Onorevoli Colleghi! - 1. Espongo le mie ragioni - risultate in minoranza nella seduta della Giunta del 25 novembre 2009 - sulla domanda di autorizzazione a eseguire nei confronti del deputato Nicola COSENTINO la misura cautelare della custodia in carcere, avanzata dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Napoli, ai sensi dell'articolo 68, secondo comma, della Costituzione e 4 e 5 della legge n. 140 del 2003, nell'ambito del procedimento penale n. 36856/01 RGNR.
Premessa. Ho sempre sostenuto - ed a tale regola mi sono sempre attenuto, rientrando essa nei principi giuridici ed etici del mio partito - che le Camere, nell'applicare l'articolo 68 della Costituzione nelle sue varie previsioni, devono evitare di sostituirsi alla magistratura nel ruolo tipico che a questo potere dello Stato compete, cioè dicere jus, che significa accertare i fatti, dare loro una qualificazione giuridica e valutarne l'attribuibilità a una o più persone.
Troppo spesso, invece, accade che il Parlamento si autodifenda e che i parlamentari coprano i propri colleghi ritenendo generalmente sussistente l'insindacabilità (anche quando si tratta di ipotesi delittuose al di fuori delle «opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni», soprattutto nei casi di comportamenti extra moenia consistenti in condotte che non sarebbero consentite in atti tipici della funzione parlamentare). Come troppo spesso il Parlamento non concede l'autorizzazione alle intercettazioni telefoniche o all'utilizzo di quelle già intervenute. Così come, infine, da oltre vent'anni non autorizza l'esecuzione di una misura cautelare. E così si comprende come il Parlamento sia sistematicamente soccombente nei confronti della magistratura dinanzi alla Corte costituzionale in sede di conflitto di attribuzione.
Orbene, come ho ricordato nelle riunioni della Giunta, nel caso in esame il Parlamento non deve rendere una sentenza né di condanna né di assoluzione, dovendosi limitare a verificare se ricorrono i due elementi, uno positivo e l'altro negativo, costituiti il primo dalla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza (cui, trattandosi di imputazione ex articolo 416-bis del codice penale, consegue obbligatoriamente la misura della custodia cautelare ai sensi dell'articolo 275 del codice di procedura penale), il secondo dalla mancanza del fumus persecutionis. Accertato ciò, la Camera non può esimersi dall'autorizzare l'esecuzione della misura cautelare, giacché in caso contrario, in primo luogo, eserciterebbe indebitamente un potere che la Costituzione affida alla giurisdizione; in secondo luogo, dicendo di voler evitare la prevaricazione del potere giudiziario su quello legislativo, farebbe esattamente il contrario, cioè farebbe prevalere la politica sulla giurisdizione, alimentando nei cittadini la convinzione che la cosiddetta «casta» sia unicamente protesa a trasformare l'immunità in impunità, la prerogativa in privilegio: e la politica, che già gode di un basso prestigio presso i cittadini, finisce per perderlo quasi del tutto nel momento in cui salva tutti i parlamentari dai giudizi conseguenti alla violazione di regole.
Questa posizione viene dispregiativamente definita «giustizialismo» mentre in realtà è solo applicazione del principio per cui la legge è uguale per tutti. E se il parlamentare vuole essere più uguale degli altri lo può ottenere solo non sfuggendo al giudizio cui ogni cittadino sarebbe sottoposto.
La misura cautelare di cui qui si discute si inserisce nel quadro di una vasta e complessa inchiesta della procura della Repubblica di Napoli sulle attività della camorra in varie zone dell'entroterra campano, a nord di Napoli.
L'inchiesta prende in considerazione un ampio arco temporale e molte decine di soggetti. A carico del deputato Cosentino si ipotizza il concorso esterno nell'associazione mafiosa, in relazione al sodalizio di tipo camorristico operante in quel territorio.
Il concorso si sarebbe concretizzato (e proseguirebbe ancor oggi) nel contributo causale dato dal Cosentino al disegno di affermazione ed espansione dei clan di Casal di Principe, al parallelo sviluppo imprenditoriale e alla progressiva affermazione di una società (la ECO4 SpA) caratterizzata dalla presenza di soci malavitosi e dalla conduzione con metodi mafiosi.
Il deputato avrebbe di fatto ottenuto sempre l'appoggio delle famiglie camorristiche e in cambio avrebbe offerto loro un apporto politico, di gestione del consenso e di attività amministrativa, tanto da consentirne l'espansione in termini di influenza e profitto.
Il settore privilegiato di questa intesa criminale sarebbe stato il ciclo dei rifiuti nella provincia di Caserta e il mezzo giuridico-formale che il Cosentino avrebbe prescelto è la predetta società per azioni ECO4. Inoltre, avrebbe costituito mezzo di affermazione imprenditoriale anche il consorzio CE4, tra i cui soci sarebbero stati presenti persone collegate e referenti delle famiglie casalesi, in particolare Giuseppe Valente e i fratelli Michele e Sergio Orsi, quali soci di fatto della ECO4.
