COMMISSIONE I
AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di mercoledý 11 gennaio 2012


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DONATO BRUNO

La seduta comincia alle 13,05.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso, la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati e la trasmissione diretta sulla web-tv della Camera dei deputati.

Audizione del Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione, Andrea Riccardi, sulle linee programmatiche.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento, l'audizione del Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione, Andrea Riccardi, sulle linee programmatiche.
A nome mio e di tutta la Commissione ringrazio il Ministro per la sua presenza e gli do subito la parola.

ANDREA RICCARDI, Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione. Signor presidente e onorevoli deputati, vi ringrazio per il vostro invito. Per me è un'occasione importante per avviare nel confronto la mia esperienza ministeriale, che definirei acerba.
La domanda che mi vorrei porre è come la cooperazione e l'integrazione possano divenire aspetti essenziali del nostro sistema tali da meritare, in un momento di crisi, una specifica responsabilità politica. Me lo sto chiedendo mentre sto costruendo - lo confesso, non senza fatica - una realtà che tiene insieme questi due aspetti. Lo sto, anzi lo stiamo facendo, in un tempo di crisi. Questo tempo di crisi, però, può essere un tempo di integrazione oppure, se mi permettete il termine, di ulteriore o di pronunciata disintegrazione?
Io credo che storicamente - lasciatemi esprimere una considerazione consona alla mia professione di storico - i momenti di crisi abbiano sempre coinciso con grandi intuizioni. Basta pensare alla Seconda guerra mondiale e alla nascita dell'idea di Europa. Noi ci troviamo davanti a una stagione molto importante, in cui dobbiamo passare da una considerazione emergenziale dell'immigrazione alla maturazione dell'idea di integrazione. Peraltro, vi ricordo che l'idea di integrazione nasce proprio dai temi della disabilità e non da quelli dell'immigrazione.
I dati Eurostat degli ultimi due anni collocano il nostro Paese tra le quattro nazioni europee che hanno il più elevato flusso migratorio. Si tratta di un'immigrazione che proviene da 192 Paesi, il che fa la grande differenza con altri Paesi che hanno un'immigrazione non diversificata. Pensate alla Germania con i turchi, anche se all'interno dell'immigrazione turca va poi considerata la differenziazione con i curdi.
Come parlare degli immigrati? Capisco che esiste un linguaggio che è stato legato all'emergenza immigrazione nel nostro Paese. È esistito un linguaggio emergenziale, che può divenire talvolta preoccupato e talvolta aggressivo, ma io credo che la questione dell'immigrazione e della pre


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senza di gente di altra storia rispetto agli italiani sia ormai un fatto consolidato, che dura da quarant'anni.
Personalmente sono convinto, ed è una convinzione maturata in diversi decenni, che nel nostro tempo la questione migratoria o della presenza di immigrati in Italia sia una questione capitale, come lo era nello Stato otto-novecentesco la questione dei confini. Essa richiederebbe quindi una riflessione attenta e cauta rispetto all'interesse nazionale.
Il tema che voglio affrontare è la presenza di cittadini stranieri nel nostro Paese. Quello dei flussi è solo uno degli aspetti dell'immigrazione e forse non il più importante. Se si prende in esame il Rapporto dell'ISMU (Iniziative e Studi sulla Multi Etnicità) di Milano, esso ci informa che negli ultimi anni si è registrata una diminuzione tendenziale dei flussi di ingresso.
Guardiamo, in particolare, agli stranieri residenti nel nostro Paese. Le attività del mio ministero dovranno dare impulso all'applicazione dei capi IV e V della legge cosiddetta Turco-Napolitano e poi Bossi-Fini, che ha lasciato sostanzialmente invariate le sezioni IV e V del Testo unico sull'immigrazione di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998, e dovranno raccogliere le diverse disposizioni sparse nella decretazione d'urgenza. Finora le competenze sono state estremamente suddivise. Si tratta di ripensare una politica unitaria. Lasciatemi chiedere: qual è la condizione, lo stato dell'arte in materia di integrazione? Non possiamo essere pessimisti. I cittadini stranieri sono inseriti nel tessuto sociale e il merito di questo risultato va alle iniziative e alla buona volontà di tanti italiani.
Negli ultimi mesi sono stati pubblicati diversi studi che evidenziano la permanenza e la stabilità della metà degli stranieri in Italia da più di cinque anni, l'aumento di ditte gestite dagli stranieri e la loro propensione ad assumere italiani, l'aumento delle rimesse nei Paesi d'origine, con 2 milioni di famiglie in Italia che hanno almeno un componente straniero e un milione di bambini stranieri, di cui il 65 per cento nati nel nostro Paese.
Di fronte a questo panorama complesso, positivo ma con alcune criticità, ci sono alcuni obiettivi a breve e medio termine. Innanzitutto vi è il rischio che i cittadini stranieri diventino irregolari. Il rischio è forte. La Caritas conta in circa 600 mila i permessi di soggiorno rilasciati per motivi di lavoro subordinato, lavoro autonomo, motivi di famiglia e attesa di occupazione, che in un anno, tra il 2009 e il 2010, sono scaduti e non sono stati rinnovati. Pur ammettendo che una parte di queste persone siano ritornate - me lo auguro - nel loro Paese, c'è comunque una percentuale non trascurabile, che si può stimare intorno a 350 mila persone, che rischia di finire nel circuito dell'irregolarità.
I lavoratori stranieri possono perdere il posto di lavoro, ma come possono permanere sul territorio nazionale per trovare una nuova occupazione, se il loro periodo è limitato a sei mesi? Sono stato in provincia di Caserta e ho notato una situazione estremamente preoccupante rispetto agli immigrati. C'è un addensarsi in quella zona, in cui ci sono lavori stagionali, ma, come voi sapete bene, non solo lavori stagionali, bensì anche occupazioni irregolari di diversi immigrati a cui è scaduto il permesso di soggiorno.
Io valuterò di proporre opportune iniziative di concerto col Ministro dell'interno, con il quale stiamo operando d'accordo, sulla questione della graduazione dei costi di permesso di soggiorno per trovare un'equilibrata soluzione.
Un altro problema di integrazione riguarda i cittadini extracomunitari giunti nel nostro Paese a seguito della crisi in Libia. È necessario predisporre le opportune procedure, ove persistano le esigenze umanitarie, per un rinnovo dei titoli di soggiorno, ma ho motivo per credere che una parte di essi possa, se lo vuole, e credo che lo voglia, ritornare in Libia, quando la situazione si calmerà e trovare possibilità di reimpiego.


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Un altro problema è la questione dei minori ricongiunti o non accompagnati. Ho preso contatto sulla questione perché il problema dei minori, soprattutto di quelli non accompagnati, è estremamente grave. Si constata un tasso piuttosto preoccupante di chiusura nei gruppi etnici o anche di scivolamento nell'ambiente della delinquenza minorile. È necessario attuare in proposito strumenti che scongiurino questi rischi.
Nel medio termine il grande rischio, che è poi fonte di conflitti, è la separazione tra cittadini italiani e cittadini stranieri, che non riguarda nella vita quotidiana solo le giovani generazioni, ma anche alcune aree urbane: è un fenomeno intergenerazionale, quello dei nuovi ghetti. Mi sembra che il punto focale sia partire dalla scuola per arrivare agli anziani attraverso iniziative in congiunzione con gli enti locali che facciano maturare contatto e conoscenza. Sarà questa, come preciserò poi più avanti, una delle linee di intervento che intendo curare.
Passando a un'altra questione - stiamo parlando di questioni a breve e medio termine - nel marzo 2012 entrerà in vigore l'accordo di integrazione nell'ambito del Piano per l'integrazione nella sicurezza. Il Piano rappresenta lo strumento di pianificazione per le politiche dell'integrazione e parte dal presupposto della complessità del fenomeno migratorio, che richiede una definizione urgente in una cornice culturale. È un testo importante davanti a un'esigenza che noi dobbiamo ribadire e che io ho ribadito anche davanti ai gruppi di stranieri che ho visitato, per esempio a Firenze, dopo l'uccisione di alcuni senegalesi.
C'è bisogno di sicurezza per tutti, per gli italiani e per tutti coloro che operano e risiedono a qualunque titolo nel nostro territorio nazionale. Mi sembra un fatto fondamentale. Integrazione e sicurezza, accoglienza e legalità sono tutte facce dello stesso problema per creare una convivenza positiva, una convivenza civile.
Questa convivenza civile ha bisogno di regole, ma anche di ethos condiviso e io credo che l'ultimo anno sia stato particolarmente importante, l'anno delle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità nazionale, per rifondare o per ridare fiato a questo ethos nazionale condiviso. Del resto, il nostro non è un problema che affrontiamo in solitudine, ma con tutti i grandi Paesi europei e occidentali. Il problema del nostro tempo è come vivere insieme tra diversi. Io credo che ci troviamo innanzi a un processo che deve coinvolgere tutte le parti della società, tra cui le istituzioni, che debbono fare la loro parte. C'è, però, la necessità di una cultura che si sviluppi, permettetemi di affermarlo, alla base o nella radice del nostro tessuto nazionale. Non si può parlare di ethos condiviso, se non si parla di lingua e di lingua italiana. Il Ministero dell'interno ha lavorato molto bene, impegnando somme crescenti del Fondo di integrazione per la formazione linguistica e per percorsi di educazione alla cittadinanza.
È stata molto importante la collaborazione della RAI. Sto studiando con la RAI - ho parlato con la dottoressa Lei in proposito - la possibilità di creare una sinergia sui temi dell'integrazione. Sono sufficientemente anziano per ricordarmi quello che l'ente RAI ha fatto per far crescere la coscienza diffusa dell'identità italiana e la conoscenza della lingua. Forse oggi non ci sarà un solo maestro Manzi, ma io credo che nella missione della RAI questo sia un fatto di una data importanza.
Un altro aspetto di grande importanza, cui ho già accennato, è prevenire i conflitti sociali nei territori ad alta concentrazione di stranieri. Fatti di cronaca avvenuti a Torino, Firenze e Roma mi hanno indotto ancora una volta a riflettere sulla sfida per le nostre città. Siamo in un momento di crisi, in un momento particolare, in cui concentrazioni di immigrati possono essere un fatto estremamente negativo per loro stessi e per gli altri cittadini, facile detonatore per problemi sociali.
Sono in aumento gli episodi di intolleranza in alcuni quartieri periferici. I dati dell'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali indicano che dal 2009 al 2011 si è passati da 373 segnalazioni a 767 e a 1.050


