COMMISSIONE XIII
AGRICOLTURA

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di mercoledý 9 luglio 2008


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE PAOLO RUSSO

La seduta comincia alle 8,30.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata, oltre che attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso, anche mediante la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Seguito dell'audizione del Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, Luca Zaia, sulle linee programmatiche del suo dicastero.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito dell'audizione, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento, del Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, Luca Zaia, sulle linee programmatiche del suo dicastero.
Ricordo che nella seduta di mercoledì 18 giugno il Ministro Zaia ha svolto la sua relazione e che sono successivamente intervenuti i deputati Di Giuseppe, Beccalossi, Ruvolo, Romele, Sardelli, Bellotti, Dima, Brandolini, Cuomo, Rosso, Rota, Fiorio e Fogliato.
Nel ringraziare il Ministro Zaia per la sua disponibilità, do la parola agli altri colleghi deputati che intendano porre questioni o formulare osservazioni. Ai loro interventi farà seguito la replica del Ministro.

SUSANNA CENNI. Buongiorno a tutti. Intanto, rivolgo sentitamente e sinceramente un ringraziamento al Ministro Zaia per la disponibilità che ha dimostrato venendo in Commissione sin dalle scorse settimane. Ho avuto modo di conoscere il Ministro come collega e confido in questa esperienza passata, affinché possa realizzarsi l'auspicio di una corretta gestione delle relazioni tra Stato e regioni, che, come sappiamo, in questa materia sono assolutamente rilevanti.
Sin dalle prime riunioni di questa Commissione, ho avuto modo di apprezzare anche il dinamismo del Ministro, alcune sue dichiarazioni, nonché la sua disponibilità a essere molto presente sul territorio, per affrontare le emergenze.
Ho vissuto da vicino tutta la vicenda del Brunello e riconosco al Ministro di aver optato per una correttezza di relazioni, proprio in una fase in cui, molto spesso, sulle varie questioni tutte le forze politiche sono invece alla ricerca della visibilità.
Riconosco al Ministro Zaia di aver bene impostato le relazioni istituzionali con il territorio e di aver tenuto un comportamento davvero corretto.
Voglio manifestare qui anche l'auspicio - che non credo sia solo mio, ma che è anzi stato espresso anche da altri colleghi di questa Commissione - di un proficuo rapporto tra la Commissione agricoltura e il Ministro, per quanto concerne il lavoro che egli ha già iniziato in sede di Governo.
Credo che, nell'interesse della nostra agricoltura, il Ministro potrà riscontrare, da parte di tutti i parlamentari del Partito Democratico, uno spirito costruttivo, ma anche molto franco e sincero, che credo sia la cosa più utile per lavorare proficuamente.
Nelle scorse settimane dal Ministro ho sentito dire parole interessanti e importanti per il mondo dell'agricoltura. Proprio


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nell'auspicio e nel rispetto della franchezza che ho prima richiamato, devo però dire che, sin dai primi provvedimenti del Governo, abbiamo dovuto rilevare una distanza tra i suoi intendimenti e le cose da lei enunciate e illustrate nella sua ampia relazione alla Commissione, da un lato, e gli atti assunti dal Governo, dall'altro.
In modo particolare, mi riferisco ad alcuni provvedimenti di natura economica - per esempio, al provvedimento sull'ICI - che sono tuttora all'esame della Commissione e che successivamente passeranno all'esame dell'Assemblea. La sensazione che ne ricavo è che, mentre da mesi viviamo una situazione - sicuramente nel nostro Paese, ma anche in tutto il mondo - in cui l'agricoltura è tornata agli onori della cronaca e in cui si parla molto di cibo, di futuro, di clima, di sovranità alimentare, della possibilità per tutti i popoli del mondo di accedere alle risorse alimentari, nel nostro Paese questo settore venga invece trattato come subalterno.
Tale sensazione deriva da alcuni provvedimenti del Governo e da alcune dichiarazioni dei suoi principali ministri. Mi riferisco, soprattutto, al Ministro Tremonti e ad alcune sue battute - che io ho trovato assolutamente infelici - su quelle che lui ha considerato regalie a certi settori dell'agricoltura, da spazzare via.
Ho citato prima - e non voglio tornarci sopra - il decreto sull'ICI, per non parlare del DPEF, che non prende nemmeno in considerazione l'agricoltura.
Francamente, io non mi sento di poter condividere alcune affermazioni rilasciate anche all'interno della Commissione, secondo cui anche l'agricoltura beneficerà dell'operazione di risanamento e di rilancio dell'economia che è in corso. Sappiamo tutti benissimo che le cose non funzionano esattamente così.
Sono di ieri le notizie sugli ultimi dati ISTAT, secondo cui, insieme ad un ulteriore calo dei consumi, si evidenziano anche una consapevolezza e, ormai, un orientamento netto degli italiani a scegliere una qualità sempre più bassa degli alimenti, che si accompagna ad un costo più basso. Credo che questo debba dirci qualcosa perché, ovviamente, ha un legame molto diretto con le politiche agricole.
Credo, quindi, che da parte di nessuna forza politica che siede in Parlamento sia pensabile, oggi, rilanciare l'idea di un'agricoltura come settore assistito. Penso, al contrario, che l'idea da tutti noi condivisa - ciascuno con le proprie differenze e peculiarità - sia quella di un settore che utilizza questi ultimi anni di ingenti risorse comunitarie destinate all'agricoltura per investire nell'accrescimento della competitività. Dobbiamo pensare ad un'agricoltura che, dopo il 2013, riesca a camminare con le proprie gambe, utilizzando sempre meno i sussidi pubblici. Questo significa, però, avere in testa un'idea chiara del settore.
Mi soffermerò ora su tre questioni soltanto, su cui mi sento di riprendere le considerazioni svolte dal Ministro nella sua relazione.
Il primo tema riguarda l'Europa, su cui lei, signor Ministro, si è soffermato a lungo, nella sua relazione. Certo, anch'io sono convinta del fatto che alcune scelte compiute a Bruxelles ci abbiano penalizzato. Ho letto in alcune di esse, molto spesso, una visione più nordeuropea che mediterranea. Forse anche una visione un po' miope, considerando che nel contesto del Mediterraneo si evolveranno tante relazioni, negli anni a venire. Penso all'OCM zucchero, ma anche alle prime lavorazioni che hanno caratterizzato l'OCM vino e, quindi, a un pezzo importante di riforma della nostra economia.
Ritengo che occorra investire comunque sull'Europa. Questo significa tante cose, tra cui un investimento politico, perché penso che noi, come Paese, negli anni passati abbiamo perso delle battaglie in quella sede. Forse è accaduto per assenza, forse perché abbiamo banalizzato quel luogo e la necessità di parteciparvi, anche assumendo toni importanti.
Investire sull'Europa significa, però, anche fare qualcosa che l'Italia ha fatto poco, negli anni passati, ossia investire nella burocrazia di Bruxelles con figure adeguate,


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preparate e così via. Io credo che, su questo tema, il nostro Paese e i vari Governi abbiano investito poco.
Investire in Europa è fondamentale, se vogliamo contare di più nei confronti del WTO e del resto del mondo: non credo che esista un'altra strada.
Lei si è soffermato sul tema dell'health check, ponendo l'accento sulle ulteriori mutazioni che ci attendono. Sicuramente ci saranno alcuni elementi critici in questo nuovo passaggio, ma io credo che ci siano anche potenzialità interessanti. Penso al tema della modulazione e ad alcune tematiche di rilievo ad essa collegate. Mi riferisco all'eventualità che sembra ventilarsi, per esempio, di dirottare una parte della modulazione verso le nuove sfide dell'agricoltura, a tutta la questione dei rischi legati ai mutamenti ambientali e così via o, ancora, alle bioenergie, all'acqua e alla biodiversità, su cui c'è bisogno di investire con più decisione.
Ho letto e sentito le sue dichiarazioni sugli OGM: devo dire che mi trovano abbastanza in sintonia, nel senso che, come lei, io penso che affrontare questo tema non possa significare semplicemente schierarsi a favore o contro. La questione è estremamente più complessa e più delicata. Credo che l'unica vera garanzia che possiamo dare al nostro Paese sia rappresentata da maggiori investimenti nel campo della ricerca pubblica, perché solo il pubblico può dare garanzie sull'attendibilità delle ricerche.
Nel suo intervento lei ha fatto riferimento agli ipotetici risultati dell'utilizzo di sementi OGM negli Stati Uniti, dicendo che questa sperimentazione ha consentito di utilizzare meno acqua e via dicendo. Potremmo, però, citare altri studi che dicono l'esatto contrario.
Fatto sta che, dopo tanti anni in cui le grandi multinazionali hanno investito ingenti risorse nella ricerca, ci si è sostanzialmente fermati a quattro tipologie di OGM: questo ci pone qualche interrogativo sul fatto che, forse, in realtà, non si sono ottenuti tutti questi grandi risultati. Io credo che, su questo tema, fare ricerca seria e sperimentazione sia l'unico modo per compiere dei passi in avanti, in un senso o nell'altro.
Credo però - e le chiedo la sua opinione in merito - che uno snodo fondamentale del lavoro da fare nel nostro Paese si sostanzi nella relazione tra Stato e regioni. Le regioni italiane hanno lavorato in questo settore e, a questo punto, c'è bisogno di un tavolo di confronto con il Governo, per chiudere la partita.
L'ultimo tema - e concludo - riguarda la caccia. Non ho alcuna difficoltà a dire anche in questa sede quello che penso: credo che nella passata legislatura alcune componenti del Governo abbiano compiuto grandi errori. Mi riferisco alla questione dell'Istituto nazionale per la fauna selvatica (INFS), di cui probabilmente ci occuperemo nelle prossime settimane, cercando di sventare l'inserimento di questo istituto all'interno di una fantomatica mega-agenzia ambientale, e riportando, quindi, alcune competenze là dove devono essere. Penso che questo settore abbia bisogno di attenzione da parte del suo Ministero, per riportare nelle sedi deputate il governo di questa materia.
A mio avviso, in questo Paese, abbiamo una legge importante (la n. 157 del 1992), che ha raggiunto un equilibrio utile, soprattutto isolando gli opposti estremismi ovvero le posizioni esasperate dell'uno e dell'altro versante. Credo, dunque, che da lì si debba ripartire. Al riguardo sarebbe forse opportuno disporre di un quadro sullo stato di attuazione di questa legge nel nostro Paese, per capire quello che, ad oggi, va tutelato e per aggiornare la legge stessa.

