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Resoconto stenografico
INDAGINE CONOSCITIVA
La seduta comincia alle 14,30.
PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata, oltre che attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso, anche mediante la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulle servitù militari, l'audizione del ministro della difesa Arturo Mario Luigi Parisi, che saluto e ringrazio per aver accolto l'invito a partecipare a questa audizione.
Il ministro è accompagnato dal sottosegretario di Stato per la difesa Emidio Casula.
Do senz'altro la parola al ministro della difesa.
ARTURO MARIO LUIGI PARISI, Ministro della difesa. Signor Presidente, colleghi, vorrei anzitutto dire che il Governo, che in questa sede rappresento, condivide in pieno l'interesse per la valutazione del sistema delle servitù militari, il cui riordino, come è noto, costituisce uno dei punti del programma sottoposto agli elettori, in sede di campagna elettorale, e al Parlamento, in occasione dell'esposizione delle linee programmatiche del Governo.
Sono perciò sicuro che questa indagine conoscitiva, attraverso la più seria analisi possibile della materia, potrà recare un contributo determinante all'adozione delle misure correttive che appariranno necessarie.
Per inquadrare il problema, mi sia consentito muovere da alcune premesse che ritengo fondamentali. La prima è di carattere costituzionale: la difesa è attività di primario interesse della Repubblica e la nostra Carta costituzionale la prevede come sacro dovere al quale ogni cittadino deve contribuire. Si tratta di una proposizione generale, introduttiva cui mi richiamo per specificare che questo concetto, solitamente associato solo all'obbligo della leva, è da intendersi, in verità, in modo più estensivo. La difesa della Repubblica, la difesa della patria richiedono infatti, talvolta anche frequentemente, l'obbligo di sopportare individualmente, o come comunità, gli oneri necessari al mantenimento in efficienza dello strumento militare. Questi oneri possono derivare sia dalla presenza sul territorio di installazioni che ospitano reparti delle Forze armate, sistemi di sorveglianza e di comunicazione militare sia dall'esistenza di aree in cui il personale militare deve potersi addestrare. L'addestramento, infatti, è parte essenziale dell'efficienza e dell'efficacia dello strumento militare ed è altresì indispensabile per la sicurezza del personale.
Naturalmente, questi principi, che considero cogenti e che sono sanciti dalla Costituzione, non devono portare ad abusi né ad inefficienze organizzative, sottraendo beni o porzioni di territorio all'utilizzo da parte delle comunità locali e delle attività civili senza un'adeguata giustificazione. Sono inoltre da evitare inefficienze
che potrebbero derivare dal ritardato adeguamento della struttura militare al mutare del quadro strategico complessivo.
È, perciò, ferma intenzione del Ministero confrontarsi con le esigenze locali e cercare la massima armonizzazione con esse, da una parte raccogliendo ogni osservazione ed istanza, dall'altra fornendo la massima trasparenza.
Credo fermamente che questa sia anche la via per avvicinare il più possibile il mondo della difesa al cittadino. Pertanto, non è mia intenzione mettere in discussione i principi che sono alla base della presenza militare e dell'imposizione delle servitù, ma intendo sicuramente recepire ogni osservazione critica e proposta sull'applicazione di tali principi.
È indispensabile, nella trattazione di questa tematica, fare anche completa chiarezza sulla terminologia adottata; il termine «servitù militari» ha, infatti, un preciso significato tecnico-giuridico mentre nella comune accezione esso viene impiegato in modo molto più esteso.
Ritengo che sia a questa interpretazione più estesa che noi vogliamo riferirci; parleremo pertanto di presenza militare sul territorio e dei vari gravami da questa derivati, gravami dei quali la servitù militare propriamente detta rappresenta solo una delle possibili forme. La presenza militare conosce, essenzialmente, quattro modalità: la prima consiste di stabili e di superfici appartenenti all'amministrazione della Difesa; la seconda è la servitù militare vera e propria, cioè quella serie di limitazioni imposte ad aree non appartenenti al demanio militare ma ad esso in genere adiacenti. Queste limitazioni, in realtà, vengono applicate solo in alcuni determinati casi, e sempre in una chiave di salvaguardia e sicurezza per i cittadini. Malgrado ciò, esse limitano in vario modo la libera fruizione della proprietà pubblica e privata. Le servitù militari sono fondamentalmente riconducibili a tre casi: possono infatti insistere nelle zone adiacenti a depositi, munizioni e carburanti; nelle aree soggette ad emissione elettromagnetica, per presenza di radar o trasmittenti per le comunicazioni ovvero per gli impianti di assistenza al volo; in aree adiacenti a poligoni di tiro, che possono essere interdette durante le attività.
La terza forma, dopo quelle della pertinenza demaniale e della servitù, si concretizza nelle zone di sgombero sul mare. Anche in tale caso, abbiamo una limitazione nell'uso di un bene - il mare - che solitamente è di libera fruizione; una limitazione imposta da ragioni di sicurezza dei cittadini.
Esiste poi una quarta forma di limitazione alla libera fruizione dello spazio da parte della collettività: mi riferisco alla questione dei cosiddetti spazi aerei militari. Cito questo elemento solo per doverosa completezza di trattazione, senza l'intenzione di sviluppare l'argomento, che non ha un diretto impatto sulle comunità locali avendo un effetto di natura diversa, che ha trovato già diverse soluzioni adottate diffusamente in Italia e all'estero (soluzioni, peraltro, in continuo perfezionamento). Mi riferisco al concetto di «permeabilità degli spazi aerei militari», cioè all'utilizzazione variabile degli spazi militari, per cui essi vengono aperti al traffico commerciale con precise procedure concordate, quando non sono utilizzati dalla Difesa.
Dopo questa precisazione concettuale, vorrei fare una digressione storica che giova ad inquadrare il problema; come ho poc'anzi ricordato, infatti, l'espressione «servitù militare» fu introdotta in Italia nel periodo napoleonico, fu accolta nelle norme dello Statuto albertino ed è stata conservata fino ad oggi nelle leggi via via emanate al fine di regolamentare i divieti e le limitazioni che l'autorità militare può imporre su aree del territorio nazionale, primariamente, come ho riferito, per garantire la sicurezza della popolazione.
La legge n. 898 del 24 dicembre 1976, intitolata «Nuova regolamentazione delle servitù militari», resta oggi il riferimento normativo principale. Prima di questa, sono da citare, perché mantengono parzialmente i loro effetti, la legge n. 886 del 1931, sul regime della proprietà nelle zone militarmente importanti; la legge n. 1849
del 1932, sulla riforma generale della servitù; la legge n. 180 del 1968, che ha introdotto innovazioni rilevanti, quali la corresponsione di un indennizzo ai proprietari di beni vincolati.
La legge n. 898 del 1976 fu approvata dopo un difficile iter parlamentare caratterizzatosi per la ricerca del miglior compromesso fra esigenze della Difesa ed esigenze del territorio. Tra i numerosi aspetti innovativi previsti da quella legge va ricordata la costituzione di organismi permanenti di consultazione fra civili e militari a livello di regione amministrativa, denominati comitati misti paritetici (Comipa).
Essi hanno proprio il compito di esaminare i problemi connessi all'armonizzazione tra i piani di assetto territoriale e di sviluppo economico-sociale della regione e i programmi relativi alle installazioni militari. Inoltre, ciascun comitato esamina il programma di attività militari (gli eventi addestrativi, le esercitazioni e le altre attività interessate) che possono avere un impatto sulla vita locale.
Con questa legge, è stata decentrata ai comandi militari territoriali la competenza in materia di imposizione, revisione, conferma, modifica o revoca delle servitù militari, ferma restando la decisione finale del ministro della difesa in caso di mancato accordo fra autorità civili e militari nell'ambito dei comitati misti paritetici.
Sono state altresì semplificate le procedure per il pagamento degli indennizzi e per la notifica dei vincoli; si è inoltre introdotto un contributo anche per i comuni, riconoscendo nelle servitù un possibile ostacolo allo sviluppo e alla vita delle comunità.
