COMMISSIONE XIII
AGRICOLTURA

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di mercoledý 29 febbraio 2012


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PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ANGELO ZUCCHI

La seduta comincia alle 13,30.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso, la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati e la trasmissione diretta sulla web-tv della Camera dei deputati.

Audizione del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Mario Catania, su questioni relative ai settori di competenza, con particolare riferimento al settore dell'ippica e alla riforma della politica agricola comune (PAC).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento, l'audizione del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Mario Catania, su questioni relative ai settori di competenza, con particolare riferimento al settore dell'ippica e alla riforma della politica agricola comune.
Ringrazio il Ministro per aver accolto la nostra sollecitazione. Al suo intervento faranno seguito le domande dei colleghi deputati e quindi la replica del Ministro stesso. In ragione del tempo a nostra disposizione, darò la parola a un rappresentate per gruppo per non più di cinque minuti e, a seguire, agli altri colleghi che intendano iscriversi per non più di tre minuti, per avere almeno quindici minuti da dedicare alla replica del Ministro.
Do la parola al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Mario Catania.

MARIO CATANIA, Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. Grazie, sono particolarmente onorato di essere qui con voi per riferirvi le mie considerazioni, ma soprattutto ascoltare le vostre, su due tematiche così importanti come la PAC e il settore ippico.
Comincerò con la PAC, anche per una normale gerarchia di valori. Siamo in una fase di negoziato, che ormai è entrata abbastanza nel vivo. Le considerazioni che faccio allo stato attuale sono le seguenti: il quadro generale di negoziato resta condizionato dalla tematica delle prospettive finanziarie dell'Unione europea, che, come sapete, è un negoziato che si svolge parallelamente a quello della riforma della PAC.
Il negoziato sulle prospettive finanziarie dell'Unione europea è finalizzato a decidere in materia di bilancio dell'Unione per il periodo dal 2014 al 2020, cioè per lo stesso periodo per il quale in linea di principio si dovrà applicare la nuova PAC.
Il negoziato sulle prospettive finanziarie è particolarmente delicato per l'Italia, perché il nostro Paese si trova oggi in una situazione di contribuente netto particolarmente importante, laddove esiste uno scarto di oltre 5 miliardi di euro l'anno tra quello che versiamo come Paese al bilancio comunitario e quello che riceviamo sotto forma di varie politiche dallo stesso. Sostanzialmente, è come se facessimo annualmente un trasferimento di oltre 5 miliardi di euro ad


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altri Paesi dell'Unione europea, che viceversa sono beneficiari netti in questo tipo di conteggio.
È una situazione che va valutata in modo estremamente critico, nel senso che una simile situazione poteva forse essere giustificabile quando fu negoziato sette anni fa l'attuale settennato finanziario.
In quel momento, la situazione dell'Italia in termini di ricchezza comparata rispetto agli altri Paesi membri era sensibilmente migliore di quella odierna. Oggi, il posizionamento dell'Italia in termini di PIL pro capite non giustifica assolutamente una situazione di questo tipo, cioè un trasferimento di tale entità ad altre economie dell'Unione. È quindi evidente che per il Governo questo debba essere un importante punto di partenza nell'approccio complessivo al negoziato.
In questo ambito, planando sulle nostre tematiche, si colloca il tema della entità della spesa agricola all'interno del bilancio comunitario, e della ripartizione della spesa agricola tra i Paesi membri. La spesa agricola è da noi ritenuta - la valutazione non è solo del Ministro delle politiche agricole, ma è condivisa anche da altri membri del Governo, con i quali ha avuto luogo un confronto informale sulle linee di negoziato - un elemento importante, da salvaguardare nell'ambito delle spese dell'Unione europea.
Mi preme sottolineare che il Governo sta facendo e farà un negoziato in cui, pur tenendo conto del punto di partenza iniziale, cioè del sensibile divario tra il nostro contributo al bilancio comunitario e la nostra ricezione di risorse dall'Unione europea, non chiederemo una compressione della spesa agricola, ma tenderemo a concentrarci sul riparto della spesa agricola tra i Paesi membri.
Si tratta di un tema sensibile, perché le linee della politica agricola proposte dall'Unione europea tendono a peggiorare leggermente, secondo le proiezioni che possiamo fare oggi, la nostra quota all'interno della spesa agricola complessiva.
Oggi, l'Italia percepisce in termini di spesa agricola - comprendendo sia il primo sia il secondo pilastro - poco meno del 10 per cento della spesa agricola complessiva. Secondo alcuni calcoli che già possiamo fare, questa percentuale potrebbe scendere leggermente, se venissero accolte in toto le proposte attualmente presentate dalla Commissione europea, in particolare quelle relative al primo pilastro.
È ovvio che questo ci preoccupi e ci spinga a un negoziato particolarmente attivo. Sussistono ancora spazi di recupero perché elementi relativi al quadro finanziario e alla ripartizione della spesa agricola sono ancora aperti, nel senso che non fanno parte per alcuni aspetti delle proposte della Commissione.
Esemplifico affinché questo sia chiaro: la ripartizione tra gli Stati membri degli stanziamenti relativi allo sviluppo rurale non è indicata nelle proposte della Commissione europea. Si tratta - ancora - di un elemento di negoziato aperto, che teoricamente può consentire - ed è una linea che stiamo seguendo - un recupero al nostro Paese nel momento in cui si arriverà alla suddivisione degli stanziamenti relativi allo sviluppo rurale.
Il quadro finanziario e la ripartizione della spesa non esauriscono però le problematiche relative alla PAC, perché non dobbiamo commettere l'errore di limitarci a una lettura contabile dei flussi e della ripartizione della spesa, errore che in passato più volte ha dato luogo a interpretazioni anche riduttive, in quanto è fondamentale aggiungere a questa lettura anche un'esatta comprensione del modello di politica agricola che l'Unione europea applica.
Il modello di sostegno e il sistema delle regole sono fattori di estrema importanza. Anche in presenza di una ripartizione della spesa non del tutto premiante, un modello di politica agricola consono agli interessi nazionali può dar luogo ad esiti positivi in termini di sostegno e sviluppo dell'economia del settore, e viceversa.
Non dobbiamo quindi limitarci a una valutazione esclusivamente contabile e finanziaria, ma dobbiamo anche vedere il modello che l'Unione europea ci propone. Tale modello presenta luci e ombre, forse


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più ombre che luci, perché con la citata proposta della Commissione si sta accentuando una tendenza già in atto nella PAC negli ultimi anni, cioè quella di allontanare il focus della politica dall'impresa agricola e dalla produzione, per focalizzarsi su una visione più ampia, che abbia come riferimento non soltanto il tema dell'impresa, e quindi dell'agricoltore e della produzione, ma anche tutta una serie di fattori di fondo, a partire dalla tutela dell'ambiente o dalla salvaguardia del territorio. Tali fattori non devono essere vissuti in termini negativi o di contrasto, tutt'altro.
Il problema è che tutto ciò venga perseguito da un lato con soluzioni tecniche assai discutibili, dall'altro omettendo qualsiasi considerazione dell'impatto di queste scelte sulla realtà delle imprese, sui conti economici delle imprese, sul fattore produzione.
Riassumendo in modo schematico, ma visivamente chiaro, possiamo dire che mentre negli ultimi tempi esiste un mondo di realtà politiche, di istanze politiche internazionali, di economisti che ha rimesso all'attenzione il tema dell'alimentazione, collegandolo alla produzione e quindi all'impresa, in un'ottica che vede l'andamento della domanda e dell'offerta mondiale evidenziare sempre più criticità, dall'altro lato l'analisi della Commissione europea e la sua proposta sembrano ferme a sette o otto anni fa, quando la lettura della fase storica era completamente diversa, quando cioè si tendeva a ritenere che la liberalizzazione degli scambi avrebbe comunque portato su tutti i mercati la possibilità di approvvigionarsi a basso costo.
Gli sviluppi più recenti dimostrano che tutto questo era errato, e la percezione della tendenza storica oggi è tutt'altra, la crescita della domanda in molte parti del pianeta è vorticosa e non è sufficientemente seguita da un correlativo andamento dell'offerta, con tutta una serie di tensioni sui mercati, accentuate dalla speculazione.
Tutto questo dovrebbe riportare il focus sull'impresa e sulla produzione, quando invece la proposta stessa omette di farlo. È collegato a questo tema il modo in cui la Commissione europea tende a risolvere la parametrazione del sostegno da erogare ai produttori, laddove ci propone un modello che tende a collegare il calcolo degli aiuti erogati ai produttori esclusivamente alle superfici agricole nazionali e superfici aziendali con sistema a doppia caduta, tipo di approccio che ovviamente tradisce il fatto che la realtà di impresa e la realtà di quanto e come si produce diventa un elemento di scarso interesse nell'ottica della Commissione. Consideriamo questo profondamente errato nell'essenza di fondo, cioè nella sua visione di politica economica e nella sua proiezione rispetto alla fase storica, e ne rileviamo anche le ricadute negative dirette sul nostro Paese. Come vi è ben noto, infatti, l'Italia ha un forte valore aggiunto in presenza di superfici agricole molto limitate.
In virtù del modello di agricoltura costruito nell'arco di decenni se non di secoli e anche del savoir faire dei nostri agricoltori, abbiamo una produttività elevata e una produzione lorda vendibile per ettaro che è tra le più alte, se non la più alta d'Europa. Abbiamo, quindi, una situazione in cui una parametrazione del sostegno collegata esclusivamente alla superficie diventa oggettivamente penalizzante per i flussi finanziari destinati al nostro Paese.
Contro tutto questo ci stiamo già battendo. Abbiamo ottenuto già in corso d'opera alcune correzioni parziali non trascurabili. Se lo desiderate, poi scenderemo in ulteriori dettagli, ma per ora mi limito a questa valutazione di fondo sul tema.
Dunque, sulla proposta della Commissione europea occorrerà ancora negoziare a lungo in un contesto non semplice, perché la tendenza prevalente da parte degli altri Paesi membri è quella ad accettare la base di discussione proposta dalla Commissione. Dobbiamo quindi remare contro una corrente che tende nella direzione opposta, però lo faremo con molta decisione, e, a parte alcuni parziali


