XII Commissione - Resoconto di giovedý 30 luglio 2009


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SEDE REFERENTE

Giovedì 30 luglio 2009. - Presidenza del presidente Giuseppe PALUMBO.

La seduta comincia alle 9.05.

Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento.
C. 2350, approvata in un testo unificato dal Senato, C. 625 Binetti, C. 784 Rossa, C. 1280 Farina Coscioni, C. 1597 Binetti, C. 1606 Pollastrini, C. 1764-bis Cota, C. 1840 Della Vedova, C. 1876 Aniello Formisano, C. 1968-bis Saltamartini, C. 2038 Buttiglione e C. 2124 Di Virgilio.
(Seguito dell'esame e rinvio).

La Commissione prosegue l'esame del provvedimento, rinviato, da ultimo, nella seduta del 29 luglio 2009.

Giuseppe PALUMBO, presidente, avverte che è stato richiesto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sia assicurata anche attraverso l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso. Non essendovi obiezioni, dispone l'attivazione del circuito.

Maria Antonietta FARINA COSCIONI (PD), dopo aver rilevato l'assenza del Governo, desidera ribadire, preliminarmente, che il rappresentante del gruppo del Popolo delle Libertà, venendo meno ad impegni precedentemente assunti, ha proposto, di fatto, di «strozzare» la discussione generale sul testamento biologico: le audizioni sono giudicate inutili, in quanto sarebbe sufficiente il lavoro svolto dal Senato, e, come testo base, occorrerebbe adottare il testo trasmesso dal Senato. Si tratta di una posizione, a suo avviso, pretestuosa e grave. Una proposta inaccettabile sotto un doppio profilo: perché annulla ed espropria prerogative e funzioni di una commissione della Camera dei deputati; perché rivela una curiosa, singolare concezione del rispetto delle istituzioni e delle prerogative parlamentari. Ma è inaccettabile anche sotto il profilo sostanziale, perché questa fretta - ma ritiene si possa parlare, senza esagerare, di arroganza - manifestata a ogni pie' sospinto ha una sola spiegazione: si vuole, in tempi rapidi, portare in dono alle gerarchie ecclesiastiche la legge sul testamento