Proprio in questa legge sono fissati i vincoli alla proprietà privata, posti da opere ed installazioni permanenti e semipermanenti di difesa, di segnalazione e di riconoscimento costiero; da basi navali, aeroporti, impianti, installazioni radio e radar; da stabilimenti nei quali vengono fabbricati, manipolati o depositati materiali bellici o sostanze pericolose; dai poligoni di tiro e di sperimentazione. Per ciascuna opera viene individuata una serie di vincoli, determinata da apposite norme tecniche che fissano anche i criteri relativi alle limitazioni della proprietà privata. A titolo esemplificativo, si evidenzia che i gravami possono riguardare divieti sulla costruzione di strade, sulla costruzione di depositi di gas o di liquidi infiammabili, sulla realizzazione di piantagioni, tutte opere connesse al tipo di attività che viene svolta.
Queste norme tecniche sono approvate con decreto del ministro della difesa, di concerto con il ministro dell'interno; in tal senso, le ultime norme varate risalgono al 23 aprile 1996. Possiamo affermare che i meccanismi di questa legge - che ha portato a livello territoriale il dialogo con il Ministero della difesa e ha perfezionato il concetto di compensazione per la presenza militare - hanno consentito una convivenza accettabile tra i diversi e reciproci interessi.
Inoltre, in base alla legge, ogni servitù ha una durata quinquennale e deve essere attivamente rinnovata con il consenso del comitato misto paritetico ad ogni scadenza. Questa revisione quinquennale consente un aggiornamento automatico dello stato delle servitù sul territorio.
Un discorso a parte deve essere fatto per le infrastrutture e le basi date in uso alle forze di paesi stranieri; al riguardo, il caso più citato è quello degli Stati Uniti. Questa presenza trova fondamento nell'articolo 3 del Trattato del Nord Atlantico, che prevede la reciproca assistenza fra gli Stati membri allo scopo di conseguire con maggiore efficacia gli obiettivi dell'alleanza. Sulla base di questo fondamento, gli Stati Uniti d'America richiedono la possibilità di utilizzare basi sul territorio europeo per rendere più efficace la loro partecipazione all'alleanza, in considerazione della distanza del loro territorio nazionale dalle aree nelle quali si presume possano insorgere crisi o episodi di tensione.
Gli accordi bilaterali che regolano la presenza nei vari paesi stabiliscono in modo inequivocabile l'impegno del paese ospitato - nel caso di specie, gli Stati Uniti - ad utilizzare le basi esclusivamente per
l'adempimento e il conseguimento degli scopi dell'alleanza, e stabiliscono altresì la non extraterritorialità dei siti che rimangono sotto comando italiano. Un comandante italiano è, perciò, sempre e costantemente presente nei siti dati in concessione.
Gli stessi principi valgono evidentemente per le infrastrutture utilizzate dagli altri paesi alleati dell'Italia che hanno forze sul nostro territorio in base ad accordi nell'ambito della NATO o dell'Unione europea. Similmente, debbo rammentare che anche l'Italia disloca permanentemente alcuni suoi reparti sul territorio dei paesi alleati, come ad esempio in Canada e negli Stati Uniti, zone nelle quali conduciamo intense attività di volo addestrativo; mi sono fatto mandare le localizzazioni relative agli Stati Uniti e al Canada, che identificano queste basi a Sheppard, in Texas (per l'addestramento di base al volo per l'aeronautica) e a Goose Bay, in Canada, base usata da aeronautica e marina egualmente per fini di addestramento.
In base a queste regole, in Italia, il demanio militare dato in uso, e le eventuali servitù attinenti, non hanno alcuna particolarità rispetto alle altre zone e vengono considerate aree dedicate alla difesa nazionale. Si tratta, infatti, di una parte data in concessione.
Va rilevato che, qualche anno dopo la promulgazione della legge n. 898 del 1976, precisamente il 5 e 6 maggio del 1981, si tenne una Conferenza sulle servitù militari, con la partecipazione di tutte le amministrazioni regionali, di membri delle Commissioni difesa di Camera e Senato, del presidente dell'Unione dei comuni ed enti montani e dei vertici militari.
In essa fu sottoposto a verifica il funzionamento della nuova normativa e si individuarono talune linee per migliorarlo, senza che fosse avanzata alcuna proposta o si considerasse la necessità di adottare nuove norme.
In quell'occasione, si manifestò con evidenza la necessità che gli enti militari e civili sul territorio avviassero un colloquio proficuo, assegnando ai comitati paritetici membri con rappresentatività decisionale per dirimere le controversie ed individuare soluzioni. Fu altresì ritenuto indispensabile migliorare la possibilità di effettuare permute e ridislocazioni di infrastrutture demaniali, per ovviare ad inconvenienti, considerato che questo strumento era reso impraticabile dalla normativa allora vigente mentre se ne sentiva la necessità.
Queste furono le conclusioni più importanti della suddetta Conferenza.
Obiettivamente, essa ebbe il positivo esito di determinare un più efficace utilizzo degli strumenti di legge, e anche grazie ai suoi esiti i comitati paritetici hanno svolto e stanno svolgendo regolarmente la loro funzione.
In questi ultimi anni, tuttavia, sono emerse alcune difficoltà insieme con un maggiore ricorso al ministro della difesa per la risoluzione delle situazioni di disaccordo. Le ragioni che hanno portato a questo crescente disaccordo sono verosimilmente da ricercarsi nel mutato quadro strategico e nell'evoluzione avvenuta nell'organizzazione delle Forze armate, che ha portato ad un consistente ridimensionamento dello strumento militare, sceso dai 330 mila effettivi del 2000, per fare riferimento ad un anno prossimo, ai 190 mila di oggi.
Questo ridimensionamento ha determinato un'oggettiva sotto utilizzazione di diverse strutture e, quindi, la sensazione che la consistenza della presenza militare non giustificasse più, in relazione alla diversa dimensione dello strumento, le penalizzazioni fino a quel momento accettate.
Purtroppo, gli stessi meccanismi di decentramento che hanno favorito un miglior dialogo con il territorio non hanno però consentito nel tempo che il centro mantenesse una piena consapevolezza - o, comunque, una consapevolezza tempestiva - delle varie situazioni venutesi a creare in periferia in conseguenza delle trasformazioni in atto.
Pertanto, esiste oggi una molteplicità di istanze e richieste che, venendo dalle autorità locali, sono relative a situazioni che non possono essere risolte se non dopo
un'adeguata pianificazione relativa alla futura distribuzione delle forze sul territorio.
È maturato quindi il momento per una generale revisione dello strumento militare; uno dei fattori fondamentali che potranno contribuire in una tale direzione sarà proprio l'analisi sulle servitù che in qualche modo si avvia con l'odierna audizione.
In questa prospettiva, il ministero ha già avviato un censimento delle strutture e del loro attuale utilizzo, per riportare a livello centrale la piena conoscenza delle situazioni di periferia. Ciò costituirà il punto di partenza per un'adeguata redistribuzione delle forze, che dovrà sposare la rispondenza dell'attuale scenario strategico con la situazione territoriale.
Questo censimento offrirà gli elementi per correggere i casi in cui il peso delle attività militari sia eccessivamente concentrato su alcuni territori. Mi limito ai primi dati del censimento in atto che, appunto, ho accelerato in vista di questa audizione. Dal punto di vista della superficie complessiva, è stato anzitutto calcolato che la prima forma nella quale si esprime la presenza militare, il demanio militare, occupa lo 0,261 per cento del territorio nazionale, pari a 783 chilometri quadrati, su un totale di 300.492.
Per quanto riguarda le singole regioni, emerge che il Friuli-Venezia Giulia, con l'1,3 per cento del rispettivo territorio, e la Sardegna, con lo 0,958 per cento di spazio del territorio di proprietà demaniale, sono le regioni maggiormente interessate dalla presenza militare. Seguono, ad una certa distanza, Lazio e Puglia, mentre tutte le altre regioni appaiono interessate attorno o anche molto al di sotto - vi è dunque una forte variabilità - della media nazionale. Ho portato con me una tabella che riassume tutti questi dati; tralascio di leggerla, ma la deposito agli atti della Commissione. Mi sono limitato a citarvi i casi e gli elementi principali.