NICODEMO NAZZARENO OLIVERIO. Innanzitutto, signor Ministro, le rivolgo un sincero augurio di buon lavoro per il compito che dovrà svolgere, seppur con i ritardi connessi ai tempi dell'attività parlamentare e di Governo.
Le auguro di lavorare in questo settore - lei parlava di «pronto soccorso», e io aggiungo «verde» - potendo riportare la nostra agricoltura ad essere un settore primario di sviluppo, capace di veicolare i prodotti made in Italy nei mercati globali.


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Con questo auspicio, e in via preliminare, è opportuno sottolineare che il Partito Democratico intende ricercare - come ha finora dimostrato nei lavori di questa Commissione - un'impostazione costruttiva, seppur con un atteggiamento franco e leale, rispetto alle linee strategiche prospettate nel corso dell'audizione. Questo nella consapevolezza, come spesso diciamo, che l'agricoltura non ha né partito politico, né coalizione di Governo.
Rispetto ai temi di nostra competenza siamo convinti che il modello di intervento debba tendere alla ricerca costante della competitività del sistema, in funzione sia della tutela e della valorizzazione della qualità dei prodotti, sia dell'incremento della produzione, in una fase storica caratterizzata dal forte aumento della domanda mondiale e dei prezzi dei prodotti alimentari.
Al riguardo dobbiamo però manifestare una particolare preoccupazione rispetto alle previsioni del Governo che, nel DPEF 2009-2013, indica per il 2008 una forte contrazione del valore aggiunto in agricoltura, pari al 2,2 per cento. È del tutto evidente, poi, che il DPEF null'altro prevede in materia di agricoltura, quasi a voler sottolineare che tale materia è di stretta competenza del «pronto soccorso», ovvero di professionisti specializzati in chirurgia d'urgenza. In questo settore i bisturi sono stati utilizzati allorquando si è trattato di trovare una copertura parziale, e solo per quest'anno, al minor gettito derivante dalla soppressione dell'ICI.
È, invece, auspicabile una politica europea, nazionale e regionale che si faccia carico del bisogno di innovazione organizzativa e tecnologica delle imprese: ricercando modalità efficaci di gestione del rischio per gli imprenditori agricoli, esposti alla variabilità del clima e dei prezzi; utilizzando le risorse per lo sviluppo rurale al fine di incentivare la competitività dell'offerta; e proseguendo nella valorizzazione in termini strategici del ruolo pubblico dell'agricoltura e dell'impresa multifunzionale.
Soltanto attraverso la modernizzazione della capacità produttiva e della funzione imprenditoriale sarà possibile incidere in maniera positiva sul contenimento dei costi delle imprese, già penalizzate dall'aumento del prezzo delle materie prime agricole.
Secondo la Confederazione italiana agricoltori (CIA), nel periodo 2000-2007, i costi di produzione degli agricoltori italiani si sono triplicati, mentre i redditi agricoli hanno avuto un calo del 18 per cento, il più alto nella Comunità europea. Nel solo 2007, i costi produttivi di mangimi, sementi, antiparassitari e gasolio - che incidono per il 42 per cento sui costi aziendali - sono saliti del 6 per cento, mentre i redditi sono scesi del 2 per cento.
È, forse, per questo, signor Ministro, che dopo dodici anni di precarietà è necessario raggiungere la stabilizzazione fiscale: per dare certezza agli agricoltori, per rilanciare il settore e per dare loro una possibilità di recupero della redditività.
Per questo è, inoltre, necessario un processo di innovazione, che il Governo dovrebbe sostenere sia a livello centrale, attraverso il potenziamento delle strutture viarie e logistiche (che sono state tagliate dal Governo in occasione del decreto sull'ICI, specialmente nelle regioni più deboli come la Sicilia e la Calabria, altro che banda larga!) e l'innalzamento delle possibilità delle imprese di accesso al credito (anche su questo, signor Ministro, non credo che la possibilità di una banca per il Sud sia la soluzione al problema), sia sollecitando le regioni a migliorare l'offerta formativa dei propri sistemi di qualificazione professionale e l'informatizzazione dei processi produttivi nelle aziende agricole.
Per quanto riguarda la politica agricola comunitaria, riteniamo che vada interpretata principalmente come un modello in grado di favorire la qualità e la sicurezza alimentare in Europa. Il rischio attuale è che l'abolizione totale dei meccanismi di regolazione del mercato e lo smantellamento dei sostegni alla produzione possano compromettere irrimediabilmente un


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modello come quello europeo che, sin qui, ha garantito almeno sicurezza e stabilità ad una produzione strategica come quella alimentare.
È essenziale, quindi, muoversi lungo il solco tracciato dalla riforma della PAC del 2003: sostegno alle funzioni socio-ambientali e alla competitività delle aree rurali, da una parte, e, dall'altra, progressiva riduzione dell'impatto dei meccanismi di regolazione dei prezzi e dei mercati.
Non, quindi, una Comunità europea matrigna o burocratica, ma un'occasione per valorizzare le nostre aziende, con l'impegno, con la passione ed anche con forza, come lei ci dice spesso. Questo per rilanciare sia l'agricoltura, sia le regioni, che oggi sono più deboli e che spesso vivono anche con gli aiuti della Comunità europea.
Il regime di disaccoppiamento degli aiuti ha prodotto risultati rilevanti, promuovendo un'agricoltura maggiormente agganciata alle dinamiche di mercato. La riduzione del sostegno ai prezzi ha determinato la crescita degli scambi e incrementato in maniera significativa le relazioni commerciali con i Paesi in via di sviluppo. Occorre proseguire su questa traiettoria, tenendo conto del fatto che la crisi alimentare e il rialzo dei prezzi dei prodotti agricoli sono determinati dallo squilibrio tra domanda e offerta mondiale, dal livello ridotto di scorte alimentari, dall'aumento del costo dell'energia e da altri effetti derivanti da eventi climatici avversi.
In merito, signor Ministro, vorrei sollecitare anche la definizione dei provvedimenti connessi alle crisi climatiche già assunti dall'ultimo Governo. Ancora oggi gli agricoltori aspettano quegli interventi, che sono stati promessi ormai da un anno e mezzo.
Forse occorre darle ragione, a livello settoriale, per quanto riguarda il sistema della tabacchicoltura: è opportuno chiedere un'estensione del regime di disaccoppiamento parziale fino al 2013.
Per quel che concerne le quote latte sarebbe, invece, auspicabile l'applicazione di meccanismi di compensazione tra Stati, per consentire l'incremento della produzione per alcuni Paesi, tra i quali l'Italia.
Sul piano della sicurezza alimentare sono, inoltre, auspicabili la semplificazione delle procedure amministrative relative ai controlli e una razionalizzazione dei compiti e delle funzioni dei soggetti impegnati, ai diversi livelli, nell'attività stessa di controllo della qualità. Rispettare le regole e reprimere le frodi: questo è il nostro obiettivo.
A tal proposito, signor Ministro, sarebbe opportuno promuovere la costituzione di una cabina di regia nazionale, in grado di dialogare con le regioni sulle tematiche agro-alimentari, di intensificare la lotta alla contraffazione dei prodotti, nonché di esaltare la qualità e la qualificazione delle produzioni.

PRESIDENTE. Mi perdoni se la interrompo, ma vorrei dire ai colleghi non disponibili ad ascoltare che possono essere più utili in altra sede!

NICODEMO NAZZARENO OLIVERIO. Inoltre, apprezziamo le osservazioni del Ministro in materia di etichettatura dell'olio, che si collocano in continuità con le iniziative promosse dal Ministro De Castro.
Sono condivisibili diverse linee della sua impostazione in materia di pesca, relativamente alla ricerca di un meccanismo di calmieramento del prezzo del gasolio, sebbene occorra registrare che le aspettative di questo settore, che ci sono state avanzate anche in questa Commissione, non sono state del tutto soddisfatte.
In chiave strategica, occorre potenziare la ricerca scientifica - come ha detto anche la collega Cenni - in materia di OGM e biotecnologie, utilizzando anche gli istituti che fanno capo al Ministero dell'agricoltura e a quello dell'istruzione dell'università e della ricerca.
Occorre altresì avere chiaro quali sono l'obiettivo e la prospettiva. Ovviamente, non bisogna avere un atteggiamento ondivago, parlando una volta di sperimentazione degli OGM e proponendo, il giorno dopo, di reprimere coloro i quali vorrebbero modificare gli alimenti.


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Infine, sarebbe opportuno analizzare in profondità le opportunità e i limiti della produzione di agro-energie. La concorrenza tra gli usi energetici e alimentari si rifletterà, già nel breve e medio periodo, sui livelli dei prezzi di alcuni prodotti agricoli, anche in ragione dei sussidi erogati agli agricoltori che decidono di estendere la loro produzione al comparto energetico.
A tale proposito abbiamo presentato una proposta di legge, che offriamo alla riflessione aperta e disponibile di tutta la Commissione, nella certezza che probabilmente anche in questo settore possiamo tentare di dare un contributo, tutti assieme, per il rilancio dell'agricoltura.
Con questi intendimenti vogliamo offrire al Ministro e alla Commissione un atteggiamento positivo, nella speranza che le iniziative da assumere saranno condivise, con il comune obiettivo di rilanciare l'agricoltura e di far star bene gli operatori agricoli e, soprattutto, i cittadini.

