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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Autorizzo la pubblicazione in calce al resoconto stenografico della seduta odierna del testo della dichiarazione di voto dell'onorevole Rodeghiero, che me ne ha fatto richiesta.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bimbi. Ne ha facoltà.
FRANCA BIMBI. Signor Presidente, per quanto riguarda l'articolo 7 del provvedimento in esame, non si può ragionare in termini di coordinamento formale del testo, perché esso reca una disposizione finanziaria relativa al provvedimento nel suo complesso, che è stata espunta in seguito alla soppressione dell'articolo 1. Pertanto, come è accaduto anche per la cosiddetta riforma della scuola, il provvedimento in esame, che contiene molti aggravi di bilancio, è privo della copertura finanziaria e non risulta compatibile con i vincoli della finanza pubblica.
Forse, il ministro ha mantenuto parte della delega per valutare la possibilità di coprire (durante il percorso), almeno in parte, l'aggravio determinatosi rispetto ad una serie di misure ope legis che sono state
approvate. Vorrei far notare ai colleghi universitari, i quali, per caso, fossero in attesa delle disposizione ope legis previste all'articolo 4, che difficilmente, senza copertura finanziaria, potranno essere svolti i concorsi e mantenute le promesse che si sostanziano quasi completamente nel testo in esame.
Per quanto riguarda il merito del provvedimento, siamo già intervenuti in ordine ai criteri di riferimento per il reclutamento e lo stato giuridico dei docenti universitari.
Vogliamo che il reclutamento avvenga in base al merito; pertanto, i giovani formati dovrebbero essere preferibilmente in possesso del titolo di dottori di ricerca (tale titolo dovrebbe essere considerato in surplus rispetto ad altri titoli) ed aver svolto un'esperienza di didattica, ma anche di ricerca.
Faccio notare che quella in dottore di ricerca è una formazione ritenuta, a livello internazionale, completa; quindi, a differenza dei colleghi della maggioranza e del Governo, vorremmo che questi giovani possano non solo intraprendere in età precoce la carriera universitaria, ma anche disporre di fondi propri, muovendosi a loro agio in laboratori adeguatamente finanziati.
Purtroppo, abbiamo compiuto un cattivo intervento, in assenza di risorse per investimenti in ricerca, che rappresentano, in questo momento, una delle poche speranze di ripresa della condizione economica e sociale del paese.
Abbiamo parlato di merito, e con riferimento a ciò, abbiamo votato contro il vostro sistema di valutazione, che non prevede la valutazione personale dei professori; anzi, la prevede in maniera non obbligatoria. Non solo, esso non prevede diritti e doveri dei professori universitari in relazione agli standard internazionali di produzione scientifica, di innovazione e di applicabilità della ricerca previsti in altri paesi, che in questo momento, a differenza dell'Italia, sono più forti nella competizione scientifica e, di conseguenza, anche in quella economica. Non sto parlando degli Stati Uniti, ma ad esempio della Svezia e della Finlandia.
Fortunatamente, siamo riusciti ad introdurre criteri di maggiore trasparenza e di minore localismo all'interno dei concorsi universitari, nel senso che finalmente è possibile che la valutazione comparativa svolta dalle università non includa all'interno della commissione membri di quelle stesse università. Sembra un piccolo cambiamento, ma si tratta di una modifica importante, anche se avremmo voluto che le selezioni si svolgessero all'interno di un rigoroso sistema di valutazione.
Il relatore e altri colleghi della maggioranza hanno infarcito l'articolo 4 di proposte di ope legis per le più svariate categorie di docenti a contratto dell'università. Occorre rendersi conto che in questo modo i giovani dottori di ricerca vengono posti in competizione all'interno di una struttura clientelare, in cui prevalgono persone che hanno svolto esclusivamente attività didattiche di tipo pratico.
Abbiamo un grande rispetto per i ricercatori con molti anni di docenza; infatti, avevamo proposto che, all'interno della terza fascia dei professori, gli attuali ricercatori potessero essere trasformati in professori di terza fascia, ovviamente attraverso una prova selettiva. Inoltre, per i dottori di ricerca, prevedevamo anche quello che negli Stati Uniti viene chiamato tenior track, vale a dire il fatto che, dopo una valutazione, le università sono obbligate ad avere un budget per poterli valutare facendoli passare a posti a tempo indeterminato.