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circa fino al 31 dicembre. Mille casi segnalati non sono poi tanti, ma è interessante la crescita.
Io sono in contatto con il Ministro Profumo proprio perché considero la scuola - con la necessità di evitare di distinguere scuole per bambini stranieri e scuole per bambini italiani - come un luogo decisivo di integrazione per i bambini e per i genitori.
Ci sono segnali altamente positivi. Sono stato a Torino e ho visitato il quartiere di San Salvario, che era il quartiere terribile dei conflitti. Ho notato come una collaborazione tra politiche di riqualificazione promosse dalle istituzioni e capacità dei cittadini di farsi parte attiva abbia cambiato il volto del quartiere.
Qualcosa sta cambiando anche nell'Esquilino a Roma e ci sono piccoli Comuni che ritrovano la loro vitalità. Il regista Wim Wenders ha documentato il fatto a Riace e a Caulonia in Calabria, comuni che ritrovano vitalità in un incontro tra coppie straniere e anziani.
I programmi sono tanti, ma questi programmi e questi processi di integrazione vanno accompagnati e io mi muoverò in questa consapevolezza. Come ho comunicato anche alle organizzazioni di gente di origini non italiane che mi hanno visitato, il Ministro per l'integrazione non si occuperà solo degli immigrati, perché gli italiani sono tra gli attori preminenti dell'integrazione. Il 2012 è l'anno dell'invecchiamento attivo e c'è la necessità di coinvolgere tutte le fasce della popolazione in questo processo.
In questo quadro emerge il problema dei giovani immigrati, soprattutto giovani latinoamericani, con alcuni fenomeni preoccupanti, quali la creazione di mafie giovanili di ecuadoregni e filippini in diverse zone del nostro Paese, tra cui Genova. Sto lavorando con il Ministro Profumo a un'iniziativa per la formazione al lavoro dei giovani stranieri, ribadendo la centralità della scuola a tutti i livelli, anche dell'apprendimento dell'italiano, e accendendo un focus particolare in questo senso.
Non voglio tediarvi e tralascio il discorso sull'accesso ai servizi pubblici essenziali, che va facilitato, ma vorrei insistere su due aspetti.
Il primo è quale rapporto c'è tra integrazione e cooperazione. A volte abbiamo tutti pensato e abbiamo tutti affermato, anche nelle differenti culture e sensibilità che animano il nostro Paese, che la cooperazione è un modo per far restare i cittadini stranieri nel loro Paese. Se noi guardiamo ai termini della cooperazione e alla scarsità di risorse disponibili, ci rendiamo conto che questo discorso, che è possibile e pensabile, è in realtà privo di sostanza, perché la cooperazione italiana si trova nelle condizioni che noi tutti sappiamo.
Io mi impegno - non è questo forse il luogo dove affermarlo, ma io credo che lo sia - a una ripresa della cooperazione italiana, perché sono convinto che nel nostro Paese ci siano e possano emergere risorse in proposito. Sono anche convinto, da parte mia, che un Paese come l'Italia per il suo interesse internazionale e per la sua proiezione internazionale debba accettare la sfida della cooperazione in determinati Paesi del Sud del mondo.
Questo non è solo un compito umanitario - fatto peraltro decisivo, che dà senso ed etica alla nostra politica - ma è anche un interesse nazionale. Noi stiamo scomparendo dall'orizzonte, il che significa anche dal mercato, di tanti Paesi del mondo.
È un aspetto di cui parlerò e su cui ho intenzione di lavorare, ma c'è un altro discorso importante, perché interventi concreti di cooperazione allo sviluppo possono anche servire a qualificare i migranti nel nostro Paese. Poche esperienze sono state compiute al riguardo, proprio perché i due temi, cooperazione e integrazione, sono stati separati.
Noi possiamo qualificare l'immigrazione nel nostro Paese, immigrazione di cui abbiamo bisogno e che non è solo un problema, ma è anche una risorsa, anche in considerazione della crisi demografica del nostro Paese. Forse è necessario pensare a meccanismi in grado di svincolare


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i lavoratori, adeguatamente formati attraverso le iniziative in materia di cooperazione allo sviluppo, dal rispetto del sistema delle quote fissate nei decreti, purché vi siano richieste del mercato del lavoro, come si fa con altre categorie professionali.
Sono convinto anche, e lo sto facendo in questi giorni con l'ambasciatore cinese, con cui avrò una riunione di lavoro proprio domani, che sia necessario gestire il rapporto con le comunità presenti in Italia attraverso le istituzioni e i rappresentanti dei loro Paesi. La comunità cinese, per esempio, che è in particolare sofferenza in questi giorni in Italia e a Roma, ha un volto più articolato di quanto si creda e si sostenga. Al suo interno è una comunità di quasi 300 mila persone e presenta alcuni problemi.
In questo senso, senza forzature, ho intenzione di procedere insieme su binari di cooperazione e integrazione. Sono convinto che l'integrazione sia una grande questione culturale, sociale e storica, ma anche che la politica internazionale, le relazioni internazionali, la cooperazione internazionale, vadano connesse al discorso di integrazione. Non per nulla la missione del mio ministero si colloca, e io spero che lo farà efficacemente, nel contesto culturale e storico della globalizzazione.
Vorrei ora affrontare alcune riflessioni più dirette in materia di cittadinanza. I temi sono più che noti ai lavori di questa Commissione.
Tutti abbiamo presenti alcune coordinate di carattere generale. Tanti demografi, da Antonio Golini, che è un po' il decano, a scendere - penso recentemente a un libro pubblicato da Laterza sulla demografia - sono ormai convinti che l'immigrazione sia un dato strutturale dell'economia dei Paesi industrializzati e che l'invecchiamento delle popolazioni costituisca una costante, al punto che in Italia nel 2030 un cittadino su tre avrà più di sessant'anni.
Ho da poco la delega alla politica della famiglia, ma stiamo studiando a fondo questa tematica e il problema del sostegno alle famiglie e ai nuovi nati, che però è un altro discorso. La situazione italiana è tale che l'età media è di 42 anni, con una tendenza in aumento e con un'Europa che ha una media di 39,3 anni.
La crescita zero della popolazione in Italia e nei Paesi industrializzati pone il problema della presenza e della necessità degli stranieri immigrati nel nostro Paese, cioè l'oggettiva necessità di avviare con giudizio, con lungimiranza e non come unica risposta alla crisi, politiche di accoglienza.
A questo livello, quando parliamo di politiche di accoglienza, sarebbe più giusto parlare di politiche di accoglienza in una seconda stagione, dall'emergenza immigrazione alla stagione dell'integrazione positiva. In questa sutura si colloca, a mio avviso, il problema della cittadinanza dei minorenni figli di cittadini stranieri. In base ai dati, che dovranno trovare conferma nell'ultimo censimento ISTAT, essi costituiscono il 7,5 per cento della popolazione scolastica e complessivamente oscillano tra il 7 e l'8 per cento della popolazione nazionale.
Io penso che a questo livello noi abbiamo una storia italiana, una cultura giuridica e un senso di appartenenza che sono molto diversi da quelli di altri Paesi del mondo. Abbiamo una collocazione nel cuore del Mediterraneo che fa dell'Italia un Paese poroso, il che è una ricchezza, ma anche un Paese di passaggio.
Se me lo permettete, vorrei raccontare un episodio. Quando sono stato a Villa Literno, sono entrato in un centro che gestiva l'aiuto agli immigrati. Sono entrato in una classe di ragazzini, tutti biondi, che mi hanno riferito essere ucraini. Io, un po' ingenuamente, ho detto loro: «Bene, bambini, sono contento di conoscervi. Siete qui a imparare l'italiano». Loro mi hanno guardato e mi hanno risposto, con un accento napoletano che non riesco a imitare: «Minì, qua stiamo a imparà l'ucraino per parlà con papà, che non sa l'italiano, ma è 'na noia».
Poi sono passato in una classe di maghrebini e, istruito dall'esperienza, ho chiesto loro: «Voi imparate arabo qui?»,


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ma li ho visti svogliatissimi, mentre un maestro scriveva in arabo sulla lavagna. Questi bambini, che parlano il dialetto meglio di tanti napoletani o campani, che cosa sono?
Io credo che ci sia un problema non di ius sanguinis o di ius soli, come nella legislazione americana, il che esporrebbe un Paese poroso, soprattutto un Paese di passaggio come il nostro, a presenze straniere e a eventi che non sono nella nostra cultura giuridica e anche umanistica, ma di ius culturae.
Io ritengo che si debba cominciare, ma voi l'avete già fatto, ad affrontare il tema in maniera seria e considero, signor presidente e onorevoli deputati, molto opportuna la ripresa dei lavori in materia di cittadinanza, almeno per affrontare nel modo che si riterrà più opportuno il problema della cittadinanza dei bambini nati in Italia figli di stranieri che sono in Italia da un dato periodo.
Certo, esiste la possibilità ai diciotto anni per i nati nel Paese di arrivare alla cittadinanza, ma mi chiedo se a diciotto anni la personalità non sia già strutturata. Pensarsi italiani, essere italiani aiuta a integrarsi e dà a tali giovani un'identità davanti ai loro compagni.
Sono consapevole che il Governo non può che sostenere e appoggiare - parlo di Governo, perché in proposito è coinvolto anche e primariamente il Ministero dell'interno, ma lo sono anch'io - ciò che maturerà all'interno del Parlamento. Ho già preso visione - e una Commissione presso il mio ministero li sta studiando - dei numerosi e diversi, ma tutti interessanti, progetti presentati in proposito.
Faccio presente che dall'Unione europea pervengono richieste di implementazione delle azioni dei Governi nazionali sui temi trattati in quest'audizione. Abbiamo adottato un documento preparatorio, che consegno alla presidenza. Ricordo che il 2013 sarà l'anno europeo della cittadinanza, che vuole valorizzare l'appartenenza europea, ma anche le differenti identità nazionali.
Concludendo, in questi giorni mi è tornato in mente quanto il Presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt sosteneva sull'immigrazione in quel Paese. Mi sembra che in quel periodo pensasse piuttosto agli italiani. Roosevelt affermava che bisognava capire le necessità degli immigrati e aiutarli. Da ciò scaturì non solo una serie di discussioni, ma anche di decisioni che dettero buoni risultati e un aiuto nella ripresa economica successiva al famoso crollo del 1929.
Signor presidente e onorevoli deputati, io sono convinto che la questione della presenza di popolazioni di origine italiana sia stata affrontata giustamente, per il tempo in cui era stata affrontata, in modo emergenziale nel nostro Paese. Questo è il frutto della nostra storia recente, ma forse ora ci aspetta un'altra stagione, la stagione dell'integrazione. È necessario far tesoro delle potenzialità della nostra storia nel proiettarci in un'altra pagina di vita italiana.
Vi ringrazio per la vostra attenzione e sarò lieto, come potrò, di rispondere ai vostri interventi in occasione della replica. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie, signor Ministro.
Do la parola ai deputati che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

MATTEO BRAGANTINI. Ringrazio il Ministro di essere venuto e di aver illustrato una tematica che, a nostro avviso, è molto importante. Volevo porgli due domande a bruciapelo.
In primo luogo, si è accorto che la disoccupazione in Italia di italiani è aumentata e sta aumentando e che dovremmo dare una risposta ai nostri cittadini?
In secondo luogo, questo Governo ha appena aumentato l'età pensionabile e, dunque, un sessantenne è una persona che deve ancora continuare a lavorare, ragion per cui forse non ci servono tutti questi immigrati. Dai dati che ha citato, se non ho capito male, 600 mila permessi di soggiorno per motivi di lavoro sono scaduti, perché gli immigrati che li detenevano hanno perso il lavoro. Forse converrebbe