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biologico; e si vuole che sia il testo di legge che le stesse gerarchie vogliono e hanno letteralmente dettato. In questo modo, a suo dire patetico e offensivo per le coscienze di tantissimi cattolici, il Popolo delle Libertà intende farsi perdonare stili di vita e personali comportamenti del suo leader, l'attuale Presidente del Consiglio, difensore, in pubblico, di una morale e di virtù, che privatamente, in modo plateale, contraddice e smentisce. Auspica, dunque, che, almeno, il Popolo delle Libertà sia meno ipocrita: abbia il coraggio di dirlo e sostenerlo apertamente. Giorno dopo giorno, tassello dopo tassello, il mosaico che si sta componendo rivela un quadro deprimente e inquietante; si procede verso quello che altri hanno definito «Stato etico»: la «blindatura», da parte del Governo, del testo trasmesso dal Senato, annunciata dal ministro Sacconi in un'intervista al quotidiano della Conferenza episcopale italiana «Avvenire»; il colpo di mano sulle cure palliative, con gli emendamenti presentati dal relatore in Commissione, che stravolgono l'intera legge e vanificano il paziente lavoro svolto in questi mesi; i finanziamenti negati alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, con una modalità ancora tutta da chiarire; la composizione di una commissione «a senso unico», con il compito di fornire le nuove linee guida in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale, che ha letteralmente demolito un'altra legge da Stato etico, la legge n. 40 del 2004 in materia di procreazione medicalmente assistita. Svolgere un nuovo ciclo di audizioni potrebbe, tra l'altro, consentire alla Commissione di toccare con mano una drammatica realtà, vissuta quotidianamente dai malati e dalle loro famiglie. La realtà, per esempio, di Giancarlo Frignone, affetto da sclerosi laterale amiotrofica dal 2006, che ha già scritto il suo testamento biologico, di cui cita un passaggio: «Io ho già scelto e deciso per la mia morte naturale: in nessun caso voglio che mi sia praticata una tracheotomia, per la respirazione artificiale. Non riconosco a nessun parente, tutore, medico o leggi, che possano decidere diversamente da quanto io stia dichiarando qui... desidero solo essere aiutato con sedazione e terapia antidolore». O la realtà di Delia D'Ettorre, una insegnante di Francavilla Fontana di 54 anni, malata di sclerosi laterale amiotrofica da sedici anni, che ha scritto: «Non escludo che in momenti di disperazione, io scelga la sospensione dell'alimentazione... Perché i politici si sono affrettati a emanare un decreto-legge che sospendeva la sentenza che ha permesso ad Eluana di porre fine al suo calvario, mentre non fanno niente per i malati di SLA che hanno la sfortuna di vivere in regioni più povere?». Così cominciava il suo intervento al recente secondo congresso della «Cellula Coscioni» di Francavilla Fontana, letto dal marito Francesco Mellone. Si chiede, altresì, perché la Commissione non dovrebbe acquisire la testimonianza, preziosa, di Paolo Ravasin, che ha dichiarato: «A partire dal momento in cui non fossi più in grado di nutrirmi ed idratarmi attraverso la mia bocca, rifiuto la somministrazione di qualsiasi terapia medica destinata a trattare la malattia di cui sono affetto e altre patologie sopravvenienti intese come complicazioni. Accetto unicamente i farmaci necessari a trattare i sintomi dolorosi derivanti». In particolare, si chiede da cosa la maggioranza tragga la certezza che ascoltare simili testimonianze, simili racconti, simili drammatiche esperienze non sia utile e necessario per il lavoro della Commissione. Il dibattito, a suo avviso, non deve restare confinato alle aule parlamentari, ma coinvolgere i cittadini. Ed è uno dei più importanti e più alti dibattiti che la Commissione e il Parlamento si trovino a svolgere in questo periodo. E la differenza non risiede, a suo avviso, nello scontro tradizionale tra destra e sinistra, ma tra visioni diverse della persona, della dignità della vita, del rapporto tra il cittadino e lo Stato, uno Stato che deve essere laico, libero e democratico. L'onorevole Barani, rappresentante del gruppo del Popolo delle Libertà, e quanti si dichiarano d'accordo con lui, si assumono, a suo dire, una grave, pesantissima responsabilità: quella di negare la conoscenza su quanto ogni giorno accade nel


