![]() |
![]() |
![]() |
PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo unico del disegno di legge di conversione (vedi l'allegato A - A.C. 5949 sezione 4).
Avverto che le proposte emendative presentate si intendono riferite agli articoli del decreto-legge (vedi l'allegato A - A.C. 5949 sezione 5).
Ricordo che non sono stati presentati emendamenti riferiti all'articolo unico del disegno di legge di conversione.
Avverto infine che le Commissioni I (Affari costituzionali) e V (Bilancio) hanno espresso i prescritti pareri (vedi l'allegato A - A.C. 5949 sezioni 2 e 3).
Ha chiesto di parlare l'onorevole Angioni. Ne ha facoltà.
FRANCO ANGIONI. Signor Presidente, il decreto-legge in esame riguarda la proroga di una missione militare che rappresenta un nervo scoperto per molte nazioni, compresa l'Italia. Il provvedimento è relativo sia alla missione umanitaria di stabilizzazione e ricostruzione in Iraq, affidata al Ministero degli affari esteri, sia alla partecipazione del personale militare alla missione internazionale. Il compito della missione militare - sulla quale mi soffermo; siamo infatti favorevoli alla missione umanitaria - continua ad essere, fra l'altro, quello di garantire le necessarie condizioni di sicurezza per la missione umanitaria. In realtà, attualmente l'attività umanitaria, almeno per quanto concerne il settore di competenza italiana, è posta in essere direttamente degli stessi militari.
Del resto, è pressoché impossibile dare corso a missioni umanitarie con i fucili spianati in una zona dove l'insicurezza è
massima, oppure quando i destinatari di questa azione non la vogliono o sono costretti a rifiutarla.
In sostanza, non si può svolgere una missione umanitaria senza il consenso di tutta la popolazione o in assenza di situazioni di accettabile sicurezza.
Il decreto in esame, più che il tipo della missione, riguarda gli aspetti finanziari; si impone, invece, una discussione politica sul problema Iraq, ossia sul problema rappresentato da questa area di instabilità internazionale, cui indirizzare la politica destinata a tutto il Medio Oriente allargato.
In Iraq i contingenti militari stranieri, per la situazione che purtroppo si è venuta a creare, sono costretti a proteggere soprattutto se stessi, attenti a non abbassare mai la guardia, anche nelle aree considerate sicure, per non pagare un altissimo prezzo in termini di rapimenti, di morte e di distruzione. Tutto questo, naturalmente, senza togliere nulla al valore delle unità italiane che si sono avvicendate o che sono presenti in Iraq.
In quel paese si combatte da due anni una guerra caratterizzata dal terrorismo, dalla guerriglia e dal sabotaggio. Questo tipo di conflitto non si conduce solo con le armi. Anzi, occorre soprattutto la politica.
Il decreto-legge ora al nostro esame non fa alcun cenno alla politica. Il compito previsto, sia per la missione umanitaria sia per il contingente militare, è quello di proseguire - cito - nel processo di stabilizzazione e di ricostruzione del paese. Ma come si può proseguire in ciò se la dinamica della stabilizzazione, così come delineata dalla risoluzione n. 1546 del Consiglio di sicurezza dell'ONU, è al momento bloccata?
Dobbiamo ricordare, infatti, che dopo le elezioni svoltesi nel gennaio di quest'anno, il cui risultato è stato giustamente accolto come un successo in considerazione della percentuale di iracheni recatasi a votare - circa il 60 per cento -, non è accaduto più nulla. Tra l'altro, è stata sottovalutata la mancata partecipazione al voto della comunità sunnita, cioè di circa un terzo della popolazione irachena. Il Governo provvisorio ha incontrato ed incontra tuttora gravi difficoltà ad operare, in quanto non completamente rappresentativo dell'intera comunità nazionale.
Nel frattempo, la guerriglia e il sabotaggio, ma soprattutto il terrorismo hanno fatto registrare un tragico incremento della loro attività, con decine di vittime al giorno, soprattutto tra gli iracheni disposti ad arruolarsi nell'esercito e nella polizia, ma anche e purtroppo tra i civili inermi, oltre che, naturalmente, tra i militari americani, ai quali va comunque il nostro pensiero.
Le comunità più colpite sono, nell'ordine, quella sciita e quella curda, ma vengono uccisi anche i sunniti, se considerati traditori, se coinvolti cioè in attività governative o in attività collegate, anche indirettamente, a forme di collaborazione con le unità militari straniere.
Ovviamente, le comunità sciita e curda hanno attuato tutte le possibili misure per fronteggiare il terrorismo (nonostante ciò, le vittime sono numerose), mentre la comunità sunnita (lo rammento: si tratta di circa otto milioni di individui) si trova sotto la continua minaccia della violenza da parte di un'esigua minoranza.
La Brookings Institution di Washington, organismo specializzato nelle analisi delle crisi internazionali, ha accertato che gli effettivi delle formazioni clandestine sunnite sono 40-45 mila individui, con altrettanti soggetti coinvolti in attività logistiche, che però di norma non partecipano alle azioni. Sono da aggiungere, inoltre, circa quattromila terroristi, in massima parte giunti dall'estero.
Per completare lo scenario degli oppositori al Governo, non sono da sottovalutare gli sciiti seguaci dell'imam Al Sadr, che si oppongono all'imam Al-Sistani, guida spirituale della comunità. Al Sadr ritiene che, dopo anni di oppressione, il Governo del paese debba essere totalmente affidato alla comunità sciita; la consistenza di questi oppositori è di circa 200 mila unità, o poco meno, che da alcuni mesi, comunque, hanno rinunciato ad azioni violente.
Una considerazione su tali cifre: gli oppositori più violenti, cioè gli autori di
stragi e di tante uccisioni, sono solo il 2 per cento della comunità sunnita e, quindi, lo 0,5 per cento dell'intero popolo iracheno. Questi sono, in massima parte, concentrati nel cosiddetto triangolo sunnita. Invece, l'85 per cento della popolazione irachena, sempre secondo i sondaggi della Brookings Institution, desidera che le truppe straniere lascino il paese.
In Iraq la situazione generale è comunque grave: scarseggiano i beni di prima necessità; la disoccupazione è elevata; la vendita del petrolio incontra grandi difficoltà, in particolare nell'estrazione e nel trasporto.
Il superamento della crisi non può che essere affidato alla politica. Il Governo provvisorio dovrebbe essere opportunamente aiutato, ma soprattutto dovrebbe essere decisamente sostenuto il processo di stabilizzazione.
Non si ha notizia della Costituzione, primo e indispensabile impegno da soddisfare; anche se sarà redatta in tempi brevi e accettata nell'ambito del Governo, dovrà comunque essere sottoposta all'approvazione popolare con un referendum previsto per il 15 ottobre. Tale referendum non sarà valido se almeno in tre province la maggioranza degli aventi diritto non andrà a votare. Non si può sottovalutare che esistono tre province, Najaf, Karbala e Ramadi, a grande maggioranza sunnita, e, se la situazione non cambierà, non è previsto che i cittadini di queste province si rechino alle urne. In tal caso, tutto il processo di stabilizzazione sarà compromesso con gravi conseguenze e imprevedibili dilazioni di tempo.
Ancora, non si è fatto e non si fa nulla per sostenere, rassicurare e proteggere i sunniti moderati. Non è stata posta in esame alcuna attività credibile di mediazione per fornire garanzie alla popolazione e cercare di isolare la minoranza violenta che continua a sconvolgere il paese. Una delle caratteristiche del terrorismo è di essere sfuggente, difficilmente individuabile e, comunque, non delimitabile in una ben determinata area. In Iraq, invece, si conosce, in linea generale, dove le formazioni sono concentrate. Perché non si comprimono e non si cerca con determinazione e lungimiranza di realizzare il vuoto di consensi intorno all'area interessata? Certamente, non agendo con isteriche operazioni militari di rappresaglia che incrementano sia il numero delle vittime innocenti sia l'odio verso le truppe straniere. È indispensabile invece fare ricorso alla politica, alla volontà di andare senza pregiudizi alla radice dei problemi perché le sole armi non bastano, anzi debbono tacere per poter trovare soluzioni condivise. Ovviamente né gli Stati Uniti né le altre nazioni coinvolte nella guerra godono della credibilità necessaria per porsi al di sopra delle parti. Ma perché allora non si consente o non si sollecita l'intervento di personalità del mondo arabo o di idonee organizzazioni per iniziare le trattative? La verità, per alcuni spiacevole, è che dall'Iraq si esce solo con i negoziati e dopo aver stabilito un dialogo con i sunniti moderati. Invece, in Iraq la politica è passiva. Le truppe sono prevalentemente trincerate nei propri campi, l'azione dell'intelligence non sembra fornire alcun elemento favorevole, mentre gli insorti, stando almeno ai tragici risultati delle azioni che conducono, non manifestano sintomi di debolezza. Si è in attesa, ma di che cosa, e fino a quando? Tra l'altro, al momento non si può prevedere il ritiro delle truppe. E questo è importante, ed infatti noi non chiediamo una misura di questo tipo perché il ritiro sarebbe un atto di sfiducia verso il Governo iracheno, in quanto le truppe rappresentano attualmente il solo unico sostegno all'esecutivo, ma soprattutto perché il ritiro potrebbe essere interpretato come una vittoria del terrorismo.
Anche nella gestione delle attività operative da parte delle truppe angloamericane sorgono motivi di sfiducia. Sono noti episodi di violazione dei diritti umani, di uccisioni di civili inermi e sono state rilevate incertezze, incomprensioni e lacune nella catena di comando, di controllo e delle comunicazioni. Recentemente, un'azione terroristica ha ucciso un militare americano e trentatré bambini iracheni in attesa di ricevere dei dolciumi.
Dopo più di due anni di questa guerra non si è ancora capito che qualsiasi assembramento di truppe straniere e di popolazione unita è un obiettivo facile e pagante per il terrorismo. È vero che l'Islam impone ai suoi fedeli di essere caritatevoli verso i bisognosi, ma deve trattarsi dell'offerta di un musulmano ad un altro musulmano. Dopo due anni di esperienza non si è ancora compreso che non si può ricevere l'elemosina da un infedele: nella logica perversa degli estremisti sono infatti da punire sia chi offre sia chi accetta. Tra l'altro, è da condannare l'ipocrisia di chi si indigna per la strage dei bambini perché accredita al terrorismo una morale e un'etica che non ha.
C'è da domandarsi se siano state emanate severe disposizioni per evitare assembramenti, specie se correlati a gesti di amicizia delle truppe straniere. Delle due l'una: o non sono stati impartiti ordini, e allora la carenza nell'azione di comando è grave, o gli ordini sono stati impartiti e allora la carenza del controllo è ancora più grave.
