Doc. IV-quater, n. 16





Onorevoli Colleghi! - La Giunta riferisce su una domanda di insindacabilità avanzata dalla deputata Souad Sbai e assegnata alla Giunta stessa dal Presidente della Camera il 22 marzo 2011. Il procedimento all'origine della domanda (il n. 9215/10 RGNR - Monza) nasce da una querela di Abdelaziz Khounati, legale rappresentante dell'Unione dei musulmani in Italia (UMI), sentitosi diffamato per la pubblicazione di un articolo sul Giornale del Piemonte del 19 giugno 2009.
La Giunta ha esaminato il caso nella seduta del 6 aprile 2011, avendo a disposizione la documentazione inerente al caso.
Per completezza, giova sin d'ora ricordare che la medesima collega Sbai è stata protagonista già di un episodio di polemica politica con parte della comunità islamica italiana e che già la Giunta per le autorizzazioni e poi la Camera deliberarono per l'insindacabilità, rispettivamente il 1o e il 22 aprile 2009.
Si tratta invero, anche in questa circostanza, di una polemica che la contrappone a un esponente della comunità islamica italiana, in particolare al legale rappresentante dell'Unione dei musulmani in Italia (UMI) e della moschea del Misericordioso, centro socio-culturale La Palma-onlus.
Il capo d'imputazione contiene l'addebito per la collega Sbai di concorso in diffamazione aggravata con il mezzo della stampa, in ragione di un articolo pubblicato sul quotidiano Il Giornale di Piemonte e sulle pagine della versione online dello stesso quotidiano, del 19 giugno 2009.
Secondo il capo di imputazione, l'articolo sarebbe titolato L'ombra del terrorismo sulla nuova moschea e recherebbe l'occhiello dal seguente testo: «il governo di Rabat nega di aver elargito i fondi, li avrebbe inviati un partito politico marocchino, è mistero sulla provenienza dei due milioni».
Tutto ciò si trarrebbe dall'intervista a Souad Sbai, alla quale si ascrive di aver denunziato «il pericolo che potrebbe sorgere dietro questo giro di denaro, un dubbio flusso di denaro, questi soldi sarebbero stati versati sul conto personale di un sedicente imam» e poi ancora «è un fatto che il governo marocchino abbia smentito di voler finanziare alcune moschee in Italia. Il sedicente imam Khounati dice di non sapere niente, era il vice di Bouchta». Di queste affermazioni il signor Khounati si è doluto mediante una querela.
Egli infatti non sarebbe un «sedicente imam», giacché non avrebbe mai detto di esserlo, né è stato il vice di Bouchta (il quale è l'ex imam di Torino, espulso dall'Italia nel 2005).
Inoltre, sempre secondo la doglianza del Khounati - per come essa si evince dal capo di imputazione - il finanziamento della moschea di Torino sarebbe effettivamente pervenuto dal governo marocchino.
Come si può vedere da questi elementi frammentariamente inseriti nel capo d'imputazione, la tematica della polemica inerisce alla costruzione di moschee in Italia e ai relativi finanziamenti.
Più in particolare, nell'intervista la collega Sbai sostiene che i finanziamenti della moschea di Torino non sono stati trasparenti. Si tratterebbe di una somma rilevante (due milioni di euro) che, secondo le sue fonti, il governo marocchino avrebbe smentito di aver donato alle comunità islamiche italiane per l'edificazione della moschea medesima.
Nell'intervista, dal testo stampato sul quotidiano del 19 giugno 2009, risulta altresì che la collega Sbai avrebbe affermato che il Khounati era il vice di Bouchta ma che tale aspetto tutto sommato era secondario rispetto al suo vero interesse, quello di ricostruire il flusso di denaro che ha consentito l'accumularsi di disponibilità per l'edificazione della moschea di Torino. Ella preannunziò anche la presentazione di un'interrogazione parlamentare in merito al fatto che il denaro sarebbe transitato non sul conto dell'UMI ma sul conto personale del Khounati.
Occorre anzitutto sgombrare il campo dalla presenza di elementi del capo di imputazione che non concernono Souad Sbai.
In particolare, per quanto concerne il titolo dell'articolo e il testo dell'occhiello occorre osservare come questi elementi siano riconducibili a scelte della redazione della testata e che non possono quindi essere ascritti alla deputata e, conseguentemente, non possono essere oggetto dell'esame della Giunta e della Camera.
Quanto invece alle parole che la collega Sbai avrebbe pronunziato - salvi comunque gli estremi del diritto di critica, che appaiono sussistere - bisogna rifarsi alla giurisprudenza costante della Corte costituzionale, ormai ampiamente sostenuta e corroborata dai dettami della Corte europea dei diritti dell'uomo.
A partire dalle sentenze della Corte costituzionale nn. 10 e 11 del 2000, 347 e 348 del 2004, 166 del 2007 e fino alle sentenze nn. 81 e 82 del 2011, per considerare coperte dall'insindacabilità parlamentare dichiarazioni rese - come si suoi dire - extra moenia, occorre che queste siano la proiezione esterna di contenuti analoghi di atti parlamentari veri e propri. È in questo che si sostanzia, secondo la giurisprudenza consolidata della Corte costituzionale, il nesso funzionale delle dichiarazioni contestate in giudizio a un membro delle Camere con gli atti di esercizio del mandato parlamentare.
