Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 660 del 21/7/2005
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Si riprende la discussione.

(Ripresa dichiarazioni di voto finale - A.C. 5949)

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Giordano. Ne ha facoltà.

FRANCESCO GIORDANO. Ma come fate, signori del Governo, a sostenere il mantenimento delle nostre truppe in Iraq? La guerra in cui ci avete coinvolto mostra, giorno dopo giorno, il volto cruento di stragi, di morti e di orrori. Dal momento in cui ne è stata proclamata la fine, vi sono state più vittime rispetto al periodo precedente: non so dove si ricavi l'opinione che adesso si stia meglio.
Sono morti i nostri militari, sono morti numerosi militari statunitensi (circa 1700), numerosi militari britannici e decine di migliaia di iracheni, militari e civili, di cui non conosciamo il volto, la storia, il dolore delle famiglie. Ogni giorno vengono uccisi 34 civili iracheni.

LUIGI RAMPONI. Da chi vengono uccisi?

FRANCESCO GIORDANO. Come fate a sostenere il mantenimento delle nostre truppe in quelle terre, dopo il fallimento dichiarato di tutti gli obiettivi che questa guerra si era prefissa? La democrazia che volevate esportare, incastonata negli ordigni di morte trasportati dai bombardieri, si è dissolta nella violazione di ogni forma di diritto internazionale, nella ferita aperta della violazione dell'articolo 11 della nostra Costituzione, nella vergogna delle torture di Abu Grahib e delle prigioni di Guantanamo, nel dolore dei familiari dei tanti morti innocenti, colpiti dalle vostre bombe intelligenti nei villaggi e nelle città.
È questa la libertà di cui vi fate alfieri? È questa la libertà che tanto vi eccita? La guerra preventiva ed infinita, alla quale avete subalternamente acconsentito, è la negazione della democrazia ed essa, per usare le parole di un famoso esperto americano di questioni internazionali, John Ikenberry, rende il mondo più pericoloso e diviso e noi tutti meno sicuri.
La guerra preventiva segna, in realtà, il tentativo di ripristinare un'egemonia militare nelle gerarchie della crisi della globalizzazione ed alimenta una permanente instabilità. Si voleva colpire il terrorismo, e stupidamente lo si è immaginato dietro una frontiera che perimetra uno Stato: ieri l'Afghanistan, oggi l'Iraq. Si è alimentato, invece, un serbatoio di rancori e di odio, da cui hanno attinto a piene mani coloro che hanno un'idea esecranda di società e che intendono imporla con strumenti violenti, nel pieno disprezzo della mobilitazione democratica delle masse e di ogni forma di autodeterminazione individuale e collettiva.
Per sconfiggere il terrorismo bisogna affogarlo in un mare di pace, di scambi culturali e di cooperazione con comunità e paesi islamici; risolvere il conflitto israelo-palestinese; porre fine all'occupazione militare dell'Iraq. L'unica sicurezza è la pace, afferma il movimento pacifista, che lancia una campagna nel paese, simbolicamente iniziata nelle stazioni della metropolitana di Roma.
Dobbiamo immediatamente ritirare le nostre truppe, e dunque conseguentemente voteremo contro la proroga in esame. Chi pensa che ritirare le truppe sia una debolezza,


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vive di guerra e genera guerra ed alimenta la spirale infinita delle vendette.
D'altronde, conviene riflettere sul fatto che in Europa siamo soli, eccezion fatta per gli inglesi. Il ritiro delle truppe è una linea democratica di Governo: Francia e Germania non le hanno mai inviate; la Spagna, con Zapatero, le ha ritirate; altri dieci paesi si sono ritirati dal teatro di guerra. Sono tutti vili? Mi piacerebbe chiederlo al ministro Martino. Vogliono tutti abbandonare l'Iraq al loro destino?
Non vi sfiora neanche il dubbio che la nostra - quella del Governo italiano - è la vera anomalia, perché esprime una posizione totalmente subalterna agli interessi statunitensi?
Il ministro, ieri, ha utilizzato lo stesso linguaggio di Bush: finire il lavoro cominciato. Quel lavoro è la guerra! Ripeto: quel lavoro è la guerra e noi non vogliamo che finiate quel lavoro!
Evidentemente, anche voi avvertite la contrarietà e la condanna a questa guerra da parte dell'opinione pubblica democratica, se ogni tanto dal vostro Governo qualcuno viene qui a proporre date per l'avvio del ritiro. Tali date puntualmente vengono disattese! Solo con la fine della guerra ed il ritiro di tutte le truppe occupanti si possono porre le condizioni per un reale autogoverno del popolo iracheno, attraverso una transizione decisa dall'ONU, anche mediante l'invio di contingenti internazionali di pace sotto il comando dell'ONU stessa, ma senza che vi possano partecipare coloro che hanno determinato e contribuito alla guerra.
Evidentemente, anche voi avvertite la contrarietà e la condanna a questa guerra da parte dell'opinione pubblica democratica e del pacifismo mondiale, oltre che italiano. Con questo problema sta facendo i conti lo stesso Bush, ma non vi basteranno furbizie e tatticismi di stampo elettorale, né vi serviranno improrogabili exit strategy che procrastinino nel tempo un ritiro che doveva esser prodotto non oggi, ma ieri.
Questa guerra è corrosiva e corruttiva! Corrode gli spazi di democrazia e rischia di corrompere le coscienze; viene agitata come necessità per garantire la democrazia planetaria, ma finisce per ridurla drasticamente negli stessi paesi che la alimentano, con la perdita delle libertà individuali e collettive sull'altare di norme restrittive securitarie. Si produce un oscuramento persino nel sistema informativo, piegato agli imperativi del primato della logica militare.
Questa guerra è corrosiva persino delle forme della convivenza civile sul territorio; è corruttiva delle coscienze, perché fatta teoricamente a sostegno del popolo iracheno, il quale, però, reclama, maggioritariamente, la fine dell'occupazione.
Questa guerra è corruttiva, perché ipocritamente in settori della politica italiana si diffondono a piene mani sentimenti di avversione verso lo stesso mondo e la stessa cultura islamica che si vorrebbero liberi da ogni oppressione autoritaria. Si parla di vittime di regimi totalitari, che andrebbero combattuti armi in pugno. Ma se le stesse vittime si affacciassero alle nostre coste o sulla soglia delle nostre frontiere, magari per chiedere asilo politico o semplice accoglienza, da vittime diventerebbero semplicemente clandestini, da rinchiudere in centri senza diritti e senza umanità, per poi rispedirli esattamente nei luoghi in cui hanno patito tante sofferenze!
È questa l'ipocrisia di chi soffia sul fuoco dello scontro di civiltà, di chi vorrebbe rinserrare le frontiere e trasformare l'Occidente opulento in un fortilizio che alza i ponti levatoi a fronte di masse che giungono qui sospinte da un bisogno indotto dalle nostre stesse politiche depredative.
Noi qui vi chiediamo il ritiro delle truppe, non prorogando questa missione. Noi siamo contro le guerre - tutte le guerre - e contro tutti i terrorismi. Siamo certi di interpretare oggi, in sintonia con il movimento pacifista, la volontà generale del paese e le sue tradizioni democratiche: per questo oggi vi votiamo contro (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista, Misto-Comunisti italiani e di deputati del gruppo dei Democratici di Sinistra-L'Ulivo).


