COMMISSIONE XI
LAVORO PUBBLICO E PRIVATO

Resoconto stenografico

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di giovedý 19 febbraio 2009


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE STEFANO SAGLIA

La seduta comincia alle 11,10.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso e la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Audizione di rappresentanti della CISL.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sull'assetto delle relazioni industriali e sulle prospettive di riforma della contrattazione collettiva, l'audizione di rappresentanti della CISL.
Ringraziamo per la disponibilità il segretario generale della CISL, Raffaele Bonanni, e i suoi collaboratori, che ci onorano con la loro presenza.
Abbiamo avviato la presente indagine l'anno scorso, non tanto per invadere le competenze delle parti sociali bensì per fornire al Parlamento un contributo di analisi e conoscenza di una delle riforme che riteniamo più incisive e più importanti nell'ambito del lavoro. Alla luce dell'accordo quadro firmato a Palazzo Chigi, abbiamo deciso di prolungare l'indagine, proprio per fotografare la situazione e offrire poi un contributo, come Parlamento, sullo stato delle relazioni industriali nel nostro Paese.
Do la parola al segretario Bonanni.

RAFFAELE BONANNI, Segretario generale della CISL. Ringrazio lei, signor presidente, e gli onorevoli deputati per questo incontro, che si svolge a coronamento di un lavoro davvero impegnativo e importante, che ha impegnato organizzazioni che rappresentano milioni di persone. Il tema sta facendo discutere molto nei posti di lavoro. La mia organizzazione - che, tra l'altro, in questi momenti è impegnata anche nello svolgimento del proprio congresso - sta portando avanti una discussione capillare e mi pare che anche nelle altre organizzazioni, indipendentemente dalle singole posizioni, si stia svolgendo un forte dibattito. È importante che questa Commissione abbia la possibilità di sentire tutti i soggetti impegnati in questo difficile cammino.
L'accordo quadro è stato sottoscritto il 22 gennaio, dopo otto mesi di trattative. Ho notato che da qualche parte si è cercato di negare questo aspetto, ma la discussione è avvenuta e, in otto mesi di trattative, si sono svolti circa 21 incontri formali.
Poiché, come si dice, gli incontri formali necessitano almeno di altri due o tre incontri preparatori, si può dire che si è svolto un numero davvero spropositato di incontri, come avviene quando si affrontano problemi di questo tipo e, naturalmente, tutto ciò è avvenuto con tutte le organizzazioni maggiormente rappresentative.
CGIL, CISL e UIL insieme sono state le protagoniste di questa discussione, al di là delle posizioni espresse da ciascuna di esse nel corso degli incontri. Gli incontri formali


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censiti sono stati 21, ma quelli informali non sono stati censiti.
Per noi, l'accordo sottoscritto premia un impegno durato davvero tanto tempo e ci soddisfa anche perché è stato stipulato con tutte le associazioni imprenditoriali. L'unica che non lo aveva sottoscritto, a Palazzo Chigi, era l'ABI. Quest'ultima, però, proprio in queste ultime giornate, ha provveduto a sottoscrivere l'intesa. Anche l'ABI, quindi, si è accordata con i sindacati che hanno voluto raggiungere questo accordo.
Tutto ciò, come dicevo, premia l'impegno profuso, ma per me e per la mia organizzazione è soddisfacente anche che, tutti insieme, si sia trovata un'intesa per raggiungere, da qui a tre mesi, un accordo anche sulle regole riguardanti la rappresentanza.
La mia organizzazione valuta questo risultato come molto importante.
Pensate ad alcuni settori molto delicati e «caldi», come i trasporti e quant'altro, riguardo ai quali è aperto un dibattito molto forte che, da quello che capisco, ha animato anche il Parlamento. I diritti dei singoli e dei lavoratori vanno certamente salvaguardati ma, allo stesso tempo, tali diritti devono trovare un equilibrio con gli interessi che riguardano la mobilità, purché, tuttavia, tali diritti riguardino la generalità dei lavoratori. A volte, di fatto, la ricerca di un equilibrio viene sequestrata da una piccola minoranza, che può mettere in scacco non solo gli interessi generali dei cittadini alla mobilità, ma perfino la volontà e l'opinione della maggioranza dei lavoratori.
È importante che la definizione di un elemento così decisivo per dirimere tutta questa partita - la quantificazione della reale rappresentatività di ciascuno - ci veda direttamente impegnati. In tre mesi - personalmente sono molto fiducioso - riusciremo a trovare un'intesa sui criteri per misurare la rappresentatività di ciascuna organizzazione e anche per stabilire le condizioni per decidere la proclamazione di un eventuale sciopero, affinché le controparti non contravvengano, per esempio, ad alcuni impegni presi. In tre mesi, come detto, dobbiamo trovare una soluzione: questo sarebbe un risultato davvero significativo. L'opinione della mia organizzazione è che a ridosso di un tale accordo - che è importante che le parti sottoscrivano - il Parlamento ne recepisca, come se fosse una sorta di visione comune, i criteri essenziali, predisponendo una legge in materia.
Come sapete, siamo stati sempre contrari a che il Parlamento mettesse le mani in materia, scavalcando le associazioni e le organizzazioni del lavoro. Tuttavia, riteniamo importante che, se tutte le organizzazioni del lavoro ritengono di darsi regole di funzionamento e meccanismi di rappresentanza (regole che, ad esempio, devono sovrintendere anche al conflitto e quant'altro), sia poi il Parlamento a codificare e a sottolineare l'importanza di un accordo del genere.
Si è arrivati a tale accordo contrattuale nel modo che ho riferito. Da molto tempo abbiamo rivendicato una soluzione del genere e non l'abbiamo mai potuta conseguire perché - è inutile negarselo - in dieci anni di attività molto intensa da parte di tutte le organizzazioni del lavoro, le cose si sono bloccate sempre per gli stessi problemi. Si decide di arrivare ad un punto fermo, si raccoglie un vasto consenso e poi, sempre per le stesse ragioni, accade qualcosa che interrompe ogni possibilità di addivenire ad accordi del genere. È successo prima del Patto di Natale del 1998, quando tutto sembrava pronto. Con il Governo dell'epoca si procedette a una revisione, ma, dopo una lunga ricognizione e anche un'indicazione della commissione Giugni, all'ultimo momento - certo non in modo trasparente - tutto sfumò.
Abbiamo ritentato nel 2004, attraverso un lavoro incessante dentro il sindacato e in rapporto con Confindustria e con le altre associazioni imprenditoriali, ma, all'ultimo momento, anche quella volta tutto sfumò. Tutti avevano più fiducia, in questa seconda occasione, poiché, non solo con il Governo Prodi, eravamo riusciti a definire una strategia in grado di premiare l'eventuale riforma del sistema contrattuale,


