascismo dell'antifascismo di maniera; espressione che ha trovato il suo acmé proprio nell'intervento dell'onorevole Magi che, rivendicando il pluralismo delle idee e invocando il rispetto della Carta costituzionale, ha cercato di impedire l'espressione del mio pensiero, ledendo l'articolo 21 della Costituzione. Il rispetto e la coerenza hanno lasciato il posto al teatrino e alla spettacolarizzazione della politica.
Poi si è sostenuto che l'indicazione da parte dei partiti della persona da proporre per l'incarico di Presidente del Consiglio comprimerebbe il potere di nomina del Capo dello Stato, alterando gli equilibri costituzionali e introducendo una sorta di premierato a Costituzione invariata. È falso! La legge parla chiaro laddove si riferisce testualmente alle prerogative del Presidente della Repubblica, che restano immutate secondo l'articolo 92 della Costituzione.
L'impegno, assunto congiuntamente dai leader dei partiti coalizzati, a scegliere il loro leader alla Presidenza del Consiglio è di natura esclusivamente politica; è un impegno che attiene ai loro reciproci rapporti politici, e non ai rapporti formali e istituzionali tra partiti e Capo dello Stato: non incide sulle valutazioni discrezionali del Presidente della Repubblica. Questa norma si limita a richiedere alle forze politiche di presentare un programma di Governo e di individuare il leader all'interno della coalizione.
Questo valorizza l'esigenza esclusivamente di serietà, di trasparenza e di responsabilità delle forze politiche nei confronti degli elettori e quindi di genuinità della competizione politica. Non tocca minimamente i poteri del Presidente del Consiglio, non tocca i poteri del Capo dello Stato, quindi non c'entra nulla, assolutamente nulla con il premierato.
Parlare di premierato è un fuor d'opera che mira esclusivamente, a mio parere, ad allontanare l'attenzione da una legge elettorale che non comporta alcuna lacerazione del tessuto costituzionale - anzi, al contrario, è costruita dentro il perimetro della Costituzione e delle sentenze della Corte costituzionale - e non comporta alcuna deriva autoritaria, ma è costruita esclusivamente per favorire l'obiettivo della stabilità insieme a quello della piena rappresentatività delle Camere e della riproduzione in esse di quel pluralismo ideale che innerva la nostra società.
Si è detto ancora che si crea un Parlamento bloccato perché le liste bloccate impedirebbero la conoscibilità degli elettori; anche questo è privo di fondamento. E' falso.
La Corte costituzionale ha autorizzato la previsione di liste bloccate, a condizione che le liste non presentassero un numero, lo dico fra virgolette, “assai elevato” di candidati - parla di “assai elevato” - e che sia assicurata agli elettori, fra virgolette, “la prevedibilità delle rispettive scelte”.
Infatti, le condizioni della Corte costituzionale sono state tutte soddisfatte. Uno: ciascuna lista proporzionale non può presentare un numero di candidati superiore a sei alla Camera e tre al Senato. Ci saranno perciò liste corte, i cui candidati saranno pienamente conoscibili dagli elettori. Due: i candidati inseriti nelle liste circoscrizionali per il premio di governabilità si devono candidare anche in almeno un collegio plurinominale della medesima circoscrizione. E questo assicura il legame di ogni candidatura, sia nelle liste del proporzionale sia in quelle di governabilità, con i territori e favorisce la riconoscibilità dei candidati. Tre: tutti i nominativi dei candidati nei due listini, proporzionale e di governabilità, in ogni circoscrizione e in ogni collegio devono comparire sulla scheda elettorale e questo garantisce la piena consapevolezza, nell'elettore, dei candidati sui quali ricade la sua indicazione personale.
L'insieme di queste misure tecniche assicura la conoscibilità degli eletti e ne rafforza il collegamento con gli elettori, corrispondendo esattamente agli indirizzi della Corte costituzionale.
Da ultimo, vorrei dire: si è detto che il centrodestra ha fatto fare un passo indietro nel processo di emancipazione femminile. Francamente ritengo che siamo nel processo dell'assurdo.
Per la prima volta - dico, per la prima volta! - nella storia repubblicana abbiamo il primo Presidente del Consiglio di centrodestra ed io sono stata il primo Presidente del Senato… E i numeri testimoniano come il centrodestra abbia favorito le donne in misura molto più alta in ruoli apicali rispetto al centrosinistra. Questi sono i fatti e ragioniamo sui fatti, non sulle parole (Applausi di deputati del gruppo Fratelli d'Italia).
