XVII Legislatura

VI Commissione

Resoconto stenografico



Seduta n. 4 di Giovedì 14 maggio 2015

INDICE

Sulla pubblicità dei lavori:
Capezzone Daniele , Presidente ... 3 

INDAGINE CONOSCITIVA SULLA FISCALITÀ NELL'ECONOMIA DIGITALE Audizione dei rappresentanti di Confindustria radio-tv

Audizione dei rappresentanti di Confindustria radio-tv.
Capezzone Daniele , Presidente ... 3 
De Laurentiis Rodolfo , presidente di Confindustria radio-tv ... 3 
Capezzone Daniele , Presidente ... 8 
Boccadutri Sergio (PD)  ... 8 
Villarosa Alessio Mattia (M5S)  ... 8 
Ribaudo Francesco (PD)  ... 8 
Pesco Daniele (M5S)  ... 9 
Capezzone Daniele , Presidente ... 9 
De Laurentiis Rodolfo , presidente di Confindustria RadioTelevisioni ... 9 
Cappuccio Elena , responsabile dell'Ufficio studi di Confindustria Radio Televisioni ... 10 
Capezzone Daniele , Presidente ... 11 
Villarosa Alessio Mattia (M5S)  ... 11 
De Laurentiis Rodolfo , presidente di Confindustria Radio Televisioni ... 11 
Capezzone Daniele , Presidente ... 12 

ALLEGATO: Documentazione depositata dal presidente De Laurentiis ... 13

Sigle dei gruppi parlamentari:
Partito Democratico: PD;
MoVimento 5 Stelle: M5S;
Forza Italia - Il Popolo della Libertà - Berlusconi Presidente: (FI-PdL);
Area Popolare (NCD-UDC): (AP);
Scelta Civica per l'Italia: (SCpI);
Sinistra Ecologia Libertà: SEL;
Lega Nord e Autonomie - Lega dei Popoli - Noi con Salvini: LNA;
Per l'Italia-Centro Democratico: (PI-CD);
Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale: (FdI-AN);
Misto: Misto;
Misto-MAIE-Movimento Associativo italiani all'estero-Alleanza per l'Italia: Misto-MAIE-ApI;
Misto-Minoranze Linguistiche: Misto-Min.Ling.;
Misto-Partito Socialista Italiano (PSI) - Liberali per l'Italia (PLI): Misto-PSI-PLI;
Misto-Alternativa Libera: Misto-AL.

Testo del resoconto stenografico
Pag. 3

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DANIELE CAPEZZONE

  La seduta comincia alle 13.45.

Sulla pubblicità dei lavori.

  PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati e la trasmissione diretta sulla web-tv della Camera dei deputati.

Audizione dei rappresentanti di Confindustria radio-tv.

  PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla fiscalità nell'economia digitale, l'audizione dei rappresentanti di Confindustria radio-tv.
  Sono presenti il presidente Rodolfo De Laurentiis, il direttore generale Andrea Franceschi, il direttore operativo Rosario Donato e la dottoressa Elena Cappuccio, responsabile dell'Ufficio studi.
  Do subito la parola al presidente De Laurentiis affinché svolga la sua relazione.