Di fronte alla preoccupante situazione generale - e concludo - ed ai gravi rischi che la comunità internazionale sta correndo a causa delle vicende irachene, vorremmo conoscere quali iniziative l'Italia e l'Europa (quell'Europa attualmente guidata da un paese particolarmente coinvolto nella vicenda irachena) intendano assumere.
Quali sono le ipotesi di soluzione? Cosa viene preso in considerazione per una exit policy? Vorremmo sapere, altresì, se si preveda l'inizio di un ripiegamento graduale e, eventualmente, sulla base di quali presupposti.
In conclusione, per l'assenza di una valida linea politica e, in particolare, di un'ipotesi di razionale, efficace sganciamento, considerati i conseguenti gravi rischi che questo atteggiamento di passività comporta, preannuncio sin da ora il voto contrario sulla conversione in legge del decreto-legge n. 112 del 2005 (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di Sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo e di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Russo Spena. Ne ha facoltà.
GIOVANNI RUSSO SPENA. Signor Presidente, credo che una discussione caratterizzata in qualche modo da completezza circa la missione italiana in Iraq dovrebbe vedere il Parlamento impegnato anche a lungo e con la dovuta attenzione.
Abbiamo chiesto che i tempi della discussione fossero adeguati alla gravità della situazione perché siamo contrari, per principio, ad una discussione che appaia in qualche modo di routine, affrettata, magari per concludere velocemente l'esame del provvedimento stasera, essendovi la presenza in aula del Presidente del Consiglio. Di fatto, una discussione affrettata, non attenta, finisce con il sostanziarsi in una sottrazione, a danno del Parlamento, di poteri che la Costituzione affida a quest'ultimo in maniera solenne, vale a dire della capacità di decidere sulle questioni più pregnanti di politica internazionale, sulle questioni riguardanti la pace e la guerra.
Noi non vogliamo che il Parlamento, al quale già vengono sottratte molte materie costituzionalmente definite, si veda strappata anche questa. Invero, vi è una tendenza, emersa con forza in occasione di questa guerra, a considerare il Parlamento mera sede di ratifica di decisioni prese altrove: a livello di esecutivo, nel migliore dei casi, ovvero a livello internazionale e, quindi, in maniera eterodiretta rispetto all'autonomia decisionale del Governo italiano. Questa è la storia della guerra della quale stiamo discutendo, di una guerra iniziata contro il diritto internazionale, costruendo una coalizione dei volenterosi, una guerra a cui l'Italia ha ipocritamente dichiarato di non partecipare, partecipandovi però di fatto ed in pieno.
Questa guerra deve essere oggetto di un'analisi attenta da parte del Parlamento perché siamo ad un passaggio che non deve essere puramente burocratico: non stiamo parlando semplicemente di rifinanziamento della missione italiana, ma della sua stessa legittimità in base al diritto internazionale, della sua funzione, della
sua morfologia, della prosecuzione o meno di una missione che il Governo ancora una volta chiama umanitaria ma che, secondo il nostro giudizio, non lo è affatto. La missione è affidata a militari molto spesso generosi e volenterosi, i quali compiono azioni positive, ma all'interno di uno scenario di guerra. Si tratta, dunque, di fatto, di una missione di guerra.
Noi abbiamo presentato all'articolo 1 del decreto-legge proposte emendative che riteniamo importanti: alcune sono soppressive ed attengono, dunque, alla legittimità ed alla funzione della missione italiana, che è militare e non umanitaria; altre, come l'emendamento Deiana 1.5, sottoscritto da colleghi di altri gruppi, anche dei DS, indicano un percorso - al quale noi guardiamo con attenzione - imperniato su una centralità piena ed assoluta delle Nazioni Unite. Tale centralità riguarda soprattutto la politica socioeconomica in Iraq e le iniziative concordate con il Governo iracheno e destinate al sostegno dello sviluppo sociosanitario in favore delle fasce più deboli della popolazione, al sostegno istituzionale e tecnico, alla formazione nel settore della pubblica amministrazione, al sostegno delle attività didattico-formative nel settore della pubblica istruzione.
Con l'emendamento Deiana 1.5 vogliamo alludere al modo in cui si devono fare cooperazione e missioni umanitarie. In questo modo si costruisce quella diplomazia che interdice il vento di guerra ed impedisce la prosecuzione dei conflitti.
Dunque, facendo un bilancio negativo della partecipazione italiana a questa guerra, indichiamo un preciso percorso di indipendenza, di pacificazione e di autodeterminazione, un percorso che non dice solo «no» alla guerra, ma che chiede di sostituire alla guerra un piano di intenzioni, di percorsi, di formule, di possibilità, con la condivisione da parte delle popolazioni locali e delle popolazioni e dei Governi europei.
Crediamo che questa strada possa essere percorsa (lo dico in maniera diversa rispetto a chi mi ha preceduto). Sappiamo che, su tale questione, si è aperta una legittima discussione e si sta svolgendo un confronto serio fra le forze politiche e fra i gruppi parlamentari dell'Unione. Noi, come forza dell'Unione, esprimeremo tutti un voto contrario sulla prosecuzione della missione militare italiana, ma su un punto preciso ci differenziamo: riteniamo che dire «no», alla prosecuzione della missione significhi il ritiro immediato delle truppe italiane da quel territorio di guerra, ovviamente con i tempi tecnici che occorreranno, come sono occorsi alla Spagna, dopo la decisione del Governo Zapatero di ritirare le truppe. Crediamo che i motivi che ci spingono a chiedere il ritiro corrispondano alle ragioni per le quali il collega che mi ha preceduto riteneva che le truppe dovessero restare in quell'area. Non crediamo che il ritiro delle truppe significhi assegnare una vittoria al terrorismo. Anzi, riteniamo che un percorso di pacificazione sotto l'egida assoluta delle Nazioni Unite sia la reale sconfitta del terrorismo. La capacità di articolare una resistenza popolare, di massa, sindacale, la guerriglia, pure esistente, ma che rientra nelle logiche internazionali e delle convenzioni internazionali di difesa del proprio territorio, è cosa molto diversa dal terrorismo: si alimenta all'interno e in contrapposizione, ma in ogni caso come pendant alla guerra preventiva e si fa forte di una soggettività autonoma ed organizzata e di una volontà politica. Non a caso, questo terrorismo, collega Angioni, tenta di bruciare tutte le aree intermedie, la riorganizzazione del movimento di massa, del movimento della società, del movimento sindacale e del movimento delle donne! Ci chiediamo perché ciò avvenga! È avvenuto in Europa (in Italia, e, qualche giorno fa, a Londra, purtroppo tragicamente) ed avviene in Iraq, dove i fermenti della società civile e la capacità di autorganizzarsi sono bloccate da un terrorismo organizzato, che vede l'esercito statunitense, della Gran Bretagna e anche le truppe italiane come unica controparte, che tenta di costruire una geopolitica del terrore che ha, da una parte, la guerra preventiva globale e, dall'altra, il terrorismo, la risposta terroristica!
Questa è la spirale di guerra che porta al degrado della civiltà, della democrazia, dei rapporti internazionali. Dobbiamo bloccare questa spirale con decisioni che siano nette, unilaterali, ma in grado di coinvolgere, anche a livello multilaterale. Non dimentichiamo che già undici Governi hanno deciso di ritirare le truppe.
Riteniamo che, se vogliamo iniziare quel percorso da noi individuato nell'emendamento Deiana prima citato e indicato anche dalla delegazione dei parlamentari italiani (i colleghi Deiana, Folena, Cento ed altri) qualche giorno fa a Nassiriya, in incontri da noi ritenuti importanti, nel tentativo di creare tale clima, oggi dobbiamo dire «no! basta!». Ritiriamo le truppe italiane, la cui presenza è controproducente, proprio per iniziare quel percorso che porti alla fine della guerra e all'inizio di una Conferenza internazionale di pace.
Sappiamo benissimo che non si tratta di un percorso facile, bensì aspro e nessuno pensa che, con i guasti prodotti ormai anche fra i popoli e le coscienze, da un giorno all'altro si possa risolvere la situazione, ma dobbiamo iniziare, dobbiamo saper osare su questa strada nuova e alternativa; su una cosa, infatti, il bilancio è netto: la guerra preventiva porta ad altre guerre, porta al disastro; essa ha alimentato ulteriormente il terrorismo, lo ha riportato nelle capitali europee!
Per questi motivi dobbiamo avere il coraggio di dire «no!» alla guerra preventiva: ritiriamo le truppe, non come disimpegno morale né politico da quella realtà, ma come un maggiore impegno di natura socioeconomica, che aiuti la crescita organizzata di quel popolo, che già tanto ha sofferto sotto il dittatore Saddam e che oggi tanto soffre sotto una dittatura militare esterna.
In questo senso riteniamo che gli emendamenti soppressivi dell'articolo 1 al nostro esame, e anche costruttivi di un percorso nuovo sotto l'egida delle Nazioni Unite, possano meritare l'approvazione dell'Assemblea (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Molinari. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE MOLINARI. Signor Presidente, la conversione di questo decreto-legge cade in un momento molto particolare: l'Inghilterra piange i morti della metropolitana, l'Italia piange la sua concittadina e si stringe intorno al dolore della sua famiglia, l'Iraq piange i suoi morti quotidiani e bene ha fatto il Presidente della Camera a raccogliere la richiesta di un minuto di silenzio per le vittime irachene.
Oggi leggiamo sui principali quotidiani che le vittime civili in Iraq sarebbero oltre venticinquemila: ciò vuol dire che negli ultimi due anni sono morte ogni giorno oltre trentacinque persone per la violenza della guerra.
Dobbiamo francamente dire che si riscontra in modo palpabile una differenza tra le vittime, perché purtroppo quelle civili irachene non indignano come quelle occidentali: vi è una triste assuefazione alla violenza. La strategia del terrore globale, posta in essere dagli strateghi del terrorismo, dimostra come l'Occidente si trovi di fronte ad un nemico non convenzionale, che pone in essere una strategia vigliacca che colpisce i civili nella loro vita quotidiana, alimenta il terrore e fa sentire tutti più insicuri.
Ci si affretta a dire che non vi è correlazione tra la guerra e il terrore, ma è evidente che ciò che la guerra doveva risolvere, secondo i teorizzatori della guerra preventiva, non ha risolto, anzi ha aggravato. L'Iraq certo non ha più Saddam Hussein, un dittatore sanguinario, violento, che però negli anni Ottanta era stato fortemente sostenuto dagli occidentali per frenare il fondamentalismo komeinista, ma esso oggi è ben lontano dall'essere un paese libero e stabilizzato; lo dimostra il gran numero di vittime, nonostante si immaginasse che, con il nuovo governo iracheno liberamente eletto, si dovesse verificare una riduzione degli attacchi terroristici: bambini, donne, reclute della polizia, rappresentanti delle costituende istituzioni, tutte vittime di una furia sanguinaria,
una furia fratricida che colpisce inermi e che alimenta odio e barbarie.