GIUSEPPINA SERVODIO. Personalmente ho sempre dato molto rilievo alle audizioni con il Ministro che si tengono ad inizio di legislatura, perché le ritengo un passaggio non formale o rituale, ma sostanziale.
Questo vale a maggior ragione, signor Ministro - e, innanzitutto, le faccio gli auguri più sinceri di buon lavoro e di successo - per questo nostro secondo incontro, che si colloca in un momento particolare e molto importante.
Dalla sua relazione iniziale, infatti, sono passate alcune settimane, durante le quali questa Commissione - come lei si potrà rendere conto leggendo e anche facendo sintesi del dibattito qui avvenuto - ha giudicato i due passaggi rappresentati dal DPEF e dal decreto-legge n. 112 del 2008 un po' incoerenti rispetto alle strategie ed agli obiettivi presentati nella sua relazione iniziale, nonché rispetto alla passione e alla condivisione sui temi importanti di questo settore che lei ha mostrato. Una sorta di non coerenza che, secondo me, va recuperata.
Mi auguro che stamattina, nella sua replica, lei ci faccia intendere come questi due passaggi non siano un momento pregiudiziale dell'intera attività del Governo sui temi dell'agricoltura.
Il nostro contributo di stamattina è, certamente, costruttivo e vuole riprendere un'idea che sta avanzando in questa Commissione. Voglio rifarmi ad un intervento di ieri del collega di Forza Italia, Isidoro Gottardo, che evidenziava come, ormai, noi siamo di fronte ad una scelta di fondo, per quanto concerne l'agricoltura, tra mercato e assistenzialismo.
Occorre un'idea nuova, un'idea forte. Sebbene nessuno di noi, qui, abbia la ricetta pronta, rispetto ai temi dell'agricoltura e, soprattutto, del modello agricolo italiano, perché i passaggi difficili sono tanti, noi dobbiamo costruire quest'idea forte, facendo un ragionamento chiaro.
Innanzitutto io le dico, signor Ministro, che lei ha ragione quando fa riferimento ad alcune battaglie perse in Europa. Il tema ritorna in queste settimane, nel confronto fra l'opposizione e il Governo. Non è avendo una posizione difensiva o offensiva che noi possiamo, in Europa, raggiungere certi risultati, anche se è vero che, su alcune questioni, in Europa abbiamo perso ed hanno perso molte aziende agricole e molti settori di questo nostro importante Paese.
Noi dobbiamo stare con l'Europa, anche se evidentemente non possiamo farlo portando avanti un'idea «settoriale»: dobbiamo andare in Europa capendo che cosa vogliamo fare dell'agricoltura italiana.
Una prima grande riflessione va fatta, allora, sul perché questa agricoltura italiana non riesca a decollare fino in fondo. A mio avviso questo è dovuto al suo sistema strutturale, alla frammentazione del modello, che non è colpa di nessuno - lo voglio dire - ma deriva dal nostro assetto geografico, dalla nostra storia, dalla nostra cultura ed anche dalle nostre «culture localistiche», in senso positivo.
Esiste, cioè, un modello di agricoltura che fa fatica a dare, accanto alla qualità, anche la quantità oggi necessaria per competere in un'economia globalizzata.


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Allora, signor Ministro, io credo, innanzitutto, che noi dobbiamo andare uniti in Europa, dove non si vince solo se si ha un bravo Ministro, ma se questo Paese, al di là del confronto interno tra Governo e opposizione, porta un'idea chiara, che possa far recuperare - come diceva lei nella sua relazione - il gap creatosi in questi anni, anche perché l'Europa, in fondo, è stata anche benigna con noi, è stata una madre.
Io vengo dalla Puglia, signor Ministro - lei è stato a Lecce e mi spiace di non aver partecipato a quell'incontro -, una regione che ha perso i fondi strutturali per la ricerca e per l'innovazione, proprio nel settore dell'agricoltura.
Credo, pertanto, che su questo dobbiamo fare una riflessione politica, oltre che istituzionale. L'Unione europea ha ridotto le nostre quote latte ed ha creato problemi per il tabacco, d'accordo, però noi, non solo non abbiamo speso fondi strutturali nel settore dell'agricoltura, ma non li abbiamo spesi nemmeno in tanti altri settori.
È un problema anche nostro, allora: occorre capire come - rispetto ad una competenza agricola, oggi esclusivamente delle regioni - il Governo nel suo complesso, il Ministero delle politiche agricole e lo Stato possano aiutare le regioni, non già invadendo le loro competenze, ma creando un modello di concertazione e di collaborazione che riesca non solo ad utilizzare le cose positive che l'Europa ci concede, ma anche ad avere una strategia unitaria, pur nella pluralità delle esperienze regionali e localistiche.
Mi auguro che in questa audizione, nella sua replica, si possano recuperare, ripeto, i punti negativi che noi abbiamo ravvisato nel DPEF e nel decreto-legge n. 112 del 2008. Siamo qui per costruire insieme una proposta concreta, di cui citerò ora soltanto tre capitoli.
Anzitutto, c'è il tema della ricerca. Io sono d'accordo con lei, signor Ministro, non solo per quanto riguarda gli OGM. Nella mia Puglia, nel settore agricolo, ci sono istituti di ricerca molto interessanti, che per una serie di ragioni sono stati, però, marginalizzati.
Noi non facciamo bene la ricerca, escluse le esperienze di eccellenza, e ci dobbiamo interrogare sul perché questo accada. Ci sono molti sprechi e doppioni e manca una sinergia tra gli istituti e le agenzie di diretta emanazione del Ministero, mentre università ed istituti privati stanno conducendo una serie di iniziative.
Noi dobbiamo ritornare ad una ricerca pubblica, il che non significa statalizzarla, bensì creare una sinergia tra tutte le esperienze positive, cercando di unificare gli sforzi, perché non è possibile avere istituti di ricerca frammentati e settoriali, dove qualcuno si interessa della ciliegia e qualcun altro dell'uva, della barbabietola o delle patate.
Considerate le poche risorse disponibili, noi dobbiamo cercare di concentrare la ricerca, legandola a degli obiettivi, soprattutto in riferimento al fatto che oggi la ricerca in agricoltura è importante per il collegamento con l'ambiente, con la salute e con l'alimentazione.
Un'operazione che mi auguro, signor Ministro, si possa fare nei prossimi mesi: auspico che si possa rivedere in maniera seria questo settore della ricerca, anche dal punto di vista istituzionale.
Il secondo capitolo concerne il ricambio generazionale. Signor Ministro, noi abbiamo approvato e rifinanziato la legge sull'imprenditoria giovanile, ma questo non basta. Nell'attività agricola, ormai, l'età media è intorno ai quarant'anni. Il ricambio di generazione è importante per il futuro dell'agricoltura. I tre temi che noi ci dobbiamo porre per realizzare questo obiettivo sono la fiscalità, il credito e i diritti successori.
L'ultimo argomento, a cui sono molto appassionata, concerne le agro-energie, già trattate dal mio capogruppo. Certamente, signor Ministro, non penso a un'operazione industriale. Nella scorsa legislatura, noi abbiamo iniziato ad affrontare, in questa Commissione, il tema delle agro-energie dal punto di vista agricolo, perché non intendiamo certamente mettere l'agricoltura


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al servizio delle agro-energie, in quanto l'agricoltura è al servizio dell'alimentazione e della salute. Occorre quindi capire bene con quale moderazione e con quale prudenza dobbiamo affrontare questo argomento.

VINCENZO TADDEI. Non svolgerò un intervento di carattere generale, anche perché credo che sia opportuno entrare nel merito delle questioni.
Data la presenza del Ministro, infatti, credo sia utile, per ognuno di noi, affrontare una serie di questioni estremamente rilevanti riguardanti anche i territori di propria rappresentanza più diretta.
Condivido ampiamente la relazione svolta un mese fa dal Ministro e ritengo che gli atti conseguenti, sia nel DPEF, sia nel decreto-legge n. 112 del 2008, siano estremamente coerenti con essa, quindi non entrerò nel merito di queste questioni.
Vorrei, però, evidenziare una problematica che spesso non viene rilevata perché la si ritiene «la Cenerentola» delle questioni del settore agricolo. Mi riferisco al settore idrico, al settore dell'acqua, che - come ha evidenziato il Ministro nella sua relazione - necessita assolutamente di una rivisitazione, sia per quanto riguarda i consorzi di bonifica, sia per quanto riguarda alcuni enti irrigui di carattere nazionale e di estrema rilevanza. Mi riferisco all'umbro-toscano e, in particolare, per quanto riguarda il Mezzogiorno d'Italia, all'Ente irrigazione Puglia, Lucania e Irpinia.
Quest'ultimo è un ente estremamente importante e rilevante, che ha strutture di notevole importanza - otto dighe, un milione di metri cubi di acqua, infrastrutture che si interconnettono fra quattro regioni (la Campania, la Puglia, la Basilicata e, per alcuni versi, anche la Calabria) - e che è stato oggetto di valutazioni diverse da parte del Governo Prodi.
Nella legge finanziaria del 2007 si prevedeva, infatti, un percorso di trasformazione dell'ente in società pubblica, che immaginava lo Stato compartecipe in maniera solidale insieme alle regioni interessate. Nella finanziaria 2008, lo stesso Governo Prodi ne ha, invece, promesso la soppressione, deviando alcune sue funzioni alla regione Puglia e alla regione Basilicata, e non tenendo conto di un'importanza, di una rilevanza e di un'interconnessione, anche dal punto di vista fisico e strutturale, di questo ente, che gestisce dighe importantissime e che deve innanzitutto fornire l'acqua ai consorzi di bonifica delle regioni interessate, anche attraverso una diminuzione dei costi alla fonte per il settore agricolo.
Questa è una materia complessa, dunque, nella quale la stessa legge Bassanini ha previsto funzioni e competenze di carattere interdisciplinare tra il Ministero dei lavori pubblici, il Ministero dell'agricoltura e le stesse regioni.
Credo, quindi, che sia positivo l'aver evitato, al 30 giugno - come previsto dal decreto-legge n. 112 del 2008 - la soppressione tout court di un ente che, ormai da anni, si sostiene con finanza locale e la destinazione delle sue funzioni a due regioni che si sarebbero improvvisate nel sostituirlo. Sarebbe stato un tentativo di localizzare, di mettere in atto una sorta di federalismo senza senso, perché il federalismo ha senso solo nella misura in cui le strutture hanno un carattere specifico, in termini sia funzionali, sia strutturali, sia di competenze. Ho, quindi, appreso con favore che il decreto-legge n. 112 del 2008 prevede un'ulteriore rivisitazione della problematica.
Entro l'8 agosto il Ministro dovrà decidere in materia con un ulteriore decreto: mi auguro che si vada nella direzione prevista dalla legge finanziaria del 2007, ossia che si punti al risanamento e che, per altro verso, si «costringano» le regioni stesse a riconoscere - lo hanno fatto solamente alcuni mesi fa - il prezzo all'ingrosso dell'acqua come un elemento estremamente importante.
L'Ente irrigazione di Puglia, Lucania e Irpinia (EIPLI) ha un deficit strutturale dovuto al fatto che vendeva l'acqua sottocosto. Oggi, nel momento in cui viene finalmente definito il prezzo all'ingrosso dell'acqua, questo ente, separando la gestione vecchia da quella nuova, potrà divenire


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estremamente efficace ed efficiente ed offrire all'agricoltura del Mezzogiorno un equo prezzo dell'acqua; potrà contribuire all'ulteriore irrigazione di territori importantissimi del Mezzogiorno d'Italia come la Puglia e la Basilicata; potrà, così, rendere più competitivi questi territori rispetto ad altri del nostro Paese e dell'intera Europa.
Io mi auguro - sono convinto della necessità di questo e ascolterò con attenzione la replica del Ministro - che, da parte del Ministero, anziché una dismissione, vi sia una ripresa di indirizzo e una presenza ulteriore in questo ente, estremamente importante per il futuro dell'agricoltura nel Mezzogiorno d'Italia. Grazie.