Nell'ipotesi accusatoria, quindi, Cosentino e i suoi sodali non si sarebbero limitati a operare quali soggetti economici nel campo dei rifiuti, ma avrebbero anche influito direttamente sulle scelte amministrative nell'ambito della gestione dei rifiuti, settore di vitale importanza per il controllo del territorio casertano. Tale controllo evidentemente si giovava anche dell'influenza crescente sulle scelte amministrative del commissario straordinario alla gestione del ciclo dei rifiuti nella regione Campania.
L'inchiesta napoletana si inserisce in un quadro socio-economico e politico assai degradato, dove impera la camorra. I clan non sono allegre confraternite di ragazzi vivaci: hanno sterminato migliaia di persone, poliziotti, carabinieri, donne, giornalisti, uomini di Chiesa, imprenditori onesti e cittadini indifesi. Purtroppo l'opinione pubblica è dovuta divenire familiare con molti soprannomi, come Cicciotto 'e mezzanotte e Sandokan.
È in questo quadro che si situano i fatti dell'inchiesta. Essa ha appurato che l'ingresso della ECO4 nel consorzio CE4, nel 2000, avvenne attraverso una procedura competitiva, per la scelta del partner privato, illecita e in danno della concorrente Ecocampania, facente capo ai fratelli Ferraro.
Successivamente, si è avuta la progressiva imposizione delle esigenze dei clan casalesi all'attenzione della gestione commissariale dei rifiuti in Campania attraverso l'opposizione e l'interdizione rispetto ai progetti di creazione di un ordinato ciclo industriale dei rifiuti da costoro promossi. In particolare, a tale riguardo, il Cosentino si sarebbe opposto a un impianto di termovalorizzazione in località Santa Maria la Fossa e invece avrebbe caldeggiato l'apertura di una discarica in località Lo Uttaro.
Da ultimo, il gruppo che fa capo al deputato Cosentino si sarebbe affermato al punto di contestare l'esclusiva aggiudicata alla Fisiaimpianti attraverso l'ottenimento di provvedimenti amministrativi in favore delle strutture imprenditoriali riconducibili alle famiglie casalesi (principalmente la Impregeco).
In questo quadro viene attribuita al Cosentino la costante e determinata politica di assunzioni e raccomandazioni nell'ambito della sua funzione di referente politico della zona, in attuazione della quale avrebbe indicato presidenti, direttori generali e impiegati delle varie società operanti nel settore dei rifiuti e riconducibili alle famiglie casalesi. Tra costoro, ruolo di spicco avrebbe avuto Giuseppe Valente, molte volte intercettato e condannato per fatti di mafia con sentenza del GIP di Napoli (a seguito di giudizio abbreviato) a otto anni (poi ridotti a 5 anni e 4 mesi a motivo del rito prescelto).
E allora:
nell'inchiesta si imputa al deputato Cosentino di conoscere Giuseppe Valente e di averlo voluto a capo delle strutture imprenditoriali che dovevano occuparsi dei rifiuti in modo illecito. Ed egli, nella seduta della Giunta del 18 novembre 2009, lo ha confermato;
nell'inchiesta gli si imputa di conoscere Bernardo Cirillo. Ed egli lo ha confermato;
nell'inchiesta gli si imputa di essere espressione di una realtà in cui l'illiceità amministrativa è la regola quotidiana della gestione: ed egli ha sostenuto che tutti i consorzi di gestione dei rifiuti facevano come faceva il consorzio CE4. Non ha quindi smentito l'ipotesi accusatoria;
nell'inchiesta gli si imputa di aver concorso a violare tutte le regole del libero mercato e della concorrenza. Egli ha risposto che una legge regionale del 1993 non prevedeva gare d'appalto. Ma tale asserzione si è rivelata priva di fondamento. Non ha quindi smentito l'ipotesi accusatoria;
nell'inchiesta gli si imputa di aver fruito nel tempo dell'appoggio elettorale degli affiliati alle varie famiglie camorristiche. Egli ha risposto che l'appoggio elettorale di Forza Italia non gli ha fruttato voti maggiori di quelli che aveva per suo personale prestigio a Casal di Principe. Dal 2001 infatti egli viene eletto in una circoscrizione elettorale che ricomprende Casal di Principe. Egli non smentisce quindi l'ipotesi accusatoria.
L'istruttoria condotta, a parere di chi scrive, porta a ritenere che il caso che ci occupa concerne un micidiale intreccio tra politica e affari in cui è coinvolta la camorra ed in cui non solo correvano denari, raccomandazioni, pesanti imposizioni, posti di potere, dominio ferreo sull'economia dei rifiuti, tradimenti tra clan rivali, lotta spietata per il controllo del territorio e degli interessi di rilievo economici, funzionali al potere anche elettorale, ma scorreva anche sangue, quello relativo ad almeno due omicidi: quello di Umberto Bidognetti, padre del pentito Domenico, e quello di Michele Orsi, ucciso il 1o giugno 2008.