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risultati già conseguiti, credo che, sia pure in un'ottica di compromesso, riusciremo a ottenere dei risultati tangibili.
C'è una serie non di tecnicismi, ma di questioni sottostanti a quanto vi ho detto, che riguardano sia il funzionamento degli aiuti diretti del primo pilastro, sia il funzionamento dell'organizzazione comune di mercato, sia ancora il funzionamento del regime dello sviluppo rurale, che, se vorrete, potremo tornare a esaminare nel prosieguo di questa audizione.
A questo punto, anche per economia complessiva dei lavori, passerei all'altro tema, che è quello dell'ippica, dove le valutazioni che faccio e che fa il Ministero sono quelle di una crisi profonda del comparto, che ha una genesi lontana e poi anche degli sviluppi più vicini nel tempo.
Sicuramente, esiste per questo settore una tendenza storica molto visibile nella lettura dei dati sulle commesse a una progressiva perdita di interesse, di appeal rispetto all'opinione pubblica, agli spettatori e in particolare agli scommettitori, che sono l'elemento fondamentale di questo sistema, che si muove a metà tra sport, spettacolo e scommessa.
Si riscontra una tendenza storica verso una contrazione di interesse. È utile fare valutazioni sulle cause di questa tendenza, che probabilmente sono riconducibili a molteplici fattori. Da una parte ci sono cause interne, nel senso che l'ippica non ha saputo salvaguardare l'immagine e la credibilità del prodotto. Oggi, rispetto a venti o trent'anni fa lo spettacolo offerto dalle corse dei cavalli gode di minor credito da parte del pubblico, dei consumatori reali e potenziali.
Dall'altro lato c'è il modo in cui si è evoluto nel corso del tempo il mercato delle scommesse nel nostro Paese. Fino a venti o trenta anni fa, nel panorama italiano, le scommesse ippiche erano le uniche legali, a parte i casinò. In seguito si è deciso di immettere una serie di altri prodotti.
Pensate che adesso la scommessa ippica rappresenta soltanto il 2 per cento, addirittura meno del totale delle scommesse fatte nel nostro Paese. Da «monopolista» come era venticinque anni fa, quindi, la scommessa ippica è diventata attore marginale di una scena composita, in cui viene offerto di tutto in termini di scommessa agli interessati.
Questi due fattori, la perdita progressiva di appeal dello spettacolo e la presenza di una serie di nuovi concorrenti in termini di altre scommesse offerte sul mercato, hanno progressivamente schiacciato il settore, portandolo a una crisi complessiva di spettatori e di scommettitori, che ha conosciuto un passaggio particolarmente traumatico lo scorso anno quando, in virtù di una manovra finanziaria effettuata nell'autunno scorso, è stato ridotto di 100 milioni di euro su un totale di 150 milioni il trasferimento dello Stato al settore sotto forma di contributo al montepremi.
Qui occorre una piccola parentesi. In termini di montepremi per le corse, quindi di premi dati ai proprietari dei cavalli che vincono e di contributi agli ippodromi, il settore è alimentato da due flussi: quello dei trasferimenti statali veri e propri, in cui per effetto della scorsa manovra siamo repentinamente passati da un trasferimento di 150 milioni di euro a un trasferimento di meno di 50 milioni, e quello delle percentuali che tornano al settore come prelievo delle scommesse effettuate.
Questi due canali, prelievo sulle scommesse e trasferimento dello Stato, sono il «tesoretto» con il quale si pagano i premi alle corse dei cavalli e si danno dei contributi agli ippodromi. Il taglio di 100 milioni di euro operato nello scorso autunno ha reso impossibile o almeno ha dato la percezione al settore che fosse impossibile far tornare i conti. C'è stato quindi un lunghissimo sciopero, che si è interrotto soltanto intorno al 10 febbraio, a seguito dell'impegno da me preso in vista di una soluzione o di uno scenario di rilancio del settore.
Nel decreto-legge che abbiamo discusso e approvato venerdì scorso in Consiglio dei Ministri, che sarà tra poco al vostro esame, è contenuta anche una disposizione relativa alle scommesse ippiche, che sostanzialmente rende disponibile una


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somma intorno ai 35 milioni di euro, che, al di là dei tecnicismi e dell'ingegneria finanziaria, costituisce un parziale recupero dei 100 milioni tagliati lo scorso anno e una prima, modesta risposta alla situazione del settore.
Devo dire con grande trasparenza che avrei sperato ci fosse ben altro in questo decreto-legge - io stesso avevo lavorato in questo senso - in termini di operazione complessiva di rilancio del settore, perché un intervento tampone come questo non è chiaramente risolutivo, laddove, occorre aggredire con una strategia credibile le ragioni che hanno portato al declino storico del prodotto, altrimenti questo tipo di azioni avrà esclusivamente efficacia congiunturale.
A malincuore devo dire che non è stato possibile arrivare a un'impostazione di un'operazione di respiro più ampio nel decreto legge, anche perché il Ministero dell'economia non ha maturato ancora una sua posizione al riguardo, e senza una posizione del Ministero dell'economia non è ovviamente configurabile un'operazione di questo tipo, per molti motivi che non vi sfuggiranno.
Credo - ed è una sollecitazione che sottopongo alla vostra attenzione - che il Parlamento su questo come in ogni altra materia debba far sentire la sua voce nelle forme che voi, se lo riterrete, individuerete, perché non possiamo sottrarci all'esigenza di dare al settore delle indicazioni di fondo, di indicargli una via per uscire dalla crisi.
Le scuole di pensiero su quale sia la strada da indicare possono essere diverse e probabilmente, qualora deciderete di svolgere un approfondimento, vi trovereste anche tra voi a confrontarvi con letture diverse della situazione. Personalmente, mi limito a fare una constatazione di fondo: se la scommessa ippica rimane, come oggi accade, dentro una rosa di prodotti-scommesse alternativi offerti dagli stessi gestori - infatti attraverso le concessioni rilasciate da AAMS coloro che sul mercato vendono la scommessa offrono tutto un ventaglio di prodotti - è difficile che il settore possa avere un rilancio perché questi operatori economici non hanno interesse a promuovere questo particolare prodotto rispetto ad altri.
Probabilmente, per chi vende scommesse, per chi possiede punti vendita di questo genere è anzi più semplice e maggiormente economico vendere altri prodotti più facili da gestire, che hanno meno complicazioni. L'ippica è una scommessa, ma dietro una scommessa c'è un sistema complesso, che implica anche che i punti vendita offrano una serie di informazioni e siano in grado di dare una serie di risposte allo scommettitore, mentre altre scommesse sono molto più facili da vendere e molto più redditizie.
Questa è una considerazione non conclusiva, ma che lascio alla vostra attenzione, se riterrete poi di proseguire in una discussione o in un approfondimento su questa materia.

PRESIDENTE. Grazie, Ministro. Do ora la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti e formulare osservazioni. Ricordo che per l'economia dei nostri lavori abbiamo stabilito di non superare i cinque minuti a intervento.