Non possiamo forse chiamarci fuori da questa irrazionalità? Purtroppo no!
Avere avallato la strategia della guerra preventiva è stato un colpevole sbaglio; sapevamo sin dall'inizio che non era questa la strada per combattere il terrore di Al Qaeda.
Londra, poi, dimostra che non si è riusciti neppure a circoscrivere l'area di conflitto e che il terrorismo può colpirci ovunque ed in qualsiasi momento. La guerra preventiva non è servita a renderci più sicuri; anzi, ha aggravato le prospettive planetarie, determinando una radicalizzazione dello scontro a scapito della democrazia.
Il quadro geopolitico, di fatto, si è molto complicato: i paesi arabi moderati sono più deboli; così, ad esempio, in Iran hanno vinto i Falchi, i «Guardiani della rivoluzione», nonostante le diverse previsioni della vigilia fatte dai paesi occidentali. A mio avviso, infatti, abbiamo visto quella competizione con gli occhi degli occidentali, e soprattutto con quelli del nostro desiderio. Non è secondario che entrambi i paesi siano a maggioranza sciita; peraltro, ciò è quanto gli Stati Uniti avevano sempre temuto, ovvero il blocco sciita tra Iran ed Iraq, al punto da sostenere Saddam Hussein nel conflitto durato otto anni con oltre un milione di morti e con decine di migliaia di prigionieri e di morti ancora non censiti nelle paludi terminali nelle foci dove confluiscono il Tigri e l'Eufrate.
I prossimi mesi saranno cruciali con il problema dell'evoluzione nucleare del regime iraniano, che impone a noi europei uno sforzo maggiore per trovare una composizione diplomatica, consapevoli che i rischi di infiammare una polveriera sono molto, molto elevati.
Sono tali le ragioni che non vengono mai affrontate in Parlamento, ma che meriterebbero un approfondimento; non possiamo porci il problema solo del rifinanziamento della missione, ma di quanto si pone intorno e al di fuori del provvedimento. Non possiamo ricondurre tutto al dibattito di politica interna; qualcosa va oltre.
Noi dell'opposizione abbiamo sempre votato contro l'approvazione del finanziamento della missione Antica Babilonia e, alla luce del testo che avete sottoposto all'Assemblea, non riscontriamo alcun elemento nuovo, che possa giustificare un cambiamento di valutazione.
Comunque, voglio ribadire che se il centrosinistra fosse stato al Governo non avrebbe inviato i militari italiani in Iraq, in quanto tale guerra non aveva alcun fondamento giuridico e, in secondo luogo, sapevamo che non avrebbe risolto gli attuali problemi di sicurezza del mondo ma, forse, li avrebbe aggravati.
Ma noi non ci limitiamo a dire solo «no»; abbiamo presentato una serie di proposte emendative, che rivelano grande senso di responsabilità e che hanno l'obiettivo di predisporre un graduale e progressivo rientro del contingente militare italiano da completarsi entro la data indicata dal decreto a conclusione dell'impegno militare italiano in quel teatro di guerra.
Noi dell'opposizione non abbiamo mai avallato l'impegno militare del nostro paese in Iraq ed è per tale motivo che chiediamo, attesa la drammatica terribile escalation di violenza in atto, di indicare una chiara e precisa tempistica di rientro.
Ci troviamo dinanzi ad un vero paradosso: il Governo ci chiede responsabilità, facendo appello all'unità; ma noi non scorgiamo, da quella parte, altrettanta responsabilità nell'indicare una via di uscita da un teatro di guerra, da un paese non certo pacificato. Chiediamo che chi ha sostenuto l'opzione della Coalizione dei volenterosi, spaccando l'Unione europea, prenda atto del fallimento di quell'impostazione e ricerchi davvero una via di uscita certa.
Quando il ministro della difesa inglese annuncia che entro i prossimi dodici mesi anche l'Inghilterra è pronta a ritirarsi, a noi sembra davvero assurdo che il nostro Governo continui a «pendolare» tra l'annuncio del ritiro ed un'ostentata ostinazione
a non voler prendere atto che anche gli Stati Uniti si sono accorti del fallimento e cercano una via di uscita.
Con tali proposte emendative diamo prova della nostra posizione, e lo facciamo in Parlamento, nella sede più importante della nostra democrazia rappresentativa. La conversione di un decreto di proroga della missione non può essere considerata questione tecnica quando, ormai, tutti gli elementi ed i fattori politici, militari ed istituzionali sono cambiati dal primo provvedimento di autorizzazione della missione stessa.
Allora, non si usi strumentalmente la polemica politica in questi contesti! Sappiamo che le coalizioni su tali temi sono articolate in posizioni complesse; però, non ci nascondiamo e coerentemente esprimiamo tutto il nostro dissenso su questa guerra.
Ci auguriamo, pertanto, che il voto del Parlamento accolga alcune delle nostre proposte emendative e che inserisca, di fatto, in un provvedimento che ignora tutti i mutamenti avvenuti in questi mesi, l'unico vero elemento di novità sostanziale in termini politici. Ciò dimostra che non abbiamo nulla da dimostrare perché siamo stati e saremo classe di Governo per questo paese (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di Sinistra-L'Ulivo).
DANIELE FRANZ. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DANIELE FRANZ. Signor Presidente, apprezzate le circostanze, e verificato il punto con il presidente La Russa, manifestiamo la disponibilità a venire incontro alla richiesta dianzi avanzata dal presidente Giordano, se risulta chiaro, però, che si voteranno nell'odierna seduta anche gli ordini del giorno relativi al provvedimento in esame. Ciò, di modo che, domani mattina, i nostri lavori inizino con le dichiarazioni di voto finali per giungere quindi alla votazione finale.
Se questa è la proposta precedentemente formulata dal presidente del gruppo di Rifondazione comunista, onorevole Giordano, allora, a questo punto, non poniamo più alcun problema.
PRESIDENTE. Sta bene: quando esistono poteri che si possono esercitare per determinare l'orario, o ci si mette d'accordo, oppure tali poteri vengono esercitati, ed il risultato è identico. Mi ero permesso di tentare di richiamare l'attenzione su questo punto in precedenza, quando ho ricordato che si tratta di un disegno di legge di conversione di un decreto-legge.
DANIELE FRANZ. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DANIELE FRANZ. Signor Presidente, proprio per evitare qualsiasi tipo di infingimento, vorrei rappresentare che l'impressione che abbiamo precedentemente avuto riguardava non il fatto che non sapevamo che si tratta di un disegno di legge di conversione di un decreto-legge - e la ringrazio per averci richiamato su questo punto -, bensì che non era chiaro (o almeno a noi non sembrava tale) se sarebbero stati esaminati questa sera anche gli ordini del giorno presentati.
Avuta questa garanzia, signor Presidente, dato che ha reso un'interpretazione autentica, per noi, a questo punto, la prospettiva cambia visibilmente.
PRESIDENTE. Sta bene, grazie. Onorevole Cento, lei conferma la richiesta di intervenire sul complesso delle proposte emendative presentate?
PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, interverrò molto brevemente. Ovviamente, credo che l'accoglimento della proposta precedentemente avanzata ci consenta di concludere rapidamente i lavori dell'Assemblea, almeno per la parte odierna: pertanto, mi limiterò ad intervenire per ribadire due concetti che noi Verdi riteniamo fondamentali.
In primo luogo, vorrei esprimere un giudizio estremamente positivo sul fatto che l'Unione si appresti al dibattito ed alla votazione delle proposte emendative, nonché alla votazione finale sul provvedimento, presentandosi in modo unitario e senza forzature. Inoltre, vorrei rappresentare la necessità di ribadire un giudizio politico sulla missione militare italiana in Iraq, anche alla luce della visita che alcuni di noi parlamentari hanno compiuto, in quel paese, qualche giorno fa.
Ebbene, forse la nostra sensazione è ancora più forte di prima: in Iraq, infatti, la presenza dei soldati italiani si configura come un'occupazione militare nell'ambito di un'alleanza diretta e tenuta in mano dagli Stati Uniti. Tale presenza militare non aiuta il rafforzamento di un ruolo più incisivo dell'Europa e delle Nazioni Unite, ruolo che vogliamo venga assunto con grande forza, affinché rappresenti il punto di riferimento per l'uscita dalla crisi irachena, come dimostrano, peraltro, le proposte emendative che abbiamo presentato al provvedimento in esame.
È evidente, tuttavia, che tale ruolo può essere esercitato solo se vi è una premessa ed una precondizione: il ritiro dei militari italiani e, più in generale, delle truppe di occupazione dall'Iraq, le quali, purtroppo, ormai non riescono più neanche a frenare l'escalation del terrorismo. Oggi, infatti, come Unione abbiamo ricordato, con un minuto di silenzio osservato nella sala del mappamondo, le vittime civili del terrorismo che ogni giorno ed ogni ora, purtroppo, muoiono in Iraq, anche a causa dell'occupazione militare.
Sono queste le brevi osservazioni che intendevo svolgere, signor Presidente. Credo che l'accordo raggiunto in ordine all'organizzazione dei lavori dell'Assemblea ci consentirà oggi sulle proposte emendative presentate, e domani, in sede di dichiarazioni di voto finale, di rendere ancora più chiaro il nostro intendimento, nonché le ragioni della contrarietà della componente politica dei Verdi-l'Unione del gruppo Misto alla proroga della missione militare italiana in Iraq (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-l'Unione).
PRESIDENTE. Nessun altro chiedendo di parlare, invito il relatore per la IV Commissione ad esprimere il parere delle Commissioni.
GIUSEPPE TARANTINO, Relatore per la IV Commissione. Signor Presidente, le Commissioni esprimono parere contrario su tutte le proposte emendative presentate.
PRESIDENTE. Il Governo?
SALVATORE CICU, Sottosegretario di Stato per la difesa. Signor Presidente, il parere del Governo è conforme a quello espresso dal relatore per la IV Commissione.
PRESIDENTE. Sta bene.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Diliberto 1.1.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Angioni. Ne ha facoltà.
FRANCO ANGIONI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, preannunzio che il nostro gruppo voterà contro l'emendamento in esame perché siamo favorevoli alla missione umanitaria in Iraq, affidata al Ministero degli affari esteri. Siamo consapevoli, naturalmente, che, nella situazione odierna, non si può fare moltissimo, ma, attualmente, anche quel «poco» per il popolo iracheno è estremamente prezioso.
