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PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Liotta. Ne ha facoltà.
SILVIO LIOTTA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, procederò ad un'operazione verità, confrontando, sulla base di dati e documenti ufficiali, i risultati dei cinque anni dei tre Governi della sinistra con quelli del Governo di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi.
Iniziamo, dunque, individuando qual è stata la linea guida lungo la quale si è svolta la politica economico-finanziaria del centrosinistra nel periodo 1996-2001. Quella del 1997 fu da voi definita la manovra del risanamento e delle riforme; quella del 1998, la manovra del rilancio economico e dell'avvio delle riforme dello Stato sociale; quella del 1999, la manovra della riduzione della pressione fiscale, del rilancio occupazionale e della solidarietà; quella del 2000 è la manovra che non taglia, ma dà; quella del 2001 è la manovra del bonus.
Se dovessi sintetizzare le varie piacevolezze che ho citato, potrei dire che la vostra linea guida nella precedente legislatura è stata quella della «continuità nella inutilità», dato che il 13 maggio del 2001 gli elettori italiani vi hanno spedito all'opposizione senza tanti complimenti.
Avete poi parlato di opacizzazione del bilancio, perché il Governo ha portato all'esame del Parlamento diverse manovre correttive per la tenuta dei conti pubblici, per riportare il deficit tendenziale per il 2006 dal 4,7 per cento al 3,8 per cento, impegno peraltro da voi non onorato a dicembre del 2000, quando avete presentato una manovra di soli 19 miliardi di lire, che ha poi fatto registrare, nel marzo del 2002, su basi ISTAT, un extra deficit di bilancio di 16 miliardi di euro.
Nel dicembre del 2000 avete approvato una manovra articolata in circa 1300 commi - vi meravigliate ora dei 631 commi di cui consta il disegno di legge finanziaria! - che conteneva un insieme di mance, di elargizioni e spese inutili, di sussidi elettoralistici, presentandola come una manovra di carattere espansivo, forte di uno stanziamento di 34.600 milioni di lire di spese, che a consuntivo corrispondono all'extra deficit di bilancio accertato. Questi, secondo voi, sono la democrazia
del bilancio ed il rispetto dei principi costituzionali che presiedono alla copertura delle spese!
Noi non abbiamo percorso la vostra stessa strada, non abbiamo presentato una legge finanziaria elettorale, come voi dite, espansiva, perché non possiamo lasciare a noi stessi un extra deficit che condizionerebbe la nostra politica nel prossimo quinquennio, quando continueremo ad essere al governo del paese (Applausi dei deputati del gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro)!
Quanto agli enti locali, al mercato del lavoro, alla tassazione delle rendite finanziarie ed al Mezzogiorno, i Governi dell'Ulivo avrebbero sempre privilegiato il rapporto con il sistema delle autonomie, aumentando i trasferimenti agli enti locali: questo è ciò che ripetete, ma è assolutamente non vero. Nella legge finanziaria per il 1997 ci sono riduzioni di spese per gli enti locali di oltre 4.500 miliardi di lire e vengono introdotti per la prima volta nella legislazione italiana i limiti imposti agli impegni di spesa e ai prelievi di cassa dei comuni, limiti che tuttora permangono. Nel 1998 si registra una minore allocazione per 2.500 miliardi di lire. Nel 1999 il Governo D'Alema ha introdotto il patto di stabilità interno, con la finalità di conseguire minori spese per 2.200 miliardi, misura la cui applicazione avevate sempre contestato nella precedente legislatura. Nel 2000 il patto di stabilità interno viene rafforzato, con la sottrazione ulteriore di risorse comuni, pari a 3.300 miliardi di lire, e sempre in materia di finanza derivata si opera la riduzione degli oneri per il decentramento delle funzioni alle regioni e agli enti locali.
Il mercato del lavoro è diventato il grande dimenticato nelle vostre citazioni, salvo parlarne per sottolineare il fatto che in questi ultimi anni è aumentato soltanto il lavoro precario, che mortifica i lavoratori. Ma anche nel riportare cose non vere, occorre, cari colleghi, un minimo di decenza, perché non si può nascondere agli italiani che la nuova disciplina che regola il mercato del lavoro, introdotta da questa maggioranza, ha fatto registrare dall'ISTAT, nel terzo trimestre del 2005, un tasso di disoccupazione totale pari al 6,9 per cento, facendo collocare l'Italia, partita nel 2001 dal 9,4 per cento, seconda in Europa dopo la Germania. E che dire dell'altro dato ISTAT per il medesimo periodo? Nel periodo 2001-2005 gli occupati sono aumentati di 1 milione e 600 mila unità. Di queste, un milione e centodiecimila sono state le assunzioni a tempo indeterminato e 490 mila le assunzioni a carattere temporaneo, o, secondo la vostra accezione, precarie.
La verità è che voi dimenticate che anche nel Mezzogiorno le rigidità del mercato del lavoro riducono le opportunità di cogliere le occasioni di lavoro regolare. Tuttavia, vi è un crescente ricorso al part time, ai contratti a tempo determinato ed a quelli atipici: «ciò costituisce un importante elemento di innovazione nei meccanismi di entrata nel mercato del lavoro regolare. Vi è una più alta flessibilità anche nell'organizzazione del lavoro».
