COMMISSIONI RIUNITE
III (AFFARI ESTERI E COMUNITARI) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI
E 3a (AFFARI ESTERI, EMIGRAZIONE) DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di mercoledý 6 giugno 2012


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DELLA III COMMISSIONE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI STEFANO STEFANI

La seduta comincia alle 14.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso, la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati e la trasmissione diretta sulla web-tv della Camera dei deputati.

Audizione del Ministro degli affari esteri, Giulio Terzi di Sant'Agata, sui recenti sviluppi politici nella regione mediterranea.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2 del Regolamento, l'audizione del Ministro degli affari esteri, Giulio Terzi di Sant'Agata, sui recenti sviluppi politici nella regione mediterranea.
Saluto il presidente Dini e tutti i colleghi presenti.
Il Ministro Terzi è già stato audito da queste Commissioni il 15 febbraio scorso sulla situazione politica della regione mediterranea. Ricordo altresì che la Commissione affari esteri della Camera dei deputati sta svolgendo un'indagine conoscitiva sulla politica mediterranea in Italia, nel cui ambito stiamo effettuando un ciclo di missioni nelle capitali interessate. Domani, saremo a Tunisi.
L'audizione odierna sarà l'occasione per fare il punto sugli sviluppi più recenti, in particolare sulla crisi siriana, anche perché il Ministro Terzi è in partenza per Istanbul per partecipare a una riunione internazionale su tale argomento. È notizia di poche ore fa l'esplosione e il tentato assalto agli uffici dell'Ambasciata degli Stati Uniti a Bengasi. A mio avviso è molto allarmante quanto sta succedendo in Libia.
Do la parola al Ministro Terzi per la sua relazione.

GIULIOMARIA TERZI DI SANT'AGATA, Ministro degli affari esteri. Presidente Dini, presidente Stefani, onorevoli senatori e onorevoli deputati, vi ringrazio per l'opportunità di proseguire il dialogo con queste autorevoli Commissioni a poco più di tre mesi dalla precedente audizione sul Mediterraneo.
Spero di poter fornire elementi di una qualche utilità anche in vista delle prossime missioni - domani a Tunisi - e degli ulteriori contatti parlamentari che apprendo sono previsti con i Paesi dell'area e di cui non mi stanco mai di sottolineare l'importanza e l'utilità nel quadro dell'azione generale che il nostro Paese svolge per la stabilità, il progresso e l'evoluzione della regione.
Anch'io sono molto colpito e preoccupato per questo attentato ad alcuni uffici dell'Ambasciata americana a Bengasi. Torneremo poi sulle questioni della Libia. Certo è che, almeno dal mio punto di osservazione, nessuno ha mai pensato, a conclusione delle operazioni militari di protezione della popolazione libica, che il


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percorso di stabilizzazione di un Paese nel quale aveva imperato una dittatura repressiva e violenta per oltre quarant'anni fosse agevole, così come non è agevole la traiettoria degli altri Paesi che cercano di aprirsi alla libertà e alla democrazia dopo tanti anni di repressione e di violazione brutale dei diritti umani.
Vorrei partire da un altro caso che presenta grandi difficoltà per gli aspetti umanitari e il rispetto della dignità dell'uomo, cioè la crisi in Siria. Continua una repressione violenta da parte del regime. Ciò ha determinato una situazione di conflitto molto acuto sul terreno che per molti versi viene già definita guerra civile. È un conflitto dai costi umani altissimi e rappresenta un pericoloso potenziale di irradiazione di conseguenze molto negative sull'intera area mediorientale.
Il massacro di Hula, a cui abbiamo accennato anche in occasione di una precedente audizione concernente le nostre missioni di pace all'estero, è un dramma spaventoso, con l'uccisione violentissima di quarantanove bambini e trentaquattro donne. I massacri che sono seguiti l'indomani, seppure in proporzioni più contenute, sono stati altrettanto brutali. Come hanno dichiarato le fonti degli osservatori e lo stesso Segretario generale delle Nazioni Unite, non vi è dubbio che le responsabilità principali per questi orrendi episodi vadano imputate al regime di Damasco.
Si tratta - è inutile attenuare le qualificazioni - di veri e propri crimini contro l'umanità ed è per questo che l'Alto commissario per i diritti umani, Navi Pillay, ha formulato pochi giorni fa al Consiglio di sicurezza la richiesta di considerare con urgenza il deferimento dalla questione alla Corte penale internazionale. Un'eventualità che mi ero anch'io permesso di sollevare e manifestare pubblicamente da diverso tempo.
L'Italia ha reagito a questi fatti di concerto con i principali Paesi europei e con gli Stati Uniti, procedendo all'espulsione dell'ambasciatore siriano in Italia. Abbiamo attivamente sostenuto, nell'ambito del Consiglio per i diritti umani a Ginevra, l'avvio di una commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite su questi crimini e sosteniamo un'altra iniziativa che può essere utile e cioè la creazione di una accountability clearinghouse, un centro di raccolta di informazioni e documentazione dei dati, formata da esperti indipendenti siriani e internazionali.
Già ne esistono. Le organizzazioni indipendenti stanno quantificando l'entità del disastro. Gli onorevoli deputati e senatori avranno probabilmente visto come le cifre oramai documentate parlino di oltre 14.000 vittime, tra cui più di mille bambini, e un'enormità di feriti. Queste cifre sono già documentate in modo indipendente, ma con grande attendibilità.
Dietro a tutto questo, la strategia del regime appare sempre più chiara. Cerca di difendere e procrastinare la propria sopravvivenza attraverso una escalation in forme brutali del terrore contro la popolazione civile e alimentando le conflittualità interne. È una strategia che rischia, se non interrotta rapidamente, di scivolare nel genocidio.
L'Italia sta svolgendo un'azione diplomatica a tutto campo, attraverso un intenso raccordo con i partner europei e atlantici, come nell'episodio dell'espulsione degli ambasciatori, ma non soltanto in quello. Stiamo davvero cercando di definire una utile strategia per rilanciare il piano Annan. Il gruppo degli Amici del popolo siriano e la Turchia hanno un ruolo di primo piano, così come la Lega araba e le Nazioni Unite. Il presidente Stefani ha ricordato la mia partenza per Istanbul questa sera. È una riunione che ho molto caldeggiato e ho proposto io stesso insieme al collega turco per discutere in un gruppo più ristretto del contesto degli Amici del popolo siriano il percorso che abbiamo davanti.
Sono essenzialmente quattro i piani d'azione che io credo possibili. Il primo è il sostegno attivo al piano Annan perché è quello di cui disponiamo adesso. Non abbiamo fiducia assoluta nel fatto che possa funzionare o che abbia già dato risultati. I risultati sinora sono modestissimi,


