COMMISSIONE XI
LAVORO PUBBLICO E PRIVATO

Resoconto stenografico

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di mercoledý 11 febbraio 2009


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE STEFANO SAGLIA

La seduta comincia alle 15,10.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso e la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Audizione di rappresentanti della CONFAPI.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sull'assetto delle relazioni industriali e sulle prospettive di riforma della contrattazione collettiva, l'audizione di rappresentanti della CONFAPI.
Abbiamo convenuto, dopo aver svolto un primo ciclo di audizioni, all'indomani della firma dell'accordo avvenuta a Palazzo Chigi, di ascoltare le associazioni più significative per sentire quale sia lo stato dell'arte, il grado di condivisione o meno di quel documento e quale sia, per ogni categoria, il percorso che si intende avviare per attuare la riforma, al fine di elaborare successivamente un documento il più possibile condiviso su un tema rilevante per lo sviluppo economico del nostro Paese.
Diamo il benvenuto e ringraziamo per la sua presenza il presidente di CONFAPI, dottor Paolo Luigi Maria Galassi, che è accompagnato dal dottor Eugenio Feroldi e dal dottor Vincenzo Panio dell'ufficio di presidenza, dall'avvocato Ugo Russo, direttore delle attività istituzionali, dall'avvocato Silvio Rizzini Bisinelli, direttore delle attività associative ed economiche e dal dottor Renato Pagani, responsabile della comunicazione.
Do la parola al dottor Galassi, perché svolga la sua relazione.

PAOLO LUIGI MARIA GALASSI, Presidente della CONFAPI. Signor presidente, senza entrare in tecnicismi che i colleghi potranno poi svolgere in modo più appropriato, come piccole e medie imprese abbiamo accolto molto positivamente questa nuova riforma, che peraltro non riguarda propriamente solo la gestione delle relazioni industriali. Penso infatti che la finalità, soprattutto nel corso della presente crisi, non sia soltanto quella di concordare un nuovo modello contrattuale, ma anche quella di andare ad analizzare, punto per punto e settore per settore, le difficoltà che oggi si incontrano nel mondo del lavoro.
Ecco perché abbiamo visto con favore il discorso riguardante la contrattazione di secondo livello, poiché, se è vero che vanno tutelati tutti i diritti principali, che possono avere anche un carattere nazionale, è altrettanto vero che la tipologia della nostra impresa (soprattutto quella piccola e media, che costituisce l'asse portante) rivela un panorama che oggi non definirei più neanche regionale, bensì quasi distrettuale, o addirittura per gruppi di lavoro che superano le attuali categorie.
Di conseguenza, è necessario trovare strumenti nuovi.
Pensiamo che il contratto di secondo livello consenta di individuare formule che


