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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Raisi. Ne ha facoltà.
ENZO RAISI. Signor Presidente, ci accingiamo a votare un importante provvedimento di legge che finalmente pone all'attenzione delle nostre imprese e dei nostri cittadini il tema dell'etichettatura.
Riteniamo che con il provvedimento che stiamo per votare si porrà un punto fermo in una battaglia che il nostro Governo ha condotto, e che continua a condurre, in Europa e che il Parlamento, nella sua piena autonomia, abbia giustamente intrapreso una strada che anticipa anche provvedimenti rispetto ai quali forse, da troppo tempo l'Unione europea è latitante.
Non è casuale che il provvedimento in esame, che riprende tre proposte di legge presentate in tempi diversi (la prima dal collega Contento, poi quella recante le firme di Lisi e Villani Miglietta, quindi quella da me sottoscritta insieme ai colleghi Butti, Santanchè e Saglia) da Alleanza nazionale su questo tema, ci abbia visti d'accordo e protagonisti nell'elaborazione del testo finale.
Crediamo che, finalmente, si ponga - come ho detto prima - un punto fermo su un tema qualificante per l'attività delle nostre imprese ed importante per il consumatore, la cui tutela e quella del cittadino italiano troppo spesso dimentichiamo, rispetto al diritto alla giusta conoscenza ed all'informazione su ciò che acquista e su ciò che viene utilizzato nella preparazione dei prodotti distribuiti nel nostro paese.
Sicuramente, ci sarà da parte dell'Unione europea l'apertura - anche se io mi auguro che ciò non avvenga - di un procedimento di infrazione nei confronti dell'Italia. Ciò comunque non deve essere considerato un problema. Per troppo tempo l'Unione europea su questa materia ha latitato, e per troppo tempo sono prevalse le logiche dei grandi commercianti del nord Europa, a discapito delle imprese del sud Europa che operano in settori che noi consideriamo settori chiave, quello tessile e calzaturiero, e che altri considerano invece settori ormai maturi.
Non è un caso che, grazie alla forza del nostro Governo, siano state poste all'ordine del giorno della Commissione europea alcune iniziative importanti come, ad esempio, l'apertura di una procedura di infrazione nei confronti della Cina per il settore tessile e la discussione della questione dell'etichettatura, per tanto tempo evitata.
Il provvedimento al nostro esame rappresenterà sicuramente un punto fermo per il prosieguo del dibattito su questa materia. Quello di oggi rappresenta un contributo che il nostro Parlamento ha voluto offrire, nella sua indipendenza.
Il gruppo di Alleanza nazionale, che qui rappresento, fin dall'inizio ha sentito come prioritario il tema dell'etichettatura, della difesa dei nostri prodotti, del made in Italy e dei nostri consumatori. Con l'approvazione di questo provvedimento, concludiamo una giornata che può definirsi felice per le nostre imprese e per il made in Italy (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza Nazionale, di Forza Italia e della Lega Nord Federazione Padana).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Paola Mariani. Ne ha facoltà.
PAOLA MARIANI. Signor Presidente, dichiaro il mio voto favorevole sul provvedimento in esame. Quello che ci accingiamo ad approvare è un provvedimento che nasce da più proposte di legge di iniziativa parlamentare, tra cui anche una da me presentata all'inizio di questa legislatura ed anche in quella precedente. La mia proposta di legge teneva ben presenti le istanze, le esigenze e le richieste delle piccole e medie imprese, in particolare di quelle del settore calzaturiero (settore particolarmente importante nella mia regione, le Marche). Essa è stata fatta convergere dalla X Commissione in un testo unificato che prevede, in maniera ancora più stringente di quanto ipotizzato nella mia proposta di legge, l'istituzione del marchio «100 per cento Italia» per chi produce esclusivamente nel nostro paese ed allarga gli orizzonti all'intero sistema TAC (tessile, abbigliamento, calzaturiero).
Desidero rappresentare il mio apprezzamento per l'obiettivo che ci accingiamo a raggiungere con l'approvazione di questo provvedimento. Rimane sicuramente ancora qualche perplessità, in particolar modo in ordine alla modifica apportata all'articolo 7. Tutti siamo consapevoli della necessità di regole chiare, che consentano una maggiore trasparenza nella etichettatura che permetta al produttore e al consumatore di riconoscere l'origine dei prodotti. Sappiamo, però, che da solo questo provvedimento non riuscirà a far superare alle nostre imprese le difficoltà che esse si trovano ad affrontare.
Di fronte ad una crisi strutturale come quella attuale - forse, la più grave degli ultimi anni -, c'è bisogno di una serie di iniziative e di interventi a medio e lungo termine. Quello di oggi rappresenta un segnale di attenzione che le nostre imprese si attendono, una sorta di boccata di ossigeno. Si tratta di un'attenzione prestata dal Parlamento e dal Governo nei confronti di chi ha saputo far fronte alle difficoltà sempre con le proprie forze.