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soprattutto puntando ad un rafforzamento del secondo livello di contrattazione. Mentre nel 1992-1993 dovevamo difenderci dall'inflazione e da eventuali difficoltà ad entrare nell'Europa, obiettivo che abbiamo saputo cogliere, negli ultimi anni si è avvertita l'esigenza di premiare la produttività, di favorire un incremento del salario attraverso maggiori scambi proprio nel posto dove si produce, dove si garantisce qualità e quantità del prodotto, dove gli scambi possono avvenire in modo virtuoso, per stimolare la produzione in quantità e qualità. Alludo a un sistema in grado di garantire maggiormente lavoratori e imprese, magari anche con occasioni importanti per rafforzare questa tendenza, come quelle che ebbero con il Governo Prodi. È qui presente l'ex Ministro del lavoro, che con noi collaborò moltissimo e anzi condivise la strategia consistente nel riuscire a sostenere il secondo livello di contrattazione attraverso un rafforzamento della decontribuzione. Quest'ultima favoriva le imprese, le spingeva verso il secondo livello di contrattazione e favoriva anche la copertura di contributi figurativi (non solo per i due punti che si aggiungevano, ma perfino sui tre punti preesistenti), proprio per spingere verso un rafforzamento delle condizioni di produttività e garantire una maggiore redistribuzione. Abbiamo continuato su questa strada anche col nuovo Governo, allorquando (non con un accordo, bensì attraverso pressioni e un dibattito che ben conoscete) CGIL, CISL e UIL hanno chiesto con molta insistenza (per la verità già da novembre scorso e lo avevamo chiesto anche a Prodi) di detassare in misura molto importante la quota di retribuzione proveniente dagli scambi contrattuali di secondo livello.
Nessuno può negare che l'applicazione di una sola aliquota secca del 10 per cento sul salario di secondo livello, cioè sul salario di produttività, rappresenta un contributo molto importante.
Ricordo tutto ciò, in primo luogo, per sottolineare una strategia (che non risale a queste ultime ore, bensì viene davvero da molto lontano) che ha conquistato tutti in modo bipartisan, coinvolgendo la pressoché totalità del sindacato, al punto tale che si è ottenuto questo risultato grazie a un concorso unanime o comunque con opposizioni molto deboli. È il caso di sottolineare questo cambio di passo avvenuto nel corso degli ultimi anni, che ha creato le condizioni di agibilità al secondo livello di contrattazione.
A tale riguardo, qualcuno ha criticato il modello prima descritto, negandone la novità. Ebbene, la novità stava nel fatto che il secondo livello diventava agibile, in primo luogo, perché si toglieva ogni ostacolo conseguente a un primo livello troppo invadente, regolando quest'ultimo in modo migliore, cosicché non assorbisse anche il secondo livello, prevedendo sostegni così forti, in termini di decontribuzione e di detassazione, da rendere conveniente alle parti di giocarsi proprio quella partita. Si confermava però anche il primo livello. Ricordo a tutti che questo risultato non era affatto scontato: fino a quattro anni fa, Confindustria e molte altre associazioni imprenditoriali sostenevano che la contrattazione di secondo livello era alternativa a quella di primo livello e che bisognava scegliere l'uno o l'altro.
Ebbene, conserviamo il primo livello, lo strutturiamo maggiormente, lo delimitiamo con molta più forza e, rafforzando il secondo livello attraverso i sistemi citati, rendiamo il sistema molto più armonico e capace di garantire a tutti un minimo. Si riservano al primo livello le regole di funzionamento dell'intero sistema, mentre il secondo - noi riteniamo - diviene il luogo privilegiato, poiché crea più responsabilità sia da parte del lavoratore che dell'imprenditore, i quali, insieme, devono trovare in tale ambito i sistemi migliori per potenziare proprio quell'azienda e quel settore. Solo se tutto ciò si fa insieme (soprattutto in un'economia fondata sulla produzione e non sulla carta; spero di esserci lasciati alle spalle quell'esperienza), il lavoro, la responsabilità e l'ingegno della persona diventano centrali e le vicende si giocheranno nel modo che ho descritto.
Nessuno di voi può sottovalutare che, se il lavoro umano è stato definito come attività «ordinaria», è perché comunque i


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soldi si facevano con le carte. Impegnando lo stesso lavoro umano e lo stesso ingegno, si è constatato che alla fine le azioni, oppure le operazioni finanziarie rendevano il 10-12-14 per cento, mentre l'investimento in un'azienda rendeva il 3,5-4 per cento o, nella migliore delle ipotesi, il 4,5-5 per cento, con la conseguenza che quest'ultimo veniva ad assumere un ruolo minore.
Scusatemi se insisto su questo aspetto: l'importante è rappresentato da ciò che il secondo livello favorisce. Abbiamo lavorato nel modo descritto per questa ragione, né ci sono sembrate serie le opposizioni arrivate all'ultimo momento, dopo che tutti gli organismi unitari, in tutta Italia e in tutti i settori, hanno convenuto di arrivare a un sistema partecipativo che definisse bene i contorni del funzionamento del primo e del secondo livello. Tutti, poi, unitariamente, hanno spinto nella direzione tesa ad ottenere supporti al secondo livello simili a quelli che ho ricordato.
Ritengo che questa operazione sia stata importante, proprio in virtù di quel cambio di passo, essendo arrivata nel momento di maggiore crisi per il nostro Paese e per le realtà più industrializzate. La conflittualità e l'antagonismo si riducono, ed è un bene; si favorisce un sistema di partecipazione, il che non significa che il conflitto non possa essere esercitato. Anzi, al conflitto si restituisce la sua vera funzione: quella di essere esercitato quando tutti i fili della comunicazione e del dialogo vengono interrotti. Proprio a quel punto - io credo - il conflitto assume una maggiore importanza, poiché ad esso si arriva essendo stato esperito ogni altro tentativo, non certo considerando il conflitto stesso come un fine.
Il sistema precedente ci sembrava troppo aperto non solo a quei conflitti che, oggettivamente, di volta in volta potevano sorgere, ma anche a quelli che potevano originarsi in seguito a vari equivoci.
Non a caso, il sistema contrattuale che abbiamo adottato prevede che, per esempio, sei mesi prima della scadenza del contratto si cominci a discutere, per sgombrare il più possibile il terreno da tutte le vicende facilmente risolvibili. Non a caso, il sistema prevede, proprio per evitare contrasti o tattiche dilatorie che, comunque, anche se arriviamo all'accordo cinque o dieci mesi dopo la scadenza del contratto, l'aumento contrattuale pattuito si applica dal primo giorno successivo alla scadenza contrattuale. Non a caso, la conciliazione mediante arbitrato diventa un punto importante, non certamente per sequestrare il diritto di ciascuno a ricorrere al giudice allorquando si senta penalizzato, bensì per esperire ogni possibilità di composizione. Si tratta di questioni che sono appartenute a un dibattito molto prolungato; tanti sono stati i punti importanti, in questo sistema contrattuale, che sono stati affrontati ai fini della costruzione di un impianto capace di mettere il più possibile d'accordo le parti. Quando poi queste ultime non troveranno comunque un accordo, si arriverà, appunto, al conflitto.
Molto importante è anche ciò che abbiamo stabilito sullo strumento volto al recupero del potere d'acquisto perduto dai salari a causa dell'inflazione. Sapete che, ormai da molti anni, sussisteva qualche problema con i vari Governi - più o meno grave, a seconda degli interlocutori - di applicazione dell'accordo del 23 luglio, quando si trattava di stabilire l'indice di riferimento.
Questo passo non è avvenuto mai in modo trasparente. Solo nei primi cinque o sei anni dopo la stipula dell'accordo tutto ciò è avvenuto in assetto di gestione della politica dei redditi; negli anni successivi, per bene che ci sia andata, siamo stati solo sommariamente consultati. L'ultima volta, addirittura - complice forse la crisi o il debito alto che abbiamo accumulato - abbiamo subito un vero e proprio Diktat che ha imposto l'1,7 per cento.
Ebbene, credo sia molto importante che tutte le parti si siano messe d'accordo su un sistema che attribuisce responsabilità alle parti sociali, permettendo loro un maggiore esercizio della propria autonomia. Alludo a un nuovo indicatore di inflazione previsionale triennale, ottenuto