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ci permettono di essere molto più vicini al lavoratore e all'impresa, sviluppandone la rispettiva mobilità nonché tutti gli strumenti di partecipazione che permettano di avere un'impresa competitiva.
La polemica è nata dal fatto che una delle organizzazioni - direi la principale - si è sfilata da questo nuovo modello. Ebbene, durante la trattativa ho riscontrato la partecipazione di tutti, fino quasi all'ultimo momento; si era arrivati anche a modificare nuovamente i testi assieme alle altre organizzazioni (CISL e UIL) disponibili a farlo, introducendo alcuni passaggi sulla possibilità, in alcuni casi, di arrivare a una contrattazione di livello aziendale (un concetto che mi sembrava molto importante per la CGIL).
Ad un certo punto, però, la trattativa si è interrotta e onestamente - sono oggi presenti anche i miei funzionari che ad essa hanno partecipato - non siamo ancora riusciti a capire quale sia stato il motivo. Offro al riguardo un mio giudizio personale, non dell'associazione: a questo punto può sussistere solo un motivo politico e ideologico, poiché la disponibilità nostra e delle altre due organizzazioni, almeno fino alle due di notte, era di arrivare a un testo condiviso. Vengo da quattro contratti nazionali di lavoro dei chimici, quindi so come si conducono le trattative sindacali - ho un po' di esperienza - e so che spesso ci vuole tanto tempo, servono tante ore, anche notturne, per trovare punti di accordo e sinergia. Questo stop così netto e immediato, quando sembrava che tutto dovesse chiudersi, mi dà molto da pensare sul fatto che non sussista ancora, da parte di tutti, la volontà di ricercare nuovi modelli e strumenti di relazione industriale. Questo è il mio pensiero, in parte personale, ma - potrei dire - condiviso da tutta la confederazione.
È chiaro che su tutti gli altri tavoli proseguiamo il confronto, cui partecipa anche la CGIL. Siamo in contatto tutti i giorni, data la presenza negli enti paritetici. In questi ultimi si svolge quotidianamente un confronto, proprio perché si parte dall'ente bilaterale, ma si arriva sempre al fatto che la firma non è stata apposta. Ritengo che gli accordi si stipulino con chi li vuole fare, con chi ci sta. Quindi, dobbiamo andare avanti. Dobbiamo lasciare una porta aperta, ma anche andare avanti su nuovi modelli contrattuali in grado di aiutare significativamente, in questo momento, la piccola e media impresa.
Signor presidente, se possibile vorrei trasmettervi una mia esperienza personale: ho parecchie aziende - di cui una molto piccola - del tipo che risente della situazione prima delle altre e che mi forniscono un efficace punto di osservazione. Proprio per questo mi permetto di seguirle con molta l'attenzione.
Proprio ieri, in questa piccola azienda di dodici addetti, una delle impiegate - che si è accorta della crisi e che ha visto che essa porterà, se prosegue, alla cassa integrazione entro giugno - ha chiesto il permesso di tenere una riunione con gli altri colleghi, giacché si volevano interrogare su questa situazione. Le ho dato carta bianca - i problemi ci sono effettivamente - assicurandole anche che avrei parlato comunque con loro successivamente, se non migliorerà la situazione. Alla fine di questa riunione, saltando ogni organizzazione e aspetto sindacale, sono venuti da me e si sono detti disposti - se entro aprile-giugno non ci sarà lavoro - a rinunciare a un giorno a testa alla settimana, in maniera che l'azienda possa risparmiare il 10-15 percento grazie alla riduzione dello stipendio, in modo da evitare la cassa integrazione (che per loro significherebbe comunque una decurtazione dello stipendio) e da essere più garantiti sulla conservazione del proprio posto di lavoro. Questa situazione mi ha fatto molto riflettere. Se non andiamo avanti, vi garantisco che non ci sarà più motivo dell'esistenza delle organizzazioni sindacali e datoriali - come la stessa CONFAPI - e, forse, non ci sarà neanche un tavolo del Governo per ragionare su questi temi.
I lavoratori saranno talmente presi da una situazione di difficoltà, che cercheranno di autogestirsi, dal momento che


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non riusciamo a fornire loro modelli intelligenti che li aiutino in tale gestione. Quindi, si gestiranno da soli. Questo è il pericolo, soprattutto nelle piccole e piccolissime aziende, che possono avere un contatto diretto con la proprietà.
Voglio denunciare questa situazione, poiché la crisi presente ha evidenziato ancora di più la necessità di individuare nuovi rapporti sindacali, nuove formule di relazione industriale. Questo è il nostro pensiero.

PRESIDENTE. La ringrazio. Mi pare che abbiate anche preparato una relazione scritta su questo tema. Possiamo eventualmente acquisirla agli atti.
Vorrei subito sollevare una questione: effettivamente, si pongono alcuni dubbi anche alla classe politica, giacché, nel momento in cui è stato avviato il negoziato ed è scoppiata la crisi, c'è chi - a ragione, o a torto - si è chiesto se questo sia veramente il momento adeguato per affrontare la questione degli assetti contrattuali, oppure se non sia invece il caso di attendere che la crisi passi. Si tratta di un tema politico, ma anche pratico e riferibile alla vita quotidiana dell'azienda. Non mi do alcuna risposta e volevo semplicemente capire come appaia la questione, dal vostro osservatorio.
Do ora la parola ai deputati che intendano porre quesiti o formulare osservazioni.