Vorrei osservare, inoltre, che, con l'approvazione dell'emendamento in esame, verrebbe soppresso il corso di formazione per magistrati e funzionari che si svolge qui in Italia. Vorrei rappresentare che siamo favorevoli allo svolgimento di tale corso non tanto per l'aspetto tecnico, pure importante, ma per il fatto che si inizi a diffondere, tra i responsabili delle istituzioni, il concetto di democrazia, le modalità dello stare con il popolo e l'importanza del consenso necessario per svolgere funzioni così importanti. È questo il motivo per cui ribadisco la nostra contrarietà all'emendamento Diliberto 1.1.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento
Diliberto 1.1, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 471
Votanti 467
Astenuti 4
Maggioranza 234
Hanno votato sì 26
Hanno votato no 441).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Diliberto 1.17, non accettato dalle Commissioni né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 475
Votanti 469
Astenuti 6
Maggioranza 235
Hanno votato sì 25
Hanno votato no 444).
Passiamo alla votazione dell'emendamento Deiana 1.15.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Deiana. Ne ha facoltà.
ELETTRA DEIANA. Signor Presidente, questo nostro emendamento cerca di dare una risposta positiva alla grande contraddizione esistente nella configurazione del dispositivo della missione. Infatti, in tale missione è prevista una parte che si riferisce alle spese umanitarie e all'impegno umanitario del contingente italiano a Nassiriya e un'altra prettamente militare. Se si resta al dato numerico, spesso elemento importante della politica, ci si accorge di una gigantesca contraddizione circa la quantità di spesa destinata ad adempiere al primo compito, quello umanitario, rispetto a quella finalizzata ad assolvere i compiti esclusivamente militari. La prima è, infatti, pari a 19 milioni di euro, a fronte di 220 milioni di euro destinati alle spese militari. Tale gap di spesa ha costantemente accompagnato tutti i provvedimenti di proroga delle missioni e costituisce un aspetto di straordinaria importanza per analizzare meglio - se lo si volesse fare - la vera natura di questa missione.
La missione Antica Babilonia è stata costantemente definita da tutti gli esponenti del Governo - dal Presidente del Consiglio al ministro Martino - come una missione umanitaria, una missione di pace; tale giudizio si è via via modificato nel tempo, a fronte delle dinamiche che si sono sviluppate in quel paese, certamente tali da far dimenticare detta caratterizzazione e porre in primo piano la natura bellica della missione stessa. Tuttavia, si insiste molto sul valore umanitario dell'opera dei nostri militari a Nassiriya. Si dice, sostanzialmente, all'opinione pubblica che questi impegni di tipo umanitario sono di natura tale da rendere assolutamente indispensabile la presenza dei militari italiani, perché gli aiuti corrispondono a bisogni essenziali, a necessità infrastrutturali, a protezione e cura del territorio a fini sociali. Si tratta, insomma, di compiti altissimi che, in astratto, dovrebbero stare a cuore a tutti. Tuttavia, come detto, i numeri parlano di altro: essi ci rappresentano una natura a latere di tali fondi rispetto al contesto di spesa complessiva. Credo, dunque, che si tratti di un aspetto complementare.
La missione - essendo una missione militare di controllo del territorio nella filiera di comando degli Stati Uniti e, quindi, in tutto e per tutto «missione di guerra», come l'abbiamo definita più volte - ha necessità di un volto umano, piccolo o parziale. Gli stessi militari a Nassiriya ammettono che, con i fondi di cui dispongono, poco si può fare: d'altra parte, loro, giustamente, affermano di non essere chiamati essenzialmente a ciò.
L'emendamento in esame propone che si affronti effettivamente l'aspetto degli aiuti umanitari; e siamo d'accordo che l'Italia adempia a questo compito. Proponiamo, quindi, una redistribuzione dei fondi destinati alla missione, definendo umanitaria una missione che avvenisse sotto gli auspici dell'ONU e con il consenso dell'Unione europea, e devolvendo, fino al 31 dicembre di quest'anno, una somma inizialmente congrua di circa 66 milioni di euro. Ciò per dimostrare che vogliamo fare qualcosa: il problema è capire cosa. Questo è il senso del nostro emendamento.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Deiana 1.15, non accettato dalle Commissioni né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 490
Votanti 478
Astenuti 12
Maggioranza 240
Hanno votato sì 203
Hanno votato no 275).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Minniti 1.4, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 493
Votanti 487
Astenuti 6
Maggioranza 244
Hanno votato sì 213
Hanno votato no 274).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Deiana 1.5, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 497
Votanti 491
Astenuti 6
Maggioranza 246
Hanno votato sì 215
Hanno votato no 276).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Pisa 1.6, non accettato dalle Commissioni né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 497
Votanti 492
Astenuti 5
Maggioranza 247
Hanno votato sì 218
Hanno votato no 274).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Molinari 1.16, non accettato dalle Commissioni né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 496
Votanti 492
Astenuti 4
Maggioranza 247
Hanno votato sì 217
Hanno votato no 275).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Ruzzante 1.9, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 497
Votanti 493
Astenuti 4
Maggioranza 247
Hanno votato sì 216
Hanno votato no 277).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Diliberto 2.15, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 497
Votanti 492
Astenuti 5
Maggioranza 247
Hanno votato sì 31
Hanno votato no 461).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Angioni 2.2, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 502
Votanti 492
Astenuti 10
Maggioranza 247
Hanno votato sì 212
Hanno votato no 280).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Deiana 2.1, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 501
Votanti 493
Astenuti 8
Maggioranza 247
Hanno votato sì 214
Hanno votato no 279).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Angioni 2.3, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 498
Votanti 496
Astenuti 2
Maggioranza 249
Hanno votato sì 217
Hanno votato no 279).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Diliberto 3.15, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 506
Votanti 499
Astenuti 7
Maggioranza 250
Hanno votato sì 34
Hanno votato no 465).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Diliberto 4.15, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 508
Votanti 493
Astenuti 15
Maggioranza 247
Hanno votato sì 15
Hanno votato no 478).
ANTONIO MARTINO, Ministro della difesa. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANTONIO MARTINO, Ministro della difesa. Signor Presidente, onorevoli colleghe e onorevoli colleghi, sul tema della nostra presenza militare in Iraq ci era parso di cogliere, in parte della opposizione, una consapevolezza diversa dal passato, probabilmente accresciuta dallo straordinario esito delle elezioni del 30 gennaio, dalla recente visita a Nassiriya, dove alcuni hanno potuto constatare la reale portata del lavoro dei nostri militari, dalla sempre più pesante catena di aberranti atti terroristici.
Vediamo prevalere invece, ancora una volta, le vecchie contraddizioni della sinistra sulle questioni internazionali.
Questi emendamenti richiamano un «no» alla missione Antica Babilonia, un ritiro senza se e senza ma. In realtà, è un «no» senza perché, un «no» sbagliato, che significherebbe abdicare al terrorismo internazionale e abbandonare a se stesso il popolo iracheno, lasciando un lavoro non ancora ultimato.
Oggi l'Iraq costituisce il fronte avanzato della lotta al terrorismo globale. In Iraq, secondo l'opinione di un noto commentatore, c'è il 95 per cento delle vittime del terrorismo, che in gran parte sono civili. Gli attentati di Londra, Madrid e New York sono come le bombe di Bagdad e di Kabul, provengono dalla stessa matrice terroristica e ci confermano il carattere globale del terrorismo. È una minaccia per tutti, anche per noi italiani.
Fatta una scelta di campo fra democrazia e terrorismo, bisogna sapere che la lotta al terrorismo ha tempi lunghi. Essa non si può limitare a proclami verbali e non consente di abbassare la guardia in patria e all'estero.
Fughiamo ogni dubbio. La nostra presenza in Iraq è la conseguenza del terrorismo internazionale e non la sua causa. Siamo intervenuti dopo la fine delle ostilità. I nostri militari non fanno la guerra a nessuno, non occupano, non sopraffanno, non annettono, ma proteggono, assistono e portano sicurezza contro il disegno nichilista del terrorismo. Chi è stato in Iraq lo ha potuto constatare (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega Nord Federazione Padana).
Il ritiro immediato è sbagliato perché il nostro lavoro non è ancora ultimato. Lo dicono - e lo hanno formalmente ribadito un mese fa - le Nazioni Unite e il Governo iracheno. Lo dicono soprattutto i fatti: i numerosi ed efferati attentati, da un lato, e la lenta, ma continua, e virtuosa rinascita dello Stato iracheno, dall'altro.
Nel suo rapporto dell'8 giugno, Kofi Annan riporta che le Nazioni Unite stanno aiutando gli iracheni a rispettare le scadenze della transizione istituzionale e politica tracciate nella risoluzione n. 1546, li assistono nella elaborazione della Costituzione, nella predisposizione del processo elettorale, nella gestione della collaborazione finanziaria internazionale e nella protezione dei diritti umani. Tutto ciò avviene nei limiti di una sicurezza precaria, che è affidata alla forza multinazionale, composta da una trentina di paesi con 160 mila effettivi, richiesta dal Governo iracheno e prevista dalle Nazioni Unite fino al compimento del processo politico e fino all'assunzione da parte delle forze irachene del controllo del territorio.
Per questo la forza multinazionale, mentre fornisce assistenza per la sicurezza, lavora per accrescere la capacità irachena di subentrarle, gestendo in proprio tale compito.
L'opposizione ci interroga sulla exit strategy. La nostra strategia non ha come obiettivo il ritiro, ma il successo della missione (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega Nord Federazione Padana). Per questo noi preferiamo parlare di strategia del successo. Man mano che portiamo a compimento i nostri compiti, possiamo alleggerire la presenza, mantenendo gli impegni assunti. Ritirarsi prima non risolverebbe nessun problema e ne creerebbe di nuovi, mentre il successo del nostro lavoro ci consente un'uscita progressiva e non lontana nel tempo.
Vengo ora agli emendamenti che indicano una data del ritiro. Indicare una data del ritiro è sbagliato, ma il nostro lavoro in Iraq non è a tempo indeterminato. Stabilire scadenze avulse dal reale processo istituzionale e politico in corso non ha senso. Per questo motivo non potremo accettare l'ordine del giorno Mastella n. 9/5949/1, che ci chiede di predisporre un piano di ritiro.
Noi seguiamo una logica legata ai progressi nel percorso di stabilizzazione, con il conseguimento delle condizioni previste, una dopo l'altra, come è avvenuto finora. Dunque, l'orizzonte temporale della permanenza non è vincolato al calendario, bensì ad un programma preciso e condiviso dal Governo iracheno.
Sono le Nazioni Unite ad assicurare una legittimazione di tipo evolutivo ai singoli passaggi di questo tragitto, dalla nuova Costituzione ad agosto, al referendum previsto per ottobre, alle elezioni previste per fine anno e, finalmente, ad un Governo pienamente titolato.