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Paese, dove migliaia di pazienti, con le loro famiglie, sono condannati a inutili, spesso atroci sofferenze, perché poco o nulla si è finora fatto sul versante delle cure palliative. Ricorda, in proposito, che era stato stabilito che ci si sarebbe occupati di testamento biologico e fine della vita contestualmente alle cure palliative. Al tempo stesso, a suo avviso, con il testo trasmesso dal Senato si tradisce il dettato costituzionale: l'articolo 32 della Costituzione stabilisce che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Com'è noto, è soprattutto ad Aldo Moro e a Giovanni Leone che si deve la stesura dell'articolo 32, secondo comma, della Costituzione. Aldo Moro ebbe a dichiarare, nella seduta della Commissione per la Costituzione del 28 gennaio 1947, che quel limite era necessario perché il legislatore non cadesse «nella tentazione dell'onnipotenza legata a considerazioni di carattere generale e di male intesa tutela degli interessi collettivi». Ebbene, nel testo trasmesso dal Senato, l'autodeterminazione, la libertà di scelta, che possono e devono essere temperati da altri diritti, vengono, a suo avviso, totalmente negati, ricadendo in quella male intesa tutela degli interessi collettivi di cui parlava Aldo Moro. Ricorda, quindi, l'articolo 3 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, sul diritto all'integrità della persona. Esso dispone che ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica e che nell'ambito della medicina e della biologia devono essere particolarmente rispettati il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge. Cita, altresì, la convenzione di Oviedo, articolo 9: «I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell'intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione». Insomma, la volontà del paziente è preminente: negarla, come la si sta negando con il testo trasmesso dal Senato, significa porsi fuori dalla Costituzione. Ritiene e auspica che, al pari della legge n. 40 del 2004 o dei ricorsi che la maggioranza di centrodestra ha voluto proporre per un inesistente conflitto di interessi a proposito della vicenda Englaro, la Corte costituzionale provvederà a ripristinare il diritto violato. Ma, nel frattempo, migliaia di cittadini saranno costretti a pagare sulla propria pelle l'invasione e l'arroganza di una politica che di fatto è lontana dalle loro istanze. Si chiede, altresì, cosa possa essere una persona privata della libertà di scegliere nei momenti della sua vita, quando non fa danno ad altri? Il danno è già stato qualificato, nello Stato liberale, secondo alcuni principi fondamentali: il peccato non automaticamente è reato e non c'è reato se non c'è vittima. Crede che l'argomento in discussione esiga da tutti i deputati di essere chiari e al tempo stesso onesti. Il Paese, a suo avviso, chiede alla politica che, nelle scelte relative alla fine della vita, sia rispettato il diritto all'autodeterminazione di ciascun cittadino, per abbattere il fenomeno dell'eutanasia clandestina e di quella cattiva morte «all'italiana», fatta di violenza contro i malati, accanimento terapeutico e imposizione di inutile sofferenza. Il Paese chiede, altresì, alla politica il riconoscimento legale di un testamento biologico attraverso il quale siano obbligatoriamente rispettate le scelte individuali, compresa quella di non ricorrere alla nutrizione e all'idratazione artificiali. È giunto il momento, a suo dire, di schierarsi. Rivolgendosi ai colleghi del centrosinistra e, ancor più, agli amici laici del centro-destra, rileva che le battaglie per il diritto a una buona vita e a una buona morte non riguardano solo la libertà della ricerca e le questioni legate alla bioetica, ma anche, e soprattutto, le questioni legate all'etica della vita. Quello che si deve affermare, difendere, conquistare sono i valori dello Stato di diritto e della laicità. Nessuno, ovviamente, intende negare il diritto del Vaticano di esprimere le proprie idee e i propri principi. Ma l'Italia deve dimostrare di essere uno Stato sovrano, senza subire ingerenze da parte di