Non ne siete convinti? Strano! Infatti, le parole che ho letto le sottoscrissero nel DPEF 2000-2003 (pagina 100, penultimo capoverso) il Presidente del Consiglio D'Alema, il ministro del tesoro, professor Amato, e il ministro delle finanze, onorevole Visco. Allora, il lavoro temporaneo sotto il Governo dell'Ulivo era da apprezzare, dopo il lavoro precario!
Perché omettete di citare che, alla fine del vostro quinquennio di Governo, il servizio studi della Banca d'Italia ha computato in 1 milione 400 mila i posti di lavoro in meno rispetto alla situazione iniziale di giugno del 1996? Non potete parlarne perché voi siete quelli che, alla fine del 1997, nell'anno espansivo per eccellenza, nella riforma fiscale voluta dall'onorevole ministro Visco avete introdotto l'IRAP, dovendo sostituire l'ILOR, l'IUL, l'ICIAP e la tassa sulla salute, inserendo un «trascurabile» codicillo in base al quale la stessa IRAP si applicava a tutti i costi aziendali, compresi quelli per il personale.
Con l'attuazione dell'IRAP, dal 1997 in poi, i piccoli imprenditori, gli artigiani e i commercianti, che denunziavano ricavi
annuali per 1 miliardo e 200 milioni di lire, hanno scontato una pressione tributaria del 75 per cento e sono stati costretti ad operare riducendo la forza lavoro che avevano in carico e facendo ricorso al sommerso.
Passiamo ora a parlare dei redditi da capitale e delle rendite parassitarie, come molta parte della sinistra chiama i dividendi e gli interessi. In tutta questa legislatura avete attaccato il Governo di centrodestra perché manteneva e mantiene l'aliquota del 12,5 per cento, favorendo così i ricchi e gli speculatori. Ma perché non raccontate al paese che tale aliquota è stata da voi introdotta in tale misura con il decreto legislativo n. 461 del 1997 perché volevate accreditarvi presso il mondo economico e finanziario nel momento in cui, per la prima volta, assumevate il governo del paese?
Spesso citate i bollettini della Banca d'Italia, però, nel finire del 1997, vi è sfuggito quello che poneva in evidenza la presenza, nel mercato azionario degli Stati Uniti, di una bolla speculativa di enormi dimensioni. Di lì a poco tempo, come era facile prevedere, tale bolla speculativa si spostava in Europa e in Italia. Agli inizi del 1998, due vostri decreti legislativi, rispettivamente, hanno distrutto, con l'IRAP calcolato sul costo del personale, centinaia di migliaia di posti di lavoro nelle piccole e medie aziende e hanno arricchito poche migliaia di speculatori finanziari quando la bolla speculativa sui mercati azionari ha interessato l'Italia.
Ora veniamo al Mezzogiorno. Cosa non si fa e non si dice per il Mezzogiorno! Recentemente, il presidente D'Alema a Bari, nel condannare senza appello la politica del centrodestra per il Mezzogiorno, ha ricordato, non precisando i particolari, quello che allora disse e fece per il Mezzogiorno. Mi permetto di ricordarlo a grandi linee. Eravamo nel 2000, alla vigilia della campagna elettorale. L'onorevole D'Alema si recò a Napoli, dove parlò davanti ad una gran folla nella centrale piazza del Plebiscito per annunciare che l'azione di guida di politica economica del DPEF 2000-2003 sarebbe stata la missione del Mezzogiorno, cui il Governo avrebbe destinato una dotazione finanziaria di 400 mila miliardi di lire. Controllate, se non ricordate, i quotidiani dell'epoca presso l'emeroteca della Camera.
Tuttavia, nell'estate del 2000, preso nella Commissione bilancio il volume recante, su cartoncino pesante e platinato, il predetto DPEF, abbiamo trovato solamente che lo sviluppo del Mezzogiorno è la grande priorità, la missione della politica economica italiana (primo capoverso del capitolo V, paragrafo VI, pagina 97).
PRESIDENTE. Onorevole Liotta...
SILVIO LIOTTA. Concludo, Presidente, anche io con una metafora calcistica.
Vi sono squadre di calcio che, essendo il tempo ormai scaduto, ritengono di avere in tasca la partita. Dimenticano, però, che nei minuti di recupero, gli attacchi di tre punte che colpiscono insieme possono infliggere al malcapitato già dimissionato portiere-ciclista il pallonetto della vittoria!
Con questo spirito, annuncio il voto favorevole dell'UDC alla finanziaria per il 2006 (Applausi dei deputati dei gruppi dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro, di Forza Italia e di Alleanza Nazionale).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Milana. Ne ha facoltà.