È in questo quadro che valutiamo la nostra presenza in Iraq, ne stabiliamo il bilanciamento delle forze, ne adeguiamo la struttura, ne decidiamo la copertura finanziaria. In consultazione con i nostri partner e con il Governo iracheno sviluppiamo le necessarie strategie per una graduale diminuzione dell'impegno militare a vantaggio di un progressivo accresciuto impegno civile.
Oggi il nostro compito è essenzialmente di addestramento e di equipaggiamento delle forze irachene. Per questo parliamo di diversa configurazione del nostro contingente, sia quantitativa, sia qualitativa, senza ridurne l'efficacia complessiva nell'assolvere la propria missione. L'annunciata diminuzione di 300 unità già a settembre è un primo ridimensionamento cui ne seguiranno altri, coerente con il crescente rafforzamento delle capacità degli iracheni di provvedere da soli alla propria sicurezza con i concreti progressi politico-istituzionali nella provincia di nostra responsabilità.
Questa impostazione chiara, equilibrata e rispondente all'attesa ci chiama oggi a garantire, finanziandolo per i prossimi sei mesi, lo straordinario lavoro del nostro contingente militare e non ad utilizzare strumentalmente l'esigenza di finanziamento per sottrarci ai nostri impegni (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega Nord Federazione Padana).
MARCO MINNITI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARCO MINNITI. Signor Presidente, penso che con questo intervento il ministro della difesa si sia giustamente presentato al Parlamento per assumersi le proprie responsabilità: mi sembra giusto in un passaggio così delicato e così importante della vita parlamentare del nostro paese. Tuttavia, signor ministro, non so come lei faccia ad essere stupito per le posizioni che l'opposizione ha assunto nel corso di questo passaggio parlamentare così importante. Quanto meno, lei è stato poco attento rispetto ad un filo di coerenza che ormai da anni stiamo seguendo sulla vicenda dell'Iraq.
Come lei sa, non abbiamo condiviso una guerra sbagliata, ingiusta e senza una legalità internazionale e non abbiamo condiviso l'invio della nostra missione. Sulla vicenda del terrorismo vorremmo che si svolgesse fino in fondo una discussione chiara in quest'aula. La verità è che quanto avvenuto a Londra dimostra esattamente l'opposto di quello che lei diceva: l'attacco alla città di Londra è lo scacco di una strategia di risposta al terrorismo unicamente concentrata sulla risposta militare. Dovremmo discutere in questa sede di quel fallimento e, invece, facciamo finta che nulla sia successo.
Signor ministro, mi sarei aspettato che insieme con lei oggi il Presidente del Consiglio ci avesse detto in quest'aula che le misure urgenti contro il terrorismo, annunciate in questo Parlamento dal ministro Pisanu, erano finalmente operative (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di Sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo e Misto-SDI-Unità Socialista)! Invece, abbiamo un Governo che sta venendo meno alla sua funzione nazionale e, diviso da beghe interne, non riesce a dare una risposta a quello che in questo Parlamento ha definito come una minaccia imminente per il nostro paese.
Mentre il nostro paese sente il peso della minaccia, mentre, come ha detto in quest'aula il ministro Pisanu, il terrorismo bussa alle porte dell'Italia, abbiamo un Governo impotente che discute con i saggi di Lorenzago. Questa è una caricatura della lotta al terrorismo, signor ministro (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di Sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo - Una voce dai banchi del gruppo di Alleanza Nazionale grida: Vergogna!)! La verità, purtroppo, è che la guerra in Iraq non solo non ha diminuito il terrorismo, ma quest'ultimo è aumentato.
Abbiamo fornito al terrorismo internazionale una base operativa e nel frattempo si è consentito che quella base potesse avere una strategia di intervento globale. Dovremmo discutere più seriamente di queste cose, se è vero, come è vero, che la CIA ha registrato negli ultimi tre anni un aumento costante degli attentati del terrorismo internazionale. Forse, con un po' più di umiltà e con un po' di raziocinio, si potrebbe discutere seriamente di queste cose, perché esse riguardano la sicurezza e il futuro dei nostri concittadini!
Ho ascoltato con attenzione le sue parole, signor ministro. Al di là di qualche aspetto che mi è parso puramente ideologico, non ho però sentito nel suo intervento quella che avrebbe dovuto essere la consapevolezza principale: non c'è, nel suo ragionamento, una valutazione sull'Iraq di oggi. Un Iraq drammaticamente squassato, lungi dall'essere stabilizzato! Le risulta, signor ministro, che ieri tre costituenti siano stati assassinati? Le risulta, signor ministro e uomini del Governo, che oggi i rappresentanti sunniti alla costituente hanno sospeso la loro partecipazione? Le risulta che in questi giorni abbiamo avuto il picco più alto di attentati a Bagdad e nella zona intorno a quella città?
Tutto questo appare come questione non di vostra conoscenza. Se vogliamo stabilizzare l'Iraq, dobbiamo costruire una via d'uscita per quello che oggi è un problema grande come una casa: occorre cioè comprendere che non vi sarà mai stabilizzazione dell'Iraq se non vi è un superamento vero delle forze che vengono percepite come forze di occupazione militare! Questo è il punto chiave, sul quale vorrei che si riflettesse.
PRESIDENTE. Onorevole Minniti, la invito a concludere.
MARCO MINNITI. La via di uscita non può essere quella di dire: rimarremo lì fino a quando sarà necessario! Noi abbiamo proposto un piano preciso, che rispetta il percorso già deciso: cioè il percorso per arrivare alle elezioni costituenti, poi alle elezioni politiche e poi ad una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che consenta di passare dalle forze di occupazione militare ad una vera forza di pace. Questa, signor ministro e signor Presidente del Consiglio, non è soltanto la posizione del Parlamento italiano o dell'opposizione italiana,
è bensì la posizione forte ed autorevole del Parlamento europeo, votata a larga maggioranza anche dal Partito popolare europeo, del quale voi fate parte.
Il problema vero è che noi abbiamo un Governo che è fermo sulle gambe: qualunque cosa succeda, ci risponde soltanto che non può decidere! La sensazione molto forte, signor ministro e signor Presidente del Consiglio, è che noi aspettiamo che altri decidano per noi!
CESARE CAMPA. Ma non dire stupidaggini!
MARCO MINNITI. Purtroppo oggi è il momento in cui l'Italia deve assumersi, fino in fondo, le proprie responsabilità. E costruire una via di uscita dall'Iraq costituisce, per quanto ci riguarda, un imperativo categorico. Abbiamo manifestato la nostra disponibilità, ma ci avete sbattuto ancora una volta la porta in faccia (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di Sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo e Misto-SDI-Unità Socialista)!
LAURA CIMA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LAURA CIMA. Signor ministro, ho ascoltato attentamente il suo intervento, che ovviamente riapre il dibattito, anche perché è stato pronunciato in quest'aula in coincidenza con le notizie, che tutti abbiamo letto sui giornali di oggi, sull'uccisione dei tre costituenti sunniti e sul conto dei morti che finora vi sono stati. Al riguardo, l'organizzazione inglese Iraq body count stima che tra i civili vi siano state 25 mila vittime - quelle di cui si ha conoscenza, ma sicuramente ne saranno di più - , il 20 per cento delle quali sono donne e bambini, mentre per il 37 per cento si tratta di persone morte sotto il cosiddetto fuoco alleato, cioè per mano dei soldati della forza di coalizione.
Di fronte a tutto ciò, dire che l'Italia manterrà la sua missione nello stesso identico modo con cui essa finora è stata portata avanti, per raggiungere un obiettivo che non solo non è stato minimamente raggiunto, ma che ha fallito totalmente, facendo dell'Iraq la centrale del terrorismo e scatenando la guerra civile tra sunniti e sciiti - come abbiamo purtroppo drammaticamente appreso in modo chiarissimo con questi ultimi avvenimenti -, diventa veramente una dichiarazione surreale! Il fatto che lei abbia iniziato il suo intervento, cercando di dividere l'opposizione, quando sa benissimo che l'opposizione è assolutamente unita da sempre nel dire «no» al rifinanziamento della missione in Iraq ed alla guerra che, di fatto, è stata ivi condotta, è un tentativo maldestro che le ritorna immediatamente indietro.
Tutti noi abbiamo presentato un emendamento per la soppressione dell'articolo 5, sul quale lei è intervenuto e con il quale abbiamo chiesto di non rifinanziare la missione, ma da subito abbiamo detto «no» alla missione. Tutti noi lo abbiamo fatto, è chiarissimo!
D'altra parte, ministro, non si può discutere di lotta al terrorismo, perché il Governo ha costretto il Parlamento a non discuterne, come nel caso del ministro Pisanu: ha fatto finta di discutere, ma, successivamente, tutto quello che il ministro ha affermato è stato di fatto rimesso in discussione.
Vi dovete rendere conto che la tattica e la strategia che avete portato avanti sono stati totalmente fallimentari e che il terrorismo non si combatte con la guerra (in questo modo lo stesso aumenta)!
Durante il mio intervento nella fase di discussione sulle linee generali del provvedimento, ho ricordato al relatore (presidente Selva) e ricordo anche a lei quanto affermato da una delegazione del Governo di Ceylon da noi ricevuta recentemente: ci hanno spiegato che in quel paese il terrorismo è stato combattuto, facendo concessioni, riconoscendo i diritti civili, combattendo la povertà ed integrando nella società chi ha portato avanti il terrorismo per vent'anni. Allora, la tregua ha funzionato.
Caro ministro, a noi risulta che gli Stati Uniti, che non sanno più come uscire da
questa situazione, hanno iniziato a trattare con i cosiddetti insorgenti. Noi cosa stiamo facendo?
Lo stesso comandante della nostra missione dichiara che l'instabilità è tale (è dovuta ai futuri assetti e alle competizioni per i futuri assetti) che nulla è più sicuro!
Lo stesso comandante della nostra missione parla di un ritiro entro il prossimo anno. Lei, Presidente del Consiglio, ha comunicato ai giornali che il ritiro della missione dovrebbe avvenire, in parte, a settembre, cominciando da 300 militari. Poi, non si è più capito cosa ciò volesse dire e nulla ci è stato detto in merito.
Noi siamo coerenti: abbiamo sempre detto «no» a questa guerra e «no» a questa missione. Chiediamo la soppressione dell'articolo 5, mentre voi non volete farlo, affermando che si continua ad operare come prima. Vi assumete, però, la totale responsabilità se non riuscirete a contrastare, anche perché non avete fatto nulla in ordine alle misure antiterrorismo, eventuali futuri atti di terrorismo nei confronti del nostro paese.
OLIVIERO DILIBERTO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
OLIVIERO DILIBERTO. Signor Presidente, colleghi, questa discussione, che è stata riaperta dall'intervento del ministro e che, nel frattempo, si è assentato, fa riferimento alla missione italiana nell'ambito di una guerra che è stata presentata come guerra al terrorismo.