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attraverso l'individuazione dell'indice dei prezzi al consumo armonizzato (l'IPCA), depurato dall'inflazione derivante dall'energia importata - così da evitare di importare inflazione (un obiettivo, quest'ultimo, per noi sempre importante) - che abbiamo giudicato più elevato e credibile del tasso di inflazione programmata fissato dal Governo e quindi maggiormente in grado di tutelare potere d'acquisto delle retribuzioni contrattuali.
Questo nuovo sistema, oltre che essere stato elaborato - fatto molto importante - in autonomia dalle parti, è stato anche adottato dal Governo per i propri dipendenti. Certo, nell'accordo predisposto è presente la formula «compatibilmente con le esigenze di bilancio pubblico» e quant'altro, però mi è sembrato molto strano che nessun commentatore abbia sottolineato l'importanza di questo accordo e che il Governo stesso, che aveva fissato un tasso da noi ritenuto sbagliato, sia tornato sui suoi passi rispetto al settore privato e addirittura abbia, sul piano del principio, aderito al nuovo sistema anche per i dipendenti pubblici.
Credo che quello che abbiamo fatto sia molto importante e ci permetta di recuperare l'inflazione, tenendo anche conto delle circostanze in cui ci troviamo, che non sfuggono né a noi, né a voi, visto che il costo del barile di petrolio è oggi pari a un terzo di quello che esisteva quando le parti hanno cominciato a predisporre tali regole. Addirittura, per uno come me, che proviene dalla scuola di Tarantelli (che pensa che la preordinazione sia una cosa buona, in quanto è inutile che io mi prenda 100, per poi rimetterci 120 in seguito), mi pare perfino un accordo troppo sbilanciato verso l'alto. A fare bene i conti, infatti, siamo alla parità esatta, tradendo persino la preordinazione. Di qui, appunto, le critiche sbagliate e ingenerose di chi sostiene che questo sistema non copra fino in fondo le esigenze dei lavoratori.
Personalmente lo ritengo perfino più trasparente, poiché la radice dei conti proverrà anche dalla base di calcolo e di indicazione che si adotta, di volta in volta, nello stesso Parlamento europeo. Sapete bene che otto Paesi europei prendono spunto da questa stessa radice e ciò mi pare un aspetto molto importante.
Potrei continuare, però vedo che mi sto dilungando eccessivamente.
Lascio pertanto alcuni documenti a disposizione della Commissione e mi rimetto alle eventuali domande nonché alla discussione che gli onorevoli deputati vorranno aprire, che la nostra organizzazione considera importante.

PRESIDENTE. Ringrazio il segretario Bonanni. È la prima volta che, sul tema della rappresentanza, si rileva una dichiarazione così esplicita. La Commissione lavoro della Camera non può che compiacersene, dato che in diverse legislature si è tentata una codificazione normativa di questo tema e non si è mai giunti ad un punto fermo, probabilmente perché non esisteva una visione comune nel mondo della rappresentanza del lavoro e dell'impresa. Naturalmente, siamo ben disponibili a lavorare sulle istanze che dovessero giungere in modo condiviso dalle parti sociali e, a questo proposito, mi permetto di chiederle a che punto sia la discussione fra le parti sul punto relativo alla riforma degli scioperi nei servizi pubblici essenziali.
Una seconda domanda, invece, riguarda il tema dell'inflazione. Nell'accordo si fa riferimento ad un istituto al quale sarà affidato il compito di stabilire l'indice previsionale. Le chiedo se abbiate un'idea su quale dovrebbe essere l'istituto che si occupa di questo problema, se si debba trattare di un istituto nuovo oppure di uno già esistente.
Do ora la parola ai colleghi che intendano porre quesiti o formulare osservazioni.

GIULIANO CAZZOLA. Il tempo è poco e le domande potrebbero essere tante, in quanto il tema è interessante. Il segretario Bonanni è stato molto esauriente, però anch'io ho colto la novità del discorso sulla rappresentanza, per quanto riguarda la sua organizzazione. Se ripercorriamo la


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storia di questo tema, riscontriamo una difficoltà a regolarlo, dal momento che definire la questione della rappresentanza significa anche regolare il dissenso, cioè una prassi conflittuale tra organizzazioni sindacali.
Se l'articolo 39 non è stato attuato (a parte i limiti giuridici derivanti dal suo risentire molto di una visione corporativa e di essere fortemente influenzato dal modello del sindacalismo corporativo), non c'è dubbio che la vicenda si inquadra in quella particolare fase storica in cui tra organizzazioni sindacali non sussisteva né dialogo, né una prassi d'unità d'azione; per cui, il rinchiudere la contrattazione in rappresentanze unitarie solo da un punto vista legale e costruite sulla base di un meccanismo legato al numero degli iscritti non corrispondeva alla prassi politica o allo stato dei rapporti politici allora vigente.
La questione della rappresentanza si pone e si risolve quando l'unità d'azione è la regola. Ebbene, voglio sapere se la CISL sia disponibile anche a misurarsi - personalmente auspico un modello di relazioni sindacali che riprenda un percorso unitario, come è stato nel passato e come è bene e opportuno che sia sempre - con un modello di rappresentanza in cui si dettino le regole per superare anche le posizioni di dissenso fra le organizzazioni.
Le pongo una seconda domanda, riservandomi magari una replica quando avrà risposto a tutte le domande che riguardano la sua esposizione.
Ho guardato con molto interesse all'iniziativa che lei ha promosso, riguardante il «Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro». Mi pare una mossa intelligente, che non è solo rivolta a organizzare un sistema sociale importante, che è rimasto sostanzialmente integro, anche dopo la scomparsa del sistema politico nato con esso.
Però, oltre ai valori sociali del lavoro che vengono individuati nel documento del forum, ho l'impressione che sia stato esperito, da parte di queste organizzazioni attualmente orfane sul piano politico, un tentativo - in buona sostanza - di darsi una copertura politica in un firmamento in cui altri interlocutori e altri partner già ce l'hanno, magari costruendosela sulle proprie forze sociali, che sono rimaste abbastanza intatte nonostante i terremoti che sono intervenuti nel sistema politico.

TERESA BELLANOVA. Signor presidente, non entrerò nel merito dell'accordo, perché - come lei sa, segretario Bonanni - abbiamo avuto audizioni prima che si giungesse alla firma dell'accordo e anche la sua organizzazione, ovviamente, ha rappresentato il proprio punto di vista e le ragioni per le quali si riteneva di firmare quell'accordo.
Vorrei porle tre semplici domande, la prima delle quali verte sulla questione della rappresentatività delle organizzazioni sindacali e anche di quelle datoriali. Non ho colto con chiarezza - per mio limite, sicuramente - se lei parlava di misurare la rappresentatività in relazione al diritto di sciopero o se invece lei e la sua organizzazione ritenete che sia arrivato il momento, per il nostro Paese, di dotarsi di una legge che fornisca gli strumenti, così come accade nel pubblico impiego, per misurare la rappresentatività di tutte le organizzazioni. Se fosse giusta la seconda ipotesi, ne sarei davvero lieta, appartenendo al novero di coloro che ritengono un limite per il nostro Paese il non disporre di un tale strumento e avendo già depositato una proposta di legge al riguardo, molti mesi fa.
Ieri il segretario generale della UIL, come punto di valore, affermava che il diritto di sciopero deve essere certificato dal 51 per cento dei lavoratori. Non terrò qui un lungo discorso, poiché ci troviamo nell'ambito di un'audizione, ma ricordo che il diritto di sciopero è un diritto individuale e, senza avere una legge che misuri la rappresentatività vera delle organizzazioni sindacali, mi pare che corriamo il rischio di cadere nell'arbitrio tra chi può e chi non può proclamare lo sciopero, cioè esercitare un diritto che è garantito dalla nostra Costituzione.