RICCARDO MILANA. Signor Presidente, colleghi, ritengo che faccia bene l'onorevole Liotta a riconsiderare le storie del passato, un passato su cui credo abbia molto meditato ed abbia avuto molto da meditare. Ritengo anche che una finanziaria di fine legislatura, dopo cinque anni, sia l'occasione per realizzare una riflessione, un bilancio di ciò che è stato, della politica economica del Governo, del modo in cui il Governo ha cercato di affrontare una situazione nazionale ed internazionale sicuramente difficile, delle forme in cui lo ha fatto e, soprattutto, un bilancio di
questo Governo, se sia stato all'altezza di una situazione difficile ed in grado di guidare il paese per il meglio.
Ritengo che, quindi, valgano i dati, i risultati, i confronti che possiamo fare. Chi mi ha preceduto ha ricordato alcune cifre; anch'io intendo ricordarne qualcheduna. Nel 2000 (visto che citiamo dati del passato, ma intendo portarli anche al presente), l'indebitamento del nostro paese si collocava poco al di sotto del 2 per cento del PIL, il debito calava regolarmente secondo gli impegni assunti in sede europea, passando dal 124,3 per cento del 1995 al 111,3 per cento del 2000. Il saldo primario, inoltre, si assestava stabilmente intorno al 5 per cento del prodotto interno lordo, in ossequio proprio a quegli impegni internazionali che avevamo preso.
Nel 2005, la stessa relazione del Governo nel Documento di programmazione economico-finanziaria lo comunica e lo riconosce; l'indebitamento si avvia a raggiungere il 5 per cento con un tendenziale del 4,7 e prevede che il debito riprenda a crescere dal 106,6 per cento del 2005 al 108,2 del 2006. Inoltre, la vicenda dell'avanzo primario, che dovrebbe registrare un piccolo attivo dello 0,6 per cento, è sicuramente emblematica. L'avanzo primario misura la grandezza e la capacità di un bilancio di produrre quei risparmi che consentono la progressiva riduzione del debito. Ebbene, avevamo assunto l'impegno in sede internazionale a mantenerlo intorno, al di sopra del 5 per cento e l'eredità lasciata dai Governo del centrosinistra era il 5,7 del 2000. Negli anni successivi, siamo passati al 3,4 del 2001, al 3 per cento del 2002, al 2,1 del 2003, all'1,8 per cento del 2004 e ad una previsione, come detto, dello 0,6 per il 2005.
Il fallimento della vostra politica economica è, inoltre, registrato dal fallimento di tutti i tentativi di mettere sotto controllo l'andamento della spesa pubblica; avete avuto una grande incapacità a controllare la qualità e la quantità della spesa. Sono sempre dati che fanno riferimento a quanto avvenuto in questi anni. La spesa corrente è cresciuta, in media, del 2,4 per cento l'anno a fronte di un modestissimo aumento medio del prodotto interno lordo. L'aumento di spesa è stato, più che altro, finanziato, dalla riduzione della spesa per interessi, ma nel 2001 la spesa corrente si attestava al 37,9 per cento del PIL, nel 2004 è passata al 39,3, nel 2005 le vostre previsioni affermano che arriverà al 40,2.
Ancora più duri e drammatici appaiono i dati sul prodotto interno lordo, che nel 2000 cresceva del 3 per cento, passando a dati vicino allo zero nel 2002 e nel 2003, con un rimbalzo nel 2004 effimero, drammaticamente effimero, per poi attestarsi, in questo anno, ad una crescita pari a zero, cioè 0,1 per cento. Ci sorprende, inoltre, il fatto che qualcuno, nei giorni scorsi, dietro questo segnale di declino del paese, abbia cercato di intravedere un'inversione di tendenza!
Considerando, inoltre, la crisi estera, un elemento internazionale, è giusto ricordare che il reddito pro capite degli italiani diminuisce in relazione agli altri paesi europei: si passa dal 106 per cento al 98 per cento, con un calo anche nei confronti degli Stati Uniti.
A completare un quadro che non è certo idilliaco, vi è la vicenda delle nostre esportazioni che, oggi (il declino è cominciato ormai da molti anni), si attestano al 3 per cento rispetto alla situazione registrata nel 2003 del mercato mondiale, a fronte di un 4,5 per cento del 1995.
Credo non vi sia molto da aggiungere, perché i dati, i saldi dell'azienda Italia sono inequivocabili! Questa finanziaria, nei confronti della quale il nostro voto sarà doverosamente contrario, è lo specchio dell'incapacità del Governo di indicare chiaramente la strada per far uscire il paese dalle difficoltà nel quale si dibatte.
Si tratta di una finanziaria fatta a pezzi in questo dibattito assurdo nel merito e nel metodo, che mette insieme diversi provvedimenti: il disegno di legge vero e proprio, presentato all'inizio di ottobre; il decreto collegato, divenuto poi il decreto-legge n. 203; il decreto-legge n. 211 che reggeva i conti; il maxiemendamento presentato al Senato che stravolgeva la finanziaria; il maxiemendamento presentato
alla Camera che la riscriveva per l'ennesima volta, nel tentativo di soffocare il dibattito che c'è, che c'è stato e che noi continueremo a svolgere.