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PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Landi di Chiavenna. Ne ha facoltà.

GIAN PAOLO LANDI di CHIAVENNA. Signor Presidente, quello che stupisce è che le bugie dette, ieri e oggi, dagli esponenti del centrosinistra possano apparire come delle verità, e le verità portate dal centrodestra nella sua politica estera possano apparire, al contrario, come bugie.
C'è da chiedersi per quale ragione l'onorevole Giordano possa dire che l'Italia è, insieme all'Inghilterra, isolata a livello europeo, quando altri paesi partecipano alla missione umanitaria Antica Babilonia; c'è da domandarsi anche per quale ragione ieri l'onorevole Castagnetti abbia sostenuto che l'Iraq è il crocevia di tutto il terrorismo, quando lo stesso nasce molto prima dell'intervento militare in quel paese; c'è da chiedersi ancora per quale ragione si voglia, da parte del centrosinistra, estrapolare, nel dibattito politico, la situazione irachena dal contesto geopolitico del Medio Oriente e, allargando la sfera dell'analisi politica, anche da altre realtà. Forse ci siamo dimenticati cos'era il Medio Oriente, cos'era l'Iraq, la Siria, il Libano, quale era la situazione del conflitto Israelo-palestinese, la situazione afghana, quale era e quale è ancora il pericolo rappresentato dalla Corea del nord, quale è l'influenza del terrorismo fondamentalista islamico in molte realtà nordafricane e anche dell'Estremo Oriente. È in questa realtà geopolitica che va inquadrata la situazione e la crisi irachena. In una situazione cioè di terre infuocate e insanguinate da lotte intestine, da guerre civili, da contrapposizioni tra comunità teologiche-religiose; in una situazione quale quella dell'Algeria dove il fondamentalismo islamico ha mietuto milioni di vittime; in una situazione di regimi odiosi quali quello dei talebani, i quali hanno negato le libertà fondamentali alle donne e ai liberi pensatori, o quello dell'Iraq di Saddam Hussein che ha ucciso milioni di persone in guerre odiose dove ha usato anche armi di distruzione di massa per sterminare in un solo giorno 6 mila curdi. Queste sono le realtà in cui va inquadrata la situazione irachena, al fine di giungere ad un processo di affrancamento da un dramma sociale, politico e culturale che sta coinvolgendo e travolgendo tutta la comunità internazionale.
Ci siamo forse dimenticati che l'attacco dell'11 settembre 2001 è ben anteriore all'intervento angloamericano in Iraq, o ci siamo forse dimenticati che mille altri attentati di matrice terroristica hanno insanguinato il pianeta ben prima che intervenisse l'azione militare angloamericana in Iraq. Cosa avremmo dovuto fare? Cosa avrebbe dovuto fare nella sua responsabilità politica il Governo di uno Stato che vuole difendere la libertà e vuole cercare di impiantare i semi della democrazia e della libertà in molti paesi laddove tali semi sono stati per anni negati? Cosa avrebbero dovuto fare oltre cortina, se non cercare di liberarsi dal giogo della dittatura comunista che per molti anni ha avuto, anche in larghi strati della politica di questo paese, degli alleati, della gente cioè che li ha supportati e che di fatto ha giustificato gli interventi armati militari in Polonia, in Cecoslovacchia e in Ungheria? E oggi voi venite a parlare di pace e di pacifismo! Il vostro è un atteggiamento suicida! Voi non vi rendete conto che oggi l'Italia ha bisogno di tenere un atteggiamento di grande responsabilità politica; nonostante tale necessità, non si è avvertito infatti nelle parole dei leader dell'opposizione l'impegno a tenere un atteggiamento che comporti assunzione di responsabilità politica. Ma per tutto ciò vi è una ragione precisa; al pari di come avviene nel Regno Unito, dove i laburisti hanno tra le loro file un grande uomo, Blair, che sa assumersi le proprie responsabilità di fronte a scelte anche difficili e per questo ha ottenuto il consenso con una rielezione a premier, noi avremmo sperato e ci saremmo augurati che, di fronte alla drammaticità del quadro politico internazionale conseguente all'escalation del terrorismo, i riformisti del centrosinistra, la parte migliore e più dialogante dell'opposizione, avessero assunto un atteggiamento di totale rottura e di frattura verso quelle