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Capisco come, negli ultimi tempi, questa Carta sia stata sottomessa a letture non sempre corrette, ma, aldilà di tutto, le siamo ancora affezionati.
La seconda domanda che le pongo è la seguente. È stato stipulato un accordo sulle regole, quindi non un contratto separato. Qualcuno ha dichiarato che si tratta di un accordo storico, ma non voglio dare adesso un giudizio nel merito, perché ognuno di noi ha la propria opinione. Si tratta, comunque, di un accordo importante, che ne sostituisce uno - secondo me - altrettanto importante e che, forse, invece di essere smontato, andava solo rimaneggiato.
Fatto questo accordo e avendo un'organizzazione di lavoratori che, al momento, per quelle che sono le regole di misurazione della rappresentatività, è la più grande in campo, le domando, segretario Bonanni, perché tante sigle che hanno sottoscritto l'accordo non accedano all'idea di una consultazione referendaria tra i lavoratori. Credo che tale consultazione non sia solo il modo per garantire la democrazia e la partecipazione dei soggetti che vedranno ricadere le regole dell'accordo sui propri strumenti contrattuali, ma anche lo strumento - se si vuol agire per tenere insieme la rappresentanza e la rappresentatività nel mondo del lavoro - per dare l'opportunità a chi (probabilmente, dal suo punto di vista, sbagliando) non ha firmato questo accordo di rientrare all'interno di regole che sono state condivise e che, se accettate dalla maggioranza dei lavoratori, dovrebbero vincolare anche la CGIL alla loro applicazione.
In assenza di uno strumento che permetta questo rientro, le chiedo come si pensi di regolare il conflitto e di affrontare i rinnovi contrattuali nei prossimi mesi e negli anni a venire.
La terza domanda riguarda la produttività. Sono assolutamente convinta che occorra avvicinare il luogo della contrattazione e della redistribuzione, laddove la produttività si esplica. La mia domanda parte da un'idea che personalmente mi sono fatta - come tutti, credo - della composizione della struttura produttiva del nostro Paese. Abbiamo alcune eccellenze nazionali - penso, per esempio, al settore tessile e abbigliamento, ma anche al mondo della meccanica e ad altri settori - che hanno qualche centinaio di dipendenti nelle case madri per poi ricorrere a una filiera produttiva basata sul contoterzismo, con migliaia di addetti.
Le faccio un esempio: la Benetton. Duecento dipendenti Benetton, a fronte di imprese artigiane con 7 mila addetti solo nel Veneto e decine di migliaia di lavoratori sparsi per il Paese, senza contare quelli all'estero. Lo stesso accade per tutti i marchi noti nel mondo. Nel momento in cui si decide che il potere salariale è in parte dentro la struttura del contratto nazionale e che il resto deve essere acquisito nella contrattazione di secondo livello, le domando come potranno questi lavoratori - che sono quelli che producono il valore vero, determinano la produttività e, spesso, sono collocati nel Mezzogiorno - usufruire della redistribuzione della produttività. In altri termini, le domando come sia da voi affrontato il tema della filiera, dell'indotto e del contoterzismo, dentro la riforma della contrattazione.

LUIGI BOBBA. La prima domanda l'ho già posta ieri al segretario generale della UIL Angeletti. Le chiedo, segretario Bonanni, essendo ormai vicina la scadenza di alcuni contratti, che cosa accadrà nel rapporto tra le organizzazioni e nelle dinamiche concrete che si porranno al momento dell'applicazione di questa intesa sulle regole, che, come è stato illustrato, ha un valore così ampio.
La seconda domanda, invece, attiene al tema sollevato dal collega Cazzola, riguardante il forum. Avendo rivestito in passato alcuni ruoli e conoscendo quindi abbastanza bene questo campo, mi sembra che, forse, sarebbe opportuna una maggiore chiarezza rispetto agli obiettivi di quest'iniziativa, perché di essa sono state date letture molto diverse: da sponda sociale della CISL, fino ad anticipo di polo moderato e quant'altro. Le esclusioni e le inclusioni giustificano, forse, qualche lettura


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maliziosa o sbagliata, ma, se non altro, in questo frangente una chiarificazione sarebbe opportuna.

CESARE DAMIANO. Penso che l'iniziativa della Commissione lavoro di monitorare il tema del modello contrattuale sia importante. L'abbiamo fatto prima dell'accordo di gennaio e abbiamo deciso di continuare dopo l'accordo. Anche questa è una scelta molto importante e il nostro presidente l'ha sostenuta con forza, perché ci consente anche di approfondire, al di là di pregiudizi, le valutazioni sull'accordo senza ledere l'autonomia della rappresentanza sociale, nonché di valutare nel merito degli argomenti tutti gli spazi che consentano di tendere a un obiettivo fondamentale, quello del massimo di unità delle organizzazioni e di inclusione, nel momento in cui dall'accordo quadro - perché di questo si tratta - si passerà all'applicazione.
Ho già detto in tutte le audizioni precedenti che dovranno essere fatti accordi interconfederali con Confindustria, con gli artigiani, con i commercianti e quant'altro, i quali poi tradurranno nei singoli contratti - se non sbaglio - l'accordo medesimo che dovrà essere recepito.
Si tratta, quindi, di un percorso relativamente lungo, che al tempo stesso subirà alcune verifiche immediate, in quanto alcuni contratti di categoria sono già scaduti e si dovrà stabilire, da parte vostra, segretario Bonanni, se il loro rinnovo avverrà con le vecchie modalità o con le nuove regole. Secondo me è assai importante che il Parlamento, tramite la Commissione lavoro, effettui il monitoraggio di questo passaggio cruciale e difficile, che induce una significativa sollecitazione culturale, sociale e di carattere politico.
Naturalmente, come diceva il presidente, ci auguriamo il massimo di unità. Ci auguriamo che la CGIL, che non ha firmato l'accordo, si sieda ai tavoli di applicazione e che in queste sedi i chiarimenti e gli «abiti su misura» che ogni categoria dovrà ritagliare determinino le ragioni per una riconquista di unità. Ce lo auguriamo perché ci rendiamo perfettamente conto che l'obiettivo al quale lei faceva riferimento, segretario, di ridurre l'antagonismo fine a se stesso, il conflitto per il conflitto (che io condivido assolutamente, giacché il conflitto è l'extrema ratio, quando l'accordo non trova la sua soluzione), potrebbe essere contraddetto proprio dalla mancata adesione alle regole contrattuali da parte della maggiore organizzazione, cosicché la traduzione in pratica di tali regole potrebbe essere oggetto non di pacificazione, bensì di conflitto. Siamo tutti interessati affinché chiarimenti, soluzioni, integrazioni e applicazioni di merito possano risolvere questioni che, fin qui, non sono state risolte o interpretate.
Naturalmente, come hanno fatto i miei colleghi, non entro nel merito dell'accordo. Ritengo di poter affermare in via di principio, alla luce della storia del sindacato italiano, avendo per tutta la vita creduto profondamente al significato di sindacato confederale (sottolineo questo termine, che per me rappresenta una specificità nazionale assolutamente da preservare, in quanto coniuga una capacità di riforma e di confronto generale con la rappresentazione delle condizioni materiali delle persone), che CISL e UIL, che hanno firmato, e la stessa CGIL, che non lo ha fatto, hanno pensato di rappresentare correttamente e onestamente gli interessi dei propri aderenti.
Voglio invece porre alcune domande, poiché sono interessato, al di là delle mie soggettive valutazioni politiche e ai dubbi e perplessità che ho avuto modo di esprimere, a cercare di comprendere alcuni passaggi fondamentali. È già stato detto, ma secondo me è molto importante ribadire l'importanza di queste audizioni, che, tra l'altro, avvengono al massimo livello, con i segretari generali delle organizzazioni, testimoniando un reciproco rispetto e interesse che è sempre opportuno considerare nella sua significatività.
Sulla rappresentatività del sindacato, segretario Bonanni, lei ha accennato al fatto che questo accordo pone l'esigenza di introdurre una disciplina in materia in un tempo anche relativamente breve. Anch'io sono interessato a comprendere meglio