VIVIANA BECCALOSSI. Cercherò di rimanere nei tempi, presidente. Innanzitutto ringrazio il Ministro per questa audizione su due tematiche molto importanti, soprattutto la prima, la PAC, perché in momenti di crisi economica pensare che sia strategico il settore ippico mi sembra un insulto all'intelligenza di ciascuno di noi. Parto, quindi, da quello a mio avviso meno importante, che è il settore dell'ippica.
Ritengo che non possiamo prescindere da un'analisi di cosa ha fatto la politica e il Ministero dell'agricoltura per il settore dell'ippica almeno negli ultimi cinque anni. Credo - in questo caso esprimo un'opinione personale - che non si debba confondere l'amore per i cavalli con quello per il gioco per le scommesse, perché spesso anche su giornali politicamente più vicini a me che al centrosinistra si tende a sovrapporre questi due aspetti.
Personalmente amo i cavalli, ma odio le scommesse sui cavalli, e francamente non


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condivido il fatto che lo Stato possa guadagnare sulla scommessa dei cavalli e, addirittura, da qualche tempo perderci, nonostante gli investimenti.
Rimango convinta che, specialmente in momenti di crisi, sia eticamente sbagliato consentire ad alcune famiglie di rovinarsi, perché si gioca, si scommette - dalle slot machine più o meno regolari nei bar e nelle tabaccherie, ai casinò e alle scommesse sull'ippica - pur sapendo che non sull'ippica, ma su tutti gli altri giochi in cui lo Stato è coinvolto guadagna molte risorse. Si tratta, comunque, di una mia opinione personale.
Dovremmo fare un'analisi di quanto è stato fatto nell'ippica negli ultimi anni. Con un suo predecessore abbiamo affidato 150 milioni di euro all'UNIRE, l'ente del Ministero deputato a occuparsi dello sviluppo di tutto ciò che riguarda il settore ippico.
Il Ministro allora in carica affermava che per la prima volta si chiedevano obiettivi chiari che l'UNIRE doveva raggiungere, finalizzati alla spesa di quei 150 milioni, che avrebbero dovuto risollevare il settore. Il risultato è che il settore non si è risollevato, i 150 milioni di euro sono stati spesi e francamente nessuno in questa Commissione ha saputo come siano state spese queste risorse dei cittadini.
Credo che, come ha detto il Ministro, probabilmente il Parlamento dovrà intervenire sul settore dell'ippica, ma non credo francamente che sia prioritario rispetto a tante altre emergenze di questo Paese. In un momento in cui si chiede ai cittadini di andare in pensione più tardi, si chiedono sacrifici ai pensionati, ai dipendenti, agli agricoltori con l'introduzione dell'IMU, è giusto occuparsi del settore ippico, ma non deve certo essere il primo settore in cui investire, specialmente se parliamo di scommesse.
Sulla questione PAC, condividiamo molto l'analisi del Ministro, laddove evidenzia l'esigenza di colmare il gap fra le risorse che come Stato membro diamo all'Europa e ciò che otteniamo «in cambio». Era difficile sostenere qualche anno fa questi famosi 5 miliardi di euro di disavanzo, e lo è a maggior ragione oggi vista la situazione economica che ci riguarda.
Credo che sulla PAC, lo ribadisco ancora una volta, si debba lavorare tutti insieme, come stiamo facendo, per sostenere una posizione dell'Italia che possa essere più trasparente e univoca. È necessario che il Parlamento italiano e i nostri rappresentanti italiani in Europa parlino la stessa lingua nel sostenere una posizione sulla PAC il più possibile vicina alle esigenze degli agricoltori, che sono cambiate in maniera straordinariamente forte nel corso degli ultimi anni.
La stessa PAC, come lei mi insegna, signor Ministro, ha affidato al mondo agricolo ruoli più importanti o comunque diversi rispetto al passato, da tutore del territorio, rispettoso di norme igienico-sanitarie sempre più stringenti, a esperto nel benessere animale, ossequioso di normative di carattere ambientale certamente più forti.
Gli agricoltori italiani ed europei si trovano inoltre in una situazione assai complicata per quanto riguarda la concorrenza di Paesi dentro e fuori dall'Europa senza un quadro di riferimento chiaro a livello legislativo. Le esigenze degli agricoltori sono quindi mutate rispetto a qualche anno fa, e credo che la politica agricola comune dei prossimi anni dovrà cercare di anticipare le esigenze diverse rispetto a qualche anno fa. È dunque necessario lavorare in tal senso, cercando di sostenere il settore agricolo con maggiori risorse.
Negli ultimi anni, l'Inghilterra ha messo in discussione il fatto che una parte importante del bilancio economico dell'Unione europea debba riguardare la politica agricola, ma, se una volta era difficile sostenerne il motivo di tale rilevanza, oggi è più facile per il ruolo che gli agricoltori hanno assunto, non occupandosi più solo di coltivare campi e di allevare bestiame, ma divenendo figure straordinariamente importanti per la società.
Per fare questo c'è bisogno di maggiori risorse, nel contempo bilanciando il peso


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dell'Italia all'interno dell'Europa in maniera superiore a quanto abbia pesato fino ad oggi. Grazie.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE PAOLO RUSSO

PRESIDENTE. Ringrazio la collega Beccalossi anche per l'essenzialità dell'intervento.

GIUSEPPE RUVOLO. Devo essere estremamente sincero, signor Ministro. Ho apprezzato molto il suo linguaggio chiaro e la sua relazione in cui finalmente si intravede qualcosa di diverso. Le dico le ragioni che sento.
Quando qualcuno si esprime contro l'Europa agricola finisce per essere sempre qualcuno da censurare o comunque richiamare perché non ha capito nulla di come vada il mondo. La sua relazione, da me profondamente condivisa, va esattamente nella direzione di quanto ho pensato da tempo.
Lei sostiene che ci sono degli errori di impostazione. Quando sette anni fa, nel contesto europeo, si immaginò di trasformare il mondo agricolo, c'era una visione diversa rispetto alle questioni che oggi sono sul tappeto.
Ritengo che il modello europeo sia fallito soprattutto per l'agricoltura italiana. Auspico quindi che il Governo persegua - con la condivisione del Parlamento - questa idea forte di capovolgere quello che è sbagliato nel contesto europeo, a cominciare dai diversi sostegni, ma anche dalle battaglie promosse in questa Commissione da qualche decennio, iniziando da quella dell'etichettatura sino alla costituzione di un fondo per la crisi di mercato a salvaguardia di specifici prodotti.
Fatico ancora a capire come sia stato escluso il sostegno al grano duro, concesso invece per gli altri cereali. Gli agricoltori, l'impresa agricola vogliono sentire risposte chiare, non trincerate sempre dietro la parola Europa usata per dire tutto e nulla.
Esprimo quindi il mio apprezzamento, signor Ministro, perché lei da non politico ha fatto chiarezza su questo, per cui sono particolarmente soddisfatto di poter iniziare un percorso insieme non per difendere e tutelare a qualunque costo l'agricoltura italiana, ma per renderla partecipe e consapevole dei grandi problemi oggi esistenti nel mondo agricolo italiano.
Credo che ormai quel modello non vada più seguito e che si debba immaginarne uno nuovo. A questo riguardo, l'Italia potrebbe prefigurare un modello condiviso da tutti per porlo in essere ai tavoli delle istituzioni europee. Lei ha citato tutte le contraddizioni, a partire dalle nostre superfici da secoli limitate e dall'impossibilità di condividere una politica basata sull'estensione, e non invece sulla produzione, sulla qualità e soprattutto sulla sicurezza alimentare, che stiamo cominciando a veder franare.
L'accordo tra l'Unione europea e il Marocco - ne parleremo tra poco nel Question time - la dice lunga, in quanto è la devastazione dei prodotti agricoli del Mezzogiorno, a cominciare dagli agrumi, dall'olio, dalla frutta secca.
Vogliamo vedere un nuovo modello di Europa agricola, che possa finalmente consentire all'Italia di rivestire un ruolo importante in termini non solo di versamenti, ma anche e soprattutto di modelli diversi, in grado di garantire i nostri agricoltori.
So quanta fatica a livello europeo dovrà fare, signor Ministro, ma ritengo che avrà tutto il Parlamento dalla sua parte per difendere finalmente l'agricoltura italiana.
Sul mondo dell'ippica, va ripensato tutto il modello attuale. Negli ultimi quattro o cinque anni abbiamo promosso provvedimenti tampone, che non sono serviti a nulla. Lei è riuscito a ottenere dal Governo 35 milioni di euro, che però, come ha ammesso onestamente, serviranno a poco o nulla.
Considero necessario un approfondimento vero, se vogliamo dare una risposta al mondo dell'ippica.