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utilizzare le risorse per incentivare il ritorno a casa di questi cittadini stranieri.
Ciò si collega anche alla cittadinanza per i minori. Se vogliamo dare la cittadinanza ai minori, compiamo un atto, a mio avviso, gravissimo e molto inumano. Quando un cittadino extracomunitario perde il lavoro, perde il permesso di soggiorno e deve ritornare a casa, mettiamo in orfanotrofio suo figlio, perché è cittadino italiano? Non penso che sia fattibile e nemmeno giusto. È giusto, invece, aspettare che questo cittadino minore, nato in Italia, a diciott'anni possa avere il riconoscimento di cittadino italiano. A quel punto, potrà, se supererà gli esami di conoscenza della cultura e della lingua, rimanere in Italia da solo senza i familiari, che magari rimanderà a casa e che con le rimesse riuscirà a mantenere in modo più decoroso, perché il costo della vita è molto più basso nel loro Paese.
A maggior ragione dovremo dare una mano alla cooperazione ai Paesi esteri e soprattutto fare in modo che non ci siano queste zone d'ombra per tutti i cittadini che perdono il lavoro, i quali dovrebbero essere rimandati il prima possibile nel loro Paese di origine con le proprie famiglie.
Se non ricordo male, ci sono state alcune sperimentazioni in tal senso in alcune regioni per dare un contributo, che è servito ed è stato utilizzato da molti cittadini extracomunitari. Essi hanno capito che l'Italia non è il Paese del Bengodi e che in questo momento non c'è possibilità di lavoro. Forse conviene loro ritornare con i risparmi che hanno accumulato nel loro Paese e aprirsi la loro piccola azienda o il loro piccolo negozio.
Sta succedendo un fatto, a mio avviso, molto grave. I fenomeni di intolleranza stanno aumentando e questa è una situazione preoccupante. Perché stanno aumentando? Analizziamo il motivo. Forse c'è la percezione, giusta o sbagliata che sia, da parte di molti cittadini che i cittadini extracomunitari abbiano più diritti dei cittadini italiani. Hanno più diritti perché stranamente, molto spesso, se non vengono messi vincoli quando si elaborano i bandi di destinazione delle case popolari, arrivano prima i cittadini extracomunitari dei nostri cittadini, che sono nel nostro Paese da generazioni a rendere ricco questo Stato.
Forse avviene perché, quando vanno all'ospedale al pronto soccorso, vedono che ci sono tantissimi extracomunitari, soprattutto irregolari, che non utilizzano il pronto soccorso per vere emergenze, ma semplicemente come ambulatorio medico e che non devono neanche pagare il ticket, che noi invece paghiamo, come tutti i cittadini.
Forse avviene perché, quando finalmente siamo riusciti ad adeguare la tassa di soggiorno ad altri livelli europei - mi sembra che in Francia sia molto più alta dei 200 euro di cui si parlava - subito il Ministro e questo Governo che hanno chiesto sacrifici ai cittadini italiani, hanno sostenuto che forse bisogna ridimensionare tale tassa e fare in modo che sia equiparata al reddito.
Io ricordo che, se un cittadino italiano vuole un passaporto, sostiene alcune spese e ogni anno paga un bollo che in cinque anni mi sembra sia molto superiore ai 200 euro che si chiedono agli extracomunitari.
Se si devono compiere sacrifici, facciamoli compiere a tutti e facciamo vedere ai cittadini che nessuno è agevolato, ma che tutti rispettano le regole e tutti, dunque, hanno il giusto.
Potrà sembrare strano, ma in due città governate dalla Lega, come Treviso e Verona, l'integrazione con gli extracomunitari è molto positiva. Le comunità di stranieri in queste due città, che provengano dall'Africa o dai Paesi dell'Est, riconoscono di essere governate da amministrazioni buone, che fanno rispettare le regole. Anche i cittadini extracomunitari capiscono che prima vengono i cittadini del Paese di origine e dopo arrivano loro, in base alle esigenze e anche alle attività.
Invito il Ministro a svolgere un'analisi su ciò che ho appena riferito e a far sì che non ci siano questi squilibri. Quando c'è una percezione sbagliata da parte dei cittadini, c'è sempre, purtroppo, in modo sbagliato, qualcuno che sbaglia e sta facendo


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del male a persone che non c'entrano nulla. Che siano cittadini extracomunitari o italiani, a me dà sempre fastidio quando vedo bambini o persone che vengono picchiate solo per il colore della pelle. Leviamo questa disparità e vedremo che probabilmente anche questo intervento servirà per diminuire tali situazioni.
Concludo con un'ultima domanda tecnica. Lei aveva comunicato che i cittadini stranieri minori nati in Italia sono il 7-8 per cento della popolazione italiana e ha poi aggiunto che rappresentano il 7,5 per cento della popolazione scolastica. Presumo che ci sia stato un errore, perché sarebbe una cifra veramente esorbitante.

LINDA LANZILLOTTA. Voglio ringraziare il Ministro per l'illustrazione delle linee di azione del suo ministero, nonché per la visione complessiva entro cui ha inserito tali linee, una visione che attiene ai mutamenti globali dentro cui il nostro Paese è immerso e di cui tutte le questioni della cooperazione, dell'integrazione e della gestione dei flussi migratori sono parte essenziale.
Condivido gran parte delle considerazioni svolte, ma credo che non debba essere sottovalutata la questione del legame tra accoglienza e legalità. Le questioni che venivano poste dal collega della Lega, al di là della connotazione ideologica con cui possono essere state poste, sono, però, fondamentali. Solo se la nostra comunità sentirà che questo processo avviene nel rispetto della legalità sarà più accogliente e più consapevole dei diritti e dei doveri reciproci e, quindi, l'integrazione e l'accoglienza, che devono essere un fatto diffuso della cultura civica del nostro Paese e non possono essere solo un processo che viene dall'alto, saranno più facili. La legalità è presupposto anche della sicurezza.
Volevo porre una domanda su questioni cui lei forse ha accennato e in cui non voleva entrare, ma che credo siano molto importanti. Non c'è dubbio che la questione dell'immigrazione oggi subisca l'impatto della crisi economica, che in parte fa perdere posti di lavoro proprio nei settori, per esempio, della cura della persona, in cui molti immigrati extracomunitari sono occupati - talvolta si tratta degli immigrati di lunga durata -; la crisi economica del ceto medio fa sì infatti che ci sia una contrazione della domanda in questo senso. Aumentano inoltre i bisogni sociali della popolazione italiana con la conseguente tensione tra popolazione italiana e popolazione extracomunitaria nell'accesso ad alcuni servizi pubblici.
Da questo punto di vista, essendo convinta del fatto che, in prospettiva, se vogliamo fare politiche per la crescita, il contrasto del declino demografico sia una questione essenziale, mi domando come il Governo voglia affrontare il tema del rapporto tra crisi e gestione delle politiche per l'immigrazione, in considerazione del fatto che i soggetti che sono i gestori delle politiche pubbliche e private sono colpiti da una crisi finanziaria molto grave. Mi riferisco, da una parte, al sistema degli enti locali e, dall'altra, alle associazioni di volontariato e agli enti che in genere sono preposti al finanziamento di queste politiche. Penso, per esempio, alle fondazioni bancarie, la cui crisi si rifletterà nei prossimi anni in modo molto pesante. Già oggi si vede l'impatto di questa crisi sulla contrazione dell'offerta di servizi.
Capisco che ci sia una questione di scenario, ma penso anche che il Governo debba valutare e farsi carico di come conciliare tutti gli aspetti di questo complesso problema.

GIANCLAUDIO BRESSA. Nel ringraziare il Ministro, nel salutarlo e nell'augurargli buon lavoro, osservo che, per quanto mi riguarda, personalmente ho ritenuto l'istituzione di questo ministero, anche se senza portafoglio, come l'atto forse più significativo di questo Governo. Mettere insieme cooperazione internazionale e integrazione ha dato il segno di un passaggio culturale di cambiamento da una dimensione emergenziale a una dimensione di integrazione per quanto riguarda le politiche dell'accoglienza nel nostro Paese.


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L'illustrazione delle linee programmatiche che lei oggi ci ha reso, signor Ministro, ha consolidato in me l'idea dell'importanza di questo passaggio politico-istituzionale, che credo possa essere un punto di partenza importante per recuperare i gravi ritardi che nel corso di questi anni sono stati accumulati in questo settore e in queste politiche.
Volevo porle solo due brevi domande e richieste. Ho apprezzato molto una delle considerazioni che lei ha svolto, quando ha sostenuto che pensarsi italiani aiuta a integrarsi. È esattamente uno dei punti di partenza che hanno sorretto il mio partito nell'ispirare le proposte di legge che sono state presentate in tema di cittadinanza, che ovviamente non ho intenzione in questo momento di illustrare, perché sono agli atti dei lavori di questa Commissione.
Quando lei invita a rompere lo schematismo dello ius sanguinis e dello ius soli e a concentrarci sullo ius culturae, esattamente che cosa intende? Intende la frequentazione di cicli scolastici come condizione fondamentale, essenziale ed esclusiva per l'attribuzione della cittadinanza ai minori? Questa è la prima domanda.
La seconda domanda - mi rendo conto che coinvolge lei ma anche la responsabilità del Ministro dell'interno - va a segnalare uno dei punti critici della situazione dell'immigrazione nel nostro Paese.
Lei giustamente ha portato come esempio i 600 mila contratti di lavoro subordinato e autonomo che tra il 2009 e il 2010 sono scaduti e che hanno dato origine a una condizione ope legis di irregolarità. Quali sono le intenzioni del Governo per cercare di uscire da questa situazione, per molti aspetti drammatica?
Credo che chiunque abbia a che fare con i problemi della vita quotidiana sia a conoscenza di situazioni, personali o di persone che si conoscono, di irregolarità dal punto di vista della legge, ma che rappresentano uno dei punti di forza del sistema di assistenza e di lavoro del nostro Paese. Noi ci troviamo di fronte a persone che non sono più in condizione di poter essere in possesso del permesso di soggiorno, ma che continuano a lavorare e a operare per il benessere della nostra comunità, sia dal punto di vista dell'economia che dell'assistenza.
Credo che intervenire su questo punto sia particolarmente urgente e chiedo al Ministro se il Governo ha già alcuni punti fermi su questo tema e alcune risposte che ci può fornire.

ROBERTO ZACCARIA. Signor Ministro, non ripeto le osservazioni che ha svolto Gianclaudio Bressa, perché l'elemento che caratterizza la sua competenza per tutti noi è molto significativo nella lettura dei problemi che abbiamo di fronte.
Anch'io credo che ci siano profili legislativi, da ultimo quello collegato alla cittadinanza. Si potrebbe parlare anche dei temi collegati all'asilo, che in Italia pongono difficoltà tra l'ordinamento costituzionale, l'attuazione legislativa e le pratiche per effetto degli interventi comunitari.
Con molto garbo lei ha parlato del rapporto tra Governo e Parlamento su questo argomento e ha affermato che sta osservando con interesse le proposte di legge in materia. Ha parlato, in particolare, di quelle collegate al tema dei minori. Non ha citato, ma lo faccio io, il Capo dello Stato, che con i suoi ripetuti interventi ha compiuto più di un atto puramente informale, vale a dire ha espresso un'indicazione che per il Parlamento ha un valore, almeno in termini di metodo, vincolante.
Le vorrei porre una domanda sul piano delle pratiche amministrative. Quando si è parlato della tassa che ha colpito e che colpisce in misura molto rilevante particolari categorie di persone, determinando vere e proprie barriere all'ingresso che sono difficilmente giustificabili in termini di principio, lei ha accennato, ed è questo il senso della domanda che le voglio porre, al Piano per l'integrazione e all'accordo di integrazione che è stato stipulato in attuazione di normative recentemente approvate.
Nel linguaggio giornalistico questi Piani per l'integrazione e l'accordo che da essi


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scaturisce configurano una sorta di punteggio collegato ad alcuni crediti, i quali, in linea di principio, possono anche essere giustificati. Ho guardato a suo tempo il regolamento che disciplina questi punteggi e le confesso che, se noi vogliamo considerare le posizioni di alcuni soggetti come titolari di diritti, far scaturire da una prova di conoscenza della lingua italiana o di integrazione dal punto di vista residenziale o di scelta del medico di base una serie di condizioni che vanno a incidere su posizioni soggettive che hanno natura, a mio modo di vedere, di diritti fondamentali, ciò può essere molto delicato.
Sappiamo tutti che è opportuno che chi sta in questo Paese cerchi di conoscere la lingua italiana, ma l'esempio che lei ha simpaticamente portato e che a noi è ben noto mostra che spesso la conoscenza della lingua italiana in alcune categorie di queste persone è molto avanzata. In altre, quelle più anziane, ci possono essere maggiori difficoltà.
La mia preoccupazione è che ci sia un attento monitoraggio di questi strumenti per non far scaturire da un giudizio discrezionale di valutazione della conoscenza della lingua o addirittura in alcune condizioni residenziali la perdita di quello che io continuo a credere sia un diritto fondamentale. Certo è un diritto fondamentale in misura più calibrata quello che può avere uno straniero regolare ad avere il permesso di soggiorno e la carta di soggiorno, quindi a progredire, ma auspico che non possa consegnarlo a una dimensione di irregolarità per valutazioni di natura spesso fortemente discrezionale.
Le reti degli insegnanti che operano in questo campo hanno richiamato l'attenzione sull'attuazione di questi Piani, proprio perché evidentemente non sfugge a nessuno il carattere discrezionale di alcune valutazioni. Mi interessava una sua opinione con riferimento a questi profili.