Il dibattito, nel metodo, ha avuto dei contorni veramente difficili! Non abbiamo discusso della legge fondamentale per un Parlamento, vale a dire quella di bilancio, nella sessione di bilancio, perché avete in tutti i modi cercato di soffocare la realtà. Purtroppo, il Presidente del Consiglio non è solito frequentare le aule parlamentari e, quindi, facciamo riferimento a ciò che afferma in qualche trasmissione televisiva, come è accaduto ieri fino a tarda notte.
Vorrei ricordare - il Presidente del Consiglio non lo ha fatto - che in questa manovra finanziaria si è sostanzialmente tentato di far pagare agli enti locali il prezzo di una politica economica sbagliata sotto tutti i punti di vista.
Ci si era avviati a questa legislatura nella campagna elettorale del 2001 e negli anni iniziali della legislatura con un accento miracolistico nei confronti dell'economia: si sarebbe trattato di una crescita continua generata non dalle scelte del Governo, ma chissà da che cosa, da una fiducia che gli italiani ed i mercati internazionali avrebbero dovuto avere nei confronti del Presidente del Consiglio, quell'uomo che ieri in televisione, con pervicacia ed ostinazione, sosteneva che lui non sbaglia mai!
Tutte queste previsioni si sono rivelate fallaci ed il Governo ha scaricato le contraddizioni della sua linea economica sugli enti locali, sul governo di prossimità del nostro paese, lasciando a questi il compito, con un taglio del 7 per cento dei trasferimenti, di sopportare il peso della crisi, come se ciò riguardasse i governanti di centrosinistra da poco eletti nelle regioni e nei comuni e non l'insieme dei cittadini italiani!
Vi è poi il caso della nostra città, la capitale del paese, Roma, ma avremo modo di parlarne. Roma ha subito, da questo Governo e da questa finanziaria, tagli ed offese ed oggi, ai ministri autorevoli che si candidano alla guida della nostra città, chiederemo conto di cosa facevano nel Consiglio dei ministri quando il Governo cancellava i fondi per Roma capitale.
ANTONIO MAZZOCCHI. Ci paga i centri sociali a Roma...!
RICCARDO MILANA. In conclusione, signor Presidente, esprimeremo un voto contrario su questa finanziaria, che ci auguriamo chiuda non solo cinque anni di governo dell'economia sbagliati, come i dati dimostrano, ma anche questa legislatura, senza che il Parlamento e il paese debbano assistere ad altri scempi di finanza pubblica, ad altri tentativi di assalti alla diligenza da parte dei partiti della maggioranza.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Alberto Giorgetti. Ne ha facoltà.
ALBERTO GIORGETTI. Siamo giunti al momento finale di questo dibattito sulla finanziaria per il 2006, che intendiamo giudicare, più che come una sterile elencazione di numeri, come un progetto politico complessivo che vorremmo ribadire in questa sede in un rapporto dialettico con l'opposizione, la quale, tuttavia, continua a sostenere elementi che non possono essere da noi condivisi.
La prima considerazione riguarda la cornice entro la quale ci muoviamo. La legge finanziaria va valutata all'interno di un contesto complessivo, che ha visto il Governo - e, all'interno dell'esecutivo, Alleanza Nazionale - sostenere con forza un progetto di credibilità in sede europea.
Cari colleghi, nel rapporto con l'Europa, abbiamo mantenuto gli impegni che avevamo assunto all'inizio della legislatura; dunque, oggi l'Italia può presentarsi ancora con orgoglio in sede europea con una manovra finanziaria che ha già superato l'esame in sede ECOFIN e che consentirà all'Italia di restare tra quei paesi che guardano al futuro con grande serenità, all'interno di un progetto politico che ha visto complessivamente mutare in modo significativo il nostro tessuto socio-economico in questi cinque anni.
Con una manovra finanziaria complessiva di 27 miliardi di euro, abbiamo mantenuto il nostro impegno con l'Europa, riducendo le entrate una tantum e procedendo verso tagli strutturali. In ordine alla polemica con riferimento agli enti locali, vorrei precisare che il primo ad assumersi responsabilità in relazione al taglio delle risorse è stato proprio il Governo, attraverso tagli significativi su quelle voci che non incidono direttamente sull'aspetto socio-economico, ma su quelle risorse che possono essere risparmiate e che, evidentemente, non hanno la vocazione ad essere mantenute secondo uno spirito elettoralistico che è apparso invece nelle ultime manovre finanziarie - specialmente l'ultima - dei Governi di centrosinistra, che hanno pensato di più ad erogare risorse a danno del deficit e del debito pubblico, piuttosto che a mantenere gli impegni in sede europea.
Siamo di fronte ad una manovra finanziaria che contiene alcuni elementi fondamentali che abbiamo rispettato e mantenuto all'interno di un progetto di Governo - che si evince dagli stessi numeri della legge finanziaria - che non intende concludersi, ma che vuole proseguire con grande determinazione anche nei prossimi cinque anni.