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parti più estremiste e fondamentaliste che fanno parte anche di questo Parlamento.
In realtà, per logiche, purtroppo, tutte interne alla coalizione, per interessi di bassa cucina politica, oggi anche la parte migliore del centrosinistra deve fare i conti con i no global, con i black bloc, con Rifondazione comunista e con i Comunisti italiani, i quali vi portano su posizioni che non sono equilibrate e che non consentono all'Italia ed agli italiani di guardare, in prospettiva, verso un eventuale e non auspicato cambio di Governo che consenta una politica estera, una politica internazionale che assicuri la continuità di alleanze che sono fondamentali per la difesa e la tutela della libertà e dei suoi principi fondamentali.
Questa è la preoccupazione che devono avvertire gli italiani: se nel 2006 dovesse andare al governo il centrosinistra, l'Italia sarebbe esposta al rischio di essere in qualche modo contaminata da un'escalation di estremismo, di cultura estremistica, che, ammantandosi di falso pacifismo, porterebbe l'Italia fuori dalle alleanze necessarie e fondamentali per tutelare le libertà civili, di pensiero ed anche economiche.
Il terrorismo preesisteva alla guerra in Iraq: preesisteva al punto che è stata violata la libertà di un paese quale gli Stati Uniti d'America. Noi non abbiamo fatto alcuna guerra e mi spiace che si continui a proporre questo fraintendimento. L'unica guerra è stata fatta dal Governo D'Alema, dal Governo di centrosinistra, che ha bombardato il Kosovo. Noi siamo in Iraq con una presenza militare che svolge attività di carattere umanitario, come viene riconosciuto anche dalla popolazione civile irachena. Questi sono i dati.
Dispiace veramente dover constatare una posizione distante anche da parte dell'Unione europea. Dispiace dover constatare come l'Unione europea non abbia saputo trovare un punto di incontro politico comune, certamente non per alti valori di carattere morale: io credo che la Francia avesse interessi particolari di carattere economico e che la Germania avesse problemi interni, quali quelli che voi avete oggi e che vi spingono a tenere un atteggiamento di bassissimo profilo su questioni che esigerebbero grande responsabilità politica.
Ciò che, invece, dovrebbe allarmarci tutti è il processo di radicalismo in atto anche in Iran, un paese che ha un forte potere di determinazione contrattuale sul processo di crescita democratico in Iraq. Da questo punto di vista, anche le recenti elezioni presidenziali in Iran costituiscono un passaggio delicato e molto complesso. Al riguardo, credo che la presenza della comunità internazionale sullo scenario mediorientale possa essere considerata un deterrente di carattere psicologico per cercare di frenare quello che può essere anche un appoggio, da parte del Governo iraniano, alle componenti più estremistiche e più radicali ancora presenti in Iraq.
Concludo, signor Presidente, onorevoli colleghi, ribadendo che la nostra è una missione umanitaria: abbiamo ottenuto anche la copertura delle Nazioni Unite (è già stato ricordato che la risoluzione n. 1546 ha fornito una copertura, un ombrello di tutela internazionale); abbiamo il consenso della stragrande maggioranza della popolazione civile irachena, la quale ha apprezzato ed apprezza il ruolo e la presenza umanitaria delle nostre forze militari; abbiamo addestrato migliaia di poliziotti iracheni e ci accingiamo ad addestrare anche centocinquanta funzionari e futuri magistrati; stiamo contribuendo a far crescere il processo democratico.
Saremo in Iraq per continuare a monitorare la crescita della cultura democratica; e le prossime scadenze di agosto, ottobre e dicembre saranno, da questo punto di vista, un passaggio strategico fondamentale. Ritirare, come viene chiesto dalla sinistra, la nostra presenza militare umanitaria dall'Iraq sarebbe - questo sì - un segno di grande debolezza che alimenterebbe ulteriormente la spirale del terrorismo.
Qualcuno ha sostenuto, e molti ancora sostengono, che la guerra in Iraq ha alimentato il terrorismo. Noi crediamo che se dall'Europa e dall'Italia fosse venuto un


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messaggio unitario, una grande posizione coesa, senza fratture, senza fraintendimenti e senza lacerazioni (all'interno dell'Unione europea come all'interno dell'Italia), il terrorismo non avrebbe avuto la forza e la capacità di colpire anche dentro l'Unione europea.
In realtà, una qualche responsabilità da parte vostra, per avere dato un'immagine frammentata del quadro politico italiano, ed una qualche responsabilità da parte europea possono essere ascritte anche alla crescita dell'influenza del terrorismo.
Combattere il terrorismo ed essere presenti in Iraq ha questo significato: aiutare a far crescere la democrazia e la libertà in questo paese, ma anche tutelare e garantire la sicurezza del nostro territorio e dell'Europa. Ed è il senso di responsabilità di questo Governo e di questa maggioranza che ci porta a prorogare questa missione, perché da quel luogo vogliamo lanciare un messaggio forte e chiaro: la comunità internazionale occidentale non cede al ricatto del terrorismo, vuole tutelare i propri interessi, le proprie libertà ed è pronta ad assumersi tutte le responsabilità nel nome delle libertà, nell'interesse del nostro popolo (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza Nazionale e di Forza Italia).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mattarella. Ne ha facoltà.