Cari colleghi, svolgiamo questa discussione a pochi giorni dall'orrendo massacro di Londra: morti civili, innocenti, popolazioni inermi sono state colpite!
La nostra condanna è senza alcuna giustificazione, senza scuse, senza attenuanti, senza alibi: il terrorismo va contrastato e sconfitto con grande fermezza.
Questo è il punto sul quale avrei voluto interloquire con il ministro della difesa - che, evidentemente, non è interessato ad ascoltare il parere della Camera -, vale a dire quale sia il mezzo più efficace per contrastare e sconfiggere il terrorismo. Ritengo che la guerra sia il modo peggiore per sconfiggerlo, tant'è vero che con la guerra il terrorismo è aumentato a dismisura; credo che almeno su questo si possa essere d'accordo.
La guerra alimenta il terrorismo, gli offre linfa vitale, ne costituisce un alibi e favorisce il reclutamento a livello di massa, mentre occorrerebbe provare ad interrompere la spirale dell'odio e della morte. Infatti, vi sono morti civili a Londra, come prima a Madrid e prima ancora a New York e, in tutti questi anni, a Gerusalemme, in Egitto, a Bali, in Turchia, in Sudan e in Russia. Ma, anche in Iraq, la guerra ha determinato decine di migliaia di morti innocenti dei quali, tuttavia, si parla come numeri e non come persone.
Ciò evidenzia la singolare e drammatica asimmetria dell'orrore, esattamente quella asimmetria con la quale il ministro Martino ci ha parlato delle Nazioni Unite, che sono efficace copertura della guerra anche se le loro risoluzioni non vengono rispettate quando si tratta di riconoscere uno Stato indipendente e sovrano ai palestinesi.
È la asimmetria del concetto di dittatura-democrazia. Saddam Hussein era certamente un feroce dittatore, ma in Arabia Saudita c'è la democrazia occidentale? Tuttavia, l'Arabia Saudita è considerata paese «moderato», in questa stravagante accezione del termine «moderato» in base alla quale si è moderati se si è alleati degli Stati Uniti.
In Arabia Saudita, dove la libertà religiosa è assai più conculcata che nei cosiddetti paesi «canaglia», come era l'Iraq e come è oggi la Siria, dove sono cresciute le grandi famiglie terroriste ad iniziare da quella di Bin Laden, ma l'Arabia Saudita non si tocca perché è alleata degli Stati Uniti!
Si dice di voler sconfiggere il terrorismo, ma occorre ricordare - come ha fatto qualche giorno fa il presidente Cossutta - che il terrorismo, nelle forme attuali, è nato all'indomani della prima guerra del Golfo. E gli Stati Uniti, dopo essere rimasti l'unica grande superpotenza, avrebbero potuto far valere questo
loro potere per risolvere i problemi del mondo e non per aprire una stagione di 15 anni di guerra.
La risposta della guerra, come guerra non solo preventiva, sta ormai assumendo carattere di permanenza, tant'è vero che l'amministrazione americana ha dichiarato che un'intera generazione (trent'anni convenzionalmente) si dovrà abituare a convivere con la guerra. Ebbene, questa risposta ci ha fornito l'esito che il terrorismo è aumentato vertiginosamente, siamo tornati indietro di secoli, all'idea della crociata, della guerra di civiltà, dell'Occidente contro l'Oriente.
Se davvero si volesse affrontare il tema del terrorismo con una logica non ipocrita - non con la logica delle casacche: chi sta con gli Stati Uniti, chi sta dall'altra parte -, come l'Italia ha fatto nei decenni passati prima che arrivaste voi al Governo, sarebbe giustificato anche l'uso della forza intelligente, dunque attraverso le operazioni di intelligence, conoscendo il territorio, le popolazioni, le fazioni in lotta, attraverso infiltrazioni e attraverso lo stanziamento di adeguate risorse, delle quali in questo caso non si parla. Inoltre, occorrerebbe risolvere i problemi aperti del mondo, prosciugando i bacini dell'odio, ad iniziare dal tema della Palestina. Riconoscere uno Stato indipendente e sovrano alla Palestina è anche l'unico modo di garantire la sicurezza di Israele.
Onorevoli colleghi, di tutto questo non vi è traccia nell'azione del Governo italiano.
PRESIDENTE. Onorevole Diliberto, la prego di concludere.
OLIVIERO DILIBERTO. Signor Presidente, mi accingo a farlo. Onorevoli colleghi, non vi è traccia.
Il ministro degli esteri è andato in Israele a benedire la costruzione del muro di Sharon, altro motivo di odio. Quando noi chiediamo il ritiro immediato delle truppe - e temo che l'aggettivo «immediato» sia rimasto soltanto negli emendamenti presentati dai Comunisti italiani - non facciamo riferimento ad una misura così «estremistica» perché da un giorno all'altro è stata presa dal Governo socialista in Spagna. Nel centrosinistra e nell'Unione vi è una posizione comune, consistente nel voto contrario al rifinanziamento di questa missione. In proposito abbiamo opinioni diverse, che sono alla luce del sole, ma siamo uniti in questa votazione. Ed io vorrei ringraziare l'opera svolta dal nostro candidato premier, Romano Prodi, che ha intelligentemente trovato una mediazione tra opinioni diverse (Commenti dei deputati del gruppo di Alleanza Nazionale).
CESARE RIZZI. Tenetevelo e non cambiatelo, per amor di Dio!
OLIVIERO DILIBERTO. Al contrario, voi non siete neppure riusciti ad approvare uno «straccio» di provvedimento antiterrorismo.
PRESIDENTE. Onorevole Diliberto, è scaduto il tempo a sua disposizione da un minuto e sto per toglierle la parola. Anche agli altri ho consentito un minuto in più.
OLIVIERO DILIBERTO. Signor Presidente, sa che non abuso mai del tempo a mia disposizione: ho davvero concluso.
Voi vi state dilaniando sulla misura di prelevare la saliva agli immigrati e ci fate tornare indietro fino alla barbarie! È questa la differenza, pertanto continueremo su questa strada (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Comunisti italiani e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)!
ELETTRA DEIANA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ELETTRA DEIANA. Signor Ministro, le sue parole sono straordinariamente sconfortanti perché lei dovrebbe venire in aula come un ministro di fronte al Parlamento, non come un invitato al salotto di Bruno Vespa. Lì si può andare avanti a braccio, per approssimazione, ed anche fare propaganda comunicativa con l'elettorato che
si tenta di mantenere dalla propria parte. In quest'aula, invece, tale atteggiamento non va bene perché è poco serio.
Noi siamo stati a Nassiriya e, in proposito, vorrei ringraziarla per la cortesia e per il senso di responsabilità con cui ha voluto accogliere la nostra richiesta. Ovviamente, quello che sto per dire non inficia minimamente la stima che il mio gruppo, ed io personalmente, nutre per le Forze armate italiane e per la loro professionalità (Commenti dei deputati dei gruppi di Alleanza Nazionale)...
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, visto l'argomento in discussione, potremmo risparmiarci questi commenti da vaudeville?
Onorevole Deiana, la prego di proseguire.
ELETTRA DEIANA. Allora, ribadisco una distinzione che sono sempre solita fare - ma che è giusto ribadire - visti i boati da stadio di colleghi della maggioranza - tra le Forze armate, il loro ruolo ed i loro compiti e l'uso che ne viene fatto a seguito delle decisioni politiche prese dalla maggioranza. A Nassiriya abbiamo potuto ascoltare le parole del generale Costantino, il responsabile per questi quattro mesi della nostra missione. Le parole che ci ha detto sono tutt'altro che confortanti e tutt'altro che corrispondenti all'immagine confortevole che lei ha voluto comunicare con il suo intervento.
La situazione è caratterizzata da molti elementi inquietanti che indicano come quella regione, presentata come relativamente tranquilla, oggi in realtà sia attraversata in tutto e per tutto dalle dinamiche negative che pervadono il paese.
La frontiera con l'Iran, dove le elezioni presidenziali sono state vinte da un esponente dell'ala conservatrice delle forze politiche, è diventata una sorta di colabrodo. Inoltre, vorrei ricordare la dinamica che sta attraversando la formazione di Moqtada al-Sadr, ovvero il leader che ha condotto una fortissima opposizione armata alla presenza delle truppe occupanti.
Infatti, una parte si è dissociata mentre un'altra parte non ha deposto le armi ed è sul piede di guerra, vale a dire pronta ad organizzare azioni di qualsiasi tipo. Lo stesso Motqada al-Sadr è tutt'altro che disponibile ad arruolarsi nel percorso politico delineato dal nuovo Governo. Sottolineo peraltro come egli abbia dichiarato la propria indisponibilità ad accettare i risultati del gruppo di costituenti incaricati di redigere la nuova Costituzione, in quanto - ha asserito - l'Iraq ha già il Corano e la Sunna.
Dunque, le dinamiche di radicalizzazione dello scontro sono tutt'altro che pacificate, così come - ci è stato riferito - i rapporti tra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita sono tutt'altro che sereni ed anzi sono densi di potenzialità negative. Dunque, il contesto che lei ha delineato, signor ministro, è falso: è un «discorsino» di propaganda politica, per rassicurare persone poco informate. Lei ha parlato degli straordinari risultati delle elezioni del 30 giugno. Ebbene, le elezioni del 30 giugno, come abbiamo appreso nel corso del nostro viaggio a Nassiriya, sono avvenute...
PRESIDENTE. Onorevole Deiana, la prego di concludere.
ELETTRA DEIANA. Concludo, Signor Presidente.
Dunque, le elezioni del 30 giugno sono avvenute in un paese in cui molte regioni, fra cui quella di Dhi Qar, sono sprovviste di anagrafi. Lei mi deve spiegare, signor ministro, come si possa parlare di un risultato straordinario avendo a disposizione meccanismi democratici così inadeguati.
Ma l'aspetto più stupefacente del suo discorso, signor ministro, come di numerosi altri da lei pronunciati in precedenza, è l'assoluta separazione fra quanto riferisce su Nassiriya e il contesto generale. Lei non parla dell'Iraq: riferisce le iniziative intraprese dai militari italiani...
PRESIDENTE. Onorevole Deiana, la prego di concludere.
ELETTRA DEIANA. ... ma non parla del contesto. Siamo stati fino ad oggi
impossibilitati a discutere complessivamente su quanto sta accadendo in Iraq e su come si stia sviluppando il diabolico nesso, la simbiosi terribile fra la guerra e il terrorismo che ha portato all'eccidio di Londra. Tutti gli istituti seri di ricerca britannici, a smentita di quanto affermato dal premier Blair, hanno dichiarato che vi è stata un'accelerazione violentissima del terrorismo...
