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PDL 2660-A-ter

XVII LEGISLATURA

CAMERA DEI DEPUTATI

   N. 2660-A-ter



 

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DISEGNO DI LEGGE

APPROVATO DAL SENATO DELLA REPUBBLICA
nella seduta pomeridiana dell'8 ottobre 2014 (v. stampato Senato n. 1428)

presentato dal presidente del consiglio dei ministri
(RENZI)

e dal ministro del lavoro e delle politiche sociali
(POLETTI)

Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell'attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro

Trasmesso dal Presidente del Senato della Repubblica il 9 ottobre 2014

(Relatore di minoranza: PRATAVIERA)
 

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Onorevoli Colleghi! – Da mesi si parla della grande riforma del lavoro che si è concretizzata a mezzo stampa in una sterile polemica su «articolo 18 sì, articolo 18 no» e nell'aula della XI Commissione in un braccio di ferro tra NCD e minoranza PD. Principalmente per questo motivo, il testo approvato dalla maggioranza in Commissione non può ritenersi in alcun modo soddisfacente ed esaustivo, atteso che ben altro sono le misure che il Governo doveva mettere in atto per garantire quella ripresa economica senza la quale non è possibile una crescita occupazionale. Ci ritroviamo, invece, con un provvedimento che altro non è che una resa dei conti politica, ostaggio delle diatribe interne al partito di maggioranza. Le politiche occupazionali non passano – e non devono passare – per la cortina fumogena creatasi intorno al dibattito ideologico sulle tutele ex articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Semmai, piuttosto, per l'abrogazione della «Riforma Fornero», che, innalzando l'età pensionabile dei lavoratori, ha di fatto bloccato il ricambio generazionale nel mercato del lavoro. O per la riduzione drastica del cuneo fiscale, maggior causa di oppressione per le imprese, e per l'alleggerimento delle tasse sui lavoratori, principale ragione dei consumi in costante calo, con la previsione di una flat tax, un'aliquota unica corretta per carichi familiari.
      Il Governo, invece, si è solo preoccupato di garantirsi una delega in bianco, uno strumento per legiferare a proprio piacimento senza alcun paletto di oggetti ben definiti e criteri circoscritti, in palese violazione dell'articolo 76 della Costituzione, spogliando il Parlamento delle proprie funzioni. Ne è sintomo l'approvata modifica al testo che prevede l'entrata in vigore del disegno di legge delega e dei relativi decreti legislativi il giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale. Il che vuol dire che i decreti attuativi sono già pronti – come peraltro ripetutamente annunciato a mezzo stampa – a prescindere dai vincoli parlamentari. Ne è prova, anche, l'emendamento al comma 7, a prima firma Gnecchi, come riformulato dal Governo, sui licenziamenti disciplinari.
      Una modifica che sembra la quadratura del cerchio Premier – NCD – minoranza PD, ma che in realtà soddisfa solo il Presidente del Consiglio, che può procedere, appunto, con la sua delega in bianco. Non accontenta di certo i piccoli e medi imprenditori, né i lavoratori, perché non offre a nessuno dei due, rispettivamente, né garanzia di maggiore flessibilità né maggior tutela del posto di lavoro.
      Una bruttissima copia di quel modello vincente di flexicurity applicato in altri Paesi europei e che da anni la Lega Nord propone.
      Una norma «truffaldina» perché comunque aggirabile: il datore di lavoro, per non incorrere nel contenzioso del licenziamento disciplinare ingiustificato, licenzierà solo per ragioni economiche. Comunque vada, al massimo dovrà risarcire, ma non reintegrare!
      Inoltre, rimaniamo scettici sul contratto a tutele crescenti quale strumento di rilancio della domanda interna. Ai fini della richiesta di mutui, finanziamenti, prestiti personali o, comunque, di maggiori consumi in generale, la solvibilità del lavoratore assunto con tale tipologia contrattuale è pari a quella di un contrattista a termine o di un collaboratore a progetto, per lo meno nei primi tre anni; per questo dubitiamo che questo contratto possa contribuire sotto questo profilo alla ripresa economica.
 