Da parte sua, la Corte europea dei diritti dell'uomo - a partire dalla sentenza Cordova 1 del 2003 fino alla sentenza Cofferati 2 del 2010 - ha stabilito che il diritto ad un equo processo per la vittima e a una efficace tutela giurisdizionale per i propri diritti può trovare limitazione e sacrificio solo se in misura proporzionata a uno scopo legittimo.
Lo scopo legittimo può ben essere l'esigenza di salvaguardare la libertà e la genuinità del dibattito parlamentare ma tale esigenza sussiste soltanto rispetto a prese di posizione e a dichiarazioni che rechino un legame evidente con atti dell'esercizio della funzione parlamentare. Questa giurisprudenza si è formata a Strasburgo ai sensi dell'articolo 6, comma 1, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Si tratta allora di verificare se vi è quel nesso funzionale con il mandato parlamentare tra i contenuti dell'intervista contestata a Souad Sbai e la sua attività propria di deputato.
Da questo punto di vista, la collega Sbai presentò in data 11 giugno 2009, otto giorni prima della comparsa dell'articolo, un'interrogazione a risposta scritta al Presidente del Consiglio e ai Ministri dell'interno e degli esteri, cofirmata dalla deputata Carlucci (la n. 4/03241 - vedi allegato 1).
In quest'atto ispettivo la collega Sbai rimarcava che anche l'imam di Torino Mechnoune dava adito al porsi di inquietanti interrogativi sulla gestione del patrimonio e sulla provenienza dei fondi per le attuali e nuove costruzioni di moschee in Italia. Nello stesso atto ispettivo la deputata, svolte più ampie considerazioni sui modi di finanziamento dell'Ucoii e sulla costruzione di altre moschee, nonché sul ruolo dell'imam Bouchta, faceva espresso riferimento a un rapporto di intelligence trasmesso dall'FBI alla procura della Repubblica di Torino in ordine ai predetti profili.
Questo atto ispettivo, che già investe la tematica e parte dei contenuti dell'intervista successivamente resa, è in realtà soltanto l'inizio di una cospicua catena di atti parlamentari.
Infatti, il 25 giugno 2009 la deputata Sbai prese la parola in Assemblea per sollecitare una risposta alla predetta interrogazione e con l'occasione fece espresso riferimento al Khounati e al fatto che egli fosse il vice di Bouchta e che, altresì, avesse fatto transitare cospicue somme di denaro sul suo conto personale (vedi l'estratto riportato in allegato 2). Successivamente, il 15 luglio del 2009, ella tornò sull'argomento con una nuova interrogazione, anch'essa cofirmata dall'onorevole Carlucci (la n. 5/01638 - vedi allegato 3), questa volta a risposta in Commissione, nella quale esprimeva nuovamente le sue preoccupazioni per l'origine dei finanziamenti alla costruzione delle moschee, compresa quella di Torino, e al ruolo del Khounati. Ecco quindi che veniva ad avverarsi l'annunzio di un nuovo atto ispettivo contenuto nell'intervista.
In seguito, il 23 luglio dello stesso anno, presentò un ulteriore atto ispettivo - pure sottoscritto dall'onorevole Gabriella Carlucci - relativo al rispetto delle norme edilizie urbanistiche nella costruzione delle moschee (interrogazione n. 5/01675 - vedi allegato 4).
Ancora: il 24 settembre 2009 ella tornò a chiedere al Presidente del Consiglio e ai Ministri dell'interno e degli esteri notizie sulla provenienza e gli scopi dei finanziamenti utilizzati dall'Ucoii per la costruzione delle moschee in Italia.
Da ultimo, il 14 ottobre 2009, la collega Sbai produsse un nuovo atto ispettivo, questa volta inerente alla testimonianza dell'imam Mechnoune, attuale imam di Torino, il quale aveva deposto nel processo per la morte della giovane Hina, la quale, come si ricorderà, fu uccisa dai suoi familiari per avere intrapreso una relazione di convivenza con un ragazzo italiano. L'imam escluse al processo che i dettami religiosi dell'islam potessero giustificare quell'assassinio, giacché l'islam moderato è perfettamente compatibile con i costumi occidentali.
Da questa serie di atti ispettivi e in particolare dal primo, che precede l'intervista, sembrerebbe che le circostanze del finanziamento della moschea di Torino siano state oggetto della critica politica di Souad Sbai calata in un atto parlamentare tipico.
È quindi possibile considerare la successiva presa di posizione di Souad Sbai in Assemblea il 25 giugno 2009 come la prosecuzione della sua attività parlamentare incardinata con la prima interrogazione.
È per questo che nel complesso si ritiene ravvisabile il nesso tra le dichiarazioni contestate a Souad Sbai e le sue funzioni parlamentari.
Su queste conclusioni la Giunta ha concordato all'unanimità, come risulta anche dai breve dibattito svoltosi nella seduta del 6 aprile 2011 (vedi l'estratto del resoconto, allegato 5).