Vi è anche un'altra consapevolezza: l'Europa, con la quale dobbiamo fare i conti. Sarebbe quindi miope pensare di confezionare un provvedimento che non tenga conto delle normative europee vigenti su questa materia. A tale riguardo, già in sede di discussione sulle linee generali avevo sollevato il problema del rispetto dei regolamenti europei. È vero che tali regolamenti sono alla base della nostra normativa, ma è anche vero che
non vi è nulla di male nel chiedere che si ridiscuta su alcune posizioni assunte più di dieci anni fa, quando i mercati avevano altre esigenze e il mercato comune rappresentava l'obiettivo da perseguire.
Adesso, oltre a tale obiettivo, vi è quello di tutelare le nostre produzioni e le nostre aziende nei confronti del mercato, che è sempre più globalizzato, e per reggere le sfide della concorrenza, a volte sleale e spietata, vi deve essere almeno la possibilità della tracciabilità, dell'etichettatura e dei marchi.
Chiedo al Governo, del quale non capisco il mancato accoglimento del mio ordine del giorno che chiedeva di accompagnare questo provvedimento di legge con un'azione nei confronti di Bruxelles, di affiancare al lavoro del Parlamento, una volta giunti all'approvazione del testo, una pressante azione nei confronti di Bruxelles per chiedere non cose impossibili o improponibili, come i dazi, ma che i regolamenti europei sappiano tener presenti le diverse esigenze delle nostre imprese.
Nessuna richiesta di steccati, dunque, nessuna richiesta di protezionismo, ma solamente la richiesta di regole chiare che possono solo avvantaggiare chi produce nel rispetto delle norme italiane, chi produce rispettando e mantenendo l'occupazione nei nostri territori, che quindi deve essere avvantaggiato e protetto dal nostro Stato (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Luigi Pepe. Ne ha facoltà.
LUIGI PEPE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, pur preannunciando il voto favorevole dei Popolari-UDEUR a questo provvedimento in misura della convinzione, peraltro espressa dal relatore Lulli dei Democratici di sinistra, di esercitare un pressing sull'Unione europea perché imponga l'etichettatura obbligatoria dei prodotti, e considerando assai favorevolmente l'articolo 7 di tale provvedimento, ove si prevede, al comma 1, che la definizione made in Italy non brevettabile, già regolata a livello comunitario, sia accompagnata da una scheda informativa denominata «carta di identità del prodotto finito» che contiene informazioni utili al consumatore per conoscere la provenienza dei semilavorati di cui il prodotto finale è composto e le lavorazioni eseguite nel processo di fabbricazione cui hanno contribuito altri paesi, riteniamo occorra fare alcune considerazioni di merito.
In realtà, come si evince anche dal complesso delle considerazioni svolte dalle varie associazioni di produttori e di tutela del prodotto, sia in sede di audizioni parlamentari che attraverso i mezzi di comunicazione, si è, sin dall'inizio, confusa la possibilità della tutela della qualità e tipicità delle produzioni italiane con l'istituzione di un marchio di origine geografica made in Italy integralmente italiano, «100 per cento Italia». Ma il fatto che un prodotto venga interamente fabbricato in territorio italiano non necessariamente assicura la tipicità e la qualità dello stesso.
È di tutta evidenza che tale provvedimento non escluderebbe la possibilità per qualsiasi gruppo di nuovi immigrati di produrre merci inoppugnabilmente made in Italy o «100 per cento Italia» che, tuttavia, niente avrebbe a che vedere con lo stile, la cultura e la capacità di produrre lavoro di qualità tutti italiani. Anzi, potrebbe proprio accadere che, per assurdo, con il tempo, alcuni marchi di questo tipo possano diventare indici di genericità dei prodotti in questione (credo che l'esempio del marchio «pura lana vergine» sia noto a tutti).
Se, come nel corso dell'iter di esame del provvedimento legislativo è stato fatto notare, l'introduzione di ulteriori marchi Italian design e Italian style rischierebbe di depotenziare la portata evocativo-comunitaria di un primo eventuale marchio di origine e provenienza, l'introduzione di un marchio di proprietà dello Stato così generico come quello «100 per cento Italia» rischia di diventare mezzo di concorrenza sleale tra le varie zone geografiche d'Italia, permettendo a ciascuna zona di produrre, fermo restando per questioni legali l'obbligo di utilizzare distinte denominazioni,
imitazioni di precisi e ben tipici prodotti caseari, agricoli ed enogastronomici, ricolmando all'estero il gap di tipicità insito nel prodotto grazie proprio a detto marchio.