Questi chiarimenti in ordine alla nostra contrarietà sul provvedimento in esame illustrano bene la differenza tra una prospettiva di riforma che crede nell'università e guarda al futuro dei giovani nell'università e una prospettiva che, invece, mira semplicemente a inserire all'interno dell'università, ponendoli sullo stesso piano, qualsiasi tipo di docente a contratto, svilendo in tal modo non solo l'attuale figura del ricercatore, che andrà
ad esaurimento insieme ai professori associati e ordinari, ma nel complesso il lavoro universitario.
Senza una selezione in base al merito, non esiste futuro nell'università; senza valutazione, non esiste futuro nell'università; senza l'accorciamento dei tempi di precariato, non esiste futuro nelle università.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Tocci. Ne ha facoltà.
WALTER TOCCI. Signor Presidente, il gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo esprimerà voto contrario su questo provvedimento, perché si tratta di un passo indietro per l'università italiana.
Nel corso del dibattito abbiamo denunciato tutte le nefandezze contenute nel testo come il ritorno ai vecchi vizi delle ope legis, delle promozioni facili, del disprezzo del merito e della produzione scientifica. Di questi aspetti negativi del provvedimento si continuerà a parlare, perché la discussione non finisce adesso. Infatti, è ormai eclatante la distanza fra le parole e la retorica usate dal ministro e dagli stessi esponenti della maggioranza e la realtà del disegno di legge in esame. Quindi, continueremo a contestarlo non soltanto noi, ma tutti i soggetti che hanno partecipato al dibattito; tali soggetti non saranno limitati soltanto alle università, ma figureranno anche all'esterno.
In proposito, ho ricordato prima i giudizi espressi dalla Confindustria, dalla CRUI, dal CUN e dell'Accademia dei Lincei. Pertanto, ritengo che proseguirà anche la mobilitazione delle università. Al riguardo, colgo l'occasione per esprimere tutta la mia solidarietà ai ricercatori che anche in questo momento stanno ricorrendo all'estremo strumento dello sciopero della fame. Esprimiamo piena solidarietà a questo movimento di protesta e continueremo, nelle prossime settimane, a chiarire all'opinione pubblica il grande equivoco di un provvedimento che aggrava i vizi delle università, impedendo il suo rinnovamento.
Sugli effetti negativi del disegno di legge in esame ci siamo già dilungati; pertanto, in sede di dichiarazione di voto finale, vorrei soffermarmi sui punti che avremmo voluto inserire in una legge per l'università e, quindi, di cosa essa avrebbe davvero bisogno.
Il paese ha tre grandi esigenze. Innanzitutto, occorre aumentare il numero dei laureati. In Italia il rapporto tra i laureati e gli addetti alla produzione corrisponde a circa il 10 per cento, ovvero la metà della media europea. Quindi, esiste una grave arretratezza nella dotazione di risorse umane e questo costituisce uno dei principali limiti alla competitività del paese. Pertanto, la prima esigenza riguarda la crescita dell'università e del numero dei laureati.
Inoltre, vi è l'esigenza di ringiovanire l'università italiana.
Infine, occorre sviluppare maggiore autonomia: quindi, più autonomia e meno burocrazia.
Ebbene, di questi tre grandi obiettivi e bisogni nessuno viene, non solo risolto, ma neppure affrontato dalle norme contenute nel testo. Quindi, si tratta di esigenze che restano completamente aperte e che continueremo a rivendicare in sede di battaglia parlamentare.
Ho poc'anzi richiamato il bisogno di aumentare il numero di laureati; ebbene, proprio in questi anni stanno arrivando buone notizie in proposito. Infatti, è aumentato il numero delle immatricolazioni all'università in ragione del 20 per cento. Inoltre, alcuni giovani che avevano abbandonato l'università ritornano negli atenei, mentre altri giovani che non avevano scelto l'alta formazione, in seguito, a trenta o quarant'anni, decidono di ripensarci, scegliendo di iscriversi. Quindi, siamo in presenza di un fenomeno molto importante per il paese, perché una nuova generazione di italiani guarda con rinnovato interesse alla formazione superiore. Un paese serio dovrebbe favorire l'aumento della domanda di sapere e il Parlamento dovrebbe creare le condizioni affinché tale domanda cresca in misura ancora maggiore.