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altri Stati. Il testo trasmesso dal Senato e sostenuto dalla maggioranza non rispecchia, a suo avviso, il sentire degli italiani e ritiene sia sufficiente leggere qualche sondaggio per rendersi conto di quanto la comunità scientifica sia desiderosa che il nostro sia un Paese più laico e moderno. Negare, come si intende negare, la possibilità di audizioni e di acquisire informazioni e ulteriori elementi di conoscenza serve, tra le altre cose, a rinunciare a prendere atto che il testo trasmesso dal Senato è un testo che non ha corrispondenza con le legislazioni degli altri paesi europei e occidentali. Infatti, gli Stati Uniti hanno regolamentato la materia fin dal 1991, a conclusione di un lungo e approfondito dibattito cominciato negli anni Settanta. In quel Paese, nutrizione e idratazione sono considerati trattamenti sanitari, non un mezzo per il mantenimento della vita; il paziente cosciente può rifiutare i trattamenti, anche se di sostegno vitale; per quanto riguarda il paziente non più cosciente, va rispettata la sua volontà quando sia espressa in condizione di capacità e sia documentabile; altrimenti, è un fiduciario a decidere. In Belgio, è prevista l'eutanasia su richiesta esplicita del paziente. Ai cittadini viene riconosciuta la possibilità di predisporre un testamento biologico con dichiarazione anticipata di trattamento, scegliendo a quali cure sottoporsi e quali rifiutare. In Danimarca, è stata istituita una banca-dati elettronica, che custodisce le direttive anticipate dei cittadini. In caso di malattia incurabile o di grave incidente, i danesi, depositando il testamento medico, possono chiedere l'interruzione delle cure e dei trattamenti e di non essere tenuti in vita artificialmente. Nel caso di sopravvenuta incapacità, il diritto del malato può essere esercitato dai familiari. In Francia, la materia è regolata con una legge del 2005, che riconosce il diritto al rifiuto dell'accanimento terapeutico. È riconosciuta la figura del fiduciario, da consultare nel caso in cui il paziente sia incapace di esprimere le proprie volontà. In Germania, il testamento biologico trova attuazione in una legge recente, su cui si è ampiamente soffermato il collega Della Vedova. L'Olanda è il primo Paese al mondo che, fin dal 2001, ha modificato il suo codice penale per rendere legali, in alcune circostanze rigorosamente specificate, sia l'eutanasia sia il suicidio assistito dal medico. Questa normativa contiene anche le disposizioni relative al testamento biologico. Le dichiarazioni di volontà possono essere sottoscritte anche dai minori, se c'è l'accordo dei genitori e se il minore ha un'età compresa tra i dodici e i sedici anni. In Spagna, le norme sulle dichiarazioni anticipate di volontà sono all'interno di una più ampia legge sui diritti dei pazienti, che risale al 2003. Al cittadino maggiorenne è riconosciuto il diritto di manifestare anticipatamente e per iscritto la propria volontà in merito a cure e terapie cui accetta di essere sottoposto, nel caso dovesse perdere la capacità di esprimerle personalmente. Può inoltre nominare un suo rappresentante-fiduciario, che funge da interlocutore con i medici per realizzare le sue volontà ed evitare che ci sia accanimento terapeutico. Si può ben dire, perciò, che l'Europa, il mondo civile osserva quanto sta avvenendo in Italia. Il testo trasmesso dal Senato si configura come una destrutturazione totale di tutto quello che ha prodotto la giurisprudenza fino a oggi. Stabilire che nutrizione e idratazione non sono terapie, e che pertanto il medico ha la facoltà di disattendere le disposizioni redatte dal cittadino, è lo svuotamento - come già avvenne con la legge n. 40 del 2004 - di una pratica che, a livello giurisprudenziale, si era già affermata. Tale testo, pertanto, è a tutti gli effetti una «controriforma», non tanto rispetto a una riforma che non c'è mai stata, quanto rispetto a quel che prescrive la Costituzione. Si vanifica, inoltre, quanto fatto, nel 2001, con l'istituzione di una commissione per la definizione di idratazione e nutrizione artificiali, che stabilì che si trattava, a tutti gli effetti, di trattamenti sanitari, che vanno interrotti qualora non apportino miglioramenti dello stato complessivo del paziente e ne prolunghino le sue sofferenze. Non c'è persona ragionevole che sia favorevole all'accanimento