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ma è ciò che abbiamo e dobbiamo cercare di farlo funzionare sulla base delle risoluzioni sinora adottate dal Consiglio di sicurezza. Ne ho parlato col Segretario generale Ban Ki Moon una decina di giorni fa a New York. Stiamo discutendo le possibili modalità per irrobustirne l'operatività, soprattutto dando alla missione UNSMIS, se possibile, una caratterizzazione più efficace, con un maggior numero di osservatori e una maggior capacità di operare sul territorio siriano, con la possibilità anche di autodifesa.
In secondo luogo, credo che sia importante accrescere l'isolamento del regime sul piano politico ed economico. L'Italia ha sostenuto sin dall'inizio le sanzioni dell'Unione europea e il rafforzamento di queste misure. Dobbiamo andare oltre e credo che questa sia la stessa linea indicata nell'importante riunione della Lega araba che si è tenuta a Doha il 2 giugno.
Ricordo che la Lega Araba nella sua dichiarazione è stata molto esplicita sul tipo di blocco economico che si vorrebbe stabilire attorno al regime. Dobbiamo essere attenti a non penalizzare una popolazione che sta già soffrendo in modo estremo, ma il regime può essere sottoposto, a giudizio degli esperti, a pressioni ulteriori sul piano economico. Il prossimo Consiglio dei ministri degli esteri dell'Unione europea dovrebbe esaminare queste ulteriori misure.
Un terzo piano è il dialogo con l'opposizione democratica siriana, a partire dal Syrian National Council (SNC) che il gruppo degli Amici della Siria, come sapete, ha riconosciuto come organizzazione ombrello e come legittimo interlocutore. L'Italia ha ospitato a Roma il consiglio direttivo dello SNC. Abbiamo trasmesso un forte messaggio di solidarietà, ma al tempo stesso un fermo richiamo all'esigenza di essere coesi, efficaci e inclusivi.
Stiamo svolgendo una parallela azione di sensibilizzazione verso altre organizzazioni e componenti dell'opposizione. L'opposizione siriana è una galassia di almeno 15 o 18 interlocutori, di cui cinque o sei principali, molti esterni, ma alcuni anche interni al Paese. Con tutti questi io personalmente, il mio inviato speciale e gli ambasciatori che nelle diverse capitali sono in contatto con i loro emissari stanno svolgendo un'opera di raccordo e di impulso.
Infine, come quarto punto, manteniamo una forte attenzione verso i Paesi più toccati dalla crisi siriana. Dopo l'importante visita del Presidente della Repubblica ad Amman, sto lavorando con la Giordania per creare un gruppo di lavoro sulle questioni regionali umanitarie, nel pieno rispetto del primario ruolo di coordinamento umanitario delle Nazioni Unite, soprattutto per monitorare gli sviluppi e portare contributi concreti e sostegno politico ai Paesi colpiti dallo spillover della crisi siriana.
Un'attenzione particolare merita naturalmente il Libano, dove si vedono già gli elementi di strumentalizzazione del conflitto interetnico siriano. Gli episodi avvenuti a Tripoli destano grande preoccupazione e hanno una matrice di difficile individuazione, ma sicuramente rientrano nel possibile travalicamento dei confini siriani di questa iniziale guerra civile. La stabilità del Libano è un valore molto importante per tutti noi. È un valore di convivenza interetnica e interreligiosa e deve essere assolutamente salvaguardato. Questo è il messaggio che il Presidente del Consiglio ha trasmesso ai suoi interlocutori anche in occasione della sua recente visita in Libano.
L'obiettivo di fondo è quindi giungere a una transizione politica che sia syrian-led, cioè guidata dalla Siria e non imposta dall'esterno, e condivisa dalla più ampia parte della popolazione siriana, ma è difficile che l'opposizione possa accettare che in questa transizione politica il Presidente Assad, suo fratello o i suoi familiari possano avere un ruolo.
L'azione diplomatica del Governo italiano si sta rivolgendo parimenti alle diverse altre sfide della regione mediterranea mediorientale. Lo facciamo con grande impegno perché il successo di questa politica estera tocca interessi vitali del


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nostro Paese. Stiamo investendo in questa politica molti dei nostri sforzi e, come dicevo all'inizio, il Parlamento svolge un ruolo essenziale per raggiungere gli obiettivi.
Il mio inviato speciale, Maurizio Massari, mantiene su mio mandato un contatto intenso e regolare con le nuove realtà politiche e le società civili di questi Paesi. È perennemente in viaggio e riceve con grande frequenza a Roma interlocutori che non sono necessariamente i miei, ma che possono essere utilmente contattati per darci informazioni e per trasferire i nostri impulsi nel mondo politico e fra le forze di questi nuovi Paesi.
Passando all'Egitto, il primo turno delle elezioni presidenziali ha confermato, a nostro giudizio, la crescita democratica della società egiziana. Credo che si debba guardare ai prossimi assetti del Paese focalizzandosi su tre nodi principali. Il primo è la redazione di una nuova Costituzione che sia veramente democratica, inclusiva e trasparente. Un secondo aspetto è riuscire a concludere il trasferimento pacifico dei poteri dai militari alle istituzioni civili nei tempi prestabiliti. Il terzo punto è che l'emergenza socioeconomica si attenui e che si riattivino correnti di sviluppo. Una ripresa del turismo, ad esempio, sarebbe molto importante.
Certo è che occorre evitare il pericolo di un'eccessiva polarizzazione del dibattito politico egiziano. Quanto avvenuto in questi ultimi giorni in piazza Tahrir a seguito delle sentenze che hanno riguardato l'ex Presidente Mubarak e i suoi familiari è indice di una fragilità di fondo sul piano sia del percorso democratico che della sicurezza.
Resta il fatto che l'Italia considera l'Egitto un partner assolutamente strategico. A seguito della mia visita al Cairo, nelle scorse settimane abbiamo firmato un nuovo programma di conversione del debito per circa 500 milioni di dollari, gesto molto apprezzato dalle autorità e dalle forze politiche egiziane. Mi recherò in visita nuovamente in Egitto non appena si sarà concluso il ciclo elettorale.
La Tunisia rappresenta, dal mio punto di vista, una storia di successo e un test delle potenzialità democratiche dell'Islam politico. In occasione dell'importante visita del Presidente della Repubblica a Tunisi, il 16 maggio scorso, ho firmato con il collega tunisino Abdessalem una dichiarazione congiunta istitutiva del partenariato strategico rafforzato, uno strumento che consente di istituzionalizzare vertici intergovernativi annuali e sviluppare in maniera globale la cooperazione nei settori di comune interesse.
Tornando alla Libia, essa è al centro della nostra azione diplomatica e dei nostri sforzi quotidiani di consolidamento del rapporto bilaterale e di institution building nel Paese. La transizione libica è in fieri. È interesse cruciale per l'Italia e per l'Europa che possa compiersi in termini ragionevolmente brevi e secondo un percorso istituzionale gestibile. Siamo attivi su più fronti di intervento, dall'assistenza alla graduale ripresa delle relazioni economiche e commerciali, al rapporto e al dialogo con le autorità transitorie.
I nostri interventi a favore della popolazione e delle istituzioni libiche si sono strutturati lungo due filoni principali: quello dell'emergenza, poiché l'Italia è stata tra gli europei il maggior contributore soprattutto per la cura di feriti libici nel nostro Paese, e quello dell'assistenza al consolidamento istituzionale nei diversi settori, tra cui, ad esempio, la formazione delle forze di sicurezza e della protezione civile.
Ho ospitato a Roma il 12 maggio scorso il Ministro degli esteri libico Bin Khayal per una ricognizione complessiva dei programmi in corso e per dare ogni possibile impulso ai responsabili del CNT affinché procedano ad attuare gli impegni presi con la dichiarazione di Tripoli del gennaio scorso, in occasione della visita del Presidente Monti.
Sono due le sfide principali della transizione libica. La prima è la preparazione delle elezioni per il Congresso nazionale, da cui emergerà un nuovo governo e una commissione incaricata di redigere la nuova Costituzione. Siamo fiduciosi che le