PRESIDENTE. Onorevole Deiana, ha superato abbondantemente il margine che ho concesso a tutti...
ELETTRA DEIANA. Tale nesso, dunque, ha condotto all'attentato di Londra.
PIERLUIGI CASTAGNETTI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PIERLUIGI CASTAGNETTI. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signori ministri, signor ministro della difesa, dall'opposizione non viene sicuramente a mancare la solidarietà ai militari italiani presenti in Iraq. Nessuno mette in discussione la loro professionalità, la loro serietà, il loro spirito di abnegazione, la loro tensione umanitaria. Abbiamo certamente apprezzato ciò che abbiamo letto in questi giorni.
Tuttavia, oggi stiamo discutendo della responsabilità politica del Governo. Il nostro voto si esprime su una missione che non abbiamo condiviso fin dal primo momento, il cui significato si è andato modificando, ma non nella direzione a nostro avviso auspicabile.
Se noi confrontiamo le dichiarazioni da lei rilasciate oggi pomeriggio, signor ministro, con quelle che il ministro Frattini pronunciò all'inizio della missione, possiamo verificare come la missione italiana inizialmente dovesse essere di copertura ad attività umanitarie, ad attività assistenziali. Oggi lei, invece, ci ha esposto un significato politico militare, per molti aspetti molto inquietante.
Veda, credo che quello italiano sia l'unico Parlamento al mondo (soprattutto fra i paesi direttamente impegnati nel teatro di guerra) nel quale il Governo non si presenta con una posizione che apre un dibattito, che accenna a qualche segno di riflessione, di approfondimento. È come se quello che sta accadendo nel mondo non imponesse a tutti, in primo luogo al Governo del nostro paese, una riflessione, come sta avvenendo per il Governo britannico e persino per il Governo statunitense. In Italia no, non è successo niente!
Ciò che più ha impressionato, signor ministro, è il tono delle sue dichiarazioni, la sicurezza, l'assenza totale di incertezza, la convinzione che così è stato fatto perché così era giusto e così si deve procedere! Lei ha affermato che il nostro obiettivo non è il ritiro, ma il successo. Vorrei chiederle in che cosa consista tale successo! Qual è il successo nella lotta al terrorismo? Ce lo venga a raccontare, signor ministro (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo, dei Democratici di Sinistra-L'Ulivo, Misto-Comunisti italiani, Misto-SDI-Unità Socialista e Misto-Verdi-l'Unione)!
Quali sono i risultati positivi della lotta al terrorismo che questa sciagurata guerra ha determinato?
Oggi, sicuramente, ne siamo convinti: il terrorismo è una grave minaccia. È una minaccia preesistente alla guerra in Iraq. Noi lo riconosciamo. Ma veda, signor ministro, la guerra in Iraq ha peggiorato, ha aggravato la situazione. Non è mai successo che il terrorismo internazionale potesse disporre di una piazza logistica come quella oggi rappresentata dal teatro iracheno! Non c'era prima. Non esisteva una situazione del genere! Là si allenano, là si preparano, là si organizzano le spedizioni dei terroristi in ogni parte del mondo! Questo non c'era prima! E questo non la fa riflettere, non la induce ad alcuna riflessione?
Veda, signor ministro, vi sono tre istituti di studi strategici sicuramente non sospetti (uno britannico, uno israeliano ed uno saudita) che documentano il collegamento fra l'incremento del pericolo del
terrorismo internazionale e la guerra in Iraq: in ognuno di questi paesi di ciò si discute! In Italia non si può discuterne; il Governo italiano non riflette. Caro ministro, è questo che ci inquieta. Lei capisce come il Governo italiano con ciò fornisca ulteriori ragioni all'opposizione per dissociarsi da questa sciagurata missione.
Non è che non ci rendiamo conto che la lotta al terrorismo è centrale nella strategia internazionale e nazionale. Ma veda, con quale dignità - se mi consente l'espressione, direi con quale faccia - un Governo che non è ancora riuscito ad assumere i provvedimenti per la lotta al terrorismo presenti nel «pacchetto Pisanu» viene qui a fare la predica all'opposizione (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo, dei Democratici di Sinistra-L'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e Misto-SDI-Unità Socialista)?
Non siete ancora in grado di varare un provvedimento relativo ad un pericolo urgente, ad un pericolo gravissimo che incombe sul nostro paese! Come potete pretendere la comprensione dell'opposizione?
Caro ministro, non state facendo niente nella lotta interna al terrorismo e non state facendo niente sul piano dell'iniziativa internazionale! È questa la ragione del nostro dissenso.
Signor Presidente del Consiglio, signor ministro, ci rendiamo conto che per il Governo è difficile riconoscere di aver commesso un errore (Una voce dai banchi del gruppo di Alleanza nazionale: Vergogna!). Basterebbe, però, che il Governo si impegnasse ad indicarci una via d'uscita non tanto dall'Iraq, ma da questo infinito dopoguerra!
Sappiamo che quando arriveremo al governo non saremo in grado di risolvere la situazione in tempi rapidissimi, ma sicuramente il primo assillo che avremo - che oggi manca al Governo italiano - sarà di organizzare, assieme agli alleati, all'Europa, alle Nazioni Unite una via d'uscita da questo pantano!
SERGIO COLA. Dillo a Bertinotti e Diliberto!
PIERLUIGI CASTAGNETTI. Non vi ponete il problema di come e quando concludere questo infinito e drammatico dopoguerra. È la vostra inettitudine, la vostra incapacità, e la vostra irresponsabilità che ci costringe a ribadire il nostro «no» a questa missione (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo, dei Democratici di Sinistra-L'Ulivo, di Rifondazione comunista, Misto-Comunisti italiani, Misto-SDI-Unità Socialista e Misto-Verdi-l'Unione - Commenti di deputati di Alleanza Nazionale).
ELIO VITO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ELIO VITO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che tutti dovremmo ringraziare i ministri Martino e Fini e il Presidente Berlusconi per la disponibilità e l'assunzione di responsabilità dimostrata nel partecipare e nell'intervenire a questo dibattito (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega Nord Federazione Padana). Ciò tanto più - e mi rivolgo all'onorevole Minniti - visti i precedenti, in particolare visto che il Governo D'Alema si presentò qui in Assemblea - e questo l'onorevole Minniti lo ricorderà - a chiedere l'autorizzazione per partecipare alle operazioni militari in Kosovo quando gli aerei erano già decollati dal territorio italiano e la CNN trasmetteva le immagini della guerra iniziata senza autorizzazione ONU (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale e dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro). Fu quella una guerra che ci vide pesantemente coinvolti perché quegli aerei partivano dal territorio italiano (erano aerei italiani) e perché furono chiusi gli aeroporti civili. E in quel caso il Parlamento non venne coinvolto prima, ma dopo!
SERGIO MATTARELLA. Non è vero!
CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. È vero!
ELIO VITO. È vero, è vero (Commenti), lo ricorda anche il presidente Violante! Però, credo che questo dibattito (Commenti)...
PRESIDENTE. Colleghi, per favore!
ELIO VITO. ...possa anche servire per chiarire alcune cose. In particolare, ritengo occorra, per una volta, dire all'onorevole Diliberto, che forse non se n'è accorto, speriamo in buona fede, che il nostro paese non ha partecipato alla guerra in Iraq (Commenti di deputati di Rifondazione comunista)! Non siamo stati forza belligerante, così come oggi non siamo forza di occupazione! Il nostro piano è quello dell'ONU, al quale il Governo Berlusconi ha contribuito in maniera rilevante con il voto di diverse risoluzioni con cui si chiedeva alla comunità internazionale di essere presente con una missione, umanitaria e militare, a garanzia di quel processo democratico che oggi si sta realizzando (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro). E quale guerra stanno combattendo i nostri soldati in Iraq nel costruire acquedotti e centrali elettriche e nell'aiutare la popolazione civile ed anche - certo - le forze di polizia e militari locali a resistere (loro) agli attacchi del terrorismo dato che è proprio questo quello che si vuole impedire?
È stato detto che si è registrato in questi giorni un aumento del terrorismo in Iraq. A questo riguardo, a voi non viene il dubbio che questo incremento sia dovuto all'efficacia del processo di costruzione democratica che si sta realizzando in quel paese, e che è proprio questo che disturba le forze del terrore (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega Nord Federazione Padana - Commenti dei deputati dei gruppi dei Democratici di Sinistra-L'Ulivo e Misto-Comunisti italiani)? Perché queste forze del terrore aggrediscono le caserme e i posti dove vengono addestrati i soldati e i poliziotti iracheni? Proprio perché di questo si ha paura, cioè si ha paura di un Iraq autonomo che noi stiamo contribuendo a realizzare!
MAURA COSSUTTA. È follia!
ELIO VITO. È stato citato con rammarico - rammarico che esprimiamo anche noi - l'attentato che ha visto coinvolti tre costituenti sunniti; tuttavia, a me pare strano che non si ricordi che cosa era l'Iraq qualche decennio fa; certo, non c'erano le guerre e gli attentati tra sciiti e sunniti, ma questo perché? Perché gli sciiti erano repressi e i curdi erano sterminati! È quello era l'esempio di democrazia cui oggi voi vi richiamate (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega Nord Federazione Padana)? Quello era un esempio di regime democratico (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro, della Lega Nord Federazione Padana)? Perché quei rappresentanti del regime iracheno partecipavano ai vostri congressi con i migliori onori e nessuna parola veniva detta su quegli stermini (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega Nord Federazione Padana)? Ritengo che questo vada ricordato!
La nostra proposta c'è ed è il piano ONU che abbiamo contribuito a varare. Non ho invece capito, onorevole Minniti, quale sia la vostra proposta: «no» al ritiro immediato, ma anche «no» a rifinanziare la missione. Allora, onorevole Castagnetti, va bene la solidarietà, ma dovranno vivere solo di solidarietà i nostri soldati o gli vogliamo anche riconoscere che quella missione ha dei costi (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega Nord Federazione Padana)?
È questo il contributo che il Parlamento italiano dà oggi? Esso si divide non
sull'opportunità o meno della missione, ma sull'opportunità o meno di rifinanziarla: che la missione abbia dei costi, anche per quanto riguarda la materialità del vivere dei nostri soldati, non viene riconosciuto da una parte così significativa del Parlamento (Commenti del deputato Ruzzante), che si candida a governare il paese e che, appena la settimana scorsa, ha avuto l'opportunità di dividersi - proprio questo dimostra la malafede - non sull'Iraq, non sull'Afghanistan, non sul Kosovo, ma sulla Somalia, sul Libano, dove ci sono altri soldati!
Una parte rilevante dell'opposizione ha votato contro quelle missioni internazionali (Commenti del deputato Maura Cossutta)! Come fate a non rispondere in maniera chiara riguardo a questa contraddizione (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale e dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro) che dimostra la strumentalità anche delle critiche sull'Iraq?