Pierluigi CASTAGNETTI,
Presidente della Giunta
per le autorizzazioni e relatore


ALLEGATO 1

Testo dell'interrogazione a risposta scritta 4-03241 - XVI Legislatura

SBAI. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'interno, al Ministro degli affari esteri. - Per sapere - premesso che:
da notizie di stampa, anche da un intervista a Abdellah Mechnoune, imam di Torino, dal titolo «Attenti, l'islam radicale è qui e cresce senza controllo» si sollevano inquietanti interrogativi sulla gestione del patrimonio, sulla provenienza dei fondi per le attuali e le nuove costruzioni di moschee in Italia, sulle inchieste giudiziarie che interessano imam e loro frequentatori assidui. Sono queste le incognite su cui il Ministero dell'interno dovrebbe mirare un intervento per individuare le zone d'ombra dell'islam italiano;
ciò vale, a partire dai finanziamenti alle costruzioni delle moschee, prima fra tutte quella di Colle Val D'Elsa (Siena), che si avvia alla conclusione, senza che gli interessati interpellati, abbiano rivelato i nomi dei finanziatori o fornito qualunque notizia in merito. Secondo Alexandre Del Valle, saggista francese e conoscitore del mondo arabo, sei moschee su dieci, in Italia, sarebbero controllate direttamente o indirettamente dal fondamentalismo islamico. Si legge, infatti, che più del 50 per cento delle moschee italiane è gestito da imam fanatici, legati all'U.C.O.I.I. e ai Fratelli Musulmani», inoltre, spiega lo studioso, «bisognerebbe diffidare anche di iniziative finanziate da stati islamici moderati» parole che alimentano l'insofferenza degli abitanti del quartiere Aurora di Torino, dove la realizzazione di una nuova grande moschea, suscita polemiche e movimenti di opinione della cittadinanza;
altre moschee, sono ferme alla fase di progettazione, come a Bologna, dove l'U.C.O.I.I. non ha fornito i richiesti chiarimenti sui finanziamenti ricevuti;
l'U.C.O.I.I., Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia, nascerebbe, in realtà, con l'intenzione di fornire alla comunità e ai musulmani, attività di orientamento e servizi del tipo: unicità di rappresentanza di fronte alle istituzioni dello Stato; orientamento tecnico legale e amministrativo; organizzazione di attività e mediazioni culturali; convegni, congressi e campeggi; raccolta e distribuzione di informazioni; attività sociali e umanitarie; produzione e distribuzione di materiali stampati e audio-visivi; studio ed elaborazione di programmi e proposte generali nei settori dell'istruzione tradizionale; tecnica e della formazione professionale e così via, che nulla hanno a che vedere con quanto l'Organizzazione sta, nei fatti, dimostrando di fare. Si proclama come unica associazione che rappresenta gli islamici ma in realtà, molte comunità musulmane come la comunità marocchina, non si sentono rappresentati da loro;
le loro attività sono ambigue, i collegamenti sospetti, organizzano eventi e raccolgono fondi che non si sa da dove vengano e dove finiscano. Come cittadina marocchina e parlamentare colpita da querela per aver manifestato il pensiero sul nefasto ruolo degli integralisti, posso affermare che l'U.C.O.I.I. non è così rappresentativa come vorrebbe far credere, strumentalizzando, in realtà, il ruolo conseguito per dare il via all'estremismo integralista ed a cellule fomentatrici di odio, magari mascherate da moderate. Stessa sorte è toccata a diversi giornalisti, querelati dall'U.C.O.I.I. per aver manifestato il loro pensiero, diritto costituzionalmente sancito;
oltretutto, per l'U.C.O.I.I., si è accesa la disputa della «caccia» all'8 per mille di devoluzione del gettito fiscale dei contribuenti, che sarà possibile, però, solo con un accordo con lo Stato italiano ratificato da apposita legge e questo non può e non deve accadere;
in realtà l'U.C.O.I.I. è dedita ad attività, quale la costruzione di moschee, che attingono a risorse finanziarie di non chiara origine, né si sa da chi provengono, né è dato sapere a che scopo sono stanziate;
fra le moschee della U.C.O.I.I., numerose sono quelle i cui dirigenti in qualche modo si ispirano all'ideologia dei Fratelli Musulmani, e per tali legami, l'associazione è stata aspramente contestata. A sua discolpa, l'associazione sostiene che tale legame è limitato alla militanza di alcuni propri dirigenti nei rispettivi paesi d'origine, in periodi ormai remoti nel tempo e che l'U.C.O.I.I., attualmente, fa piuttosto riferimento al Consiglio Europeo della Fatwa e a sapienti, come il Mufti d'Egitto Ali Goma, all'Islam europeo, a Tariq Ramadan, alle elaborazioni delle femministe islamiche, agli scritti degli affiliati italiani e al lavoro giovanile e studentesco. Tutte argomentazioni da verificare;
molto scalpore e numerose critiche, sono state destate da alcune inserzioni su diversi quotidiani italiani (acquistate nell'estate 2006) nei quali l'U.C.O.I.I. paragonò il bombardamento su Gaza alla strage di Marzabotto. A seguito di tale annuncio, i senatori del Pdl Lucio Malan e Giorgio Stracquadanio, hanno sporto denuncia presso la Procura della Repubblica di Roma per istigazione all'odio razziale, avendo l'Associazione messo sullo stesso piano le stragi naziste compiute in Italia, con gli eccidi compiuti dagli israeliani, con proteste delle comunità ebraiche e apertura del fascicolo giudiziale penale, prova del ruolo nefasto di alimentazione di odio e di sentimenti razzisti e antisemiti, frutto della propaganda antisionista che l'U.C.O.I.I. porta avanti da tempo, con ingiusta strumentalizzazione delle vittime, iniziative abbiette dal punto di vista morale, capaci solo di rivelare un pericoloso giustizialismo ideologico;