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NICODEMO NAZZARENO OLIVERIO. Rivolgo un ringraziamento particolare al Ministro per i contenuti della sua relazione, per come ce li ha illustrati e anche per non averci nascosto le preoccupazioni del Ministero sulla fase di questa riforma della PAC.
Come Commissione agricoltura, ai sensi dell'articolo 127 del Regolamento, abbiamo avviato l'esame del pacchetto PAC, che servirà a noi, al Parlamento italiano, ma anche al Governo per esprimere la posizione dell'Italia che mi auguro sia unitaria nelle sedi europee, per capire come dobbiamo muoverci.
Condivido che siamo fermi a sei, o sette anni fa e non giustifico nemmeno il fatto che l'Italia sia un contribuente netto, pur avendo creduto come ancora credo in un'Unione europea senza frontiere, perché siamo consapevoli che questa trattativa a ventisette membri sarà difficile e complessa e che il nostro Paese è stretto tra vecchi Stati membri rigoristi e nuovi Stati con aspettative e ambizioni troppo elevate e nostri concorrenti. Gli agricoltori italiani saranno quindi sicuramente sacrificati da questa situazione.
Vorrei porre una domanda che dalle mie parti si definisce «nuda e cruda» e che in quest'aula potremmo forse definire poco politica, chiedendole quali siano secondo lei i punti non negoziabili di questa PAC.
Un tema centrale è sicuramente quello delle risorse, di cui lei ha parlato. L'Italia rischia di essere penalizzata per due ragioni. La prima, che considero la più importante, è perché la ripartizione delle risorse tiene conto solamente della superficie agricola e non, specialmente in un periodo di crisi come quello attuale, della produzione vendibile, del valore aggiunto e dell'occupazione. La seconda riguarda il fatto che per l'assegnazione del contributo viene considerata per l'Italia una superficie di 10,2 milioni di ettari, anziché, come dovrebbe essere, di 12, 8 milioni di ettari.
In questo modo, l'Italia a regime verrà penalizzata di 250 milioni di euro annui. Vorrei chiederle quindi se si potrà recuperare questo gravissimo e ingiustificato trattamento negativo per l'Italia.
Comprendo che non si può proporre un ragionamento di partita doppia, ma per l'Italia, in un momento di crisi come l'attuale, di difficoltà economica, in cui l'agricoltura è veramente alle corde, credo che sia necessario fare qualcosa.
Un tema importante è quello del greening, che potrebbe rappresentare una specie di deriva ambientalista della PAC, che non giustificabile del tutto in questo periodo. Peraltro il greening penalizza l'agricoltura mediterranea, in quanto non considera gli uliveti, i vigneti e gli agrumeti. Ci chiediamo quindi cosa si possa fare, se abolire il greening come non credo sia possibile, ridurne lo stanziamento attualmente fissato al 30 per cento delle risorse e dei pagamenti diretti, migliorare l'attuale definizione del greening per renderlo meno impattante e più compatibile con l'agricoltura mediterranea.
Un altro tema importante è quello dei passaggi dai pagamenti storici ai pagamenti regionalizzati. Vorrei chiederle se si possa rendere questo passaggio più compatibile con il processo di adattamento delle imprese. Credo che la posta in gioco sia alta: può un olivicoltore calabrese o un allevatore lombardo perdere il 65 per cento delle risorse dei pagamenti storici? Si può adottare un periodo transitorio più morbido per gli agricoltori storici? Questi temi sono importanti per noi e riteniamo che si potrebbe pensare a una differenziazione dei pagamenti diretti tra seminativi, colture arboree e pascoli.
Vi è poi il tema della semplificazione. Da più parti la Commissione parla di efficienza della PAC e di semplificazione, ma la proposta va in tutt'altra direzione. Oggi i pagamenti diretti sono di due tipologie: i pagamenti disaccoppiati e quelli effettuati in base all'articolo 68 della PAC.
La nuova PAC prevede sei tipologie di pagamenti diretti, con alcune sovrapposizioni tra primo e secondo pilastro. Ad esempio, il pagamento per i giovani agricoltori e per le aree svantaggiate sono in entrambi i pilastri della PAC. Mi chiedo


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quindi se siamo sicuri, signor Ministro, che questo spezzatino della PAC vada nella direzione della semplificazione e che non sarebbe meglio una semplificazione del sostegno.
Sugli agricoltori attivi credo che ci sia molto da dire, ma credo che la posizione italiana e quella delle organizzazioni agricole dovrebbe essere prevalente. Un altro tema fondamentale è quello del funzionamento della filiera alimentare, tema dibattuto ed estremamente attuale in Italia specialmente dopo l'approvazione dell'articolo 62 del decreto-legge sulle liberalizzazioni, sul quale chiederei qualche chiarimento e qualche rassicurazione.
Noi del Partito Democratico ci siamo spesi su questo tema e abbiamo dato la massima disponibilità a portare avanti quanto lei giustamente ci indicava, però vorremmo qualche rassicurazione a proposito di quanto è successo al Senato.
C'è infine un problema nell'organizzazione dei produttori, quindi potremmo finalmente mettere mano a una modifica della norme del famoso decreto legislativo n. 102 del 2004. Ci sono molte proposte di legge qui in Parlamento, alcune presentate dal Partito Democratico, ma dimostrano soltanto la nostra disponibilità ad andare avanti e sono proposte di legge aperte. Vogliamo il contributo di tutti e credo che su questo possiamo lavorare insieme.
Un ultimo tema è quello della politica di sviluppo rurale, su cui ci sono molte incognite. La prima riguarda le risorse finanziarie su cui la Commissione europea non ha dato ancora indicazione. Vorrei sapere se riusciremo a conservare le stesse risorse attuali.
Sul secondo pilastro della PAC sono state inserite le misure per la gestione del rischio in agricoltura. Il Governo italiano ha chiesto che queste misure siano collocate nel primo pilastro della PAC. Vorrei sapere se questa richiesta avrà successo o si dovrà accettare la scelta della Commissione. Vorrei chiederle inoltre se i nuovi PSR saranno più flessibili oppure, come è attualmente, i 21 PSR italiani non potranno dialogare anche dal punto di vista finanziario.
Questi sono i temi che abbiamo di fronte, ma credo che la volontà condivisa da tutti in questa Commissione sia quella di andare avanti e di portare a soluzioni condivise, in grado di rilanciare l'agricoltura. L'abbiamo sempre fatto, ma oggi abbiamo anche un'emergenza, signor Ministro, che abbiamo visto con lei. Lei ci ha dimostrato tanta buona volontà nell'affrontarlo, ma c'è un nodo che bisogna sciogliere ed è quello dell'economia. C'è il problema dell'IMU.
Le aziende agricole sono veramente in crisi, il costo della produzione è elevatissimo e un ulteriore aggravamento del costo di produzione relativo all'IMU rischierebbe sicuramente di far deflagrare tutto il settore. Vorrei chiedere cosa possiamo fare tutti insieme per risolvere questa questione.
Per quanto riguarda l'ippica interverrà più puntualmente l'onorevole Brandolini che si è sempre occupato della materia. Grazie.

ANITA DI GIUSEPPE. Come gruppo dell'Italia dei Valori, possiamo fare delle considerazioni, delle raccomandazioni ma nel senso buono, non come segnalazioni, bensì come esortazioni a fare sempre di più per la nostra agricoltura.
Lei da non politico - non voglio dire da tecnico, perché secondo me sminuisce molto la funzione di un ministro - ma come competente in materia sa perfettamente quanto sia importante la filiera agroalimentare italiana, soprattutto per quanto riguarda la qualità e la salubrità. Ora però dobbiamo mettere le imprese agricole in condizioni di lavorare con i criteri della produzione di qualità di prodotti che tutelino la salute dei cittadini italiani.
Sa anche quanto siano importanti le risorse che arrivano dall'Europa per l'agricoltura italiana. Dallo Stato gli imprenditori agricoli non ricevono molto, come dimostra anche la vicenda dell'IMU evidenziata dagli onorevoli Beccalossi e Oliverio.
La prossima PAC deve innanzitutto assicurare la produttività, la competitività,


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la valorizzazione dei nostri prodotti agricoli e la promozione del nostro made in Italy. È stata ricordata la questione dei prodotti che arrivano dal Marocco, perché le nostre aziende agricole si trovano svantaggiate di fronte ai minori costi produttivi e di manodopera di altri Paesi.
Bisogna fare in modo che il ruolo strategico dell'Italia nella produzione di prodotti di qualità venga sottolineato. Altre volte ho lamentato - da parte dei tre precedenti ministri dell'agricoltura, che si sono avvicendati in questa legislatura - la scarsa autorevolezza dell'Italia nel negoziare in Europa. Mi auguro invece che da parte sua questo venga fatto e per questo ho ascoltato bene la sua relazione e ho letto le sue dichiarazioni.
C'è bisogno di difendere le imprese agricole italiane, che sono state lasciate sole in questo difficile momento di crisi internazionale e hanno fatto tutto da sole. Con la nuova PAC, sicuramente rivolta a un territorio che ricopre una superficie molto ampia, il 50 per cento di tutta l'Europa, con milioni di addetti ai lavori, è necessaria da parte sua un'attenzione più marcata.
So che lei ha dichiarato, Ministro, che questa PAC non la soddisfa, e noi siamo con lei. L'onorevole Ruvolo ha detto che avrà tutto il Parlamento al suo fianco. Ci saremo anche noi dell'Italia dei Valori, ma, avendo avuto un'esperienza pregressa in cui per l'agricoltura è stato fatto ben poco, vogliamo maggiore concretezza. Gliela chiediamo e quindi saremo con lei, se ci sarà questa concretezza da parte sua.
Se il presupposto è quello delle risorse a sostegno dell'agricoltura, non si può accettare che nella ridistribuzione dei fondi si tenga presente soltanto la superficie coltivabile. Anche la componente greening penalizza le nostre colture, perché è impossibile pensare che un'agricoltura mediterranea, dove troviamo l'ulivo e la vite, che sicuramente sono importanti in termini di cattura di CO2, non aiuti l'ambiente e non valorizzi il paesaggio.
Anche per quanto riguarda la questione dell'agricoltore attivo, attenzione a non elargire risorse al lobbista. Sappiamo perfettamente che il nostro agricoltore attivo svolge un'attività agricola soprattutto professionale. Sarebbe meglio che il contenuto di questi due termini, agricoltore attivo, venisse affidato allo Stato membro, perché abbiamo idee precise sul vero significato di agricoltore attivo.
Altri obiettivi sono importanti, come ad esempio il ricambio generazionale. Oggi, soprattutto le piccole imprese sono gestite da agricoltori che hanno magari più di sessant'anni. C'è bisogno di questo ricambio generazionale e quindi di un sostegno per i giovani che vogliano avviare un'attività. Proprio per questo, per il sostegno all'agricoltura, bisogna guardare al futuro, che è rappresentato soprattutto dai giovani.
Prima ho affermato che le aziende agricole sono state lasciate sole, perché la PAC del 2007-2013 ha lasciato veramente da solo il settore agricolo. Oggi, nella PAC 2014 deve essere soprattutto inserita una rete di sicurezza, che in maniera tempestiva ed efficace permetta di affrontare le situazioni di crisi e le oscillazioni del mercato, anche perché bisogna dare una risposta agli imprenditori e dimostrare che il loro reddito ormai al minimo storico è tutelato da chi governa.
Le chiediamo quindi di farsi carico di tutte queste problematiche da lei condivise, perché nella sua relazione c'è la piena consapevolezza delle difficoltà del sistema agricolo italiano. È questa la richiesta che l'Italia dei Valori le rivolge, perché bisogna tutelare l'anello debole del sistema agricolo italiano, che rimane sempre l'agricoltore.

