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è della scorsa settimana la notizia della candidatura a sindaco della città di Milano del prefetto Ferrante;
al di là della questione di principio rispetto alla quale in un Paese democratico chi occupa cariche pubbliche di particolare interesse collettivo (magistrati, questori, prefetti) dovrebbe fare una scelta di vita che non contempli la possibilità di schierarsi politicamente, i fatti di Milano assumono aspetti inquietanti;
secondo gli interroganti, alla luce della discesa in campo del dottor Ferrante nel centro sinistra, scelta che certo non può essere degli ultimi giorni, risultano, infatti, chiare alcune decisioni del suo operato: non aver voluto risolvere il problema dei campi nomadi abusivi, aver deciso di non intervenire nelle occupazioni di case comunali, non essere intervenuto adeguatamente, al di là di sporadiche dichiarazioni di principio, in situazioni di gravissima illegalità, quali quelle dei centri islamici di via Padova e viale Jenner e di quello ancor più grave della scuola abusiva di via Quaranta. Tralasciando alcune cadute di stile (ad esempio, la frase: «Mi vedete dialogare con Bossi?») -:
se non si ritenga di adottare iniziative normative volte a regolamentare gli incarichi pubblici più alti per evitare situazioni come quelle di Milano, dove, secondo gli interroganti, risulta evidente che per anni la sicurezza della città è stata presieduta da una persona schierata politicamente, che ha interpretato la legge dal suo punto di vista politico. (3-05171)
(15 novembre 2005)