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elezioni possano svolgersi entro l'inizio del ramadan, cioè prima del 20 luglio. La seconda sfida riguarda la sicurezza del territorio, a fronte di altre due criticità: la presenza diffusa di armi e le tensioni ancora esistenti tra le milizie armate, che limitano le capacità di controllo del territorio da parte del Governo centrale. Mi riferisco, oltre che all'episodio di Bengasi, anche a quello di due giorni prima all'aeroporto di Tripoli.
La permeabilità delle frontiere meridionali è impressionante, con passaggio di gruppi terroristici criminali. La situazione in queste aree risente dell'instabilità generale della regione del Sahel e sua volta influisce su di essa. È un tema di cui ho diffusamente discusso ieri con il collega francese Laurent Fabius, che ha apprezzato il ruolo svolto dall'Italia in questa stagione della politica mediterranea e ha trovato punti di assoluta convergenza sulle iniziative che possiamo portare avanti.
Abbiamo chiesto alle Nazioni Unite e all'Unione europea un cambio di passo nella politica verso la Libia in termini sia di attenzione politica sia di investimento di risorse. Ho sollevato la questione al Consiglio affari esteri del 14 maggio scorso, soprattutto per quanto riguarda il controllo delle frontiere e i flussi migratori. Ho ricevuto un riscontro positivo sul piano politico, ma è una fatica quotidiana portare avanti con i servizi della Commissione a Bruxelles e con tutti gli altri partner i diversi segmenti di questa linea, ovverosia sviluppare maggiormente Frontex, attuare con maggior rapidità i partenariati di mobilità, avere altri partner europei impegnati nelle forme di assistenza tecnica e finanziaria per il border control e via dicendo. Quello dell'Italia è un ruolo di impulso fondamentale, anche per assicurare l'attuazione concreta dei diversi programmi.
Sarà importante che, nel rafforzare le proprie capacità nel settore della sicurezza, le nuove istituzioni libiche possano al tempo stesso garantire i principi di salvaguardia dei diritti umani, rispetto ai quali abbiamo molto insistito che fossero inseriti nella dichiarazione di Tripoli.
Abbiamo intensificato la nostra azione anche nei confronti di Algeria e Marocco. Le recenti elezioni parlamentari in Algeria si sono svolte in un contesto di maggiore apertura e trasparenza, nonostante le successive contestazioni da parte di chi non aveva ottenuto la maggioranza. Dal punto di vista della tenuta e delle modalità con cui si sono svolte, le elezioni sono state salutate positivamente da tutti e quindi anche da noi. Incoraggiamo gli algerini a proseguire in questa linea di apertura e di riforme in attuazione della road map politica fino alle elezioni presidenziali del 2014. Quando sono andato ad Algeri ho confermato la volontà dell'Italia di rilanciare il partenariato bilaterale a partire dal prossimo vertice intergovernativo che terremo in ottobre in Algeria.
Altrettanto cruciale è il nostro rapporto con il Marocco, un Paese che è riuscito a conciliare la stabilità con l'evoluzione democratica interna. Ho incontrato pochi giorni fa il Ministro degli esteri marocchino e mi ha fatto piacere l'insistenza che i marocchini pongono sul meccanismo 5+5 e sul successo che ha avuto la riunione dello scorso febbraio qui a Roma. La prossima avrà luogo a Nouakchott entro la fine dell'anno, copresieduta da Italia e Mauritania, ma soprattutto vi sarà il vertice 5+5 dei capi di Stato e di governo a Malta nel corso del mese di ottobre.
Non sono semplicemente riunioni in cui si discutono i grandi temi della sicurezza e della stabilità e si scambiano valutazioni. Sono riunioni operative. Il 5+5 oramai è strutturato in riunioni collegate di ministri dei trasporti, della difesa, dell'emigrazione, con la capacità di smuovere, da un lato, l'impegno europeo e, dall'altro, l'impegno delle organizzazioni regionali, come l'Unione per il Maghreb, così da porsi come traino di programmi concreti nei settori che ho indicato.
Più in generale, un accompagnamento positivo delle transizioni nel Mediterraneo richiede da parte nostra uno sforzo di lungo periodo e di sistema. A giudizio di tutti i nostri interlocutori, l'Italia ha credenziali straordinarie per esercitare un ruolo davvero significativo. Il rilancio della


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nostra azione mediterranea passa anche attraverso l'azione regionale, la costante sollecitazione di una politica più ambiziosa dell'Unione europea e il partenariato mediterraneo della NATO.
Ho già detto dello sforzo che abbiamo rivolto alla politica di vicinato per il riequilibrio degli impegni finanziari. Su questo un paio di mesi fa abbiamo scritto una lettera a tre, insieme al Ministro degli esteri spagnolo José Luis García-Margallo e al Ministro degli esteri francese Alain Juppé, ai colleghi europei per ottenere che il vicinato meridionale veda confermati i due terzi degli stanziamenti complessivi per i programmi di vicinato. Ieri dal Ministro Fabius ho avuto la conferma della linea francese su questo specifico punto e il pieno sostegno all'azione che stiamo svolgendo.
In conclusione, non vi è dubbio che il processo di pace in Medio Oriente rimanga una condizione centrale per la stabilizzazione dell'area. Il nostro impegno è stato ribadito al più alto livello dal Presidente del Consiglio Monti quando ha visitato Israele e i territori palestinesi. Sosteniamo l'azione del «quartetto» e restiamo convinti che soltanto il negoziato diretto tra le parti possa condurre a una soluzione di pace sostenibile. Il nuovo Governo israeliano ha costituito un elemento di novità, dinamico, da valutare nei fatti, ma che si è già tradotto in uno scambio di corrispondenza. La risposta di Netanyahu ad Abbas è stato un passo da considerare positivamente.
È altrettanto cruciale continuare a sostenere l'Autorità palestinese e l'azione positiva di institution building del Primo ministro Fayyad. Abbiamo provveduto a sensibilizzare diversi Paesi donatori affinché eroghino sostegni finanziari all'Autorità palestinese e stiamo programmando lo svolgimento in autunno della prima riunione del Comitato misto Italia-Autorità palestinese sulle prospettive di sviluppo nei territori.
Un'ultima parola sui Paesi del Golfo. Anche qui stiamo svolgendo un'intensa azione diplomatica. Ricordo la visita dell'Emiro del Qatar in Italia il 17 aprile. Ho incontrato il Ministro degli esteri qatarino qualche giorno fa per uno scambio di vedute sui punti che ho appena illustrato e soprattutto per promuovere un'intensificazione dei rapporti bilaterali anche sul piano economico.
Al riguardo ho tratto indicazioni interessanti dal mio interlocutore quanto alla volontà di procedere in Italia ad operazioni industriali congiunte e ad investimenti, soprattutto nel campo delle piccole e medie imprese. Questo mi ha piacevolmente sorpreso perché generalmente si pensa ai fondi sovrani di questi grandi attori della finanza internazionale come a entità interessate a investimenti di grandi dimensioni in infrastrutture o di tipo finanziario. La dimensione delle piccole e medie imprese è invece di particolare attenzione soprattutto per il Qatar.
I Paesi del Golfo sono, quindi, importanti non solo per i rapporti politici bilaterali, ma anche come partner economici. Restano profondamente preoccupati per la minaccia nucleare iraniana, lamentano le interferenze dell'Iran nell'intera area e temono la strumentalizzazione delle comunità sciite.
Credo che queste sensibilità dei Paesi del Golfo debbano essere tenute in forte considerazione anche nel quadro della nostra politica verso l'Iran, che, come sappiamo, è una politica del doppio binario. Di recente c'è stato un positivo ritorno al negoziato, subito rallentatosi nella riunione di Baghdad a causa di discussioni procedurali che speriamo possano essere risolte nella prossima tappa di Mosca.
Sono essenzialmente questi i punti che volevo delineare, rimettendomi poi alle vostre considerazioni e alle vostre domande.

PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro e do la parola ai colleghi che intendano porre quesiti o formulare osservazioni, pregandoli di contenere i tempi dei loro interventi in ragione dell'esiguità del tempo a nostra disposizione.

MARGHERITA BONIVER. Abbiamo ascoltato, come sempre con molta attenzione,


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l'assai completa overview su quanto sta succedendo nella regione mediterranea e sulla robusta azione diplomatica che questo Governo svolge in tutta l'area. Ancorché velata da un linguaggio assai diplomatico, come le conviene, signor Ministro, abbiamo colto la grandissima preoccupazione che ognuna delle situazioni da lei elencate inevitabilmente suscita, a cominciare dalla situazione siriana, dove è ovvio che in questo momento ci si deve accontentare del piano Annan.
Secondo molti osservatori, tale piano ha addirittura fallito, ma lei è stato più cortese e ha detto che ha prodotto qualche risultato di modesta portata. Mi sembra assolutamente ovvio che, per motivi arcinoti, la comunità internazionale non abbia un piano B. Non c'è alcun tipo di alternativa a quello che è diventato una sorta di balletto del gambero, per cui forse si fa mezzo passo avanti e moltissimi all'indietro.
Allo stesso modo suscita una enorme preoccupazione, come è giusto che sia, lo stato dell'opposizione siriana, che è frastagliata, non ha ancora trovato una leadership salda, è già inquinata da molte e pericolose fughe in avanti e soprattutto non riesce in alcun modo a proteggere la popolazione civile, la quale, malgrado la presenza degli osservatori internazionali, anche militari, è completamente in balia del capriccio o del disegno criminale di questa o quella parte delle istituzioni militari siriane, di questa o quella parte dei servizi, che con il Paese sull'orlo di una guerra civile stanno svolgendo un ruolo nefasto, però molto attivo.
Credo che dobbiamo svolgere un'azione ancora più pressante sulla parte più ostile alla formazione di un piano B, ovvero la Russia di Putin e Lavrov. È semplicemente incredibile che con la Russia non si possa trovare un punto di incontro per svolgere una pressione più forte e attuare quella parte del piano Annan che prevede un cambio di dirigenza politica in Siria, possibilmente evitando il bagno di sangue che ne deriverebbe se il processo non fosse guidato e concordato.
La guerra civile è lo spettro che si aggira per quel Paese, assolutamente cruciale per tutta l'area mediorientale, così come mi sembra sempre più ovvio sottolineare che in questa componente di guerra civile c'è anche il grande scontro della nostra epoca fra la comunità sciita e la comunità sunnita, a proposito del quale lei ricordava le preoccupazioni dell'Emiro del Qatar.
Oltre che far precipitare il Paese in una guerra civile, che avrebbe ripercussioni spaventose, non soltanto da un punto di vista umanitario, è altrettanto evidente, come lei ha detto, che esiste il pericolo oramai quotidiano, se non già concreto, di uno spillover nei Paesi confinanti, primo fra tutti evidentemente il Libano.
Vorrei sollevare un altro punto rispetto alla sua relazione, signor Ministro. Mi riferisco alla questione della Tunisia. Spero che non trovi conferma la veridicità del filmato diffuso sulla web sulla decapitazione di un giovane tunisino considerato apostata. Questo filmato ha suscitato orrore in tutto il mondo e la Tunisia è un Paese importantissimo e molto caro anche all'Italia non soltanto per motivi di vicinanza, ma anche per come sono stati capaci i tunisini, per primi, di suscitare la cosiddetta «rivoluzione dei gelsomini» e di concluderla nel modo più formale e pacifico possibile con le elezioni e la costituzione di un primo governo di coalizione.
Puntando tutti i nostri sforzi e tutte le nostre preoccupazioni sulla Tunisia, mi auguro che quanto meno in questa direzione possa avviarsi un'azione sempre più concreta e più incisiva non soltanto italiana, ma anche dell'Unione europea.

LAPO PISTELLI. È ovvio che avendo a disposizione pochi minuti ci si deve limitare a delle note a piè di pagina. Desidero ringraziare il Ministro per l'aggiornamento e la descrizione dei fatti che sono accaduti negli ultimi mesi dopo il nostro ultimo incontro. Apprezzo la shuttle diplomacy del suo inviato, il ministro Massari, che mi pare riesca a coprire molto bene nella quotidianità la sequenza di eventi che


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accadono di capitale in capitale. Credo che, in un momento nel quale nessuno dispone di strumenti miracolosi per far virare una transizione in un senso o nell'altro, garantire la costante presenza e il dialogo sui fatti, settimana dopo settimana, sia un positivo segnale politico che il nostro Paese è tenuto a dare in questo scacchiere geopolitico.
Parlando della Siria, concordo interamente con Margherita Boniver. In questo momento la chiave è la Russia. Mi pare che nelle ultime settimane vi sia stato un allentamento della disponibilità cinese nel caso in cui la questione torni alle Nazioni Unite. Anche se la decodifica avviene con gli stessi cliché della guerra fredda, contando le virgole e gli aggettivi, pochi giorni fa il Ministro degli esteri russo ha detto che il futuro della Siria non è necessariamente legato alla permanenza di Assad. È la prima volta che l'approdo della transizione siriana è disgiunto dal futuro personale della famiglia Assad e di Bashar.
Il Presidente francese Hollande ha dichiarato che la Francia sarebbe disponibile a un'azione di carattere coercitivo se alle Nazioni Unite emergessero le condizioni, in ciò rievocando indirettamente il principio della responsibility to protect della risoluzione 1973 già applicato in Libia. Qual è in prospettiva la sua valutazione, sapendo che oggi non esistono le condizioni giuridiche?
La seconda questione è riferita alle risorse per il Mediterraneo. Lei ha già menzionato un'iniziativa assunta insieme ad altri colleghi per destinare i due terzi delle risorse della politica di vicinato al vicinato meridionale, scelta che trovo assolutamente indispensabile, se è vero che almeno il 50 per cento delle ragioni che hanno determinato la primavera araba erano legate alla crisi economica che colpiva duramente le generazioni più giovani, già frustrate sul piano politico e delle libertà.
Come si sa, nel Mediterraneo, in modo particolare sul fronte palestinese, dove non arriva l'Europa stanno arrivando i Paesi del Golfo, con i quali evidentemente abbiamo tutto l'interesse, per ragioni nazionali e internazionali, ad avere un eccellente rapporto, ma che stanno traendo un vantaggio di medio periodo riempiendo i vuoti lasciati dalla crisi dei Paesi donatori.
Ciò vale soprattutto per l'area palestinese, ma riguarda anche le necessità dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo. Il nostro impegno con l'Egitto è rimarchevole, ma, se pensiamo alla voragine che si sta aprendo nell'economia egiziana e all'assottigliamento delle riserve della banca centrale, questo ci dice quanto spazio potrebbe essere ancora coperto. Vorrei, quindi, sapere quali sono le sue previsioni sui tempi e sui modi dell'iniziativa che avete assunto in sede europea per destinare una maggiore quantità di risorse all'area mediterranea.
Come terzo punto, le chiedo di elaborare maggiormente il tema del Sahel. La mobilitazione dei Paesi del Nord Africa ha fatto fibrillare la fascia subsahariana che lì si affaccia e per la quale alcuni di quei Paesi fungevano da contenimento. Parliamo di un'area nella quale ci sono stati quattro colpi di Stato negli ultimi cinque anni, di una fascia lunga cinquemila chilometri dai confini assolutamente porosi dove, dalle aspirazioni dei Tuareg alle cellule di Al Qaeda per il Maghreb islamico, dallo spaccio e la diffusione di armi e droga alla trattativa sugli ostaggi, si apre un corridoio che rischia di riportare da sud a nord fibrillazioni troppo forti per transizioni ancora incerte.
Le chiedo, anche alla luce del colloquio avuto con il Ministro francese, che più di altri è interessato, per molte ragioni, a quell'area, che tipo di iniziative si intende assumere in sede bilaterale ed europea per rifocalizzare l'attenzione su questa parte di mondo.