IVANO MIGLIOLI. Vorrei porre anch'io qualche domanda, anche se adesso non ho sotto mano la relazione presentata da CONFAPI e quindi mi riservo di approfondire in una successiva occasione.
Prendo atto delle valutazioni esposte dal presidente (in realtà, molte volte ha precisato di parlare a titolo personale) che valuto come considerazioni fatte a nome dell'associazione.
Ci sono tre questioni che mi sento di porre, al di là di ogni ulteriore valutazione.
In primo luogo domando se, nel contesto di una crisi del Paese che è frutto di una situazione che ben conosciamo, la priorità per quest'ultimo (lo chiedo anche per le piccole e medie imprese che voi rappresentate, che sono parte significativa e anzi, per molti aspetti, decisiva del tessuto economico nazionale) sia quella di sviluppare un secondo livello di contrattazione aziendale - sul quale tornerò - per ricavare anche un elemento di maggiore produttività, oppure sia quella di fare fronte per un anno o due alla crisi affrontando il tema drammatico degli ammortizzatori sociali, che, tra l'altro, in molte piccole e medie aziende non esistono, in quanto ci si affida al bilateralismo. Sollevo il punto anche come esigenza rispetto ai conti pubblici: non so se sia vero, ma la valutazione che è stata fatta - potrei citare Boeri e altri - prevede un costo presunto dell'accordo per l'incentivazione della contrattazione di secondo livello, stimando un intervento fiscale del 10 per cento sui relativi aumenti contrattuali, pari a 4 miliardi di euro a carico del bilancio dello Stato. Lo ripeto, non so se questa stima sia esatta. Contemporaneamente, è in corso una discussione per reperire risorse da destinare agli ammortizzatori sociali, per un importo pari a 8 miliardi di euro. In tale contesto si situa la mia domanda alle associazioni, rispetto al tema delle priorità.
Vengo alla seconda domanda: è evidente che il citato accordo parte dall'esigenza di tutelare maggiormente i salari e di aumentare la produttività; due principi - mi pare - condivisibili. I salari italiani nel corso degli ultimi anni hanno perso decisamente potere d'acquisto - anche qui non cito i dati - così come, tendenzialmente, non è aumentato il livello di produttività. Non è nemmeno aumentato, anzi è percentualmente diminuito il livello della contrattazione di secondo livello. Ebbene, domando se l'incentivazione della contrattazione di secondo livello, anche introducendo elementi di carattere fiscale, con i costi di cui parlavo, sia veramente prioritaria, rispetto alla tutela dei salari generali nei confronti dell'inflazione. Vorrei entrare in qualche tecnicismo, poiché credo che abbiate studiato tali valutazioni: il meccanismo che è stato identificato per la


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definizione del tasso di inflazione (variamente depurato), che viene affidato a un ente terzo non ben definito, sostanzialmente tenderà a difenderei salari in misura minore. Di fronte al dato di un aumento insignificante della contrattazione di secondo livello, per la stragrande maggioranza delle situazioni, si pone un problema di tutela.
Vengo alla terza questione. Naturalmente non entro nel merito delle valutazioni che lei ha fatto, presidente Galassi, circa i motivi che hanno spinto qualche organizzazione a non aderire a quell'accordo quadro. Lei ha parlato di motivazioni politiche e ideologiche: è una sua valutazione, mentre io ne avanzo altre. A parte ciò, di fronte all'emergenza che il Paese vive, occorrerebbe uno sforzo comune - del Governo, del Parlamento, delle istituzioni e anche delle organizzazioni sindacali e del mondo delle imprese - mentre l'impressione (purtroppo i fatti di oggi me lo confermano) è che un accordo separato, a prescindere dall'organizzazione che non l'ha sottoscritto, non aiuti a risolvere i problemi. Può darsi che aumenti la contrattazione personale - come lei dice - ma certamente aumenterà il conflitto sociale. Non a caso, fra pochi giorni avrà luogo uno sciopero discutibile, proclamato da una certa organizzazione e sul quale possiamo avanzare precise valutazioni. A Milano si rileva un intervento preoccupante della polizia. Il riscontrato aumento del conflitto sociale non aiuta, così come non ha risolto i problemi il famoso «Patto per l'Italia», che avete sottoscritto, ma che non ha prodotto i risultati sperati. Non crede sussista, per tutti noi e per le organizzazioni un tema (al di là del fatto che lei lo giudichi ideologico) riguardante la democrazia della rappresentanza? Si può anche trattare direttamente con le singole persone, con i singoli lavoratori, risolvere qualche problema in azienda - qualche volta può essere utile e anche conveniente - ma io domando se, di fronte alle divisioni che si sono verificate anche nelle organizzazioni sindacali o nel mondo delle imprese, non esista effettivamente un tema relativo all'esigenza - a cui il legislatore è tenuto a dare risposta - di fornire meccanismi di rappresentanza e di partecipazione alle decisioni nelle trattative con le organizzazioni del mondo dell'impresa o con il Governo, che è datore di lavoro.
Sottolineo ciò, in quanto ci troviamo già nella fase post accordo e dobbiamo interrogarci su quale contributo possiamo fornire, individuando anche i possibili ed eventuali spiragli. Ripeto che l'esigenza sarebbe che tutte le organizzazioni dell'impresa e del mondo del lavoro si ritrovassero, in un momento drammatico per il Paese. È sufficiente leggere quello che pubblicano i giornali oggi, per capire che i prossimi due anni saranno molto difficili: forse, ci sarà da dividere poco in termini di ricchezza e di prodotto interno lordo e ci saranno da affrontare scadenze impegnative per la gran parte delle imprese e dei lavoratori.