Dunque, a questi giovani che si rivolgono di nuovo all'università, a questi nuovi giovani che credono nell'università italiana, oggi avrebbe fatto molto piacere trovare una struttura e un sistema basati sulla valutazione e volti a premiare il merito. Per tale motivo abbiamo insistito sulla costituzione di un'agenzia per la valutazione del sistema universitario, vale a dire una struttura indipendente sia dal Governo sia dalle università che sia in grado di valutare l'operato dei singoli atenei.
In tal modo, sarebbe possibile anche aiutare i giovani nell'orientamento. Oggi un giovane sceglie questo o quell'ateneo sostanzialmente sulla base della pubblicità, che ormai troviamo anche sui giornali, ma non ha alcun riscontro oggettivo sulla qualità degli atenei medesimi. Ebbene, un'agenzia che funzionasse potrebbe pubblicare ogni anno il resoconto dei risultati raggiunti da ciascuna università nella didattica e nella ricerca. Si potrebbe dunque verificare su un sito Internet il valore delle singole università, scegliendo quella con la «tripla A» piuttosto che l'università che presenta invece una valutazione negativa. In questo modo aiuteremmo i giovani ad orientarsi e a scegliere l'università migliore e in questo modo tra gli atenei si instaurerebbe una competizione positiva a fare meglio e ad andare più avanti. Non avete voluto realizzare tale obiettivo. La proposta di istituire l'autorità per la valutazione è stata respinta dalla Commissione, ma insisteremo su questo obiettivo, presenteremo una proposta di legge, animeremo una discussione al riguardo.
Un'ulteriore esigenza è rappresentata dal ringiovanimento della docenza universitaria. Soltanto il 43 per cento dei nostri professori universitari ha meno di 50 anni di età; in Gran Bretagna i professori al di sotto dei 50 anni sono il 72 per cento, in Spagna il 68 per cento. Tali dati evidenziano l'esistenza di un problema di ricambio generazionale, che è il frutto delle scelte che avete compiuto in questi anni e del blocco delle assunzioni che si è ripetuto per ben tre leggi finanziarie.
Avete quindi impedito, e continuate ad impedire, l'accesso all'università ai giovani studiosi e ai giovani brillanti di questo paese. Continuate a tenere chiuse le porte, ma avete cercato, con alcune norme contenute nel provvedimento in esame, di dare un «pennacchio» a questi giovani, che potranno riportare sul biglietto da visita il titolo di professore ma continueranno a trovarsi in una condizione di precarietà, con contratti da fame (neppure 1000 euro al mese) e in una situazione di instabilità fino a 30, 40 anni ed oltre. State quindi mortificando i giovani che scelgono la carriera di ricercatore.
Si tratta di un indirizzo in controtendenza rispetto a quanto previsto dall'Unione europea. La Commissione europea ha approvato lo scorso marzo una Carta dei diritti dei ricercatori, che contiene numerose affermazioni importanti. Ne cito soltanto un passo, che aiuta a far comprendere la distanza fra i provvedimenti che state portando avanti e gli orientamenti maturati a livello europeo. La Carta europea dei diritti dei ricercatori afferma che i datori di lavoro dovrebbero garantire che le prestazioni dei ricercatori non risentano dell'instabilità dei contratti di lavoro e dovrebbero pertanto impegnarsi, nella misura del possibile, a migliorare la stabilità delle condizioni di lavoro dei ricercatori, attuando e rispettando le condizioni stabilite dalla direttiva europea.
Ecco, voi mortificate i giovani che scelgono la bellissima professione della ricerca scientifica. E lo fate proprio mentre il paese ha bisogno di tanti ricercatori. Non solo! Addirittura, a livello europeo è stato calcolato che se davvero dovessimo raggiungere l'obiettivo di Lisbona - un investimento in ricerca pari al 3 per cento del PIL - avremmo bisogno non soltanto di nuovi finanziamenti, ma soprattutto di nuovi ricercatori. Su base continentale avremmo bisogno di 700 mila nuovi ricercatori.