la costruzione delle moschee in Italia, in questo contesto, potrebbe avere pericolosi risvolti nel tessuto sociale, economico e politico del Paese, senza contare gli aspetti di grave pericolo per l'ordine pubblico, che il nostro Governo sta tutelando con efficacia e fermezza dall'inizio della Legislatura, sino all'ultimo provvedimento, in materia di sicurezza pubblica, appena licenziato dalla Camera ed ora all'altro ramo del Parlamento;
questa attività sta dilagando e attecchendo un po' in tutta l'Italia: a breve sorgerà nelle campagne senesi la predetta moschea di Colle Val d'Elsa, la più grande d'Italia dopo quella di Roma, ma non certo frutto di accordi col Governo marocchino, né fornita come quest'ultima, di tutti i controlli, del rispetto delle regole, diretta da un imam regolarmente accreditato, un teologo che parli italiano e che sia integrato nel nostro tessuto culturale ordinamentale, per far spazio ad un incerto approssimativismo radicale. Tutti conoscono le origini di questa vicenda: approfittando del periodo estivo e della situazione di stasi in cui era caduto il progetto di costruire una grande moschea nella zona di Colle Val d'Elsa, i dirigenti dell'U.C.O.I.I., hanno messo a segno un importante colpo per il controllo dei principali centri islamici del Paese. Si sono assunti l'onere della costruzione e della gestione della moschea colligiana. Si tratta di una querelle per gli abitanti della località «Abbadia» che da anni sono uniti in un comitato contro la moschea. Se prima, infatti, il progetto era nelle mani dell'Imam Feras Jabareen, noto per essere moderato e per avere grosse difficoltà nella realizzazione della moschea e, in particolare, nel reperirne i fondi, adesso la situazione è cambiata. Sono intervenuti direttamente i dirigenti dell'Unione delle Comunità islamiche in Italia, U.C.O.I.I. di Nour Dachan che, sotto l'amministrazione assunta da Ezzedin El Zir, rapidamente hanno reperito nuove risorse economiche, che assicurano il completamento della moschea, ma senza fornire i chiarimenti richiesti dai cittadini. Secondo El Zir, il denaro sarebbe stato ottenuto da una millantata raccolta di fondi «straordinaria» promossa nelle moschee. Essi, stanno dimostrando di avere meno difficoltà a trovare i finanziamenti, senza, però, rivelarne l'origine;
in realtà, questa è la prova tangibile del pericoloso problema dei finanziamenti utilizzati dall'U.C.O.I.I. per la costruzione delle moschee. I suoi dirigenti sono di nuovo scesi in campo dopo un periodo di stand-by durato più di un anno, in attesa della sentenza di archiviazione con la quale il Gup di Roma ha evitato a Dachan di andare a processo per istigazione all'odio razziale in seguito alla pubblicazione di un manifesto anti israeliano, di cui alle presenti premesse;
la dirigenza U.C.O.I.I. ha ripreso a lavorare, puntando direttamente sulla moschea di Colle Val d'Elsa. Ad occuparsene direttamente è il portavoce dell'Unione, l'Imam fiorentino Ezzedin el-Zir, di origine palestinese, che è infatti, subentrato nella gestione del progetto e nella guida della comunità colligiana al suo connazionale Feras Jabareen. Quest'ultimo si è reso protagonista di una strana vicenda. In un momento di crisi finanziaria, che vedeva il cantiere della moschea fermo per mancanza di fondi, ha deciso di lasciare l'Italia e rientrare in Israele. Ufficialmente, spiega El-Zir, «è dovuto rientrare in patria per motivi familiari». Fatto sta che ha dovuto lasciare la mano e, anche per questo motivo, il cantiere della moschea, è stato fermo per otto mesi. El-Zir aveva annunciato di aver già incontrato il sindaco di Colle e che la ripresa dei lavori era stato argomento al centro di incontri con l'amministrazione comunale. Il progetto prevede la realizzazione di un minareto di 8.30 metri, di una cupola alta 6, su 3.200 metri quadrati di terreno. Sui lavori pendono anche ricorsi, esposti e un'inchiesta della magistratura di Siena. Per quanto riguarda i finanziamenti, e le annunciate nuove risorse economiche, grazie a una raccolta straordinaria di fondi nelle altre moschee italiane, non si parla di quali moschee si tratti e di chi si sia esposto per questo ma non è difficile immaginare che si tratti dei centri islamici che fanno parte della rete dell'U.C.O.I.I.;
ma questo non basta, il problema dei finanziamenti illeciti è diffuso in gran parte del territorio nazionale, e non da oggi. I servizi indagano da anni anche nelle Marche, dove le campagne di «autofinanziamento» sono purtroppo, una politica assai diffusa. A Porto Recanati, uno dei luoghi dove è attuata con più frequenza, è molto radicato il movimento pakistano Tabligh Eddawa, ma non è possibile dimostrare in che misura l'influenza religiosa possa degenerare in proselitismo politico, magari sulla base di finanziamenti dall'estero: ad esempio, un rapporto di intelligence trasmesso tempo fa alla procura di Torino, frutto della cooperazione tra nuclei antiterroristici italiani e FBI, aveva segnalato l'imam Bouriqui Bouchta - poi espulso - per i collegamenti col movimento palestinese Hamas, per aver organizzato una raccolta fondi per la guerriglia nei territori, indicato come animatore di un centro di radicalismo nella moschea di via Cottolengo: associazione rappresentativa di un nodo logistico e finanziario dove si raccoglievano fondi e si reclutavano volontari per il fronte ceceno. Bouriqui Bouchta risultava avere contatti anche a Milano, nella moschea di viale Jenner, già oggetto di indagini e di arresti. È stata sgominata una cellula Jihadista che operava in Lombardia (e, anche in data recente, a Milano è stata realizzata un'analoga operazione) radicata sul territorio, come ruolo di collettore islamico internazionale e base operativa pronta ad agire, con possibili attentati nel nostro Paese;