Si deve infatti considerare che - ad esempio, nel caso della distribuzione alimentare - su un qualsiasi bancone di esposizione il prodotto originale e l'imitazione si troverebbero affiancati, con evidente accrescimento sia della confusione circa l'identità del prodotto sia degli effetti distorsivi di tale utilizzazione del marchio. È a questo riguardo, infatti, che la componente dei Popolari-UDEUR ravvisa la necessità di un ulteriore intervento del legislatore, sia a livello nazionale sia a livello comunitario, che più efficacemente - e realisticamente, oseremmo aggiungere! - sia volto al riconoscimento formale ed al rispetto sostanziale delle tradizionali metodologie di produzione e delle caratteristiche estetico-strutturali dei prodotti tipicamente italiani così come si sono venute fissando storicamente sul nostro territorio (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Popolari-UDEUR).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Grotto. Ne ha facoltà.
FRANCO GROTTO. Signor Presidente, il lavoro istruttorio svoltosi in sede di Commissioni ha dimostrato come il principio che si vorrebbe introdurre sia condiviso da tutte le forze politiche e, auspicabilmente, anche da quelle economiche e produttive.
Fatta salva la validità dei limiti fissati dalla normativa europea, personalmente, ed a nome anche del mio gruppo di appartenenza, ritengo opportuno, dal punto di vista legislativo, intraprendere quanto sia possibile per assicurare un migliore futuro alle produzioni italiane. Produzioni che proprio in questo momento scontano un ritardo di competitività che ha ragioni complesse, di diversa natura.
Logicamente, si deve riconoscere che, a prescindere dal provvedimento in esame, sul sistema paese e sull'Italia produttiva pesa una situazione che, giorno dopo giorno, viene descritta in calo, in recessione, grigia anche nel suo futuro più immediato. Le politiche di Governo hanno avuto ed hanno ancora una loro parte di responsabilità; finalmente - ma lo ricordo a malincuore per il ritardo con il quale ciò avviene -, il Governo, dopo anni di continue menzogne, ha preso atto che la situazione economica del nostro paese è alla deriva. Per troppo tempo la maggioranza ed il Presidente del Consiglio hanno taciuto volontariamente sul declino italiano; declino che, più volte ed a più voci, avevamo segnalato.
L'obiettivo della legge è tutelare la lavorazione e la produzione italiane attraverso un marchio la cui finalità consiste soprattutto nell'assicurare trasparenza e chiarezza ai consumatori, e non nell'apprestare, piuttosto, una tutela corporativa o privilegiata a favore di singoli produttori; si intende, infatti, tutelare quei «prodotti finiti per i quali l'ideazione, il disegno, la progettazione, la lavorazione e il confezionamento sono compiuti interamente sul territorio italiano, utilizzando materie prime anche di importazione, nonché semilavorati grezzi (...) realizzati interamente in Italia».
Siamo quindi, noi socialisti della componente SDI-Unità Socialista del gruppo Misto, favorevoli al provvedimento legislativo; peraltro, a rafforzare il nostro atteggiamento di voto, ha giocato un ruolo importante la decisione di ricorrere allo strumento legislativo quale mezzo equamente teso sia alla tutela dei consumatori sia alla difesa della capacità competitiva delle aziende.
La possibilità di un marchio apposto sul prodotto finale in maniera tale da non generare possibilità di confusione da parte del consumatore sulla sua unicità italiana e sulla tracciabilità delle sue parti e della sua produzione è sicuramente un primo e doveroso passo che dovevamo compiere. Allo stesso tempo, non vi può essere permissività per le contraffazioni dei prodotti e dei marchi; non esiste il mercato senza regole, e le regole devono essere
rispettate anche dai paesi che si affacciano in questi anni sulla scena internazionale.
Il Governo ha l'obbligo di tutelare i prodotti il cui ciclo produttivo si svolge interamente nel nostro paese non solo per difenderne le qualità intrinseche ma, altresì, per garantire al consumatore stesso gli standard sociali ed ambientali dei prodotti stessi.
Sostenere il made in Italy diviene quindi una priorità in molti settori (penso, ad esempio, all'agroalimentare, al calzaturiero ed al tessile). Alla tutela delle nostre produzioni deve corrispondere una capacità altrettanto sviluppata di comprendere ed arginare il fenomeno della contraffazione.
È necessario capire e monitorare quanto la produzione clandestina, anche in Italia, incida nella commercializzazione delle merci, nonché consentire, attraverso strumenti idonei, una mappatura del settore a livello degli enti locali per una maggiore capillarità ed una maggiore consapevolezza delle dimensioni delle nostre aziende.