FERDINANDO ADORNATO. Ringrazio il signor Ministro per la sua esposizione chiara e sintetica di una strategia che condivido.
Credo che sia arrivato il momento che Assad e il popolo siriano sappiano che la comunità internazionale non esclude a priori un intervento militare. Non sono


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così approssimativo da ignorare che oggi non sussistono le condizioni, ma una cosa è invocare l'intervento e altra cosa è cominciare a valutare come si potrebbe fare. Credo che questa svolta nell'atteggiamento, che è invece materia diplomatica e di politica estera, possa anche indurre un diverso rapporto con la posizione russa.
Oggi si sa che noi escludiamo a priori l'intervento militare. Per ora non è possibile, ma si deve cominciare a sapere che non lo escludiamo a priori e che lavoriamo perché si creino le condizioni giuridiche e politiche perché questo accada. Assad deve essere messo nelle condizioni di andare via, come chiede il piano Annan, per evitare un intervento militare. La Lega araba credo che su questo possa giocare un ruolo importante.
Pertanto la inviterei già dall'incontro di stasera, soprattutto nel corso del dialogo con Fabius e con la signora Clinton, a proporre questo cambio di atteggiamento.

GIORGIO LA MALFA. Ho due domande per il Ministro dopo la sua ottima relazione.
La prima mira ad approfondire, come ha chiesto già l'onorevole Boniver, la posizione della Russia nei confronti della questione siriana. Cosa pensa davvero la presidenza russa? Sanno certamente che la posizione di Assad è insostenibile, ma vorremmo capire meglio se c'è un margine o se la proposta dell'onorevole Adornato di prospettare la possibilità di un intervento militare possa avere qualche utilità.
In secondo luogo, le chiedo di dirci qualche cosa di più sui negoziati di Baghdad a proposito della questione nucleare iraniana e su come il Governo italiano valuti il rischio, che spero si possa evitare, di un'azione militare nei confronti dell'Iran.
Io la considererei un'assoluta catastrofe dal punto di vista degli interessi mondiali.

PIETRO MARCENARO. Io parlerò esclusivamente della Siria.
Sono d'accordo sull'insieme delle cose che il Ministro ha detto. Parto, però, da un fatto. È chiara la debolezza di Assad, di un regime che non ha prospettive, di una repubblica «monarchica» ereditaria senza futuro. È anche chiara, però, la sua forza, dovuta alla divisione della comunità internazionale e alle caratteristiche dell'opposizione interna. Fra questi due aspetti c'è una relazione. Sono d'accordo con quanto ha detto il Ministro. Se oggi la base di lavoro è il piano Annan e non c'è alternativa, se questa è la situazione, tali problemi vanno affrontati.
C'è il rischio della ripetizione di una guerra fredda in miniatura, che avrebbe come caratteristica il fatto che ciascuno difende tutto quello che c'è nel suo campo, impedendo in questo modo l'apertura di un confronto. Penso che questo punto andrebbe superato tramite un'iniziativa politica che provi a discutere con i russi, ascoltando le loro ragioni e provando ad affrontare i problemi che pongono.
Mi pare siano sostanzialmente due i problemi su cui possiamo fare qualcosa. In primo luogo c'è l'intervento sull'opposizione siriana. Non ripeto le cose che lei ha detto sulle responsabilità del regime perché le condivido totalmente, ma dobbiamo chiedere, come condizione del nostro sostegno all'opposizione, che il terrorismo sia bandito. Non possiamo negare che c'è stato anche un terrorismo praticato dall'opposizione.
Ciò costituisce un problema molto serio. È il contrario del siryan-led political process di cui lei parlava, che comprende un negoziato in cui la permanenza di Assad non è accettata, ma coinvolge le forze e il regime che Assad rappresenta e ha quindi il problema di offrire una garanzia all'insieme delle componenti della società siriana. Tutto questo non è affatto chiaro.
Come lei sa, signor Ministro, ciò riguarda non solo il rapporto con la Russia, ma anche quello con l'Arabia Saudita e il Qatar, che della contrapposizione tra sunniti e sciiti fanno invece un elemento ispiratore dei propri comportamenti, non solo in Siria. Il sostegno ai gruppi estremisti che agiscono contro i governi eletti oggi in Tunisia come in Marocco, è garantito da quei Paesi. Su questo la comunità


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internazionale deve avviare una discussione e un'iniziativa politica, secondo me, più esplicita di quanto fatto finora.
Penso che solo se si affronteranno questi problemi si potrà fare quanto è necessario, cioè non illudersi che sia possibile fare qualcosa al di fuori della ricerca di un accordo internazionale che coinvolga i grandi Paesi e perseguire un'iniziativa politica che, per quanto ci riguarda, intervenga su alcuni punti in grado di rispondere alle preoccupazioni che possono essere affrontate.

FIAMMA NIRENSTEIN. Ringrazio il Ministro per la chiarezza dell'esposizione e per quel misto di speranza e preoccupazione che mi sento di poter condividere interamente. Lo ringrazio soprattutto per la continuità del dialogo. In questo periodo i numerosi incontri con i rappresentanti del Governo stanno consentendo uno scambio di idee molto proficuo.
Concordo con il collega Marcenaro. Secondo me il piano di Kofi Annan - e fallirebbe in questo un eventuale piano Pillay - è basato su una valutazione ideologica e non realistica delle opposizioni. In generale abbiamo guardato alle opposizioni nei Paesi mediorientali come a un fatto positivo. Non è sempre così e purtroppo non è quasi mai così, per quello che ci dice l'esperienza che abbiamo maturato.
Credo che Assad sia un vile assassino e un macellaio, ma nel momento in cui non soltanto lui, ma tutta una serie di analisti denunciano in maniera sempre più circostanziata la composizione di questa opposizione, come a suo tempo ci descrivevano quella di tanti altri Paesi, soprattutto sottolineando la presenza di Al Qaeda, dobbiamo avere ben presente che questo è un dato di fatto. La presenza di Al Qaeda non può essere ignorata.
Ali Larijani, Presidente del Parlamento iraniano, ha pronunciato una frase molto significativa: «Se l'Occidente si azzarda ad attaccare la Siria, Israele brucerà». È una frase molto rilevante ed è stata riportata da molti giornali. Ebbene, questa frase è stata presa molto sul serio dagli analisti di politica militare perché corrisponde a un movimento di armi nella zona senza precedenti, soprattutto di recente.
Si è mossa, ad esempio, una grande quantità di missili dalla Siria verso gli Hezbollah. Non si sa se siano ancora fermi alla frontiera o se siano già nelle mani degli Hezbollah, ma si tratta di missili con una gittata di 700 chilometri che possono essere armati con testate chimiche. Non è la prima volta che capita nel corso di queste rivoluzioni. Vorrei sottolineare che altre armi provenienti dall'Egitto, attraverso il Sinai, sono finite in buona parte nelle mani di Hamas e in parte nelle mani di Al Qaeda. Sono giunte ad Al Qaeda anche le armi che erano di Gheddafi.
Avrei tante cose da dire, Ministro, ma voglio limitarmi a questo aspetto per chiederle se ci si renda conto dell'immenso movimento di armi che è avvenuto all'interno delle rivoluzioni musulmane di questa area. Ci si rende conto di cosa questo possa significare? Può essere molto pericoloso non accorgersene, prima di tutto per le nostre missioni all'estero. La rivolta nel nord del Libano è dovuta al fatto che lì il 30 per cento della popolazione è sunnita e vede il momento buono per ribellarsi agli Hezbollah sciiti che non hanno più la copertura che ricevevano un tempo dalla Siria.
Senz'altro i colleghi saranno consapevoli del fatto che anche la Giordania è sull'orlo di un disastro. Il Re di Giordania finora è stato abile. Ha cambiato cinque primi ministri nel corso di quest'anno. Ciò vi dà l'idea di quanto abbia cercato di contenere la situazione. È stato bravo e ha trattenuto l'esercito, ma non ce la fa più. La condizione politica di Re Abdullah è drammatica, con la parte maggioritaria palestinese che si sta organizzando in tacito accordo con tutta una serie di altre organizzazioni. Anche la presenza di Al Qaeda in Giordania è molto preoccupante.
La cosa si allarga a macchia d'olio con un movimento di armi inconsulto. Mi domandavo quali siano le organizzazioni in grado di contenere questo movimento di armi.