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      Ma siamo ancor più critici sulla riforma degli ammortizzatori sociali. Il riordino di cui si parla al comma 1 del provvedimento è anch'esso oggetto di una delega in bianco. Noi volevamo esser certi che il nuovo ammortizzatore «universale», la cosiddetta NASpI, avrebbe comunque garantito ai lavoratori prestazioni di importo pari o superiori a quelle attuali, di certo non inferiori. E a ciò sono finalizzate le nostre proposte emendative. La loro bocciatura da parte della Commissione e le dichiarazioni stampa del Ministro a proposito della necessità di destinare maggiori risorse agli ammortizzatori sociali non ci rincuorano, anzi ci preoccupano perché le interpretiamo come la conferma ai nostri timori.
      Esprimiamo perplessità anche sulle disposizioni recate dai commi 3 e 4, in materia di riordino dei servizi per il lavoro, con particolare riguardo all'istituzione di un'Agenzia nazionale per l'impiego per la gestione integrata delle politiche attive e passive del lavoro, più che preoccupati che possa trattarsi dell'ennesimo carrozzone pubblico. È indubbio che per creare nuova occupazione – e soprattutto di qualità – sia necessario intervenire anche sui servizi essenziali in materia di politica attiva del lavoro, per migliorarne l'efficienza e la funzionalità; ma per evitare, al contempo, ulteriore spreco di risorse pubbliche riteniamo doveroso razionalizzare le strutture già esistenti, procedendo all'eliminazione di quelle improduttive. Lungi dal voler fare pura demagogia, è un dato di fatto che i centri per l'impiego in alcune realtà territoriali funzionano, espletando al meglio il compito di incontro tra domande ed offerte di lavoro; altri, invece, sono dei «carrozzoni» pubblici inefficienti e costosi. Per questo motivo, abbiamo presentato alcuni emendamenti contemplanti la soppressione – con relativo accorpamento della struttura e del relativo personale a quella territorialmente più vicina – di quei Centri che nell'arco solare di un anno non abbiano collocato/ricollocato almeno una percentuale di lavoratori pari alla media nazionale ridotta dell'1 per cento e la perdita dell'accreditamento per le Agenzie per il lavoro che nell'arco dell'anno solare non abbiano collocato/ricollocato una percentuale di lavoratori almeno uguale alla media nazionale ridotta dell'1 per cento. Tali emendamenti sono stati bocciati dalla Commissione, ma siamo fiduciosi che l'Assemblea possa valutarli diversamente.
      Con meno criticità valutiamo, invece, gli interventi recati dai commi 8 e 9, in materia di sostegno alla genitorialità e per favorire le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Innanzitutto per l'accoglimento, già in sede di prima lettura al Senato, del nostro emendamento sulle cosiddette «ferie solidali», ovvero la possibilità di donarsi tra colleghi i giorni di riposo in più, eccedenti quelli previsti dal contratto nazionale, per consentire a chi ha un figlio malato di stargli vicino anche se ha terminato il periodo massimo di riposo. Su questa scia abbiamo presentato in Commissione un'altra proposta, che estendesse le tutele ai lavoratori/lavoratrici malati oncologici o genitori di minori con tale patologia. La Commissione non l'ha neanche presa in considerazione; confidiamo ora nell'Assemblea.
      Condividiamo la finalità di estendere la tutela della maternità a tutte le lavoratrici madri, ma non si vuole che tale ampliamento della platea si traduca in un ulteriore aumento del costo del lavoro per le imprese. Perché così non si favorisce l'occupazione femminile, al contrario la si ostacola. Né tantomeno riteniamo giusto che gli oneri debbano ricadere sul reddito della lavoratrice, perché, altrimenti, non la si sostiene, bensì la si punisce. Condividiamo anche la modifica apportata al testo concernente i congedi dedicati alle donne inserite nei percorsi di protezione relativi alla violenza di genere, ma ci rammarica il silenzio emendativo in Commissione sull'eventuale abolizione della detrazione per coniuge a carico. In realtà la questione è una sorta di «giallo», il cui mistero sarà svelato dal decreto delegato Una bozza circolante prima che il provvedimento giungesse al Senato, infatti, prevedeva espressamente tale abolizione, escludendone le dipendenti pubbliche; il testo de
 

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positato, invece, lo stesso che ora giunge all'esame dell'Assemblea, utilizza l'espressione «armonizzazione». Ma è chiaro a tutti che si tratta di un eufemismo, di pura perifrasi. Vogliamo ricordare al Governo e alla maggioranza parlamentare che l'abolizione della detrazione significa un taglio dello stipendio o della pensione di circa mille euro annui per chi ha un reddito compreso tra gli 8 e i 20 mila euro annui e di circa 700 euro per chi ha un reddito da 21 a 25 mila euro annui. Una batosta per tutte le famiglie di lavoratori e pensionati monoreddito. Ci rammarica che nessuno tra i tanti colleghi che sbandierano la propria politica di sostegno alle famiglie abbia puntato il dito contro il rischio di tale abrogazione ed auspichiamo che possano ravvedersi durante l'esame in Assemblea.
      Per le ragioni sopraesposte, rimaniamo critici e insoddisfatti sull'impostazione del disegno di legge delega all'esame. Tuttavia, consci dell'urgenza di legiferare in materia di ammortizzatori sociali, occupazione e conciliazione tempi di vita e di lavoro, auspichiamo un'ottimizzazione del provvedimento con la previsione di tutele relative agli importi dei trattamenti di sostegno al reddito e ai lavoratori e lavoratrici malati oncologici e, per questo motivo, non abbiamo ritenuto necessario presentare un testo alternativo.

Emanuele PRATAVIERA,
Relatore di minoranza.


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