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terapeutico; ciascuno sa di persone in coma irreversibile, che da anni vegetano in quella «terra di nessuno» che è la vita-non vita, legata a un polmone artificiale o a un'alimentazione endogastrica. A ognuno è capitato di pensare che, in quelle condizioni - quelle di Eluana Englaro, per intenderci -, avrebbe preferito la morte. «I paladini del martirio e della morte», come li definiva Luca Coscioni, ieri erano contrari al divorzio, all'aborto, alla ricerca sulle cellule staminali; oggi lo sono all'eutanasia; sono però favorevoli ai nuovi roghi, che hanno per vittima malati che soffrono senza speranza, purché questi roghi avvengano «nell'intimità delle mura domestiche, lontano dai riflettori, purché il dibattito e il confronto politico non abbiano luogo». A suo avviso, invece, è necessario che questo confronto esploda. Un confronto non ideologico, un dibattito non fuorviante così come invece è stato l'intervento dell'onorevole Barani, che ha parlato di malati scomodi, di giudici simili agli spartani che sacrificano i bambini deformi, malati e non utili alla dura società di Sparta, concludendo che, nella opulenta società occidentale, sono cambiati i metodi di uccisione e di selezione, ma non la sostanza, dal momento che i giudici decidono se far vivere o morire un essere umano. Si chiede, al riguardo, cosa tutto questo abbia a che fare con l'argomento in discussione, chi stia parlando dei disabili gravi, se non sia stato proprio Luca Coscioni ad occuparsi di più dei disabili gravi e gravissimi, facendo della sua malattia la più grande battaglia per il diritto all'assistenza personale per ventiquattro ore su ventiquattro, all'assistenza autogestita con progetti di vita indipendente, anche con gli strumenti tecnologici più avanzati con la scrittura con gli occhi, con la testa, per permettere ai malati e ai disabili di uscire, finché possibile, dalla prigionia del silenzio. Forse il collega Barani pensa di essere il solo a ritenere che anche un disabile grave ha il diritto di vivere. Semmai, esiste il problema di una forte disattenzione verso i malati. Una carenza di risposta alla solitudine dei tanti Coscioni, Welby, Nuvoli, Ravasin, di coloro che letteralmente dal corpo del malato sono arrivati al cuore della politica. Invita tutti i colleghi a rispettare le posizioni diverse dalle loro e a non cadere nella disonestà intellettuale che caratterizza quanti vorrebbero contrapporre il partito della vita a quello della morte. Nessuno, infatti, vuole imporre qualcosa a qualcuno, nessuno immagina di imporre ad altri la propria morale e i propri valori. Però, a quanti si oppongono a una regolamentazione di queste questioni e non riconoscono la facoltà di porre fine ad atroci e inutili sofferenze, e lo fanno in nome della vita e della sua sacralità, va chiesto cosa vi sia di misericordioso in questo atteggiamento; e ognuno si dovrebbe chiedere se non sia più misericordioso interrompere la sofferenza, quando viene chiesto dallo stesso malato. Bisogna chiedere ragione del sordo opporsi all'introduzione del testamento biologico, con il quale il cittadino, se vuole, stabilisce preliminarmente quali cure gli devono o non gli devono essere prestate, nel caso in cui si venga a trovare in uno stato di incapacità totale o parziale di intendere e di volere, nominando un fiduciario che garantisca il rispetto delle sue volontà. Luca Coscioni, Piergiorgio Welby, Giovanni Nuvoli, Paolo Ravasin e tanti altri malati al momento non noti al pubblico, che della loro sofferenza, del loro dolore, del loro corpo hanno fatto, letteralmente, politica, hanno disvelato tutto questo ed è grazie a loro se queste questioni, che si voleva relegate tra i «problemi di coscienza», sono diventate cosa di cui tutta la città parla e di cui anche la politica deve occuparsi. Grazie a loro, il Paese ha preso coscienza e conoscenza di una realtà esistente e negata, sommersa e ignorata: quella di migliaia di persone vive, lucide, capaci di amore per la vita e per il diritto. I mille Luca, Piergiorgio e Giovanni che lottano contro malattie crudeli che li hanno aggrediti e devono patire, in più, l'aggressione crudele di uno Stato, di politici, di leggi e di morali che negano loro quel diritto alla libertà che un giorno forse li potrebbe salvare o, comunque, aiutare a vivere con dignità e


