Onorevoli Colleghi! A nome dei componenti risultati in minoranza nella seduta del 5 maggio 2010, riferisco su una domanda di deliberazione in materia di non sindacabilità ai sensi dell'articolo 68, primo comma, della Costituzione, trasmessa dal tribunale civile di Milano, innanzi al quale pende una causa civile tra il gruppo editoriale L'Espresso e il Presidente Silvio Berlusconi, nella sua qualità di deputato.
Con un atto di citazione per danni civili, il gruppo editoriale menzionato si duole di talune affermazioni fatte dal Capo del Governo il 13 giugno 2009, a Santa Margherita Ligure, in occasione dell'annuale convegno di giovani imprenditori aderenti alla Confindustria. A ogni effetto giuridico il contenuto dell'atto di citazione s'intende qui integralmente riportato.
In particolare, gli attori ritengono illecite le seguenti frasi: «La situazione della crisi è quella che conoscete. Bisognerebbe non avere un'opposizione e dei media che tutti i giorni cantano la canzone del pessimismo, del disfattismo, del catastrofismo»; «[gli industriali devono far la loro parte, devono] operare di più in questa direzione, per esempio non date pubblicità a chi si comporta così».
Secondo la parte attrice, queste dichiarazioni costituiscono un atto di sleale concorrenza non solo ai sensi dell'articolo 2043 del codice civile ma anche e soprattutto ai sensi dell'articolo 2598 del medesimo codice. Per tale motivo, nell'atto di citazione si chiede l'accertamento dell'illiceità della condotta individuata e una condanna generica, le cui conseguenze sarebbero poi da quantificare in separata sede.
L'assunto dei promotori del giudizio è in sostanza che si è trattato di un'esortazione di tipo imprenditoriale e commerciale a non acquistare spazi pubblicitari sulle testate che criticavano il Governo e le sue politiche, così danneggiando il fatturato di esse e avvantaggiando i concorrenti, tra cui le imprese editoriali di proprietà dello stesso onorevole Berlusconi.
Nel corso del giudizio, la difesa di quest'ultimo ha eccepito l'applicabilità della prerogativa dell'insindacabilità, ai sensi dell'articolo 3, comma 4, della legge n. 140 del 2003, ma il giudice ha respinto l'eccezione: di qui la trasmissione degli atti alla Camera, il cui Presidente li ha prontamente deferiti alla Giunta.
Questa ha svolto un articolato esame, essenzialmente sull'arco di due sedute (21 aprile e 5 maggio 2010), salve precedenti occasioni interlocutorie nelle quali si è dato atto di acquisizioni documentali.
Durante la discussione è emerso un orientamento maggioritario favorevole all'accoglimento dell'eccezione dell'onorevole Berlusconi e ciò sulla base di due argomenti: anzitutto, il Presidente Berlusconi avrebbe partecipato al convegno dei giovani imprenditori in qualità di esponente politico che trattava temi generali di pubblico interesse e che illustrava gli sforzi del Governo da lui guidato per arginare gli effetti della perdurante crisi economica.
In secondo luogo, si applicherebbe l'insindacabilità perché comunque frasi analoghe sarebbero state pronunziate in una riunione del Consiglio dei ministri il 12 giugno 2009.
Nessuno di questi due argomenti è probante né persuasivo, essendo evidente che l'invettiva schiettamente imprenditoriale e commerciale del deputato Silvio Berlusconi contro il gruppo Repubblica-l'Espresso era chiaramente volta a danneggiare quest'ultimo sul piano economico.
Deve essere innanzitutto sottolineato che la platea cui egli si rivolgeva non era indifferente alla questione: guarda caso si trattava di imprenditori, molti dei quali con interessi promossi con pubblicità sui giornali quotidiani e settimanali. È chiaro pertanto che il Presidente del Consiglio non poteva non rendersi conto dell'impatto squisitamente commerciale delle sue parole. Sicché il primo argomento della maggioranza presso la Giunta - anziché essere giovevole alla tesi - è viceversa contrario.
Quanto poi alla qualità di esponente politico di Silvio Berlusconi, è stato già correttamente sottolineato presso la Giunta che nella sua persona è ben difficile distinguere il politico dall'imprenditore e dal magnate dei mass-media. Quando egli svolge discorsi pubblici generalmente lo fa con un occhio ai propri interessi, di quelli delle sue imprese familiari e delle sue aree di influenza. È pertanto impossibile dissentire da quanti nella Giunta hanno ravvisato nella discussione l'ineludibile questione del conflitto d'interessi. La delibera della maggioranza aggiunge pertanto la beffa al danno. Non solo abbiamo un capo del Governo che attacca i concorrenti avvalendosi di un palcoscenico privilegiato ma anche una maggioranza parlamentare che per ciò stesso gli garantisce l'immunità.
Circa la identificazione nella funzione parlamentare di qualsiasi esternazione di un membro del governo in quanto politico, gli esponenti della maggioranza sono tornati a criticare l'orientamento della Corte costituzionale.
Questo tipo di atteggiamento è istituzionalmente scorretto e incoerente.
Istituzionalmente scorretto perché contribuisce a delegittimare gli organi dello Stato in modo deleterio per la convivenza civile. Tanto più che la Corte costituzionale ha trovato un autorevole avallo nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che in sette casi su sette ha condannato l'Italia per la disinvolta applicazione della prerogativa dell'insindacabilità (casi Cordova 1 e 2, De Jorio, Ielo, Patrono e altri e Cofferati 1 e 2).
Incoerente perché, da un lato, la maggioranza prende dalla giurisprudenza costituzionale quel che le giova e scarta quel che non gradisce; dall'altro, nella seduta del 4 marzo 2010, discutendo una questione d'insindacabilità inerente al deputato Zazzera, proprio i deputati che hanno criticato la Corte costituzionale il 5 maggio ne avevano adoperato gli argomenti per sostenere la sindacabilità delle opinioni del citato deputato.
In ordine, infine, alla riunione del Consiglio dei ministri del 12 giugno 2009, è di lampante evidenza che si tratta di contenuti totalmente differenti e che nella sede ministeriale Silvio Berlusconi non aveva esortato alcuno a non comprare spazi pubblicitari sulle testate del gruppo l'Espresso. Senza contare che la superficiale assimilazione tra funzioni ministeriali e funzioni parlamentari è assolutamente estranea al nostro ordinamento costituzionale sol che si leggano gli articoli 68 e 96 della Costituzione. Sarebbe, qui sì, assurdo il contrario, perché si darebbe al deputato ministro una prerogativa più ampia del deputato «semplice», ciò che sarebbe manifestamente inaccettabile.
Per questi motivi, invito l'Assemblea a votare per la sindacabilità.
Marilena SAMPERI,
relatrice per la minoranza
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