Per quanto riguarda le servitù - quindi territori estranei al demanio militare, ma gravati da limitazioni alla libera fruizione -, esse occupano in media lo 0,15 per cento del territorio. In questo caso, la Sardegna è gravata molto più della media, con uno 0,65 per cento di territorio interessato, seguita a distanza dal Friuli-Venezia Giulia con lo 0,365 per cento, rispetto ad una media nazionale appunto dello 0,15 per cento. Le ragioni storiche di questo dato di fatto sono comprensibili: per il Friuli-Venezia Giulia, pesa ancora il massiccio schieramento a nord-est del periodo della guerra fredda e della prima guerra mondiale, mentre, per la Sardegna, pesa la vastità delle aree addestrative in zone poco abitate.
Per quanto riguarda il Friuli-Venezia Giulia, si può affermare che il processo di riequilibrio sia già iniziato, per il mutato quadro strategico ed il progressivo abbandono di molte strutture, già inserite negli elenchi di dismissione. Per la Sardegna, l'oggettiva situazione di disagio è stata pubblicamente riconosciuta dal Governo ed è oggetto di confronto operativo sulla base di una piattaforma concordata con la regione sarda. In tale quadro, è stato già definito il rilascio della base della Maddalena da parte della Marina statunitense ed è stato già individuato un primo elenco di beni da trasferire alla regione, in ordine al quale è tuttora in corso un'istruttoria di approfondimento congiunto, seguita dal sottosegretario Casula.
A fronte di una realtà quale quella appena descritta, il Governo intende agire secondo le seguenti linee. In primo luogo, intendiamo completare il censimento di tutte le infrastrutture in uso alla Difesa, nonché delle servitù ad esse associate; è infatti in atto una ricognizione puntuale che deve essere perfezionata.
In secondo luogo, sulla base di tale elenco, individueremo le installazioni necessarie agli attuali compiti istituzionali ed il loro grado di utilizzo, perché le diverse strutture hanno un grado diversificato di riutilizzo.
In terzo luogo, laddove esistano strutture in uso, necessarie, ma relativamente poco funzionali alle attuali esigenze e fortemente desiderate per la loro collocazione e per la loro qualità dalle comunità locali, ferma restando l'attuale normativa sulle permute, esamineremo la possibilità
di addivenire ad accordi di programma che consentano riallocazioni di funzioni, senza oneri per la Difesa, che nel presente momento non è assolutamente in grado di finanziare trasferimenti. Ritengo che il metodo dell'accordo di programma, finalizzato alla permuta, sia un validissimo strumento per venire incontro ad esigenze locali, favorendo nel contempo la ristrutturazione degli enti della Difesa. Ogni ristrutturazione infatti, a fronte di vantaggi a medio termine, richiede immediati investimenti, che oggi sono impossibili.
In quarto luogo, per quanto riguarda le servitù, intendiamo eliminare quelle che non risulteranno più necessarie. Vogliamo anche verificare con attenzione i criteri di compensazione previsti dalla legge per un eventuale aggiornamento degli indennizzi ai privati e dei contributi agli enti locali, compresi gli aspetti procedurali, che appaiono ancora complessi.
In quinto luogo, intendiamo rilasciare le strutture non più utili, trasferendole all'Agenzia del demanio - che provvederà alla loro valorizzazione secondo procedure di legge che la prossima legge finanziaria potrebbe anche modificare - oppure devolvendole, sempre tramite l'Agenzia del demanio, alle regioni a statuto speciale, a favore delle quali il trasferimento consegue alla dismissione dall'uso statuale. In questa trasformazione verrà ricercato anche un riequilibrio a vantaggio delle regioni maggiormente interessate dalla presenza militare; evidentemente, infatti, dovremo tener conto anche di questo dato.
Un'analisi particolarmente approfondita sarà dedicata ai poligoni d'addestramento. Come ho affermato in premessa, essi sono un'assoluta necessità per le Forze armate. Il compito principale di ogni reparto operativo non impegnato in operazioni è quello di mantenersi pronto per un eventuale intervento reale.
L'addestramento non riguarda solo l'efficacia nell'azione, ma anche la sicurezza del personale, che, utilizzando strumenti molto complessi in ambienti difficili, può sicuramente essere soggetto a pericolosi errori, qualora non avesse mantenuto o mantenesse il dovuto grado di confidenza con i mezzi a disposizione. Oltre ad un costante addestramento di base presso il proprio reparto, al militare è sicuramente necessario, almeno una volta l'anno, operare in un ambiente quanto mai realistico, riproducendo le situazioni più impegnative possibili.
Per questo motivo, si utilizzano i poligoni di tiro, per l'addestramento di piloti di velivoli, di equipaggi di navi e di personale addetto ai vari tipi di armi da fuoco. I poligoni richiedono spazi attrezzati e vaste aree di contorno. La situazione storica ha fatto sì che tali poligoni siano oggi in piena attività solo in Sardegna, con ciò contribuendo a quell'ampio sbilanciamento nell'impiego del territorio sopra illustrato. Stiamo, perciò, operando per la ricerca di soluzioni operative su tre fronti: il ricorso a forme di addestramento simulato, quando ciò è materialmente possibile; l'affitto di installazioni all'estero per quelle forme addestrative reali che richiedono gli spazi più elevati; la riduzione delle aree e dei tempi di utilizzo al minimo indispensabile, mantenendo ferme le esigenze di sicurezza.
In ogni caso, quello dei poligoni rimane un problema molto complesso da risolvere perché, come ho riferito, l'addestramento è parte indispensabile nel mantenimento in efficienza delle Forze armate. D'altra parte, concentrare troppi oneri su poche aree appare ingiusto, tanto che abbiamo avviato una prima serie di misure correttive, di cui prima davo conto con riferimento al capitolo sardo.
In questo breve excursus, ho voluto inquadrare il problema e fornire le direttrici sulle quali il dicastero intende muoversi. Come ho potuto illustrare, esiste una reale ed urgente necessità di revisione della presenza militare sul territorio e delle servitù, revisione che si deve accompagnare ad una generale ristrutturazione dello strumento militare, secondo gli scenari attuali e le nuove necessità.
Per concludere, ritengo che sia giunto anche il tempo di riconvocare una conferenza nazionale a similitudine della citata conferenza del 1981, per una migliore comprensione reciproca e un'ottimizzazione
delle attività. Naturalmente, tale conferenza non potrà non coinvolgere, oltre che l'amministrazione della Difesa, anche l'Agenzia del demanio, le regioni e gli enti locali, al fine di arrivare ad una soluzione condivisa che salvaguardi, nel contempo, gli interessi della difesa nazionale e quelli altrettanto legittimi delle popolazioni locali.
Vi ringrazio per l'attenzione e spero che la mia relazione sia utile alla vostra riflessione in vista delle decisioni che assumerete.
PRESIDENTE. Ringrazio il ministro per la relazione testé svolta ed autorizzo la pubblicazione in allegato al resoconto stenografico della seduta odierna della tabella depositata.
Do ora la parola ai colleghi che intendano porre questioni o formulare osservazioni.
ELETTRA DEIANA. Ringrazio il ministro per la tempestività con cui ha accolto l'invito della Commissione e per le informazioni fornite.
Vorrei richiamare l'attenzione su talune questioni a mio avviso ancora più importanti. Il ministro ha tracciato il quadro attuale della situazione, in parte già noto; ma maggiormente dovremmo porre attenzione alle dinamiche sottese alle nuove forme di servitù militare.
Colgo l'occasione della presenza del ministro per porre un argomento che, del resto, fa parte strettamente della questione che stiamo valutando; intendo infatti riferirmi al progetto relativo all'aeroporto Dal Molin della città di Vicenza. Il ministro deve chiarire cosa sta avvenendo in quanto si tratta di una questione relativa alle servitù militari e, in particolare, come il ministro ricordava, alle conseguenze dell'accordo bilaterale con gli Stati Uniti d'America, in base all'articolo 3 del Trattato NATO.