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GIANNI VERNETTI. Mi associo anch'io ai ringraziamenti al Ministro per l'impegno suo e della Farnesina nell'area, accresciutosi nelle ultime settimane.
Vorrei fare due brevi considerazioni sulla Siria. Purtroppo i tre voti contrari espressi da Russia, Cina e Cuba nel corso della seduta del Consiglio per i diritti umani a Ginevra non lasciano ben presagire. Peraltro la risoluzione era certo importante, ma a mio modo di vedere ampiamente votabile anche dai Paesi che criticano l'eccesso di ingerenza umanitaria. La domanda cruciale è, quindi, quali azioni Italia, Europa e comunità internazionale pensino di mettere in cantiere nei prossimi giorni nei confronti di Russia e Cina in particolare.
Vorrei inoltre conoscere l'opinione del Ministro su questa ipotesi di vertice internazionale annunciata quarantotto ore fa dal Ministro degli esteri russo Lavrov. Vorrei sapere in che formato la Russia pensa possa essere organizzato questo vertice internazionale, se sia semplicemente un gioco o se invece si possano aprire spazi seri.
Condivido con il collega Adornato il fatto che l'ipotesi di un intervento militare sia di un'estrema complessità, assolutamente non paragonabile alla semplice riproduzione del modello dell'esperienza libica. Non c'è il benché minimo dubbio. È, però, certo che un qualche piano B vada previsto, anche se non necessariamente come intervento militare su larga scala. All'inizio della crisi siriana si era parlato di garantire i corridoi umanitari e creare un cuscinetto al confine con la Siria per permettere la gestione delle grandi masse di profughi che oggi sono concentrate tra Turchia e Giordania, con numeri che superano le 100.000 unità. Se il Ministro avesse dati aggiornati su queste cifre, sarebbero ben accetti.
Implementare un corridoio umanitario o un cuscinetto attraverso strumenti maggiormente assertivi potrebbe essere uno scenario diverso dall'intervento militare su larga scala, ma comunque in grado di prefigurare una presenza significativa della comunità internazionale.
La prossima domanda apre a una riflessione più generale su un tema che sarà oggetto anche dell'attività di indagine della Commissione sul rapporto tra Italia e Mediterraneo. Io credo che l'Italia, insieme alla Francia, debba iniziare a pensare a meccanismi utili per proporre un nuovo spazio politico ai nuovi Paesi e alle nuove democrazie complesse del Mediterraneo post primavera araba. Abbiamo ancora lo strumento dell'Unione per il Mediterraneo, ora ibernato con la sua sede e gli uffici deserti a Barcellona, che nasceva da un'intuizione di Sarkozy e Mubarak.
Credo che la prospettiva della costruzione di uno spazio politico comune, che non sia soltanto il partenariato, debba iniziare a entrare nella nostra agenda.

GIAMPAOLO BETTAMIO. Ho due domande sulla Siria. Mi sembra che tutto ciò che abbiamo di sostanzioso a questo punto sia il piano Annan, che sembra destinato a sbiadirsi sempre di più fino a scomparire, ma continuando a essere un paravento per il Governo siriano, che può accamparlo quando la situazione degenera.
Gli Stati Uniti hanno provato con altre sanzioni, come l'isolamento del regime, ma poi hanno allentato la pressione perché il Governo di Assad aveva dato la disponibilità a fare un passo indietro rispetto a certe azioni di violenza. Per quanto riguarda il dialogo con l'opposizione, è una possibilità, ma, come è già stato detto, l'opposizione ha anche una componente violenta che bisognerà isolare prima di farne un punto di riferimento per noi.
I Paesi più toccati dalla crisi siriana, quelli che ha citato il Ministro, testimoniano che la Siria è il centro del Mediterraneo in questo momento. Credo che la Turchia abbia molti problemi a salvaguardare i propri confini e che Israele starà fermo fino a che gli Hezbollah non faranno in modo che si muova. Credo anche che occorra porsi due domande, che sono già state adombrate. La prima è quale atteggiamento terranno la Russia e la Cina nei confronti della rinnovata azione che stiamo portando avanti e se questa rinnovata


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azione si debba limitare all'inasprimento delle posizioni attuali oppure se si farà un passo ulteriore.
L'altra questione riguarda invece l'osservatorio sul Mediterraneo. La Commissione esteri del Senato ha avviato l'esame di un disegno di legge che affida l'istituzione di tale osservatorio alla Federazione internazionale per lo sviluppo sostenibile e la lotta alla povertà nel Mediterraneo Mar Nero (FISPMED). Attendiamo da molti mesi il parere della Commissione 5a del Senato. Credo che questo osservatorio, che fra l'altro sarebbe vigilato dal Ministero degli affari esteri, debba essere attivato. Il collega che mi ha preceduto ha sottolineato come questo tipo di osservatori sarebbe essenziale in questo momento.

MASSIMO LIVI BACCI. Ringrazio il Ministro Terzi. Vorrei chiedergli innanzitutto se possa darci qualche precisazione sul rafforzamento dell'esercito e delle forze di sicurezza del governo transitorio in Libia. La sicurezza sembra essere ancora in gran parte appaltata alle milizie, il cui numero e la cui potenza è grande. Vorrei, quindi, sapere se si stanno facendo dei progressi effettivi su questo fronte, che anche la garanzia per la piena ripresa economica del Paese.
Per fortuna l'ENI sta pompando molto petrolio. È una garanzia, ma con la ripresa economica riprenderà anche l'immigrazione in Libia che, come tutti i Paesi produttori di petrolio, ne ha grande domanda. Leggendo la stampa internazionale si ha l'impressione che questi flussi di immigrazione, probabilmente di ritorno, siano già iniziati. Vorrei sapere da lei qualcosa in più su questo aspetto.
Un'ulteriore questione riguarda il cosiddetto monitoraggio dei 4.000 o 5.000 chilometri di frontiera della Libia, questione inclusa nell'ormai semi-defunto trattato di amicizia italo-libico. Vorrei conoscere lo stato dell'arte. Data la situazione di grande insicurezza del Sahel evocata prima dall'onorevole Pistelli, ho l'impressione che questi confini siano ancora del tutto porosi e non ci sia alcuna capacità di controllarli. Chiedo a lei qualche informazione perché è certamente inutile fortificare il Mediterraneo con Frontex eccetera se poi i flussi dal sud e dal centro dell'Africa continuano senza regole.
Qualche informazione supplementare su questo punto sarebbe utile a noi tutti.

