Doc. IV, n. 5-A-quater





Onorevoli Colleghi! - Il caso del deputato Cosentino al nostro esame suscita in noi tutti apprensione, scrupolo, rigore di giudizio. Si confrontano in esso i temi delle libertà inalienabili della persona, delle garanzie poste a presidio del plenum dell'Assemblea parlamentare e il sacrosanto dovere dello Stato e della magistratura di accertare i reati e di contrastare le mafie in tutte le forme, con rigore e senza sconti.
Ma vengono pure in evidenza questioni complesse e controverse come il valore processuale e probatorio delle dichiarazioni dei pentiti, l'esatta configurazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa, che ha dato vita a copiosa giurisprudenza (1), e lo speciale obbligo, che incombe su chi ha l'onore di rappresentare le istituzioni democratiche, di vigilare affinché nessun aiuto sia dato (o ricevuto), neppure in via indiretta, alle organizzazioni criminali e mafiose che dominano una parte rilevante del nostro Paese.

(1) La si veda compendiata, per esempio, in G. Turone, Il delitto di associazione mafiosa, Giuffré, Milano, 2008, p. 398 ss. D'altronde, concordo con il sottosegretario Alfredo Mantovano, il quale ha più volte sottolineato come l'ordinamento giuridico italiano si sia, nel suo complesso, dotato di strumenti utili per la lotta alla criminalità organizzata, includendo tra questi la configurazione di uno specifico reato associativo relativo alle organizzazioni mafiose comprese le sue varie forme di manifestazione (e dunque anche quella del concorso ai sensi dell'articolo 110 del codice penale).

Sono temi complessi e l'Unione di Centro, in ossequio ad una consolidata prassi parlamentare, affiderà alla libertà di coscienza e alla prudente valutazione di ciascun singolo parlamentare il voto sull'autorizzazione che ci viene richiesta.
Due premesse sono ancora necessarie.
La prima è per ribadire che le garanzie parlamentari previste dalla Costituzione, e per il vero non solo da quella italiana, non sono né possono essere intese come automatiche prerogative di «casta», che si traducono in privilegi odiosi, e che pertanto esse devono essere esercitate con scrupoloso equilibrio e amore di verità, pena l'irrisione e l'inutilità di esse.
In questo senso, la prassi nazionale non è sempre stata delle migliori, come pure segnalato da numerose sentenze di annullamento da parte della Corte costituzionale e di condanna della Corte europea dei diritti dell'uomo, che certo non fanno onore al Parlamento.
La seconda premessa, già nel merito del caso Cosentino, è per ricordare che, ai sensi dell'articolo 275, comma 3, del codice penale di rito, quando si procede per il reato di associazione mafiosa, la misura della custodia cautelare è pressoché automatica in presenza di gravi indizi di colpevolezza.
Dunque è su questo elemento, sulla sussistenza o meno dei gravi indizi di colpevolezza, che dobbiamo soffermarci, senza ovviamente pretendere di ripercorrere qui in Aula un imponente materiale probatorio proveniente dal Gip di Napoli, poiché non è questo il nostro compito, ma almeno ai fini di poter rilevare o escludere la sussistenza di un fumus persecutionis nella richiesta che ci proviene non già dalla pubblica accusa ma, come detto, dal giudice per le indagini preliminari.
Mi limito dunque all'essenziale.
La misura cautelare richiesta si inserisce nel quadro di una vasta e complessa inchiesta della procura della Repubblica di Napoli sulle attività della camorra in varie zone dell'entroterra campano, a nord di Napoli, in particolare in provincia di Caserta.
L'inchiesta prende in considerazione un ampio arco temporale e molte decine di soggetti. A carico del deputato Cosentino si ipotizza il concorso esterno nell'associazione mafiosa, in relazione al sodalizio di tipo camorristico operante in quel territorio.