Siamo consapevoli che oggi il paese è cambiato e che quindi vi è la necessità di fornire risposte selettive sempre più complesse ai problemi che quotidianamente i cittadini devono affrontare. Lo diciamo senza enfasi e senza arroganza, ma lavorando con i fatti concreti. Venendo agli aspetti specifici, vi è attenzione soprattutto nei confronti del mondo delle imprese, in cui si interviene riducendo complessivamente dell'1 per cento il cuneo fiscale e si immaginano scenari nuovi sul tema del sostegno ai distretti industriali, con politiche fiscali che favoriscono l'aggregazione delle piccole e medie imprese all'interno di tali distretti e garantiscono comunque risorse aggiuntive, per sviluppare le politiche di competizione internazionale e di globalizzazione che le piccole e medie imprese e tutto il nostro sistema imprenditoriale si trovano in questo momento ad affrontare ed hanno voglia di farlo con decisione.
Per dimostrare la coerenza con cui il Governo si sta muovendo, anche nelle ultime ore, non soltanto sui temi legati alla legge finanziaria ma su alcune grandi questioni, bastino due elementi, che verranno presentati in modo ancora più efficace. Mi riferisco in primo luogo all'importante successo conseguito sul bilancio dell'Unione europea 2007-2013, che, grazie a una trattativa efficace portata avanti dal Governo, prevede risorse aggiuntive estremamente significative, in particolare per le aree del Mezzogiorno e per gli altri territori che ne hanno necessità. Mi riferisco, inoltre, al risultato conseguito in sede di WTO, in cui abbiamo ottenuto l'etichettatura obbligatoria dei prodotti, che rappresenta un elemento fondamentale per reggere nella competizione internazionale. In tal modo, i prodotti italiani offriranno maggiore certezza per quanto riguarda l'acquisto da parte dei consumatori e la presenza nei nuovi mercati, che darà ulteriore spinta alla produzione del made in Italy e alle filiere di produzione nazionale.
Si tratta di una legge finanziaria che coinvolge, nella logica di responsabilità, gli enti locali, ma che prevede criteri di flessibilità e che consentirà comunque agli enti locali di spendere le risorse da una parte certamente secondo criteri di risparmio e di moralizzazione nella finanza locale ma dall'altra con la possibilità di assumersi la responsabilità, alla quale ha fatto cenno la Lega Nord ma che intendiamo sottolineare nuovamente, di poter scegliere, nel mix delle politiche, tra spesa corrente e investimenti. Grazie a ciò gli enti locali potranno sicuramente continuare la loro opera sul territorio con maggiore efficacia. Riprendo un tema che è stato posto anche dall'onorevole Liotta, ribadendo che in questi anni i trasferimenti in favore degli enti locali sono aumentati, non diminuiti. La media dei trasferimenti complessivi dal 2001 al 2005 è nettamente superiore rispetto a quella dei trasferimenti erogati dal centrosinistra negli anni precedenti.
La legge finanziaria ha il coraggio di affrontare con determinazione altre due grandi questioni. In primo luogo, mi riferisco agli impegni in sede internazionale e alla credibilità delle missioni che l'Italia ha svolto, con grande determinazione, all'estero, partecipando ai processi di democratizzazione di paesi che hanno determinato notevole instabilità e che producono ancora oggi per l'Occidente rischi gravi, legati al terrorismo. Continuiamo a mantenere un impegno forte, attraverso risorse aggiuntive nel comparto delle forze militari e degli impegni internazionali. Quanto agli aspetti contrattuali, ricordo il risultato, voluto soprattutto da Alleanza Nazionale, legato al tema dei contratti. Sono previste risorse aggiuntive per i contratti delle forze di polizia e delle forze armate, per l'innovazione tecnologica in materia di sicurezza e sul pacchetto complessivo dei servizi e dei diritti ai cittadini per quanto riguarda la sanità. Basti pensare alla completa defiscalizzazione delle risorse destinate agli istituti di ricerca e alle fondazioni riconosciute per la sperimentazione e la ricerca aggiuntiva su temi importanti, dalla genetica alle malattie oncologiche: mai si è registrato uno sforzo così determinato per il sostegno della ricerca. Tale sostegno prosegue sulla scia del pacchetto sulla competitività già approvato, con la proroga degli interventi di defiscalizzazione relativi all'innovazione tecnologica adottata dai distretti produttivi e dalle piccole imprese.
Vi è un'attenzione particolare nei confronti dei soggetti deboli.
In questa legge finanziaria affrontiamo alcuni temi che riguardano il mondo della flessibilità del lavoro, che noi abbiamo voluto e che ha garantito livelli di occupazione significativi in questi anni, tanto da avere oggi il tasso di disoccupazione più basso di tutta la storia repubblicana, soprattutto nelle aree del Mezzogiorno. Complessivamente, i nuovi occupati grazie alla legge Biagi hanno rappresentato un elemento fondamentale di tenuta e di coesione sociale.
Noi vogliamo affiancare a questa politica il secondo pilastro, quello dell'aspetto previdenziale, delle coperture e delle integrazioni per quanto riguarda le risorse destinate dal Governo a tutti i lavoratori atipici. Si tratta quindi della possibilità di garantire ai nostri giovani un futuro, facendo riferimento a risorse che possano consentire la formazione di una famiglia, l'acquisto della prima casa e di beni che complessivamente servono, integrati con un rapporto al sistema creditizio, per poter far immaginare un futuro più sereno alle nuove generazioni. Tali riforme, che intervengono insieme alla proposta legata al TFR, dimostrano complessivamente come attorno alla famiglia - si pensi alle risorse aggiuntive derivanti dall'inserimento della tassazione sulle opere che incitano alla violenza e alla pornografia e che danno ulteriore integrazione al miliardo e cento milioni di euro destinati al fondo per le famiglie, riguardanti i nuovi nati e la detassazione per gli asili nido - si sia creato un forte sostegno per la natalità.