MATTEO MECACCI. Ringrazio anch'io il Ministro per la sua assidua frequentazione del Parlamento e per il rapporto costruttivo che ha voluto instaurare in questi mesi.
Al riguardo della Siria, credo che il Ministro abbia toccato un punto che va sottolineato e sul quale chiederei un impegno esplicito e forte, cioè quello di dare seguito alla raccomandazione dell'Alto commissario ONU sui diritti umani per l'apertura, da parte della Corte penale internazionale, di un dossier sulla Siria. Ormai i dati oggettivi ci sono tutti. Si parla di migliaia di morti e di una situazione che va avanti da molti mesi.
L'apertura di un dossier da parte della Corte penale internazionale non significa pregiudicare le decisioni della Corte stessa. Significa aprire indagini sia sulle azioni compiute dalle autorità di governo e militari siriane sia eventualmente sugli atti perpetrati dai gruppi di opposizione. È una pratica che la Corte penale internazionale e il tribunale sulla ex Jugoslavia stanno portando avanti.
Penso che anche Cina e Russia, che, come gli Stati Uniti, non riconoscono la Corte penale internazionale, ma che su altri dossier ne hanno autorizzato il coinvolgimento, difficilmente potrebbero continuare a dire di no in modo assoluto. L'intervento militare evidentemente richiede un salto di qualità e coinvolge interessi geopolitici di altra natura, ma l'accertamento di responsabilità per l'uccisione di civili, perché è di questo che stiamo parlando, è doveroso da parte della comunità internazionale e credo che il nostro Paese abbia tutti i titoli per giocare un ruolo di mediazione e di promozione.
Per quanto riguarda il Mediterraneo, dal quadro che lei ci ha fatto emerge una situazione molto complessa e difficile. Ciascun


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dossier nazionale che riguardi la sponda sud del Mediterraneo pone sfide e problemi diversi. C'è però un tratto comune. Con l'avvio delle rivoluzioni popolari questa zona ha subito un radicale sconvolgimento politico e tutti questi Paesi, in un modo o nell'altro, sono coinvolti in una fase di transizione politica che molto spesso è anche transizione costituzionale, con nuove costituzioni da approvare e nuovi assetti istituzionali e di governo da trovare.
Giustamente il nostro Paese, la Francia e altri si stanno muovendo individualmente, ma si dovrebbe costruire un'iniziativa politica comune che leghi il processo politico e istituzionale di quest'area all'Europa, anche in termini di monitoraggio di quanto accade. Ciò che è successo nel corso delle elezioni egiziane - candidature ritirate o annullate, tre turni elettorali svolti nel giro di poche settimane - apre un quadro in cui noi sosteniamo economicamente, come stiamo facendo, quelle istituzioni senza alcuna garanzia sul futuro e sullo sviluppo dello stato di diritto e sulla possibilità di monitorarne i progressi.
Per l'Unione del Mediterraneo non mi pare ci siano le condizioni, ma c'è il Consiglio d'Europa e l'OSCE, ci sono gli strumenti politici e istituzionali di queste organizzazioni; credo l'Unione europea dovrebbe tentare di utilizzarli ponendoli al centro dei negoziati sul sostegno economico che forniamo a questi Paesi.

LAMBERTO DINI, Presidente della 3a Commissione del Senato della Repubblica. Signor Ministro, c'è una domanda che non mi pare sia stata posta, ma sulla quale io stesso mi interrogo.
Quali sono gli obiettivi e le motivazioni che inducono il Qatar a svolgere questa politica ad amplissimo raggio nella regione, fino a tutto il Medio Oriente? Non pare che sia per timore delle popolazioni o dei regimi sciiti perché il Qatar ha appoggiato milizie islamiste in Libia e appoggia i Fratelli musulmani in Egitto. Quali obiettivi si pone questa piccola monarchia così autocratica? Non certamente la ricerca della democrazia perché non c'è democrazia in Qatar, anche se effettivamente è un regime stabile, del quale dobbiamo avere tutto il rispetto.
Mi ha fatto inoltre piacere sentire che il suo incontro con il Ministro del Qatar ha dato indicazioni favorevoli per investimenti in aiuto alla piccola e media impresa. Durante la visita dell'Emiro in Italia ho avuto l'occasione di parlare con persone a lui vicine e mi hanno detto che non avevano alcuna intenzione di fare investimenti in Italia.
Se c'è un ripensamento a questo riguardo ben venga, ma quella era la posizione di persone vicine all'Emiro. Nella loro azione di acquisti a livello mondiale mirano sempre ai grandi investimenti e ai grandi complessi. La loro azione è generalmente mirata a grandi e forti investimenti in America latina, come in altri Paesi.
Qualche grosso investimento in Italia sarebbe benvenuto, nel caso fossero di questa opinione.

PRESIDENTE. Ringrazio i colleghi e do la parola al Ministro Terzi per la replica.

GIULIOMARIA TERZI DI SANT'AGATA, Ministro degli affari esteri. Grazie. Partendo dal quesito del presidente Dini sulla strategia economica del Qatar, che sta diventando un gigante della finanza internazionale, ho premesso io stesso di essere stato colto di sorpresa da questo interesse per le piccole e medie imprese italiane, forse intese non singolarmente, ma come realtà di distretto e di filiera in cui un investimento può essere particolarmente innovativo, soprattutto nelle zone a tecnologia avanzata nelle quali queste realtà italiane di piccola e media dimensione si manifestano.
Per quanto riguarda la strategia degli investimenti verso l'Italia, mi interessa quanto il presidente Dini ha appreso dai suoi interlocutori. Peraltro, il fondo sovrano del Qatar ha già investimenti cospicui nel nostro Paese, con un paio di grandi gruppi industriali partecipati e proprietà personali del Sovrano. Questo ragionamento