  RODOLFO DE LAURENTIIS, presidente di Confindustria radio-tv. Ringrazio il presidente e tutti membri della Commissione per averci fornito l'occasione di offrire una breve e modesta riflessione su un tema centrale. Colgo l'occasione per lasciare a disposizione della Commissione un nostro documento.
  Confindustria radio-televisioni è l'associazione di rappresentanza del comparto radiotelevisivo che, accanto a big player come RAI, Mediaset, SKY, La7, Discovery e altri, rappresenta anche le tv locali più strutturate e il settore radiofonico. Recentemente c’è stato l'ingresso di ulteriori soci e un rafforzamento della compagine associativa. Rappresentiamo oltre il 90 per cento del mercato.
  Il settore radiotelevisivo nel nostro Paese realizza ricavi per oltre 9 miliardi di euro, ha 30.000 addetti diretti e il triplo di addetti indiretti e ha effettuato 2 miliardi di euro di investimento negli ultimi quattro anni sulla produzione originale e indipendente. Un film su tre viene finanziato direttamente dalla televisione. Sono solo alcuni numeri per dare l'idea dell'importanza e dell'apporto che questo settore offre al dinamismo economico e imprenditoriale del Paese.
  Credo che il tema che affrontiamo oggi sia molto importante. Abbiamo chiesto alla Commissione di essere ascoltati per poter formulare alcune considerazioni di carattere generale e qualche richiesta, partendo da un dato che ormai è sotto gli occhi di tutti e cioè il profondo cambiamento introdotto nel nostro sistema dalla crescente digitalizzazione dell'economia, considerata come un elemento fondamentale per lo sviluppo nazionale e internazionale dei processi economici.
  La digitalizzazione dell'economia permette di ampliare notevolmente le possibilità per i consumatori di fare acquisti on line e, per le imprese di tutto il mondo, di vendere i propri prodotti o servizi in un luogo diverso da quello nel quale sono fisicamente insediate. La globalizzazione inevitabilmente prodotta da questo fenomeno è una grande opportunità, rispetto alla quale le istituzioni sono chiamate a fornire un quadro regolatorio e normativo coerente con gli obiettivi di fondo.Pag. 4
  Il primo obiettivo è far crescere un mercato che non sia segnato da asimmetrie normative e trattamenti sperequati tra i singoli competitor che insistono sul mercato stesso. Pensiamo che occorra ridefinire il quadro, per consentire a competitor tradizionali e nuovi di concorrere ad armi pari.
  Svilupperò questo concetto successivamente. Intanto vorrei indicarvi qualche numero, credo particolarmente interessante e utile, per dare l'idea di ciò che abbiamo di fronte e della necessità di intervenire su un fenomeno che rischia di risultare incontrollato.
  Nel 2013 Google ha realizzato circa 60 miliardi di dollari di fatturato, di cui 27 miliardi, pari al 45 per cento, negli Stati Uniti e 33 miliardi, pari al 55 per cento, negli altri Paesi. Parlando di utili, nel 2013 Google ha realizzato 14,4 miliardi di dollari, di cui 5,8 miliardi, pari al 41 per cento, negli Stati Uniti e 8,6 miliardi, pari al 59 per cento, all'estero. A fronte di questo, la società ha versato 2,2 miliardi di dollari di tasse, di cui 1,5 miliardi, pari al 70 per cento, negli Stati Uniti e 0,7 miliardi, pari al 30 per cento, all'estero.
  Passando ai dati relativi a Apple, nello stesso anno tale gruppo ha realizzato 171 miliardi di dollari di fatturato, di cui 63 miliardi, pari al 36 per cento, negli Stati Uniti e 108 miliardi, pari al 64 per cento, all'estero. Gli utili sono stati 50 miliardi di dollari, di cui 20 miliardi, pari al 40 per cento, negli Stati Uniti e 30 miliardi, pari al 60 per cento, all'estero. Nel caso di Apple sono state versate tasse per 13 miliardi di dollari, il 92 per cento dei quali è stato versato nelle casse degli USA (circa 12 miliardi di dollari) e il restante 8 per cento (circa 1,1 miliardi) in altri Paesi.
  Stiamo parlando di aziende che presentano un tasso elevato di crescita. Google è passata dai 38 miliardi di dollari di fatturato del 2011 ai 60 miliardi del 2013. Apple nello stesso periodo ha incrementato le vendite del 58,3 per cento, passando da 108 miliardi di dollari a 171 miliardi di dollari. I dati relativi al 2014 mostrano un trend di crescita ancora più serrato.
  Lo stesso vale per i valori di borsa. Apple e Google insieme rappresentano 1000 miliardi di dollari di capitalizzazione. Tanto per dare un'idea, la Borsa italiana ha una capitalizzazione di 699 miliardi di euro, pari a 776 miliardi di dollari. In alcuni momenti Apple da sola ha capitalizzato più dell'intera Borsa italiana. I campioni dell'economia digitale sono i campioni dell'economia nel suo complesso.
  Come dicevo, l'accelerazione dell'economia digitale ha prodotto squilibri anche di carattere competitivo e questi dati hanno sicuramente rafforzato tali squilibri. Per limitarci alla questione fiscale, il tema è il recupero della base imponibile delle multinazionali. È un dovere dal punto di vista dell'equità nei confronti delle imprese nazionali che operano nei diversi settori, ma è anche un dovere etico nei confronti dei cittadini.
  C’è quindi la necessità di aggiornare il sistema fiscale di riferimento, in modo da ricomprendervi i fenomeni legati alla nuova economia dematerializzata. Questi aspetti, a nostro avviso, devono essere attuati con capacità di aggregazione e di condivisione delle scelte, le quali devono avere una base di riferimento sovranazionale, bilaterale e multilaterale, non trascurando la necessità – vista anche la sensibilità e l'attenzione al tema che si sta manifestando in Europa – di mettere in campo soluzioni-ponte che possano limitare nell'immediato gli elementi distorsivi di questa sperequazione fiscale e al tempo stesso rafforzare il principio di equità fiscale tra tutti gli operatori del mercato.
  È quello che stanno facendo alcuni Paesi europei, a cominciare dalla Germania, dove i motori di ricerca e gli aggregatori di notizie sono obbligati a corrispondere un compenso per la licenza a pubblicare contenuti editoriali. Nel Regno Unito è prevista invece un'imposta del 25 per cento, basata sulla stima del reddito generato localmente ed eventualmente eluso, mentre in Spagna esiste la cosiddetta «tassa Google», che prevede che gli Pag. 5editori riscuotano una compensazione equitativa dagli aggregatori di contenuti, così da limitare i danni.