Tutto il contesto, quindi, era di tale enorme gravità e pesantezza da comportare anche l'eliminazione fisica di avversari, pentiti e oppositori.
Interpellato presso la Giunta se conoscesse la vedova di Michele Orsi, Miranda Diana, il sottosegretario Cosentino ha risposto di no. Risposta davvero poco credibile per una persona che si vanta di conoscere Casal di Principe palmo a palmo.
Interpellato presso la Giunta se si spiegasse in qualche modo l'uccisione di Michele Orsi, ha risposto che forse questi non pagava il «pizzo». Risposta davvero curiosa, se riferita a una persona che utilizzava - essa - metodi corruttivi e illeciti nella conduzione delle sue imprese, che aveva escluso in modo illecito dal mercato dei rifiuti la Ecocampania e che forse ha subito estorsioni solo fuori dell'area di riferimento (Sessa Aurunca e Mondragone) a opera di altri clan e nell'ambito dei tumultuosi rapporti tra cosche della provincia di Caserta.
La difesa del Cosentino (in sostanza, così fan tutti, e cioè: è normale che uomini politici mantengano il controllo delle società e delle strutture di potere, lo faceva anche Bassolino!) lascia margini inquietanti per domandarsi chi governasse le strutture di controllo del contesto e a chi fosse da attribuire la responsabilità o il permesso per quanto accadeva, omicidi e faide compresi.
Tutti questi dati di contesto - non smentiti - fanno dunque da cornice per due assassinii. Posto che la camorra non uccide invano e non elimina i mitomani, vuol dire che Domenico Bidognetti e Michele Orsi dicevano il vero: c'hanno rimesso il padre l'uno, e la vita stessa l'altro. Perché?
D'altra parte, numerosi pentiti rendono dichiarazioni accusatorie confortate da riscontri. Ad esempio, al principale pentito, Gaetano Vassallo, diventare collaboratore di giustizia è costato la perdita di un enorme patrimonio (48 appartamenti, garages o box, immobili vari ed una consistente somma di danaro): perché avrebbe detto il falso, danneggiando se stesso?
In definitiva, l'onorevole Cosentino non ha detto alcunché di sufficiente ad allontanare da sé i sospetti di essere legato a doppio filo ad un ambito criminale.
Le considerazioni finora svolte non costituiscono un'affermazione di condanna ma servono semplicemente - in coerenza con le affermazioni di principio rese in premessa - per colorare ad abundantiam un quadro consistente di gravi indizi di colpevolezza che corroborano gli elementi per l'emissione obbligatoria della misura cautelare, senza che emergano affatto aspetti che facciano ritenere la misura cautelare non necessaria. È anche poco persuasiva la citazione dei precedenti di concessione dell'autorizzazione solo per reati di sangue, giacché - come si è detto - anche qui il contesto è assai pesante.
Peraltro, manca del tutto il fumus persecutionis. L'inchiesta non è connotata da parzialità politica, avendo la magistratura napoletana generalmente esercitato l'azione penale senza guardare alle appartenenze politiche: infatti, era sotto indagine il consigliere comunale del PD Nugnes, suicidatosi per fatti connessi alle proteste contro le discariche; ed il leader del PD, Antonio Bassolino, è stato addirittura rinviato a giudizio due volte. Né la distanza temporale tra la richiesta di custodia cautelare e l'ordinanza è sintomatica di una qualche volontà persecutoria apparendo, invece, frutto dello scrupolo nell'esame della voluminosa documentazione e del tempo occorrente per la stesura dell'argomentata ordinanza.
Sia consentito, poiché ne abbiamo stima, svolgere qualche considerazione critica nei confronti dell'intervento svolto dall'on. Maurizio Turco per motivare la sua astensione e la sua relazione di minoranza. Se chi scrive non ha male inteso il suo intervento presso la Giunta, egli desume proprio dal dato di contesto di illegalità generalizzata la conclusione che non debba essere eseguita la misura cautelare nei confronti dell'on. Cosentino.
Se ciò vuol dire che, se non si indaga su tutti, nessuno può essere perseguito, riteniamo che si tratterebbe di un ragionamento errato. Infatti, bisogna pur incominciare da coloro nei cui confronti vengono raggiunti gli elementi per procedere.
Se, invece, si vuole fare una denuncia nei confronti della classe politica nel suo complesso con rapporto agli intrecci con gli affari e la criminalità organizzata, chi scrive ed il suo partito non hanno alcunché da coprire e non si tirano indietro nella denuncia di chiunque violi la legalità, a qualsivoglia partito ed a qualunque schieramento politico appartenga: ma senza concedere impunità ad alcuno.
In conclusione, ritengo che la domanda di autorizzazione all'arresto qui in esame non sia affatto persecutoria, perché basata su elementi di fatto incontestati e gravi.
Invito quindi l'Assemblea a votare contro la proposta della Giunta.
Federico PALOMBA,
relatore di minoranza
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