ANITA DI GIUSEPPE. Ministro, noi dell'Italia dei Valori la ringraziamo ancora una volta per essere presente oggi; mi auguro che questo rapporto, questo dialogo che esiste fra lei e la Commissione sia proficuo e continui.
Non vogliamo criticare la sua programmazione, anche perché la vediamo lavorare con tenacia e questo, in effetti, ci fa piacere. Per lavorare in un settore come quello dell'agricoltura, che presenta molte problematiche, occorre un Ministro che desideri risolvere le questioni. La vogliamo vedere in azione in futuro, soprattutto quando dovrà entrare in relazione con le problematiche delle regioni, che sono diverse l'una dall'altra.
Vorrei, però, ricollegare i suoi intenti programmatici alla manovra finanziaria 2009-2013, perché non credo che il Ministro Tremonti abbia potuto decidere da solo l'iter da seguire, per quanto riguarda l'agricoltura: sicuramente il Ministro Zaia avrà partecipato a queste decisioni.
A nostro avviso, non esiste un collegamento chiaro tra gli obiettivi che lei vuole raggiungere e la manovra in questione, perché in essa mancano le strategie per il rilancio dello sviluppo economico dell'intero settore agroalimentare e della pesca, soprattutto per quanto riguarda la stabilità fiscale, lo sviluppo delle filiere innovative, l'aumento della produttività e dell'innovazione nel nostro sistema-Paese.
In effetti, abbiamo constatato che questa manovra contiene alcuni provvedimenti che potrebbero essere positivi. Penso alle misure sulla banda larga, allo start up delle aziende, alla sterilizzazione automatica dell'IVA sugli aumenti petroliferi, al piano casa, alla riduzione del costo dei libri scolastici - provengo da quel mondo e, sinceramente, credo che questa potrebbe essere la strada buona - ai controlli sull'invalidità civile, alle misure contro l'evasione.
È tuttavia da sottolineare che questa manovra ha concesso molto poco, per quanto riguarda l'agricoltura. Ci sono stati dei tagli, ma avremmo preferito, soprattutto per quanto riguarda il Mezzogiorno, che ce ne fossero di meno, anche perché in questo momento esistono forti pressioni sull'agricoltura, in particolare provenienti dalla Cina. Avremmo voluto vedere, quindi, anche strategie atte a tutelare i prodotti e le aziende italiani, a valorizzarle e, soprattutto, a salvaguardare la cooperazione.
Avremmo voluto un maggiore approfondimento, in questa manovra, per quanto riguarda l'articolo 7, concernente la politica energetica nazionale, perché se vogliamo parlare di sostenibilità ambientale, dobbiamo veramente approfondire questo argomento.
Torniamo poi al discorso inerente l'accorpamento dell'Istituto nazionale per la fauna selvatica (INFS), dell'Agenzia per la protezione dell'ambiente e per i servizi tecnici (APAT) e dell'Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare (ICRAM) nell'Istituto di ricerche sulla pubblica amministrazione (IRPA). Noi non siamo d'accordo, perché non riteniamo che accorpando questi enti l'efficacia e l'efficienza delle competenze di ciascuno di essi vengano effettivamente salvaguardate, soprattutto per quanto riguarda l'INFS, un organismo che ci invidiano quasi tutti, poiché è un ente che lavora per la conservazione della fauna e la gestione dell'ambiente. Vorremmo quindi che questi enti fossero maggiormente tutelati.


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Noi dell'Italia dei Valori, comunque, prenderemo tutto ciò che verrà di buono e lo accetteremo, anche se magari sarà carente. È chiaro, però, che contesteremo tutte quelle misure che riterremo non idonee o, magari, non favorevoli agli agricoltori. Lo faremo senza preconcetti o pregiudizi ideologici, perché non vogliamo averne, ma desideriamo lavorare sui contenuti e sulle proposte.
Se ci sarà da dire qualcosa su ciò che lei farà, chiaramente noi lo faremo presente, nei nostri incontri futuri, nel rispetto dei princìpi del dialogo. Grazie.

ISIDORO GOTTARDO. Interverrò molto brevemente. Io credo che il Ministro condivida assolutamente l'idea che, in Europa, si possa combattere a difesa di un Paese che rappresenta un modello di sviluppo anche per l'agricoltura.
Oggi l'agricoltura ha bisogno, come tutti gli altri settori - ma io sono convinto, paradossalmente, che proprio l'agricoltura ne abbia un bisogno maggiore, proprio perché è strutturalmente più debole -, di un Paese che rimetta ordine al suo interno, nella burocrazia e in tutto il suo sistema di funzionamento, che va rivolto al mercato e non solo alla produzione. Credo, quindi, che il Governo, con l'impostazione del DPEF, parta con il piede giusto, perché rimette ordine.
Detto questo, però, io non vedo chiaramente - è certo una mia mancanza - quale sia, oggi, l'orientamento dell'agricoltura italiana. Dovremmo essere anche molto realistici: non credo che possiamo pensare ad un Paese con un'agricoltura specifica, perché una parte dell'Italia si trova a competere, con i propri prodotti, con la Baviera e con la Francia, mentre un'altra parte è inserita nel Mediterraneo e, sempre di più, dovrà fare i conti con le altre sponde di questo mare, come già insegna la Spagna con il pomodoro delle Canarie, che si è trovato a fare i conti con il Marocco, affacciatosi sui mercati europei.
Credo che questo problema investa anche la ricerca. Il sistema della ricerca italiana è nato e si è sostanzialmente orientato sulla base delle vocazioni regionali, lasciando cioè sviluppare a ogni regione una ricerca a sostegno dei propri prodotti. Senza dubbio questa ricerca va riorganizzata in considerazione di quale modello e di quali settori vorremmo rilanciare.
Vorrei toccare molto brevemente la questione fiscale, signor Ministro, perché è un aspetto che non mi pare molto presente nel dibattito del nostro Paese. Se c'è una questione che l'Europa ha deciso chiaramente è che non intende uniformare i modelli fiscali; da ciò deriva che la competizione avverrà soprattutto usando i livelli fiscali. Lo abbiamo visto con i Paesi del centro Europa: il vero aiuto di Stato, legittimo e l'unico ormai consentito, è quello a livello fiscale che, di fatto, è un vero e proprio aiuto di Stato. Lo vediamo nei Paesi come la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Slovenia e così via, che hanno messo in ginocchio i sistemi dei Länder tedeschi o austriaci, sostanzialmente obbligando quei mercati, attraverso un modello di federalismo fiscale, a rispondere e competere con loro. Anche su questo, quindi, credo che il livello fiscale riorganizzato sia quello che consentirà aiuti moderni.
Quanto agli investimenti, credo che sia indispensabile fare una riflessione, prima di continuare a parlarne, per capire se i fondi già disponibili siano stati investiti, se siano stati ottimizzati ma, soprattutto, se esistano i progetti per questi investimenti.
Infine, signor Ministro, le pongo una domanda molto semplice: intende regionalizzare il Corpo forestale dello Stato oppure mantenerlo così com'è? Grazie.

BASILIO CATANOSO. Come gli altri colleghi, voglio anzitutto fare gli auguri al Ministro. Si tratta di auguri sentiti, anche perché dalla sua relazione, «a braccio», tutti abbiamo potuto notare la sua conoscenza di questa materia ed una serie di spunti positivi rispetto alla possibilità che, in qualche modo, il settore agricolo riparta.
Va bene l'idea di riportare l'agricoltura al centro del dibattito europeo e, quindi, di


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non ridurla solo ad una discussione su un settore dismesso a livello europeo; anzi, tale settore deve diventare di nuovo centrale nell'economia dell'Italia e degli Stati europei.
Va bene riavviare un confronto chiaro con l'Europa - spesso ci è stata madre, ma più spesso matrigna - che invece, per troppo tempo, non c'è stato, mettendoci nella condizione di subire parecchi danni da quella parte del vecchio continente che ha visto spostare a proprio vantaggio il fulcro di attenzione della politica europea, nei settori dell'agricoltura e della pesca.
Va bene il confronto chiaro con il WTO, al quale il Ministro, nella sua relazione, ha fatto cenno con molta precisione.
Da questa legislatura e dall'attività del Ministro mi aspetto, quindi, una particolare attenzione verso quei settori nei confronti dei quali è stato manifestato poco interesse. Mi riferisco, ad esempio, ai piccoli settori dell'ortofrutta che, pur non essendo solo settori di nicchia, solo perché rappresentano una piccola parte del prodotto agricolo europeo e italiano, dalle passate amministrazioni sono stati molto poco considerati rispetto ad altri settori ritenuti, invece, trainanti. Non sto qui a dire quali siano questi settori, ma cito solo quello degli agrumi, per dire che, in genere, il settore dell'ortofrutta, per molti aspetti, è stato assolutamente abbandonato.
Va bene anche quanto il Ministro ci ha detto circa la posizione del Governo sull'olio, sul vino, sull'allevamento e sull'attenzione alla ricerca.
Vorrei inoltre ringraziare il Ministro per la volontà, emersa dalla sua relazione, di dedicare maggiore attenzione a un mondo come quello della pesca che, per molti anni, è stato, non dico abbandonato, ma «strattonato» da una parte e dall'altra, da interessi specifici esterni a questa nostra nazione, e, spesso, sono stati gestiti secondo il modello del maggior profitto. Si è cioè dedicata maggiore attenzione ai settori più forti della pesca, rispetto ad alcuni altri che pure rappresentano una tradizione ed una realtà economica certamente importanti nel nostro Paese.
L'attenzione che la sua attività politica - e la sua relazione - ha sempre mostrato alle specificità ed alle peculiarità mi fa pensare che, forse, si potrà svolgere un lavoro ben fatto anche su questo fronte.
A questo proposito vorrei chiederle, signor Ministro, come sia andata il 23 e 24 giugno al Consiglio dei ministri d'Europa: ci aspettiamo di avere notizie sui segnali provenienti dal cartello costituitosi per affrontare le problematiche della pesca, che potrebbe darci delle risposte, anche a livello nazionale, permettendoci di stabilire finalmente una valida interlocuzione.
Da ultimo, vorrei sottolineare che «pesca» non vuol dire trattare soltanto i problemi dell'aumento del prezzo del gasolio, di cui si sono occupati la Commissione e il Ministro, anche con la creazione di questo cartello europeo; «pesca» vuol dire anche una serie di piccole diversità che io credo sarebbe finalmente il caso di trattare con l'attenzione che meritano, creando un sistema di regole che non cambino di volta in volta - come troppo spesso è accaduto in Italia - ma che finalmente mettano gli operatori nelle condizioni di sapere quali sono le cose che si possono fare e quelle che non si possono fare.
È giusto perseguire il rispetto delle regole, ma io credo che, anzitutto, alcune di queste regole vadano modificate: Penso all'applicazione di qualche recente decreto che, signor Ministro, credo debba essere uniformato, allargandone l'efficacia anche ad altre parti d'Italia che hanno gli stessi problemi.

