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PDL 3317-3345-A-bis

XVII LEGISLATURA

CAMERA DEI DEPUTATI

   N. 3317-3345-A-bis



 

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PROPOSTE DI LEGGE

n. 3317, d'iniziativa dei deputati

COSCIA, RAMPI, ROTTA, BONACCORSI, PICCOLI NARDELLI, BLAZINA, MANZI, ASCANI, GHIZZONI, CRIMÌ, BOSSA, NARDUOLO, MALISANI, CAROCCI, PES, D'OTTAVIO, MALPEZZI, COCCIA, ROCCHI, VENTRICELLI, SGAMBATO, PAOLO ROSSI, FALCONE

Istituzione del Fondo per il pluralismo e l'innovazione dell'informazione e deleghe al Governo per la ridefinizione del sostegno pubblico all'editoria

Presentata il 22 settembre 2015

n. 3345, d'iniziativa dei deputati

PANNARALE, GIANCARLO GIORDANO, PAGLIA, FRANCO BORDO, COSTANTINO, DURANTI, RICCIATTI, MELILLA

Istituzione del Fondo per il diritto all'informazione, per il finanziamento pubblico dell'editoria

Presentata il 5 ottobre 2015

(Relatore per la minoranza: BRESCIA)
 

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Onorevoli Colleghi! La contrarietà del MoVimento 5 Stelle alla presente proposta di legge non potrebbe essere più radicale. Il MoVimento 5 Stelle ha nel proprio programma l'abolizione del finanziamento pubblico all'editoria. Questa posizione così netta parte dalla convinzione che un filo diretto tra un governo, di qualsiasi colore politico esso sia, e i giornali produca delle dinamiche che vadano nella direzione esattamente opposta a quelle che sono le intenzioni anche della stessa proposta della maggioranza, ossia tutelare pluralismo, indipendenza e autonomia dell'informazione. Come si evince anche da un'attenta lettura del dossier preparato dal Servizio Studi della Camera, per ottenere tali obiettivi sarebbe necessario individuare delle misure che evitino l'accentramento del potere nelle mani di pochi.
      Citiamo testualmente: «L'esistenza di un principio pluralistico rappresenta un “ineludibile imperativo costituzionale”, che si articola, da un lato, nel pluralismo esterno, ovvero la garanzia della più ampia possibilità di ingresso nel mercato dei mezzi di comunicazione, attraverso misure volte ad impedire processi di concentrazione di risorse tecniche ed economiche nelle mani di uno o pochi, e dall'altro nel pluralismo interno dei mezzi di informazione sotto il controllo pubblico, che si concretizza nell'obbligo di imparzialità e di apertura del mezzo alle diverse tendenze sociali, politiche, culturali e religiose. La libertà di informazione viene connotata come diritto sociale alla informazione pluralistica che, al pari di altri diritti (alla salute, allo studio, all'ambiente, ecc.), fonda interventi positivi dello Stato. Secondo il giudice costituzionale, il diritto all'informazione garantito dall'articolo 21 deve essere qualificato e caratterizzato dal pluralismo delle fonti, che comporta tra l'altro il vincolo al legislatore di impedire la formazione di posizioni dominanti; dall'obiettività e imparzialità dei dati forniti; dalla completezza, correttezza e continuità dell'attività informativa».
      Lo sforzo del legislatore, pertanto, si sarebbe dovuto concentrare nell'eliminazione della concentrazione del potere nelle mani di pochi, approvando ad esempio una buona legge sul conflitto di interessi, cosa che neanche in questa occasione è prevista dal vostro articolato.
      Nell'articolo 1 si è scelto di istituire, nello stato di previsione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Fondo per il pluralismo e l'innovazione dell'informazione e deleghe al Governo per la ridefinizione del sostegno pubblico all'editoria. All'istituendo fondo affluiscono:

          a) tutte le risorse destinate alle diverse forme di sostegno all'editoria;

          b) le risorse destinate all'emittenza radiofonica e televisiva;

          c) ulteriori eventuali 100 milioni delle maggiori entrate versate a titolo di canone RAI;