SEBASTIANO FOGLIATO. Ringrazio il signor Ministro sia a nome mio personale, sia a nome del gruppo della Lega Nord, per essere presente in questa Commissione e per aver accettato di riferirci su due temi - in particolare quello della PAC, che riguarda il futuro dell'agricoltura post 2013 - molto importanti. Le scelte di questa PAC saranno infatti determinanti per il futuro sviluppo della nostra agricoltura.


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Permettetemi una considerazione. Quando in questa Commissione abbiamo esaminato - lei, Ministro, non era ancora in carica - una risoluzione sulle quote latte, la Commissione era a ranghi completi, non c'erano neanche più posti a sedere. Oggi, a fronte di un tema importante come la PAC, che riguarda il futuro dell'agricoltura post 2013, si registra un'assenza totale di interi Gruppi di maggioranza, che si limitano a un breve intervento, peraltro contingentato, per poi abbandonare la seduta senza neanche ascoltare la replica del signor Ministro.
Desidero stigmatizzare questo comportamento disdicevole, che non ci appartiene, e rilevare come non venga focalizzata l'importanza del momento e della giornata all'interno del dibattito di questa Commissione.
Veniamo al dibattito - perdonate questo breve inciso - sulla questione della PAC post 2013. Abbiamo ascoltato con attenzione le osservazioni del signor Ministro. È inutile dire che il mondo agricolo vive con apprensione questo negoziato, ma ciò non significa con preoccupazione: abbiamo piena fiducia nell'attività svolta dal signor Ministro nel portare a termine questo negoziato e siamo certi che verrà fatto il possibile per portare a casa la nostra parte.
Lei ha fatto bene a sottolineare il divario di miliardi di euro annui tra quello che l'Italia versa e quello che riceve sotto diverse forme. Penso che anche questo sia uno strumento per riequilibrare questa prima bozza e questo documento.
Occorre soprattutto introdurre in questo negoziato - la nostra agricoltura lo merita - un criterio di premialità rispetto ad altri modelli di agricoltura. La nostra agricoltura produce qualità ed è invidiata nel mondo per le produzioni agroalimentari, per cui un criterio di premialità per questi nostri prodotti eccezionali e unici va messo sul tavolo di questo negoziato. Anche il discorso della superficie deve corroborare l'esigenza di arrivare in questo negoziato non solo per ottenere quello che è giusto, ma soprattutto per fronteggiare situazioni come l'aumento del costo dei carburanti, che sta attanagliando le imprese, o l'introduzione dell'IMU.
Sappiamo, signor Ministro, che lei è impegnato in prima persona sul tema e che è sensibile all'argomento. L'IMU equivale quasi al budget complessivo della PAC. Adesso noi stiamo parlando di questo negoziato, ma occorre ricordare che l'IMU ha un impatto come quello della PAC sulle aziende.
Sono tante le cose messe in campo, non ultima l'intenzione di difendere queste situazioni. Siamo molto preoccupati dall'accordo che consente l'introduzione dei prodotti del Marocco con la riduzione dei dazi, delle tariffe per lo sdoganamento di questi prodotti, che impattano negativamente. Bisogna combattere ad armi pari con agricolture che adottino le stesse regole.
A volte si propongono delle aggregazioni, con cui si potrebbe competere maggiormente, ma certo non per competere con Paesi che hanno regole completamente diverse dalle nostre, a partire dalla previdenza e dalle norme sul lavoro per finire a quelle sulla salubrità del prodotto, che nel nostro Paese è garantita ai massimi livelli, mentre in altri Paesi si può ancora discutere dei residui fitosanitari.
Occorrerà quindi vigilare anche su questo provvedimento votato dal Parlamento con il quale sono stati introdotti questi accordi commerciali con il Marocco, che riteniamo fortemente penalizzante per il nostro modello di agricoltura, che deve competere con modelli che nulla hanno a che fare con i nostri.
Due parole sull'ippica. Ho apprezzato le considerazioni del Ministro sull'evoluzione del settore, che non si è adeguato alla maggior concorrenza nel settore delle scommesse. Ritengo che parlando del settore ippico nel nostro Paese si debba prendere in considerazione anche il patrimonio genetico custodito negli allevamenti che hanno investito. Lo intendo anche sotto questo profilo, non soltanto sotto quello della scommessa, che, come giustamente evidenziava l'onorevole Beccalossi, non vedo con favore.


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Ritengo infatti che gli sforzi per il patrimonio genetico fatti nell'ippica del nostro Paese debbano essere salvaguardati e che questo patrimonio unico debba essere aiutato attraverso un meccanismo che non si limiti a pubblicizzare la scommessa sui cavalli anziché su altro.
Non abbiamo bisogno di uno spot o di una pubblicità televisiva con cui accattivarsi il mercato delle scommesse. Se la pubblicità deve essere fatta, deve riguardare i nostri allevamenti, che sono un fiore all'occhiello nel mondo dal punto di vista della selezione genetica. Penso che il settore si sia basato negli anni sulle scommesse e sulla competizione, tuttavia, per mantenere questo patrimonio genetico è necessario che esso si evolva su altre strade di finanziamento.
Venti anni fa la scommessa sui cavalli aveva una forte attrattiva, mentre oggi esistono altre forme di gioco e questa diversa offerta ha fatto soccombere questo importante settore, al quale guardiamo con attenzione sotto il profilo degli allevamenti e degli sforzi fatti negli anni.

TERESIO DELFINO. Il Ministro ha fornito un puntuale aggiornamento alla Commissione, segno anche di grande attenzione e rispetto del ruolo del Parlamento.
Esprimo piena condivisione con la linea espressa dal Ministro sia sugli obiettivi, sia sulle criticità. Condividiamo quanto è stato detto perché partiamo da una domanda diversa, chiedendoci quale progetto di agricoltura l'Europa intenda affermare, se una linea di continuità, di tradizione o di innovazione anche in relazione alle mutate condizioni dei mercati rispetto alla produzione agricola.
In passato, sembrava esserci una sovrabbondanza di produzione, mentre invece l'evoluzione dei mercati ha portato a un profondo cambiamento, per cui anche il progetto dell'agricoltura europeo deve avere un approccio che mi auguro sia quello da lei sinteticamente delineato in questa occasione, con una rivisitazione dei presupposti rispetto a una politica agricola comune, che, come lei ha evidenziato, deve mettere al centro la produzione e l'impresa.
Condividiamo pienamente il suo discorso, perché riteniamo che combinando questi due straordinari fattori, impresa e produzione, ricomprendiamo anche tutte le altre funzioni. Con la cosiddetta legge di orientamento ci siamo occupati della multifunzionalità in agricoltura, ma non possiamo dimenticare l'essenza del valore dell'agricoltura. Riteniamo che si ci si debba muovere su questi due pilastri, partendo anche dalla situazione dell'agricoltura italiana, laddove è indubbio che occorra ancora sostenere la ristrutturazione dell'impresa agricola.
Il nostro dimensionamento richiede un passo in avanti, quindi sarei favorevole a rafforzare misure di accompagnamento per l'uscita (mi scuso per la parola) di imprenditori marginali, senza abbandonare i territori, che è tutta un'altra questione. Occorre favorire, invece, l'accorpamento fondiario e ogni strumento che faccia sì che l'imprenditore agricolo sia il soggetto che gode dei sostegni, perché condividiamo l'assunto iniziale che lei ha ribadito rispetto alle risorse e alla entità della spesa.
Riteniamo che anche l'utilizzo di queste risorse debba consegnare all'Italia, alla fine del 2020, un'agricoltura con una sua strutturazione, avviando e completando un profondo processo di ristrutturazione.
La seconda questione su cui desidero soffermarmi riguarda il rapporto da lei accennato tra il migliore utilizzo delle risorse e la realtà dell'ultima PAC - quella dal 2006 al 2013 - dove rischiamo, per un'incomprensione, non perché si vogliano strappare competenze alle Regioni, di perdere ancora risorse.
Come ribadito dall'onorevole Fogliato, il nostro Paese è un contributore netto e la nostra organizzazione non può farci perdere ancora le risorse assegnate. Anche questo aspetto, nella flessibilità dell'organizzazione della Politica agricola comune, è un elemento su cui vorrei incentrare l'attenzione, perché le altre questioni del