PRESIDENTE. Prima di dare la parola alla collega Pollastrini, sospendo la seduta per dieci minuti per permettere una verifica del funzionamento dell'impianto dei microfoni.

La seduta, sospesa alle 14, è ripresa alle 14,05.

PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori. Do la parola all'onorevole Pollastrini

BARBARA POLLASTRINI. Signor Ministro, anch'io desidero ringraziarla e rivolgerle i miei auguri per il suo lavoro. La costituzione del suo nuovo ministero ha rappresentato per me - sono sincera - una nota davvero positiva.
Le deleghe del suo dicastero, a partire da quelle su cui oggi si è maggiormente soffermato - cooperazione ed integrazione - possono essere intese in due maniere, come una somma di competenze - peraltro, assai significative e rilevanti in sé - oppure contenere un'ambizione in più, quella di seminare le condizioni per uno spirito di coesione e di un nuovo civismo. Ascoltando la sua relazione, mi sembra che, nella dichiarazione del suo programma e nel suo sentimento culturale e politico, sia emersa questa seconda opzione. Allora, se è così, mi permetto di dirle che avrà - per quello che conta - la mia personale partecipazione al suo lavoro e sicuramente l'appoggio del gruppo del PD. Dico questo anche per quella che sarà un'inevitabile e dura battaglia, per un ministro pur autorevole come lei, per ottenere gli investimenti e le risorse indispensabili affinché i progetti possano trasformarsi in programmi effettivi.
Prima di rivolgerle alcune domande, mi permetto di aggiungere una considerazione. Come tutti sappiamo, si sta discutendo di crescita e della fase B del governo. Il senso di questo dicastero - come lei ha detto - sta, nella consapevolezza di chi lo dirige, di creare un ministero dell'Italia nella globalizzazione. Oggi, nel mondo, in Europa e in Italia si discute di crescita. Personalmente credo che, seppur nell'emergenza italiana ed europea, ci sia un modo di affrontare il tema della crescita che tenti di voltare pagina rispetto al passato, intendendo la crescita come una frontiera che tenga insieme finalmente l'economia, lo sviluppo compatibile e l'allargamento della democrazia. Ciò non è


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semplice, in una fase in cui la stessa democrazia non è considerata essenziale.
Ora, la missione del suo ministero - cooperazione e integrazione - è inestricabilmente legata alla grande questione dell'allargamento dei diritti umani. Difatti, cooperazione e integrazione attengono a questa grande materia. Gli stessi diritti umani sono, a loro volta, da interpretare in modo più attuale e consono, vale a dire unitariamente. Come lei ci proponeva per l'integrazione e la cooperazione, più in generale, anche i diritti umani vanno letti in modo indivisibile, come diritti sociali, politici e civili. D'altra parte, questo punto ci viene indicato anche dalla Comunità europea e dal pensiero più avanzato, trattandosi di un aspetto che riguarda la visione della persona, cioè la dignità e l'unicità della persona come bene e valore appunto indivisibile.
Se è così, oltre che sottolineare i punti e i traguardi indicati da lei stesso e dai miei colleghi - sono intervenuti gli onorevoli Bressa e Zaccaria a proposito della legge sulla cittadinanza, con riferimento, in particolare, ai bambini che nascono in Italia - vorrei porle alcune domande.
In questa visione unitaria dei diritti umani, politici e sociali, il suo ministero potrà, vorrà e avrà gli investimenti, oltre alla volontà politica e - come ha detto lei - allo slancio etico, per occuparsi, in particolare, dei diritti umani delle donne e dei bambini in Italia e nel mondo? Le rivolgo questa domanda specifica perché - come lei sa - fra gli ultimi del mondo e ormai purtroppo anche del nostro Paese, ci sono le donne e i bambini. In Italia, le condizioni di rischio di povertà e di povertà in particolare dei bambini sono drammatiche e spesso non considerate e non studiate sufficientemente. Ugualmente, le condizioni di mancanza di rispetto per le donne, ma anche di violazione dei loro corpi e dei loro diritti, da noi come nel mondo, sono un dramma che segna questa strana modernità, che ci offre molto, togliendoci, però, tantissimo in termini di dignità della persona.
Come lei sa, esiste una Commissione interministeriale che ha il compito particolare della lotta alla tratta e al traffico degli esseri umani, che si è interessata specificatamente della lotta alla tratta delle donne e dei bambini. La mia domanda è molto semplice. Nel quadro di un impegno più generale per i diritti umani, la cooperazione e l'integrazione, il suo ministero potrà chiedere che, oltre a un'attenzione culturale, anche risorse e investimenti siano destinati al grande tema del rispetto dei diritti delle donne e dei bambini, non solo del nostro Paese, ma nel mondo?
Inoltre, lei faceva riferimento al 2013 come anno europeo della cittadinanza. Questa può essere un'occasione culturale di crescita collettiva per il nostro Paese e, per l'esecutivo, un atout per presentarsi come un governo che aiuta a seminare questo spirito di civismo. Mi domando, però, come l'anno europeo 2013 possa essere tradotto in Italia, se non articolando l'indicazione che proviene dall'Europa, ovvero progettando un piano d'azione straordinario di contrasto a tutte le discriminazioni. Del resto, lo stesso anno europeo sulla cittadinanza del 2013 ci richiederà proprio questo. Vi è un programma speciale di contrasto a tutte le discriminazioni - su cui immagino un coordinamento fra i vari Ministeri - di genere, di razza, di religione, di età (si veda il programma per gli anziani) e rispetto ai portatori di differente abilità, all'infanzia e all'orientamento sessuale. Il 2013, anno europeo per la cittadinanza, implica questa visione unitaria. Per questo, nella nostra sensibilità e nella sua attenzione, il tema deve essere coordinato, considerando che le discriminazioni non colpiscono mai a senso unico. Spesso, infatti, si è discriminati perché si è di un Paese diverso, di una religione diversa, perché si è una donna, con l'aspetto odioso di essere discriminati ancora di più perché si è portatori di disabilità o perché si ha un diverso orientamento sessuale. La lotta alla discriminazione non può essere, quindi, che intesa unitariamente.
Da questo punto di vista, lei stesso ricordava un ultimo aspetto, ovvero l'UNAR (Ufficio nazionale contro il razzismo).


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Sempre in previsione dell'anno europeo della cittadinanza e della lotta alle sei grandi discriminazioni individuate dall'Europa, le chiedo se quest'ufficio nazionale contro il razzismo, che gode di autonomia e di fondi europei, non possa allargare la sua progettazione e la sua visione, attraverso la promozione delle campagne, l'estensione dei numeri verdi, dell'educazione civica nelle scuole, degli strumenti di prevenzione e non possa, quindi, ampliare la sua iniziativa al campo più vasto delle sei discriminazioni, assumendo una funzione maggiore che potrebbe essere molto utile per il suo obiettivo di allargamento dello spirito civico nel nostro Paese.
Quanto alla famiglia, penso che avrà occasione di venire a parlare di questo tema in questa sede. Mi permetto solo di dirle una cosa banale, che certamente sa, ovvero che il modo oggi più urgente e più utile di aiutare le famiglie è investire sul lavoro - cosa che non dipende solo dal suo ministero, bensì da un coordinamento generale - creando le condizioni per un lavoro nei diritti, in particolare, per le donne, senza il quale il nodo demografico, a cui lei ha posto molta attenzione nella sua relazione, non verrà mai risolto, persino per le immigrate, che nel nostro Paese fanno meno bambini.

ANDREA SARUBBI. Ringrazio molto il signor Ministro, dando per scontate tutte le valutazioni di ordine teorico, antropologico e sociologico che stanno dietro al suo intervento e che, naturalmente, condivido. Enuncio, quindi, per titoli alcuni problemi che sottopongo alla sua attenzione.
Signor Ministro, io non ho l'ambizione, né l'ho avuta dall'inizio della legislatura, di avere la stessa impostazione antropologica dei colleghi del mio stesso o di altri gruppi politici. La mia ambizione è quella di trovare un accordo su alcuni punti che possono vederci lavorare insieme e credo che la questione della cittadinanza, soprattutto per i minori, possa essere uno di questi. Tuttavia, prima ancora, vi sono altre cose che vorrei chiederle per capire come il Governo intende orientarsi.
Penso, per esempio, alla difficoltà «pazzesca» di rinnovo dei permessi di soggiorno e ai tempi folli della burocrazia in Italia. Questo non dipende dal Parlamento. Sono contento che lei venga qui, affermandosi di rimettersi al nostro lavoro. Ciò nonostante, se un immigrato arriva con il permesso di soggiorno scaduto all'atto del rinnovo, questo non è certamente un problema che può essere risolto dal Parlamento. L'anno scorso, quando stavamo esaminando le proposte di legge sulla cittadinanza in termini più generali, la relatrice, onorevole Bertolini, a un certo punto affermò che si poteva provare a fissare, in qualche modo, il periodo dei 10 anni, come termine perentorio, ma non siamo riusciti però, a trovare una formula; questo per dire che il Parlamento può provare a risolvere il problema, ma poi la burocrazia è un capitolo a parte.
Allora, il primo quesito che le pongo è che cosa intende fare il Governo per il problema del rinnovo dei permessi di soggiorno. Ci sono dei comuni - ne ho sentiti diversi - che sarebbero disponibili a occuparsi del rinnovo del permesso di soggiorno, sollevando il ministero. Naturalmente, però, chiedono risorse aggiuntive. Non tutti i comuni farebbero salti di gioia. Forse si potrebbe sentire l'ANCI. Molti sarebbero, comunque, disponibili. Certamente, rendere l'atto meno poliziesco e più amministrativo potrebbe essere una soluzione anche per gli immigrati.
Signor Ministro, lei faceva l'esempio di chi viene qui, perde il lavoro e ha difficoltà. Le faccio un esempio ancora più semplice, quello della mia collaboratrice familiare filippina. Ebbene, per assumerla avrei dovuto far finta di chiamarla dalle Filippine. Mi autodenuncio.

PRESIDENTE. Onorevole Sarubbi, le ricordo che la seduta è registrata.