PRESIDENTE. Se non ci sono altri colleghi che desiderano intervenire, volevo sottolineare anch'io - l'ha richiamato prima il presidente Galassi - che i chimici sono sempre stati un po' all'avanguardia degli accordi più interessanti. Vorrei conoscere le modalità con cui si svolgono le trattative, considerato che nel settore della chimica c'è sempre stata - anche in presenza di accordi più complicati - la condivisione di tutti. Le chiedo perché in quel caso ci sia sempre stata la condivisione di tutti i sindacati, anche sui passaggi più dolorosi, mentre non si riesce ad ottenerla in questo momento sull'accordo quadro generale.

PAOLO LUIGI MARIA GALASSI, Presidente della CONFAPI. A quest'ultima domanda non so rispondere e comunque vorrei specificare un punto. Quando affermo di parlare a livello personale, è perché do un giudizio politico, mentre la CONFAPI non vuole darlo. A ciò mi riferivo, quando ho fornito qualche ipotesi sul motivo per cui la CGIL era uscita dal tavolo. Infatti, qualcosa non mi quadra se, dopo una trattativa durata fino a notte inoltrata, mi telefonano (mentre sto per


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prendere l'aereo) per comunicarmi che devo tornare indietro. Stavamo per firmare su un assetto leggermente differente, molto simile a quello che vedrete; infatti alla fine gli altri due sindacati, preso atto della nuova situazione, hanno chiesto di tornare al testo precedente. Mi chiedo perché affrontare mesi e mesi di discussioni per arrivare a un sistema e alla fine imporre lo stop al momento della firma. Un modello esisteva: a mio parere, lo avevamo costruito. Sono qui presenti cinque testimoni, così come mi è testimone un'intera associazione, che certificano che un modello riguardante questi strumenti era stato trovato e che si è discusso anche di tutte le questioni che l'onorevole oggi ha citato. Sono temi che abbiamo trattato e ritrattato, quando non c'era ancora la crisi economica così evidente.
Tento di fornire una risposta sui chimici. La differenza fra grande e piccola chimica - anche all'interno della piccola - è talmente evidente che forse è molto più facile individuare le diverse necessità; quindi, anche il sindacato è cosciente del fatto che, senza arrivare a trattare obbligatoriamente azienda per azienda, si deve contrattare settore per settore e sistema per sistema. Penso che i chimici abbiano una facilità nel fare i contratti perché hanno una natura così spezzettata e divisa (nei chimici rientrano le categorie più impensabili, dai medicinali fino al trattamento dei metalli) da rendere chiaro che bisogna evidenziare le specificità del territorio. In definitiva, per noi è sempre stato più facile. Chiaramente, penso che l'accordo sia più difficile per i metalmeccanici (faccio presente che la mia famiglia è composta anche da metalmeccanici).
Nutro un ulteriore timore, a parte i costi che ho citato, nel caso in cui non trovassimo altri modelli. Oggi l'ottanta percento - parlo del mondo che conosco, cioè quello della mia attività - delle nostre imprese ha meno di quindici dipendenti. Un imprenditore con meno di quindici dipendenti, davanti alla crisi, può licenziare, lasciando subito a casa quattro o cinque persone, con un danno incommensurabile. Infatti, proprio in quel tipo di azienda l'innovazione tecnologica è il risultato del lavoro svolto dal datore di lavoro all'interno del laboratorio o dell'officina insieme a quei lavoratori che adesso deve licenziare. In questo modo, l'azienda perde tutta l'innovazione e il know-how accumulato e, dopo uno o due anni, sarà necessario assumere persone diverse alle quali far ripetere un percorso formativo, magari di quattro o cinque anni. Subiamo così un doppio danno, se non troviamo un sistema che tuteli in modo vero e non strumentale anche la professionalità e il merito. Non è facile trovarlo, se lasciamo le cose come stanno. Ecco perché dico che invece - costi quel che costi - dobbiamo portare avanti nuovi modelli; in caso contrario corriamo il rischio di perdere per strada tutto il percorso di professionalizzazione compiuto negli ultimi anni, nel tentativo solo apparente di salvare un'azienda.
Un ulteriore dato gravissimo è che nelle aziende con un numero di dipendenti maggiore di quindici e minore di cento -pari al 10-15 per cento, sommato il quale arriviamo al 95-98 per cento delle imprese - ormai la commissione interna è un'illusione. Ho stabilimenti in cui la commissione interna esiste di fatto, cioè come istituto, ma non esercita alcun potere. Anzi, spesso, quando il sindacato dall'esterno entra all'interno, siamo proprio noi datori di lavoro che andiamo a chiamare il sindacato territoriale per far applicare regole che non si vogliono più applicare. Ciò significa che sussiste effettivamente - sto parlando della piccola e media impresa - un po' di confusione dovuta al modello contrattuale precedente. Pertanto, dovevamo trovare una strada di riforma e l'avevamo trovata, con un atteggiamento unitario delle parti che è stato mantenuto fino a un'ora prima della firma. Attraverso una telefonata presso la nostra associazione, arrivata dall'alto, si è stoppato il tentativo di adottare un nuovo modello.
Questo per me è un dato di fatto. Poi, possiamo discutere sui tecnicismi di cui l'onorevole ha parlato. Sicuramente, all'interno di questo nostro contratto, a differenza