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greening, dell'utilizzo delle risorse, e del riparto, sono già state toccate, e le condivido in larga parte.
Desidero però concludere questa riflessione con un accenno alla semplificazione e all'innovazione. Credo che su questo lei stia facendo un lavoro preziosissimo, però, come diceva l'onorevole Oliverio, dobbiamo assolutamente superare le duplicazioni, perché c'è una stanchezza e un rigetto da parte del settore agricolo rispetto alle difficoltà burocratiche.
Mi pare che prima una risposta debba venire dal settore sotto il profilo del riequilibrio indispensabile nella filiera della commercializzazione. Noi riteniamo che la capacità di aggregazione nel settore sia troppo debole. Va bene modificare il decreto legislativo 102 del 2004, ma bisogna cambiare - scusatemi l'espressione - la testa al nostro mondo agricolo latu senso, nel senso che più concentriamo e abbiamo capacità di fare un'offerta associata, condivisa e integrata, e più riusciamo a riequilibrare quella gravissima situazione a danno del produttore e del consumatore.
Sull'ippica voglio dire solo due cose, che mi pare siano già state affrontate. Nel nostro settore ippico abbiamo il valore di una storia, il valore di un grande patrimonio e anche di una capacità di produzione equina di qualità. È però successo quello che capita in tanti settori, uno per tutti il calcio, quando non c'è capacità di innovazione e di nuova progettualità.
Noi ci siamo attardati - dico «noi» per le poche responsabilità che ho avuto in qualche anno di governo - a sostenere l'esistente: è mancata una visione di come salvaguardare in futuro il nostro prodotto nella competizione complessiva.
Credo, quindi, che si debba premiare con tutti gli strumenti possibili chi sviluppa nuova progettualità per mantenere questo grande patrimonio, questa grande realtà nel nostro Paese. Grazie.

KARL ZELLER. Sarò brevissimo. Vorrei innanzitutto ringraziare il Ministro per essere riuscito almeno in parte - con i 35 milioni di euro - a recuperare questi gravi tagli per l'ippica. Vorrei chiedergli anche di vigilare sulla distribuzione dei tagli necessari che tutti gli ippodromi dovranno sopportare per mantenere un certo equilibrio, anche tenendo conto del settore degli ostacoli, che ha altri costi rispetto a quello delle corse in piano. Grazie.

PRESIDENTE. Straordinario!

SANDRO BRANDOLINI. Grazie, Ministro, di essere qui con noi per affrontare due temi importanti, anche se molto diversi in consistenza e in importanza per il settore agricolo.
Se mi è consentito, voglio dire all'onorevole Fogliato che l'atteggiamento di questa Commissione non è cambiato con il nuovo Governo, nel senso che atteggiamenti come quelli odierni, sui quali condivido la sua valutazione, non sono nuovi...

PRESIDENTE. Non è una scusa, ma è un'aggravante.

SANDRO BRANDOLINI. Detto questo, prima di parlare per due minuti dell'ippica vorrei esprimere la nostra forte preoccupazione per la modifica introdotta all'articolo 62 del cosiddetto decreto sulle liberalizzazioni.
Da quello che abbiamo letto, tutto è demandato a una Commissione interministeriale che dovrà poi fare dei decreti attuativi, ma la questione del passaggio dalla consegna alla fatturazione potrebbe essere un cavallo di Troia per introdurre il pagamento quando vuole la grande distribuzione organizzata.
Voglio anche ricordare che spesso il prodotto viene dato in conto deposito, e penso al vino e ai prodotti del pomodoro, quelli conservati in generale, che vengono oggi pagati anche a oltre un anno dalla consegna. Può essere accettabile, se c'è un tempo ben stabilito che non dà adito a furberie e se si stabilisce che comunque dalla consegna del prodotto alla fatturazione non possono intercorrere più di trenta giorni. A quel punto, avremmo comunque un tempo più o meno rispettoso della finalità dell'articolo 62.


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Chiusa questa parentesi, che poi magari avremo occasione di approfondire meglio quando il provvedimento giungerà all'esame della Commissione, avevo seguito le sue dichiarazioni sull'ippica, Ministro, e, se da un lato debbo riconoscere che conosce bene il problema anche oggi illustrato, dall'altro devo associarmi all'esigenza di un intervento vero da parte del Parlamento, ma anche da parte del Governo. Questo è il problema. Io l'ho seguita in più occasioni su questo tema.
Desidero ricordare che nel cosiddetto decreto «Milleproroghe» c'era un impegno alla Camera di affrontare il tema al Senato, che poi non è stato affrontato, quindi non è neanche un problema di risorse, perché quell'emendamento conteneva anche la copertura finanziaria, quindi non andava a gravare sui costi dello Stato, perché prevedeva una maggiore entrata pari al costo stesso.
Probabilmente c'è bisogno di superare delle remore - non da parte del suo Ministero - rispetto a un settore che va profondamente ristrutturato, che però ha 60.000 addetti, di cui più della metà a tempo pieno, che oggi rischiano di perdere definitivamente questo lavoro.
I 35 milioni di euro sono assolutamente - penso lo sappia anche lei - insufficienti. In ogni caso, anche se fossero maggiori rispetto al passato, c'è un problema di risorse, ma prima di tutto un problema di profonda ristrutturazione del settore. Senza ristrutturazione questo settore non si salva, perché a partire dalla legge Orsi Mangelli del 1942, che peraltro era un famoso allevatore, l'ippica italiana è stata sovvenzionati dallo Stato o comunque dalle corse.
Oggi non è pensabile che si possa ritornare a questo anche con una separazione e un miglioramento del prodotto scommessa ippica - che lei sta perseguendo e che ritengo sia comunque necessario, perché non ci sarà più la possibilità di una copertura finanziaria - poiché oggi le entrate derivanti dall'ippica arrivano appena all'1 per cento del monte scommesse.
È necessaria quindi una profonda ristrutturazione del settore, e oggi non c'è il tempo, sulla quale abbiamo bisogno di confrontarci, signor Ministro, con tutto il comparto ippico, ma anche tra di noi, perché dobbiamo necessariamente passare per questa via e indicare la strada per la ristrutturazione, il risanamento e per rilanciare le aziende sane - gli allevamenti o gli ippodromi - che se messe in condizioni di farlo hanno la possibilità di costruire il futuro, rispetto a quelle che invece non hanno le condizioni per sopravvivere. È inevitabile in tutti i processi.
Occorre tenere conto che il settore ha una filiera molto ampia, che si fonda su due pilastri fondamentali, in primis l'allevamento e poi la verifica del prodotto della qualità che avviene negli ippodromi. Su questi due pilastri dobbiamo intervenire per fare quella ristrutturazione e quella riconversione senza la quale non salviamo il settore.
Quindi va bene il decreto, purché però sia l'occasione per avviare questo processo senza il quale non si salva il settore, sapendo però che quelle risorse sono comunque insufficienti anche nell'ipotesi in cui si vada a una profonda ristrutturazione. Grazie.

MASSIMO FIORIO. Grazie, Ministro per essere presente oggi e anche per la franchezza con cui ha affrontato la questione soprattutto nella parte riguardante la PAC. Al di là del quadro contabile, economico e finanziario, infatti, lei si è sbilanciato anche su una valutazione dell'impostazione di fondo di questo documento, di come finora si è evoluto e del pensiero che lo guida. Non ha omesso, infatti, di dire che secondo la sua visione vengono penalizzate impresa e produzione e che ha elementi vetusti, superati.
Anche nel quadro macroeconomico, nella globalizzazione è evidente il tema della volatilità dei prezzi, che è importante. Da questo punto di vista, mi piacerebbe capire, anche rispetto alla gestione dei rischi in cui il settore incorre per quanto riguarda i mercati, quale atteggiamento sia stato adottato dalla comunità e