  Si tratta di iniziative che hanno uno spazio temporale molto limitato e forse è ancora presto per valutarne la capacità di incidenza. Tuttavia, voglio sottolineare che queste iniziative degli altri Paesi europei corrispondono all'urgenza, ormai percepita, di intervenire con forza per eliminare l'asimmetria fiscale e concorrenziale tra nuovi operatori e operatori tradizionali.
  Nel caso del settore rappresentato dalla nostra associazione, l'intera filiera della televisione e dei contenuti audiovisivi è fortemente toccata dall'ingresso in settori teoricamente contigui, quali internet mobile, da terminale eccetera, dei cosiddetti operatori over the top, che insistono sullo stesso bacino di risorse pubblicitarie, di abbonamenti, video-on-demand (VOD) e quant'altro.
  Sul piano fiscale, le imprese multinazionali hanno rimodellato la propria organizzazione secondo schemi del tutto nuovi. In passato un gruppo multinazionale doveva stabilire una sede operativa consistente nel Paese in cui intendeva svolgere i propri affari e impadronirsi di segmenti di mercato. I progressi che sono stati fatti con le telecomunicazioni, l'abbattimento di molte barriere doganali e valutarie e il passaggio ai prodotti digitali e a un'economia basata soprattutto sui servizi, hanno consentito a gruppi multinazionali di operare come imprese globali, limitandosi a una presenza meramente digitale nei singoli Paesi.
  Attraverso un'attenta e pianificata allocazione dei beni intangibili e dei relativi redditi in Paesi a fiscalità vantaggiosa, le multinazionali sono riuscite a eludere il sistema fiscale. Parliamo di strategie di ottimizzazione fiscale. Il termine tecnico è elusione, quando giuridicamente lecita.
  Nello specifico, il problema riguarda soprattutto l'applicazione delle imposte sui redditi, le cosiddette imposte dirette. Per quanto riguarda il consumo, ricordiamo solo l'intervenuta modifica dell'IVA a livello europeo, mediante la quale si stabilisce il principio della tassazione nel luogo del consumo e vengono facilitate, attraverso l'istituzione del cosiddetto Mini One Stop Shop (MOSS), le compensazioni fiscali fra Stati.
  Tale riforma dovrebbe contribuire a riequilibrare le distorsioni evidenti tra soggetti che operano sugli stessi mercati. Nel nostro settore voglio sottolineare un esempio evidente, cioè il caso dei servizi VOD di Infinity di Mediaset e di Sky online. Gli abbonamenti incorporano l'IVA al 22 per cento e per gli operatori che hanno sede legale in Paesi a fiscalità molto bassa la differenza con l'IVA applicata in Italia diventa margine. Da ciò deriva uno squilibrio evidente, che altera la concorrenza. È una situazione che pesa sulla capacità competitiva delle nostre aziende.
  Per quanto riguarda le imposte sui redditi, si contrappongono due principi. Da una parte c’è il principio generale di tassazione secondo il quale i soggetti residenti in un determinato Stato sono assoggettati a imposizione in detto Stato su tutti i redditi da questi posseduti, ovunque prodotti. Dall'altro c’è il principio generale di tassazione alla fonte, in base al quale lo Stato presso cui è localizzata la fonte del reddito preleva l'imposta in capo a chiunque sia il titolare del reddito, anche se quest'ultimo è residente al di fuori dello Stato stesso.
  Uno dei principi che permettono la localizzazione della fonte di un reddito transnazionale è quello della stabile organizzazione, intesa come articolazione fisica in territorio straniero di un'impresa residente in un altro Stato per mezzo della quale quest'ultima svolge le proprie attività all'interno dello Stato differente da quello di residenza. Alla stabile organizzazione viene attribuita anche una sorta di autonomia tributaria.
  Su questo versante, i grandi colossi dell’hi-tech hanno la capacità di esercitare la propria attività per via digitale e quindi in assenza di una stabile organizzazione. Pertanto, i redditi prodotti in Italia dalle multinazionali digitali estere, benché conseguiti nell'esercizio di attività commerciali imprenditoriali, sfuggono totalmente alla tassazione nel nostro Paese. La mancanza Pag. 6di una stabile organizzazione determina rischi anche in merito alla concorrenza sleale che le imprese localizzate nei luoghi a fiscalità ordinaria potrebbero subire.
  È evidente che l'attuale definizione di stabile organizzazione presenta tutta la sua inadeguatezza e diventa praticamente inapplicabile alle imprese multinazionali digitali. Non basta la cosiddetta «vetrina internet» per rendere applicabile un criterio fiscale di collegamento territoriale, nemmeno nell'ipotesi in cui detta vetrina virtuale consenta di procedere anche alla vendita diretta e all'immediata acquisizione del bene o del servizio a domicilio da parte dell'utente.
  Per quanto riguarda la pubblicità online, il problema è particolarmente importante. Nel 2014, infatti, gli investimenti pubblicitari nel nostro Paese sono stati di circa 2,5 miliardi di euro. In base all'indagine conoscitiva sul settore dei servizi internet e della pubblicità online condotta dall'Agcom, risulta ragionevole immaginare che almeno l'80 per cento dei ricavi sfugga all'imposizione fiscale italiana e sia assoggettato a un'aliquota media dell'uno per cento.
  Non voglio soffermarmi sugli aspetti distorsivi del mercato causati da questo fenomeno, perché appare evidente una difficoltà complessiva. L'utilizzo delle infrastrutture informatiche del Paese e dei terminali elettronici dei singoli utenti non consente di ricondurre a un criterio di organizzazione o a un nesso in base al quale applicare un prelievo fiscale più importante. Le infrastrutture tecnologiche possono essere localizzate nel territorio italiano ma non sono riconducibili al fornitore di pubblicità, il quale può quindi ritenere a buon diritto di non avere alcuna stabile organizzazione nel territorio dello Stato.
  Voglio accennare anche al tema della cosiddetta profilazione dell'utente. La raccolta e l'utilizzo di dati e informazioni relative agli utenti sono arrivati a un livello mai raggiunto in precedenza. Secondo stime della Commissione europea, il 90 per cento dei dati attualmente elaborati due anni fa non esisteva e il settore dei big data è destinato a crescere a un ritmo stimato del 40 per cento l'anno.
  I dati costituiscono per un'azienda un asset importante, che può essere monetizzato attraverso la loro cessione, anche se il loro effettivo valore dipende dalla capacità di organizzazione, di elaborazione e di analisi.
