Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 656 del 14/7/2005
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(Eventuali ripercussioni sull'Esecutivo di recenti affermazioni di parlamentari della Lega Nord - nn. 2-01615, 2-01616, 2-01617 e 2-01618)

PRESIDENTE. Avverto che le interpellanze Fassino n. 2-01615, Rutelli n. 2-01616, Giordano n. 2-01617 e Cusumano n. 2-01618, che vertono sullo stesso argomento, saranno svolte congiuntamente (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 6).
Preso atto che gli altri interpellanti hanno rinunciato all'illustrazione dei rispettivi


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atti di sindacato ispettivo, do la parola all'onorevole Russo Spena, che ha facoltà di illustrare l'interpellanza Giordano n. 2-01617, di cui è cofirmatario.

GIOVANNI RUSSO SPENA. Signor Presidente, signor ministro Giovanardi, a nome dei gruppi parlamentari dell'Unione, che ho oggi l'onore di rappresentare, vorrei comunicare ufficialmente che è nostra intenzione non discutere, in assenza del Presidente del Consiglio dei ministri - che è l'interpellato - l'atto parlamentare in oggetto.
È noto: non è nella nostra cultura istituzionale l'abuso di forme eclatanti di protesta. Preferiamo il rigore, la correttezza dei comportamenti, ma ci è parso che qui, oggi, sia in discussione - per l'ennesima volta - la dignità stessa delle istituzioni parlamentari e, se mi è permesso, dello stesso Governo.
È francamente inaudito il rifiuto reiterato del Presidente del Consiglio di rispondere ad interpellanze, solennemente presentate da tutti i gruppi dell'opposizione, su un tema che non attiene genericamente - si badi - al Governo nel suo complesso, ma alla specifica responsabilità istituzionale del Presidente del Consiglio come rappresentante della collegialità del Consiglio dei ministri.
Questo rifiuto è anche il segno grave di una mutilazione dell'ordinamento costituzionale - oltre che, a mio avviso, regolamentare -, di una voluta noncuranza, di una non corretta dialettica democratica fra Governo ed opposizioni.
Stiamo quindi ponendo in questa sede una questione anche di «igiene istituzionale» e democratica; solo il Presidente del Consiglio, infatti, ha titolarità e funzione per poter rispondere al quesito da tutti noi posto. Vi è un problema di coerenza fra le sue affermazioni - in verità fievoli e durate lo spazio di un mattino - di condanna del gesto e delle affermazioni gravi nei confronti del Presidente della Repubblica in sede di Parlamento europeo da parte di parlamentari della Lega Nord e la permanenza nell'esecutivo dei ministri della stessa Lega Nord, cioè di un partito che, in quel frangente, in quella sede e nei confronti del Presidente Ciampi, ha affermato ancora di non riconoscere la Repubblica italiana?
Signor Presidente, signor ministro, ogni giorno verifichiamo che la maggioranza è allo sbando. Basta vedere gli atti e le affermazioni odierne del ministro Calderoli, nonché l'opposizione del ministro Castelli al ministro Pisanu in materia di provvedimenti contro il terrorismo. Avremmo voluto apprendere direttamente dal Presidente del Consiglio se egli sia succube, connivente o corresponsabile delle azioni di un partito come la Lega, che pure è parte integrante della sua maggioranza.
Ancora una volta, oggi, il Presidente del Consiglio sfugge ai suoi doveri istituzionali ed alle sue responsabilità politiche, ma noi lo incalzeremo come opposizioni, continuando a perseguire percorsi di legalità costituzionale e di corretti rapporti parlamentari. La ringrazio, signor Presidente (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).

PRESIDENTE. Onorevole Russo Spena, prima di dare la parola al ministro Giovanardi, ritengo di doverle rappresentare che lo svolgimento degli atti di sindacato ispettivo in quest'Assemblea è non incentrato sulla partecipazione del Presidente del Consiglio in quanto tale, ma del Governo nel suo complesso, in questo caso degnamente rappresentato dal ministro per i rapporti con il Parlamento.
Mi permetto di dire che l'«igiene costituzionale» non c'entra tanto con i rapporti istituzionali tra chi interroga e il Governo che risponde. Questo tengo a dirlo perché sia le parole sia l'«igiene» hanno un significato (Commenti).
Il ministro per i rapporti con il Parlamento, onorevole Giovanardi, ha facoltà di rispondere.