SERGIO MATTARELLA. Signor presidente, vorrei motivare il voto dei gruppi della Margherita, dei Democratici di sinistra, Misto-SDI-Unità Socialista e Repubblicani europei.
I dibattiti di politica estera sono, in questi giorni, sovrastati dagli attentati di Londra e dal dolore che questi hanno provocato. Londra, dopo Madrid, Istanbul e Beirut, insieme ai continui attentati a Baghdad (tra gli ultimi, l'orribile strage di bambini) dimostrano che la situazione in Iraq è sempre più grave e che la condizione di sicurezza del mondo va peggiorando.
Questo è il contesto in cui dare un giudizio sulla missione in Iraq, non sull'operato dei nostri militari, nei cui confronti nutriamo grande apprezzamento e riconoscenza per ciò che fanno e per il modo in cui agiscono, nel ricordo inalterato dei caduti nell'attentato di Nassiriya e in altre tragiche circostanze.
Il giudizio va dato, invece, sulla scelta politica di approvazione della guerra in Iraq e della decisione di inviarvi i nostri soldati. Questo decreto-legge è figlio dell'approvazione della guerra e della decisione di partecipare all'occupazione militare. Siamo sempre stati contrari all'una e all'altra scelta e manteniamo questa posizione, convinti che si sia trattato di due errori molto gravi.
Ieri, il Governo, in questa sede, con una sorprendente ed inopportuna volontà di ricerca polemica, ha sostenuto che l'aumento del pericolo terrorista dovrebbe condurre ad un voto a favore della missione in Iraq. Si tratta, al contrario, di due questioni ben distinte. Sulla lotta al terrorismo, obiettivo primario, l'opposizione è pronta a fare la sua parte. È, piuttosto, il Governo ad essere in ritardo, in colpevole ritardo, sulle proposte da avanzare.
Nessuno ignora, collega Landi di Chiavenna, che il terrorismo è iniziato ed ha orribilmente colpito ben prima della guerra in Iraq, ma questa ha distratto dal condurre, con maggiore efficacia, la lotta al terrorismo. Si è mirato in realtà, illudendosi, alla facile e veloce conquista di un caposaldo in Medio Oriente, contro il diritto internazionale, ragionando come si ragionava un secolo addietro, ma contro un nemico nuovo, diverso dal passato, che in Iraq non c'era, che si nasconde all'interno delle società che vuol colpire, con il risultato, per chi ha fatto la guerra, di restare impantanati in una situazione che si aggrava sempre di più.
Dov'è la strategia di successo della guerra e dell'occupazione? Si sono concentrate in Iraq - e ve le siete bruciate - immense risorse finanziarie, capacità militari, attività di intelligence che, se usate contro Al Qaeda, avrebbero verosimilmente sgominato la struttura organizzativa e finanziaria di Bin Laden.


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Ma la guerra irachena non è stata soltanto un fattore di grave distrazione dalla lotta al terrorismo. Essa costituisce anche, insieme alla pesante occupazione militare, un moltiplicatore del fondamentalismo islamico, del clima di cui si alimenta il terrorismo, del reclutamento di leve nuove, della nascita di gruppi terroristici nuovi.
È, quindi, pretestuoso confondere la determinazione nella lotta al terrorismo con il consenso...

PRESIDENTE. Le chiedo scusa, onorevole Mattarella. Colleghi, vi prego di evitare i capannelli, perché un collega sta parlando di cose serie, e vi prego anche di prendere posto (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo). Chi vuol parlare può accomodarsi fuori! Scusi, onorevole Mattarella.

SERGIO MATTARELLA. Grazie Presidente. È quindi pretestuoso - lo ripeto - confondere la determinazione nella lotta al terrorismo con il consenso alla missione irachena; al contrario, la lucidità che quella lotta richiede conduce ad un giudizio severamente negativo nei confronti di quell'avventura.
L'Iraq non è, signori del Governo, il fronte avanzato contro il terrorismo globale: la guerra in Iraq ha prodotto un aiuto al terrorismo!
Altri elementi rafforzano inoltre il nostro giudizio. Si deve ritenere che non vi siano state valutazioni comuni con gli alleati nel definire regole di comportamento militare, alla luce di tanti tragici e non giustificabili avvenimenti luttuosi: dall'uccisione di Nicola Calipari a quella di tanti iracheni e stranieri, vittime di un uso delle armi quantomeno troppo disinvolto che, in aggiunta al dolore, provoca e radica, contro gli americani e contro tutti gli occidentali, sentimenti profondi e pericolosi per il futuro.
Ricordo che, pochi mesi addietro, Civiltà cattolica scriveva che «la guerra ha contribuito all'emergere della cristianofobia dove prima non esisteva e a intensificarla dove era una presenza di scarsa entità».
È bene richiamare quanto ha dichiarato appena dieci giorni fa il vescovo ausiliare cattolico di Baghdad su una sorta di evangelizzazione per alcune chiese evangeliche, che avviene al seguito delle truppe americane. Dichiara Monsignor Warduni: quest'attività mette in difficoltà i cattolici iracheni e «ci pone in una situazione alquanto imbarazzante con i nostri fratelli musulmani». Chi ricorda gli appelli accorati e profetici di Giovanni Paolo II contro la guerra in Iraq, anche per evitare che si configurasse uno scontro di civiltà o tra religioni, si rende conto di quanto comportamenti del genere siano sbagliati e pericolosi. Il nostro Governo ha qualcosa da chiedere al riguardo agli alleati?
Confermiamo, quindi, integralmente il nostro giudizio negativo sulla guerra e sulla decisione di inviare soldati italiani in Iraq. Avevamo ragione e voi del Governo avevate torto.
Potremmo fermarci qui, ma sentiamo di non avere il diritto di limitarci a ribadire le nostre buone ragioni. Quando diciamo che occorre definire subito una strategia di rientro dei nostri militari intendiamo ribadire, insieme, il giudizio contrario alla missione e il dovere di porre rimedio ai guasti che la guerra e l'occupazione hanno prodotto in Iraq, evitando contraccolpi a danno della popolazione irachena, evitando, cioè, l'impressione di abbandono di un paese che avrà, per molto tempo, bisogno più di aiuto che di occupazione militare.
Ricordo che, nel febbraio scorso, le stesse realtà irachene rimaste fuori dalla Costituente - gruppi sunniti e formazioni di sinistra - riunitesi come fronte contro l'occupazione militare straniera, hanno chiesto un preciso calendario di ritiro delle truppe di occupazione; e un calendario va modulato in modo da non aggiungere altri danni ai guasti prodotti dalla guerra. Chi è stato contrario alla guerra ha molti motivi in più per essere solidale in tutti i modi con il popolo iracheno.