          d) le risorse derivanti dalle sanzioni comminate dall'AGCOM;

          e) le somme derivanti dal gettito annuale di un contributo di solidarietà nel settore dell'informazione pari allo 0,1 per cento del reddito complessivo dei soggetti di cui all'articolo 73 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, concessionari della raccolta pubblicitaria sulla stampa quotidiana e periodica, sui mezzi di comunicazione radiotelevisivi e digitali, nonché degli altri soggetti che esercitano l'attività di intermediazione nel mercato della pubblicità attraverso la ricerca e l'acquisto, per conto terzi, di spazi sui mezzi di informazione e di comunicazione, con riferimento a tutti i tipi di piattaforme trasmissive, comprese le reti elettroniche.

 

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      Riguardo alle risorse stanziate, bisogna puntualizzare che:

          l'istituzione del «Fondo straordinario per il pluralismo dell'informazione» (cosiddetto Fondo Lotti) è da ricondursi ad una prevaricazione (una delle tante) del Governo dettata dalla volontà di intervenire a causa dell'assenza di una disciplina che finanziasse anche le grandi testate; il suddetto fondo è servito principalmente per i prepensionamenti che, come meglio si dirà nel prosieguo, rappresentano un vero e proprio scandalo;

          per quanto riguarda invece i proventi derivanti dalle eventuali maggiori entrate versate a titolo di canone di abbonamento alla televisione sussiste un grave rischio: tali entrate dovrebbero essere destinate principalmente all'esenzione dal pagamento del canone RAI dei soggetti che si trovano in una situazione reddituale inferiore agli 8000 euro annui. Inserendo questa voce come copertura, sicuramente si mette a rischio quella finalità principale e inoltre non si raggiunge nemmeno l'obiettivo della certezza di questo fondo tanto caro alla maggioranza.

      Infine rispetto alla durata del Fondo, ricordiamo che la normativa antitrust su questo punto è molto chiara: qualora sussista un finanziamento pubblico diretto questo deve essere ben definito nel tempo. Il termine di tre anni della durata del Fondo era sicuramente più opportuno. In seguito si è passati a 5 anni, ora non esiste più un termine. Se la preoccupazione dei proponenti era dare una prospettiva futura, questo problema si poteva risolvere diversamente, ossia prevedendo comunque una durata, triennale o quinquennale, e al contempo la possibilità di rinnovo.
      L'articolo 2 delega l'esercizio della funzione legislativa, per un tempo di 6 mesi, relativamente a sette distinti oggetti:

          1) la ridefinizione della disciplina dei contributi diretti alle imprese editrici di quotidiani e periodici;

          2) la previsione di misure per il sostegno agli investimenti delle imprese editoriali;

          3) la previsione di misure per l'innovazione del sistema distributivo;

          4) la previsione di misure per il finanziamento di progetti innovativi nel campo dell'editoria presentati da imprese di nuova costituzione;

          5) la previsione di misure a sostegno di processi di ristrutturazione e di riorganizzazione delle imprese editoriali già costituite;

          6) la ridefinizione della disciplina dei requisiti e dei criteri per il ricorso ai trattamenti di pensione di vecchiaia anticipata di cui all'articolo 37, comma 1, lettera b), della legge 5 agosto 1981, n. 416;

          7) la revisione della composizione e delle competenze del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti.

      Questo articolo è un segno di grande debolezza del Parlamento ma soprattutto di totale subordinazione della maggioranza nei confronti del Governo, una sorta di commissariamento al quale la maggioranza si è autocondannata. Non c'era assolutamente alcun bisogno di inserire un numero così cospicuo di deleghe: mai come in questa legislatura e in questa Camera, la maggioranza ha i numeri per decidere quello che vuole e quindi avrebbe potuto dar prova di maturità e indipendenza stabilendo in maniera precisa e puntuale delle norme alle quali, come previsto dalla nostra Costituzione, il Governo si sarebbe dovuto attenere. Invece ormai è consuetudine non prendere alcuna decisione senza l'approvazione di qualche sottosegretario. Per noi questo atteggiamento è assolutamente intollerabile. Riteniamo che si debba procedere allo stralcio di tutte le deleghe e che i requisiti d'accesso, i criteri di calcolo del contributo e le modalità d'erogazione debbano essere disciplinati con legge ordinaria.
      Nel merito dobbiamo rivendicare l'inserimento di diverse precisazioni che hanno sicuramente migliorato la qualità di un testo che, come abbiamo più volte