Il concorso, da un lato, si sarebbe concretizzato (e proseguirebbe ancor oggi) nel contributo causale dato dal Cosentino al disegno di affermazione ed espansione dei clan di Casal di Principe e del parallelo sviluppo imprenditoriale e dalla progressiva affermazione di una società (la ECO4 SpA) caratterizzata dalla oggettiva presenza di soci malavitosi e dalla conduzione degli affari con metodi mafiosi e, dall'altro lato, nell'aiuto ricevuto da Nicola Cosentino ai fini della sua carriera politica.
Questi avrebbe di fatto ottenuto sempre l'appoggio delle famiglie camorristiche e in cambio avrebbe offerto loro un apporto politico, di gestione del consenso e di opera amministrativa, tanto da consentirne l'espansione in termini di influenza e profitto.
Il settore privilegiato di questa intesa criminale sarebbe stato il ciclo dei rifiuti nella provincia di Caserta e il mezzo giuridico-formale che, sempre nell'ipotesi accusatoria, il Cosentino avrebbe prescelto è la predetta società per azioni ECO4, tra i cui soci sarebbero stati presenti esponenti legati in qualche misura alle famiglie casalesi, in particolare i fratelli Michele e Sergio Orsi.
Nell'ipotesi accusatoria, quindi, Cosentino e i suoi presunti sodali non si sarebbero limitati a operare quali soggetti economici nel campo dei rifiuti ma anche ad influire direttamente sulle scelte amministrative nell'ambito della gestione dei rifiuti stessi, settore di vitale importanza per il controllo del territorio casertano. Tale controllo evidentemente si giovava anche dell'influenza crescente sulle scelte amministrative del commissario straordinario alla gestione del ciclo dei rifiuti nella regione Campania.
L'inchiesta napoletana si inserisce in un quadro socio-economico e politico assai degradato, dove impera la camorra.
I clan camorristici della Campania hanno fatto dal 1980 migliaia di morti: camorristi stessi, poliziotti, giornalisti (Giancarlo Siani, per esempio), sacerdoti (don Peppino Diana), imprenditori onesti e cittadini inermi. La letteratura è amplissima (non v'è nemmeno il bisogno di citarla) e vi sono fatti notori, processualmente accertati e ampiamente indagati dalle Commissioni parlamentari. La camorra è organizzata su base territoriale, senza la pacifica divisione dei compiti propria della mafia siciliana, ma con zone d'influenza sufficientemente demarcate. A Casal di Principe, le famiglie camorriste controllano il territorio in modo ferreo: attraverso il comune controllano l'amministrazione minuta; attraverso un giornale quotidiano influenzano l'opinione pubblica; hanno proprie imprese e propri uomini. I processi hanno già portato a condanne pesantissime verso gli Schiavone, i Bidognetti e i De Falco. Le famiglie che convivevano sul territorio casalese erano la Bidognetti e la Schiavone. Gli esponenti più in vista erano Francesco Bidognetti detto Cicciotto 'e mezzanotte e Francesco Schiavone detto Sandokan. Oggi la famiglia Bidognetti è in marcato declino.
Val la pena ripetere che l'indagine - che si giova anche delle deposizioni di Carmine Schiavone, che decise di collaborare con la giustizia nel 1996 - si articola sui seguenti passaggi di fatto:
1. l'ingresso della ECO4 nel consorzio CE4, nel 2000, attraverso una procedura di scelta del partner privato illecita e in danno della concorrente Ecocampania, facente capo ai fratelli Ferraro;
2. la progressiva imposizione delle esigenze dei clan casalesi all'attenzione della gestione commissariale dei rifiuti in Campania (facente capo al Presidente della Regione Bassolino e al sub-commissario delegato Giulio Facchi) attraverso l'opposizione e l'interdizione rispetto ai progetti di creazione di un ordinato ciclo industriale dei rifiuti da costoro promossi. In particolare, a tale riguardo, il Cosentino si sarebbe opposto a un impianto di termovalorizzazione in località Santa Maria la Fossa e invece avrebbe caldeggiato l'apertura di una discarica in località Lo Uttaro;
3. la contestazione dell'esclusiva aggiudicata alla Fisiaimpianti attraverso l'ottenimento di provvedimenti amministrativi in favore delle strutture imprenditoriali riconducibili alle famiglie casalesi (principalmente la Impregeco);
4. la costante e determinata politica di assunzioni e raccomandazioni seguita dal Cosentino nell'ambito della sua funzione di referente politico della zona, in attuazione della quale avrebbe indicato presidenti, direttori generali e impiegati delle varie società operanti nel settore dei rifiuti e riconducibili alle famiglie casalesi. Tra costoro, ruolo di spicco avrebbe avuto Giuseppe Valente, molte volte intercettato, indagato e poi condannato con l'aggravante mafiosa dell'articolo 7 della legge n. 203 del 1991.