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dei contratti degli altri, è contenuto un modello per abbattere l'inflazione (i miei collaboratori conoscono bene tutti i tecnicismi). Come pure, in un altro capitolo, è contenuta la novità degli enti bilaterali che devono occuparsi del welfare. Si tratta di tecnicismi che i miei accompagnatori vi possono spiegare, così come l'hanno dimostrato a me con i numeri. Sono un imprenditore, per cui, a prescindere delle tante questioni poste dai miei funzionari, alla fine chiedo loro quanto costa all'impresa, quanto costa al lavoratore e quanto si mette in tasca il lavoratore. Bisognerà rivedere i parametri, poiché continuiamo a ragionare con un modello che indica quanto paghiamo il costo del lavoro, mentre il lavoratore comincia a ragionare, proprio in questo momento di crisi, su quanto gli rimane in tasca. Ciò si trasforma in un grandissimo problema, poiché non si riesce neanche a capire qual è la parte di tasse che grava sul lavoratore e quale sull'impresa. Tutti i giorni in fabbrica ci troviamo di fronte a questi problemi. Se poi si fa finta di ignorarli, a me sta bene!

IVANO MIGLIOLI. Non intendo naturalmente utilizzare questa occasione per replicare. Mi dispiace che lei, presidente Galassi, abbia perso quel volo. Peraltro la vicenda Alitalia, rispetto all'atteggiamento avuto con le organizzazioni sindacali, sarebbe emblematica per ricordare che cosa si è fatto anche in termini di esclusione di organizzazioni sindacali che poi sono rientrate, o in termini di ammortizzatori sociali. Tuttavia il tema non è questo.
Credo di conoscere anch'io - come lei - le piccole e medie imprese. Vengo, per fortuna, da una provincia dove una persona su nove crea impresa con il proprio lavoro: la provincia di Modena. Quindi, un po' di conoscenza l'abbiamo anche noi, per le esperienze che abbiamo avuto, e conosciamo il valore e il significato delle medie imprese.
Parto da un primo presupposto: lei dice che, di fronte a queste situazioni, si deve trattare direttamente, poiché non abbiamo - rispetto ad altre categorie e ad altre imprese, ha fatto l'esempio di quelle da cento dipendenti - certi sistemi in funzione. Torno allora alla mia precedente domanda: siccome conosciamo anche noi la realtà descritta e sappiamo che per le imprese sotto i quindici dipendenti c'è il licenziamento, mentre non ci sono, ad esempio, gli ammortizzatori sociali, allora il primo tema riguarda metà dei lavoratori italiani che non hanno queste garanzie. Ancora prima del modello contrattuale è evidente - sono d'accordo con lei in questo - che deve essere incentivato il livello contrattuale più vicino all'impresa e ai lavoratori, collegandolo anche ad un aumento di produttività. Sottolineo che l'aumento di produttività non è soltanto legato al lavoro dell'uomo, bensì anche a quello che si è capaci di fare come impresa. Quindi, la produttività è un concetto un po' più ampio, che comprende più aspetti, dipendendo anche dal ruolo svolto dall'impresa ed essendo collegato all'efficienza di quest'ultima. Ho ribadito in questo contesto sociale il tema, a questo punto non ideologico, per cui quel modello contrattuale, per poter ottenere risultati, implica alcune condizioni di fondo, cioè risorse (ho detto che dobbiamo decidere come spendere i quattro o gli otto miliardi di euro stanziati, fissando le priorità) e condivisione sociale del livello di contrattazione. Diversamente né le imprese, né i lavoratori otterranno alcun beneficio.