ANDREA SARUBBI. Mi autodenuncio in senso civile, perché nel mio caso si trattava


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di una persona che era già nel nostro Paese, fortunatamente, per ricongiungimento familiare. Dico questo perché non è un criterio che si possa utilizzare quello di conoscere una persona e di chiamarla nel suo Paese. Noi conosciamo chi è qui perché abbiamo avuto modo di metterlo alla prova, vedendo, per esempio, se sa stirare una camicia o se sa stare con i bambini. Come può una persona dimostrare di saper stare con i bambini, se non può entrare nel territorio?
A questo proposito, esiste una proposta di legge - la n. 1843, di cui è primo firmatario l'onorevole Bobba, a cui hanno aderito anche altri deputati, tra cui anche qualche esponente del Gruppo dell'Unione di Centro - che prevede l'introduzione di un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro. È una proposta che ha scritto materialmente l'onorevole Bobba insieme ad alcuni esperti delle ACLI (Associazioni cristiane dei lavoratori italiani) che contempla la possibilità di arrivare in Italia dietro presentazione di una fideiussione di uno sponsor; in base al periodo che si intende restare in Italia, vi deve essere una copertura finanziaria e una residenza adeguata; nel periodo in cui la persona sta in Italia, vi è la possibilità di risiedere nel nostro Paese con la motivazione di ricerca di lavoro per tre o sei mesi, fino a dodici. Questa potrebbe essere una possibilità, anche se non è l'unica.
Tito Boeri, nel suo intervento sulla Repubblica di due giorni fa, affrontava un altro nodo. Ammettiamo che una persona faccia il dottorato in Italia. Occorre premettere che ci sono diversi problemi circa il riconoscimento dei titoli di studio professionali ottenuti all'estero. A ogni modo, una persona viene in Italia, studia e fa il dottorato. Ha un permesso di soggiorno che spesso non vale neppure per tutta la durata del dottorato, dovendo rinnovarlo più volte. Finisce il dottorato. Cosa fa dopo? È venuta qui, ha studiato, l'Italia ha investito su di lei e si ritrova senza lavoro. L'ipotesi è che o trova lavoro durante il dottorato - caso nel quale sarebbe un fenomeno perché non lo trovano neanche gli italiani - oppure se ne ritorna a casa con un dottorato ottenuto in Italia. Insomma, è strano per un Paese investire su qualcuno e poi, dopo averlo formato, mandarlo via.
Ecco, questo accade normalmente a tutti i ragazzi nelle nostre università. Difatti, è vero che fino a 18 anni sono tutelati, ma è pur vero che la finestrina tra 18 e 19 anni per chiedere la cittadinanza è ballerina, essendo abbastanza piccola e richiedendo dei requisiti spesso difficili. Nonostante vi siano delle circolari del Ministero dell'interno che dovrebbero aiutare, in realtà è molto difficile che una persona abbia una residenza continuativa in Italia dalla nascita fino al diciottesimo anno perché le famiglie si muovono spesso e i ragazzi con loro.
Signor Ministro, le sembra normale che un ragazzo che ha studiato al liceo classico e poi ha fatto legge all'università, dopo essersi laureato non può fare il concorso per diventare magistrato o avvocato; insomma, non può fare un concorso pubblico perché non è cittadino italiano. Formiamo ragazzi nel nostro Paese, rendendoli idonei per qualsiasi professione, ma poi diciamo loro che non possono fare quella professione. Il discorso della cittadinanza non riguarda solo l'identità nazionale, ma ha anche risvolti pratici. Infatti, chi non è cittadino italiano non può fare il bidello, né l'insegnante, né il tranviere, né il vigile del fuoco e così via.
Al di là delle consonanze teoriche, vorrei portare questo discorso anche su alcuni temi pratici. Vi è, infatti, anche la questione, forse meno importante, della cittadinanza sportiva. È uscito in questi giorni un articolo, sempre sulla Repubblica, che pone il problema serio di alcuni bambini che si ritrovano impossibilitati a fare calcio o altri sport a livello preagonistico o tesserati con i cartellini perché non sono cittadini italiani, esistendo una norma della FIFA (Fédération Internationale de Football Association) contro la tratta dei bambini. Sono cose che capitano a ragazzi che sono italiani di fatto, ma purtroppo non di nome.
Vorrei porle ancora qualche domanda. Sempre sulla cittadinanza, vorrei dire che


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è vero che in questo momento noi italiani siamo fuori dall'Europa con le nostre norme. Eppure, i ragazzi presenti in Italia e nati qui costituiscono la settima città italiana. Lei citava un dato che conosco a memoria: sono 572.000 i ragazzi nati e cresciuti in Italia, che sono la settima città italiana, dopo Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova e Palermo, prima di Firenze e di Bologna. Il problema è che non vivono insieme nella stessa città, quindi non fanno notizia. D'altronde, come diceva lei a proposito dei ragazzi ucraini, quando il padre li invita alla manifestazione degli immigrati del 1o marzo, rispondono che immigrato sarà lui, dato che essi non si sentono tali.
È, però, anche vero quello che più volte sento ripetere dal centrodestra e che non sottovaluto; infatti, non è forse il caso di pensare anche a delle politiche - per quanto la cittadinanza sia il tema più nazionale di tutti - meno in contrasto e più armonizzate con l'Europa? Non so come si possa fare. Per mia fortuna, il ministro è lei, quindi posso chiederglielo. Per esempio, se un soggetto proviene dall'America latina, in due anni diventa cittadino spagnolo, vale a dire cittadino europeo, quindi si può spostare e così via. Ora le chiedo se, in sede comunitaria, è possibile avviare una riflessione non per fissare un'unica norma sovranazionale sulla cittadinanza, bensì per armonizzare maggiormente le legislazioni esistenti.
Vengo a un'ultima richiesta. Signor Ministro, le chiedo, se può, di dare un'occhiata al resoconto dell'Assemblea della seduta di martedì 22 dicembre 2009. In quell'occasione si parlò di cittadinanza, ed è l'unico caso, in questa legislatura, in cui si è discusso in Aula di questo argomento. Intervennero 37 deputati, di cui 28 - pur con sfumature diverse - si dissero favorevoli alla cittadinanza per i minori, cioè per i figli degli immigrati. Naturalmente, le sfumature erano e resteranno diverse. Le ho citato questi dati perché vorrei darle manforte e affermare che questo lavoro non è impossibile, se lo si vuole davvero.

ISABELLA BERTOLINI. Ringrazio il Ministro di quello che ha detto nella sua relazione e anche della disponibilità al dialogo con il Parlamento. In tutta sincerità, devo, però, dire che oggi, più che un programma, ho sentito, signor Ministro, le sue opinioni, cioè la sua visione sulla questione dell'immigrazione e dell'integrazione. Si tratta di temi di grande attualità e importanza; tuttavia, non ho sentito un programma dettagliato rispetto alle azioni che vuole mettere in campo.
Parto da una prima questione. Credo che gli ultimi fatti accaduti a Roma nei giorni scorsi dimostrino che sia sempre più fondamentale per noi avere una conoscenza vera del livello di integrazione degli stranieri nel nostro Paese. Questo è un tema che ho sollevato molte volte in varie occasioni. In un'altra legislatura ho fatto parte del Comitato parlamentare di controllo dell'attuazione dell'accordo di Schengen; in quella sede avevamo svolto un'indagine conoscitiva, che non era naturalmente esaustiva.
Ancora oggi in questo Paese continuiamo a parlare, ragionare, discutere e spesso legiferare sulle questioni dell'immigrazione, attingendo le informazioni da atti delle fondazioni, della Caritas o di altre autorevoli fonti, ma non da dati elaborati a livello istituzionale, cioè governativo. Visto anche il titolo del suo ministero - è la prima volta che abbiamo un ministero con queste competenze - mi aspettavo, come primo punto, che volesse dar vita a una seria indagine sul livello di integrazione delle varie comunità nel nostro Paese, anche se capisco che è un lavoro complesso.
Riguardo alla notizia dell'altro giorno, al di là dell'efferatezza del reato, che tutti condanniamo, vorrei dire che mi infastidisce questo stracciarsi le vesti, come è successo anche per l'omicidio dei senegalesi. È naturale che di fronte alla ferocia di un reato ci sia rispetto e dolore - in questo caso, poi, è coinvolta una bambina di dieci mesi, quindi credo che la tragedia sia enorme - ma, purtroppo, ci sono tanti


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altri fatti di sangue nel nostro Paese per i quali non ho visto nessuno stracciarsi le vesti.
In ogni caso, in alcuni articoli di stampa sono usciti dei dati molto inquietanti sulla comunità cinese, che non sono stati smentiti. Io, da cittadina prima che da parlamentare, li prendo per buoni. Mi riferisco ai dati sulle movimentazioni economiche della comunità cinese nel nostro Paese, in particolare a Roma. Quando ci dicono che ogni anno ciascun membro della comunità cinese presente sul territorio romano trasferisce, in media, 70.000 euro nel suo Paese, resto allibita. La fonte è la Guardia di Finanza, verso la quale nutro il massimo rispetto per i dati che fornisce, quindi, per me, sono veri. Mi chiedo, allora, cosa c'è dietro a questo mondo. Come parlamentare, chiedo a lei, come Ministro dell'integrazione, se sa cosa c'è dietro e come funziona e si muove questa comunità.
Secondo me, occorre avere un quadro della situazione prima di prendere dei provvedimenti e di legiferare, magari sull'onda della demagogia. Del resto, siamo un Paese che si fa trascinare; per esempio, prima dell'audizione in questa Commissione si è affrontato il tema dell'abolizione delle province e qualcuno domandava se le dobbiamo abolire perché lo vogliono Stella e Rizzo del Corriere della sera o perché, effettivamente, non servono più. Non vorrei, quindi, che anche riguardo alla cittadinanza ai bambini la si volesse concedere perché ormai tutti lo dicono e non perché sia una questione importante. Questa non vuole essere una polemica, ma solo una riflessione.
A proposito di integrazione, la invito a riprendere l'indagine svolta dal Comitato Schengen della scorsa legislatura, il cui presidente era l'onorevole Gozi, che mostrò dei risultati molto interessanti. Per esempio, scoprimmo che la comunità filippina, sebbene sia una delle prime arrivate nel nostro Paese, soprattutto per quel che riguarda le donne, non crea tanti problemi, ma è la meno integrata nel nostro territorio, non essendo interessata a integrarsi; mandano qui le donne, che lavorano, mandano i soldi nel loro Paese e fanno studiare i figli; spesso, soprattutto nei primi anni, i maschi della famiglia li lasciavano sul territorio.
D'altronde, anche guardando agli altri Paesi europei che hanno avuto fenomeni di migrazioni importanti prima dell'Italia - parlo dell'Inghilterra e della Germania, ma oggi anche della Francia - possiamo notare che le ormai terze generazioni di immigrati, specie in Germania, sono molto poco integrate. Recentemente leggevo che oggi in Inghilterra addirittura il 54 per cento dei bambini che frequenta le scuole del livello analogo alle nostre elementari non parla l'inglese, ma prevalentemente altre lingue. Va benissimo il maestro Manzi, che, peraltro, non ricordo, non avendolo mai visto; me ne parlavano i miei genitori. Credo, insomma, che la RAI sia uno strumento indubbiamente importante per la diffusione della lingua italiana. Tuttavia, dobbiamo stare attenti perché credo che non conosciamo la realtà di cui ci stiamo occupando. Questa è la prima questione.
Nel suo intervento ci ha riportato una preoccupazione - che, del resto, condivido - perché la crisi economica lascia disoccupati molti immigrati. Credo, però, che lei lo dicesse in relazione al fatto che un immigrato regolare che rimane disoccupato ha solo sei mesi di tempo per trovare un altro lavoro, prima che gli scada il permesso di soggiorno. Anche su questo cerco sempre di attenermi alle informazioni disponibili. Alcuni dati dei primi di dicembre prodotti dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali mostrano che oggi, a fronte di 2.200.000 disoccupati in Italia, che temo aumenteranno nel 2012, sono circa 280.000 gli immigrati disoccupati, ragion per cui il Governo - quello tecnico attuale, non quello politico precedente - ha deciso di fermare il decreto flussi per 2012.
Per parte mia, mi preoccupo molto anche degli italiani disoccupati, non solo degli immigrati, per i quali ci sono delle regole precise, soprattutto se sono arrivati con il contratto di lavoro nel nostro Paese. A questo proposito, sono anche intervenuta