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La situazione di quel paese presenta un deficit di strategia politica e un altrettanto evidente, e connesso, deficit di sicurezza, le cui condizioni sono in continuo peggioramento e dimostrano l'inutilità dell'occupazione e delle sue modalità.
Occorre rispettare le scadenze costituenti ed elettorali previste ed è necessario un nuovo e più diretto intervento della comunità internazionale con lo strumento di cui essa dispone: l'ONU. Una sua nuova risoluzione, che, del resto, era prevista, è necessaria per assicurare, da un lato, il coinvolgimento politico delle componenti etniche, religiose e sociali dell'Iraq, escluse dal processo costituente e politico e, dall'altro, una presenza internazionale, diversa dalle truppe di chi ha fatto la guerra, capace di aiutare il paese a trovare accettabili condizioni di sicurezza.
Anche l'Unione europea va chiamata ad un impegno maggiore e più diretto. La Conferenza sulla ricostruzione dell'Iraq, tenutasi il 22 giugno scorso a Bruxelles, deve avere effetti operativi, con scelte politiche precise. È stato deciso di sviluppare, in un incontro ad Amman, la riflessione politica sull'Iraq, ma constato che il Governo non ha ritenuto di spendere una parola su questo punto.
La nostra contrarietà alla guerra e alla missione, la richiesta di definire subito una strategia di uscita dall'Iraq deriva da una corretta cultura di Governo, quella che consente di distinguere tra le diverse situazioni internazionali e, quindi, tra le missioni in difesa dei diritti umani e quelle da rifiutare. Si tratta della cultura che ci fa sostenere e rivendicare missioni in cui il nostro paese è impegnato; e sottolineo quelle in Bosnia e in Kosovo, anche perché decise in aiuto di popolazioni di religione musulmana (qualcuno può dimenticare l'orrore di Sebrenica?) e che oggi contribuiscono a contrastare l'idea dissennata di uno scontro di civiltà.
È la stessa cultura di Governo che ci ha condotto, in questa legislatura, pur essendo all'opposizione, a votare a favore della missione in Afghanistan e a favore del secondo allargamento della NATO a paesi già del Patto di Varsavia. Non ha fatto lo stesso l'attuale maggioranza di centrodestra (mi riferisco a Forza Italia, ad Alleanza Nazionale ed alla Lega) che, quando era opposizione, nella scorsa legislatura, non ha votato a favore del primo allargamento della NATO ai paesi già del patto di Varsavia ed ha rifiutato di affiancare i suoi voti a quelli della maggioranza di centrosinistra per la missione in Kosovo, votando contro la mozione di Governo di allora.
Quanto a senso di responsabilità e ad affidabilità in politica estera, la Casa delle libertà ha molto da imparare e molto da farsi perdonare, malgrado la favola di Governi di centrosinistra che, in politica estera, avrebbero avuto bisogno del soccorso del centrodestra: si tratta, appunto, di una favola perché quel soccorso non è esistito; e non ve ne era alcun bisogno.
Noi, la scelta di campo, signori del Governo, l'abbiamo fatta: sia il Governo, adesso, a fare la sua parte (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e Misto-SDI-Unità Socialista - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Sterpa. Ne ha facoltà.

EGIDIO STERPA. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, il mio intervento a favore della conversione in legge del decreto in discussione, non sarà fatto di retorica o di affermazioni apodittiche; sarà invece ispirato da un ragionamento, diretto soprattutto ai colleghi dell'opposizione. Mi sia permesso di dichiarare, anzi, che sarà, il mio, il discorso della ragione; sono un liberale che crede nella democrazia parlamentare e, dunque, mi rivolgo, con rispetto, ed anche con cordialità, ai colleghi dell'opposizione, dai quali ritengo sia lecito attendersi altrettanto. Si può essere avversari, e in democrazia è lecito esserlo; aggiungerei anzi che...

PRESIDENTE. Colleghi, vi prego di prestare maggiore attenzione e rispetto al collega che sta intervenendo.