In conclusione, voglio ripetere che tutto ciò non può prescindere dal rilancio della competitività e della crescita economica del paese nel suo complesso. Ad esempio, come ricordavo in precedenza, nel settore del tessile, oltre alle clausole di sorveglianza - che rappresentano risposte troppo contingenti - vi è bisogno di una significativa ristrutturazione e di una rapida riconversione di tutto il sistema.
Per tutte queste considerazioni, preannunzio il voto favorevole dei socialisti democratici all'approvazione di questo provvedimento (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-SDI-Unità socialista e Misto-Verdi-l'Unione).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cima. Ne ha facoltà.
LAURA CIMA. Signor Presidente, intervengo per preannunziare che la componente dei Verdi voterà a favore di questo provvedimento, perché l'intesa raggiunta in Commissione ha favorito anche una tutela dei consumatori, e non solo la valorizzazione della produzione. La tutela dei consumatori è uno tra gli aspetti che a noi interessano maggiormente. Riteniamo, tuttavia - bisogna dirlo con chiarezza, per non fare demagogia -, che il provvedimento in esame sia tutt'altro che risolutivo per la competitività dei prodotti italiani.
Dall'ultima relazione del presidente di Confindustria si è potuto constatare con chiarezza il livello di recessione italiano. Tale relazione ha affrontato tutto il panorama, dalla grande industria alla piccola e media impresa, ed il Governo ha dovuto ammettere - anche a seguito dei diversi richiami giunti da Bruxelles - che la nostra economia è effettivamente in una situazione difficilissima.
Va rilevato che il provvedimento in esame impone la registrazione del marchio «100 per cento italiano» e la carta di identità di accompagnamento al prodotto e che gli altri contenuti del provvedimento stesso offrono strumenti che, tuttavia, di per sé e se non gestiti, finanziati e sostenuti nelle sedi europee ed internazionali, non potranno produrre grandi risultati per risollevare l'economia italiana. Il Governo dovrà farsi carico di tutto ciò, altrimenti rischiamo di assistere semplicemente ad un aggravamento della burocrazia e ad ulteriori costi gravanti sulle imprese.
La campagna di comunicazione che sarà necessario creare attorno al provvedimento dovrà essere internazionale, condivisa dagli operatori e dovrà coinvolgere l'ICE e gli altri organismi di promozione.
Al momento, ci sembra che non vi sia coscienza di quanti oneri il provvedimento in esame comporti, se si vuole farlo realmente funzionare in termini economici, e di quante risorse umane sia necessario impiegare. La mancanza di tale consapevolezza e l'assenza di una conseguente azione seria per ottemperare a quanto disposto dal provvedimento rischierebbe di fare del provvedimento stesso una misura più propagandistica che sostanziale, sconcertando il mondo produttivo ed ottenendo un effetto contrario a quello voluto. La prova di tale rischio è nella scarsità di
risorse stanziate. Se non sarà modificata la non brillante performance del Governo italiano in sede di negoziati internazionali, non potrà certamente essere questo provvedimento a portarci al livello in cui dovremmo essere per difendere la nostra autonomia.
È chiaro che la piccola e media impresa ha sempre rappresentato il tessuto che ha retto, anche nei periodi di crisi e di recessione, l'economia del nostro paese. Probabilmente, questo provvedimento offre una concreta possibilità di aiutare la piccola e media impresa: ad esempio, con l'etichettatura dei prodotti fabbricati in paesi non appartenenti all'Unione europea, per offrire un'adeguata informazione sui prodotti commercializzati sul mercato italiano, con un aspetto di tutela dei consumatori che noi riconosciamo importante, ma anche con un aspetto di difesa della produzione italiana.
Il provvedimento offre delle possibilità, se si intende utilizzarlo in modo non propagandistico, come abbiamo detto, se si vogliono stanziare risorse economiche ed umane e sviluppare un coordinamento ed una capacità negoziale da parte del Governo che possano produrre buoni frutti.
Ci auguriamo che il nostro voto favorevole (con quello di tutti i gruppi parlamentari, visto il lavoro svolto in sintonia in Commissione) possa spingere in questa direzione e rafforzare tutte le iniziative in grado di difendere ed incrementare la nostra produzione, al fine di concludere, per quanto possibile, la disastrosa fase che questo Governo ha introdotto anche con le sue bugie e che ci ha portato a scivolare sempre più in basso nelle graduatorie internazionali rispetto alla nostra capacità di produrre e di essere innovativi (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Verdi-l'Unione, della Margherita, DL-L'Ulivo e Misto-SDI-Unità Socialista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Alfonso Gianni. Ne ha facoltà.
ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, nutrivamo più di un dubbio sull'impianto, per alcuni aspetti un po' leggero, di questo provvedimento, anche relativamente ai fini che esso si propone. Tuttavia, lo stesso ha suscitato un dibattito interessante, con alcuni spunti anche buoni. Da parte nostra, abbiamo anche votato a favore di un emendamento trasversale e contrastato (ma il contrasto era sul merito, e ben vengano pareri diversi su una questione così delicata e, francamente, così difficile da affrontare!).