PAOLO LUIGI MARIA GALASSI, Presidente della CONFAPI. Onorevole Miglioli, il nostro accordo prevede anche la promozione e la gestione di interventi in materia di integrazione a sostegno del reddito dei lavoratori, nonché la sanità integrativa per il welfare. Vogliamo davvero impegnare l'impresa a partecipare per risolvere anche questi problemi. Ho avuto all'interno della mia associazione un certo momento di dissenso, quando ho dovuto spiegare agli imprenditori il motivo per cui chiedevamo una tassa aggiuntiva - loro l'hanno chiamata così, mentre noi l'abbiamo chiamato contributo - anche per le aziende con meno di quindici dipendenti, al fine di creare un fondo che


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permettesse a tali aziende di garantire la cassa integrazione (chiaramente non può bastare solo il nostro fondo, dovendo essere integrato da altre risorse, magari dello Stato). Sono stato contestato fino al novembre di quest'anno. Mi dicevano che come imprenditore ero peggio della sinistra, che ero un disgraziato, perché tassavo le imprese. Il concetto dell'imprenditore è la tassa.
È arrivata la crisi e la situazione si sta un po' ribaltando: mi si dice che è stato un bene aver deciso di intraprendere questa iniziativa, che forse ci aiuterà in un momento di difficoltà, dal momento che anche le imprese con meno di quindici dipendenti potranno accedere alla cassa integrazione. Come vede, cambiano le cose anche per me che sono dall'altra parte. Praticamente, dal presidente che tassa i suoi associati, sono diventato quello che li aiuta: è bastato un periodo di crisi.
Esiste dunque anche un fattore legato al modo di comunicare questo nuovo modello contrattuale. CONFAPI sostiene che l'imprenditore vuole partecipare nella risoluzione dei problemi citati, perché non intende perdere il valore aggiunto, cioè il capitale umano all'interno della propria impresa. Questo è un passaggio del nostro contratto che per me era significativo, importantissimo, in quanto mai affrontato negli ultimi sessant'anni, cioè dal dopoguerra e dal periodo dell'industrializzazione, almeno per le imprese con meno di quindici dipendenti. Vi garantisco che qualche problema, a far passare questo messaggio, l'ho incontrato anch'io.

TERESA BELLANOVA. Vorrei svolgere una riflessione sull'ultimo intervento del presidente della CONFAPI, per aiutare me stessa a capire. Ora non ho qui la documentazione, che tuttavia è facilmente reperibile, ma sappiamo che CONFAPI in primo luogo, insieme ad altre organizzazioni, ha fortemente contestato il versamento dello 0,30 per cento destinato alla formazione continua, in quanto vissuto come una tassa che aggravava i costi delle imprese. Sicuramente, presidente Galassi, lei e i suoi funzionari sapete bene di che cosa parlo.
Ebbene, sentivo, nel suo ultimo intervento, che ci sarebbe in questo accordo e nella vostra intenzione la disponibilità - anche apprezzata, a sentire lei - degli imprenditori, sostanzialmente, a incrementare la contribuzione, per consentire alle imprese di accedere agli ammortizzatori sociali. Nutro su questo la personale convinzione che, poiché gli ammortizzatori sociali dovrebbero configurarsi come un diritto universale per tutti i lavoratori e per tutte le tipologie di impresa, sarebbe assai complicato e anche ingiusto caricare il costo esclusivamente sulle piccole imprese, se teniamo conto anche di che cos'è la filiera, di dove si produce il reddito e di dove si distribuisce. Prendo comunque atto di tutto ciò e su questo rifletteremo. Personalmente sottoporrò - se lei mi conferma la suddetta disponibilità - ai miei colleghi una proposta di legge per estendere (lei sa quanto me che la cassa integrazione ordinaria è già prevista anche per le imprese al di sotto dei quindici dipendenti) la cassa integrazione straordinaria anche ai lavoratori delle vostre piccole imprese. Se lei ha riscontrato la disponibilità nella sua base sociale ad incrementare la contribuzione per gli ammortizzatori sociali per garantire (e quindi trattenere) quelle professionalità, che, in presenza della crisi, rischierebbero di uscire dalle piccole imprese, credo che sarebbe giusto prenderne atto. Anziché puntare ad avere la gestione di un diritto universale tramite uno strumento privatistico (quali sarebbero, per esempio, gli enti bilaterali o quant'altro), sarebbe utile che gli ammortizzatori sociali per le imprese al di sotto e al di sopra dei quindici dipendenti fossero in capo a un ente previdenziale pubblico.
L'altra questione che volevo porre è anch'essa conseguente all'ultimo intervento da lei svolto. Lei ha sviluppato un ragionamento che mi convince molto: gli imprenditori - soprattutto i piccoli imprenditori - hanno la preoccupazione che, in presenza della crisi, i lavoratori scappino