Vorrei concludere, signor Presidente - agli altri colleghi è stato concesso un minuto in più, ma non voglio abusare -, chiarendo un aspetto importante. La denuncia del terrorismo la facciamo all'unanimità, perché è unanime la critica al terrorismo. Abbiamo ascoltato le parole del ministro Pisanu e l'abbiamo tutti applaudito.
PIERO RUZZANTE. E la Lega?
ELIO VITO. Penso che il Governo - inutile sollevare polemiche al riguardo - varerà, nel prossimo Consiglio dei ministri, le misure indicate.
Ma, attenzione! Voglio vedervi, voi che ora reclamate quelle misure per ragioni strumentali, quando saranno discusse in aula! Siamo sicuri che tutta l'opposizione le voterà? Voglio vedervi alla prova (Commenti dei deputati Maura Cossutta e Piero Ruzzante) non nell'applaudire una relazione, ma nel votare concretamente le misure che il Governo proporrà! Non sarei certo, onorevole Castagnetti, che, anche in quell'occasione, una parte dell'Unione, della Fed, del centrosinistra, non si divida e non voti ...
PIERO RUZZANTE. La Lega, Vito!
ELIO VITO. Quelle proposte saranno approvate all'unanimità dal Consiglio dei ministri, come ha anticipato il ministro Giovanardi, e giungeranno all'esame dell'Assemblea. Vedremo allora quale sarà il vostro atteggiamento! Non vorrei che vi lanciaste avanti strumentalmente, anche oggi, e che poi, al momento del voto, vi divideste...
Signor Presidente, il gruppo di Forza Italia...
MAURA COSSUTTA. Presidente!
ELIO VITO. ... ritiene scontato - non in senso riduttivo, ma nel senso che stiamo discutendo di questi problemi da anni - proprio oggi, a luglio, votare il rifinanziamento della missione e riconoscere che essa è efficace e sta producendo effetti.
MAURA COSSUTTA. Ma quali? Ma sei pazzo?
ELIO VITO. Certo, produce una reazione dei terroristi. Ma che dovremmo fare rispetto a questa reazione? Io conosco un solo modo per non procurare una reazione dei terroristi: il ritiro, non combattere! Stiamo tutti a casa e sicuramente non vi saranno più atti dei terroristi!
Ma non avete paura che venga meno, in questo modo, il principale valore che si vuole distruggere, non solo nell'Occidente, ma anche nei paesi arabi? Quale valore? La libertà (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega Nord Federazione Padana), che è stata il motore della democrazia, dello sviluppo e del progresso economico! È questa nostra libertà - che sta crescendo nel mondo: in Afghanistan, in Iraq, in Egitto, in Arabia Saudita - che i terroristi non sopportano e cercano di distruggere (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza
Nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega Nord Federazione Padana)! Ma la libertà, la storia l'ha dimostrato, è insopprimibile esigenza degli individui e dei popoli.
Per quella libertà, per quel valore, noi continueremo a sostenere il Governo in una maniera che per noi è scontata. Ci sorprende, invece, che per voi questa divenga ancora una volta occasione di polemica e di divisione! Grazie, colleghi (Vivi, prolungati applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega Nord Federazione Padana - Molte congratulazioni).
ROBERTO VILLETTI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ROBERTO VILLETTI. Signor Presidente, il dibattito che si è svolto ha preso un indirizzo nettamente propagandistico. Tuttavia, anche per fare propaganda è necessario avere buoni argomenti.
Il presidente Vito si è cimentato su un terreno che è particolarmente debole per la maggioranza.
L'onorevole Vito ha sostenuto che in questi giorni abbiamo assunto posizioni differenti sulla questione irachena, ma ha omesso di dire che siamo tutti uniti nella scelta di non finanziare la missione in Iraq. Il presidente Vito ci ha lanciato anche una sfida: vuole vedere come riusciremo a governare con le divisioni che emergono nell'opposizione. Ciò è veramente strano, ove si considerino, per quanto riguarda la maggioranza ed il Governo, le gravissime divisioni e fratture emerse su temi fondamentali quali l'Europa, l'euro e le misure annunciate dal ministro Pisanu. Questa maggioranza e questo Governo si sono divisi e spesso si sono trovati in una condizione di paralisi! E a noi viene richiesta una prova? Ebbene, il centrodestra questa prova già l'ha data! Non è riuscito a governare! Si è diviso ed è entrato in una completa paralisi (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-SDI-Unità Socialista e dei Democratici di Sinistra-L'Ulivo - Commenti dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza Nazionale)!
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, è troppo invocare maggiore compostezza?
ROBERTO VILLETTI. E di tutto ciò, cari colleghi della maggioranza, si sono accorti i cittadini, che hanno già espresso una valutazione nel voto alle recenti elezioni amministrative.
Dunque, da parte della maggioranza, abbiamo ascoltato una serie di osservazioni del tutto propagandistiche. Ma voglio tornare al discorso del ministro della difesa, che ha espresso la propria posizione con toni diversi - devo dargliene atto - da quelli usati dall'onorevole Elio Vito.
Signor ministro, l'opposizione ed il Governo hanno posizioni diverse (ciò è stato oggetto anche di un dibattito) e anche all'interno dell'opposizione sono emerse posizioni diverse, che non possono essere negate, sebbene vi sia una convergenza. Tuttavia, questo dibattito all'interno del centrosinistra ha, in qualche modo, fatto da velo rispetto alla posizione del Governo. Ora, abbiamo la fortuna di avere in aula il Presidente del Consiglio, il ministro degli esteri e quello della difesa. Finalmente, possiamo rivolgere loro una domanda.
Il Presidente del Consiglio ha alternato annunci di ritiro - ricordo la trasmissione Porta a Porta - ad annunci di riduzione del contingente militare ed a dichiarazioni altisonanti con riferimento alla prosecuzione della missione (signor Presidente del Consiglio, i giornali hanno illustrato questa alternanza di posizioni). Ebbene, chiedo al Governo, nella solennità del Parlamento, se abbia intenzione, nei prossimi mesi, entro la fine dell'anno, di maturare una posizione rispetto al ritiro delle truppe o se, invece, lo escluda in linea assoluta rispetto alla strategia della politica estera italiana (Commenti del deputato Rizzi)! Ebbene, vedo un'ambiguità nella posizione del Governo e penso che lo stesso debba chiarire questo punto.
Voglio concludere il mio intervento citando un dato.
Nessun dissenso tra opposizione e Governo può in alcun modo incrinare la piena solidarietà che tutta la Camera esprime alle nostre forze militari in Iraq, che sono esposte a pericoli e che sono andate in Iraq per decisione della maggioranza del Parlamento e del Governo della Repubblica italiana. Nessun dissenso può indebolire la posizione netta del nostro paese e della Camera contro il terrorismo.
Siamo di fronte ad un Governo che consideriamo debole, anzi ad un Governo che per certi versi si comporta...
PRESIDENTE. Onorevole Villetti...
ROBERTO VILLETTI. ...già come se fosse dimissionario.
Siamo preoccupati per questa situazione, perché il paese ha invece bisogno di una grande forza per affrontare i rischi che sappiamo bussare alla porta e soprattutto per dimostrare che l'Italia è un grande paese, che è contro la guerra ed ama la pace (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Socialisti democratici italiani, dei Democratici di Sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli identici emendamenti Diliberto 5.1, Cima 5.3, Minniti 5.4 e Deiana 5.15, non accettati dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 477
Votanti 476
Astenuti 1
Maggioranza 239
Hanno votato sì 211
Hanno votato no 265).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Diliberto 5.2, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 479
Votanti 476
Astenuti 3
Maggioranza 239
Hanno votato sì 30
Hanno votato no 446).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Deiana 5.6, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 487
Votanti 484
Astenuti 3
Maggioranza 243
Hanno votato sì 214
Hanno votato no 270).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Minniti 5.5, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 486
Votanti 483
Astenuti 3
Maggioranza 242
Hanno votato sì 210
Hanno votato no 273).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Deiana 5.8, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 483
Votanti 473
Astenuti 10
Maggioranza 237
Hanno votato sì 204
Hanno votato no 269).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Deiana 5.9, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 490
Votanti 486
Astenuti 4
Maggioranza 244
Hanno votato sì 213
Hanno votato no 273).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Molinari 5.11, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 489
Votanti 483
Astenuti 6
Maggioranza 242
Hanno votato sì 210
Hanno votato no 273).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Deiana 5.10, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 491
Votanti 489
Astenuti 2
Maggioranza 245
Hanno votato sì 216
Hanno votato no 273).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Cima 5.12, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 492
Votanti 318
Astenuti 174
Maggioranza 160
Hanno votato sì 44
Hanno votato no 274).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Diliberto 6.1, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 491
Votanti 487
Astenuti 4
Maggioranza 244
Hanno votato sì 25
Hanno votato no 462).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Diliberto 7.1, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 489
Votanti 483
Astenuti 6
Maggioranza 242
Hanno votato sì 21
Hanno votato no 462).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Diliberto 8.1, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 490
Votanti 484
Astenuti 6
Maggioranza 243
Hanno votato sì 23
Hanno votato no 461).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Diliberto 9.1, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 493
Votanti 489
Astenuti 4
Maggioranza 245
Hanno votato sì 23
Hanno votato no 466).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli identici emendamenti Pisa 9.4 e Deiana 9.5, non accettati dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 496
Votanti 492
Astenuti 4
Maggioranza 247
Hanno votato sì 209
Hanno votato no 283).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Cima 9.7, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 491
Votanti 486
Astenuti 5
Maggioranza 244
Hanno votato sì 207
Hanno votato no 279).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Pinotti 9.6, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 492
Votanti 489
Astenuti 3
Maggioranza 245
Hanno votato sì 213
Hanno votato no 276).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Deiana 9.2, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 489
Votanti 486
Astenuti 3
Maggioranza 244
Hanno votato sì 29
Hanno votato no 457).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Deiana 9.15, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 492
Votanti 491
Astenuti 1
Maggioranza 246
Hanno votato sì 214
Hanno votato no 277).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Diliberto 10.1, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 490
Votanti 486
Astenuti 4
Maggioranza 244
Hanno votato sì 30
Hanno votato no 456).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Diliberto 11.1, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 488
Votanti 479
Astenuti 9
Maggioranza 240
Hanno votato sì 15
Hanno votato no 464).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Diliberto 12.1, non accettato dalle Commissioni né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti e votanti 494
Maggioranza 248
Hanno votato sì 23
Hanno votato no 471).
Avverto che, consistendo il disegno di legge di un solo articolo, si procederà direttamente alla votazione finale.
![]() |
![]() |
![]() |