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sulla stampa - l'onorevole Bressa mi ha anche rimproverata per questo, dicendo che dalla Lega se l'aspettava, ma non da me - sulla questione della tassa sul permesso di soggiorno, che il Governo, in particolare lei e il Ministro dell'interno avete posto. Parliamo sempre di immigrati regolari, visto che hanno il permesso di soggiorno.
Ora, sempre da dati elaborati dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali dell'aprile 2010 risulta che il 77 per cento degli immigrati regolari in Italia ha un'occupazione a tempo indeterminato e che il 50 per cento ha un salario intorno ai 1.200 euro, che non è uno stipendio meraviglioso, ma oggi molti italiani hanno stipendi anche più bassi. Quando introducemmo quella tassa, con una legge votata da questo Parlamento e discussa in questa Commissione, ci ponemmo il problema di parametrare queste cifre.
I famosi 200 euro furono introdotti per il rilascio della carta di soggiorno, che è - come sappiamo tutti - il permesso di lunga durata, non quello annuale, per cui non è vero che ogni povero immigrato deve sborsare ogni anno 200 euro. Dopo sei anni di permanenza regolare, di lavoro e quant'altro, l'immigrato chiede la carta di lungo soggiorno e paga 200 euro. Siccome le procedure per il rilascio della carta sono molto complesse e articolate, chiedemmo, proprio in audizione, al ministero quali potevano essere i costi che la comunità si deve accollare per rilasciare questo tipo di documentazione. Insomma, non sparammo una cifra a caso. Decidemmo per i 200 euro perché ci sembrava una cifra parametrata che, anche alla luce dei dati che ho fornito poc'anzi, chi lavora, guadagna, è qui da tanti anni e chiede di rimanere in maniera illimitata può affrontare.
Insomma, credo sia un sacrificio sostenibile; peraltro, oggi molti italiani affrontano sacrifici per pagare utenze, bollette, tasse e anche imposte di questo tipo, come per il rilascio del passaporto o di qualche altro documento. Vorrei, quindi, che si ponesse molta attenzione su questo; la stessa che mettemmo quando facemmo questa scelta.
Inoltre, le chiedo se intende dare vita a una Commissione sull'integrazione. Tra l'altro, sono anche firmataria di una proposta di legge per condurre un'indagine parlamentare sulle donne straniere nel nostro Paese e sul loro livello di integrazione, proprio perché credo che i dati siano fondamentali.
Un altro aspetto molto interessante che lei ha sollevato è la questione della cooperazione allo sviluppo per qualificare i migranti lavoratori nel loro Paese d'origine. Anche questo tema sarebbe già stato risolto in passato, se in Italia le leggi venissero applicate. Faccio, naturalmente, un mea culpa perché, pur non essendo mai stata al governo, sono stata nella maggioranza. Mi riferisco, in particolare, all'articolo 19 della legge n. 189 del 2002, la legge Bossi-Fini e mi rivolgo anche al collega Sarubbi che si chiede come si possa chiamare in Italia un lavoratore che non si conosce, non si sa cosa sa fare e fargli un contratto di lavoro. La legge Bossi-Fini - che tutti hanno apprezzato o disprezzato sui temi della legalità e sulla questione della clandestinità - aveva degli articoli interessantissimi in merito all'integrazione, tra cui, appunto il 19, che prevedeva un lavoro di grande coordinamento tra il Governo, gli enti locali, le regioni e anche le associazioni di categoria.
D'altronde, queste ultime sono sempre pronte a volere stranieri nel Paese, per utilizzarli nelle loro imprese e poi lasciarli agli enti pubblici quando è il momento di socializzare, di integrare o di dare loro sanità e scuola, visto che hanno bisogno solo della forza lavoro. Allora, l'idea era di far lavorare le associazioni nelle proprie regioni, poi, se avessero avuto la necessità di lavoratori stranieri, sarebbero dovute andare nei Paesi d'origine, formare, qualificare, individuare e chiamare le persone. Credo che questo articolo mai attuato che sicuramente ha dei costi e degli oneri - peraltro,


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tutto, signor Ministro, ha dei costi e degli oneri in questo Paese - possa essere riconsiderato e rivalutato.
Viceversa, dico subito che sono contraria all'ipotesi di reintrodurre leggi sullo sponsor per far venire gente che cerca lavoro nel nostro Paese, visto che sono miseramente fallite. Difatti, quando votammo la Bossi-Fini dovemmo fare una megasanatoria per porre rimedio alla legge sullo sponsor. È inutile, quindi, ripercorrere strade già fallite in passato.
Vengo a un'altra questione. In questi mesi, signor Ministro, lei ha avuto degli incontri importanti. Ha citato Villa Literno, ma è andato in tante aree del Paese. Le chiedo, pertanto, di interessarsi anche di singoli casi drammatici di cui sono state vittime molte donne straniere, che hanno subìto dei lutti e dei delitti gravi all'interno delle loro famiglie.
Mi riferisco a donne che vivono sul territorio dalla mia regione, in Emilia-Romagna, che hanno visto uccisa la madre o la propria figlia in virtù di un fanatismo e di un fondamentalismo coltivato all'interno delle pareti domestiche; questo anche per capire se queste persone che hanno avuto la forza e il coraggio di ribellarsi di fronte a certi comportamenti si sono integrate nel nostro Paese. Si tratta, infatti, di persone che hanno dimostrato una forza e un coraggio che non sempre questo Paese ha ricambiato.
Sono molto sensibile rispetto al tema delle donne straniere nel nostro Paese perché credo che una vera integrazione delle donne - non lo dico per partigianeria - aiuti molto la comunità familiare, i figli e i mariti a integrarsi. Spesso, infatti, le donne godono di una sensibilità e di caratteristiche che possono aiutare molto in questo processo.
Chiudo con la questione della cittadinanza perché mi tocca molto. Lei ha detto che essere italiani serve per integrarsi meglio. Io le dico, invece, che essere davvero integrati serve per essere buoni italiani. Credo che su questo dovremmo confrontarci ancora, come abbiamo fatto in questi anni in Parlamento con grande serietà. Si tratta, insomma, di due principi alla base di due modi di intendere la questione. Qualcuno è convinto che la cittadinanza sia l'inizio di un processo di integrazione. Viceversa, in noi prevale l'idea che sia la fine di un processo. Sono convinta che chiedere di diventare cittadino di un Paese debba essere un atto di volontarietà, di grande libertà, di determinazione; è una scelta forte quella di staccarsi dalla propria identità e dalla propria storia per diventare cittadino di un altro Paese.
Pertanto, anche in merito a questa discussione che stiamo affrontando, soprattutto sui minori, le chiedo se non è il caso di approfondire ulteriormente l'esperienza degli altri Paesi che sono molto più avanti di noi sul tema della cittadinanza, nel senso che hanno leggi che possono sembrare più evolute, a parere di qualcuno, avendo già introdotto determinati principi come quello dello ius soli. Ministro, lei ha parlato addirittura dello ius culturae, un tema che trovo molto interessante da dibattere. Guardiamo, però, anche cosa stanno facendo gli altri Paesi, che in parte stanno rivedendo la loro legislazione.
In particolare, sui minori, ho un dubbio perché oggi in Italia ci sono tanti genitori stranieri che avrebbero già il diritto di chiedere la cittadinanza italiana, quindi di diventare italiani a tutti gli effetti, trasmettendola in questo modo anche ai loro figli, ma non lo fanno. Mi chiedo spesso - e nonostante le audizioni e le discussioni che ormai conduciamo da dieci anni non ho ancora avuto una risposta - se è giusto dare la cittadinanza italiana ai loro figli, creando una distinzione enorme all'interno del nucleo familiare, con un genitore che non ha questa volontà e che se la vede imporre da uno Stato per i suoi figli.
Ho, poi, un altro dubbio. Senza polemica, mi chiedo anche se questo Governo tecnico debba affrontare questi temi fortemente politici. Questo Parlamento ha mostrato la volontà di dar vita e di sostenere con grande lealtà e correttezza un governo per far uscire il nostro Paese da un momento di gravissima difficoltà, cosa che non ci esime, peraltro, dal continuare


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a discutere di questi provvedimenti, nei quali crediamo anche noi profondamente.

BEATRICE LORENZIN. Cercherò di essere sintetica sia perché l'onorevole Bertolini ha ampiamente affrontato temi che attengono alla nostra e alla mia sensibilità, sia perché abbiamo messo parecchia carne sul fuoco per il Ministro. Senza ripetere molte delle considerazioni poste dai colleghi, rispetto alle quali siamo tutti sensibili, vorrei entrare nel merito di alcune questioni per ricevere poi una risposta dal Ministro.
La prima osservazione riguarda l'ultima delle questioni che lei ha affrontato, ovvero quella della demografia. Ritengo, infatti, che le politiche della famiglia, a differenza di altre che attengono alla sua sensibilità e al suo dicastero, siano strettamente connesse alla mission di questo Governo, ovvero, da una parte, all'aggressione del debito e, dall'altra, al tema della crescita. In Italia abbiamo un serissimo problema demografico che va affrontato - tra l'altro, abbiamo sollevato la questione in molti e presso varie Commissioni - in modo estremamente aggressivo e trasversale rispetto a diverse materie.
Non credo - lo dicono i numeri - che la soluzione del problema demografico in Italia possa essere lasciato soltanto alla buona volontà di riprodursi dei nostri ospiti immigrati e futuri cittadini, anche perché le statistiche mostrano che c'è un problema culturale in Italia, per cui anche gli immigrati e gli stranieri, dopo qualche anno che risiedono nel nostro territorio, soprattutto nella seconda generazione, assumono il trend comportamentale demografico degli italiani, cioè non fanno figli.
Sono, quindi, profondamente convinta che alla base vi sia un problema che non attiene soltanto all'aspetto economico e alla carenza dei servizi, ma anche a una questione culturale. Pertanto, abbiamo bisogno di politiche forti a favore della genitorialità. Parlo di genitorialità proprio perché non si intenda solo la maternità, ma la capacità di entrambi i genitori di assumersi una responsabilità genitoriale.
La questione culturale dovrebbe probabilmente ripartire addirittura dalla scuola, ovvero da un'educazione alla genitorialità a cui si devono allegare misure economiche a favore della famiglia, come il quoziente familiare. Dico questo perché sappiamo benissimo che non faremo crescita se non riportiamo il Paese a un livello demografico accettabile. D'altra parte, anche i trend sulla sostenibilità del sistema previdenziale sono fortemente influenzati dall'andamento demografico che avremo nei prossimi trent'anni. Ecco, credo che questo punto rientri nella mission di questo Governo, rappresentando un argomento su cui potremmo trovare ampie convergenze di natura parlamentare.
La seconda domanda riguarda la cooperazione internazionale. Non entrerò nei profili sollevati dall'onorevole Bertolini, che condivido. Sono favorevole alla cooperazione internazionale, che ritengo una questione, oltre che etica, utile per dare forza ai grandi Paesi perché, laddove presenti con la cooperazione, si hanno grandi vantaggi di tipo commerciale. Difatti, i due aspetti spesso sono legati. Sappiamo che se non si è fatto molto in questo senso e spesso ciò è dovuto a un problema di fondi, visto che abbiamo avuto una restrizione enorme anche in tutto il settore degli interventi della Farnesina, quindi legati alla politica estera.
Le chiedo, allora, se ha già un'idea in proposito. Insomma, abbiamo un modello a cui riferirci? Potenzieremo la cooperazione in quei Paesi in cui ci sono interessi forti dell'Italia per rafforzare il sistema Paese oppure sono previsti interventi in modo capillare, legati più ad aspetti umanitari? Le domando questo perché ritengo che, a fronte della penuria di fondi, occorra fare delle scelte di natura strategica per la presenza dell'Italia in alcune aree geografiche e, in particolare, in alcune nazioni.
Un altro aspetto che considero interessante concerne la rappresentanza. Signor Ministro, lei parlava della rappresentanza delle comunità straniere presenti in Italia, facendo riferimento a quella cinese. Su