  Il valore dei dati assume rilevanza, anche ai fini fiscali, soprattutto nei contesti transnazionali, dove si solleva la questione se la raccolta a distanza di dati e informazioni possa dare luogo a un collegamento territoriale anche in assenza di una presenza fisica. In Francia è stato recentemente pubblicato un rapporto di esperti sul tema della fiscalità digitale il quale elabora modelli di tassazione di tali beni intangibili.
  Per venire all'oggetto della nostra audizione, ritengo che occorra sottolineare innanzitutto la necessità di alcuni principi generali: servono scelte condivise al livello più ampio possibile, internazionale e comunitario. Probabilmente vi è inoltre la necessità di una proroga ulteriore dei termini di attuazione della legge delega per la riforma del sistema fiscale, anche per tenere conto delle conclusioni a cui perverranno i lavori dell'OCSE in ambito BEPS (Base Erosion and Profit Shifting), previste per il prossimo settembre, in particolare in tema di legislazione e controllo delle foreign company, di disciplina del transfer pricing e di definizione della stabile organizzazione, temi che assumono una particolare rilevanza.
  In questo ambito ci aspettiamo che l'Italia svolga un ruolo propulsivo e di stimolo rispetto agli altri Paesi europei, anche attraverso l'implementazione di uno strumento multilaterale che, in conformità con l'Action 15 dell'OCSE, superi le regole attuali di rinegoziazione bilaterale dei trattati contro le doppie imposizioni e consenta di procedere velocemente a una loro modifica.
  Le proposte di Confindustria Radio Televisioni sono le seguenti. La prima è ridefinire il concetto di stabile organizzazione superando l'attuale definizione normativa, Pag. 7la quale non consente di assoggettare a prelievo le attività delle imprese estere dell'economia digitale. Si potrebbero modificare le fattispecie previste dal modello OCSE e dalla normativa fiscale domestica che escludono la presenza di una stabile organizzazione al ricorrere di determinate condizioni. Ci riferiamo a quelle attività le quali possono essere preparatorie e ausiliarie in un modello di business di tipo industriale, ma che potrebbero divenire attività principali per altri tipi di business più evoluti, come quelli dell'economia digitale.
  Il nuovo criterio fiscale di collegamento potrebbe essere basato su una presenza digitale significativa che rinvii concettualmente al luogo di produzione del valore, accantonando eventuali ipotesi di un qualsiasi regime speciale per l'economia digitale.
  La seconda proposta è quella di una ritenuta alla fonte. Ci sono esperienze in tal senso. Potrebbe essere opportuno prevedere una nuova ritenuta alla fonte, a titolo definito, sui pagamenti effettuati da soggetti residenti in Italia per l'acquisizione di beni e servizi digitali forniti da un fornitore estero su piattaforme informatiche fruibili in Italia, prevedendo così una sia pur limitata tassazione del reddito presso lo Stato del consumatore. La ritenuta potrebbe essere applicata dagli intermediari finanziari che intervengono nel pagamento.
  Desidero segnalare altresì che questo risolverebbe solo in parte il problema della pubblicità online e della raccolta e utilizzo dei dati. Queste attività, infatti, sebbene fruibili in Italia o riguardanti i consumatori italiani, ben potrebbero essere remunerate estero suo estero.
  La terza proposta è quella di rivisitare le regole di transfer pricing, in modo da garantire che gli utili derivanti dal trasferimento o uso di beni intangibili siano allocati in linea con l'effettiva creazione del valore e con conseguente attribuzione della quota di reddito a ciascuno dei Paesi che interviene nella catena di valore: si tratta di una finalità che non potrà essere raggiunta se non attraverso la definizione di modelli avanzati di scambio di informazioni tra i vari Paesi coinvolti. Potrebbero essere utili a tal fine regimi di disclosure obbligatoria, in grado di rispondere alle esigenze specifiche di ciascun Paese. Ciò dovrebbe permettere una più facile identificazione degli schemi di pianificazione fiscale aggressiva.
  L'ultima proposta che Confindustria Radio Televisioni desidera avanzare in questa sede riguarda le soluzioni-ponte, al fine di tentare di compensare i ricordati fenomeni di concorrenza sleale. Nel rispetto della normativa comunitaria di riferimento sugli aiuti di Stato, si potrebbe intervenire sul sistema di incentivi, come è stato fatto, ad esempio, con l'introduzione della cosiddetta patent box, mediante la quale alle imprese localizzate in Italia che svolgono attività di ricerca e sviluppo viene consentito di fruire di un regime opzionale di detassazione per i redditi derivanti dall'utilizzo di opere dell'ingegno, brevetti industriali e marchi di impresa.
  In tal senso, al fine di cogliere anche le esigenze delle imprese radiotelevisive e limitare la concorrenza sleale che queste subiscono dalle imprese digitali estere, potrebbero essere previste esenzioni, crediti di imposta e/o deduzioni dall'imponibile per gli operatori, residenti e non, i quali, in concorrenza con gli operatori stranieri dell'economia digitale, operano attraverso il dispiegamento in Italia di risorse umane e di risorse materiali e immateriali. Tali investimenti potrebbero essere incoraggiati con crediti d'imposta ed esenzioni ovvero mediante l'accorciamento del periodo di deduzione dei relativi ammortamenti. A tale proposito accogliamo con favore gli sgravi contributivi e le agevolazioni in tema di costo del lavoro di recente applicazione.
  Queste sono alcune delle considerazioni che volevamo fare in merito al tema in discussione. Abbiamo completamente sorvolato su altri elementi che rafforzano il quadro sperequato del mercato, a svantaggio dell'industria italiana dell'audiovisivo rispetto ai competitor globali. Tali elementi si sommano alle evidenti asimmetrie Pag. 8fiscali, rendendo ancora più evidente la difficoltà di competere ad armi pari.
  La nostra industria e i nostri operatori, seppure in uno stato di difficoltà economica, continuano a investire risorse importanti per sviluppare non soltanto il sistema radio-televisivo ma tutto il settore della cultura nel nostro Paese. Come evidenziano i numeri che vi ho fornito all'inizio del mio intervento, si tratta di un segmento importante della nostra economia e come tale credo meriti attenzione.
  Non vogliamo che siano concessi vantaggi o trattamenti di favore, ma soltanto che sia ascoltata la richiesta, pienamente legittima, di avere un mercato libero e concorrenziale, nel quale tutti i soggetti abbiano le stesse condizioni di accesso e di competizione.