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EGIDIO STERPA. ... essere lealmente avversari fa parte dell'essenza stessa della democrazia. Ma non va mai dimenticato che il dibattito ed il confronto di idee e di posizioni non devono mai mancare di reciproco rispetto. Risiede in ciò la base di quella democrazia dell'alternanza nella quale credo e che non può non essere l'obiettivo della nostra presenza in questo libero Parlamento.
Abbandoniamo, dunque, ogni spirito di fazione - in qualche intervento, peraltro, tale spirito si è espresso ancora oggi - e discutiamo, se possibile, razionalmente.
Camminerò sui passi degli oppositori per condurre il mio ragionamento. Il provvedimento alla nostra attenzione reca un titolo ineccepibile e non ha quegli accenti marziali che, invece, gli sono stati attribuiti: la relazione che lo accompagna dichiara che il decreto è finalizzato a «(...) consentire la prosecuzione della missione umanitaria e di ricostruzione in Iraq e della connessa missione militare (...)».
Ecco, è di questo che noi dobbiamo discutere: è di questo che voglio discutere con i colleghi dell'opposizione!
Per cominciare, voglio citare un uomo di una sinistra razionale, che stimo e di cui credo di essere anche amico - vale a dire Emanuele Macaluso -, il quale, a proposito delle polemiche all'interno della sinistra che si sono manifestate, negli ultimi giorni, su questo tema, ha scritto, rivolgendosi ai suoi amici della sinistra: cari amici, non si può dire «noi, in ogni caso, votiamo contro il finanziamento del contingente in Iraq e poi discutiamo». Che senso ha un ordine del giorno - sono sempre parole di Macaluso - che prospetti un ritiro graduale e concordato, se si vota contro il finanziamento della missione? Ecco, la sostanza di questa nostra discussione sta qui!
Continuiamo a ragionare, possibilmente. Con onestà e lealtà, voglio dire che ho seguito - come credo abbiamo fatto tutti - le discussioni che, in questi ultimi giorni, vi sono state tra le diverse componenti ed i diversi personaggi della sinistra. Anche con sincerità, vorrei dire che tali discussioni sono segni di una certa democrazia interna, che marca qualche resipiscenza e, per meglio dire, un più corretto e razionale approccio ad una questione che non può essere liquidata con un «no» secco, né tantomeno con argomentazioni speciose, o addirittura faziose.
Mi ha colpito, in particolare - come credo abbia colpito tutti - lo scritto del senatore Giorgio Tonini, reduce da una visita ai nostri soldati a Nassiriya. Si tratta dello scritto di un onesto pacifista - lo segnalo all'onorevole Pecoraro Scanio, che oggi ha svolto un intervento abbastanza fazioso! - che, a contatto con la realtà, ha visto vacillare - sono parole sue! - le proprie certezze. Il senatore Tonini, infatti, ha potuto constatare che i nostri soldati laggiù non sono una forza di occupazione, onorevole Pecoraro Scanio: non sparano, ma distribuiscono viveri ai bambini, costruiscono ambulatori e contribuiscono, concretamente, a costruire uno Stato democratico in grado di garantire, a quel popolo, libertà, serenità e benessere!
Ieri, per la verità, l'onorevole Pierluigi Castagnetti ha svolto un intervento un po' in contraddizione con quanto sto per citare. L'onorevole Castagnetti, infatti, riconosce l'onestà e la verità di quanto ha scritto il senatore Tonini: ci ha narrato, dice - sono parole dell'onorevole Castagnetti, in contraddizione con il suo intervento svolto ieri! -, quanto sia benemerito il lavoro dei nostri militari a Nassiriya.
All'onorevole Castagnetti si aggiunge l'onorevole Beppe Fioroni, sempre della Margherita (Commenti del deputato Fistarol)...

PRESIDENTE. Onorevole Fistarol, la prego!

EGIDIO STERPA. ... il quale soggiunge che lasciare oggi Nassiriya sarebbe come togliere una scialuppa di salvataggio a gente colpita da una cannonata in mare. Sono parole...

PRESIDENTE. Onorevole Bressa, non so cosa fare: la vorrei pregare di non disturbare, grazie!


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EGIDIO STERPA. ... di un uomo che si trova all'opposizione.
Cito anche, richiamando ancora passi di colleghi dell'opposizione, una nota di un mio collega in giornalismo che stimo, Peppino Caldarola, il quale dice di suo: «Fa bene Tonini a farci ragionare oggi sui bagliori di democrazia, come sul terrorismo che ammazza 27 bambini».
Infine, merita di essere considerata l'opinione di due valorosi altri colleghi, che voglio citare, anche essi collocati a sinistra: gli onorevoli Maccanico e Ranieri, che per primi hanno avanzato la proposta di un ordine del giorno che merita attenzione perché in esso, ad eccezione della sua conclusione, vi sono molti punti che condividiamo. Ad esempio, cito: « (...) oggi, la priorità va data al potenziamento delle forze armate e di sicurezza irachene, che devono essere messe in grado di assicurare il controllo dell'intero territorio nazionale (...)». Ancora, continuo a citare tale ordine del giorno: «(...) occorre intensificare da parte dell'Italia l'impegno umanitario a sostegno della popolazione irachena (...)». Ma cosa abbiamo fatto, cosa hanno fatto finora i nostri soldati, la nostra missione in Iraq? Cosa abbiamo fatto di diverso da quanto stabilisce la risoluzione n. 1546 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dell'8 giugno 2004, che chiede alla comunità internazionale di sostenere la transizione politica in Iraq con un supporto tecnico e professionale e con una forza multinazionale? È l'ONU che lo chiede. In forza di tale risoluzione siamo presenti in Iraq. Non dimentichiamo, poi, che oggi in Iraq sono presenti forze di ben 26 paesi, provenienti da quattro continenti; manca solo l'Africa, perché sappiamo benissimo che quest'ultimo continente ha problemi altrettanto gravi.
Mi rivolgo, ora, all'onorevole Fassino, che reputo politico intelligente e di buon senso. Lei, onorevole Fassino, in un'intervista - sono un lettore attento dei giornali; per me, la lettura dei giornali, ogni mattina, è, come diceva Hegel, la preghiera laica del mattino -, ha auspicato per la lotta al terrorismo «una coalizione mondiale». Sono sue parole. È forse qualcosa di diverso la forza multinazionale presente in Iraq? Vogliamo o no riconoscere che tale presenza ha permesso, in Iraq, il 30 gennaio di quest'anno, elezioni libere, alle quali hanno partecipato ben otto milioni e mezzo di elettori, pari al 58,3 per cento degli aventi diritto al voto? Abbiamo ancora tutti negli occhi le lunghe file di cittadini iracheni che sono andati a votare, sfidando il terrorismo!
Cari colleghi dell'opposizione, vi parlo con cordialità e pacatezza, la conclusione di tutti questi eventi, di alcuni ragionamenti che anche voi avete fatto e state ancora facendo tra di voi, può essere il ritiro immediato della nostra missione? Altro, certo, è ragionare sul fatto che i nostri soldati...