A Vicenza è di stanza una brigata aerotrasportata che, tra l'altro, ha svolto, come il ministro sa benissimo, un ruolo strategico di primaria importanza nella preparazione e nella conduzione della guerra in Iraq; ebbene, su richiesta del comando degli Stati Uniti in Europa, vi è un progetto di ristrutturazione complessiva - perciò, non di allargamento di qualche caseggiato - della presenza americana a Vicenza, con riferimento sia alle infrastrutture, sia ai sistemi di armamento, sia alla logistica, sia al personale militare americano. Dunque, si tratterebbe della trasformazione di una brigata, che già svolge un ruolo militare strategico di primissimo piano, in una forza proiettiva di primissimo piano, con destinazioni strategiche in Asia, in Medio Oriente e in Africa. Ciò, almeno, si desume dalla relazione svolta dal generale James L. Jones dinanzi al Senato degli Stati Uniti d'America.
Siamo, dunque, di fronte al potenziamento di una presenza americana già esistente; pertanto, si pongono al riguardo questioni sia politiche, sia di carattere informativo sui relativi meccanismi decisionali. Infatti, la predisposizione di tale progetto è avvenuta sulla base di decisioni assunte nel corso della passata legislatura, sotto il Governo Berlusconi. Mi interessa dunque capire quali meccanismi formali e informali debbano essere attivati affinché si possa apprendere dell'esistenza di un progetto del genere e della sua fase di avanzamento sotto il profilo della configurazione progettuale da parte degli americani.
Sulla base delle informazioni in nostro possesso, sappiamo che, fin dalla primavera del 2005, le autorità militari statunitensi erano impegnate in tale ambito con l'assistenza dei tecnici del V reparto infrastrutture di Padova, organo dell'ispettorato infrastrutture dello stato maggiore dell'esercito italiano. Quindi, vi è stato un coinvolgimento operativo di un servizio delle Forze armate italiane; ma chi mette a disposizione del comando americano le Forze armate ed i tecnici dell'ispettorato infrastrutture dello Stato?
Esiste una filiera di decisioni già prese, anche se non formalizzate in un documento; chiedo, perciò, di conoscere non tanto quali siano le regole poste con riferimento alle strutture già esistenti
quanto, soprattutto, quelle che si riferiscono agli sviluppi che si stanno profilando. Vorrei che il ministro fornisse dei chiarimenti al riguardo, anche perché abbiamo avuto in passato un lungo contenzioso con il ministro Martino relativamente al rafforzamento della base della Maddalena. Nella passata legislatura, infatti, come ben sa l'ex sottosegretario Cicu - cui alcuni di noi continuamente rivolgevamo, allora, interpellanze sulla materia -, l'approdo dei sommergibili nucleari americani alla Maddalena si stava trasformando nella costituzione di un'intera base sulla costa antistante il punto di approdo. Anche in tale caso era assolutamente misteriosa la filiera decisionale delle autorità italiane, tanto che la questione è stata continuamente avvolta da un velo, da balletti, smentite e ammissioni.
Alla fine, spero che la questione si concluda felicemente, come d'altra parte lo stesso ministro riferiva e come sappiamo.
Infatti, la pesante presenza di servitù militari straniere - nelle accezioni e nelle configurazioni testé prospettate in questa sede -, nel contesto del mutamento del quadro strategico globale cui il ministro alludeva rende il nostro paese massimamente esposto alla richiesta degli Stati Uniti d'America di avere sul nostro territorio una presenza più funzionale dal punto di vista geopolitico e strategico. Con riferimento a tutto ciò, un punto dirimente è rappresentato dal nostro compito primario, in qualità di parlamentari, di esercitare un controllo pieno, non soltanto sulle situazioni già esistenti ma anche sugli sviluppi futuri, potenzialmente già insiti nel presente. Si tratta di materia che dovrebbe rivestire, per l'attività di nostra competenza, un interesse primario.
Chiedo, pertanto, un'informazione dettagliata sui meccanismi che presiedono a tali vicende. Per inciso, sul caso dell'aeroporto Dal Molin di Vicenza taluni di noi, anche su sollecitazione dei comitati interessati, avevano chiesto di poter avere un incontro con lei in separata sede.
Peraltro, anche il caso della richiesta americana di basi alla Maddalena pone la necessità di una discussione sul rapporto tra territorio italiano e posizione geopolitica dell'Italia, nuovo quadro strategico e richiesta di rafforzamento in ragione dell'articolo 3 citato.
Lei sa, però, ministro, che la NATO ha cambiato completamente funzione, natura e finalità. Di conseguenza, non si può fare riferimento all'articolo 3 come se fosse ancora in vigore il trattato NATO del 1949, con le caratteristiche che esso aveva allora. Il Friuli-Venezia Giulia, per esempio, non ha più la funzione strategica che aveva durante la guerra fredda; l'Italia sembra continuare a mantenere una funzione strategica, ma si tratta di ridiscuterla. Non possiamo, cioè, accettare l'imposizione di nuove basi in ragione soltanto di una funzione strategica peraltro ormai neppure più valida. Di conseguenza, ogni potenziamento della presenza statunitense in Italia, a partire da questa ristrutturazione, che muta non solo la morfologia della presenza militare americana ad Ederle, nel territorio vicentino, ma anche la funzione, il peso e la natura di quella presenza, deve essere accompagnata anzitutto dalla comunicazione di strette e dettagliate informazioni su quali siano i meccanismi attraverso cui si formano tali decisioni.
La decisione relativa all'aeroporto Dal Molin, infatti, continua ad essere immersa nel mistero più assoluto e ad essere oggetto di un balletto di responsabilità. Asserisco qui, ed ho asserito in altre sedi, che la finalità d'uso militare del territorio italiano è di stretta ed esclusiva competenza del Governo, nel caso di Vicenza del Governo in maniera particolare. Tale questione, infatti, «tocca» l'Alleanza, riguardando la concessione, all'alleato americano, di una qualità diversa della sua presenza a Vicenza: si tratta, non soltanto di stabilire chi ha il potere decisionale - e nella fattispecie ribadisco che esso spetta al Governo, non certo alle autorità locali -, ma anche, e soprattutto, di stabilire attraverso quali incontri e formalità si possa addivenire ad una decisione, che a me sembra abnorme, come appunto quella che investe la città di Vicenza.
Per concludere, una notazione in merito a quanto ha riferito il ministro e che mi pare di grande interesse; mi riferisco al compito che il ministero si è dato di realizzare un censimento, che credo sarebbe utilissimo. Tale censimento gioverebbe veramente, in quanto partire dalla realtà concreta dell'oggetto della nostra indagine sarebbe un primo importante contributo alla conoscenza della problematica nel suo complesso.
SALVATORE CICU. Onorevole ministro, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, sento di manifestare, in questo momento, apprezzamento per la relazione del ministro Parisi; un apprezzamento che nasce dalla condivisione dell'impostazione seguita in passato e mantenuta nel presente. Infatti, il percorso indicato dal ministro Parisi rappresenta la prosecuzione di un lavoro già impostato, che nasce - e mi collego così, onorevole Deiana, anche al riferimento al cosiddetto censimento - dall'esigenza scaturita dalla riforma che ha professionalizzato la leva.
Si tratta però, anche e soprattutto, di un percorso nato dalla modifica di quella valutazione indicata dal ministro ovvero dal mutamento della geostrategia in ordine alle funzioni della Difesa. Mi riferisco, perciò, ad una progettazione, ad una programmazione e ad una pianificazione di obiettivi che hanno, nel corso di questi anni, fatto decidere dove bisognava porre termine alla presenza militare e dove bisognava, invece, rafforzarla. Peraltro, ministro, ciò è avvenuto con sentimenti del territorio sempre contrastanti; dove si chiudevano le strutture, si levavano le proteste, sia per un intrinseco senso di identità storico-culturale sia, soprattutto, per il risultato reddituale che ne derivava. Alla fine, dunque, non si riusciva ad equilibrare bene un tale percorso. In effetti, credo che la situazione non sia cambiata.