  PRESIDENTE. Grazie, presidente De Laurentiis. Prima che i colleghi chiedano la parola, vorrei porle una domanda non provocatoria ma che vuole provocare una vostra risposta.
  Avete valutato il fatto che, piaccia o no, se fosse accolta la vostra impostazione, si potrebbero avere esiti ispano-tedeschi, con i grandi soggetti che potrebbero decidere di abbandonare il mercato nazionale e con gli stessi editori tradizionali di carta stampata e radiotelevisione che chiederebbero loro di tornare e di fare come vogliono, posto che siamo nel ventunesimo secolo e non più nel ventesimo ?
  Do ora la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

  SERGIO BOCCADUTRI. La mia domanda riguarda le ultime considerazioni fatte dal presidente De Laurentiis.
  Vorrei conoscere i dati a vostra disposizione sui mancati investimenti o sulla riduzione degli investimenti. Come sappiamo, stanno arrivando nuove tecnologie per la televisione. Il digitale terrestre 2 ci consentirà di trasmettere il segnale a «quattro K» e ciò significa che anche da parte vostra occorrerà effettuare investimenti.
  È inoltre in corso una discussione sull'agenda digitale europea: parliamo di infrastrutture, ma l'agenda digitale europea tratta anche di piattaforme e servizi, e voi siete attori anche in quest'ambito.
  Quando ci sarà la banda ultra larga, trasmettere su fibra ottica potrebbe determinare una riduzione dei costi, ma a fronte di altri investimenti. Questo però è di là da venire. Il costo annuo di un canale in digitale terrestre e quello di un canale satellitare sono diversi. Un canale su fibra ottica, infatti, costerebbe molto meno ma, come ripeto, a fronte di investimenti.
  C’è poi il tema, altrettanto importante, della produzione di contenuti e di ciò che si può veicolare attraverso la televisione, la fiction e quant'altro.
  Vengo alla domanda. Sono già disponibili dati o stime sull'impatto che questa competizione non simmetrica ha prodotto sui vostri investimenti negli ultimi anni ?