non a caso, il più recente rapporto del Dipartimento Informazioni e Sicurezza della presidenza del Consiglio (Dis), parla della Lombardia come di una delle principali «piazze del radicalismo», insieme con l'hinterland partenopeo. Infatti, la più grande moschea della Campania si è trovata per la quarta volta, dal 2005, al centro di un'indagine giudiziaria. Il centro islamico di San Marcellino, nel Casertano, è stato oggetto di un intervento da parte della Procura della Repubblica, per disarticolare una rete di supporto logistico per immigrati clandestini. Per gli inquirenti, la moschea offriva agli immigrati ospitalità, assistenza economica e documenti contraffatti per rimanere in Italia e spostarsi in area Schengen (Abolizione dei controlli sistematici delle persone alle frontiere interne dello spazio Schengen). Pur se si può definire Schengen come una cooperazione rafforzata all'interno dell'Unione europea;
l'assenza di un drastico intervento istituzionale volto a scoraggiare tale fenomeno, sta portando alla diffusione di uno stato di illegalità in cui le organizzazioni islamiche, di matrice fondamentalista, possono operare in piena libertà. Non dimentichiamo, che il terrorismo internazionale Jihadista ha duramente provato l'Europa con i sanguinari attentati di Madrid dell'11 marzo 2004 e di Londra del 7 luglio 2005. Occorre attivarsi, per scongiurare l'ulteriore proliferare di iniziative che potrebbero portare ad ulteriori atti terroristici di matrice islamica;
l'operazione predetta ha riguardato anche le province di Venezia, Padova, Brescia, Firenze, Como, Cuneo e Trento. Secondo il Dis, infatti, il panorama integralista italiano è molto «fluido», con circuiti estremisti raccolti attorno a «referenti carismatici in grado di influenzare i più giovani». Tra i rischi c'è anche quello di incontrare i cosiddetti «lone terrorist», i cosiddetti jihadisti dell'ultimora, cioè soggetti che agiscono al di fuori di qualsiasi vincolo associativo, seguendo indicazioni tecnico-operative in cui Internet resta una fonte di prima grandezza, cosa che è gia avvenuta nel 2007 a Ponte Felcino (Perugia);
tutto ciò, non può far tacere gravi rischi per la sicurezza, l'incolumità e l'ordinamento pubblici, al di là dei principi costituzionali sulla parità e libertà di culto che il nostro Paese ha dimostrato di rispettare, ora è necessario agire per fare chiarezza e sradicare queste pericolose infiltrazioni, questi, probabilmente illeciti, finanziamenti e cellule eversive annidate nei centri islamici e moschee illegali, in mano ad estremisti, senza controlli adeguati, nonché sulla reale attività in Italia dell'U.C.O.I.I., braccio operativo dei Fratelli Musulmani, anche attraverso la costituzione di un'apposita Commissione parlamentare d'inchiesta, che sia dotata di poteri d'indagine e di iniziativa in sede giudiziaria;
ciò, anche in relazione alle denunce dell'U.C.O.I.I. contro giornalisti, visto che la libertà di stampa, costituzionalmente sancita, è una delle garanzie che un governo democratico, assieme agli organi di informazione (giornali, radio, televisioni, provider internet) dovrebbe garantire ai cittadini ed alle loro associazioni, per assicurare l'esistenza di una stampa libera, con una serie di diritti estesi principalmente ai membri delle agenzie di giornalismo, ed alle loro pubblicazioni;
tutto questo, è un ennesimo anello delle gravi incongruenze della mancanza di adeguato dialogo dell'islam con il nostro Paese. Proliferano moschee dai dubbi finanziamenti (commerci illeciti, riciclaggio di denaro, sfruttamento dell'immigrazione e della prostituzione eccetera), moschee di enormi dimensioni, oscuro presagio di una costosissima rete di associazioni islamiche in Italia, con il sostegno e la solidarietà delle moschee stesse, quando mancano, proprio sotto il profilo dei finanziamenti, centri culturali, associazioni a tutela delle donne islamiche immigrate vittime dell'analfabetismo e delle violenze più aberranti, pur vivendo in un paese evoluto come il nostro, dove riescono ad infiltrarsi la poligamia, il condizionamento dei principi religiosi e della legge islamica radicata nei Paesi di origine, la violazione delle libertà fondamentali umane e la disparità tra i sessi -:
quali iniziative, nell'ambito della efficace azione intrapresa con diversi interventi messi a segno per la sicurezza pubblica ed in relazione alla recente costruzione dalla Moschea in Colle Val d'Elsa, intenda intraprendere il Governo per chiarire la provenienza e gli scopi dei finanziamenti utilizzati dall'U.C.O.I.I. per la costruzione delle moschee in Italia, la reale attività dell'Unione, anche in ambito di collegamenti con l'ala integralista, per evitare e sradicare i fenomeni eversivi contro l'Ordine pubblico Nazionale o di natura terroristica, già perpetrati e di cui alle premesse ed a tutela di questo e dell'incolumità pubblica, con controlli nelle competenti sedi. (4-03241)