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via. Si tratta di professionalità, di operatori che ci possono mettere in condizione, di fronte ad un'uscita della crisi, di ritornare ad essere competitivi. Il dramma del nostro sistema di imprese è quello di perdere professionalità, man mano che la crisi aumenta.
Se questo è un problema vero, le domando se secondo voi la scelta che si sta compiendo di svuotare il Fondo sociale europeo, per destinarne le risorse alla cassa integrazione che va - in linea di massima - ai lavoratori che sono collocati nelle imprese medio-grandi (sicuramente nelle imprese che sono al di sopra dei quindici dipendenti) sotto forma di cassa integrazione straordinaria, non sia una scelta assolutamente in controtendenza con quello che servirebbe alle imprese. Alludo allo svuotamento del Fondo sociale europeo, che ha come elemento fondamentale la formazione gestita dalle regioni in accordo con le parti. Le regioni potrebbero gestire bene quelle risorse, confrontandosi con le organizzazioni sindacali e datoriali su progetti formativi mirati da un lato all'occupabilità e dall'altro ad incrementare il livello di qualità della formazione. Le chiedo allora se non sarebbe più utile mantenere le risorse del Fondo sociale europeo per qualificare e dare sostegno a quelle persone che, in assenza di ammortizzatori sociali universali, lasciano le piccole imprese, magari per andare a lavorare con qualifiche più basse in imprese che possono garantire loro un reddito.

UGO RUSSO, Direttore attività istituzionali della CONFAPI. Per quanto riguarda l'inflazione, scendere nei dettagli dal punto di vista tecnico sarebbe abbastanza complesso. Abbiamo depositato, nella relazione che abbiamo consegnato adesso al presidente, la nostra posizione anche dal punto di vista macroeconomico. Quindi, lì dentro trovate spiegato un po' tutto.
La cosa che mi preme evidenziare è che, in realtà, il principio che è stato dapprima condiviso e poi adottato in sede di trattative, inizialmente con CISL e UIL e poi con tutte le altri parti sociali che hanno firmato l'accordo del 22 gennaio, riguarda il metodo di calcolo dell'inflazione, che vede il proprio perno fondamentale nella assegnazione della facoltà di determinazione di questo elemento a un soggetto terzo.
In definitiva, dal punto di vista politico, la cosa veramente rilevante è che la determinazione di questo tasso di inflazione, cioè del costo della vita, a cui poi si dovranno adattare tutti i contratti, viene eseguita da un soggetto per la cui scelta o determinazione le parti sociali giocheranno un ruolo sicuramente importante, per non dire fondamentale. Quando sussiste una condivisione di questo genere, è chiaro che le varie riserve sono più di natura ideologica, a nostro avviso, che tecnica. Il documento che è stato firmato il 22 gennaio lo conferma ampiamente.
Faccio un ultimo cenno velocissimo sulla prima questione che era stata posta, sulla priorità della contrattazione di secondo livello rispetto alla questione degli ammortizzatori sociali. Il presidente Galassi già ha fornito alcune soluzioni, ma quello che rileva maggiormente è che, in realtà, non c'è dicotomia tra le due priorità. L'accordo che è stato firmato da noi il 4 dicembre con CISL e UIL e poi recepito sostanzialmente il 22 gennaio, vede le due esigenze correre su binari paralleli, quindi di pari passo. Da una parte abbiamo un avvicinamento della produttività all'esigenza territoriale o aziendale - in funzione dalle varie realtà - dall'altra parte, per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, arrivare - all'interno di un accordo interconfederale - a concepire di impegnarsi per coinvolgere le parti sociali con strumenti di welfare e di sostegno al reddito, dal nostro punto di vista rappresenta veramente un elemento quasi rivoluzionario, che può fornire risposte concrete proprio in uno scenario come quello attuale.