  ALESSIO MATTIA VILLAROSA. Vi ringrazio per la relazione. Vi chiederei di lasciarci il materiale da voi elaborato perché contiene dati molto importanti.
  Sul tema della stabile organizzazione e sull'ultima parte della relazione siamo d'accordo. Abbiamo una posizione abbastanza chiara, che abbiamo più volte chiarito in Commissione, sebbene non siamo appoggiati da altri in questo senso. Concordiamo soprattutto sulla definizione di stabile organizzazione.
  Vorrei porre una domanda su un altro tema di cui avete parlato e che ci sembra importante, anche se spesso viene sottovalutato. Mi riferisco ai big data. Quello sì che è un settore in cui si crea concorrenza sleale. Nessuno si rende conto di quanto quei dati siano importanti, che valore possano avere e di quanto possano accrescere il patrimonio. Vorrei capire da voi se, per esempio, sia il caso di valutare le singole informazioni per poi immetterle nel patrimonio aziendale.
  Se avete un'idea in merito, ci piacerebbe conoscerla.

  FRANCESCO RIBAUDO. Sulla scia dell'esperienza di Francia e Spagna, lei pensava Pag. 9a un intervento-ponte, proponendoci al contempo di prorogare il termine di esercizio della delega per la riforma del sistema fiscale.
  Fare norme-ponte in questa fase potrebbe peraltro creare problemi seri. Questi soggetti si spostano da un momento all'altro proprio perché sono aziende digitali e non aziende che possiamo identificare in termini esclusivamente fisici. Esse non hanno una stabile organizzazione. Abbiamo visto che cosa è successo all'indomani dell'adozione del provvedimento in Spagna. Non possiamo rischiare che ciò avvenga in Italia.
  Se è vero che a settembre finalmente l'OCSE si pronuncerà sul significato di stabile organizzazione, non credo che possiamo adottare norme-ponte valide per sei mesi. In questa materia non ritengo pensabile, come lei stesso rilevava, un intervento non condiviso con i Paesi europei e con l'OCSE. Diversamente, rischieremmo di porre fuori dalla competizione anche le nostre piccole aziende.
  Capisco la problematica, ma i vostri «confratelli» di Confindustria digitale ci dicono che non bisogna affatto tassare, mentre voi ci chiedete di intervenire. Io sarei scettico nel proporre norme-ponte in questa fase.

  DANIELE PESCO. Lei ha parlato di tassazione o, meglio, di prelievo da effettuare attraverso gli intermediari dei pagamenti elettronici. Noi avevamo pensato a una soluzione del genere, legata agli intermediari della vendita di servizi, come, per esempio, nel caso degli affitti brevi, il soggetto che mette in contatto la persona che offre l'alloggio con quella che lo occuperà. Avete già avuto contatti con i fornitori di servizi di pagamento per vedere se vi è un'apertura da parte loro riguardo a questo metodo di prelievo fiscale ?
  Quanto al transfer pricing, volevo aggiornarvi sul fatto che prossimamente la Commissione Finanze esprimerà un parere su uno schema di decreto legislativo del Governo in tema di internazionalizzazione delle imprese e paradisi fiscali. Se avete proposte da fare, saranno ben accette.
  Tra le vostre proposte leggo che il transfert pricing dovrebbe essere documentato da elementi tangibili desumibili dallo scambio di informazioni tra gli Stati. Purtroppo noi abbiamo il timore che questo scambio di informazioni tra Stati non avvenga in modo sufficientemente cospicuo, nemmeno attraverso gli accordi bilaterali. Mi pare che anche lei abbia parlato della necessità di superare il modello dell'accordo bilaterale in favore di uno strumento più evoluto.
  Se potesse dirci qualcosa in merito, ci potrebbe essere di grande aiuto.

  PRESIDENTE. Ringrazio i colleghi e do la parola ai nostri ospiti per la replica.