ALLEGATO 2

Estratto dal resoconto stenografico della seduta dell'Assemblea della Camera dei deputati del 25 giugno 2009 - XVI Legislatura

SOUAD SBAI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SOUAD SBAI. Signor Presidente, voglio richiamare la vostra attenzione sulla delicata questione del presunto finanziamento per la costruzione della moschea di Torino.
Recentemente il sindaco di Torino, Chiamparino, ha dichiarato pubblicamente che una somma di 2 milioni di euro è stata stanziata dalle autorità marocchine per il progetto della costruzione di una moschea, ma qualche giorno fa, un importante quotidiano nazionale marocchino, Assabah, uno dei più importanti, ha smentito nettamente il coinvolgimento delle autorità marocchine e ha messo anche in dubbio questo flusso di denaro. Anzi, ha reso noto che vi è un'indagine in atto avviata dalla direzione generale per gli studi e la documentazione dell'intelligence marocchina all'estero.
Questi soldi sarebbero stati versati sul conto personale di un'associazione, l'UMI, il cui presidente si chiama Khounati.
La cronaca di questi ultimi anni ci ha già mostrato quale pericolo possono rappresentare questi «imam fai da te»; egli è stato il viceimam di quell'imam Bouchta che è stato espulso dall'Italia. Ciò dimostra quale pericolo possano rappresentare questi «imam fai da te» in termini di sicurezza nazionale e internazionale e non possiamo permettere che venga lasciato loro libero gioco.
Il sindaco Chiamparino spero che abbia detto il vero, ma qui c'è una smentita da parte di un giornale più importante del Governo e anche il Governo non ci dà risposte ormai da dieci giorni. Noi chiediamo da dove vengono questi soldi, questi 2 milioni di euro, quanti ne sono stati stanziati, quanti ne sono stati dati ad un'associazione e non al Governo italiano. Siamo preoccupati di tale questione, che mette tutti in uno stato di forte apprensione.
Chiedo al Ministro degli affari esteri e al Ministro Maroni di intervenire, di darci una risposta, di indagare e di istituire una piccola commissione di indagine che ci dia delle risposte chiare su questa costruzione. Non siamo contro la moschea, ci mancherebbe altro. La moschea è un posto dove un fedele e una persona pregano tranquillamente. Non è la moschea che mi preoccupa, ma chi la mantiene, da chi arrivano i finanziamenti e se questi ultimi possono andare in altre parti.
Quindi, chiedo veramente che venga risposto con urgenza per sapere solo la verità. Noi non denunciamo nessuno e ciò non rappresenta una denuncia verso qualcuno, ma voglio sapere quali sono le associazioni che hanno ricevuto 2 milioni di euro, che non sono pochi. Sono 2 milioni di euro e qualcuno dice che la metà è già stata spesa. Ma dove? Nei convegni, negli incontri, nel finanziare altri piccoli gruppi che possono lavorare in modo incontrollato?
Sono preoccupata in quanto onorevole e da marocchina, perché mi occupo da anni di questi problemi e di controllare questa situazione. Questo signor Khounati dice di aver ricevuto questi soldi dal Governo, ma il Governo smentisce. Allora, la mia domanda (che è solo una piccola domanda) è da chi li ha ricevuti e se è possibile che l'inchiesta fornisca tutta la documentazione. Poi, se tutto è in regola, si può costruire la moschea tranquillamente.

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Sbai. La materia del suo intervento è da atto di sindacato ispettivo. Abbiamo, infatti, verificato che lei ha già depositato un'interrogazione in proposito. La Presidenza si farà cura di sollecitare il Governo perché venga a rispondere ai suoi interrogativi.


ALLEGATO 3

Testo dell'interrogazione a risposta in Commissione 5-01638 - XVI Legislatura

SBAI. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'interno, al Ministro degli affari esteri. - Per sapere - premesso che:
l'interrogante ha già presentato interrogazione a risposta scritta alla Presidenza del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'interno ed al Ministro degli affari esteri n. 4/03241 seduta d'annuncio 11 giugno 2009, in corso, per sapere dal Governo quali iniziative, nell'ambito della efficace azione intrapresa con diversi interventi messi a segno per la sicurezza pubblica ed in relazione alla recente costruzione moschea in Colle Val d'Elsa, intenda intraprendere per chiarire la provenienza e gli scopi dei finanziamenti utilizzati dall'UCOII per la costruzione delle moschee in Italia, la reale attività dell'Unione, anche in ambito di collegamenti con l'ala integralista, per evitare e sradicare i fenomeni eversivi contro l'ordine pubblico nazionale o di natura terroristica, già perpetrati o potenzialmente perpetrabili (come da operazioni delle Forze dell'ordine a: Milano, Torino, province di Venezia, Padova, Brescia, Firenze, Como, Cuneo e Trento) ed a tutela di questo, con controlli nelle competenti sedi, ciò anche in relazione alle denunce dell'UCOII contro giornalisti violando il diritto alla libertà di stampa; nel frattempo, si sono susseguiti interventi delle Forze dell'Ordine per sventare attentati a Milano, Bologna, con arresti in varie parti d'Italia (custodia cautelare per sospetta organizzazione di attentati terroristici);
questo è segno della saldatura tra organizzazioni islamiche eversive e Al Qaida (come il gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, poi confluito nel 2006 in quello di Al Qaeda nel Maghreb Islamico - AQIM -), che secondo gli inquirenti, avrebbe portato a progettare atti terroristici in Europa attraverso l'impiego di jihadisti itineranti, nel mirino erano la chiesa di S. Petronio a Bologna e la metropolitana di Milano, l'ambasciata americana a Rabat ed altri obiettivi in Francia, Danimarca e Spagna);

nella seduta n. 193 di giovedì 25 giugno 2009 l'interrogante è intervenuta a titolo personale, in relazione alle notizie che riguardano la nuova moschea di Torino ed il presunto finanziamento di due milioni di euro stanziati dalle autorità marocchine, smentito dal quotidiano marocchino Assabah ed in merito al quale l'intelligence ha già avviato un'inchiesta sulla somma di danaro, che sarebbe stata versata sul conto di una certa associazione UMI (Unione Musulmani in Italia), il cui Presidente Khounati ha minacciato azioni legali nei confronti dell'interrogante, millantando che l'operazione sarebbe stata effettuata in piena trasparenza;