 

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dichiarato, resta comunque inaccettabile nel suo impianto generale.
      Una prima importante misura da noi proposta e inserita nel testo è quella che permette l'individuazione più precisa della categoria degli editori puri. Purtroppo, invece, non si è ritenuto opportuno aggiungere ai princìpi generali, ai quali tutti coloro che aspirano ad accedere a dei finanziamenti pubblici si dovrebbero attenere, i caratteri di obiettività e correttezza. In proposito merita di essere ricordata la pronuncia della Consulta, sent. 112 del 1993 ove il Giudice delle leggi ha sancito che «il “diritto all'informazione” garantito dall'articolo 21 sia qualificato e caratterizzato: a) dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie – che comporta, fra l'altro, il vincolo al legislatore di impedire la formazione di posizioni dominanti e di favorire l'accesso nel sistema radiotelevisivo del massimo numero possibile di voci diverse – in modo tale che il cittadino possa essere messo in condizione di compiere le sue valutazioni avendo presenti punti di vista differenti e orientamenti culturali contrastanti; b) dall'obiettività e dall'imparzialità dei dati forniti; c) dalla completezza, dalla correttezza e dalla continuità dell'attività di informazione erogata; d) dal rispetto della dignità umana, dell'ordine pubblico, del buon costume e del libero sviluppo psichico e morale dei minori».
      Una nostra seconda proposta accolta riguarda il tema della trasparenza che, come è noto, è uno dei cavalli di battaglia del MoVimento 5 Stelle. Se è evidente che l'impresa che riceve finanziamenti pubblici debba informare i propri lettori dell'ottenimento di tali risorse, era a nostro avviso altrettanto necessario che fossero resi noti ai cittadini lettori tutti i proventi che a vario titolo arrivano all'impresa editoriale, perché è fondamentale che questi siano messi nelle condizioni di giudicare il grado di indipendenza e autonomia di quanto stanno leggendo. Una misura di tutela della trasparenza che noi riteniamo importantissima.
      Ovviamente ci sono anche dei suggerimenti che purtroppo maggioranza e Governo non hanno voluto accogliere. Ad esempio, una soglia minima delle copie vendute per accedere al finanziamento. Se è comprensibile la logica di prevedere un sistema a scaglioni, non è accettabile non stabilire una soglia minima perché così si rischia di andare a finanziare prodotti che non legge nessuno e che quindi non rappresentano una reale risorsa per il pluralismo dell'informazione. Anche gli stessi esperti che hanno aiutato il governo a scrivere questo testo hanno consigliato di avere un approccio più orientato alla domanda che all'offerta, questo è senz'altro un modo per garantire di più i lettori che attraverso le loro scelte possono incidere sull'ottenimento del contributo pubblico.
      Inoltre, rispetto alla percentuale finanziabile con risorse pubbliche, riteniamo che il 50 per cento sia una misura sproporzionata. Quale autonomia può avere un giornale che dipende per la metà dei suoi ricavi da finanziamenti pubblici? Nessuna. Noi pensiamo che debba necessariamente essere stabilito un tetto più basso, ad esempio intorno al 30 per cento.
      Una misura che invece vogliamo denunciare con forza perché la riteniamo gravissima, è quella che prevede un'incentivazione fiscale degli investimenti pubblicitari incrementali su quotidiani e periodici. Non si può pensare di far pagare ai cittadini il finanziamento ai giornali, in questo caso anche ai grandi giornali. Con questa misura si va nel senso esattamente opposto a quello dell'indipendenza dell'informazione, si favoriscono grandi gruppi industriali, che avrebbero tutto l'interesse a fare donazioni ai giornali ottenendo il doppio vantaggio del controllo dell'informazione e dell'agevolazione fiscale. E ancora più aberrante sarebbe l'ipotesi di un finanziamento da parte, ad esempio, di un partito: in questo caso i cittadini pagherebbero per ben tre volte i contributi ai giornali. Una prima volta sarebbe rappresentata appunto dal contributo pubblico ai giornali, la seconda dai soldi pubblici utilizzati dai partiti per farsi pubblicità sui giornali e la terza dallo sgravio fiscale al quale gli stessi partiti potrebbero accedere.
 