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quali strumenti siano stati individuati a livello nazionale.
Noi abbiamo trattato per due anni il tema del Fondo di solidarietà, che è legato a un altro tipo di rischio, e ci siamo avviluppati dentro quella discussione, dimenticando che forse questa agricoltura aveva bisogno anche di dotarsi di strumenti per fronteggiare le dinamiche interne a un settore, a un mercato, a un capitalismo che lo mette in seria tensione.
Un altro tema importante, non citato rispetto al documento della PAC, è quello dell'Organizzazione comune di mercato (OCM) unica. Vorrei chiederle se si tratti di una questione che modifica l'approccio dei produttori rispetto ai vari settori o sia soltanto un impacchettamento delle diverse OCM, e vorrei conoscere anche l'orientamento rispetto al tema delle quote dei diritti di impianto. Penso per esempio al settore vitivinicolo e alla battaglia che alcuni Paesi hanno fatto a cui l'Italia è arrivata con notevole ritardo.
Anche rispetto all'evoluzione del provvedimento credo ci sia una questione di adattabilità delle misure stesse rispetto ai differenti quadri nazionali, e mi riferisco soprattutto al tema dell'agricoltura attiva. Vorrei sapere se si vada verso una definizione che passa per un'adattabilità rispetto agli Stati membri o se invece quel vincolo rischi di essere imposto e di imporre una valutazione negativa da questo punto di vista.
Lei, parlando della PAC, è partito da uno sbilancio tra la contribuzione netta e quello che invece può dare questa misura. Le voglio ricordare che si individua uno sbilanciamento anche rispetto agli interventi che questo Governo ha fatto rispetto al settore. Mi riferisco all'IMU, perché ci stiamo accorgendo che il gettito generato dall'imposizione dell'IMU sui fabbricati rurali è superiore al previsto, per cui viene richiesto all'agricoltura più di quanto può dare.
Se è problematico il quadro della PAC, se è problematico il quadro anche strutturale del reddito in agricoltura in questo Paese, vorrei sapere - esco un po' fuori dal sacco, però rientro rispetto allo sbilancio iniziale - se ritenga che rispetto alla questione IMU ci siano elementi correttivi da mettere in campo e quando si possa fare. Grazie.

ANTONIO PEPE. Anch'io ringrazio il signor Ministro per essere qui presente.
Desidero porre una domanda puntuale sulla PAC. Premesso che ho presentato delle interrogazioni relativamente al greening e alla regionalizzazione, il Governo mi ha dato delle risposte e resto fiducioso sull'impegno da parte vostra e dell'Europa di fronte a questi due argomenti, vorrei però conoscere anche il vostro orientamento relativamente alle condizionalità stabilite dalla Proposta di regolamento sul sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR) - COM(2011)627.
Vorrei inoltre sapere se riteniate che su questo discorso della condizionalità alcune posizioni possano essere riviste relativamente alla condizionalità macroeconomica, nel senso che non si vede il motivo per cui le Regioni debbano essere penalizzate per una responsabilità che potrebbe essere imputata al Governo centrale in caso di mancata coesione e rispetto del Patto di stabilità.
Vorrei poi fare un riferimento alla riserva di rendimento, laddove dover riservare il 5 per cento potrebbe indurre le Regioni a definire degli obiettivi meno importanti e di taglio mediocre.
Infine, relativamente alla governance, sappiamo che le Regioni diventeranno cogestori con i finanziamenti del FAS. Sarebbe bene che il Governo intervenisse per far sì che le Regioni venissero maggiormente coinvolte quando vengono negoziati documenti strategici quali il contratto di partenariato e il quadro strategico comune. Grazie.

GIAN PIETRO DAL MORO. Grazie, presidente, grazie signor Ministro di essere qui con noi. Sono trascorsi i primi cento giorni del nuovo Governo e anche dal suo insediamento, quindi mi sento di dire che sicuramente una sobrietà e uno stile sono ritornati nella gestione della politica agricola


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italiana e che alcuni temi, che sono stati marginalizzati sia come posizionamento che come politica, sono tornati al centro dell'agenda del Governo italiano.
Mi riferisco prima di tutto al nuovo ruolo di credibilità anche nella politica economica agricola a livello europeo. Abbiamo vissuto anni nei quali i suoi predecessori hanno destato in Europa qualche critica, mentre oggi l'Italia, grazie anche alla presenza e all'autorevolezza del Presidente Monti, è stata ricostruita una credibilità a livello generale, ma anche all'interno della nuova politica agricola europea.
Pur con le difficoltà oggi evidenziate dall'intervento dell'onorevole Brandolini, il tema dell'impresa agricola è stato riportato nel cuore della discussione politica. Adesso vedremo cosa succederà esaminando il citato articolo 62 e gli altri provvedimenti, ma è stata aperta la tematica dei contratti scritti, delle modalità di pagamento, mentre prima non l'aveva fatto nessuno.
Discuteremo quindi se farlo meglio e come si possa fare, ma questo è avvenuto ed è un fatto del quale personalmente do atto al Ministro e credo che tutti noi siamo convinti sostenitori, e l'intervento del collega Brandolini era per migliorare, laddove possibile, il contributo per risolvere le questioni.
Mi preme solo fare due piccoli incisi. Il primo: poche ore fa la Banca centrale europea (BCE) ha dato altri 100 miliardi di euro alle banche italiane. Non solo le aziende commerciali e artigiane, ma anche le imprese agricole soffrono nella cessione del credito. Spesso si parla di aiuti alle imprese artigiane, alle imprese commerciali, ma la prego di evidenziare all'interno del Consiglio dei ministri che il tema riguarda anche le aziende e le imprese agricole, che hanno bisogno di processi di ristrutturazione significanti.
Il secondo tema riguarda un nuovo processo culturale a livello di strumenti finanziari e di politica economica europea. Spesso si sono costruite politiche agricole nazionali e internazionali che hanno guardato agli investimenti dentro l'azienda, mentre poco si è guardato a quello che avviene fuori dell'azienda, alla capacità di aiutare le aziende agricole a stare nei mercati internazionali con l'attività di marketing strategico o di promozione.
È giunto il momento di aiutare a investire non solo nell'hardware delle imprese agricole, ma anche nel loro software.

GIUSEPPINA SERVODIO. Ruberò solo un minuto perché desidero ringraziare il Ministro. Ieri, abbiamo approvato in questa Commissione - in assenza del Governo, ma non è un appunto - il parere sul decreto semplificazioni.
La pregherei - e credo di interpretare il sentimento di tutti i componenti di questa Commissione - di sostenere le motivazioni e gli obiettivi che in questo parere ci siamo sforzati di dare, perché è una grande occasione. Avete fatto uno sforzo, non è sufficiente, però lo apprezziamo.
Attraverso gli emendamenti presentati dai vari Gruppi parlamentari, abbiamo accentuato un processo di semplificazione grazie al quale, se lo faremo, avremo anche la possibilità di gestire meglio la politica che verrà dalla PAC. Tengo a precisare, in particolare, che abbiamo introdotto un tema importantissimo, quello del rapporto delle imprese nel mondo del lavoro, quello che riguarda istituti come l'AGEA e altro, cioè abbiamo concordemente rafforzato alcune norme, ma, soprattutto, abbiamo introdotto un concetto nuovo: il mondo agricolo italiano si deve riorganizzare. Non capiamo infatti per quale motivo l'agenda digitale debba interessare solo l'industria, mentre deve interessare anche il mondo agricolo.
Esiste una direttiva della Comunità europea, anche un piano approvato dal Governo. Crediamo di sfidare il ruolo di questa Commissione insieme a lei, per introdurre un elemento di grande innovazione.
La pregherei di appoggiare attraverso i suoi colleghi nelle Commissioni di merito tutti quegli emendamenti che non sono certamente ostruzionistici, ma che vanno nella direzione del miglioramento dello sforzo che avete già compiuto. Riteniamo di aver dato un contributo importante al mondo agricolo.