Ci troviamo, pertanto, di fronte ad una carenza strutturale di giovani talenti: voi
chiudete loro le porte, mentre dovremmo, invece, convincere tanti giovani a compiere la scelta di occuparsi di ricerca.
Sarebbe, poi, necessaria una maggior autonomia. Voi, invece, con il provvedimento che vi accingete ad approvare, tornate alla situazione presente negli anni Ottanta, al centralismo statale. In quasi tutti gli articoli di questo testo vi è il rinvio a decreti ministeriali che dovranno stabilire le regole: ulteriori norme tese a limitare l'autonomia universitaria.
Nella nostra legislazione sono presenti ben 700 leggi che si occupano di università: è una giungla di norme assolutamente pesante, che costringe la vita universitaria in un laccio burocratico. Soltanto alcuni esperti, infatti, riescono a districarsi in questa giungla normativa e a comprendere appieno quali sono le norme in vigore e quali quelle superate.
PRESIDENTE. Concluda, onorevole Tocci.
WALTER TOCCI. Di ciò abbiamo avuto prova con la tesi del sottosegretario Ricevuto, secondo il quale non esiste più la figura del professore di ruolo. Ciò non è vero: se non esistessero più professori di ruolo non vi sarebbe neanche l'esigenza di varare un provvedimento sullo stato giuridico come, invece, sta avvenendo.
Al contrario, noi siamo in favore dell'autonomia e della concessione di ulteriori poteri alle università. Queste ultime devono, però, avere anche maggiori responsabilità, ciò che può avvenire solo con un sistema di valutazione moderno.
Sono questi gli elementi che mancano nel settore in oggetto: la crescita e il ringiovanimento delle università e l'autonomia degli atenei basata sul sistema di valutazione.
Sulla scorta di tali principi e programmi continueremo a lavorare nei prossimi mesi, proseguiremo la nostra battaglia al Senato e porteremo avanti la discussione nel paese (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo - Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Titti De Simone. Ne ha facoltà.
TITTI DE SIMONE. Signor Presidente, crediamo che oggi sia un brutto giorno per l'università italiana. E questo significa che è un brutto giorno anche per il paese.
Infatti, il destino di un'istituzione così importante come l'università pubblica condiziona il destino di tante generazioni, di coloro che vogliono innalzare i livelli della formazione, rendendola più qualificata, e dei tanti che ambiscono all'accesso alla professione universitaria.
Questo si verifica perché il diritto allo studio e all'accesso ai livelli più alti di formazione - è un diritto costituzionale - si muove tra le pieghe di un sistema che in questi ultimi 10-15 anni (come denunciato anche oggi su la Repubblica) ha gradualmente sempre più ampliato i processi di selezione sociale. Come conseguenza si sono assottigliate le politiche di diritto allo studio e si sono create sempre maggiori barriere per i figli delle famiglie che meno di altre possono garantire loro l'accesso alle professioni: si è acuita così una forbice sociale che fa del male al paese.
Del resto, con un modello di istruzione si disegna anche un modello di società; e questo modello è preoccupante se è vero, come è vero, che la forbice della disuguaglianza si sta allargando in modo impressionante, addirittura stravolgendo o modificando molto radicalmente la funzione stessa di un'istituzione così importante come quella universitaria, rendendola spesso del tutto subalterna agli interessi del mercato e non certamente rispondenti ad una missione di bene comune, di interesse collettivo che farebbe invece bene al paese.
Che cosa c'entra tutto questo con un provvedimento sullo stato giuridico? C'entra e molto, perché è proprio dalle condizioni di democrazia interna ad un sistema così complesso ed importante e di accesso alle professioni universitarie, proprio nella relazione tra la società e l'università, proprio nel rapporto di relazione
fra le diverse componenti del mondo universitario, gli studenti, i docenti ed il personale tecnico e la capacità di autogoverno di questi soggetti che si disegna anche naturalmente un'idea di sistema e di sviluppo e dei suoi presupposti strategici.