MARCO CARRA. Farò delle considerazioni molto rapide, anche perché il collega del Popolo della Libertà mi suggerisce di essere stringato. Intanto vorrei scusarmi con il signor Ministro, perché non ho avuto modo, la volta precedente, di ascoltarlo in diretta, anche se successivamente ho letto sia la relazione che ci ha consegnato per iscritto, sia il resoconto stenografico della seduta.
Vorrei tornare ad una considerazione saggia propostaci stamattina dalla collega Cenni, relativa, per così dire, al mutato


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atteggiamento, per certi aspetti, sulle politiche e sull'attività venatoria, in virtù del fatto che - l'abbiamo detto anche in campagna elettorale - ci siamo liberati di qualche fardello.
Lo stesso ragionamento, secondo me, può essere fatto anche per quanto attiene ai rapporti con la piccola e la media impresa, tenendo conto del fatto che alcuni di coloro che erano nostri alleati nella precedente legislatura, l'hanno considerata e la considerano come il luogo esclusivo dell'evasione fiscale. Questo non è il nostro atteggiamento, per cui anch'io sono convinto del fatto che troveremo, com'è già accaduto in questi primi mesi, le ragioni per una proficua collaborazione.
Credo che lei abbia già dato qualche segnale importante, signor Ministro. Se pensiamo al comparto della pesca, penso non sia sfuggito a nessuno che nel provvedimento adottato dal Governo ritroviamo diversi elementi che sono stati propri non solo della nostra discussione, ma anche della risoluzione presentata dall'opposizione.
Questo, per certi aspetti, ci conforta, così come ci conforta il fatto che, se sto alla sua battuta conclusiva - l'unica che ho avuto modo di sentire, proprio perché la volta precedente sono arrivato in ritardo - lei dovrebbe essere un convinto sostenitore della concertazione. Lei ha fatto una battuta che ricordo benissimo: ha detto che un Ministro che rappresenta un Esecutivo è bene che si muova all'esterno dei palazzi, là dove sono i problemi, più che «perder tempo» in discussioni all'interno degli stessi.
Noi abbiamo avuto modo di audire le organizzazioni di categoria, le quali, attraverso i loro documenti, ci hanno fornito tutta una serie di elementi e di proposte utili per la nostra discussione; credo che loro auspichino che questi suggerimenti siano ricompresi nelle scelte di Governo.
Toccherò ora due punti che, viceversa, non mi pare siano stati oggetto di grande attenzione da parte del Governo e che sono, peraltro, oggetto di nostri emendamenti ai provvedimenti fiscali in discussione in questi giorni. Mi riferisco alla stabilizzazione fiscale, un tema che viene recuperato da tutte le organizzazioni di categoria e che, ad oggi, non ha ancora trovato una risposta.
Esiste il problema, sottolineato anch'esso da tutte le organizzazioni di categoria, dei costi dei carburanti, e quindi la richiesta di ridurre, se non addirittura di azzerare, l'accisa sul gasolio agricolo.
Le dico questo perché, se da un lato, ripeto, sulla pesca abbiamo riscontrato un atteggiamento estremamente positivo, dall'altro lato, viceversa - e mi spiego di seguito - troviamo degli elementi di forte criticità. Noi insistiamo, cioè, affinché si tenga conto delle proposte che le organizzazioni di categoria avanzano e evidenziamo come nei primi provvedimenti economici che il Governo ha assunto, nel comparto di sua competenza ci sia una sostanziale carenza - e uso un termine per così dire «buono» - dal punto di vista degli investimenti.
All'interno della Commissione, noi abbiamo ragionato, evidentemente, sul decreto-legge n. 93 del 2008 e abbiamo rimarcato con forza che, per recuperare le risorse tese ad eliminare l'ICI, sono stati azzerati, annullati, alcuni capitoli di spesa che fanno o facevano riferimento al suo Ministero.
Quando abbiamo ragionato, nei giorni scorsi, sul DPEF, abbiamo criticato aspramente la carenza, non solo in termini di scelte politiche, ma addirittura da un punto di vista terminologico, della parola «agricoltura», praticamente abbandonata.
Io credo che l'atteggiamento migliore da tenere sia quello avuto - e continuo a dargliene atto - sulla partita della pesca. Penso, cioè, che ci sia davvero bisogno di concertazione. Da questo punto di vista, le rilancio una proposta avanzata da lungo tempo da parte di alcune organizzazioni di categoria, quella di costruire una sorta di conferenza nazionale dell'agricoltura.
Allo stesso modo credo che anche alcune altre questioni debbano essere affrontate abbastanza rapidamente. Io vengo da Mantova, una terra nella quale sono particolarmente sentiti alcuni problemi come la crisi vinicola e la questione delle


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quote latte (come si sana il pregresso, se si ha intenzione di sanarlo e in quali termini). Da questo punto di vista, proprio perché vivo in Lombardia, percepisco sensazioni differenti nell'ambito dello schieramento maggioritario nella mia regione, il centrodestra.
Io credo, signor Ministro, che - come hanno già avuto modo di dire i miei colleghi, a partire dal mio capogruppo - lei potrà trovare in noi un interlocutore attento, prima ancora che alla sostanza, soprattutto al metodo che si vorrà praticare.
Così come lei ha detto, i problemi stanno fuori. Noi siamo d'accordo con lei: si pratichi concretamente e fattivamente la concertazione e s'individuino le soluzioni dei problemi che attanagliano l'agricoltura attraverso la definizione di scelte, innanzitutto con le organizzazioni di categoria.

LUCA SANI. Interverrò molto rapidamente perché, sebbene il presidente, che ringrazio, non abbia detto nulla, mi è stato sufficiente il suo sguardo.
Ritengo positivo questo confronto ad avvio di legislatura, che serve a tutti per focalizzare i problemi. Per quanto attiene al Partito Democratico, gli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto danno il senso della nostra idea dell'agricoltura nel nostro Paese.
Farò una semplice considerazione. Ho ascoltato il Ministro durante la sua prima audizione, nel corso della quale i colleghi della maggioranza hanno sottolineato il valore di un corposo e molto ampio intervento «a braccio» sui diversi temi che riguardano l'agricoltura.
Tuttavia, è difficile non considerare che nel frattempo è intervenuto il DPEF e che tra ciò che si è detto e ciò che si è scritto c'è una differenza sostanziale. Se fossimo a scuola - ma ovviamente non sono titolato a dare giudizi di questo tipo - si potrebbe dire che si va bene agli orali, ma non agli scritti. Quando si fa politica, gli orali possono andare bene, ma quando si governa contano gli scritti, proprio perché lo si fa attraverso gli atti. Ebbene, ad oggi gli atti parlano chiaro, da questo punto di vista: nel settore dell'agricoltura siamo di fronte all'assenza di politiche strutturate e di volontà precise.
Prendo a prestito una dichiarazione del Ministro, che si è detto il «pronto soccorso dell'agricoltura». Chi ha fatto l'amministratore locale, occupandosi anche di sanità, sa bene che, se alle spalle di un pronto soccorso manca un grande ospedale capace di affrontare strutturalmente i problemi del malato, alla fine il malato lo si perde.
Credo, dunque, che da questo punto di vista, signor Ministro, dobbiamo recuperare in termini di atti e capire bene come le cose che lei ci ha detto e l'ulteriore contributo che dalla Commissione può venire si trasformerà in azioni concrete.
Lo dico anche riferendomi alle volontà espresse da questa maggioranza rispetto al problema del potere di acquisto delle famiglie italiane, che incide anche sul tema dell'agricoltura. Abbiamo assistito al taglio di investimenti nel settore agricolo per oltre 200 milioni di euro. Vedremo poi se questo provvedimento, insieme agli altri tagli, avrà effettivamente un beneficio sul potere di acquisto delle famiglie italiane.
Noi avevamo un'altra opinione. Pensavamo, cioè, che si dovesse intervenire direttamente su salari e pensioni, anziché su straordinari ed ICI, il che non è avvenuto. Il potere di acquisto degli italiani, come vediamo e come leggiamo tutti i giorni, si tutela però anche attraverso il controllo, se possibile, dei prezzi: e qui il tema dell'agricoltura diventa centrale.
Noi abbiamo avviato un'indagine in merito anche all'interno di questa Commissione, ma nel frattempo che facciamo? Vedo che nella nota presentataci, per esempio, il tema del costo dei cereali viene segnalato, ma senza che sia dato di capire quali politiche conseguenti verranno messe in atto. Il settore dei cereali avrebbe potuto portare ad un recupero di dinamicità dell'agricoltura italiana che non registravamo da anni. È invece semplicemente accaduto che, una mattina, gli agricoltori italiani si sono svegliati ed hanno capito