(Annunzio di questioni pregiudiziali di costituzionalità – A.C. 2822-A? e abbinate)
PRESIDENTE. Avverto che, a norma dell'articolo 40, comma 1, del Regolamento, prima dell'inizio della discussione generale è stata presentata la questione pregiudiziale di costituzionalità Boschi ed altri n. 1 e che, nel corso della discussione generale, sono state presentate le questioni pregiudiziali di costituzionalità Bonafe' ed altri n. 2, Alfonso Colucci ed altri n. 3 e Zaratti ed altri n. 4.
Tali questioni pregiudiziali, il cui testo è in distribuzione (Vedi l'allegato A), saranno esaminate e poste in votazione prima di passare all'esame degli articoli del provvedimento.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
Sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Cuperlo. Collega Cuperlo, solo se è un vero ordine dei lavori, altrimenti non può parlare del tema che abbiamo appena affrontato, perché la controreplica non c'è. Se è una richiesta di informativa o un intervento sull'ordine dei lavori, altrimenti le dovrò togliere la parola. Porti pazienza. Sull'ordine dei lavori? Prego, collega Cuperlo.
GIANNI CUPERLO (PD-IDP). Assolutamente Presidente, non mi permetto alcuna replica, ci mancherebbe. No, sull'ordine dei lavori. In apertura di seduta stamane - lei presiedeva - il presidente della I Commissione, l'onorevole Pagano, nonché relatore del provvedimento, ha parlato per alcuni minuti sul provvedimento stesso riservandosi, in sede di replica, di argomentare in modo più approfondito. Ora, se un'urgenza improvvisa - può capitare - ha costretto il presidente Pagano ad allontanarsi dall'Aula va compreso, ma vorremmo segnalare alla Presidenza la nostra piena disponibilità a trattenerci qui fino al tardo pomeriggio di oggi in attesa del rientro del presidente Pagano per ascoltare la sua attesissima replica, anche perché un po' allarmati da questa assenza (Commenti del deputato Angelo Rossi), o comunque chiederemmo…
PRESIDENTE. Grazie, onorevole.
GIANNI CUPERLO (PD-IDP). … alla Presidenza della Camera di poter inviare un telegramma urgente per comunicargli che la seduta è in via di esaurimento (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).
PRESIDENTE. Va bene. Grazie, collega Cuperlo. Abbiamo ascoltato la replica del relatore e naturalmente è una facoltà quella di replicare o meno. Evidentemente, il presidente non l'ha esercitata.
Ordine del giorno della prossima seduta.
PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.
Martedì 30 giugno 2026 - Ore 10:
1. Comunicazioni del Ministro del lavoro e delle politiche sociali sulla sicurezza sul lavoro, ai sensi dell'articolo 14-bis del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81.
(ore 15)
2. Seguito della discussione delle mozioni Scerra, De Luca, Grimaldi, Madia ed altri n. 1-00569, Comaroli, Lucaselli, Pella, Romano ed altri n. 1-00575 e Bonetti ed altri n. 1-00586 concernenti la revisione integrale del Patto di stabilità e crescita e gli investimenti europei e nazionali in armamenti .
3. Seguito della discussione delle mozioni Boschi ed altri n. 1-00572 e Benzoni ed altri n. 1-00579 in materia di riduzione del costo dell'energia e politiche a sostegno della crescita .
4. Seguito della discussione delle mozioni Richetti ed altri n. 1-00582 e Della Vedova ed altri n. 1-00585 in materia di superamento del diritto di veto nelle decisioni delle istituzioni dell'Unione europea .
5. Seguito della discussione della mozione Zanella ed altri n. 1-00574 concernente iniziative per la prevenzione degli effetti sulla salute derivanti dall'innalzamento delle temperature e per il contrasto al cambiamento climatico, con particolare riferimento alle aree urbane .
6. Seguito della discussione della proposta di legge:
COLOSIMO ed altri: Misure per la protezione e l'assistenza dei minorenni e degli adulti di riferimento nei contesti di criminalità organizzata ("Liberi di scegliere"). (C. 2696-A?)
Relatrice: VARCHI.
7. Seguito della discussione del disegno di legge:
S. 1518- Revisione delle modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario (Approvato dal Senato). (C. 2735?)
Relatore: CANGIANO.
8. Seguito della discussione della proposta di legge (previo esame e votazione delle questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate):
BIGNAMI ed altri: Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. (C. 2822-A?)
e delle abbinate proposte di legge: MAGI; PAVANELLI ed altri (limitatamente all'articolo 5). (C. 157?-2236?)
Relatori: PAGANO, ALESSANDRO COLUCCI, IEZZI e ANGELO ROSSI, per la maggioranza; MAGI, di minoranza.
(al termine delle votazioni)
9. Discussione sulle linee generali del disegno di legge:
Disposizioni in materia di giovani e servizio civile universale e deleghe al Governo per il riordino della materia. (C. 2825?)
La seduta termina alle 13,55.