È un brutto giorno per l'università italiana e dunque per il paese, perché questo provvedimento fa male al futuro e allo sviluppo di qualità del nostro sistema; per questo abbiamo cercato di avanzare proposte alternative, che vanno verso la definizione di uno stato giuridico che tenga conto prioritariamente dei processi di democratizzazione e della necessità di arrestare quell'onda di precarizzazione e di flessibilità, che non solo fa male al sistema universitario italiano e che ne condiziona la qualità, anche nell'ambito del sistema europeo e internazionale, ma che, con questo modello di flessibilità e di precarietà nell'accesso alla professione, condiziona le migliori risorse, le brillanti intelligenze, i desideri e le aspirazioni di migliaia di ragazzi e ragazze che costituiscono una risorsa fondamentale per il nostro paese.
Perché allora è un brutto giorno per l'università italiana? Perché con questo provvedimento pasticciato, incongruente, che cristallizza gerarchie e feudalesimi dentro l'università, sbarrando invece la strada a tante aspirazioni importanti di giovani, ragazzi e ragazze, consegnandole ad una situazione di precarietà senza fine, noi stiamo sostanzialmente condizionando anche una parte importante del futuro del nostro paese.
Sbarriamo la strada a circa 30 mila ricercatori precari che con grande coraggio in queste ore stanno protestando verso una maggioranza sorda ed un Governo impermeabile anche attraverso strumenti estremi come lo sciopero della fame, ma che meriterebbero maggiore attenzione.
Voi state introducendo norme meritocratiche che accentuano la flessibilità salariale del corpo docente; state accentuando la gerarchizzazione e sostanzialmente state disegnando un modello di università permeato di una logica di flessibilità e di precarietà.
Niente di tutto quello che sarebbe utile e fondamentale fare in questa fase per l'università italiana è sfiorato minimamente da questo provvedimento. Niente che riguardi un salto di qualità sul terreno dello stato giuridico e dei diritti acquisiti che consenta di dare garanzie e certezza di diritto ai tanti ricercatori precari che rappresentano un motore fondamentale per l'università italiana, senza i quali essa non andrebbe avanti. Per questi motivi abbiamo proposto il riconoscimento della terza fascia e l'istituzione del ruolo unico della docenza.
PRESIDENTE. Onorevole Titti De Simone, concluda.
TITTI DE SIMONE. Concludo, Presidente. Abbiamo proposto emendamenti che vanno nella direzione di stabilizzare e di aumentare il numero dei posti di ruolo e dei ricercatori. Tutto ciò, invece, è stato mortificato da questo provvedimento.
Noi continueremo a batterci affinché il disegno di legge di delega non sia approvato nel corso di questa legislatura, e sosterremo la protesta e la mobilitazione di tutto il mondo delle università. Naturalmente, continueremo a sostenere, sia al Senato sia quando tale provvedimento ritornerà qui alla Camera, un'idea diversa di università, di istruzione e di diritto allo studio (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cento. Ne ha facoltà.
PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, intervengo brevemente per confermare il voto contrario dei deputati Verdi su questo provvedimento.
Il disegno di legge di delega al nostro esame, a mio avviso, segna in maniera negativa tutta la vicenda universitaria del nostro paese. Un provvedimento che ha
ricevuto nel corso dei mesi le critiche giuste e condivise dei Verdi e di tutte le componenti del mondo universitario, comprese quelle dei ricercatori che in queste ore hanno iniziato in cinque atenei italiani lo sciopero della fame per richiamare l'attenzione delle forze politiche e dell'opinione pubblica su quanto sta avvenendo nelle università italiane.
Il provvedimento che ci accingiamo a votare è stato decimato, finendo così per dare un'indicazione politica significativa ai voti espressi in quest'aula. Un provvedimento, quindi, che il Governo avrebbe fatto bene a ritirare, prendendo atto degli effetti negativi che esso determina nell'ambito dei rapporti tra docenti universitari, ricercatori e studenti. L'università italiana, anche attraverso questo provvedimento, rischia di configurarsi non più come uno dei luoghi di formazione dei saperi del nostro paese ma come un luogo privatizzato, subalterno ai poteri economico-finanziari e sostanzialmente teso all'espulsione della ricerca e del diritto allo studio.