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, prima di rispondere ai quesiti posti


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con le interpellanze in esame, mi preme porre in rilievo il mio rammarico per la dichiarazione fatta poc'anzi dall'onorevole Russo Spena.
Ciò detto, ritengo, innanzitutto per rispetto al Capo dello Stato, che è stato suo malgrado vittima della circostanza dalla quale sono poi scaturite le interpellanze in esame, che il Governo abbia il dovere costituzionale di fornire una risposta al Parlamento rispetto ai quesiti sollevati con questi atti di sindacato ispettivo.
Le interpellanze in esame pongono in rilievo sia dei problemi di fondo esistenti nel rapporto tra forze politiche presenti in Parlamento, che attualmente fanno parte del Governo della Repubblica con alcuni ministri che hanno giurato fedeltà alla Repubblica, sia altre questioni. Una di tali questioni riguarda l'episodio in sé, e cioè la contestazione subita dal Capo dello Stato nel corso del suo intervento al Parlamento europeo, a Strasburgo.
Un'altra importante questione concerne invece alcune dichiarazioni rilasciate da un parlamentare europeo della Lega Nord Federazione Padana e la coerenza tra queste dichiarazioni e la permanenza in un Governo della Repubblica di ministri leghisti.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE MARIO CLEMENTE MASTELLA (ore 16,25)

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Per quanto riguarda la prima questione, ritengo che il Presidente del Consiglio abbia espresso chiaramente e in tempo reale la sua opinione in proposito. Difatti, in quella stessa giornata, il Presidente Berlusconi ha dichiarato, leggo testualmente: «Non si può pensare di affidare la propria opinione o il proprio dissenso al di fuori di ogni regola come quella di stamattina al Parlamento di Strasburgo. Condanniamo perciò nella forma e nella sostanza la dimostrazione di cui è stato oggetto il Capo dello Stato al quale ribadiamo la nostra stima e la nostra vicinanza». Questa è stata la dichiarazione rilasciata dal Presidente del Consiglio dei ministri, ma, oltre a questa, vi è stata tutta una serie di dichiarazioni, a 360 gradi, in Parlamento. Tra queste ricordo quella dell'onorevole Bondi, il quale, facendo riferimento all'atteggiamento tenuto dai parlamentari della Lega Nord Federazione Padana, dichiarava, leggo testualmente: «Siamo stanchi di queste polemiche assurde, inutili e irrispettose». Con riferimento a questo episodio si è anche parlato, in quella sede, di «gazzarra incivile e offensiva». Parole queste che posso sottoscrivere. Non si sono poi contate le attestazioni di solidarietà al Capo dello Stato il quale, comportandosi da gran signore, ha cercato, da par suo, di minimizzare l'episodio sgradevole di cui era stato vittima, dichiarando all'uscita del Parlamento europeo: «Le interruzioni in Parlamento sono la normalità». Così però non è, perché il contestare, da parte di parlamentari italiani, in una sede europea, davanti a parlamentari di tutti paesi europei, il Capo dello Stato, è sicuramente un gesto da condannare con ogni decisione possibile. Per fortuna, e dico ciò facendo riferimento al sistema Italia, la stampa straniera nei giorni successivi non ha dedicato all'episodio nessun rilievo particolare. Questa è stata senz'altro una fortuna perché l'episodio in sé poteva avere riflessi spiacevoli anche per la nostra immagine all'estero.
Quanto detto concerne, ripeto, l'episodio in sé. L'episodio, però, aveva anche altri riflessi, perché il Capo dello Stato è stato anche contestato, nella manifestazione a margine del suo intervento, da un parlamentare della Lega Nord Federazione Padana nel senso di non riconoscerlo come Presidente di tutti gli italiani perché i rappresentanti leghisti non riconoscono la Repubblica italiana. Tale affermazione è, a mio avviso, molto grave e scriteriata, così come è stato scriteriato l'atteggiamento tenuto dai parlamentari della Lega Nord Federazione Padana in quell'occasione.
Occorre inoltre svolgere una riflessione di fondo su questioni che riguardano proprio la Lega Nord Federazione Padana sia