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Si dovrebbe cancellare immediatamente questa misura dal provvedimento.
      Una nota sul sistema di prepensionamento dei giornalisti è necessaria. Dal 1981 chi esercita la professione di giornalista ha l'opportunità di andare in pensione a 58 anni, con 18 anni di contributi versati, mentre per il resto dei lavoratori italiani ormai la pensione è diventata un miraggio, dato che secondo la normativa vigente vi si può accedere intorno ai 66-67 anni, o comunque in relazione alle aspettative di vita stabilite dall'ISTAT. Questa è una condizione vergognosa che non riguarda certo quei giovani giornalisti che noi invece vogliamo tutelare (e l'abbiamo fatto, spingendo affinché l'accesso al finanziamento pubblico fosse legato alla correntezza contributiva e retributiva del personale), bensì tocca proprio quella casta di vecchi giornalisti che hanno privilegi di questo genere e che, pensate un po’, anche quando accedono a tali privilegi, non contenti, non si schiodano dalle redazioni e continuano ad occupare quei posti come consulenti, non permettendo un sano ricambio occupazionale. Anche su questo punto siamo intervenuti in maniera netta, prevedendo innanzitutto un adeguamento del sistema che il Governo dovrà progressivamente conformare alla normativa generale in materia e abbiamo inoltre inserito il divieto di mantenere un rapporto lavorativo da parte delle redazioni con i giornalisti che abbiano ottenuto il trattamento pensionistico.
      Infine, un tema davvero spinoso, trattato forse in maniera un po’ troppo superficiale e inadeguata con una delega di poche righe, è quello della razionalizzazione del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti.
      Anche su questo abbiamo le idee molto chiare: l'Ordine dei giornalisti non va razionalizzato, va abolito!
      L'Ordine dei giornalisti è l'ente pubblico che, previa iscrizione obbligatoria all'albo, regolamenta l'esercizio della professione di giornalista in Italia. Tale Ordine costituisce un'eccezione in confronto a quanto accade nei paesi dell'Unione europea come Gran Bretagna, Francia, Germania e Danimarca, in cui l'attività giornalistica non è disciplinata da alcun ente pubblico statale, né esiste un albo a cui è obbligatorio iscriversi al fine di esercitare la professione di giornalista.
      L'Ordine dei giornalisti è stato istituito nel 1925. Il Consiglio nazionale dell'Ordine che qui si vuole riformare è delegato all'esercizio delle funzioni relative alla tenuta dell'albo e alla disciplina degli iscritti.
      Per potersi iscrivere all'albo si supera una prova e si paga una quota annuale (che costa 1,5 milioni all'anno ai giornalisti italiani).
      Considerato che l'Ordine dei giornalisti è stato istituito 90 anni fa, in momenti storici ben diversi da quello attuale e tenuto conto dell'eccezione che la presenza di tale Ordine in Italia costituisce rispetto agli altri paesi dell'Unione europea, è obbligatorio chiedersi se i presupposti del suo esistere possano essere effettivamente ritenuti ancora validi.
      L'Ordine svolge la funzione di vigilare sulla condotta e sull'operato degli iscritti all'Ordine dei giornalisti, con potere disciplinare e sanzionatorio. Noi riteniamo che non sia indispensabile la presenza di un Ordine per assolvere alla funzione di garante della deontologia professionale dei giornalisti, compito che potrebbe essere affidato ad esempio all'AGCOM.
      Riguardo al rispetto della deontologia, in altri paesi per molte altre professioni non sono previste norme, istituti, ordini, albi e via dicendo, ma è sufficiente lo stesso codice deontologico per stabilire la «buona condotta» di un professionista.

Giuseppe BRESCIA,
Relatore di minoranza.


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