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questo punto, faccio mio tutto l'intervento dell'onorevole Bertolini. Peraltro, lei è romano come me, quindi non le devo spiegare la questione dell'Esquilino, di cui tutti abbiamo contezza.
Le rivolgo, dunque, un altro appunto. Ho avuto l'esperienza personale di far parte del Consiglio comunale di Roma quando sono stati istituiti i consiglieri aggiunti. Nello specifico, ero nella commissione di controllo che ha dato vita a tutta la procedura, dalla nascita fino alle elezioni. In quel caso, abbiamo toccato con mano diversi problemi, come il fatto che le persone elette molto spesso non rappresentavano la comunità di appartenenza, ma soltanto una minima parte, oppure che la maggior parte di queste persone non sono andate a votare, o ancora che vi fossero delle forme poco democratiche di accesso all'informazione e via dicendo.
Si tratta di esperimenti realizzati che, in parte, hanno fallito, mostrando luci e ombre. Credo, quindi, che occorra trovare un modo per interagire e comprendere meglio il funzionamento di alcune comunità presenti nei nostri territori nazionali, che appaiono molto misteriose dall'esterno. Riprendendo l'intervento dell'onorevole Bertolini, penso sia assolutamente fondamentale avere a disposizione dei dati anche per avere la possibilità di legiferare né in modo ideologico, né sulla base di particolari simpatie personali.
Per quanto riguarda la questione delle quote, devo dire che sono abbastanza scettica. Sempre dai dati che ci vengono dall'economia, oggi alcune professioni che fino a ieri erano totalmente ad appannaggio delle popolazioni immigrate - penso, per esempio, ai badanti, ma anche a tutto il settore dell'edilizia - sono di nuovo fortemente appetibili per gli italiani che hanno perso lavoro. Su questo dobbiamo mostrare grande sensibilità perché siamo di fronte a guerre tra poveri.
Bisogna, quindi, portare nel nostro Paese chi veramente possiamo accogliere, fornendo servizi adeguati, senza far vivere queste persone in lager o in baraccopoli nelle nostre periferie; tutto ciò, tenendo conto - ma questo è un altro tema che lancio, sintetizzandolo al massimo - dell'emersione, in una fase di crisi come questa, di nuove fasce di povertà estrema che, come lei sa bene per la sua esperienza personale, caratterizza persone che non hanno neanche gli strumenti cognitivi o conoscitivi per riuscire a servirsi degli strumenti che lo Stato mette loro a disposizione.

EMANUELE FIANO. Ho molto apprezzato lo spessore etico dell'esposizione del Ministro. Mi auguro che sarà capace di introdurre nel dibattito pubblico su questi temi quella dimensione dell'ethos che ha citato. Circoscrivo il mio intervento a un punto unico. Siccome non c'eravamo messi d'accordo preventivamente, riprenderò un argomento affrontato dalla collega Pollastrini.
Innanzitutto, chiedo al presidente se, a prescindere dai dati preoccupanti che il Ministro ha citato sulla triplicazione degli episodi di intolleranza negli ultimi tre anni nel nostro Paese provenienti dall'Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali, sia possibile, in qualche forma, avere un'audizione di questo ufficio.
Signor Ministro, nelle linee programmatiche del suo Ministero, ha parlato, giustamente, di varie politiche di prevenzione di questi episodi, riferendosi in particolare alla sfida per le città. Ecco, temo che questa sia una sfida complessiva dell'occidente, che coinvolge la millenaria lotta tra sviluppo e violenza, presente persino nelle culture mitiche. Vorrei, però, soffermarmi su un punto che non riguarda l'aspetto preventivo, ma quello repressivo dell'intolleranza e della discriminazione razziale, religiosa e di genere.
Nel corpo giuridico del nostro Paese, siamo dotati della legge 24 febbraio 2006, n. 85 che, purtroppo, arrecò delle modifiche alla celebre legge Mancino del 25 giugno 1993, n. 205, derivante, appunto, dalla conversione del decreto-legge Mancino del 26 aprile 1993, n. 122. Nel 2006, verso la conclusione della legislatura, la collega onorevole Lussana della Lega Nord presentò un progetto di legge, poi approvato, per modificare alcuni articoli e


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commi del nostro Codice penale. Con particolare riferimento a quanto era intervenuto come modifica attraverso la legge Mancino, abbiamo visto diminuire il peso e l'efficacia di questa legge, soprattutto per la diminuzione di carattere di due parole presenti nel testo originale. Difatti, all'articolo 13 della nuova legge del 2006 i reati collegati alle idee discriminatorie e razziali diventano tali quando si fa «propaganda», non basta la loro «diffusione», come era previsto nel testo originario; né basta più l'«incitamento», ma occorre l'«istigazione».
Ora, io sono presentatore, sia nella scorsa legislatura che nella presente, di un testo di legge che riprenda i temi del testo originario della legge Mancino. Ho, però, l'impressione che di questa legge in Italia non stiamo facendo nulla. Con il testo attuale della legge, molte delle notizie da lei citate semplicemente con il nome delle città - episodi di Torino, Firenze e Roma - che spesso hanno origine sulle pagine del web, ci pongono degli interrogativi rispetto ai quali non posso dire di avere risposte certe.
Per esempio, in questo Paese è reato o meno descrivere, scrivere, citare o comunicare idee di discriminazione razziale, di genere, etnica o di lingua sulle pagine del web o sui mezzi di comunicazione? Apparentemente, per il testo attualmente in vigore nel corpo giuridico italiano, non lo è. Difatti, in quei testi non si fa propaganda, anche se queste idee si diffondono. Per esempio, «i neri andrebbero tutti uccisi» è una frase che, secondo i giuristi, non può essere perseguibile. Su questo, però, attendo la risposta sua e dei suoi uffici.
Condivido molto l'aspetto preventivo dell'azione sociale e culturale che lei ha citato e ho molto apprezzato gli interventi di tutti i colleghi che hanno toccato questi argomenti. Tuttavia, vorrei anche dire che occorre individuare un limite. Non so dove vada posta, in democrazia, l'asticella di questo limite, ma credo che la democrazia debba interrogarsi su questo. Qual è il limite che la democrazia, in ossequio a tutto ciò che la nostra Costituzione prevede, proprio a partire dall'articolo 21, deve porre al rispetto della libertà di opinione? Inoltre, vi è una domanda ineludibile rispetto alla straordinaria escalation, che lei stesso ha descritto, di questi elementi di intolleranza che - come diceva la collega Pollastrini - non sono certo circoscrivibili a episodi di intolleranza razziale o religiosa, ma abbracciano molti altri temi, come quello del genere o dell'orientamento sessuale. Nell'Aula della Camera si è discusso, per esempio, della questione dell'omofobia.
Insomma, personalmente penso che questa legge vada di nuovo modificata; tuttavia, la invito a una riflessione anche sugli aspetti di punibilità penale di alcuni degli episodi che lei ha citato. Chiedo, comunque, la sua opinione in merito a questo punto, ovvero se il corpo giuridico italiano abbia strumenti sufficienti per affrontare gli episodi di intolleranza che lei stesso ha citato.

ERICA RIVOLTA. Ringrazio il Ministro della sua presenza. Vorrei intervenire segnalandole un lavoro importante che abbiamo svolto in VII Commissione con un'indagine conoscitiva sulle problematiche degli alunni stranieri, la quale ha mostrato, per esempio, che nella comunità cinese di Prato ci sia la pratica di riportare subito in patria i bambini nati in Italia per far crescere la loro identità;di conseguenza si trova poi, nelle nostre scuole, una totale ignoranza della lingua italiana, che sappiamo essere alla base di una migliore integrazione, nonché del funzionamento ottimale delle classi.
Ci sono, quindi, problematiche difficilissime, come quella della mediazione culturale, sempre all'interno delle scuole, riguardo ad alcune etnie, che diventa davvero difficilissima. Mi riferisco non solo all'etnia cinese, ma anche a quella pachistana e ad altre più difficili da reperire. Ora, proprio nelle scuole si può fare un buon lavoro, che, però, deve vedere l'ottimizzazione delle risorse. È giusto che i bambini abbiano accesso - come sancisce


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il diritto internazionale e non solo - all'istruzione, ma questo non deve penalizzare il risultato complessivo.
Occorre, poi, entrare nello specifico, considerando anche la difficoltà degli enti locali, che si trovano a fronteggiare nelle scuole i problemi di integrazione. Se ci sono già delle pratiche positive di integrazione, con le stesse famiglie italiane e straniere che lavorano insieme per questo obiettivo, vediamo anche che molte famiglie straniere non procedono nella direzione dell'integrazione. Per esempio, se si mantiene non solo l'uso della lingua originaria, ma anche l'abitudine di vedere la televisione, che è uno strumento importantissimo per l'integrazione, guardando solo, grazie ai satelliti, i canali in lingua, vuol dire che l'integrazione non si desidera. Lo stesso discorso vale se in un Paese in cui la legge prevede il divieto di circolare con il volto coperto, si insiste nel voler portare il burqa. Ecco, in questi casi la volontà di integrazione, magari anche dopo anni, evidentemente non c'è. Spero che da parte sua ci sia la disponibilità a condurre un buon lavoro con la VII Commissione in questo senso, cioè nel settore istruzione.
Un'ulteriore considerazione è che alla base dell'integrazione c'è il rispetto delle regole, che molto spesso manca. Certamente, non intendo complicare la questione in modo da creare fumo, ma spero che lei possa cavare, con un lavoro di sintesi, qualche «coniglio dal cilindro» per superare questi problemi.
Infine, un'ultima sollecitazione che ho molto a cuore riguarda il futuro del servizio civile che - come sa - vede l'utilizzo di volontari che costano 5.900 euro all'anno ciascuno, i quali sono utilizzati nei comuni, soprattutto nel sociale e nel welfare. Ecco, spero che questo istituto non sia abolito e che si possa, invece, insieme alle regioni, trovare una via d'uscita per valorizzarlo. Purtroppo, il sottosegretario Giovanardi, nel Governo precedente, non ha voluto procedere a questa valorizzazione; mi auguro che lei sia, per contro, sensibile all'argomento e voglia riprendere questo discorso con tutti i deputati firmatari di proposte di legge.

PRESIDENTE. Do la parola al Ministro Riccardi per la sua replica.