è quanto mai eclatante, l'asserzione che il Marocco avrebbe inviato questi fondi per poi versarli a Abdel Asiz Khounati - UMI (che fa parte di un partito politico marocchino denominato «Giustizia e Sviluppo») e non alla comunità marocchina;

occorre fare chiarezza, per tutelare la pubblica sicurezza e la comunità marocchina in Italia, che ha tutti i diritti di espressione di culto, con la costruzione di una moschea per le vie lecite, anche in considerazione della parte dell'Islam moderato, e non di assistere a traffici di valuta di dubbia provenienza e destinazione, per mano di atti arbitrari degli imam, come sorta di avamposto di islam talebano;

la cronaca di questi ultimi anni, ci ha già mostrato quale pericolo possono rappresentare questi «imam fai da te»; il Presidente Khounati è stato il vice-imam di quell'imam Bouchta che è stato espulso dall'Italia. Ciò dimostra quale pericolo possano rappresentare questi «imani fai da te» in termini di sicurezza nazionale e internazionale e non possiamo permettere che venga lasciato loro libero gioco;
è essenziale conoscere da dove vengono i 2 milioni di euro, quanti ne siano stati stanziati, e in particolare quanti ne siano stati dati ad un'associazione e non al Governo italiano;
parrebbe infine peraltro che la metà dei due milioni di euro assegnati sia già stata spesa ma non è noto in che modo;
l'interrogante non è ovviamente contraria alla moschea, la moschea è un posto dove un fedele e una persona pregano tranquillamente ma è estremamente preoccupata in ragione di tutti gli elementi sopra riportati e ricordati nell'intervento reso in Aula il 25 giugno 2009 -:
quali urgenti iniziative intenda intraprendere il Governo per chiarire quale sia l'importo effettivo, la provenienza ed il reale utilizzo dei finanziamenti relativi alla costruzione della nuova moschea in Torino e se sia noto il ruolo effettivo dell'UMI e di Abdel Asiz Khounati ciò al fine di garantire la trasparenza del flusso di danaro stanziato dalle autorità marocchine e per tutelare i diritti della comunità marocchina in Italia, ciò anche in chiave antiterroristica per la tutela dell'ordine pubblico e della incolumità nazionale.(5-01638)