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questo argomento, sul quale nel passato il sindacato si è misurato. Ricordo, ad esempio, che nelle passate legislature si arrivò quasi a una conclusione, con una proposta di legge dell'onorevole Gasperoni che trovò, per un certo tratto, una condivisione unitaria da parte di CGIL, CISL e UIL. Le chiedo se quell'impianto, che fonda il censimento della rappresentatività del sindacato su due criteri fondamentali - il numero degli iscritti e i voti conseguiti e certificati nell'elezione delle rappresentanze sindacali unitarie - sia ancora ritenuto dalla CISL un modo valido per misurare la rappresentatività.
La seconda domanda gliel'ha già rivolta l'onorevole Cazzola. Le chiedo se pensiate, quando parlate di rappresentatività del sindacato, di includere nell'eventuale normativa autonoma delle parti sociali, che potrà trovare una traduzione legislativa, anche le regole per superare il dissenso fra le organizzazioni sindacali, tramite il referendum, oppure per decisione dell'assemblea unitariamente costituita, sulla base di valutazioni di peso. Credo che ciò rappresenterebbe sicuramente, ex post, un punto importante per superare anche alcune asperità di confronto che si sono registrate fra le organizzazioni sindacali.
La terza questione è relativa al diritto di sciopero, al quale lei ha accennato. È evidente che la Costituzione pone in capo al lavoratore il diritto di esercitare lo sciopero, ma al tempo stesso sappiamo che sono avvenuti processi di autoriforma, recepiti dalla legislazione, riguardanti i servizi essenziali. Anche in questo caso, non entro nel merito della questione: sono favorevole al fatto che in alcune situazioni strategiche, per quanto riguarda la ricaduta verso l'utenza, esistano forme di autoregolazione. Anche in questo caso le chiedo, se si dovesse andare in quella direzione, se questa autoregolazione sia, secondo voi, da misurare sulla base del peso specifico di ciascuna organizzazione, oppure attraverso un'espressione di voto dei lavoratori, o, ancora, come somma di sigle che aderiscono o meno ad una manifestazione di sciopero.
Per quanto riguarda il merito dell'accordo, si tratta di questioni sulle quali si discute, credo, da più di un decennio. Io stesso ho avuto modo, nel sindacato, di affrontare questi temi e sono particolarmente convinto dalla soluzione che definisce in tre anni il tempo del rinnovo contrattuale. La ritengo una semplificazione e un miglioramento.
Ho sempre dichiarato di essere favorevole al potenziamento del secondo livello di contrattazione. Anzi, ho sempre sostenuto la tesi che la produttività del sistema, nell'ambito delle singole categorie, dovrebbe essere esclusivamente destinata al secondo livello e non alle quantità salariali del contratto nazionale, se non per una quota utile ai fini del rinnovo delle normative. Anch'esse possono avere un costo che, se si sottrae al salario, evidentemente, fa venir meno gli elementi di tutela salariale.
Ciò premesso, le domande sono molto semplici. Riguardo all'indice previsionale, è evidente che abbiamo alle spalle l'inflazione programmata, la cui genesi ha teso a raffreddare l'inflazione reale. Le chiedo se, a suo parere, questo indice previsionale potrà portare un risultato migliore, uguale oppure peggiore, nel medio-lungo periodo, rispetto alla situazione precedente.
Nel momento in cui si introduce un indice depurato dall'energia importata, ad esempio, è noto che nel medio periodo si verificherà addirittura una sopravvalutazione di valore dello 0,2-0,3 per cento, a causa della caduta del prezzo del petrolio. Se la tendenza si dovesse invertire, ovviamente, ci sarebbe l'effetto opposto e controproducente. Le domando se non sarebbe stato meglio, dal punto di vista tecnico, prevedere, nell'arco del triennio della vigenza contrattuale, un recupero non dell'indice depurato, bensì dell'indice europeo tout court, quale elemento di maggiore garanzia.
Le chiedo inoltre se il valore punto - è una questione di chiarimento alla quale tengo molto - sarà definito, come è stato nel passato per alcune categorie, nell'ambito di ciascuna categoria, oppure si andrà


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verso un indicatore medio, che potrebbe sopravvalutare le situazioni più deboli e sottovalutare quelle più forti.
La terza domanda riguarda la contrattazione decentrata. Ho accennato che, già al tempo del Governo Prodi, abbiamo lavorato congiuntamente per una defiscalizzazione del valore della retribuzione decentrata. Io stesso, con l'accordo del 2007, insieme a lei e ai suoi colleghi, ho definito questa tendenza, proseguita con l'attuale Governo.
Le domando se non trovi una contraddizione nelle attuali norme volute da questo Governo, che tolgono peso fiscale (e quindi fanno valere di più questo risultato nei confronti del lavoratore) sia al salario contrattato, sia al salario erogato unilateralmente. Le chiedi altresì se non sarebbe opportuno che le parti sociali sostenessero l'esigenza che queste diminuzioni di peso fiscale sulla retribuzione decentrata si applicassero esclusivamente al salario contrattato.
Infine, nel modello contrattuale è stato inserito, soprattutto per volontà del Governo, anche il modello del pubblico impiego. Le domando se non trovi che sussista una difformità, per quanto riguarda il recupero dello scostamento, che nel modello privato avviene all'interno del triennio, mentre nel modello pubblico avviene nel triennio successivo. Vorrei sapere se le cose stanno effettivamente così, oppure se ho capito male dalla lettura dell'accordo. Si tratta di un punto di chiarimento che ritengo, anche questo, molto importante.

NEDO LORENZO POLI. Signor presidente, sono contento che sia stato realizzato, su questo importante accordo quadro, quanto dichiarato dal segretario della CISL. Credo, tuttavia, che in questo momento i tempi si allungheranno: con la spaccatura che sussiste all'interno delle associazioni e delle forze sindacali, si genereranno ritardi, accordi bilaterali e quant'altro. Trasferire l'accordo nella pratica, a mio modo di vedere, non sarà cosa di pochi giorni.
Nello stesso tempo, però, i problemi del lavoro sono rilevanti e su questo non vedo una grande forzatura da parte di alcuno. Lo stesso segretario della CISL ricordava che si è ottenuta la decontribuzione e quant'altro. Ebbene, il 35 per cento delle aziende che hanno chiesto la decontribuzione nel 2008 sono rimaste escluse, perché non ci sono i fondi. Solo il 65 per cento l'hanno avuta; mancano 260 milioni di euro e nessuno ne parla, nessuno li tira fuori.
Per quanto riguarda la detassazione sugli straordinari, con la nuova norma gli straordinari sono tutti tassati, a meno che non siano in vigore accordi aziendali che portano all'incremento della produzione. In sostanza, da gennaio è sparita la detassazione sugli straordinari. Nella mia provincia di Lucca, l'80 per cento delle aziende non ne usufruiscono, salvo beneficiare di una lieve detassazione in relazione ad alcuni elementi contrattuali relativi ad accordi aziendali. Da gennaio la detassazione è ridotta, in termini pratici.
Non so se ciò accada solo nella provincia di Lucca; credo che si tratti di un fenomeno generalizzato e le associazioni mi confermano che poche aziende godono di una detassazione sugli straordinari.
Gli ammortizzatori sociali rappresentano problemi importanti. Il Governo, le regioni e le parti sociali dovrebbero cercare di dare più tranquillità e stabilità a quei dipendenti che ne sono sprovvisti: sappiamo tutti quali sono e non mi sembra che ci sia un'attenzione forte al riguardo, in questo momento di emergenza del Paese.
L'accordo quadro va bene e va applicato, ma torno a ripetere che, prima di andare sulle contrattazioni del secondo livello, forse sarebbe bene anche rimettere a posto i contratti generali. Sussistono, infatti, troppe dispersioni e diversità che si gestiscono male: si potrà intervenire, dopo, anche sulle contrattazioni di secondo livello.
A me pare che nessuno voglia affrontare questi problemi importanti di riorganizzazione del mondo del lavoro. Speriamo, pertanto, che si possa ottenere


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qualche buon risultato in relazione a queste situazioni, ma nell'attuale momento di crisi che il Paese sta vivendo - non voglio essere pessimista, ma auguriamoci che la situazione non peggiori - e con quello che sentiamo in giro, non mi sembra di percepire alcuna buona novella in arrivo.
Forse sarebbe bene affrontare l'emergenza con più forza, dando corso a incontri come questo e ricercando un'unità sindacale che ritengo di fondamentale importanza per affrontare problemi rispetto ai quali, singolarmente e tutti assieme, ciascuno di noi deve fare la propria parte per riuscire a individuare una soluzione.

