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apprende dell'ennesimo caso di mala giustizia nel nostro Paese, riguardante due diverse condanne che nel giro di una settimana sono state emesse nei confronti di un soggetto, riconosciuto colpevole, rispettivamente, sia di molestie sessuali su due bambine sia dell'omicidio del figlio;
da un articolo apparso sulla stampa (si veda Il Giornale del 4 ottobre 2005) si
le due condanne sono state inflitte da parte dello stesso tribunale di Lecco e si riferiscono ad avvenimenti risalenti a tre anni addietro, per i quali al condannato sono stati comminati, rispettivamente, cinque anni a seguito delle molestie sessuali e quattordici anni per la morte del figlio, per un totale di diciannove anni di carcere;
in riferimento a ciascuna delle due condanne, intervenute a breve distanza di tempo l'una dall'altra, il pubblico ministero non ha ritenuto opportuno chiedere che nei confronti del condannato fosse applicata la misura restrittiva della custodia cautelare in carcere, così che, in questo momento, il soggetto si trova in stato di libertà, nonostante le due pesantissime condanne emesse nei suoi confronti;
secondo gli interroganti è stigmatizzabile la condotta dei magistrati riguardo la vicenda sopra segnalata, che attesta un'inversione di tendenza proprio nel momento in cui il Parlamento vuole intervenire con severità nei confronti degli «orchi» pedofili, a dimostrazione ancora una volta di come la magistratura non sappia rispondere alle esigenze di giustizia e sicurezza della società civile;
in particolare, gli interroganti ritengono che vi sia stata una valutazione palesemente superficiale da parte del pubblico ministero, nel senso che gli episodi criminali non sono stati giudicati in stretta sequenza tra di loro;
peraltro, all'inizio erano stati contestati maltrattamenti con conseguente morte del minore. Poi il giudice aveva chiesto al pubblico ministero di riformulare l'accusa e di contestare l'omicidio volontario. In aula il pubblico ministero ha proposto di modificare nuovamente il capo d'imputazione nel reato di maltrattamenti. Il giudice ha, comunque, inflitto una condanna per omicidio, consentendo, tuttavia, l'applicazione del rito abbreviato, con conseguente sconto di pena da 21 a 14 anni;
nonostante i gravi rischi di reiterazione di reati così efferati, non si è ritenuto di applicare la custodia cautelare in carcere, né gli arresti domiciliari, permettendo così ad un omicida pedofilo di rimanere in libertà, con il rischio della commissione di ulteriore molestie e violenze ai danni di altri bambini -:
se ritenga che vi siano gli estremi per l'esercizio di un'iniziativa disciplinare a carico dei magistrati coinvolti nella vicenda.
(3-05069)
(5 ottobre 2005)