  RODOLFO DE LAURENTIIS, presidente di Confindustria RadioTelevisioni. Voglio innanzitutto chiarire che l'approccio alla definizione del regime di tassazione per i nuovi competitor per noi preferibile è un approccio il più possibile globale. È evidente che sono chiamati in causa livelli sovranazionali come l'OCSE o l'Unione europea.
  Le soluzioni-ponte sono, per un verso, l'elemento che dimostra l'urgenza di intervenire. Se altri Paesi europei, come Inghilterra e Germania, nei quali l'economia digitale è molto forte, sono arrivati a quelle conclusioni significa che hanno consapevolezza della dimensione di un fenomeno che tende a squilibrare il mercato e rischia di causare danni irreparabili all'industria nazionale.
  Se si potesse intervenire nel più breve tempo possibile, lo preferiremmo. Le soluzioni-ponte ci dovrebbero traghettare verso una definizione la più condivisa e ampia possibile, cercando, nel frattempo, di limitare i danni in uno spazio temporale limitato.
  Mantenere lo status quo rischia di indebolire fortemente l'industria italiana. Se scelte più largamente condivise non dovessero essere adottate a breve, in quel caso non disdegneremmo quindi soluzioni che, per un periodo limitato, possano servire a lenire questi inconvenienti.Pag. 10
  Il pericolo di fuga delle multinazionali lo porrei in quadro di eventuale isolamento del nostro Paese, qualora l'Italia autonomamente decidesse di intervenire su alcuni aspetti fiscali. Se ci fosse un'intesa più ampia, è evidente che il pericolo di fuga di questi competitor verrebbe meno. Come ho detto all'inizio della mia relazione, sosteniamo l'idea di un intervento che sia il più ampio possibile e che coinvolga gli organismi sovranazionali.
  Per quanto riguarda le altre domande, abbiamo posto l'attenzione sui big data sottolineando la necessità di focalizzare meglio una produzione di valore che oggi a noi personalmente sfugge. Non ho problemi a dire che recentemente siamo intervenuti a sostegno dell'Agcom per far sì che alcuni soggetti importanti nella definizione del Sistema integrato delle comunicazioni forniscano le proprie informazioni e inviino l'informativa economica, così come previsto dall'articolo 43 del Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (TUSMAR).
  È un ambito sul quale oggi cominciamo ad avvertire la necessità di intervenire. Cogliamo anche un'attenzione nuova da parte delle istituzioni, le quali dovrebbero regolamentare, nella fase di costruzione della catena del valore, intervenendo su asset sempre più strategici e importanti dal punto di vista economico.
  Non abbiamo parlato con nessuno perché non è il nostro compito. Non abbiamo un ruolo tale da poter interloquire con i soggetti che intervengono nei vari passaggi di carattere finanziario. Ciò che possiamo fare è sollecitare un intervento chiaro, organico e razionale da parte delle istituzioni, per colmare le lacune evidenti di un quadro normativo e degli adempimenti fiscali, il quale ha maglie molto larghe, di cui alcuni soggetti approfittano, determinando così un'alterazione di fatto della capacità concorrenziale nel mercato.
  La nostra è quindi una sommessa richiesta di intervento. Quando ho fatto riferimento all'ampliamento dei termini per l'attuazione della delega fiscale, mi riferivo al fatto che sarebbe preferibile attuarla avendo a disposizione un quadro sovranazionale, potendo così intervenire in sintonia con le scelte adottate dall'OCSE e dall'Unione europea.
  Chiediamo quindi non un rinvio della delega, ma soltanto il tempo necessario per valutare che cosa succede intorno a noi.