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in quanto tale sia in ordine alla sua permanenza al Governo. Ricordo che la «questione Lega» viene da lontano, non è nata cioè in questa legislatura. La Lega è stata in questo Parlamento sia all'opposizione sia nella maggioranza. È stata in maggioranza con il Governo Berlusconi nel 1994, ed è stata decisiva nel sostenere il Governo Dini nel gennaio 1995.
Fu talmente determinante che, intervenendo al congresso della Lega del febbraio 1995, Massimo D'Alema affermò: «Noi abbiamo riconosciuto alla Lega il merito di avere più di altri sollevato ed imposto all'attenzione del Parlamento e del paese il grande tema del federalismo», ed aggiunse (scusate!): «È grazie alla radicalità della Lega che oggi la frontiera di una riforma dello Stato in senso federalista si pone oggettivamente come una necessità non prorogabile e rappresenta la via capace di realizzare una nuova unità tra gli italiani, lo strumento per stabilire il nuovo patto tra cittadini e Stato ed anche una grande opportunità per rigenerare la democrazia e per rispondere alla crisi delle istituzioni». Disse ancora D'Alema: «Io invidio Bossi per il carattere esplicito delle parole che egli può usare, e che io non uso per ragioni di prudenza. Ma un vecchio blocco di potere, che rappresenta, per molti aspetti, la continuità dei lati peggiori del vecchio regime politico: l'affarismo, il monopolismo (...)», e concluse: «Insieme possiamo (...)», e via dicendo. Eravamo nel febbraio del 1995, all'inizio dell'avventura di governo di Dini. Vi leggo, tratto da la Repubblica, anche il testo di un telegramma di Romano Prodi a Bossi: «Buon lavoro. C'è bisogno di voi!».
La Lega di quegli anni, però, non era quella di oggi. Il 7 giugno 1995 si insediò a Mantova, lo ricorderete, il parlamento del nord, il parlamento secessionista. Successivamente, furono eletti un governo padano ed un presidente del parlamento padano, Pagliarini (se non erro). Durante il Governo Dini, che era appoggiato dalla Lega, si arrivò al punto di mettere a rischio i lavori del Senato: mentre quest'ultimo era riunito, la Lega l'abbandonò per tenere contemporaneamente riunioni del parlamento padano a Mantova!
Ora, voi capite che la creazione di un parlamento indipendentista a Mantova è un atto politico molto grave che, così credo, avrebbe richiesto da parte delle forze politiche una reazione molto vivace. Invece, il 31 ottobre 1995, Massimo D'Alema - lo cito perché è stato uno dei quelli che, nei giorni scorsi, hanno fatto le dichiarazioni più dure sul comportamento della Lega -, in un'intervista a il manifesto, dichiarava: «Per quanto poi riguarda la Lega ed i suoi rapporti con la sinistra, la Lega c'entra moltissimo con la sinistra. Con la Lega c'è forte contiguità sociale. È il maggiore partito operaio del nord, la Lega. Piaccia o non piaccia, è una nostra costola». Queste dichiarazioni sono del 31 ottobre 1995, quando a Mantova si era già costituito il parlamento del nord. In una situazione nella quale la Lega predicava la secessione - non il federalismo, ma il distacco della Padania dall'Italia - aveva pieno riconoscimento da parte della sinistra.
Vado più in là, perché si pongono anche questioni di tipo parlamentare ed istituzionale. Quando, il 21 maggio 1996, si insediò il Parlamento, il presidente Violante - adesso non lo vedo, ma era firmatario di una delle interpellanze alla cui discussione avete rinunciato - fece una cosa molto importante e, a mio parere, anche molto grave: accettò che il gruppo della Lega nord potesse assumere, in sede istituzionale, la denominazione «Lega nord per l'indipendenza della Padania». Per qualche anno, il presidente Violante, accettando la predetta denominazione della Lega nord, ammise un gruppo parlamentare che aveva esplicitamente l'obiettivo di arrivare all'indipendenza e, quindi, alla lesione dell'unità territoriale del nostro paese.
Ciò è tanto vero che, nel 2000, esattamente il 16 febbraio (lo ricordo bene perché fui proprio io a farmi latore della richiesta degli onorevoli Casini e Fini), quando si profilava una possibile alleanza elettorale della Lega con la Casa delle