LUCIA CODURELLI. Pongo una domanda secca, visto che condivido quanto è già stato esposto nonché le domande fatte dai miei colleghi. Di leggi ne abbiamo tante, rispetto alla parità salariale uomo-donna e non dobbiamo assolutamente aggiungerne altre. In più l'accordo sul welfare dello scorso anno aveva previsto una delega specifica sulle misure per incrementare il lavoro. Ma, considerata l'importanza - da lei rilevata, segretario Bonanni - di questo accordo sul secondo livello, le domando come si intenda, concretamente, riuscire a recuperare il gap che abbiamo, visto che al secondo livello ciò che conta è la contrattazione. L'Italia naviga al sessantasettesimo posto, purtroppo, nella classifica riguardante la disparità salariale. Non so se per mia mancanza, ma non mi pare di avere trovato nulla su questo punto e le sarei grata se potesse darmi qualche elemento in più.

PRESIDENTE. Do la parola al segretario Bonanni per la replica.

RAFFAELE BONANNI, Segretario generale della CISL. Circa la questione posta sul forum, voglio assicurare all'onorevole Cazzola che non sussiste alcun intento politico circa questa iniziativa, che nasce solo per raccogliere l'appello del Papa verso le persone impegnate nel sociale a occuparsi più direttamente delle questioni attinenti al lavoro, all'economia e a quant'altro, proprio per l'eccezionalità della situazione economica e sociale (ma anche politica) in cui ci troviamo.
A nessuno sfugge che, al di là dell'eccezionale vivacità del ceto dirigente, sia nella politica che nel sociale, esiste uno iato fortissimo e pericoloso tra il ceto dirigente impegnato nel sindacato, nel sociale, in politica e così via e le persone comuni, tant'è che si assiste a una rincorsa «a chi la spara più grossa», proprio per compensare il poco impegno che si riscontra nella base.
A noi è sembrato molto importante raccogliere questo appello e impegnarci di più, partendo ciascuno dalle proprie responsabilità, con un'adesione forte che scavalca a piè pari, soprattutto dopo il Concilio, ogni appartenenza e ogni altra questione che ci appassiona nella politica. Si tratta solo di questo. Ci si domanda perché costoro si siano messi insieme, perché si siano impegnati, per esempio, nelle vicende contrattuali, e abbiano mostrato la stessa opinione, perché rivelino la stessa visione della vita, perché si siano voluti impegnare reciprocamente.
Certo, è come la vicenda sindacale: chi non si cerca non si incontra, mentre chi condivide le stesse opinioni riesce ad incontrarsi. Non c'è, però, alcun intento politico: lo affermo sinceramente, tant'è che il contributo riguarderà esclusivamente questioni economiche e sociali.
Vorremmo dar luogo, nel prossimo futuro, a iniziative originali, i cui segni si scorgeranno proprio nei comportamenti delle singole associazioni, nelle vicende sociali ed economiche: né più, né meno.
Vi ringrazio dell'attenzione posta su questo tema, che, nell'importanza di altre iniziative politiche e sociali talmente clamorose, naturalmente sarebbe potuto sfuggire.
Il fatto che si sia attenti a ciò che si muove nel sociale, nonostante appunto questo gap forte che permane, è un segno di speranza.
Per quanto riguarda la rappresentatività e il diritto di sciopero, bene hanno


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fatto gli onorevoli che hanno sottolineato come novità la posizione della CISL su tale problema.
La CISL esprime l'attuale posizione perché vuole essere fedele - spero che altrettanta fedeltà si possa esprimere al più presto anche da parte di altri - all'accordo molto importante che le centrali confederali sono riuscite a definire nella primavera scorsa e che fa premio su divisioni - che a voi non sfuggono - durate decenni, dovute anche alle difficoltà storiche di affrontare in Parlamento, chiarire e applicare pienamente le indicazioni della Costituzione.
Definimmo la questione assieme a CGIL e UIL e vorremmo essere fedeli a quell'accordo unitario: spero che altri lo saranno altrettanto.
Quando definimmo l'ipotesi di nuovo sistema contrattuale, lo facemmo come si fa in una realtà plurale. La realtà sindacale è plurale, per fortuna: ecco perché il sindacalismo italiano è così forte. La pluralità è un fattore di ricchezza, a condizione - lo ripeto - che riesca a produrre uno sforzo per comporsi.
Tutto ciò riguarda la politica così come riguarda il sociale: tutto questo pluralismo, di cui l'Italia sovrabbonda, potrà rivelarsi una ricchezza se riuscirà a comporsi ogni volta, senza atomizzarsi. Si tratta di un tema molto delicato di questo momento storico.
Riassumendo: intendo onorare ciò che abbiamo stabilito insieme ed è stato deciso da tutti i direttivi nazionali delle strutture orizzontali e verticali del sindacato organizzato, in via confederale e in via federale. Tutte le strutture, nazionali e locali, approvarono quel documento di riforma del sistema contrattuale partecipativo e di nuovo sistema di rappresentanza che, naturalmente, fu il frutto di un compromesso con CGIL e UIL. Personalmente partecipai, come parteciparono anche il segretario della CGIL e della UIL, con il piccolo particolare che poi, all'ultimo momento, la CGIL s'è tirata indietro. Affermo con molta forza che, se è legittimo che ognuno a casa propria possa fare quello che vuole, non si può tuttavia accusare altri di non aver mantenuto la parola se poi non la si è mantenuta noi stessi. Il capovolgimento delle alleanze interne delle singole organizzazioni stanno a testimoniare che le cose non stanno esattamente come si dice. Quindi, vogliamo essere fedeli alla nostra posizione e sono molto curioso di vedere come si comporteranno le altre organizzazioni su questo tema.
Abbiamo trovato una composizione non solo sulla rappresentanza, ma anche - come è stato chiesto dagli onorevoli deputati - rispetto alle regole di democrazia.
Vi farò avere l'accordo, la piattaforma cosiddetta di CGIL, CISL e UIL, che conteneva anche questi aspetti. Se si procede verso un sistema partecipativo, si deve assolutamente costruire anche un impianto che lo sa reggere, sia di partecipazione (e quindi di distribuzione della responsabilità attraverso regole nuove di rappresentanza), sia di rapporto con i lavoratori tramite un nuovo modello di democrazia sindacale.
Signor presidente, la prego di consentirmi di trasmettervi il documento unitario, approvato da tutti, anche sulla democrazia sindacale.
Chi conosce bene il sociale - tra voi ci sono molte persone che si sono occupate di sociale, nel corso del loro impegno politico - scorgerà forti novità, oltre che sulla rappresentanza, anche su un criterio molto importante che (è inutile negarlo) ha composto i dissidi storici esistenti tra noi e gli amici della CGIL.
Noi abbiamo molto contato sulla democrazia rappresentativa, loro sulla democrazia di mandato. Abbiamo compiuto un'operazione molto semplice, costruendo, anche sulla democrazia sindacale, un sistema che definisca con certezza chi decide (poiché ci deve essere qualcuno che decide). Il buon Rousseau ci ripeterebbe continuamente che nell'agorà assolutamente affollata delle società moderne, sistema impraticabile, decidono i gruppi dirigenti; poi, naturalmente, se hanno deciso bene, lo si può comprovare, come abbiamo fatto per l'accordo sul welfare.