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che ritornare a coltivare i cereali sarebbe stato conveniente; ma a parte questo non è accaduto nulla.
Su questo bisogna capire, al di là del recupero di nuove superfici da destinare alla coltivazione, come tutto il sistema produttivo sia da aggiornare e innovare rispetto alla questione, per esempio, dei cereali, sapendo che c'è bisogno di investire in innovazione strutturale e, ad esempio, nei sistemi di stoccaggio, di cui ci hanno parlato, in particolare, i rappresentanti dei consorzi quando li abbiamo sentiti in audizione.
Torna, anche qui, il tema della ricerca, necessaria per capire quali specie è più conveniente coltivare. Su questo non emerge una politica di carattere nazionale che, nel confronto fra le istituzioni e i rappresentanti dei produttori, potrebbe dare un contributo alla crescita dell'agricoltura nel nostro Paese.
Penso, quindi, che su questo ci sia molto da recuperare e da chiarire. Lo dico anche prendendo a riferimento cose interessanti che ho sentito dire - per questo sottolineo la disponibilità al confronto dentro alla Commissione - da alcuni colleghi della maggioranza. Ho ascoltato tutti con attenzione, ma ha colto spunti di notevole interesse soprattutto negli interventi svolti dal collega Gottardo ieri e questa mattina.
Le cose che dice il collega Gottardo denotano davvero il bisogno in tema di agricoltura di interventi strutturali e di politiche che, in qualche modo, riescano a spendere la parola «innovazione» andando oltre la banda larga. C'è tutto il discorso relativo alla riorganizzazione del sistema imprenditoriale e della cooperazione.
Condivido molto le cose dette ieri dal collega Gottardo - che i colleghi hanno sentito e che non riprendo - che richiedono una forte politica di rinnovamento e di innovazione in questo settore.
Penso che esempi positivi come quello della pesca, che veniva citato da altri, cioè di una convergenza politica importante, si possano ritrovare anche su altre questioni.
Da questo punto di vista, invito il Ministro e la maggioranza a tradurre ciò che è stato detto in atti e in politiche concreti, in maniera tale da potere, non solo confrontarci, ma anche dare una nuova prospettiva ad un settore che - siete voi ad affermarlo, quindi apprezziamo la vostra buona fede - è prioritario per l'economia del nostro Paese e anche per la qualità della vita dei cittadini italiani.

PRESIDENTE. Nel ringraziare i colleghi intervenuti il 18 giugno scorso (Di Giuseppe, Beccalossi, Ruvolo, Romele, Sardelli, Bellotti, Dima, Brandolini, Cuomo, Rosso, Rota, Fiorio e Fogliato) e i colleghi intervenuti oggi (Cenni, Oliverio, Servodio, Taddei, Di Giuseppe, Gottardo, Catanoso, Carra e Sani) per gli approfonditi interventi, do ora la parola al Ministro Zaia per la replica.

LUCA ZAIA, Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. Grazie e buongiorno a tutti. Vi ringrazio ancora per l'opportunità che mi date.
Partirei replicando all'onorevole Servodio, il cui intervento definirei dogmatico, rispetto ad una visione sociologica dell'agricoltura. Egli ha detto che l'Europa, in alcuni casi, è stata una madre benigna. Il Carducci, quando gli fu richiesto di svolgere un tema sulla propria madre, scrisse: «Mia madre è mia madre, punto e basta». Allo stesso modo, io direi che l'Europa è l'Europa, punto e basta.
Lo dico perché l'Europa alcune volte ci bastona ed altre volte ci può anche graziare, ma il tutto non è indipendente dal fatto che l'Italia sia presente in sede negoziale, ma non solo fisicamente, bensì anche con la testa, con la progettualità e - come diceva l'onorevole Cenni, se non ricordo male - con gli uomini.
Non dimentichiamoci che in sede comunitaria, in Commissione europea, alla direzione generale c'è un francese. Non dimentichiamo nemmeno che l'Italia, al momento della fondazione della CEE, essendo uno degli Stati fondatori, scelse di avere più posti di lavoro, rinunciando,


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quindi, a posizioni apicali nell'organigramma della macrostruttura occupazionale - definiamola così, per usare termini importanti - dell'Europa. Scelse, cioè, gli uscieri, con tutto il rispetto, piuttosto che posizioni di vertice.
Noi ne stiamo ancora pagando lo scotto: non riusciamo a fare azione di lobby e, considerando l'ossatura, la burocrazia e le modalità di assunzione che ci sono oggi - che non sono quelle di venti anni fa - ovviamente ci muoviamo con molta difficoltà, perché il sistema si è un po' arrugginito.
Dobbiamo portare tutto questo in sede negoziale, quindi, ma ormai gli uomini sono lì e, anche se sicuramente questo Governo avrà modo di rimettere in discussione le posizioni apicali e la rappresentatività italiana all'interno delle direzioni, delle Commissioni e così via, noi dobbiamo andare comunque in sede negoziale. Lo abbiamo dimostrato con la pesca, come hanno ricordato molti commissari questa mattina.
Vi ricordo che siamo, sì, il «pronto soccorso verde», come si diceva prima, ma che questo «pronto soccorso», onorevole Sani, i malati li tiene sani, al punto tale che abbiamo affrontato il problema della pesca quando il settore era ormai agonizzante. Vi ricordo che dopo quaranta giorni dall'insediamento di questo Governo, abbiamo organizzato un summit a Venezia con sette Stati membri dell'Unione europea (Francia, Grecia, Portogallo, Spagna, Malta e Slovenia), per mettere in piedi una minoranza di opposizione al commissario Borg.
Tra gli altri, anche l'onorevole Catanoso mi chiedeva prima che fine abbia fatto la discussione con il commissario Borg, una partita che noi abbiamo voluto discutere fino in fondo. Innanzitutto, con il decreto che avete visto, abbiamo chiuso a livello nazionale la vicenda pesca, portando il fermo temporaneo a un dato di realtà e introducendo un nuovo concetto di fermo definitivo una tantum, in questa annualità, erogando 157 milioni di euro dal Fondo europeo per la pesca (FEP) e imponendo a chi voglia rottamare le proprie imbarcazioni di decidete subito se farlo. Soprattutto, è stato introdotto il principio dell'alternatività.
Dai vostri interventi di stamattina emergeva questo aspetto: occorre pensare all'imprenditore agricolo, e non più all'assistito agricolo. L'imprenditore agricolo, in questo caso il pescatore, dovrà decidere se vuole continuare a fare il pescatore, e allora accederà al fermo temporaneo, o se vuole demolire la sua barca, e allora lo dovrà fare subito, se vuole accedere alla rottamazione.
Un altro elemento presente nel decreto sulla pesca, ed è la grandissima novità, sono gli ammortizzatori sociali che, vi ricordo, sono stati introdotti per la prima volta in assoluto.
Ci rivolgiamo a equipaggi composti da una popolazione pari a 44 mila occupati, imbarcati nelle nostre 14 mila imbarcazioni. Senza nascondersi dietro un dito, nei prossimi anni - diamoci un piano di cinque anni - esse dovranno diventare 8 o 10 mila. Vi ricordo che la flotta francese ha 7 mila imbarcazioni e che l'età media delle nostre imbarcazioni è di ventotto anni.
Non si tratta di colpevolizzare il settore della pesca, ma di dire che così non può più funzionare. Questo ce lo dicono anche i tanti pescatori o armatori che tutti i giorni ci telefonano e ci chiedono di avere informazioni sui bandi per la dismissione. Su questi bandi - ve lo dico perché queste informazioni vi saranno chieste sul territorio - ho voluto far inserire un passaggio, a mio avviso importante, che permetta di non massacrare il pescatore o l'armatore che sceglie la rottamazione.
È facile, infatti, dire a qualcuno di rottamare la sua imbarcazione in cambio di risorse, ma non si considera che la vera rottamazione, quella fisica che porta a far sparire l'imbarcazione, significa, pensate, ad esempio per una imbarcazione di 11 metri, un costo di circa 50 mila euro.
Abbiamo inserito, dunque, il principio per cui il pescatore o l'operatore che va a rottamare la sua licenza perde la possibilità di andare in mare per la pesca professionale,