PRESIDENTE. Onorevole Sterpa, concluda.

EGIDIO STERPA. Signor Presidente, sto per concludere. Come dicevo, altro è ragionare sulla circostanza che i nostri soldati non restino in Iraq a tempo indeterminato. Ma chi lo dice che devono rimanere a tempo indeterminato? Lo stesso Presidente del Consiglio, prima ancora della strage di Londra, ha detto che sarà ritirato un primo contingente, ma è anche vero che non possiamo ritirare una missione che si trova in quell'area per svolgere un'opera di ricostruzione, di aiuto e di pace.
Soprattutto, non possiamo farlo perché offenderemmo, ad esempio, i 20 morti di Nassiriya, che abbiamo onorato quando sono tornati in Italia nelle loro bare.
Mi avvio alla conclusione. Un grande paese, quale pensiamo sia il nostro, con la sua storia, la sua cultura, la sua civiltà, non può arrivare ad una siffatta decisione (ne converrete con me, soprattutto oggi, nonostante le discussioni intercorse tra di voi e le promesse fatte dall'onorevole Prodi di distinguere alcune posizioni), che sarebbe un'offesa, innanzitutto, a noi stessi, ai nostri caduti, ai nostri soldati, ai quali sentiamo di tributare riconoscenza e onore per quanto stanno facendo e, se è permesso dirlo, anche ai nostri alleati. Ad


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esempio, agli inglesi, il cui premier Tony Blair...

PRESIDENTE. Onorevole Sterpa, si avvii a concludere.

EGIDIO STERPA. ...ci ha dato ancora una lezione di fermezza e di dignità.
Infine, sarebbe un'offesa anche nei confronti dei nostri alleati americani. Non dimentichiamo la solidarietà e l'amicizia che l'America ci ha dimostrato nell'immediato dopoguerra, quando l'Italia e tutta l'Europa ebbero bisogno dell'aiuto americano, quando il secondo dopoguerra, proprio per l'aiuto e la solidarietà del popolo americano, si trasformò...

PRESIDENTE. Onorevole Sterpa, la prego di concludere.

EGIDIO STERPA. ...in uno spazio per la ricostruzione e la ripresa economica.
Signor Presidente, questo è il mio discorso pacato, serio, responsabile e anche cordiale per esprimere il «sì» di Forza Italia al decreto-legge di proroga della partecipazione italiana alla missione in Iraq (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rizzi. Ne ha facoltà.

CESARE RIZZI. Signor Presidente, nel formalizzare la propria decisione di disporre una nuova proroga semestrale degli impegni militari nazionali dell'Italia all'estero, il Governo, per la prima volta, ha deciso di ricorrere all'adozione di due distinti decreti-legge. La scelta, non facile, è stata un chiaro invito all'opposizione ad agire con coerenza, evitando di frapporre ostacoli sulle precedenti missioni e permettendo un dibattito più pragmatico su Antica Babilonia. Mi sembra che l'invito non sia stato accolto.
Ho seguito con molta attenzione gli interventi della sinistra. Abbiamo ascoltato l'amico Pecoraro Scanio, che è intervenuto esaltando Zapatero e la Spagna per il ritiro delle truppe. Però, ha ammesso subito che la situazione in Iraq è diventata drammatica; guarda caso, dopo il ritiro delle truppe, è diventata drammatica. Egli ha esaltato la scelta di Prodi sull'Iraq: lo ha fatto più volte e lo posso anche capire, perché proprio oggi, sui giornali, Prodi gli lascia un grandissimo spazio; pertanto, è anche giusto che lo esalti.
Tuttavia, l'intervento più interessante è stato quello dell'onorevole Giordano. Quest'ultimo ha affermato che le nostre bombe intelligenti in Iraq hanno provocato una marea di morti. Però, forse, si è dimenticato che, nella passata legislatura, l'allora Governo D'Alema - come ieri ha ricordato il collega Vito - ha bombardato i Balcani senza che il Parlamento lo sapesse! Bisognerebbe anche spiegare che l'allora Governo di sinistra, dopo aver finanziato delle centrali nucleari in Kosovo, guarda caso poi le ha bombardate! Questo è ciò che è accaduto durante il Governo D'Alema (Commenti). È inutile che mi guardate: fate parte di tutta quella coalizione!

MARILDE PROVERA. Fai parte tu di tutta quella...