Nel contesto qui descritto compaiono non come figuranti o comprimari ma - purtroppo - come protagonisti criminali conclamati, personaggi come Bernardo Cirillo e, sul versante dei colletti bianchi, Giuseppe Valente.
L'istruttoria della Giunta, ad avviso di chi scrive, è stata complessivamente sommaria e frettolosa.
In realtà, proprio la lunghezza dell'audizione del deputato Cosentino e - in certa misura - il suo affannoso desiderio di screditare i pentiti ha fatto mancare un sereno dibattito sugli elementi indiscussi di questa indagine.
Anzitutto deve essere messo in luce che - oltre agli inermi cittadini dell'alta provincia di Caserta - la prima vittima della situazione è il tessuto produttivo e industriale della zona. Non v'è ombra di concorrenza, di efficienza economica, di trasparenza amministrativa.
Le gare non ci sono o sono truccate; la normativa comunitaria è ignorata, la politica si sostituisce all'amministrazione professionale che ha per legge il compito della gestione. Il Cosentino ha addirittura sostenuto che una legge regionale del 1993 avrebbe esonerato un consorzio pubblico da procedure di evidenza pubblica per la scelta del contraente. Affermazione errata, singolare sul piano delle fonti del diritto e stravagante sul terreno della sensibilità amministrativa.
Le assunzioni presso i vari enti considerati sono state tutte fatte per motivi clientelari e di facciata. Al posto di lavoro non corrisponde affatto l'esigenza di prestare realmente un servizio pubblico o di svolgere un'attività produttiva utile allo sviluppo. Il management delle società miste è di nomina politica e slegata da ogni competenza specifica.
Nell'ambito dell'audizione presso la Giunta della Camera, il deputato Cosentino, in questo panorama, non si dissocia, non si scandalizza, non si sorprende. Al contrario: rivendica e si compiace.
Conferma di aver voluto Giuseppe Valente a capo del consorzio CEO4 e a capo dell'Impregeco; conferma di conoscere Bernardo Cirillo, tutti condannati per camorra; sostiene che tutti i consorzi di gestione dei rifiuti si comportano come si comportava quello di Caserta.
Quanto al voto di scambio, non nega alcunché: sostiene che l'ingresso in Forza Italia non gli ha portato più voti di quanti egli stesso potesse riscuotere per prestigio personale e si vanta di essere stato candidato nella circoscrizione Campania 2, che ricomprende Casal di Principe, nelle elezioni del 2001, del 2006 e del 2008, passando per le provinciali del 2005, in cui viene candidato dal centro-destra alla presidenza della provincia di Caserta.
Insomma: chiama in correità la gestione commissariale; si autopromuove, anche dinanzi alla mia specifica domanda se non avvertisse la necessità, in quel contesto, di avere una speciale cautela e prudenza nelle relazioni con soggetti conclamatamente malavitosi e camorristi. Non un dubbio, non un'autocritica.
Orbene, qui mi fermo, per non tradire la promessa di una sintetica ricostruzione e la premessa, con cui abbiamo affidato all'approfondimento e alla libertà di ciascun singolo parlamentare il più completo giudizio.