  ELENA CAPPUCCIO, responsabile dell'Ufficio studi di Confindustria Radio Televisioni. Vorrei solo segnalarvi che nei documenti che forniamo c’è una prima parte prettamente fiscale e una seconda in cui abbiamo provato a fare una ricognizione su quanto accade all'estero e sul recente intervento dell'Unione europea in tema di Digital Single Market. Il tema non è direttamente attinente, ma ci sono parti relative alla tassazione, in particolare alla tassazione IVA, e alcuni orientamenti molto forti in tutti gli ambiti di cui abbiamo parlato.
  Provo a partire dalla fine. Quanto ai big data, l'unico tentativo di valutazione, monetizzazione e individuazione ai fini fiscali è quello francese. Il rapporto di France Strategie è stato presentato a marzo e riprende una posizione precedente di esperti intervenuti sulla materia un paio di anni fa. Nella documentazione troverete tutti i riferimenti.
  In Francia si sta cercando di capire quali possano essere i profili utilizzabili ai fini della tassazione. Sono diverse le proposte; dieci economisti hanno espresso posizioni diverse. Una di queste considera il fornire dati personali da parte degli utenti come un lavoro non retribuito. Questo potrebbe significare, da una parte, alzare la soglia di attenzione degli utenti sul fatto che stanno fornendo un bene che viene monetizzato e indurli a chiedere di essere pagati. Dall'altra parte, potrebbe permettere di imporre un prelievo fiscale.
  Questo rapporto di France Strategie – vengo qui alla domanda se sia opportuno intervenire con soluzioni-ponte nazionali oppure con soluzioni condivise – verrà presentato nell'ambito di un incontro sulla web tax europea, che si dovrebbe tenere a maggio. Il dibattito in corso in Francia è abbastanza interessante perché si sta cercando Pag. 11di proporre soluzioni che possano essere adottate dal maggior numero di Stati possibile proprio per evitare che ci siano differenze tra le normative dei diversi Paesi.
  Quello che noi cerchiamo di dire con forza è che gli interventi adottati negli altri Stati europei, dalla diverted profits tax inglese ai provvedimenti tedesco e spagnolo, al tentativo fatto in Ungheria per introdurre una bitrate – la quale ha sollevato un putiferio – evidenziano come si stia alzando la soglia di attenzione sul fatto che gran parte del valore generato in Europa non vi torna, finendo per finanziare l'ulteriore sviluppo di questi «giganti».
  Ho intercettato un'altra informazione che mi sembra interessante. I dati sulle tasse versate da Google e Apple indicano una grossa differenza tra quanto viene versato negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Anche gli Stati Uniti hanno un problema di recupero delle tasse. Le aliquote sono più basse, ma l'elusione avviene anche nella madrepatria di tali società. In passato però sono stati adottati degli scudi fiscali, che l'amministrazione Obama non sembra voler riproporre, e parte di questi redditi sono rientrati negli Stati Uniti.
  Vengo alla domanda dell'onorevole Boccadutri sugli investimenti. Non sono sicura di aver capito a quali mancati investimenti facesse riferimento. Quello che è certo è che la televisione sta affrontando i passaggi alle generazioni future di trasmissione del segnale e di codifica; sta inoltre anche cercando nuovi modelli di business, che sono tutti abbastanza gravosi in termini di investimenti.
  Non abbiamo stime sul fatturato di questi operatori. Sappiamo quanto fattura Google Italia, che è una società di servizi e rappresenta una «briciola» del colosso Google. Sappiamo tuttavia per certo che l'impatto di questi operatori, tra i quali ricordo anche Netflix, è diretto in tutti i settori nei quali operiamo, compreso quello della produzione indipendente.
  È vero che si tratta anche di uno stimolo; Netflix in Francia, ad esempio, sta realizzando produzioni di alto profilo, ma si tratta di produzioni singole e, per così dire, di facciata.

  PRESIDENTE. Magari le produzioni le lasciamo giudicare ai consumatori.

  ALESSIO MATTIA VILLAROSA. Vorrei fare una considerazione. Lei ci ha parlato delle multinazionali che, utilizzando ben noti metodi, riescono a ottenere favori fiscali. A tale riguardo, vorrei che prestaste attenzione al tema del ruling di standard internazionale, il quale è, a mio avviso, pericolosissimo. Ci avete portato alcuni dati che spiegano che cosa si ottiene con il ruling di standard internazionale.
  In base a tali dati, Google versa 2,2 miliardi di dollari di tasse, 1,5 negli Stati Uniti e 0,7 nel resto del mondo. Forse ciò dipende anche dal fatto che, in Lussemburgo, Google ha stretto con Junker un accordo di ruling internazionale per pagare circa il 3 per cento di imposte. Noi cercheremo di risolvere queste problematiche, ma saremo costretti ad adottare anche in Italia queste pratiche per garantire la concorrenza tra le grandi multinazionali residenti nei diversi Paesi. Questo significherà favorire ancora di più quelle aziende. Le norme che potremmo stabilire, quindi, non serviranno a risolvere il problema, perché avere oltre 15 punti percentuali di margine dovuti a sconti fiscali significa distruggere la concorrenza.
  Se conoscete l'argomento, vorrei sapere cosa ne pensate.

  RODOLFO DE LAURENTIIS, presidente di Confindustria Radio Televisioni. Vorrei sottolineare due aspetti. Abbiamo un approccio complessivo e nel nostro documento trovate traccia delle nostre considerazioni anche a proposito del ruling.
  Prima si accennava inoltre al tema dell'agenda digitale. Vorrei sommessamente segnalare alla Commissione Finanze che il settore radiotelevisivo non è chiamato a partecipare all'agenda digitale. Stiamo affrontando un progetto strategico per il Paese al quale il settore che rappresentiamo non viene chiamato a dare il Pag. 12proprio contributo. Mi auguro che questa lacuna possa essere recuperata in tempi brevi.
  Per darvi un'idea del peso che il settore televisivo ha nell'ambito dei contenuti dell'agenda digitale e dello sviluppo della banda larga, vi segnalo che il 60 per cento del materiale che passa attraverso quelle infrastrutture ha un'origine televisiva. A maggior ragione, non riusciamo a spiegarci perché un settore così importante sia tenuto fuori da questo progetto strategico per il Paese. Mi auguro che questa lacuna possa essere colmata.
  Non è un problema solo per il nostro settore. Credo sia un problema per il Paese.

  PRESIDENTE. Ringrazio tutti gli intervenuti e, nell'autorizzare la pubblicazione in allegato al resoconto stenografico della seduta odierna della documentazione consegnata dal dottor Rodolfo De Laurentiis (vedi allegato), dichiaro conclusa l'audizione.

  La seduta termina alle 14.45.

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