Sento, peraltro, di condividere molto anche taluni spunti di riflessione dell'onorevole Deiana; la politica, infatti, si impegna a conseguire i risultati che in questa sede sono stati indicati nella prospettiva di raggiungere, con responsabilità e consapevolezza, un equilibrio tra quanto il territorio chiede e le esigenze della Difesa. Quando si è seri, lo si capisce e si affronta la situazione nel migliore dei modi.
È chiaro, però, che ciò diventa difficile, invece, quando si ricorre a strumentalizzazioni e quando gli obiettivi cui si tende non sono costituiti dall'interesse del territorio perseguito attraverso la mediazione e l'equilibrio.
Ministro, signor sottosegretario, con le mie osservazioni non voglio né essere polemico né formulare valutazioni diverse da quelle che fin qui ho esposto. Ho vissuto, però, una fase strana; la definisco strana perché, nel rapporto tra Governo e regione, le richieste dell'ente territoriale erano rappresentate in termini di tempo molto ristretti. Penso, ad esempio, alla liberazione ed all'eliminazione del poligono di Teulada la cui chiusura avrebbe riguardato l'addestramento più importante della Difesa in quel momento; si mirava a realizzare la condizione perché gli americani se ne andassero via immediatamente e perché l'arsenale venisse subito dismesso.
Come i colleghi sanno, le norme sugli arsenali prevedono, solo ed esclusivamente, un processo giuridico di riconversione, il che significa che l'obiettivo è sempre quello militare. Anche quando l'obiettivo militare può essere superato dalla necessità produttiva locale, occorre una mediazione che lasci una parte della proprietà allo Stato e l'altra parte ai privati, i quali realizzano progetti che debbono però essere finalizzati, per certi aspetti e per una determinata percentuale, alle esigenze della Difesa.
Non è mia intenzione, ministro e signor sottosegretario, fare discorsi di questo genere; voglio, però, ricordare a me stesso che i termini da lei usati - secondo i quali l'efficienza dei poligoni potrebbe essere valutata con riferimento all'addestramento simulato, all'affitto all'estero o alla loro riduzione - fanno parte di un discorso vecchio, abbondantemente superato. Capisco
che lei si trova a dover contemperare, con serietà e responsabilità, le esigenze che in precedenza ha citato.
Con stile diverso e con metodo diverso da chi allora era il mio interlocutore - e che oggi è diventato il suo -, devo però esprimerle quanto a lei è già noto relativamente al disagio delle comunità, delle popolazioni, di una terra. Secondo la mia valutazione, l'esigenza non è tanto quella di una immediata soppressione o chiusura delle strutture; semmai, si tratta di far sì che, quanto meno, immediatamente ci si attivi per il miglioramento dei rapporti. Nella mia esperienza di sottosegretario, ho avuto modo di constatare che non è possibile attendere sino al punto di dover drammaticamente chiedere che immediatamente, dopo ritardi atavici ed intollerabili, vengano corrisposti indennizzi spettanti per legge ai comuni.
Come si può pensare di salvaguardare l'esigenza dell'equilibrio e della mediazione quando lo Stato, pur con una presenza lacerante e drammatica, non realizza nemmeno la minima condizione del ristoro del risarcimento? Un indennizzo che, peraltro, storicamente, è ormai limitato e non ha più ragione d'esistere in quei termini, sicché andrebbe rivisto e rivalutato: andrebbe rapportato all'incidenza della presenza militare. Noi non abbiamo mai, peraltro, né criticato, né chiesto che venisse trasferita tale presenza; però, si comprende obiettivamente che essa provoca disagi forti, che devono essere eliminati.
Quando ho vissuto la lotta dei pescatori, una lotta di settore, vivendo insieme a loro sulle barche, ho capito che in quel caso vi era una negligenza nella valutazione di due aspetti fondamentali. Uno è la riduzione degli specchi di mare, che consentono a questi poveri pescatori di uscire dal loro approdo per realizzare le condizioni della loro attività lavorativa. Non ci preoccupiamo, invece, neanche di ciò; non vogliamo concedere loro la disponibilità a rivedere una configurazione che è solo ed esclusivamente di ordine territoriale, non di ordine geopolitico (e che non ha nulla a che fare con le esigenze della Difesa). L'altro tema è quello della bonifica, e al riguardo mi preme sottolineare il significato della proposta emendativa che ho presentato in Commissione.
Sono cinquant'anni che in Sardegna subiamo bombardamenti, in qualsiasi parte dell'isola; la percentuale citata dal ministro Parisi - che, credo, tutti i colleghi hanno colto - non è più accettabile, né in quei termini, né, tantomeno, nei termini in cui non si provveda ad una riparazione. Non è possibile che nelle aree protette, quelle sulle quali è intervenuto il Ministero dell'ambiente realizzando progetti ambientali in collaborazione con la regione Sardegna, insistano ancora servitù militari e che proprio in quei siti avvengano i bombardamenti.
È chiaro che tutto ciò oggi è anacronistico, ed è per questo che condivido le parole del ministro Parisi; parole che vanno verso la giusta direzione, verso i giusti obiettivi.
Quello che chiedo al ministro è che si adotti la decisione politica che occorre, in maniera seria; serietà, lei, ministro, ne ha dimostrata anche in altre occasioni, gliene do atto. So che la Sardegna sta a cuore a lei quanto a me; quindi, non sto facendo un discorso individualista. Credo, però, che sia necessario essere forti nella conduzione di un certo tipo di processo all'interno di settori del Ministero della difesa; io stesso devo riconoscere di essere stato sollecitato in tale direzione in passato, grazie anche alla motivazione fornitami dall'onorevole Deiana attraverso le sue continue richieste.
Con riferimento a territori specifici, ministro, penso alla città di Cagliari ed alla presenza del cosiddetto demanio militare e delle servitù militari. Abbiamo un territorio che si chiama Calamosca, che parte dal centro della città di Cagliari e si ricongiunge al Poetto di Cagliari, a mio avviso la spiaggia più bella d'Europa.
Una spiaggia che sicuramente ha bisogno di una valutazione diversa, da effettuarsi, a mio avviso, con il cosiddetto accordo di programma. Inoltre, è chiaro che gli enti locali devono essere coinvolti e interessati, ma la questione riguarda
anche, ministro, il discorso da lei fatto per le regioni a statuto speciale. Mi riferisco alla possibilità che vi sia non passaggio all'Agenzia del demanio ma una dismissione diretta nei confronti della regione, secondo l'articolo 14 dello Statuto della Sardegna.
Questi sono i risultati che possono e devono essere conseguiti, e la Commissione, con le valutazioni oggetto di tale indagine, potrà sostenere certamente questo tipo di processi.
L'altro esempio che volevo fare riguarda l'arsenale della Maddalena. Credo sia molto importante che la regione Sardegna si convinca di un aspetto, a meno che il ministro non lo ritenga ormai superato. Gli americani, già da circa un anno e mezzo, hanno dichiarato che lasceranno la base della Maddalena; ma gli Stati Uniti, dal momento in cui lo dichiarano, hanno almeno due anni di tempo per attuare le operazioni di trasferimento. Quindi, nel 2008 cominceremo a vedere gli americani che vanno via. A tale riguardo, si pongono due ordini di problemi. Uno è relativo ai dipendenti; non mi riferisco, naturalmente, a quelli che fanno parte dell'indotto, che è estesissimo, ma proprio ai dipendenti della base. Per costoro, pensare solo ed esclusivamente all'aspetto normativo, che li equipara ai dipendenti che lavorano nelle basi italiane, diventa lacerante, drammatico e penalizzante. Infatti, trasferirsi dalla Maddalena in qualsiasi altro contesto o comune significa prendere il traghetto, e significa, altresì, realizzare chissà quale processo di definizione di un percorso progettuale e lavorativo senza alcuna garanzia occupazionale.
Credo, poi, che sia importante capire che fine farà l'arsenale rispetto ai progetti già presentati e all'importanza degli stessi. Sottolineo, inoltre, signor ministro, la necessità che la regione Sardegna si decida, in merito a quei siti a rendere noto se vi saranno deroghe dal punto di vista urbanistico. Se infatti non vi saranno deroghe dal punto di vista urbanistico alla Maddalena, non si potrà costruire neanche in Corsica, perché diventerà difficile realizzare all'interno dell'abitato della Maddalena i famosi due chilometri dal mare.