Ma qui forse è necessario dire qualcosa che va molto al di là del caso Cosentino e che pure è, a mio avviso, il cuore vero della questione che riguarda il Parlamento e il sistema politico del nostro Paese.
Come è possibile evitare il 416-bis, in specie in certe zone del Paese, se i consorzi e le società pubbliche o miste sono decisi e anche gestiti dalla politica, senza gare e senza alcuna meritocrazia ma nel nome «degli amici» e della contiguità diretta tra politica e affari?
Come si possono affidare senza gara gli appalti sui rifiuti, senza gara scegliere il partner privato delle società miste e fingere di ignorare le qualità criminali dei beneficiari di queste operazioni?
Come si può fare tutto ciò in un territorio a forte presenza di criminalità organizzata, anzi, del più potente ed efferato clan camorristico?
Non so, come si dice, se sia stata la camorra a far esplodere l'emergenza dei rifiuti e sempre la camorra, più che lo Stato, a risolverla. Certo i Valente, i Cirillo, i Letizia sono nomi di persone conosciute, che si muovono tra politica, camorra e rifiuti. Non sono i soli.
Ma ciò che davvero sgomenta è che questa collusione appare generale, riguarda il sistema politico nel suo insieme, va ben oltre il singolo caso Cosentino.
C'è una contiguità di sistema tra politica e affari, che a volte assume connotati criminali, ma che è comunque una patologia grave del nostro Paese. Chi oggi crede a mercati aperti e competitivi, crede al merito e alla concorrenza, alle gare, ai concorsi, alla professionalità, alla cultura e all'efficienza come qualità per avere successo, rischia in Italia di essere irriso o guardato con la bonomia che si riserva ai sognatori.
Eppure abbiamo le opere incompiute o che triplicano il costo in corso di lavori, i morti ammazzati, il pizzo, i giovani cervelli che se ne vanno dall'Italia e che scrivono al Capo dello Stato - lo traggo dalla cronaca di questi giorni - che tornerebbero, «se la gente smettesse di pensare che la via furba è quella giusta», «se ci fosse il rispetto dei valori di onestà e legalità», «se ci fosse trasparenza, non clientelismo e soprusi».
Abbiamo una grande questione nazionale, al Sud come al Nord del Paese, e io intendo denunciarla con forza dinanzi al Parlamento.
Quando nel 1993, con un coraggioso discorso in questa Aula, Bettino Craxi denunciò il sistema del finanziamento illecito che riguardava tutti i partiti ed invitò ad un cambiamento, non venne ascoltato.
Io non intendo certo evocare scenari tragici né nuovi eventi giudiziari. Ma la questione c'è, l'Italia ha bisogno di una grande cura di concorrenza e di trasparenza, di legalità e di professionalità. Il caso al nostro esame è solo una degenerazione specifica di questo contesto. Il contesto, il noto libro di Sciascia, è stato pure ricordato in questi giorni.
Ci furono anni, nella storia del nostro Paese, in cui guerra di liberazione dal fascismo, mafia, appartenenza al campo occidentale e comprensibile contrasto del blocco comunista, servizi alleati, hanno intrecciato trame e relazioni politiche. Quella fase, quegli anni sofferti, sono finiti e consegnati per sempre alla storia. Nessuna giustificazione è oggi possibile.
Ma non è con le citazioni, né solo affidando ai letterati la lotta alle mafie, e nemmeno strozzando gli sceneggiatori della Piovra, come ipotizzato dall'attuale Capo del governo, che si ottengono i risultati che il dovere ci impone e la società e gli imprenditori onesti attendono.
Il Parlamento e le forze politiche facciano fino in fondo la loro parte, con responsabilità, equilibrio e rigore, come il futuro nuovo che vogliamo per i giovani e per l'Italia ci chiede, da noi pretende. Per quanto mi riguarda, non constato elementi persecutori nella richiesta avanzata dal GIP di Napoli e voterò dunque di conseguenza.

Pierluigi Mantini,
relatore di minoranza


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