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morire con minor sofferenza. Esiste, infatti, un diritto a non soffrire inutilmente e di questo diritto si è titolari in quanto persone libere, perché lo scopo della terapia medica presuppone la persona, la cui volontà deve essere rispettata. La battaglia da combattere è, da una parte, quella per la libertà della ricerca scientifica, dall'altra quella per affermare i diritti umani fondamentali, fra i quali il diritto alla vita, alla salute, a una vita dignitosa fino all'ultimo istante che ciascuno considera degno di essere vissuto; il diritto, insomma, di scegliere di vivere senza sentirsi dire da altri: «Questo non lo puoi fare». L'attuale maggioranza sostiene che occorre scongiurare il ripetersi di nuovi casi come quello di Eluana Englaro. Quello che si vuole scongiurare è, dunque, il diritto di tutti i cittadini di poter predisporre il proprio testamento biologico, compreso il diritto a includervi, eventualmente, la rinuncia all'alimentazione e all'idratazione artificiali. Quando si dice: «Un caso Englaro non deve essere più possibile», quello che in realtà si dice, si vuole dire, è che il potere di vita e di morte, il corpo di una persona, appartengono ad altri, al Vaticano. Beninteso, ufficialmente, pubblicamente; perché poi, nella realtà, si continuerà nella pratica di sempre, il classico «si fa ma non si dice». Quello che importa - la posta in gioco - è che un padre, una madre, una moglie o un marito, un figlio o una figlia, un amico o una compagna non possano, non debbano rivendicare apertamente il diritto naturale e costituzionale a fare quello che altri cittadini sono costretti a fare di nascosto, confidando nella pietà e nella misericordia di un medico o di un'infermiera. In questi giorni, con le associazioni «Luca Coscioni» e «A buon diritto», con la «Fondazione Veronesi» e con altre organizzazioni e cittadini, si stanno raccogliendo le dichiarazioni anticipate di volontà; si sta lavorando perché nei comuni si istituisca un registro del testamento biologico; per responsabilizzare le amministrazioni pubbliche alla ricezione e alla validazione gratuita dei biotestamenti; e, soprattutto, per mandare un messaggio chiaro a chi ha il compito di fare le leggi e, specialmente, a chi lavora per confiscare questo diritto di tutti; ci si sta insomma cautelando, nel caso di definitiva approvazione di questa legge proibizionista, realizzando un atto che potrà essere utilizzato per impugnare la legge davanti alla Corte costituzionale. Perché è evidente che, se sarà approvata una legge che obbliga forzatamente un cittadino che non può più deglutire e ingerire cibo a subire un intervento contro la sua volontà, che gli inserisce una cannula nello stomaco, condannandolo a sofferenze atroci invece di essere assistito e accompagnato a spegnersi nel modo più sereno possibile; una legge che condanna chi entra in coma a essere ricoverato in ospedale, a essere nutrito e idratato artificialmente, è evidente, a suo avviso, che tale legge sarà contestata decine, centinaia di volte in tribunale, perché quell'imposizione contrasta con i diritti costituzionali del cittadino. La «libertà della persona», espressione cara al personalismo cristiano, e il diritto di autodeterminazione non valgono a senso unico: sono tali proprio per assicurare la possibilità di scelte consapevoli diverse. Quella dei trattamenti nella fase finale della vita è una zona opaca, sulla quale non a caso la maggioranza del Parlamento non vuole compiere alcuna inchiesta, nonostante indagini demoscopiche condotte in forma ovviamente anonima, ma con criteri scientifici, documentino come si faccia ricorso a forme di eutanasia clandestina molto più diffuse di quanto si dica e si ammetta, e il tutto avviene in solitudine, tra il disinteresse e il silenzio. Uno Stato che sceglie di imporsi con violenza contro la libertà della persona e il suo diritto di autodeterminazione non costituisce una garanzia per nessuno. La violenza non è mai a senso unico, esattamente come non lo è la libertà di scelta. Desidera concludere ricordando quello che disse una persona indiscutibilmente credente, Papa Giovanni Paolo II, nella fase ultima della sua vita, gravemente malato. E per evitare una qualsiasi obiezione circa la fonte da parte del sottosegretario Roccella, come è avvenuto


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nella seduta di ieri, chiarisce che la fonte sono gli Acta Apostolicae Sedis, cioè la raccolta ufficiale degli atti della Santa Sede. Nel supplemento del 17 aprile 2005, a pagina 460, si riferisce: «Giovedì 31 marzo. Veniva rispettata l'esplicita volontà del Santo Padre di rimanere nella sua abitazione, ove era peraltro assicurata una completa ed efficiente assistenza». Nella successiva pagina 461, si può poi leggere: «Sabato 2 aprile. Verso le ore 15.30, con voce debolissima e parola biascicata, in lingua polacca, il Santo Padre chiedeva «Lasciatemi andare alla casa del Padre». Poco prima delle 19 entrava in coma». Auspica che la libertà di scelta di Giovanni Paolo II sia garantita a tanti altri malati. In sostanza, non esiste l'obbligo di utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che la scienza mette a disposizione. Ma ciò è esattamente quello che nel testo trasmesso dal Senato viene negato. Per questo e per le altre motivazioni addotte, chiede alla maggioranza di fermarsi. Qualora non fosse possibile dare risposta alle istanze che, su questo tema, vengono espresse dai cittadini italiani, sarebbe preferibile, a suo avviso, non approvare alcuna legge.