In conclusione, direi che anche noi possiamo esprimere un voto favorevole sul provvedimento in esame.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Ruggeri. Ne ha facoltà.
RUGGERO RUGGERI. Signor Presidente, vorrei iniziare il mio intervento ringraziando due persone. La prima è il relatore, onorevole Lulli, che ha lavorato per circa due anni ed ha creduto in questo provvedimento. Ciò significa che per due anni ci siamo occupati del tema relativo ai marchi e all'etichettatura, al di là dell'urgenza e dell'impellenza che oggi vengono dalla Cina. Vorrei ringraziare anche il presidente Tabacci, che nei momenti più delicati ha composto e ricomposto l'unitarietà di lavoro della Commissione.
È un provvedimento che, sicuramente, risponde a qualche esigenza; ma certamente non è in grado di dare maggiore competitività al nostro sistema industriale ed artigianale, soprattutto a quello delle piccole imprese e dei distretti industriali.
Sappiamo che le linee di azione per un'economia moderna, che veda il paese presente in prima battuta con le proprie eccellenze, riguardano alcune politiche che questo Governo non è riuscito o non ha voluto realizzare. Mi riferisco al tema delle vere liberalizzazioni del paese: alcuni settori stanno aspettando la ricostituzione di piccoli monopoli che, alla fine, sono a carico di tutto il sistema nazionale, con dei gap di competitività che stiamo pagando giorno per giorno. Mi riferisco anche al tema, che tutti stanno indicando, concernente la politica sulla ricerca e l'innovazione,
che facciamo fatica ad affrontare. Anche le nostre università fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, perché quasi non hanno i soldi per pagare i docenti e fare didattica. Immaginiamo la ricerca!
Infine, l'altro settore su cui questo Governo non si è mai cimentato è quello dell'economia sommersa, del mercato del lavoro e della ricchezza, che viene comunque creata, ma che non ha la forza per entrare pienamente nel sistema. Si tratta veramente di un danno, che diventa una palla al piede per recuperare competitività.
Questo provvedimento non si inserisce in tali politiche, ma affronta un tema importante, che non riguarda il protezionismo, ma le iniziative per valorizzare i nostri prodotti e le nostre imprese al fine di aiutare gli imprenditori italiani. Sto parlando di quella fascia di imprenditori che non sono i grandi imprenditori, o meglio, gli imprenditori delle grandi aziende, ma i grandi imprenditori delle piccole aziende.
Il provvedimento in esame è legato a questo settore straordinario e importante, che ancora costituisce l'ossatura del sistema produttivo italiano. Esso cerca di affrontare il tema del marchio. Potevamo fare di più, ma il marchio è stato istituito, in modo volontario, e questa strada è stata scelta dalla Commissione e poi presentata in Assemblea. Il marchio riguarda, in questo caso, i prodotti al 100 per cento italiani e ha l'ambizione di presentare i nostri prodotti in una veste migliore, con il loro marchio, quello vero. Si tratta di un marchio di eccellenza delle nostre capacità imprenditoriali e di tutti quei lavoratori che, magari in modo umile e silenzioso, giorno per giorno portano avanti il sistema con piccole innovazioni e con creatività. Questo è ciò che dobbiamo riconoscere al nostro paese. Si doveva istituire il marchio per le piccole imprese.
L'altro tema trattato in questo provvedimento è quello dell'etichettatura. Su tale aspetto il mio partito si è astenuto, perché ha la preoccupazione che questo provvedimento possa essere frenato in qualche maniera dall'Unione europea. Noi speriamo che ciò non avvenga, perché pensiamo che l'etichettatura sia importante: essa non è legata al marchio, ma ne è slegata, e riguarda tutti i prodotti.
Anche in questo caso la buona riuscita, anche per il lavoro compiuto in Commissione, era la filosofia che doveva reggere questo provvedimento, ossia la volontarietà. Su questo elemento, negli ultimi giorni, anzi, nelle ultime ore, qualcuno ha voluto cambiare le carte in tavola, determinando un grave rischio. Non tutti gli esponenti della maggioranza hanno voluto cambiare le carte in tavola.
La Margherita, tuttavia, esprimerà un voto convinto a favore di questo provvedimento, perché si tratta di un provvedimento che comunque, nel breve periodo, può dare ossigeno e visibilità ai nostri prodotti. Ci rammarichiamo soltanto di questo rischio che stiamo correndo, ma il nostro voto sarà certamente favorevole (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole D'Agrò. Ne ha facoltà.