Cari colleghi, si tratta quindi di ulteriori segnali che vanno nel senso di fornire una risposta ai temi sociali ed alle famiglie, un progetto complessivo per le imprese e per la credibilità in sede internazionale. Un progetto complessivo che Alleanza Nazionale vuole proseguire nei prossimi cinque anni con questa serietà e con questa determinazione (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza Nazionale e di Forza Italia).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Michele Ventura. Ne ha facoltà.
MICHELE VENTURA. Grazie signor Presidente, onorevoli colleghi; il giudizio che noi abbiamo espresso sulla legge finanziaria è ampiamente negativo. Gli argomenti a sostegno di tale posizione sono stati addotti in numerosi interventi svolti dai colleghi anche questa mattina.
Vorrei richiamare l'attenzione dell'Assemblea sul fatto che ci siamo trovati di fronte ad un maxiemendamento sul quale si è votata la fiducia, maxiemendamento che rappresenta una nuova manovra collettiva;
infatti, si tratta di 3 miliardi e 700 milioni di euro. La manovra del 2006 giunge così alla cifra di oltre 27 miliardi. A fine luglio si lavorava su una finanziaria di 11 miliardi. Sommando il 2004 alla manovra del 2005 arriviamo a 52 miliardi di euro, ossia cento mila miliardi delle vecchie lire. Abbiamo già detto in precedenti occasioni che ciò non è servito ad abbattere il debito, che, al contrario, si è innalzato. Il saldo primario viene più che dimezzato e destinato ad annullarsi.
MICHELE VENTURA. Vorrei insistere su tre elementi. Primo. La produzione industriale è ancora in caduta. Si rifletta su questo punto: mentre in altri paesi abbiamo una ripresa del ciclo produttivo, gli ultimi dati parlano di una produzione industriale in Italia ancora in caduta. Secondo. Abbiamo una flessione anche in un settore dove tradizionalmente l'Italia negli anni passati ha conseguito risultati lusinghieri e perdiamo quote internazionali di mercato nel turismo. Terzo. Registriamo quest'anno il risultato più negativo rispetto agli ultimi 15 anni nella bilancia commerciale dei pagamenti. Come stupirsi, allora, che vi sia una tendenza del nostro prodotto interno lordo verso la stagnazione? Si parla, infatti, di un modesto 0,1-0,2 per cento di incremento del PIL che pone l'Italia agli ultimi posti tra i grandi paesi dell'Unione europea.
Colleghi, noi abbiamo avanzato una serie di proposte durante la discussione del disegno di legge in esame in Commissione. In particolare, l'Unione ha presentato numerosissimi emendamenti che hanno riguardato gli aspetti di fondo sui quali, secondo noi, si sarebbe dovuta sviluppare una manovra alternativa. Tali emendamenti hanno riguardato i temi dello sviluppo, del Mezzogiorno, dell'equità sociale e delle autonomie. Ci siamo preoccupati di avanzare anche proposte relativamente alle coperture finanziarie affinché non ci venisse rivolta l'accusa, che spesso ci viene addebitata, di avanzare proposte alternative senza le necessarie coperture. A questo proposito, abbiamo detto con grande chiarezza che cosa sarebbe stato necessario fare, a partire dall'adeguamento delle aliquote relative alle rendite di capitale alla media europea e alla cancellazione di ingiustizie che si sono prodotte negli anni passati.
Colleghi della maggioranza e dell'opposizione, è aperta di fronte a noi una grande questione che riguarda i meccanismi di redistribuzione della ricchezza in quanto, nel corso di questi anni, sono aumentate le iniquità e le ingiustizie. Si pone, dunque, come uno dei problemi principali ed essenziali quello della redistribuzione della ricchezza in forma più equa e tale da non produrre un impoverimento delle classi medie e di quelle diseredate del nostro paese.
Ma qui si pone anche un altro problema che mi è venuto in mente ascoltando i commenti fatti da alcuni colleghi sulla trasmissione televisiva Porta a Porta di ieri sera in cui era ospite il Presidente del Consiglio dei ministri o vedendo gli enormi manifesti affissi nel nostro paese. Come risponde una classe dirigente ai problemi? Come risponde all'indebolimento complessivo del sistema produttivo italiano e del suo indebolimento sui mercati internazionali? Una classe dirigente, a mio avviso, non nega i problemi ma li analizza e, quindi, li fa propri. Una classe dirigente è credibile in quanto interpreta i problemi reali.