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ma può riconvertire l'imbarcazione per la pesca sportiva, per il turismo o per altri scopi.
Questo è un passaggio delicato su cui, ovviamente, abbiamo avuto modo di confrontarci a livello comunitario, ma che permette di dare più respiro a questa operazione.
Sempre l'onorevole Catanoso chiedeva dell'operazione Borg. Per noi ciò ha significato mettere in discussione, innanzitutto, il fatto che il commissario europeo avesse detto - ce lo ha scritto in tempi non sospetti - che la Commissione d'Europa non avrebbe mai fatto interventi diretti sul caro gasolio e, quindi, sul problema della pesca.
Il Commissario ha invece riveduto la sua posizione: grazie al summit di Venezia, tenutosi il 23 e il 24 giugno, è intervenuto in Consiglio dei ministri d'Europa dicendo che avrebbe erogato oltre 25 milioni di euro, da definirsi in aumento, per modificare e modulare i nostri interventi all'interno dei Fondi europei delle pesca (FEP); e ravvisando la necessità, nel momento in cui gli Stati membri decidessero di fare degli interventi straordinari, di uscire dal de minimis, quindi dall'ottica, in generale, degli aiuti di Stato, portando comunque il de minimis da 30 mila euro a 100 mila euro in tre anni.
Questi sono i primi risultati ottenuti. È ovvio che noi, con Borg, non abbiamo assolutamente buoni rapporti, perché è un Commissario che - per Francia, Italia, Grecia, Cipro e Malta - ha chiuso la pesca al tonno quindici giorni prima della sua chiusura, sostenendo che la quota italiana (pari a 4.116 tonnellate) fosse stata raggiunta.
Che cosa possiamo rispondere noi ai titolari di 68 imbarcazioni italiane? Possiamo dire che abbiamo sbagliato i conti? I nostri conti ci dicono che la pesca del tonno, fino a quel momento, aveva saturato la quota nazionale per il 48 per cento.
Il Commissario non ha presentato documentazioni, anche se dice di avere un sacco di prove, tra cui delle foto aeree delle nostre imbarcazioni che pescano in giornate per le quali non esiste dichiarazione di pesca. Borg dice, inoltre, che la Turchia ha dato informazioni in merito e che i giapponesi gli hanno fornito dati sulle importazioni che dimostrano di aver importato dall'Italia più tonno di quello previsto nella quota nazionale. Noi sosteniamo che i giapponesi avranno, sì, importato un sacco di tonno dall'Italia, ma che gli italiani sono anche dei commercianti, non solo dei pescatori, per cui non è scritto da nessuna parte che il tonno importato dall'Italia sia stato pescato in Italia: voi conoscete le nostre relazioni commerciali nel Mediterraneo.
Noi diciamo, pertanto, che vogliamo la riapertura della pesca al tonno rosso; diciamo che, per il sistema della circuizione, lo ricordo, queste 68 imbarcazioni hanno diritto ad uscire ancora per coprire quelle quasi 2 mila tonnellate di tonno che ancora non sono state pescate.
C'è, quindi, un muro contro muro. Abbiamo detto chiaramente al commissario Borg che se non cede su questo fronte noi ricorreremo alla Corte di giustizia, come ho detto anche durante il question time.
Al di là della questione del tonno rosso, questo è un fatto di principio. Se passasse il principio secondo cui il Commissario è padrone del vapore, noi, in sede negoziale, non conteremmo più nulla, che si tratti delle vicende della Puglia, del Veneto o di altre regioni.
Obiettivamente, forse, la vera sfida, signori, è quella di riposizionare lo Stato membro Italia al tavolo del negoziato. Con Francia, Germania e Gran Bretagna, noi disponiamo di ventinove voti: siamo i soli quattro Stati con questo numero di voti a disposizione (già la Spagna ne ha solo ventidue) e abbiamo la necessità di farli pesare fino in fondo.
Purtroppo esiste una minoranza di blocco che conta novantadue voti e mezzo, se non ricordo male, e non riusciamo a chiudere un'alleanza tra i quattro grandi, perché sulle partite dell'agricoltura, l'area mediterranea si scontra con quella continentale del nord Europa. A scontrarsi sono, da un lato, i princìpi del liberismo assoluto dell'Inghilterra, che vuole eliminare


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i finanziamenti e lasciare regolare tutto al solo mercato, ma che ha una dimensione agricola molto diversa dalla nostra; e, dall'altro, le posizioni di Spagna e Italia, secondo cui bisogna cessare l'agricoltura assistita, attuando però una programmazione comunitaria. Esiste ancora la PAC e penso che su questo siamo tutti d'accordo.
A livello di tematiche affrontate, quindi, direi che noi difenderemo fino in fondo le grandi partite come quella del tabacco, e parlo anche dell'health check, un aspetto che è stato affrontato da molti di voi, sia la volta scorsa, sia oggi, nel primo intervento dell'onorevole Cenni. Sappiamo che il disaccoppiamento parziale, partito nel 2004, dovrebbe cessare nel 2009, ma per le nostre tre grandi regioni tabacchicole - la Campania, l'Umbria e il Veneto (sono stato richiamato perché nella relazione era citato il solo Veneto, ma nel testo era scritto «ad esempio, il Veneto», il che significa che mi riferivo anche ad altre regioni) - chiediamo di procrastinare il sistema di disaccoppiamento parziale sino al 2013. Altre regioni non hanno disaccoppiamento parziale - penso alla Puglia - ma hanno optato per quello totale.
Vi ho detto la volta scorsa, se non ricordo male, che il problema grosso, rispetto alla tabacchicoltura, è rappresentato dal fatto che in Europa vige un concetto che va al di là della nostra visione della dimensione agricola. Voi tutti questa mattina, direttamente o indirettamente, avete toccato il tema della dimensione dell'agricoltura, auspicando una realtà meno bucolica e più produttiva, un soggetto più economico, e una maggiore produzione di commestibile.
In Europa, invece, si fanno ancora disquisizioni sul fatto che il tabacco rovina la salute al cittadino. Voi capite che, se passasse questo concetto - lo dicevo lunedì in un'assemblea a Lonigo - vorrebbe dire che anche quando parleremo di grande suino padano, cui si è riferito stamattina l'onorevole Carra, c'è il rischio che qualcuno venga a dirci che l'eccesso di consumo di carne di maiale fa venire il cancro al colon. Voi capite che se l'agricoltura deve avere questo approccio nella sua fase negoziale e di discussione, tutto fa male e tutto è opinabile.
Noi, invece, in Europa, portiamo avanti l'idea che la programmazione agricola comunitaria abbia fallito, perché oggi abbiamo delle carenze. Siamo, quindi, di fronte a un grande dibattito.
Stamattina è stato coniato il termine «sovranità alimentare», che esprime anche la nostra volontà di essere autosufficienti.
Anche se ho annotato tutti i vostri interventi, non ricordo quale commissario rammentava stamattina - lo si è comunque fatto da più parti - che, in tema di WTO, sovranità alimentare significa anche difesa dei nostri confini. Quattrocentocinquantotto milioni di abitanti avranno pure il diritto di dire che rappresentano il mercato più importante del mondo e che intendono difenderlo.
Molto spesso, nei vostri interventi di questa mattina, avete obiettato che il 18 giugno scorso ho svolto dei ragionamenti rispetto ai quali, nel frattempo, sono cambiate molte cose, come l'ICI, il DPEF e via dicendo.
Ricordo che è accaduto anche qualcos'altro: il riso, gli agrumi e il pomodoro sono usciti dalla lista dei prodotti tropicali ed oggi non c'è più pericolo, per queste produzioni importanti per il nord, il centro e il sud d'Italia. Vi ricordo che avere il riso nelle liste dei prodotti tropicali significava chiudere le risaie e abbassare dell'85 per cento la tariffa doganale all'importazione, che ammontava a 170 euro a tonnellata. Capite, dunque, che avremmo dovuto alimentarci di riso thailandese. La nostra preoccupazione, nei negoziati, è quindi di difendere anche le nostre frontiere.
Sempre restando al profilo sociologico dell'analisi dell'agricoltura, la verità è che in passato noi, come realtà europea, abbiamo puntato tantissimo sull'importazione di derrate alimentari dai Paesi in via di sviluppo, pensando che, eticamente, avremmo dato una mano a questi Paesi; economicamente quelle derrate alimentari


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sarebbero comunque costate meno ai cittadini europei e l'Europa avrebbe potuto concentrarsi su altri temi più importanti e nobili che non la produzione agricola. Questi sono i discorsi che si facevano.
Dieci anni fa la prospettiva dell'agricoltura era la dismissione produttiva. Ricordo che il set-aside - pagare per non produrre - non lo hanno inventato i giapponesi, i thailandesi o i cinesi, ma l'Europa.
Oggi ci mancano all'appello due milioni di tonnellate di latte. Questa mattina mi è stato chiesto in merito al latte direttamente dall'onorevole Carra, ma più di qualcuno ha fatto cenno a questo tema anche nella scorsa audizione (scusate se non cito tutti).
In proposito, sottolineo che mancano due milioni di tonnellate di latte. Questa mattina qualcuno ha proposto di fare la compensazione tra Stati membri. Personalmente, mi chiedo che senso abbia pagare 187 milioni di euro di multa per la campagna 2006-2007, in presenza di una sovrapproduzione di 628 mila tonnellate, quando l'Europa, dopo aver compensato virtualmente queste tonnellate, ha ancora un deficit di due milioni di tonnellate.
Lasciamo perdere la questione quote sì-quote no. Stiamo parlando di uno Stato membro che paga multe a un'Europa che non è eccedentaria. Ognuno svolgerà le proprie riflessioni, ma noi diciamo di no a questo. Lo diciamo doppiamente, visto e considerato che 24 anni fa chi è andato a negoziare - grande rispetto - non ha assolutamente negoziato, nell'occasione delle quote latte, perché parliamo di una quota pari a metà del nostro fabbisogno. Questo significa che un cartone di latte su due, come vi ho detto l'altra volta, è straniero; significa che abbiamo portato a casa una quota pari alla metà del consumo di latte degli italiani. Questa è la verità.
In queste ore si sta cercando di chiudere l'accordo sul prezzo del latte. Come sapete, in Lombardia c'è stato un accordo con la Galbani su 0,42 centesimi al litro. Il 3 luglio scorso noi abbiamo riunito il tavolo della filiera nazionale - c'è molta tensione e ci sono molte aspettative - e i produttori hanno detto con chiarezza che 0,42 centesimi è già un prezzo vecchio e fuori mercato. Ho letto prima velocemente un'agenzia secondo cui il presidente Martini in Toscana annuncerà un accordo sul prezzo del latte. Mi informerò sull'eventuale accordo toscano. Ho semplicemente detto ai rappresentanti della filiera che, se hanno necessità di una mediazione da parte del Ministero, noi ci siamo, ma che non vogliamo imporre nulla. Questa è la verità.
Sul latte ci sono molte partite aperte, al di là di quella del prezzo. Noi abbiamo molte produzioni tipiche, come ad esempio i formaggi DOP, e abbiamo la necessità di garantire che le 44 mila stalle che producono in Italia possano produrre latte italiano che poi va nella filiera dei prodotti a tutela, e quindi a denominazione.
Questa mattina si è parlato anche del made in Italy e qualcuno ha toccato il tema del vino. Ricordo che l'intervento sul Brunello di Montalcino ha rappresentato per noi una grande operazione di difesa del made in Italy. Pur trattandosi di 7 milioni di bottiglie e pur coinvolgendo solo 246 produttori, questo è un grande problema nazionale. Stiamo parlando, infatti, del biglietto da visita dell'Italia e di un grande apripista su un mercato come quello degli Stati Uniti che, per l'agroalimentare italiano, pesa 3,5 miliardi di euro.
Se considerate che il 60 per cento della produzione di Brunello viene esportato e che il 30 per cento delle esportazioni va negli Stati Uniti, capite che questa partita rischiava di diventare pericolosissima, ma noi l'abbiamo chiusa. Quindi, onorevole Sani, abbiamo un altro paziente che si salva ed esce dal portone principale dell'ospedale e non dal pronto soccorso, steso su una barella.
Abbiamo chiuso la partita del Brunello di Montalcino in maniera onorevole, nel senso che abbiamo concordato con il Governo degli Stati Uniti - che lo richiedeva - di mettere in piedi, tramite il nostro Ispettorato centrale per il controllo della qualità dei prodotti agroalimentari (ICQ)