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PRESIDENTE. Non voglio sottrarre tempo al Ministro, che peraltro deve tra poco andare in Assemblea per rispondere nell'ambito del question time.
Due questioni soltanto di carattere specifico. Non ragionerò né di PAC, né di vicenda pesca, ma il Ministro sa che ieri ci siamo riuniti a Bruxelles con i Presidenti delle Commissioni dei Parlamenti europei. Il nostro apprezzamento per il suo lavoro è totale: lei deve avvertire sempre non soltanto il sentimento di una parte del nostro Paese, le organizzazioni agricole, ma anche il sentimento forte di questa Commissione nel sostenerla nelle ragioni che va rappresentando sia sul fronte PAC, sia sul difficilissimo fronte pesca.
Il prossimo 15 marzo incontreremo in questa sede il Commissario europeo per la pesca e gli affari marittimi Damanaki, tenteremo di esprimere le ragioni comuni. È evidente che l'accordo con il Marocco non va in questa direzione, rappresenta solo un vulnus al processo di tutela dei nostri prodotti. Rimane, Ministro, la vicenda dell'IMU, che non riteniamo chiusa. Vogliamo contribuire a risolverla, come si fa in Parlamento, quando il Ministro è disponibile a un percorso, sostenendo questo percorso anche con azioni che non devono necessariamente arrivare dal Governo, sapendo però che sono azioni non sgradite al Ministro, ma concordate con lui.
Vengo a questioni più specifiche che riguardano la vicenda ippica. La crisi di questo mondo è sotto gli occhi di tutti. Diventa per noi però difficile rappresentarla quando registriamo degli sprechi, quando a tutti lasciamo comprendere che non è più la stagione di qualche anno fa, ma è una stagione diversa.
Registriamo, ad esempio, nell'Unirelab funzionari e dirigenti - di cui si moltiplicano stipendi, responsabilità e incarichi - che non sono particolarmente solerti o assidui nell'andare a lavoro, che vengono ulteriormente premiati anche sul piano del merito e magari sono familiari o congiunti di importanti imprenditori ippici.
La sensazione è che negli ultimi mesi ci sia una condizione strabica per alcune vicende specifiche del mondo ippico: da una parte si registra una significativa riduzione delle risorse e quindi normalizzazione di un fenomeno, dall'altra si danno compensi per consigli di amministrazione che prima non esistevano e che oggi si sono moltiplicati: abbiamo addirittura cinque consiglieri di amministrazione per la Unirelab (come per l'AGEA).
Forse è il momento di fare ordine, di fare pulizia, perché sono stati spesi quasi 300.000 euro per i soli compensi del Consiglio d'amministrazione. Non credo che una società importante, che governa pochi milioni di euro, abbia la necessità di fare questi investimenti, ma lo dico, Ministro, non come critica, ma come sollecitazione a misurare come questo mondo possa e voglia essere riformato e guardare al futuro, sapendo che tutti guardano a questo futuro.
Consulenze costose, nuovi studi legali legati da rapporti stretti a consiglieri di amministrazione: questo non appartiene alla sua responsabilità diretta per le scelte fatte, ma appartiene alla sua responsabilità di vigilanza, ed è evidente che la sua sensibilità è tutt'altra. Per questo noi sosteniamo la sua azione e il suo lavoro.
Forse dovrebbero essere rimodulati il rapporto e le convenzioni con gli ippodromi, dovrebbe essere capito meglio il loro ruolo, andrebbero rilasciate più patenti e più autorizzazioni a correre, se anche su questo fronte abbiamo perso importanti risorse e opportunità.
Forse andrebbe rivalutato il senso delle riduzioni delle corse, valutando come questa riduzione impatti sul mondo delle scommesse. In qualche caso abbiamo ridotto le corse che avevano un maggior grado di apprezzamento a livello di scommesse. Andrebbero ridotte le consulenze esterne, andrebbe utilizzato un disciplinare delle corse più snello, che eviti un numero esagerato di funzionari, di commissari, di veterinari, che si raddoppiano addirittura per le corse Tris.
C'è un grande lavoro da compiere e abbiamo la certezza che il decreto che si mette in campo può essere uno strumento, ma non vorremmo che fosse l'ennesimo


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strumento che di anno in anno abbiamo anche noi alimentato per tamponare una situazione di criticità.
Insieme a lei e al Governo nel momento di massima criticità vorremmo cogliere l'occasione per dare una grande opportunità di svolta all'intero settore. Siamo certi, cogliendo le sue sensibilità e il suo impegno, che riusciremo in questa direzione a trovare punti di convergenza.
Do quindi la parola al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Mario Catania, per la replica.

MARIO CATANIA, Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. Grazie, presidente. Naturalmente ho ascoltato con grandissima attenzione tutti gli interventi e vorrei fare alcune considerazioni. Non mi è ancora stata confermata la necessità della mia presenza per il question time, aspetto una comunicazione dal ministro Giarda al riguardo.
Comunque, intanto vi rispondo e faccio considerazioni su quanto avete detto. Per quanto riguarda la riforma della PAC, i punti che ritengo maggiormente sensibili in questo negoziato sono già stati da voi evocati e non posso che confermarli. È chiaro che, a parte la questione della ripartizione della spesa tra i Paesi membri, assumono particolare rilievo la questione del greening e della convergenza degli aiuti interni, il cosiddetto «livellamento» degli aiuti interni, che saranno per noi, se sarete d' accordo, i due elementi prioritari di negoziato nell'ambito del primo pilastro.
Per quanto riguarda il secondo pilastro, vi sono anche lì delle tematiche aperte. La questione della condizionalità, che la proposta della Commissione europea prevede in relazione allo sviluppo rurale, è da noi valutata molto negativamente, quindi anche su questo sono d' accordo con le valutazioni fatte.
A questo va poi aggiunto il tema della semplificazione, che purtroppo come la tela di Penelope ogni volta riaffrontiamo a Bruxelles come in Italia, perché sembra che il discorso sia lo stesso, semplificando un aspetto e complicandone un altro. Vediamo se stavolta riusciremo ad essere più virtuosi di quanto non siamo stati in passato.
Per quanto concerne la questione di un eventuale rischio disimpegno e comunque di come debba essere affrontato il problema per lo sviluppo rurale, obiettivamente nel breve non posso affermare che non ci sia il rischio disimpegno per la spesa dello sviluppo rurale in questa fine di periodo. Purtroppo il rischio c'è oggettivamente.
Già alla fine dello scorso anno, soltanto attraverso un'estrema ed energica azione di sostegno tecnico da parte di alcune Regioni (che non voglio menzionare) siamo riusciti a evitare il disimpegno. Ogni volta sarà più difficile nell'arco temporale che rimane, perché i nodi vengono al pettine: mano a mano si accumulano le risorse non spese e quindi è più difficile evitare il disimpegno.
Ho spronato le Regioni come attori principali, i servizi del Ministero come supporto tecnico per le Regioni che lo richiedano, a fare l'impossibile già da ora, per creare le condizioni per evitare il disimpegno. È chiaro che il quadro economico non ci agevola.
Abbiamo messo in campo un'iniziativa nuova, che è a disposizione delle Regioni, il Fondo credito che ho presentato anche ieri in un workshop con l'Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (ISMEA). Si tratta di uno strumento che consente alle Regioni di veicolare in un fondo nuovo, appositamente introdotto dal cosiddetto decreto-legge sulle liberalizzazioni, che offre una soluzione tecnica anche al problema del disimpegno.
Se vorrete poi ci torneremo, perché il tema è molto tecnico, ha una sua complessità, ma sostanzialmente per le Regioni che intendono trasferire risorse dello sviluppo rurale a questo fondo, in virtù del trasferimento, è già evitato il disimpegno. Spero che le Regioni, in particolare quelle del sud, siano solerti e lungimiranti e non ci facciano trovare a novembre in una situazione disperata, come purtroppo a volte avviene.


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Per quanto riguarda l'aggregazione dell'offerta, sono convinto anch'io che sia un punto essenziale. Nel negoziato comunitario stiamo spingendo moltissimo su questo e c'è già qualche segnale nel pacchetto latte che abbiamo recentemente approvato, in cui qualche elemento va nella giusta direzione, ma bisogna fare di più in particolare per il nostro Mezzogiorno, perché, se non vinciamo la battaglia dell'aggregazione dell'offerta, non vinceremo mai la guerra.
Alcuni di voi hanno evocato l'accordo con il Marocco. Non voglio essere frainteso: la mia valutazione dell'accordo con il Marocco è negativa, il Ministero - lo so perché ero lì non da ministro, ma da capo dipartimento - ha fatto di tutto per opporsi a quell'accordo illo tempore, (il Parlamento l'ha votato adesso ma l'accordo era stato chiuso nel dicembre 2010). Quell'accordo però è nulla rispetto al problema dell'aggregazione dell'offerta. Se infatti riuscissimo a far compiere ai nostri agricoltori meridionali un salto di qualità in termini di aggregazione dell'offerta, potremmo sopportare anche dieci accordi con il Marocco.
Sull'IMU sono d'accordo con voi e raccolgo anche l'invito del Presidente perché credo che questo impegno debba accomunarci: per evitare una sconfitta di noi membri della Commissione e Ministro di settore, dobbiamo essere capaci di far capire che il settore non può sopportare una pressione fiscale accentuata rispetto al quadro attuale. I margini di redditività delle imprese agricole si sono ridotti molto negli ultimi anni e non c'è spazio per un'accentuazione forte della pressione fiscale.
Bisogna farlo capire, bisogna spiegarlo, per ora evidentemente non siamo stati abbastanza bravi, non mi permetto ovviamente di fare una critica a voi, ma la dico come autocritica. Bisogna rinnovare l'impegno e trovare tutte le forme giuste, a partire dalle situazioni eclatanti, che magari servono a stimolare più rapidamente il dibattito.
Mi riferisco per esempio al tema dell'agricoltura di montagna, un tema stridente, laddove adesso chiediamo che venga pagata l'IMU per fabbricati rurali non abitativi posti in montagna, come fienili e malghe, il che a me pare profondamente sbagliato sotto il profilo economico in un contesto in cui dovremmo essere grati a coloro che continuano a fare agricoltura in queste condizioni.
Quello della montagna può essere semmai un incipit non per chiudere lì il discorso, perché c'è tutto il resto del mondo agricolo, ma per affrontare in modo più incisivo il tema della fiscalità in agricoltura.

PRESIDENTE. Devo interromperla, signor Ministro, perché dall'Assemblea sollecitano la sua presenza. Su qualche altra questione rimasta in sospeso potrebbe forse farci avere una risposta scritta.

MARIO CATANIA, Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. Verificherò se sia rimasto ancora qualche argomento da affrontare.

PRESIDENTE. Nel ringraziare il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, Mario Catania, dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 15,35.