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libertà, noi ponemmo una condizione precisa: che la Lega cambiasse denominazione e togliesse ogni accenno all'indipendenza nella denominazione del suo gruppo parlamentare. Il 16 febbraio del 2000, la Lega accettò la condizione e, mutando la denominazione del gruppo parlamentare, abbandonò il termine «indipendenza» e si definì «Lega nord Padania» (togliendo ogni accenno all'indipendenza).
Non si trattò di un passaggio banale.
Infatti, l'evoluzione degli eventi a partire dal 1995, dal parlamento di Mantova (che poi fu chiuso) all'eliminazione, dalla denominazione dei gruppi parlamentari, di ogni accenno all'indipendenza ha rappresentato un passaggio dal secessionismo al federalismo, dalla contestazione dell'unità d'Italia alla piena accettazione dell'unità del paese, sia pure attraverso una riforma autonomista e federalista. Quindi, quando i ministri della Lega hanno giurato fedeltà alla Repubblica italiana, lo hanno fatto, riconoscendo pienamente l'esistenza della Repubblica italiana, quindi non contestandola e non contestando - ci mancherebbe altro - l'autorità del Capo dello Stato.
Credo che oggi, rispondendo a queste interpellanze, si debbano sottolineare due aspetti. In primo luogo, occorre rinnovare la solidarietà e - se permettete - l'affetto nei confronti del Capo dello Stato perché, in questi anni, ha rappresentato al meglio, di fronte all'opinione pubblica italiana ed internazionale, il nostro paese. Quindi, un'affettuosa solidarietà nei confronti del Capo dello Stato e una dura condanna di quell'episodio, di quella gazzarra e della inciviltà dimostrata da chi si è reso protagonista di quell'evento.
In secondo luogo, vi è la soddisfazione per l'evoluzione di una situazione che ha visto protagonista la Lega secessionista, coccolata, vezzeggiata e, se volete, usata anche in termini parlamentari, per sostenere la maggioranza di allora del Governo Dini. Vi era poi il tentativo, assolutamente accettabile politicamente (ci mancherebbe altro) di omologare la Lega in un'alleanza elettorale con la sinistra, anche se era secessionista, anche se metteva a rischio l'unità del paese, anche se il Parlamento di Mantova era già in funzione.
L'evoluzione di questa situazione ha portato a voltare pagina.
Alla domanda se siano compatibili i ministri della Lega in un Governo repubblicano, rispondo di sì, nel modo più assoluto. Forse, un tempo vi potevano essere discussioni sulla possibilità di far convivere la fedeltà ed il giuramento alla Repubblica, una ed indivisibile, con la predicazione della secessione di una parte il territorio. Ma oggi, che si è stabilito, politicamente ed istituzionalmente, un quadro di riferimento unitario, è evidente che le cose sono compatibili e l'isolamento nel quale si sono trovati i contestatori è stato il segno evidente di questa positiva consapevolezza dell'intero paese, per ritrovarsi uniti attorno ad alcuni simboli dell'unità nazionale (il Capo dello Stato, sicuramente, è il più importante tra questi simboli); in tal modo, l'episodio ha trovato la sua giusta condanna.
Tuttavia, gli eventi passano. È trascorsa una settimana ed abbiamo assistito ad episodi traumatici nella vita politica internazionale. Non mi sembra, anche guardando quest'aula, vi sia grande attenzione su questi argomenti. Invece, credo sia stato giusto parlarne oggi e sviluppare una seria riflessione su questo argomento. È una ricchezza per la politica italiana che la dialettica avvenga attraverso differenziazioni, che possano essere divisioni politiche, sociali ed economiche, ma che, comunque, avvengano sempre nell'ambito di un riconoscimento da parte di tutti dell'unità del paese.

PRESIDENTE. Prendo atto che tutti i presentatori rinunziano a replicare per le rispettive interpellanze.

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