CESARE RIZZI. È sempre comodo tirarsi da parte! Questa gente ha la memoria un po' corta. Nel corso del dibattito in sede di Commissione, guarda caso, tutti i partiti del centrosinistra, escluso l'UDEUR dell'onorevole Mastella, hanno confermato la propria decisione di votare contro il provvedimento.
Il confronto politico ha avuto e sta avendo una vasta eco sui mass media a causa del sovrapporsi degli attentati londinesi, della questione della proroga della nostra missione militare in Iraq e della proposta da parte di Berlusconi dell'avvio del ritiro degli italiani da Nassiriya.
Appare opportuno richiamare l'attenzione anche sugli sviluppi in corso in America e in Gran Bretagna, dal momento che sta prendendo corpo un piano che nel 2006 dovrebbe portare al dimezzamento dell'impegno militare internazionale in Iraq. L'idea che sta emergendo, infatti, è


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quella di restituire agli iracheni la piena responsabilità della sicurezza in 14 delle loro 18 province, mantenendo la pressione militare soltanto sulle quattro che costituiscono il cosiddetto «triangolo sunnita». Se il piano fosse confermato e venisse attuato il ritiro della missione Antica Babilonia, vi potrebbe essere fatto rientrare un più vasto ripiegamento deciso dagli alleati.
Signor Presidente, la Lega ha attivamente sostenuto sin dal principio l'intervento in Iraq e non mancheremo di coerenza in questa occasione, pur mantenendo chiaro l'obiettivo di un Iraq sovrano e libero.
Non riesco a capire la posizione del centrosinistra, cui vorrei mandare un messaggio: di solito il terrorismo non si combatte con le manifestazioni, con gli slogan o con le bandierine stese dai balconi, ma con ben altro! Voi lo sapete. È certo che qui non si parla mai di coerenza, ma la vostra coerenza politica è legata al voto, ossia al fatto che vi diano più voti mantenendo questa posizione oppure un'altra. Voi sapete fare solo questo!

PIERO RUZZANTE. Nella passata legislatura...

CESARE RIZZI. Ho sentito prima qualcuno che era convintissimo di vincere le prossime elezioni politiche. Con il matrimonio dei gay, magari le vincerete (Commenti del deputato Grillini), perché oggi ho visto che Prodi dà una mano a Pecoraro Scanio. Sarà il popolo poi a decidere.
La Lega è sempre stata coerente e non cambia bandiera. Voi fate parte di quei personaggi... È troppo comodo ogni volta tirarsi fuori e dire di non farne parte! Fate parte di una coalizione che fa acqua da tutte le parti! Voi siete solo capaci di criticare le posizioni del centrodestra, dicendo di no tutte le volte.
Però, anche sulla guerra, non avete mai avuto una posizione alternativa. Voi volete solo il ritiro delle truppe. Come ripeto, le guerre non si vincono ritirando le truppe. Fosse per me, le aumenterei addirittura (Applausi dei deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana - Commenti dei deputati del gruppo dei Democratici di Sinistra-L'Ulivo)!
Noi siamo stati i primi a dire ciò che stava avvenendo in quel paese. Si tratta di una guerra fatta all'Occidente. Certo è che, se capiscono che in Occidente ognuno fa ciò che vuole e che siamo troppo deboli, per la nostra debolezza ci passeranno sopra con i loro carri armati e ci faranno fare la fine del topo (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega Nord Federazione Padana, di Forza Italia e di Alleanza Nazionale)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Costa. Ne ha facoltà.

RAFFAELE COSTA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi auguro che la presente dichiarazione, molto breve, venga accolta con spirito sereno e con equilibrio. Non ho alcuna intenzione di assumere atteggiamenti così detti pacifisti, né di fare scelte meramente trasversali. Do una lettura dei fatti e delle prospettive solo in parte diversa da quella di taluni esponenti della maggioranza, della quale sono stato e sono leale sostenitore.
Non solo mi auguro che le mie idee, semplici e semplicemente illustrate, vengano rispettate, ma mi auguro anche che esse vengano valutate con un po' di attenzione.
Il giudizio sulla guerra irachena lo sta dando la cronaca, che diffonde una storia tragica fatta di morti, anzi, di stragi quotidiane, frutto di posizioni terroristiche e criminali, ma anche di pesanti errori. Era questo che si cercava di perseguire attraverso la missione di pace? No, certamente la nostra volontà era ed è quella di una missione civile ed umanitaria.
Non ho, però, la pretesa di dare giudizi sulle missioni. Mi chiedo una sola cosa. Si poteva accettare quasi senza discutere che le prime missioni venissero deliberate senza particolari osservazioni perché c'era la speranza e la convinzione che le stesse missioni risultassero utili, efficaci, pacificatrici: siamo certi che la speranza sia


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ancora fondata? Nella relazione che accompagna il decreto-legge è scritto che la missione futura «si pone l'obiettivo di contribuire al processo di stabilizzazione del paese anche tramite la promozione e il sostegno di attività e di interventi tesi al rafforzamento dell'apparato istituzionale». Ed ancora - cito letteralmente - «la sicurezza continua a rimanere la priorità assoluta e rappresenta un forte impedimento alla realizzazione di programmi di ricostruzione». Credo si tratti di speranze non del tutto fondate sui fatti.
Pongo a me stesso ed ai colleghi una richiesta: si può e si deve restare con il nostro contingente, ma con obiettivi precisi. È troppo generico parlare di sicurezza: occorre una scaletta concreta di cose da fare a livello nazionale, internazionale ovvero politico per capire cosa si vorrà fare nel futuro. Negli atti e nei discorsi ho rilevato buona fede, buona volontà, coraggio, speranza, ma non sufficiente concretezza. Non mi sembra sia stato identificato un percorso.
La nostra è una meritevole azione di pace legata, però, ad un contingente bellico internazionale che - è debolezza non capirlo - si pone come elemento negativo nel suo complesso per una parte del popolo iracheno. Sono convinto che farmi interprete del pensiero di molti italiani aderenti alla maggioranza e alla Casa delle libertà che hanno i miei stessi dubbi non sia eresia ma solo una forma di approfondimento di una realtà crudele che presenta molti interrogativi non risolti.
Il mio voto sarà favorevole ma con le forti riserve che mi sono permesso di illustrare. Sforziamoci di essere meno emotivi e più razionali guardando non solo alle attività terroristiche, ma anche ai non pochi errori della coalizione.

PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.

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