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si collega indubbiamente alla loro strategia complessiva.
Questo Paese piccolo dal punto di vista della popolazione ha trovato uno spazio nello specifico contesto del Golfo, in collegamento con un grande Paese quale l'Arabia Saudita e grazie al fatto di essere elemento influente sia del Consiglio di cooperazione del Golfo sia della Lega araba, altra realtà politica che è cambiata abbastanza radicalmente dal 2008 a oggi, da quando è entrata in vigore la regola delle decisioni a maggioranza.
Il Qatar ha avuto, infatti, la capacità di entrare, per esempio, nei meccanismi di comunicazione attraverso Al Jazeera e di relazionarsi sia con il mondo dell'Islam politico sia con la realtà occidentale e i grandi flussi finanziari. Ha trovato spazi considerevoli che sta gestendo in modo estremamente abile. Altro elemento sottolineato nel corso della visita dell'Emiro è stata la capacità di essere un Paese trasparente sul piano della gestione finanziaria, con un bilancio certificato.
Raccontavano gli interlocutori qatarini durante la visita che nella statistica di Transparency International quanto a fenomeni di corruzione il Paese è passato dal centesimo o centoventesimo posto di dieci anni fa al diciannovesimo posto. È, quindi, un Paese che mostra, anche agli occhi degli occidentali, alcuni elementi positivi. Quali siano le ambizioni e se stia conducendo una politica troppo estesa per le sue capacità reali è difficile dirlo. Di fatto è considerato un interlocutore importante dai Paesi europei, così come dai principali Paesi del Golfo e arabi nonché dalla Turchia.
Il Qatar, per esempio, insieme all'Arabia Saudita, è elemento di impulso a una soluzione per la Siria slegata dal piano Annan. Non fanno mistero i qatarini di non credere a questo piano. Sin dall'inizio ci hanno creduto pochissimo se non per niente. Ritengono che la comunità internazionale debba puntare verso l'intervento armato o perlomeno verso il sostegno a interventi armati e il rafforzamento delle forze armate libere siriane, un'opzione che collide con la linea mediana della stessa Lega araba.
Credo che occorra essere molto attenti perché in una crisi straordinariamente difficile come quella siriana non penso si possa prescindere, nel cercare una soluzione, dal sostegno naturale del mondo che sta attorno alla Siria, in primis la Lega araba. Abbiamo visto quale ruolo abbia svolto la Lega araba nella vicenda libica. Con questo non voglio dire che vi sia un collegamento o un modello. Ho sempre negato la praticabilità di una soluzione libica per la Siria e credo che non si proporrà mai la ripetibilità di un modello libico. È anche vero, però, che la Lega araba è anche qui il punto di partenza.
La Lega araba esprime al suo interno la dicotomia della quale si è parlato oggi e che io condivido. Questo conflitto in Siria ha molti angoli e molte sfaccettature. Una di esse è certamente il confronto fra il mondo della sunna e il mondo della shi'a. All'interno della Lega araba questi mondi cercano di trovare formule di ricomposizione, anche se fra i Paesi della Lega la prevalenza è sunnita. All'esterno, quindi, la possibilità che qualcosa funzioni non può prescindere dagli «azionisti di maggioranza» di queste problematiche, ossia gli arabi, se se si esce dalla realtà siriana.
Un altro aspetto delle contrapposizioni che complicano la questione siriana, come giustamente è stato sottolineato oggi, è l'ipotesi o quasi l'impressione che la Siria diventi teatro di un confronto pressoché archeologico, da guerra fredda, tra Est e Ovest. Si pensa che la Siria rappresenti per la Russia l'ultimo baluardo nel Mediterraneo e nel mondo arabo. Da questo dipendono gli accordi militari e le forniture di armamenti. Per altro, alcuni Paesi nordici avrebbero individuato negli ultimi mesi un trasferimento di forniture di armamenti molto moderni per rafforzare il potenziale antiaereo siriano e prevenire una no fly zone sul Paese.
La sensazione è che possano esserci delle suggestioni, delle pulsioni della vecchia


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guerra fredda sempre latente fra Est e Ovest. Anche per questo credo che per l'Italia, per gli europei e per lo stesso mondo atlantico sia una necessità quella di coinvolgere davvero la Russia, e per corollario la Cina, in una soluzione politica.
L'idea enunciata da Sergej Lavrov un giorno fa è quella di arrivare a una conferenza internazionale che riunisca, per esempio, i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite - è il solito modello che gira attorno alla primazia dei «P5» per la soluzione di qualsiasi problema del mondo -, alcune potenze regionali come la Turchia, l'Arabia Saudita e qualcun altro per avviare un percorso di stabilizzazione della Siria. Questo è interessante perché nei contatti diretti degli ultimi giorni abbiamo colto un interesse al coinvolgimento della Russia anche da parte degli Stati Uniti.
La diplomazia italiana si è mossa quotidianamente nelle ultime settimane con Mosca per spendere gli argomenti giusti. Noi, che credo siamo considerati interlocutori senza doppie agende, senza alcuna suggestione di ritorno a passati climi di confronto, ma piuttosto interessati a un rapporto assolutamente partenariale e costruttivo con Mosca, abbiamo presentato gli argomenti idonei per dimostrare che la Russia deve essere coinvolta nella soluzione della crisi siriana.
Certo, deve essere coinvolta in un modo che non sia condizionato all'ulteriore sopravvivenza del regime di Assad, ma anche su questo da quella parte si aprono spiragli. È stato detto a più riprese in pubblico e privatamente e a noi italiani che non è questa la volontà. Se esiste una soluzione per la quale Assad e i suoi se ne vanno senza che la Siria precipiti nella completa destabilizzazione, la Russia può essere interessata ad accettarla.
Penso che le prossime ore e i prossimi giorni saranno molto importanti non tanto per ratificare la fine, la conclusione del piano Annan, ma perché un coinvolgimento della Russia e la formula di un nuovo gruppo internazionale autorevole che abbia la forza politica di far passare in Consiglio di sicurezza una risoluzione più cogente potrebbe essere la chiave che apre diverse serrature in grado di condurci finalmente verso una soluzione.
Condivido e raccolgo l'appello di chi sostiene la necessità di attivare la Corte penale internazionale. L'Italia è particolarmente sensibile a questo aspetto. Il fatto che un capo di Stato e diverse autorità leader di Paesi che si sono macchiati di orrendi crimini siano stati sotto processo e condannati all'Aia non è soltanto un elemento di giustizia. È anche un percorso politico utile da far valere e portare avanti.
La soluzione della crisi siriana pesa anche sulla minaccia nucleare dell'Iran. Mi è stata chiesta quale valutazione diamo del negoziato che si è sviluppato a Baghdad e proseguirà a Mosca. È una valutazione molto prudente. Vi è stato un passo avanti e mezzo passo indietro fra Istanbul e Baghdad. Nel frattempo, però, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) ha svolto un ruolo più attivo per quanto riguarda l'ispezione in determinati siti militari, come quello di Parchin.
Se l'Iran debba essere coinvolto in una conferenza sulla Siria o se, coinvolgendolo, avremmo la garanzia di un congelamento dello status quo, dal momento che una cessione di potere da parte di Assad e dei suoi sarebbe necessariamente vista da Teheran come un regresso nella sua capacità di farsi valere sul piano regionale in Libano e nei confronti di Israele, sono tutti interrogativi che abbiamo dinanzi e tutti piani sui quali credo dobbiamo continuare a lavorare.
Passando alle risorse complessive per il Mediterraneo, la riarticolazione dei finanziamenti è un negoziato che portiamo avanti nel quadro delle nuove prospettive finanziarie per il settennato 2014-2020. Come dicevo prima, Laurent Fabius mi ha confermato l'impegno precedentemente assunto di lavorare insieme a noi e agli spagnoli per ottenere questo spostamento.
Dalla Commissione europea abbiamo avuto primi riscontri di apertura, non


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ancora determinati dal punto di vista della quantificazione. Questo dipenderà dall'ammontare complessivo delle risorse che verranno stabilite nelle prospettive finanziarie. È vero però che, pur essendo di medio-lungo periodo, sono risorse già programmabili e quindi il loro impatto economico potrebbe già essere rilevante. Possiamo inoltre mettere in gioco la Deauville partnership e tutto l'insieme degli strumenti bilaterali.
Ci sono molte altre domande alle quali non rispondo, ma non vorrei abusare della vostra pazienza.

PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro Terzi e dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 15,25.