LUIGI D'AGRÒ. Signor Presidente, onorevoli colleghi, questo provvedimento, se non avesse risentito della crisi economica che attanaglia il paese, probabilmente non sarebbe mai giunto in Assemblea. La sua accelerazione delle ultime settimane è dovuta anche al fatto che vi sono stati altri provvedimenti in materia.
Non so se tale provvedimento metta d'accordo tutte le componenti economiche del nostro paese laddove si identifica il progetto di marchio made in Italy. Abbiamo avuto in più occasioni alcune perplessità ed anche oggi, durante l'esame degli emendamenti, abbiamo verificato che non tutto è legato ad un principio culturale condiviso.
La gabbia che l'Europa mette ad alcune condizioni di tutela dei marchi e delle etichettature si è fatta sentire anche in tale occasione. Peraltro, la vicenda francese probabilmente ha aiutato a compiere una scelta non coerente con quella definita a suo tempo all'interno della Commissione.
Mi pare, comunque, che si sia arrivati a dare uno strumento alle imprese piccole, cioè a quel mondo che in questi anni non ha avuto alcun tipo di tutela se non la laboriosità, non sempre chiara, dell'imprenditore. Quest'ultimo è messo in condizione di darsi un marchio di riconoscibilità autocertificato e volontario. Dunque, si sottopone il mondo economico delle piccole dimensioni ad uno sforzo ulteriore di visibilità, per andare incontro ad una domanda esistente nel paese e che anche all'estero viene identificata come plusvalore, addirittura in termini del 15-20 per cento.
Bisogna contrastare l'idea di una delocalizzazione che, piuttosto che essere un modo per conquistare i mercati, di fatto serve solo a creare prodotti a più basso prezzo, ma non certamente in chiave di competitività complessiva del sistema paese. Si tratta, inoltre, di rivisitare il progetto distrettuale, che in questi anni ha perso significativamente la capacità di essere forma aggregante e solidaristica all'interno del tessuto in cui era insediata l'idea del marchio Italia.
Il provvedimento, come ho sentito da alcuni colleghi, ancora una volta diventa l'occasione per generalizzare sulla situazione economica e sulle graduatorie internazionali del nostro sistema paese. Se dovessimo continuare su tale strada, ho la sensazione che tuteleremmo qualcosa di già superato dall'idea della competitività complessiva, ma che riteniamo di dover tutelare perché nel frattempo non è stato sostituito da nient'altro e, pertanto, ha la necessità di essere salvaguardato nel processo di ridefinizione di un sistema italiano che nell'efficienza ed in un livello più alto di competitività riaffermi l'idea dell'Italia nei mercati economici internazionali.
Anch'io voglio ringraziare il relatore, che è stato messo nelle condizioni di rivedere il testo più di qualche volta. Infatti, siamo sollecitati anche dall'esterno, dalle stesse forze che attendevano il provvedimento, a modificare l'intendimento, perché nel sistema imprenditoriale italiano non c'è un'idea complessiva di come affrontare il difficile momento dell'economia italiana.
Molte volte, peraltro, alcune posizioni tendono ad essere di rendita, piuttosto che di scommessa sul futuro. Noi siamo dell'avviso che con questo provvedimento si compie un piccolo passo a tutela di quella piccola proprietà intellettuale e manuale - che ha fatto grande il sistema Italia - e che a questo punto spetti ad essa valorizzarlo. Sono inoltre dell'idea che la promozione del marchio deve trovare delle risorse sufficienti all'interno di quell'area di risorse destinate già a suo tempo al concetto di internazionalizzazione; ciò affinché questo provvedimento non sia un vuoto contenitore, bensì uno strumento che consenta agli operatori di vedere in questo marchio una possibilità.
Dichiaro, infine, il voto favorevole del gruppo dell'UDC sul provvedimento in esame (Applausi dei deputati dei gruppi dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro, di Forza Italia e della Lega Nord Federazione Padana).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Gambini. Ne ha facoltà.
SERGIO GAMBINI. Desidero partire dalla considerazione, forse ovvia, che se oggi siamo qui a discutere di tutela del made in Italy, attraverso misure di varia natura, contenute in questo testo legislativo, ciò è in parte merito nostro, che abbiamo utilizzato quella quota (prevista dal regolamento), che consente alle opposizioni di scegliere quali proposte di legge inserire nel programma dei lavori di Commissione e di Assemblea. Abbiamo così utilizzato tale quota per consentire che si iniziasse questo percorso legislativo - che, come sappiamo, è sempre difficile e complesso quando muove da proposte di legge provenienti dall'opposizione - e che si arrivasse, con il contributo di tutte le forze politiche ed anche del Governo, alla definizione di un testo, che oggi siamo qui a discutere e ad approvare.