Maurizio TURCO (PD), intervenendo per un richiamo al regolamento, ricorda che l'articolo 30, comma 5, del regolamento stabilisce che, salvo autorizzazione espressa del Presidente della Camera, le Commissioni non possono riunirsi nelle stesse ore nelle quali vi è seduta dell'Assemblea. Chiede, pertanto, se sia stata acquisita l'autorizzazione espressa del Presidente della Camera, essendo già iniziata la seduta dell'Assemblea.

Giuseppe PALUMBO, presidente, chiarisce che, in base ad una prassi costante, il divieto di cui all'articolo 30, comma 5, del regolamento si interpreta nel senso dell'incompatibilità tra i lavori delle Commissioni e lo svolgimento di votazioni in Assemblea. Al riguardo, precisa che in Aula non sono in corso votazioni.

Paola BINETTI (PD), intervenendo sull'ordine dei lavori, invita la presidenza, anche in considerazione delle numerose iscrizioni a parlare, a richiamare i deputati ad attenersi, nei loro interventi, all'oggetto proprio della discussione. Ritiene, infatti, che alcune delle considerazioni svolte dalla collega Farina Coscioni, ad esempio con riferimento all'ingerenza di altri Stati nella legislazione italiana, non siano attinenti alla tematica in discussione.

Giuseppe PALUMBO, presidente, avverte che, anche in considerazione delle numerose richieste di intervento, a partire dalla prossima seduta, che avrà luogo nel mese di settembre, ove sia constatata l'assenza degli iscritti a parlare, si intenderà che vi abbiano rinunciato.

Domenico DI VIRGILIO (PdL), relatore, replicando brevemente alla collega Farina Coscioni, contesta la sua rappresentazione degli ospedali italiani come una sorta di lager, in cui i pazienti sarebbero sottoposti addirittura a violenze. Tale rappresentazione, a suo avviso, non corrisponde affatto alla realtà. Analogamente, non risponde al vero che la maggioranza tenti di comprimere il dibattito o sia contraria allo svolgimento di audizioni. Infine, dissente fermamente dalla rappresentazione positiva che la collega Farina Coscioni ha fatto del fenomeno dell'eutanasia.

Giuseppe PALUMBO, presidente, invita il relatore, anche al fine di non prolungare eccessivamente i tempi del dibattito, a valutare l'opportunità di replicare a conclusione dell'esame preliminare.

Livia TURCO (PD), premesso di concordare con il presidente sull'opportunità che il relatore replichi al termine dell'esame preliminare, dà atto alla presidenza di aver creato le condizioni di un confronto costruttivo e sereno. Condivide, altresì, la decisione del presidente di considerare decaduti dal diritto di intervenire i colleghi che risultino assenti al momento di prendere la parola. Peraltro, in considerazione di quanto concordato ieri in sede di ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, ritiene che sarebbe


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opportuno concludere la seduta entro le ore 10.

Carla CASTELLANI (PdL) dichiara di comprendere, come medico, la reazione del collega Di Virgilio ad alcune, pur legittime, affermazioni dell'onorevole Farina Coscioni.

Lucio BARANI (PdL), intervenendo sull'ordine dei lavori, chiarisce che, diversamente da quanto affermato da alcuni colleghi dell'opposizione, il suo gruppo non ha mai inteso comprimere la discussione o limitare il dibattito. Rivendica, peraltro, per il suo gruppo il diritto di decidere in piena autonomia se proporre che, nel corso delle audizioni, siano ascoltati determinati soggetti. Peraltro, esprime, anche a nome del suo gruppo, l'auspicio che le numerose iscrizioni a parlare non abbiamo finalità meramente dilatorie.

Laura MOLTENI (LNP), intervenendo sull'ordine dei lavori, si riserva di comunicare alla presidenza, entro il termine stabilito, i nomi dei deputati del suo gruppo che intendono intervenire.

Giuseppe PALUMBO, presidente, nessun altro chiedendo di intervenire, rinvia il seguito dell'esame ad altra seduta.

La seduta termina alle 10.