Ho voluto sottolineare tutti questi aspetti, signor ministro, perché vi è la necessità di riavviare una decisione: non chiedo una decisione immediata in maniera semplicistica, perché ho vissuto la stessa esperienza e capisco che così non è, e non può essere.
Ma credo che si possano prendere decisioni immediate per dare un segnale ad una terra e ad un popolo che da troppo tempo le aspettano. Nel momento in cui sono state avviate 216 dismissioni ed abbiamo altresì avviato l'accordo di programma con il comune di Cagliari - che prevede la realizzazione di una passeggiata sul mare attraverso la cessione di una banchina - il porto di Cagliari, finalmente, può vivere nella sua proiezione e può essere considerato un porto civile e commerciale che guarda anche al suo processo turistico.
Sono fondamentali, per la Sardegna, considerata anche la percentuale di territorio su cui si incide, una valutazione immediata e delle risposte, che noi chiediamo siano precise, determinate e decisive.
TANA DE ZULUETA. L'onorevole Deiana ha anticipato con il suo intervento parte delle domande che avrei voluto rivolgere al ministro.
Peraltro, avevo ritenuto - sbagliando - che l'audizione del ministro sarebbe stata più utile nel corso dell'indagine; invece, essa è stata estremamente utile in questa fase, perché ha anticipato una parte del programma del Governo molto interessante e importante. Spero che noi potremo utilmente assecondare tale indirizzo.
Penso che il censimento di cui il ministro parla sia molto urgente; ho avuto modo di capire quanto sia tuttora frazionato il quadro quando ho partecipato ai lavori della Commissione di inchiesta sull'uranio impoverito, che si è occupata di poligoni sotto una specifica ottica.
Sono dell'avviso che, se potessimo partecipare anche su tale versante al processo in corso, ciò sarebbe utile ed importante.
Non nascondo che i sommovimenti ed il cambio di destinazione d'uso messi in atto con il programma anticipatoci dal ministro potrebbero accendere anche «appetiti» di sfruttamento, che potrebbero essere evitati proprio con l'approccio globale indicato. Un approccio in virtù del quale il Governo potrebbe chiarire con gli enti locali, sotto un attento esame del Parlamento e dell'opinione pubblica, la fruibilità da parte della collettività di grandi tratti pregiati, in particolare delle coste (ma non solo). Tratti che sarebbe, per così dire, un grave peccato se fossero liberati dai vincoli per uno sfruttamento urbanistico incontrollato. Invece, bisognerebbe approfittare del fatto che, per un caso della storia, sono stati messi al riparo dalla speculazione per mezzo secolo; dovremmo perciò continuare a preservarli, non più per fini di difesa ma per fini di tutela.
Penso che le domande sollevate dall'onorevole Cicu siano molto importanti. Manifesto una certa preoccupazione per quanto accennato dal ministro circa l'idea di trasferire attività di addestramento su territori affittati all'estero. La storia postcoloniale francese e britannica è costellata di episodi non edificanti di comportamenti simili, tramite i quali si svolgono, sul territorio di un altro paese, soprattutto se molto più povero, attività che, per così dire, non si possono fare in casa.
Sarebbe molto difficile convincermi del contrario.
A meno che non avvenga in un contesto di collaborazione militare paritetica, l'addestramento delle truppe nazionali dovrebbe svolgersi sul proprio territorio in modo da pagarne le conseguenze, che non sono sempre innocenti, come abbiamo potuto accertare con l'indagine del Senato sull'uranio impoverito. Abbiamo infatti verificato che vi sono conseguenze ambientali di certe forme di esercizio militare che potrebbero avere conseguenze sanitarie a lungo termine anche estremamente problematiche.
Pertanto, anche da tale punto di vista, sarebbe molto utile che la nostra indagine completasse quella appena cominciata dal Senato e che è stata riavviata dalla Commissione, fornendo un quadro generale dentro il quale quell'indagine potrebbe continuare a svilupparsi. Questi erano i punti che volevo sollevare.
PIERFRANCESCO EMILIO ROMANO GAMBA. Signor ministro, anch'io, a nome del gruppo di Alleanza Nazionale, voglio rassegnarle la nostra sostanziale soddisfazione per la relazione da lei svolta. È condivisibile in ogni sua parte, innanzitutto perché mi pare ispirata da grande buon senso; se poi il buon senso ispira il complesso della relazione, è assolutamente condivisibile anche la premessa che lei, giustamente, ha voluto ricordare. Essa pone come primo punto di riferimento il fatto che le servitù militari sono comunque necessarie, essendo uno strumento indispensabile per le necessità di addestramento e di mantenimento in efficienza dello strumento militare cui ella faceva riferimento. Da tale premessa, appunto, bisogna partire per valorizzare le diverse esigenze che via via, negli ultimi anni, si sono maggiormente manifestate.
In questo senso, a prescindere da quanto la Commissione riuscirà a chiarire e ad evidenziare nell'ambito dell' indagine conoscitiva testé iniziata, prendendo spunto dalla sua relazione, mi pare vi siano alcuni punti su cui bisognerà forse richiamare l'attenzione o tenerla desta; punti che possono costituire gli elementi di maggiore utilità per le valutazioni complessive che il Ministero della difesa, il Governo e conseguentemente anche il Parlamento devono fare nello svolgimento dei propri lavori.
È certamente positivo, di per sé, l'utilizzo di poligoni esteri per addestramenti di larga portata; questa Commissione ha avuto occasione, nella scorsa legislatura, di assistere ad alcune esercitazioni, in Ungheria, in Polonia e, probabilmente, anche in qualche altro ambito degli ex paesi del Patto di Varsavia. Credo, però, che debbano essere tenuti in grande attenzione i costi che dette attività e locazioni di aree comportano per lo Stato perché è evidente che, nel quadro complessivo non felicissimo
del bilancio della Difesa, sarebbe abbastanza singolare un'ulteriore depauperamento derivante da questo tipo di situazione.
Quindi, in un'analisi complessiva costi-benefici, evidentemente tale aspetto deve essere particolarmente valutato.
Analogamente, con una valutazione obiettiva e non pregiudiziale, credo debba continuare la valutazione delle conseguenze positive che ricadrebbero su molti dei siti onerati dalle servitù militari nel caso della dismissione o della eliminazione di dette servitù. Altrettanto obbiettivamente, bisogna però cercare anche di produrre delle diagnosi riguardo ai possibili effetti negativi; non a caso, il collega Cicu rappresentava la situazione degli impiegati presso le basi della Maddalena, che da quella situazione traggono lo strumento di sostentamento economico che, viceversa, verrebbe a mancare nei casi, pur auspicabili, come quello che si sta verificando o che si verificherà nel 2008.
Nell'ambito del censimento che il ministero da lei guidato sta effettuando, penso possa essere utile ipotizzare o comunque segnalare la possibilità di un maggior utilizzo in termini sostitutivi di qualche settore attualmente sottoutilizzato in qualche altra regione (sempre che esistano tali ambiti); ciò, anche in conformità alle esigenze, certamente mutate, della situazione attuale dello strumento militare. Si potrebbe così ipotizzare un maggior riequilibrio rispetto al carico decisamente e attualmente più oneroso per la Sardegna e per il Friuli-Venezia Giulia.
In ultima analisi, l'indirizzo in teoria più facile, i cui vantaggi dovrebbero essere più immediati, seppur di non facile attuazione, consiste nella modulazione dei disagi, che sarebbero più facilmente alleviabili anche attraverso il superamento di qualche rigidità, come ricordava l'onorevole Cicu. Probabilmente, sia l'azione più collegiale del Parlamento e della Commissione difesa, sia alcuni approfondimenti, con il coinvolgimento di ambiti più vasti - non solo degli enti locali ma anche di varie entità - potrebbero consentire di raggiungere il minor onere ed il maggior vantaggio possibili per le popolazioni che attualmente si trovano in qualche modo soggette a tali vincoli.