Non ci illudiamo che esclusivamente con queste norme si possa difendere e
promuovere il made in Italy e che possa essere arrestato il declino che segna gran parte delle attività produttive del nostro paese. Tuttavia, si tratta della tessera di un mosaico più ampio e di una serie di azioni che dovrebbero essere messe in campo per promuovere appunto le produzioni italiane. In questo senso, un suo significato ed un suo valore questo provvedimento senza dubbio ce l'ha. Esso si muove, com'è noto, principalmente su due direttrici: una è quella di promuovere il marchio «100 per cento Italia», l'altra è quella di consentire che vi sia la tracciabilità dei prodotti provenienti dai paesi extraeuropei ed immessi sul mercato del nostro paese.
In entrambi i casi, l'obiettivo è quello di difendere le produzioni italiane. Quando parliamo del marchio «100 per cento Italia», si sa che ci si riferisce ad un numero ristretto di produzioni del nostro paese, che sono molto importanti per alcuni distretti produttivi, ma comunque certamente produzioni di nicchia, anche se di eccellenza, e con un grande significato. Per capire tale significato, vorrei utilizzare l'immagine che ci è stata fornita da parte del cavalier Boselli, presidente della camera nazionale della moda, nel corso delle audizioni svolte in preparazione di questo provvedimento. Egli ha descritto le produzioni italiane come una piramide, alla base della quale vi è una produzione che ormai viene soltanto ideata in Italia, mentre per il resto è in gran parte delocalizzata; questa è quella produzione che ha meno qualità incorporata. Vi è poi una fascia, quella più importante, alla quale guardiamo con maggiore interesse, perché è quella che dà lavoro, oltre che prestigio alla produzione del nostro paese: essa è quella che viene ideata e in parte prodotta in Italia, per le parti di maggiore qualificazione.
In questa piramide vi è poi una punta molto ristretta, che è quella delle produzioni di grande qualità, realizzate interamente nel nostro paese. Egli ci ha spiegato che, se non difendiamo quella punta, l'insieme dell'edificio è destinato a crollare, perché la stessa rimanda, sotto il profilo di grande qualità (mi riferisco alla produzione interamente italiana), a quelle filiere produttive che giustificano, in termini complessivi, la qualità made in Italy. Anche la fascia immediatamente seguente, quella più larga e più importante, trae la sua forza, la sua identità ed il suo prestigio nei mercati internazionali dal fatto che le produzioni di maggiore qualità vengono svolte da filiere italiane che dobbiamo difendere.
Questo è il senso del provvedimento che ci accingiamo ad approvare e, a tale riguardo, annunzio il voto favorevole del mio gruppo. Dobbiamo difendere quelle produzioni e quelle filiere che rappresentano una grande chance per il nostro paese, per riuscire a sostenere la competitività sui mercati internazionali.
Ci rammarichiamo, comunque, per come si è sviluppata la discussione. Il primo rammarico è che il provvedimento ha assunto un tono eccessivamente ministeriale. Avremmo voluto da parte delle forze di maggioranza, che troppo spesso si riempiono la bocca parlando del ruolo dell'impresa, una maggiore fiducia nella stessa. Non occorre che siano sempre i ministeri ad attivare questo meccanismo, con le loro troppo lunghe pratiche burocratiche, perché potrebbero giocare questo ruolo i consorzi di imprese o le camere di commercio. Si è scelto, invece, di concentrare tutto in capo al ministero, demandando tutto alla decisione politica.
Il secondo rammarico è che non si è previsto di stanziare alcuna risorsa con tale provvedimento. Sarebbe stato, invece, necessario prevedere risorse importanti, o comunque dare un segnale importante in tal senso, perché si tratta di fare promozione e fare conoscere nuovi marchi. Sarebbe stato importante stanziare risorse per dare quel segnale che le imprese attendono, quella boccata di ossigeno cui si riferiva prima la collega Paola Mariani.
Il terzo rammarico è che non abbiamo fatto nulla per difendere i simboli, il nome e la bandiera del nostro paese nel suo valore commerciale. Altri paesi lo hanno fatto e lo stanno facendo, come la Francia che sta difendendo, in questa condizione di globalizzazione dei mercati, la bandiera
ed il nome francese su tutti i mercati internazionali. Noi, invece, non lo facciamo e potremmo correre il rischio ed il paradosso di vedere merci cinesi in Italia recanti la bandiera italiana o la scritta «Italian style», non avendo fatto nulla di quanto in nostro potere per difendere, attraverso i brevetti, il nome e la bandiera italiana.
Un ultimo rammarico è quello relativo alla votazione dell'articolo 7, poiché è stata fatta una scelta che porta il provvedimento su un terreno rischioso: vi è il rischio di un'infrazione delle norme europee, che potrebbe arrestare il percorso dello stesso e non renderlo efficace rispetto agli obiettivi che si prefigge.