PAOLO LUIGI MARIA GALASSI, Presidente della CONFAPI. Per quanto riguarda la questione dello 0,30 per cento da destinare alla formazione, l'imprenditore


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giudica un prelievo fatto sul monte lavoro ogniqualvolta non ha la possibilità di controllo sulla destinazione.
Faccio presente che, nella mia associazione, sono presidente anche del FAPI e quindi gestisco anche la quota dello 0,30 per cento. Praticamente, nel nostro mondo, l'imprenditore accetta che si prelevi lo 0,30 per cento e poi chiede al proprio presidente di controllare che quei soldi vengano finalizzati in modo corretto. Sono diventato presidente anche dell'ente bilaterale con voto unanime da parte della mia assemblea e ciò può spiegare come non sia vero che l'imprenditore è contro ad ogni prelievo sul monte orari o sul monte salari. Non è contrario se è sicuro che questo prelievo sarà utilizzato veramente per gli scopi previsti, che in questo caso sono quelli della formazione.
Faccio presente che in precedenza questo ente bilaterale era governato non dal presidente, direttamente dalla CONFAPI o da suoi uomini, ma con un altro tipo di statuto e di organizzazione. Ebbene, quando si è visto che la finalità del prelievo di questo 0,30 per cento non era quella desiderata dai datori di lavoro, questi ultimi hanno dato mandato al presidente nazionale di andare a parlare con il sindacato, per finalizzare nel modo corretto questi fondi. Devo dire che ho trovato i sindacati particolarmente concordi con le mie strategie, con punti di stretto contatto, CGIL compresa.

TERESA BELLANOVA. Le fanno perdere l'aereo...

PAOLO LUIGI MARIA GALASSI, Presidente della CONFAPI. Ho fatto una battuta, solo per far capire che pensavo già di avere chiuso l'accordo. È stato un dispiacere, per me (in realtà poi non ho perso neppure l'aereo), aver lavorato tanto tempo insieme su un documento sul quale poi non si è raggiunto un accordo. È stato soltanto un dispiacere.
Autorizzo a trasmettere alla Commissione entrambi i protocolli, così gli onorevoli commissari potranno rendersi conto di qual era il protocollo che poteva essere firmato e che le differenze sono assolutamente minime, non tali da giustificare quanto accaduto.
Non si può neanche immaginare quanti aerei ho perso per la storia dell'Alitalia: un'infinità. Ho dormito tante volte in giro, inutilmente. Se l'Alitalia dovesse rimborsarmi tutte le ore perse in giro per gli aeroporti, mi arricchirei!
In ultimo, per quanto riguarda il Fondo sociale europeo, la questione è talmente complicata che, se il presidente lo consente, preferisco far parlare il mio esperto dottor Feroldi, affinché possa spiegarvi chiaramente la nostra posizione su questo interessante punto chiave.

EUGENIO FEROLDI, Componente dell'ufficio di presidenza della CONFAPI. Con la carenza di fondi, gli ammortizzatori sociali hanno la necessità di recuperare risorse. Per questo si sta profilando l'ipotesi di utilizzare il Fondo sociale europeo nonché i fondi interprofessionali, per destinarli a queste funzioni.
È evidente che i fondi interprofessionali hanno la missione di provvedere alla qualificazione e riqualificazione professionale dei lavoratori. Quindi, evidentemente i fondi interprofessionali possono concorrere, negli ammortizzatori sociali, alle politiche attive, non certo a quelle passive.
Con riferimento al ruolo del Fondo sociale europeo, mi pare che il negoziato con la Commissione europea sia aperto. Quindi, la cosa è in discussione.
Vale la pena di richiamare, concludendo, che a differenza di altri accordi, l'accordo interconfederale del 4 dicembre di CONFAPI ha come titolo «Linee di indirizzo e proposte operative per la riforma del modello contrattuale e per lo sviluppo della bilateralità della piccola e media impresa». È qualcosa di diverso, rispetto al mero nuovo modello contrattuale.
Se attrezziamo con strumenti adeguati il sistema delle imprese e il mondo del lavoro, possiamo anche fornire una serie di risposte in termini di servizio. L'obiettivo di questa intesa era quello di offrire gli strumenti bilaterali, individuando qual è il soggetto che è chiamato a svolgere le


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funzioni di servizio in tema di welfare integrativo, di sanità integrativa, di sicurezza nei luoghi e negli ambienti di lavoro, e questo accordo ha trovato fino all'ultimo minuto dell'ultimo giorno l'intesa anche da parte della confederazione sindacale che poi ha deciso, per ragioni probabilmente tutte interne all'organizzazione stessa, di non condividere fino in fondo l'accordo.
Segnalo - tanto per capirsi - che il vicepresidente dell'ente bilaterale che si occuperà di queste problematiche è espressione della CGIL. Gli strumenti, in definitiva, vanno bene. Probabilmente, invece, la forma deve trovare una composizione diversa dal punto di vista politico.

PRESIDENTE. Nel ringraziare i nostri ospiti, anche per aver arricchito di spunti la nostra discussione, dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 15,55.