ALLEGATO 4

Testo dell'interrogazione a risposta in Commissione 5-01675 - XVI Legislatura

SBAI. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'interno, - Per sapere - premesso che:
nella nostra società, permeata dal multiculturalismo, l'integrazione razziale è oramai un elemento acquisito; pertanto l'articolo 19 della Costituzione sulla libertà di professare liberamente la propria fede religiosa, in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda, e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, è quanto mai parte di detta realtà;
tuttavia, parimenti vincolante è l'articolo 8 della costituzione, sulla libertà religiosa davanti alla legge delle varie confessioni e, al secondo comma, sul diritto di tali confessioni di organizzarsi secondo propri statuti purché lecitamente e, quindi, non in contrasto con il nostro ordinamento giuridico, fino al terzo comma che vincola i loro rapporti con lo Stato per legge e sulla base di intese con le relative rappresentanze;
in particolare, si considerano i rapporti con la fede islamica. Migliaia sono i casi dai quali emerge sempre la prevalenza della legge coranica rispetto alle norme del Paese ospitante. Occorre per questo, definire un doppio binario tra le disposizioni e le conseguenze previste dall'articolo 8 della Costituzione di cui sopra e le necessarie norme che regolano l'attività di tutte quelle associazioni che, non sottoscrivendo intese con lo Stato italiano, devono rientrare in un sistema di disposizioni normative che definiscano in maniera precisa le loro attività sul nostro territorio;
se nel nostro Paese partendo dalla definizione «libera Chiesa in libero Stato» si è costruito un sistema giuridico di rispetto e di complementarità tra la sfera civile e la sfera religiosa, ciò non appare altrettanto valido per altre confessioni religiose. La visione politica, religiosa e culturale è indistinta nella cultura musulmana: infatti la conduzione di una comunità, da parte degli imam, non separa le responsabilità amministrative e politiche da quelle religiose e culturali;
per l'Islam «l'adunata» è la massima espressione di fede e il capo della comunità che fa riferimento a una moschea rappresenta quello che per noi è il vescovo, il sindaco o una qualsiasi autorità costituita. Un tutt'uno che nella nostra tradizione culturale, giuridica e sociale non si rispecchia con la realtà, appartiene a un passato superato con un percorso unico nella storia culturale del mondo che è alla base del patrimonio dell'Occidente;
per regolamentare le attività pertinenti alle pratiche religiose delle comunità musulmane, in maniera conforme al nostro ordinamento è necessario porre l'attenzione su alcuni punti importanti. La regolamentazione di luoghi che hanno, a volte, poco a che fare con le funzioni religiose, così come concepite dalla cultura occidentale. Questa considerazione non può essere trascurata: il fatto stesso che all'interno di numerose moschee in Italia siano stati segnalati pericolosi terroristi internazionali legati ad Al Qaeda, non può più fare ritardare decisioni e interventi che coinvolgano anche la sicurezza stessa dei cittadini;
tutto questo, non fa altro che alimentare il sospetto che alcune moschee siano anche un luogo «militare» e le cronache quotidiane sono testimoni di fatti allarmanti. Ciò comporta l'approvazione di norme che regolino la presenza e l'attività sul nostro territorio di comunità, appartenenti all'ala estremista, sempre più consistenti;
è evidente la necessità di definire regole pratiche, che sfuggono spesso alla pianificazione statale centrale dettata dalla ripartizione di competenze legislative costituzionalmente sancite, investendo anche competenze regionali;
tutto quanto posto, occorre perciò regolare la materia, in considerazione del fatto che proprio per la libertà di culto, i cittadini italiani sono liberi di abbracciare confessioni religiose diverse dalla cattolica, ma non per questo devono subire nei luoghi di culto o nelle moschee islamiche sermoni degli imam che spesso incitano all'odio razziale ed etnico e all'anticristianesimo con argomenti sovversivi e altamente pericolosi per l'ordine pubblico, per cui l'uso della lingua italiana nelle moschee e luoghi di culto di fede islamica, in Italia, potrebbe contribuire a scongiurare tali pericoli;
c'è da valutare anche il non trascurabile aspetto della messa in sicurezza degli edifici. La costruzione di nuovi edifici destinati a funzioni di culto e le ristrutturazioni di quelli esistenti sono ammesse, ai sensi della normativa vigente in materia, se vengono proposte da confessioni o da associazioni religiose che hanno sottoscritto l'intesa con lo Stato italiano (articolo 8 della Costituzione). Occorre regolare i casi in cui non siano state sottoscritte le intese, magari demandando alle Regioni la potestà di autorizzare la realizzazione di nuovi edifici o la ristrutturazione, destinati a funzioni di culto per le confessioni che ne fanno richiesta tramite un'apposita domanda corredata del progetto edilizio e del piano economico-finanziario, con l'elenco degli eventuali finanziatori italiani o esteri, per appurare con trasparenza le fonti di finanziamento. Ciò, consentirebbe alle regioni un piano di insediamento degli edifici dedicati ai culti ammessi, che, oltre a garantire l'armonioso sviluppo edilizio nel rispetto delle tipologie edilizie tipiche del territorio interessato, terrebbe conto del reale numero di immigrati regolari legalmente residenti sul proprio territorio;
ovviamente, ciò comporterebbe un elenco di prescrizioni di natura urbanistico-edilizia alle quali le regioni dovrebbero attenersi modificando le proprie norme, per evitare che gli oneri di urbanizzazione secondaria vadano a finanziare opere che non rientrano nel principio di ripartizione previsto per gli edifici destinati ad uso religioso, come concepito originariamente dalle norme urbanistiche;
in pratica, occorrerebbe adeguarsi ad alcuni Paesi che, per tradizione culturale, definiscono parametri rigidi relativamente all'insediamento di edifici religiosi. Per le competenze statali costituzionalmente riservate in materia di rapporti con le confessioni religiose, occorrerebbe intervenire sancendo princìpi in esplicito riconoscimento della democraticità e laicità dello Stato italiano, con il divieto di ogni pratica e attività sovversiva e collegata o collegabile alla dottrina dell'occultismo e dell'odio razzista e religioso; con il rispetto della vita e della salute e della personalità spirituale e intellettuale dell'uomo in tutte le sue forme; col divieto dell'uso di lingue diverse da quella italiana in tutte le attività pubbliche e legate all'esercizio del culto islamico, il tutto per la tutela dell'incolumità pubblica (anche sotto il profilo della sicurezza, garantendo negli edifici l'assicurazione, le norme antincendio eccetera) -:
quali iniziative intenda intraprendere il Governo in relazione alle problematiche rappresentate in premessa, in particolare se non intenda verificare che le confessioni religiose che hanno sottoscritto accordi di riconoscimento con lo Stato italiano tengano una condotta conforme a quanto previsto dall'intesa e, in caso contrario, se non intenda assumere iniziative volte alla revoca alla citata intesa;
quali iniziative il Governo intenda assumere, in via generale, per scongiurare condotte che si pongano in contrasto con le leggi dello Stato o che mettano a repentaglio la sicurezza nazionale.(5-01675)


ALLEGATO 5

Estratto dal resoconto della seduta della Giunta per le autorizzazioni del 6 aprile 2011

Pierluigi CASTAGNETTI, presidente e relatore, riferisce sinteticamente sulla domanda in titolo, ritenendo la decisione sulla questione particolarmente agevole e rapida e dunque possibile anche in questa seduta. Considerato infatti che le dichiarazioni oggetto del giudizio abbiano un contenuto analogo a quello di atti di sindacato ispettivo svolti sia prima sia dopo le dichiarazioni medesime, propone che la Giunta deliberi per l'insindacabilità.

Marilena SAMPERI (PD) concorda con la proposta del Presidente, data la sussistenza del nesso tra le dichiarazioni contestate in giudizio e le funzioni parlamentari svolte.

La Giunta all'unanimità approva la proposta del Presidente e relatore e gli conferisce il mandato a predisporre il documento per l'Assemblea.


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