ANDREA RICCARDI, Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione. Vi ringrazio molto dei vostri interventi e delle vostre domande. Ho imparato parecchie cose, in quanto ministro acerbo. Credo che, data la durata che questo Governo avrà, non diventerò mai un ministro maturo, quindi, nel confronto con me, dovrete accettare questa mia caratteristica.
Dico scherzando che mi è dispiaciuto di aver deluso l'onorevole Bertolini, che ha sentito opinioni e non un programma. Forse questo è un vezzo o un difetto che viene dal mio essere professore, ma anche dalle condizioni in cui sto lavorando, che sono quelle di una nuova istituzione che sta cercando di operare in stretto contatto con il Ministero dell'interno e il cui disegno complessivo di competenze è ancora in via di formazione.
Per questo, onorevole Bertolini, il meglio che ho sono opinioni con una speranza programmatica. Sono, del resto, convinto che a voi che conoscete e lavorate a fondo su questi problemi - mi rivolgo a lei, ma anche all'onorevole Sarubbi, riguardo al problema della cittadinanza, e a tanti altri - non vadano venduti libri dei sogni, ma pensieri e opportunità di qualche realistica azione, che questo Governo tecnico e questo ministro acerbo e tecnico vogliono realizzare. Per questo, onorevole Bertolini, come non posso io - professore e amante di pensieri - non aver sentito il problema della conoscenza vera della realtà dell'immigrazione? Proprio ora, uscendo dal ministero, ho chiesto ai miei collaboratori di chiedere la documentazione alla Guardia di Finanza per avere dati maggiori sulla comunità cinese, anche perché domani debbo incontrare l'ambasciatore.
Inoltre, quando parlo di rappresentanza, onorevoli Lorenzin e Rivolta, ci


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troviamo davanti a un fenomeno umano, qual è l'immigrazione, complesso e contraddittorio che dobbiamo affrontare da parecchi versanti. Per esempio, mi troverò a fare i conti con il problema dell'islam. Sapete benissimo come, in relazione a esso, si ponga la questione della rappresentanza. Ecco, avrei dovuto parlarvi anche di questo, ma avrei finito con il parlare proprio di opinioni perché ancora non mi è stato dato modo di toccare la materia.
Tuttavia, è mio intendimento operare per una conoscenza vera e realistica del fenomeno migratorio, che - insisto - è articolatissimo, rispetto al quale ho l'orgoglio di dire che non abbiamo bisogno di imitare nessuno. Sono d'accordo con l'onorevole Pollastrini quando dice che l'Europa ci deve sollecitare e che noi dobbiamo accettare le sollecitazioni europee. Ma noi non dobbiamo imitare né il modello tedesco, né quello inglese, né quello francese, né un multiculturalismo o un monoculturalismo; tutti modelli che hanno mostrato le loro debolezze, se non il loro fallimento. Quando si dice - come avete detto voi - che si arriva alla terza generazione e si ha una regressione all'identità comunitaria, questo dimostra il fallimento di un modello. In Italia, del resto, abbiamo una base diversa, con un'immigrazione più giovane e una realtà molto articolata di comunità, il che ci obbliga, però, a una conoscenza maggiore del fenomeno.
Riguardo alla giovane istituzione di questo ministero, sono stato interrogato - per ultimo dall'onorevole Lorenzin - sul problema della cooperazione internazionale. Chi più di me non crede che la cooperazione internazionale sia non solo un dovere, ma anche una responsabilità di un grande Paese e risponde all'interesse nazionale? Debbo dire, però, che finora le mie competenze in campo di cooperazione internazionale riguardano solo i fondi connessi al decreto sul rinnovo delle missioni italiane. Pertanto, sto riflettendo su questo.
Capite bene che disegnare un nuovo ministero che non esiste nell'ordinamento è un fatto che ha una sua complessità. Ho scelto di viaggiare, entrando in contatto diretto con il Paese, proprio per arricchirmi e assumere una percezione meno libresca della realtà delle comunità straniere. Il momento in cui operiamo - come molti hanno sottolineato, in particolare gli onorevoli Lanzillotta e Bragantini - ci vede davanti a una crisi economica, all'aumento della disoccupazione degli stranieri, all'allungamento dell'età lavorativa e via dicendo.
Dall'altra parte, ci troviamo di fronte al problema dell'integrazione degli stranieri. Non c'è il rischio di una guerra tra poveri? È un quesito che ci siamo immediatamente posti. Tuttavia, quando parlo della scadenza dei contratti o del permesso di soggiorno, ho una preoccupazione, quella di perdere uomini, donne e lavoratori che già hanno fatto un pezzo del percorso di integrazione, cosa che rappresenta una ricchezza che noi italiani abbiamo elaborato e costruito con loro. Non vorrei che questo Paese diventi un luogo di turnover, di braccianti semestrali. Vorrei, per contro, che chi vuole lavorare in Italia debba entrare nel gioco, quindi nella cultura, nell'identità e nelle regole del nostro Paese.
Dico subito che non sono un patito che brucia incenso al multiculturalismo. Sapete meglio di me come la parola «integrazione» sia stata contestata sul piano culturale. Quando mi fu chiesto se accettavo questo ministero, mi fu anche domandato se questa parola mi stava bene o mi dava fastidio. Ebbene, risposi che mi riconosco in un programma di integrazione. Pertanto, onorevole Bragantini, ho molto presente le sue considerazioni e la ringrazio di averle poste perché è sempre necessario avere presente l'intero Paese.
Quando ho preso contatto con i senegalesi, che mi hanno rivolto alcune richieste, ho detto loro - onorevole Bertolini, non sono un tipo che si straccia le vesti; con quello che costano i vestiti oggi, dovrei avere gli abiti già strappati - che non sono il tribuno degli stranieri (non volevo dire il tribuno della plebe, ma proprio degli stranieri), ma il ministro dell'integrazione


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degli italiani e, in questo processo, anche il loro. Pertanto, ho molto presente il discorso riguardo al momento difficile che stiamo vivendo. È un momento di grande crisi economica, per cui bisogna essere attenti e articolati. Mi chiedo, però, se abbiamo gli strumenti adatti. Questa è la mia domanda. Abbiamo gli strumenti conoscitivi adatti? Su questo versante, sto constatando con grande interesse un'estrema collaborazione da parte delle prefetture, che mi fanno affluire dati e rilevazioni e mi mettono in contatto con la problematica articolata del territorio.
L'onorevole Bressa parlava dei contratti scaduti. La mia preoccupazione maggiore - ripeto - è quella di perdere degli immigrati e dei lavoratori già integrati. Onorevole Zaccaria, rispetto agli strumenti che riguardano l'accordo e l'integrazione e tutta l'altra strumentazione, la nostra intenzione non è di intervenire modificando, ma di lavorare all'interno della normativa vigente in un'intesa quotidiana con il Ministro e il Ministero dell'interno. Questo è il punto su cui stiamo lavorando.
Vi è, poi, la questione più volte emersa del razzismo e dei diritti umani, anche all'interno della comunità, come il problema delle donne, parte debole all'interno delle diverse comunità di immigrati, ma anche vero grande vettore di integrazione. Ritengo, però, che su questo fronte abbiamo pochi strumenti, tra cui l'UNAR.
L'onorevole Fiano poneva una questione molto interessante sulla legge Mancino, che proprio da qualche giorno abbiamo ripreso in mano. Riguardo all'UNAR, vorrei si sapesse che è uno strumento autonomo e importante, il cui bilancio è, però, di soli 2 milioni, con i quali dobbiamo pagare anche il contact center che garantisce la segnalazione dei casi di intolleranza e di razzismo. Ho attratto l'attenzione dell'UNAR, anche per le mie competenze di Ministro per l'integrazione, proprio sui casi di intolleranza interni alle comunità degli immigrati, che qualche volta rischiano di ricevere una giustizia interna, cosa che non è permessa nella nostra cultura e nel nostro ordinamento.
Ringrazio, inoltre, l'onorevole Pollastrini di quanto mi ha detto. In merito a come può essere tradotto il 2013 in Italia, debbo dire, francamente, che non abbiamo ancora lavorato su questo, anche perché vediamo nel 2013 il termine del nostro lavoro. Abbiamo, però, pensato, anche grazie alla sollecitazione ricevuta dall'UNAR, di occuparci dei diritti umani delle donne e dei bambini anche all'interno delle comunità degli immigrati.
L'onorevole Sarubbi mi ha invitato a guardare la proposta di legge Bobba, ovvero l'introduzione del permesso di soggiorno per la ricerca di lavoro. È una questione molto interessante e importante. Credo che in passato ci siano state delle esperienze analoghe, non sempre felici. A ogni modo, la prenderemo in esame. Inoltre, rispetto al rinnovo dei permessi di soggiorno, ho già detto che stiamo monitorando questo aspetto con il Ministro Cancellieri. Voglio anche informarla - ma forse già ne è a conoscenza - che è già partita una sperimentazione in diversi comuni a cura del Ministero dell'interno.
Colgo anche l'occasione per ribadire che vi è l'esigenza di un'azione coesa tra noi e il Ministero dell'interno. Voglio testimoniare che ho trovato finora da parte non solo del Ministro Cancellieri, ma dell'intera struttura del Ministero dell'interno una grandissima collaborazione su questi problemi.
Vorrei toccare ora il problema della cittadinanza. Onorevole Bertolini, un governo tecnico deve affrontare questi temi. Un governo tecnico non si fa promotore di una proposta di legge su questi temi, ma un acerbo ministro tecnico, a contatto con questi problemi, ha il dovere - credo - di dire in Commissione che il discorso sulla cittadinanza dei bambini possa essere decisivo o importante per il processo di integrazione. Come lei sa, abbiamo studiato e stiamo raccogliendo ed esaminando tutte le proposte di legge in proposito. La nostra struttura di servizio è pronta a collaborare, per quello che può, per il buon esito di queste proposte.
Mi permetto di dire che non è un'accortezza politica restare sulla soglia di


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questo processo perché sono convinto che la questione della concessione della cittadinanza ai bambini, con le sue contraddizioni, dato che non è ancora chiarito in tutti i suoi termini, avendo anche visto le differenze che ci sono tra le diverse visioni, deve essere una questione che matura nel Parlamento e nel Paese. Difatti, ci sono dei processi che debbono maturare nella profondità della nostra gente, che il Parlamento è chiamato a interpretare, a governare e su cui è chiamato a legiferare. Credo che questo sia un tema importante e decisivo.
Dopodiché, possiamo discutere, onorevole Bertolini, a proposito della cittadinanza, se sia inizio o fine di un processo. Su questo possiamo creare delle opportune occasioni di discussione. Per parte mia, credo che non sia né la fine, né l'inizio, ma non è un sofisma. Penso che sia un meccanismo complesso, una scelta, che aiuta allo stesso tempo a fare una scelta. Insomma, lavoriamo con un fenomeno umano sensibile. Non dimentichiamo questo aspetto, per giunta in un contesto e in un momento in cui - ringrazio gli onorevoli Bragantini, Lanzillotta e altri di averlo ricordato - il Paese si fa ipersensibile a causa della crisi economica che stiamo vivendo. Spero che la fase 2, lo sviluppo e la ripresa auspicata possano portare un poco di ossigeno anche su queste tematiche.
Onorevole Rivolta, andrò a Prato, che mi sembra un punto - altro che Esquilino o San Salvario - di grande complessità, in cui si è creata una situazione alla tedesca. Credo che quella situazione vada esaminata perché non ci sono solo le comunità da esaminare, ma anche i territori.
Ritengo anche che le autorità vadano appoggiate dal Governo. Ho sentito, a livello di consiglio comunale, di presidente della provincia e della regione, che la mia presenza a Firenze in occasione dell'assassinio di tre senegalesi è stata particolarmente gradita. Difatti, questi sono momenti difficili per tutti. Nello specifico, mi segnalano da Prato particolari difficoltà. Tuttavia, onorevole Rivolta, penso sia vero che talune famiglie non vadano nel senso dell'integrazione. Del resto, conosciamo la storia dei nostri italiani in America. A questo scopo, occorre creare luoghi, percorsi e itinerari. Peraltro, proprio qualche giorno fa stavamo vedendo che il servizio civile nazionale - per rispondere alla sua sollecitazione - ha una sua importanza anche per interagire con questi fenomeni, anche se devo riconoscere che lo stiamo quasi perdendo.
Per quanto riguarda quanto rilevato dall'onorevole Bragantini, si tratta di un mio errore di lettura: intendevo dire, come risulta dalla relazione scritta consegnata alla presidenza, che i minorenni, figli di cittadini stranieri, costituiscono il 7,5 per cento della popolazione scolastica, mentre complessivamente gli stranieri oscillano tra il 7 e l'8 per cento.
In conclusione, credo di non avere colto tutte le numerose osservazioni che mi sono state rivolte, quindi, oltre che una replica, la mia vuole essere anche un'espressione di ringraziamento e di interesse rispetto a quanto mi avete detto. Vi saranno, comunque, certamente altre occasioni di confronto e di risposte più precise da parte mia. Grazie.

PRESIDENTE. Ringrazio nuovamente il Ministro Riccardi per il suo intervento e dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 15,20.