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L'ex Ministro del lavoro si ricorderà che è avvenuto un dissidio anche allora e si è tergiversato fino all'ultimo momento. La mia organizzazione disse che saremmo arrivati alla consultazione generale e certificata ad una condizione: che la dirigenza di CGIL, CISL e UIL (i segretari, innanzitutto) si fossero presi la loro responsabilità esprimendo pubblicamente il proprio giudizio. Andare a votare così, allo stato brado, non credo sia una cosa buona in una democrazia regolata, che non sia caos. Ognuno si assuma le proprie responsabilità e poi, naturalmente, decideranno i veri padroni della legittimità di ogni decisione, soprattutto nelle questioni più importanti. Voglio sperare che nessuno pensi che, ad ogni passo della vita sociale o politica, si debba arrivare al referendum, da riservare soprattutto ai momenti eccezionali.
Ecco, abbiamo compiuto un passo in avanti e ci siamo incontrati, come bisognerebbe fare in politica e nel sociale, in una realtà così ricca e plurale come quella italiana. Infatti, limitarsi ad ergersi a rappresentante radicale della propria cultura porterà solo allo sfascio. La mia opinione personale è che questo atteggiamento, negli ultimi quindici anni, ha prodotto solo un pluralismo distruttivo e «muscolare» che, come si vede, non riesce a tener testa a situazioni eccezionali come la crisi economica. Tutto ciò riguarda il sociale: ognuno dovrà pure comporsi, una volta tanto, anche con le altre culture, pur nella propria spiccata identitarietà.
Abbiamo voluto testimoniare questa nostra fedeltà all'accordo unitario per uno scopo preciso. Questo è un punto molto delicato, ecco perché vi chiedo scusa se mi dilungo sulla vicenda della rappresentatività.
Sostenevo inizialmente e sosterrò con tutta la mia determinazione (forte di una nostra tradizione nella volontà di comporsi con gli altri, ma che deve assolutamente mostrare chiarezza e fare chiarezza) che siamo sempre stati contrari a che il legislatore, in via immediata, intervenisse sulla materia. Certo, non devono essere complici le parti sociali che latitano e sfuggono alle responsabilità: è chiaro che si interviene nel caso in cui gli altri non si prendano la propria parte di responsabilità. Sussiste, infatti, una tendenza da parte della politica e del legislatore di edulcorare (o, talvolta, anche di forzare) la vera forza che si esprime attraverso le rappresentanze liberamente e autonomamente realizzate.
L'onorevole Damiano conosce perfettamente la mia opinione: ciò mi ha fatto disperare, nel corso della mia esperienza di segretario generale, sia con il Governo Prodi, sia con il Governo Berlusconi.
Molte volte mi trovo a discutere, in modo anche, secondo me, improduttivo, con organizzazioni che sono invitate e sono presenti solamente in virtù di un qualche patron politico che dà loro forza. Il legislatore e la politica tendono a dare forza a chi non ne ha, a chi non l'ha costruita autonomamente. Se ciò è vero e se ne siamo, tutti quanti, responsabili, allora dobbiamo farci carico del problema.
Ecco perché, personalmente, ritengo che la rappresentanza sia importante e da stabilire con precisi criteri. Viviamo quest'esperienza nel pubblico impiego da oltre dieci anni e, tutto sommato, il modello si è rivelato buono. Lo affermo proprio io, che avevo qualche sospetto che non potesse funzionare. Invece ha funzionato.
Il criterio da utilizzare nel privato, salvo alcuni accorgimenti, può somigliare molto a quello in vigore nel pubblico, per garantirci una rappresentanza che non permetta assolutamente le forzature di cui ho parlato quando si deve trovare l'accordo tra la parti sociali.
Spero che il Parlamento poi (come si fa nelle buone democrazie, ad esempio in Germania) possa prendere atto di una sorta di avviso comune esistente tra tutte le parti, codificandolo attraverso la propria autorevolezza.
Si evita in tal modo che ciascuno fondi il proprio sindacatino di comodo e si fa in modo che ciascuno possa sapere «chi rappresenta chi». Parlo, con molto orgoglio, a nome di una grande organizzazione che, negli attivi, non è seconda a nessuno e che, insieme ad altre, quando sottoscrive


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accordi, supera notevolmente quella maggioranza di iscritti e lavoratori necessaria per evitare il blocco che avviene quando ad alcune realtà viene in mente di esercitare il proprio diritto di veto.
Ritengo che questa vicenda della misurazione della rappresentatività si possa risolvere con le stesse misure indicate dal documento unitario.
Ciò è molto importante, ai fini della regolazione anche del diritto di sciopero.
Ho ascoltato interventi sull'esigenza di garantire al singolo la libertà di dissentire o scioperare. Da me non arriverà alcuna parola in contrario. Ricordo a me stesso, prima di ricordarlo agli altri, che i diritti individuali devono sempre misurarsi, in una democrazia responsabile, con quelli collettivi. Deve sempre esserci un bilanciamento, poiché un diritto individuale non può arrivare addirittura a mettere in discussione il sistema dei trasporti, che è il più sottoposto a situazioni di questo tipo (sbaglia, in effetti, chiunque voglia, in modo strumentale, inserire in questa discussione altri tipi di sistema).
I diritti individuali sono sacrosanti, ma devono sempre essere equilibrati e, soprattutto, non intralciare né il diritto alla mobilità, né l'opinione della maggioranza (più chiaramente: della stragrande maggioranza) dei lavoratori.
Allorquando si sequestri un diritto costituzionale e si reiteri, solamente come sistema di forzatura, un'iniziativa che notoriamente non rappresenta affatto la generalità dei lavoratori, arrivando a coercire non solo la mobilità, ma addirittura la volontà dei lavoratori, mi pare che si esuli dal dettato della Costituzione, che si guarda bene da indicare questa strada.
Ritengo che questa discussione debba essere fatta al più presto, alla luce del sole. È importante che le parti sociali esprimano un'opinione, rafforzati anche da una carta della rappresentanza. Si potrà così maggiormente regolare una partita molto delicata. Spero che prevalga il senso di responsabilità nel sindacato e in tutti gli altri soggetti di una partita così importante.
Non vi nascondo l'imbarazzo di un sindacalista, allorquando un servizio essenziale non venga garantito. Ad esempio, nell'ambito della sorveglianza del volo, ci sono stati casi in cui l'assenza di un solo lavoratore ha determinato la cancellazione di alcuni voli. Nei casi in cui è sufficiente che un solo lavoratore venga meno per produrre danni rilevanti, abbiamo provveduto a prevedere accordi del tutto particolari. Questo è un tema molto importante.
Forse vi chiederete perché sono così deciso. Ebbene, lo sono perché mi faccio carico degli interessi dei lavoratori e anche di quelli generali.
Ritengo sia importante che l'accordo sia stipulato sulla scorta dell'indicazione unitaria e che il voto dei lavoratori ci sia, alla condizione, però - come è successo per l'accordo sul welfare - che, chi ha la responsabilità di siglare accordi, lo faccia. Se con l'ex Ministro Damiano fossimo andati a stipulare l'accordo premettendo di non poter concludere nulla finché non avessimo sentito tutti, non saremmo arrivati a nulla. Non credo che un Governo, o un imprenditore, possano attendere, in una situazione così farraginosa.
In ogni caso, per una buona regolazione della democrazia, qualcuno dovrà pur esprimere la propria opinione. Non ritengo sia di spessore comune l'opinione espressa da una persona eletta da milioni di cittadini, come esattamente succede per un ministro o per un parlamentare, a svolgere un determinato compito e ad assumersene la relativa responsabilità. Se questa persona non intende esercitare fino in fondo il proprio potere, perché così facendo sequestrerebbe la volontà dei più, costui dovrà comunque rassegnare una propria valutazione, per dare la possibilità a ciascuno, in modo trasparente, di conoscere questioni che solo chi dirige può conoscere fino in fondo.
Ultimamente ho sentito una posizione per cui qualcuno sarebbe disposto a firmare un accordo se i lavoratori gli dicono di firmare. Ebbene - scusate la rozzezza di questa mia opinione - il sindacato non