Colleghi, quando si leggono quei manifesti, in particolare quello che dà la dritta a tutti gli altri manifesti, ossia quello principale in cui è scritto: «Abbiamo mantenuto tutti gli impegni ed andiamo avanti», viene da dire che gli impegni mantenuti, correlati alla situazione reale del paese, sono la fotografia del vostro fallimento, assai più grave di una promessa mancata e ammessa apertamente. Quell'«Andiamo avanti sulla base di quegli impegni » suona quasi come una minaccia perché quegli impegni hanno prodotto, se mantenuti, una situazione disastrosa. È
quindi sugli impegni assunti che dovrebbe svilupparsi la riflessione della compagine di Governo.
Infine, desidero fare due battute finali. La prima, riguarda ancora gli slogan che sono affissi su tutti i muri d'Italia. In particolare, quello: «Pensioni: già fatto». Il Presidente del Consiglio dei ministri propone, a questo riguardo, 800 euro per le pensioni al minimo.
Quale credibilità vi può essere di fronte al pensionato che il 15 o il 20 del mese non riesce ad andare avanti? Un altro manifesto proclama: «Poliziotto di quartiere? Già fatto!», mentre i cittadini avvertono un'insicurezza crescente. Quindi, si tratta di messaggi ingannevoli, che non corrispondono alla realtà.
Ma una classe dirigente, cari colleghi della maggioranza, si dovrebbe interrogare, come anche noi ci dobbiamo interrogare, sulla situazione, sullo stato del capitalismo italiano. Perché non mettere all'ordine del giorno questa riflessione?
Io trovo del tutto strana e bislacca questa divisione tra chi difende il vecchio capitalismo e chi invece difende quello nuovo. Noi ci dovremmo domandare perché siamo in presenza di una difficoltà - quella che un premio Nobel per l'economia ha riassunto come avversione del capitalismo italiano all'assunzione del rischio, ad una nuova fase di sviluppo - e cosa si possa fare per innescare una nuova fase di sviluppo. Ci dovremmo interrogare, altresì, sulle questioni dell'innovazione e di una nuova frontiera della produzione e sulle ragioni di questa propensione a rifugiarsi nella rendita e a non affrontare i veri nodi dello sviluppo italiano.
Questo è ciò che dovrebbe fare una classe dirigente: avviare una riflessione per indicare strategie, affermare una volontà di indicare ed imporre regole trasparenti, restituire al paese fiducia rompendo le vecchie logiche corporative. Questo è un compito ineludibile! Non amo fare pronostici sulle prossime elezioni - e non ne faccio -, ma questo sarà il compito che riguarderà la futura classe dirigente, se vorremo essere all'altezza delle sfide inedite di fronte alle quali ci troviamo (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo, di Rifondazione comunista, Misto-Comunisti italiani e Misto-Verdi-l'Unione)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Jannone. Ne ha facoltà.
GIORGIO JANNONE. Signor Presidente, intervenendo a nome del gruppo di Forza Italia, non posso non ricordare, soltanto per un attimo - lei lo farà con maggiore autorevolezza tra poco -, il nostro collega scomparso, Luigi Muratori.
La valutazione del disegno di legge finanziaria in esame non può prescindere dal contesto di partenza. Nei giorni immediatamente precedenti alla sua redazione, c'erano state, infatti, le dimissioni del ministro Siniscalco e gli organismi internazionali (anche grazie all'opera della sinistra...) osservavano con grande attenzione quello che questo Governo si accingeva a fare.
Sotto il profilo squisitamente politico, la sinistra attendeva al varco questa maggioranza, convinta che avremmo ceduto alle lusinghe di una finanziaria elettorale, convinta che la maggioranza di centrodestra si sarebbe spezzata, divisa durante il percorso del disegno di legge finanziaria. Invece, cos'è accaduto? Esattamente il contrario: non è stata costruita una finanziaria elettorale, ma decisamente rigorosa e la maggioranza ha ritrovato una rinnovata compattezza, mentre il disegno di legge è stato valutato positivamente da tutti gli organismi nazionali ed internazionali.
I punti salienti, i punti centrali, i temi fondanti del provvedimento sono: una grande attenzione per la famiglia; una riduzione del costo del lavoro per oltre due miliardi di euro; i fondi destinati, per la prima volta nella storia del nostro paese, alle vittime delle frodi finanziarie; la riduzione degli stipendi dei politici (del nostro, ma anche in generale); l'introduzione di strumenti innovativi (quale il 5 per mille) che vanno ad affiancare e a
rafforzare altri strumenti normativi che dimostrano l'attenzione che questo Governo ha dedicato al sociale.
Inoltre, per la quinta volta consecutiva, il Governo di centrodestra non ha introdotto nuova imposizione fiscale. Anche questa è una novità assoluta nella nostra storia democratica: per cinque volte consecutive, l'attività di questo Governo si contraddistingue per il fatto che non è stata introdotta alcuna nuova imposizione mediante il disegno di legge finanziaria.
È stato più volte criticato, stamani ed anche nel corso dell'iter del disegno di legge finanziaria, il ricorso alla posizione della questione di fiducia.