Quindi, esprimo nei riguardi del ministro un riaffermato consenso ed un ringraziamento per la sua relazione, nonché uno sprone affinché, anche attraverso la nostra opera, si possano raggiungere - ribadisco: senza pregiudiziali errate - gli obiettivi che mi pare, ancora una volta, siano quelli dettati dal buonsenso.
MASSIMO NARDI. Anch'io voglio esprimere il mio apprezzamento per la disponibilità che il ministro Parisi manifesta con la sua presenza ai lavori della nostra Commissione; non è la prima volta che ciò accade. Lo fa con continuità e con una competenza ed un'attenzione ai problemi di cui va dato atto alla sua persona, a differenza di molti altri suoi colleghi di Governo tra i quali, per fare un esempio, in primis, il ministro Padoa-Schioppa.
Però, per quanto la riguarda, signor ministro, trovo i suoi contributi particolarmente preziosi sul piano dell'analisi e soprattutto per la possibilità che danno ad ognuno di noi di esprimere i propri giudizi.
Il mio orientamento è diverso da quello dei colleghi che mi hanno preceduto, almeno in base alla sensazione che ho maturato da quanto ascoltato. Per me, le servitù militari sono un elemento importantissimo; esse rappresentano lo strumento fondamentale di cui ha necessità di fruire un corpo militare professionalizzato.
È ovvio che tutto va considerato in un'ottica di compatibilità con l'insieme delle questioni esistenti. Non dobbiamo però dimenticare che le nostre Forze armate, proprio in base alla logica della loro professionalizzazione, pur riducendosi da 330 mila a 190 mila unità, hanno la necessità di avere a disposizione spazi, strumenti e modi che permettano loro di essere al meglio funzionanti. Ciò soprattutto in considerazione dei compiti che svolgono attualmente e di quelli che potrebbero essere chiamate a svolgere in un prossimo futuro.
Credo non sfuggirà a nessuno quanto ho già affermato in altre occasioni. Viviamo in un momento particolarmente delicato, nel quale ci auguriamo tutti che non possa succedere assolutamente niente; tuttavia, è un momento che, in termini di prospettiva, potrebbe anche avere evoluzioni difficili da gestire.
In questa ottica, mi preoccupa particolarmente quanto affermato dalla collega Deiana. Mi pare di capire che, facendo riferimento all'alleanza NATO, ella sostiene sostanzialmente che essa non debba più vincolarci a logiche di reciprocità ovvero a logiche di vincolo che in qualche misura siano finalizzate ad ottenere il massimo della potenzialità difensiva per il nostro paese.
Sono invece convinto che la NATO sia ancora uno strumento fondamentale nella logica di difesa della nostra realtà territoriale. Qualsiasi modifica in ordine alla compatibilità ed alle disponibilità delle presenze dei nostri militari o dei nostri alleati sul territorio vanno considerate in quest'ottica, vale a dire nella logica di garantire la massima sicurezza al paese e non nella prospettiva, eventualmente, di smantellare un accordo nel quale non ci si riconosce.
Fra le considerazioni espresse dal ministro Parisi, mi ha colpito - ed è un argomento su cui chiederei un chiarimento - il riferimento alla necessità di pianificare la nostra presenza sui territori per poter addivenire ad una determinazione delle necessità in termini di servitù militare. Mi interesserebbe capire che tempi prevede il ministro Parisi per realizzare una pianificazione di tale natura perché è ovvio che, se i tempi dovessero essere particolarmente lunghi, o di difficile identificazione, il nostro lavoro, anche quello finalizzato all'indagine conoscitiva sulle servitù militari, risulterebbe molto più complicato e difficile.
Ovviamente, anche le considerazioni espresse sulla bonifica sul rimborso alle comunità e sulle rigidità nella perimetrazione delle aree delle servitù militari dovrebbero vedere in questo caso una duttilità diversa da parte delle Forze armate. A tale riguardo, mi aspetto che il ministro Parisi possa, laddove siano presenti tra le comunità dei vari territori proteste specifiche, quantomeno verificare che tale duttilità possa essere presa in esame.
ANDREA PAPINI. Sarò molto breve, anche per consentire al ministro di replicare.
Anzitutto, desidero ringraziare il ministro per la relazione svolta, esprimendo anche piena condivisione; non poteva essere diversamente circa gli aspetti valoriali ma ho peraltro colto soprattutto l'indicazione di sistematicità e di metodo che rende particolarmente apprezzabile la sua relazione.
Il ministro Parisi mi scuserà, ma mi rivolgo ai colleghi, anche perché questa materia è molto trasversale, come ha dimostrato l'intervento dell'onorevole Cicu, che ci ha raccontato tutto ciò che avrebbe voluto fare e che non ha fatto quando era al Governo...
SALVATORE CICU. Non ho capito, scusi.
ANDREA PAPINI. Voglio dire che, nel suo intervento, c'erano molti elementi che raccontavano ciò che sarebbe stato opportuno fare e che il suo Governo non ha potuto fare. La mia non vuole essere affatto una polemica...
SALVATORE CICU. No, lei sta facendo polemica.
ANDREA PAPINI. Allora, cancelli quest'ultima frase.
SALVATORE CICU. Probabilmente, non ha ben compreso le mie parole.
ELETTRA DEIANA. Si parlava della complessità delle decisioni.
ANDREA PAPINI. Il punto che voglio sottolineare è questo. Si tratta sicuramente di una materia molto trasversale; però, non possiamo pensare di arrivare al risultato sin dal nostro primo incontro. A
mio giudizio, proprio perché dobbiamo fare tesoro dell'approccio metodologico che il ministro Parisi ci ha illustrato, dobbiamo svolgere con metodo, senza avere la pretesa di ottenere i risultati già dalla prima seduta, questa indagine conoscitiva.
Questo è il punto, che peraltro mi sembra di ritrovare in molti degli interventi che abbiamo ascoltato.
Da tale punto di vista, apprezzo l'idea di un censimento, di cui tra l'altro avevamo parlato poco prima che iniziassero i lavori. Chiedo al ministro se ha un senso, per il suo dicastero, effettuare una valutazione che tenga conto non soltanto delle percentuali regionali di territorio coinvolto ma anche della densità delle relative popolazioni. Evidentemente, anche tale parametro gioverebbe ad una valutazione della situazione perché una regione ad alta densità di popolazione ha sicuramente una problematica che, in qualche modo, è diversa, e ciò rientra nelle considerazioni che dobbiamo tenere presenti.
PRESIDENTE. Nel dargli la parola per la replica, chiedo al ministro Parisi di essere il più sintetico possibile. Ovviamente, il ministro tornerà ma, ai fini dei nostri lavori, desidereremmo avere intanto alcune sintetiche risposte alle domande emerse dal dibattito.
ARTURO MARIO LUIGI PARISI, Ministro della difesa. Da vari punti di vista, i temi affrontati sono inevitabilmente destinati, per così dire, a farci compagnia, al di là dell'appuntamento che in qualche modo ci siamo dati in funzione di una nuova conferenza nazionale sulle servitù, di cui avverto l'utilità e l'urgenza.
Mi limito a richiamare due concetti, che considero una premessa da ribadire anziché un discorso da sviluppare. Sarò quindi telegrafico.
Per quanto riguarda la professionalità, è difficile trovare un comune convincimento ma dobbiamo convenire su un punto di partenza, che è compreso tra i molti elementi che ho citato in premessa. Mi riferisco al riconoscimento che la sicurezza si produce con la sicurezza; è solo quindi attraverso l'addestramento e l'approntamento dello strumento militare che assicuriamo lo svolgimento delle operazioni successive. La sicurezza per gli altri e quella personale sono la condizione necessaria in un'attività come quella militare, che mette nel conto anche il rischio di una tensione e di un conflitto e che tuttavia chiama, in nome della professionalità e ancora prima dell'umanità, ad esercitare la forza legittima nella misura più contenuta possibile. Quindi, bisogna trovare la corrispondenza massima fra mezzi e fini; queste, che sono parole, possono diventare fatti solo se sono affidate ad un esercizio continuo dell'apprendimento attraverso l'addestramento. Questa è la premessa, naturalmente nella misura in cui è condiviso il fine; ma debbo ritenere che il fine sia condiviso.