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ha bisogno di notai, bensì di persone in grado di assumersi le proprie responsabilità!
In sintesi, spero che il sistema funzioni nel modo che ho auspicato: si facciano accordi e poi, se un'organizzazione non è d'accordo, si faccia la consultazione (come sta avvenendo adesso).
Tra l'altro, sono anche fortunato poiché, in una fase congressuale come l'attuale, si prende contatto proprio con tutti gli iscritti alla mia organizzazione. Pertanto, sto consultando i lavoratori iscritti circa la congruità del comportamento da me tenuto.
Se dovessero cambiare opinione gli altri del sindacato, sarei ben felice, come è successo l'anno scorso nella vicenda del welfare, di procedere uniti. Come si è visto, quando abbiamo dato indicazioni responsabili, la stragrande maggioranza dei lavoratori ci ha assegnato un voto persino maggiore di quello che io stesso speravo. Infatti, appena hanno notato che si aprivano speculazioni su questioni davvero di lana caprina, abbiamo ottenuto consensi perfino più copiosi. Qualcuno deve prendersi la responsabilità.
Vengo a rispondere sui temi della contrattazione e delle difficoltà relative.
Si è innanzitutto chiesto se questa difficoltà che si è verificata tra le organizzazioni non allunghi i tempi e non crei ulteriori difficoltà. La mia risposta è: sì, però fino a un certo punto. Spero che non resteremo immobili. È la mia speranza e per questo lavorerò, perché credo nel valore di essere il più possibile uniti per fare il bene del Paese e dei lavoratori. Ritengo che i singoli contratti che adesso verranno stipulati potranno essere un'occasione molto importante per ricomporsi. Se può servirvi, vi dico che si potrà arrivare a smussare gli spigoli, affinché avvenga questa ricomposizione. Mi pare che questa speranza sia ben riposta, poiché incombono i primi due rinnovi contrattuali che saranno influenzati da questa vicenda. Mi pare che, al di là di alcune asperità che permangono, in quei settori si stia perfino procedendo in modo molto concreto e responsabile perfino ad elaborare proposte unitarie, assai importanti per superare questa vicenda incresciosa in cui ci troviamo. Quindi, posti in chiaro alcuni punti, confido molto nel senso di responsabilità. Dalle prime notizie arrivate in questi giorni, nei vari settori si sta procedendo proprio nella direzione auspicata. Questo è molto importante.
L'altra obiezione che mi è stata posta è molto significativa e ha bisogno davvero di un impegno straordinario da parte nostra. Considerata la natura polverizzata della struttura produttiva del nostro Paese, si chiede come, si possa servire ciascuno poggiando maggiormente l'accento sul secondo livello di contrattazione. Voglio ricordare, in primo luogo, che il primo livello di contrattazione non è stato minimamente intaccato. Anzi, è stato perfino rafforzato, in quanto, proprio guardando alle situazioni concrete, abbiamo dotato questo sistema di un meccanismo che compensi attraverso la contrattazione nazionale l'incapacità di alcune realtà molto piccole di esercitare la contrattazione di secondo livello. Ciò potrà accadere, secondo me, in realtà con due o tre addetti. Ci sono molti posti di lavoro di questo tipo.
Noi, comunque, miriamo a un sistema che riesca a soddisfare questa esigenza. Infatti miriamo non solo alla contrattazione aziendale, ma anche a quella territoriale. Miriamo anche attraverso la bilateralità a creare nuove occasioni per dimensionare in modo più congruo il numero dei lavoratori in grado di condividere un interesse e quindi di fare massa critica nel rapporto con le imprese, in modo tale da essere soddisfatti, per esempio, nell'esercizio del secondo livello e nella redistribuzione della ricchezza creata. Vengo da un'esperienza lunga nel settore dell'edilizia, quindi so di cosa parlo.
Il mio sogno, in effetti, è che quel luogo polverizzato e martoriato dalla storia sia appunto la base di rassicurazione per tutti gli altri settori. Non sentirete mai parlare un edile che dica che è precario, almeno dove sussiste un sistema contrattuale in cui vigano sistemi sussidiari di bilateralità


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e contribuzioni più alte. Solo in Italia siamo stati capaci di sollevare un caso sulla precarietà, sottovalutando il fatto che proprio chi è più flessibile è meno pagato (invece dovrebbe essere più pagato, perché attraverso il maggior salario si pagano i contributi necessari quando manca la formazione: oggi, invece, dobbiamo per forza di cose intervenire attraverso la cassa integrazione in deroga e quant'altro).
Auspichiamo un sistema regolato attraverso il criterio territoriale, la bilateralità nonché attraverso il dimensionamento di bacini settoriali che possano metterci in condizione di fare massa critica. Occorre trovare nuovi sistemi per ripagare la maggiore produttività, per far sentire più interessati i lavoratori nei settori e nei territori, invitandoli a partecipare alla maggiore creazione di ricchezza e alla sua divisione.
Se tutte queste esigenze potessero essere soddisfatte solo da una grande azienda, secondo quanto sostengono alcuni, gli edili e anche gli artigiani rappresenterebbero una realtà minore. Vi domando, allora, perché gli edili, invece, hanno reddito e prestazioni più alti di tutti. Andatevi a verificare, per esempio, il salario e le prestazioni degli edili: sono al di sopra di quelli di qualsiasi altro lavoratore di ogni settore dell'industria, proprio perché hanno sopperito alla difficoltà di operare in settori e aziende formate da tre, sette, otto dipendenti, attraverso un nuovo sistema contrattuale e di welfare, mutualisticamente costruito attraverso anche la sussidiarietà e la bilateralità.
Vedo che molti sono contrari a questo sistema, non si capisce per quale motivo, come se si attentasse alla copertura pubblica.
Il pubblico, chiaramente, deve garantirci, ma esso può anche stimolare la costruzione di un sistema che ci copre di più, attraverso un comportamento che ci rende - come in quel caso - più attori del nostro destino.
Vedo che taluni si guardano bene dal portare questi esempi che, invece, dovrebbero essere portati più fortemente nel dibattito degli italiani. Siamo ancora nel grande opificio, nella grande fabbrica di Val di Sangro, oppure di Torino e oltre a questo non sappiamo andare quando invece - avete ragione su questo - l'Italia oggi è davvero un'altra cosa.
Quel modello è superato dai fatti e bisogna costruirne un altro. Questa è la mia opinione e sono molto contento che si stia facendo largo questo modo di pensare e di darsi delle risposte.
Credo di aver risposto alle questioni principali che mi sono state rivolte.
Le domande sono state davvero molto importanti e vi ringrazio sinceramente per il privilegio che mi avete concesso di tentare di spiegare le mie ragioni, che non sono le uniche e che spero siano ritenuti interessanti.

PRESIDENTE. Ringrazio il segretario Bonanni. È stata un'audizione particolarmente stimolante, anche per le risposte che ci sono state fornite. Credo di interpretare anche il pensiero dei colleghi se dico che la sponda legislativa, qualora le parti sociali arrivassero a una condivisione di riforme, offrendo spunti ai quali fosse necessario dare risposta, sicuramente non mancherà da parte della Commissione.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 12,40.