Queste sono, in breve, le ragioni della nostra contrarietà a questo provvedimento che, ovviamente, continuerà ad essere tale anche al Senato (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-l'Unione).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pistone. Ne ha facoltà.
GABRIELLA PISTONE. Signor Presidente, intervengo per preannunciare il voto contrario dei Comunisti italiani su questo provvedimento.
Noi abbiamo presentato diversi emendamenti soppressivi perché non si è mai condiviso l'impianto complessivo del provvedimento in questione. Siamo, infatti, fortemente convinti che oggi con questo disegno di legge di delega sia stato assestato un colpo durissimo all'università italiana, minandone definitivamente la qualità, i criteri selettivi, il carattere di massa, unitario e pubblico, e le condizioni per l'esercizio di una reale autonomia.
I criteri previsti da questo disegno di legge di delega per il reclutamento dei docenti perpetuano tempi lunghissimi per l'accesso alla carriera universitaria, aggiungono confusione e incertezza ad ogni sforzo per la valutazione, e confermano la tendenza alla precarizzazione del rapporto, creando nuovi squilibri nel trattamento economico. Introducono, una nuova figura di docente declassato, con un titolo di professore da attribuire ai diversi soggetti in un modo che riteniamo stravagante, non selettivo e non meritocratico.
Invece, la figura del ricercatore confermato diventa ad esaurimento e se ne crea un'altra, differenziata da ateneo ad ateneo. Si tratta di una mossa di tipo populista - diciamolo - assolutamente non in linea con il valore che noi tutti dovremmo attribuire all'università italiana ed alla formazione universitaria, beni primari per il nostro Stato. Il provvedimento in esame è stato osteggiato da tutte le categorie: dai professori, dai rettori, dai sindacati, nonché, sostanzialmente, dal CUN, dalla CRUI e da tutti i vari organi, che lo hanno giudicato sbagliato in quanto non premiante né l'autonomia né la qualità.
Noi riteniamo che con il disegno di legge in esame e con la prossima finanziaria (avevamo presentato un emendamento in tal senso) andassero previste misure urgenti non soltanto per aumentare i fondi a disposizione degli atenei, fissando una quota minima di risorse in proporzione al PIL e garantendo il sistema della formazione e della ricerca. In particolare, il ministero avrebbe dovuto assicurare, secondo procedure certe e calendari sicuri, anche le risorse aggiuntive per il reclutamento dei docenti e dei ricercatori pubblici, cosa che non è avvenuta, com'è stato denunciato anche dalla Commissione bilancio. Un discorso analogo vale per il diritto allo studio e la libertà di insegnamento e di ricerca, che andava resa effettiva sulla base di condizioni di lavoro trasparenti e non precarie.
Insomma, il problema dello stato giuridico dei docenti universitari andava affrontato sconfiggendo sia un modello di riforma - che, forse, non si realizzerà mai (stasera, è riuscito a prevalere, ma c'è
ancora da completare l'iter, prima al Senato e poi, a seguito di eventuali modifiche, di nuovo alla Camera), - il modello del Governo, sia il corporativismo paralizzante delle maggiori associazioni e lobby dei docenti.
Noi avevamo ...
PRESIDENTE. Onorevole Pistone...
GABRIELLA PISTONE. ... un'altra idea di riforma. La nostra proposta prefigurava un ruolo unico, un reclutamento dei docenti attraverso un concorso pubblico rigoroso (sul tipo di quello per l'accesso alla magistratura), una carriera per meriti e senza automatismi, il rifiuto del precariato, regolamentando la materia con norme chiare in grado di garantire i diritti dei lavoratori interessati, il ricorso ai contratti a tempo determinato soltanto per un breve periodo di selezione e di formazione dei giovani intenzionati ad intraprendere la carriera accademica e di ricerca (e, di conseguenza, il rifiuto dei progetti di precariato a vita) e, per finire, una sburocratizzazione del sistema che costituisce un ulteriore fattore di penalizzazione.
Concludo, signor Presidente, annunciando il nostro voto fermamente contrario sul provvedimento in esame, dispiaciuti per il fatto che all'università italiana venga assestato un altro durissimo colpo.
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
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