È vero che questo Governo ha fatto ricorso alla fiducia, ma lo ha fatto per due ordini di ragioni. Innanzitutto, noi riteniamo che il meccanismo con cui oggi si arriva all'approvazione della finanziaria sia un meccanismo obsoleto e macchinoso che porta ad una dispersione di energie e di risorse. Con la fiducia e, comunque, con l'introduzione di una nuova normativa, che noi auspichiamo, la finanziaria diverrà davvero una legge seria su cui il Governo potrà chiedere alla maggioranza parlamentare un voto che renda chiara la sua posizione, cioè renda chiara quella che è la legge di budget più importante dello Stato. Non accettiamo, però, la critica del ricorso alla fiducia da parte vostra, non solo perché durante i Governi di centrosinistra avete fatto ricorso alla fiducia con cadenze superiori rispetto a quelle del Governo Berlusconi, ma anche perché avete fatto ricorso alla fiducia in un contesto estremamente diverso; infatti, chiedevate la fiducia per Governi che erano frutto di accordi di Palazzo, di accordi di potere e di accordi tra partiti, mentre noi la chiediamo per un Governo, per una maggioranza che oggettivamente sono consacrati dal voto del popolo sovrano, e quindi in un contesto estremamente diverso.
Questo Governo, proprio perché ha potuto usufruire di un grande consenso elettorale, ha basato il suo iter e la sua storia sulla volontà di attuare alcune, anzi molte, grandi riforme per il paese. Noi siamo consapevoli che attuare riforme significa anche affrontare argomenti che non sempre portano consenso, che anzi talvolta portano dissenso, ma che, comunque, cambiano il corso della storia di un paese e, quindi, proprio per questo sono importanti. Abbiamo attuato riforme che erano attese da decenni: la riforma del lavoro, delle pensioni, della scuola, del diritto societario, della giustizia e la riforma della Costituzione, vale a dire tutti interventi che erano attesi dai cittadini e che non venivano realizzati da decenni. Noi, grazie al presidente Berlusconi, li abbiamo realizzati potendo, sì, godere di una forza elettorale voluta dal popolo sovrano, ma soprattutto impostando un'azione di Governo tesa ad ottenere faticosamente queste riforme a costo, a volte, anche di perdere consensi.
Questa finanziaria - non dimentichiamolo - ha ricevuto il plauso convinto delle principali istituzioni europee e, nonostante il contesto difficile di partenza, è uscita abbastanza forte anche grazie all'apprezzamento del mondo produttivo industriale italiano. Noi abbiamo proposto soluzioni concrete e innovative che contrastano con la vostra continua tendenza a delegittimare il nostro Governo, a delegittimare questo Parlamento e a dipingere, ovunque, il nostro paese - se non a denigrarlo - come un paese sull'orlo della bancarotta, che non ha risorse; noi, invece, crediamo fortemente alle potenzialità di questo grande paese, che rimane una tra le più grandi potenze del mondo e che esprime ogni giorno lavoro e capacità produttiva. Grazie all'azione di questo Governo - non dimentichiamolo - i dati sull'occupazione sono i migliori della storia di questo paese; infatti, abbiamo costantemente elementi e dati che ci consentono di guardare al futuro con maggiore ottimismo.
Non dimentichiamo che voi eravate convinti che noi avremmo ceduto alle lusinghe, alle tentazioni di scrivere una finanziaria elettorale, mentre questa è tutto tranne che una finanziaria elettoralistica. Noi abbiamo voluto una finanziaria che fosse oggettivamente seria e rigorosa. Una finanziaria che porti nuove
energie al paese, ben diversa da quella fatta da voi nel 2001; infatti, nel 2001, in prossimità delle elezioni, voi avete compilato una finanziaria che, con l'abolizione del ticket e con altre misure demagogiche, inutili e, talvolta, anche dannose per il paese, ha causato un danno economico al nostro sistema, lasciando un buco finanziario che proprio questo Governo e questa maggioranza hanno dovuto, in qualche modo, cercare faticosamente di risanare.
Noi siamo convinti che sia diversa la filosofia di fondo: la vostra è una filosofia portata alla critica, alla protesta più che alla proposta; infatti, in tutti questi giorni non ho ancora sentito, da parte vostra, una proposta reale, un emendamento o un solo intervento che potesse produrre una alternativa concreta. Voi avete solamente, ancora una volta, criticato, denigrato e, talvolta, offeso, mentre noi amiamo di più lavorare. È per questo che non siete un'alternativa credibile nel paese, è per questo che gli italiani sanno che non siete un'alternativa credibile, non solo perché vi dividete su ogni argomento politico, non solo perché non vi dimostrate coesi su nulla, nemmeno sugli argomenti di emergenza della storia del paese (mentre noi vi abbiamo dato molte volte supporto anche quando eravate in difficoltà come maggioranza), ma anche perché davvero non riuscite a trovare coesione, a trovare serietà, non avete voglia di costruire: avete sempre e solo voglia di distruggere e di criticare.
Noi, quindi, signor Presidente, votiamo convintamente a favore di questo disegno di legge finanziaria, con la convinzione che sia una legge voluta e creata con il lavoro di molti, in primis con il lavoro del ministro Tremonti, una legge dovuta al lavoro di molti e che, a molti cittadini italiani, darà altro lavoro (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia - Congratulazioni).
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
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