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di Firenze una certificazione che, come chiesto dal Governo degli Stati Uniti, avesse l'intestazione del Ministero.
Abbiamo dovuto emanare questo decreto, a mia firma, per esonerare dai controlli i consorzi di tutela del Brunello di Montalcino DOCG. Ci sarà dunque la necessità, per il Brunello, di provvedere alla modifica dei disciplinari; in questa partita interessano il Brunello, ma vi ricordo che sono in corso controlli anche sulla Vernaccia e sul Nobile di Montepulciano e che qualcuno comincia a parlare di Barbaresco, Barbera e via dicendo.
Capite che, se parte questo domino, rischiamo di andare in crisi: andrebbe in crisi il primo produttore mondiale di vini, con 49 milioni di ettolitri e, con esso, un intero sistema, perché il vino è il nostro ambasciatore principale nel settore dell'agroalimentare.
Peraltro, se analizzate la stampa internazionale che ha parlato della vicenda del Brunello, vedrete che non è passato il concetto dell'adulterazione dovuta al mancato rispetto del disciplinare (che prevede un 5-10 per cento di Merlot Syrah rispetto al 100 per cento di Sangiovese), ma è passato il concetto della non sicurezza alimentare. Ciò è pericolosissimo perché, messo assieme alla mozzarella di bufala con la diossina e ad altre partite che abbiamo affrontato, significa crisi sui mercati internazionali. Gli spazi che lasceremo liberi verranno inevitabilmente, tempestivamente occupati dai nostri competitor. Del resto, lo abbiamo dimostrato noi negli Stati Uniti, dove con le bollicine italiane abbiamo occupato spazi dello champagne dei francesi.
Veniamo alla crisi del grande suino padano. Questa mattina la carne del maiale vale circa 1,30-1,32 euro, a peso vivo. Si tratta di una partita che stiamo affrontando da un mese: è stato riunito il tavolo di filiera, abbiamo fatto più incontri e siamo pronti per il progetto finale, che prevede investimenti per la promozione per un paio di annualità (si tratta di 750 mila euro l'anno, se non ricordo male), l'intervento con piani di settore per il comparto e il coinvolgimento dell'Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (ISMEA) rispetto all'indebitamento.
Vi ricordo che molte di queste aziende agricole - e molti imprenditori - sono indebitate con le banche. Questo ormai è un leit motiv in agricoltura. Ci sarà la necessità, se riusciamo a mettere in piedi un sistema che funzioni, di ristrutturare il loro debito e di fare un intervento di natura finanziaria, per dar modo a questa realtà di sopravvivere.
In generale, il suino sta vivendo un momento di difficoltà, al pari di molti altri settori. Vi ricordo che per la zootecnia - me lo avete chiesto l'altra volta - a livello comunitario manca all'appello mezzo milione di tonnellate di carne: siamo carenti anche da quel punto di vista. I prezzi della carne bovina sono fermi a vent'anni fa.
Anche oggi, da parte vostra, è venuto questo appello: qualcuno parlava prima dell'aumento dei costi delle materie prime in agricoltura e della diminuzione del 18 per cento - secondo i dati CIA riferiti anche a Lecce - del prezzo del prodotto agricolo.
Vi ricordo che il prezzo dell'urea, un fertilizzante fossile che deriva dalla lavorazione del petrolio, è aumentato del 350 per cento. Non so quanto valga il barile di petrolio oggi - forse circa 150 dollari - ma vi ricordo che gli osservatori parlano di una proiezione, per i prossimi otto mesi, di 240 dollari al barile.
Questo significa, sostanzialmente, mettere in ginocchio non solo l'agricoltura. A livello comunitario, infatti, quando si parla di rincaro del gasolio, si pensa ormai ad interventi che, se sono diretti, sono a spot o a tampone, ma che non risolveranno il problema e che comunque lo procrastineranno solo di qualche mese. Abbiamo coscienza del fatto che, finché qualcuno continuerà a speculare con i derivati legati al costo del barile, piuttosto che con le derrate alimentari, la partita si risolverà con molta difficoltà.
Sempre sotto il profilo sociologico, è in corso il grande dibattito fra commestibile e combustibile. Capite che in un momento di carenza come quello attuale - dicevo l'altra volta che, per sfamare i 6 miliardi


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di cittadini del mondo, bisognerebbe raddoppiare la produzione agricola attuale - più di un osservatore ci invita a fare attenzione, perché sottrarre superficie agricola alla produzione del commestibile, per destinarla al combustibile potrebbe essere rischioso.
Noi siamo sostanzialmente propensi a dire che, se una quota di produzione venisse destinata al combustibile, deve trattarsi di un combustibile per l'azienda agricola stessa e sicuramente non per gli industriali o per chi vuol fare ulteriore speculazione.
Lo dico perché l'idea delle bioenergie, delle biomasse e delle fonti rinnovabili di energia passa attraverso il dare ulteriore incremento al reddito in agricoltura, e non un incremento alle risorse nelle tasche di chi vuol fare business a carico degli agricoltori; tanto è vero che, in tempi non sospetti, io ho sollevato qualche perplessità, ad esempio, sulla riconversione dei nostri zuccherifici, a seguito dell'OCM zucchero.
In Veneto, la mia regione, su due zuccherifici, uno ha chiuso. In Emilia Romagna hanno chiuso sei su nove. Delle altre regioni non conosco i dati, quindi non li citerò. Tuttavia, la verità è che - vi riporto l'esempio veneto che conosco bene - si spenderanno 150 milioni di euro per la riconversione di uno zuccherificio che lavorerà le biomasse di non si sa quale parte del mondo. È necessario il vincolo territoriale; è necessario ribadire che, comunque, gli agricoltori dovranno produrre.
Nella provincia di Rovigo, se tutta la produzione agricola - il mais - fosse destinata a quell'impianto, ciò significherebbe far sparire la produzione. Vi ricordo che, dove c'è produzione maidicola, quindi nella pianura padana in particolar modo, c'è produzione di carne, perché la conversione del cereale in carne è alla base della valorizzazione della materia prima. Capite, quindi, che, oltre al problema legato alla conversione del commestibile in combustibile, anche la stessa produzione agricola è messa a repentaglio. Su questo dovremmo svolgere un ragionamento fino in fondo.
Qualcuno chiedeva prima notizie circa la conferenza agricola nazionale. Già i discorsi fatti questa mattina sono al livello di quelli della futura conferenza agricola nazionale, perché abbiamo toccato tutti i punti importanti. Sapete che l'iter per convocare tale conferenza era iniziato, addirittura in presenza del Capo dello Stato, al Campidoglio, nel gennaio del 2008.
Abbiamo intenzione di portare avanti questa filosofia. Ci saranno, dapprima, dei lavori preparatori e cercheremo, poi, di fare delle conferenze d'area (per il nord, per il centro e per il sud), portando alla fine la sintesi di questi lavori e le istanze emerse alla conferenza nazionale.
Sarà un grande momento di riflessione. Cerchiamo di fare in modo che non diventi solo un'occasione per stampare carta che nessuno leggerà, ma magari per far emergere un piano strategico per l'agricoltura nazionale. Non so se questo sarà possibile fino in fondo.
Da più parti si è sottolineato - anche nei vostri interventi dell'altra volta, soprattutto da parte di esponenti dell'opposizione - che spesso parliamo di problemi, senza proporre delle soluzioni. Le nostre sono soluzioni operative e comportano anche un confronto comunitario duro sulla programmazione che, a volte, ci obbliga ad accettare delle soluzioni dichiaratamente contro i nostri modelli agricoli.
L'Italia va al tavolo del negoziato con una grossa difficoltà, che è però anche un grande valore aggiunto, ossia la compresenza, sul suo territorio, di due tipi di agricoltura: una continentale e una mediterranea. Queste agricolture si completano e si compenetrano a vicenda e ci permettono di avere un grande paniere per i mercati internazionali. Tuttavia, nel momento in cui si va a difenderle, queste due agricolture, a volte, confliggono l'una con l'altra.
Intendo dire che, a volte, ci ritroviamo più vicini alla Spagna per via dell'agricoltura mediterranea, mentre per altri aspetti


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rischiamo di trovarci più vicini ai tedeschi o agli inglesi per via dell'agricoltura continentale, tipica della pianura padana. L'impegno del Ministro è di cercare di portare a casa risultati per tutti e di non svendere la nostra agricoltura.
Per quanto riguarda il piano irriguo in generale, onorevole Taddei, visto che la sua è stata una domanda puntuale, le dico che abbiamo coscienza della scadenza del 12 agosto, data in cui deve essere presa la decisione ed assunto il provvedimento da parte del Ministero della funzione pubblica su proposta del Ministero che dirigo.
La nostra ottica, in generale, è quella di salvare tutti quegli enti che dimostrino di rispettare - visto che lei ha citato l'ente irriguo che coinvolge Campania, Basilicata e Puglia - anche i criteri di economicità. Lei accennava alla vendita dell'acqua sotto costo, che è stata sicuramente un grave errore, sotto il profilo del bilancio.
Il rispetto di tali criteri di economicità viene richiesto a tutti. Qualcuno mi ha chiesto l'altra volta, se non ricordo male, dell'Ente nazionale risi, i cui responsabili ho incontrato e rispetto al quale la mia posizione è di estrema disponibilità. Quella è una struttura che, sostanzialmente, vive di risorse proprie - mediante l'autofinanziamento da parte dei produttori, i quali versano un quid per ogni data quantità di riso prodotto - e che, quindi, ha una propria gestione, fa ricerca e via dicendo. Ovviamente il Ministero ricopre un ruolo di vigilante, ma è altrettanto vero che - un autonomista non potrebbe che dire così - dobbiamo rispettare l'autonomia di una realtà come questa.
Per quanto riguarda gli enti irrigui, affronteremo il tema posizione per posizione, con estrema chiarezza e correttezza. Posso garantirle che, nel momento in cui non si andranno a conclamare dispendi di risorse, diseconomie o inefficienze, noi saremo qui a difendere l'ente di cui lei parla.

PRESIDENTE. Nel ringraziare il Ministro per la disponibilità manifestata, dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 10,15.