Inoltre, la difesa, che è difesa della comunità e della Repubblica - nel senso che è difesa della cosa pubblica -, non può distruggere con una mano quanto difende con l'altra. È chiamata in ogni momento a perseguire, anche in tal caso, il fine governando i mezzi; lo affermo con la consapevolezza che il più delle volte il governo dei mezzi è affidato alla categoria del contenimento del danno.
Il settore oggetto della nostra responsabilità di Governo - e mi rivolgo al Parlamento sapendo che condividiamo una tale responsabilità, pur da ruoli diversi - mette nel conto, purtroppo, la necessità di una qualche misura di danno. Quindi, non possiamo «raccontarci», oltre una certa misura, cose che non corrispondono alla realtà.
Tuttavia, pur con questa consapevolezza, così come non può essere associata in alcun modo alla licenza di uccidere, la difesa non può essere associata in alcun modo alla licenza di distruggere o di danneggiare. Potrei aggiungere che anzi essa è chiamata anche, nel momento in cui si esercita nella tutela della cosa pubblica, ad unire le finalità tradizionali con la difesa del patrimonio pubblico. Lo dico
facendo riferimento all'esperienza pregressa più che all'esercizio della funzione di ministro.
Mentre, infatti, non possiamo non riconoscere gli elementi di danno associati alla difesa, dobbiamo anche riconoscere che molti beni rimasti nella disponibilità della comunità si sono preservati anche grazie al vincolo di difesa che li ha protetti nel tempo. Nel fare tale considerazione, rispondo anche all'intervento dell'onorevole De Zulueta.
In qualche modo, prima che la consapevolezza ambientale raggiungesse i livelli che oggi sono all'origine della preoccupazione per l'ambiente, la difesa è stata la forma più semplice per salvaguardare alcune forme di patrimonio pubblico.
Quanto agli interventi specifici, non sono riassumibili in punti trasversali, perché mi interpellano su aspetti concreti. Debbo procedere telegraficamente, in considerazione dei tempi a disposizione della Commissione.
Per quanto riguarda il censimento, esso è ampiamente iniziato e accompagna inevitabilmente l'attività della Difesa; non può essere neppure ricondotto a questi cinque mesi, da quando ho la responsabilità del ministero. Infatti, la consapevolezza dei beni che sono nella responsabilità della Difesa è la dimensione conoscitiva di qualsivoglia attività. La tabella che lascio a vostra disposizione non sarebbe producibile, evidentemente, se non vi fosse una conoscenza depositata.
Ciò che è più complesso da definire è la qualità e la quantità dell'uso dei beni, perché questa è la premessa di base per le scelte conseguenti. Questo è realmente più complesso. Comunque, su tale versante siamo impegnati, così come lo siamo nella valutazione dell'uso dei beni - e faccio così riferimento all'ultimo intervento - con riguardo alla densità della popolazione. Densità della popolazione che, ahimè, è all'origine di alcune scelte che oggi mostrano il loro limite, e mi riferisco al caso della mia e nostra Sardegna. La Sardegna, infatti, in passato, era scelta in considerazione della sua separatezza e del suo isolamento territoriale, laddove gli stessi dati che un tempo erano vissuti come un limite, adesso, viceversa, sono vissuti come una risorsa. Questo è il punto.
Comunque, nel caso specifico, l'altro parametro che inevitabilmente dovremmo prendere in considerazione è quello della popolazione militare; non solo, quindi, il rapporto di tipo quantitativo con la popolazione civile. I due parametri infatti in qualche modo si richiamano l'un l'altro ed evidentemente non possiamo divaricare troppo le due dimensioni, lasciando la popolazione militare da una parte e l'occupazione del territorio dall'altra. Lo dico anche pensando all'utilizzazione di territori stranieri concepiti come luogo nel quale scaricare le nostre contraddizioni.
È evidente che tale attività, intanto può essere perseguita con adeguata responsabilità e consapevolezza, se viene associata a forme di cooperazione militari, vale a dire di addestramento comune; ed è in tale direzione che può essere orientata. Credo che l'addestramento comune non solo ci garantisca da quell'irresponsabilità che è inevitabilmente associata al fatto che, tanto, non si opera a casa nostra, ma anche assicuri una delle dimensioni fondamentali delle relazioni internazionali sul piano militare, che è proprio la condivisione dell'addestramento. Quindi, una delle premesse di quella corresponsabilità condivisa nella produzione della sicurezza, che è uno dei punti verso cui il Governo e tutti noi pensiamo di orientare lo strumento militare.
Lo dico pensando all'intero orizzonte, anche a quello meridionale che in genere è associato all'origine delle tensioni; è proprio lì, evidentemente, che siamo chiamati al massimo di cooperazione, in modo che, per così dire, nessun fronte sia identificabile come una frontiera e con tutti i paesi si possa cooperare.
Vi posso assicurare che, sinora, i luoghi nei quali si sono svolte, in base agli elementi di cui dispongo, esercitazioni all'estero sono stati sempre inquadrati in forme di cooperazione militare, sia per quanto riguarda i nuovi paesi aderenti all'Unione europea, o comunque le alleanze
nelle quali siamo inseriti, sia per quanto riguarda i paesi della costa nordafricana, dove alcune di queste sperimentazioni si svolgono.
Sull'aeroporto militare Tomaso Dal Molin, dovrei svolgere un intervento articolato come quello fatto dal deputato intervenuto al riguardo. Comunque, lo ringrazio perché il solo fatto che mi venga riproposta la domanda significa che la questione in qualche modo non ha ottenuto compiuta soddisfazione. La risposta definitiva è inevitabilmente affidata ai fatti, evidentemente. Per la parte in cui la risposta è affidata alle parole, debbo riproporre la risposta che è stata data più volte dal Governo in occasione di ripetute interpellanze ed interrogazioni, alle quali hanno dato riscontro il Presidente del Consiglio, il Vicepresidente del Consiglio, il ministro per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali ed io stesso, in più occasioni.
Il nostro parere è che, anzitutto, bisogna stare ai fatti. In ogni progetto, dobbiamo definire una distinzione tra l'istruttoria, la decisione e l'esecuzione. Ciò di cui abbiamo dato conto, e per gli elementi di cui dispongo, attiene ai seguenti profili. La vicenda dell'aeroporto Tomaso Dal Molin è rimasta e resta ancora in fase di istruttoria, sia per quanto riguarda l'istruttoria di pertinenza del soggetto richiedente, che è l'amministrazione degli Stati Uniti attraverso le sue strutture militari, sia per quanto riguarda il confronto tra l'amministrazione militare americana e l'amministrazione militare italiana. Istruttoria, null'altro che istruttoria: non abbiamo ancora raggiunto il livello della decisione. In tale fase, il parere del Governo, che io confermo, è che la natura dell'intervento sia dello stesso segno di quello precedente, anche se cambia in modo significativo la dimensione. Di conseguenza, considerato che è stato posto un problema di compatibilità con l'unico criterio - la coerenza con il Patto del Nord Atlantico - che giustifica la presenza americana, o è giustificata l'estensione o rischia di essere priva di giustificazione anche la presenza preesistente.
Riteniamo che i due elementi siano tra loro strettamente collegati, motivo per cui il Governo ha espresso questo giudizio di compatibilità, riconoscendo, tuttavia, il cambiamento significativo della dimensione. Infatti, non può non essere riconosciuto tale cambiamento, che ha coinvolto la comunità locale nella sua complessità e pienezza, cominciando inevitabilmente dall'ente che la rappresenta, vale a dire il comune.
Naturalmente, resto a vostra disposizione per ulteriori futuri approfondimenti.
PRESIDENTE. È evidente che molti temi sollevati verranno ripresi in successivi incontri.
Nel ringraziare nuovamente il ministro Parisi e gli intervenuti, dichiaro conclusa l'audizione.
La seduta termina alle ore 16.
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