Colleghi, il provvedimento (chi ha seguito fin dall'inizio i lavori di questo testo lo sa) ha dei nemici: alcune grandi imprese non gradiscono la sua approvazione. Non vorrei che, alzando in maniera un po' demagogica la bandiera del confronto con l'Europa, rischiassimo di fare un grande regalo a quelle imprese che non vogliono questa legge ed, invece, un grande torto alle piccole e medie imprese, vale a dire a quelle che hanno più bisogno di questo testo legislativo. Abbiamo segnalato questo rischio di «gattopardismo», astenendoci su quella norma. Speriamo sia possibile varare, attraverso il riesame del provvedimento al Senato, un testo più equilibrato, che non corra questi rischi e che possa efficacemente e compiutamente difendere le produzioni italiane.
Troppo tempo è già stato perso da questo punto di vista!
Ho ricordato le risoluzioni che più volte abbiamo presentato in Assemblea e in Commissione per cercare di tutelare e difendere il made in Italy. Occorre dunque che questo provvedimento sia approvato al più presto anche dall'altro ramo del Parlamento, anche se si tratta di un tassello di un'azione più complessa che si sta cominciando ad intraprendere. Esprimiamo quindi un voto favorevole sul testo in esame (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Polledri. Ne ha facoltà.
MASSIMO POLLEDRI. Signor Presidente, onorevoli colleghe, onorevoli colleghi, ritengo che vi possa essere soddisfazione da parte di questo Parlamento, anche se non sento più echeggiare l'ottimismo della volontà.
Siamo sempre stati ottimisti nei confronti di questo paese, pur confessando che non inviamo sms, e mi sembra che si stia incominciando a parlare di difesa dei prodotti italiani. Non ho più sentito parlare della Cina come di una grande opportunità, di questo miracolo futuribile che si sarebbe messo in moto nel più breve tempo possibile, vincendo la sfida della globalizzazione nel nome dell'Europa e della libertà di scambio e del commercio con l'estero! Non vorrei che sottesa vi fosse la preoccupazione di qualche industriale per l'arrivo dell'automobile a 4 mila euro; voglio vedere, quando dalla Cina arriverà l'automobile a 4 mila euro, se qualcuno non invocherà qualche dazio!
Dunque, una filosofia difensiva non è una presa di posizione o un passo indietro; infatti - come affermato anche dai colleghi -, difendendo il marchio e la riconoscibilità della qualità intrinseca del prodotto italiano, facciamo un investimento economico. Qualcuno ricordava che, negli Stati Uniti, il volume di affari relativo a prodotti riconducibili all'Italia è di 17 miliardi di euro, anche se poi nelle nostre casse ne arriva solo uno. Dunque, è giusto difendere la qualità del made in Italy: non abbiamo i pozzi di petrolio, ma il buon gusto, le capacità manuali.
Vorremmo esportare una qualità dei diritti, come qualità distintiva del nostro essere padani e italiani, ma vogliamo avere anche la possibilità di difendere il diritto dei consumatori e dei produttori di sapere cosa si acquista.
Certo, magari all'interno della grande distribuzione qualcuno impugnerà il provvedimento in sede europea. Vorrei ben vedere! Ma noi da che parte stiamo? Dalla parte della grande distribuzione,
magari del nord Europa, oppure da quella della produzione e dei distretti delle Marche, della Puglia, di Biella, dei comparti veneti?
Chi aumenta il PIL? Non certo le grandi catene di distribuzione, bensì le piccole e medie imprese nonché qualche grande produttore del settore.
E l'Europa? Oddio, forse andiamo incontro all'infrazione! Ma allora mi chiedo se questo è un Parlamento sovrano o un'Assemblea che paventa la possibilità di infrazione come la resa immediata ai disegni di qualcuno forse neppure eletto. Il commissario Mandelson ha forse fatto il suo dovere per la tutela dei prodotti nazionali, in particolare di quelli italiani?
Dobbiamo smettere di temere che forse Mandelson stia avviando le trattative informali, mentre ogni giorno chiudono 750 operatori. Mentre Mandelson forse sta pensando di avviare le trattative informali, cinquanta aziende in Europa chiudono soltanto nel settore tessile! Dipendesse da me e dalla Lega nord, Mandelson andrebbe subito a casa.
Inoltre, dobbiamo sempre ricordarci di ringraziare l'operato di Prodi, che non ha mai tutelato con le quote di salvaguardia il prodotto del made in Italy. Adesso siamo tutti d'accordo sull'introduzione del brand. Tuttavia, dati alla mano, la soglia di allarme era già scattata da tempo, quando l'attuale leader dell'Ulivo faceva il giro dell'Europa. Allora abbiamo dormito, ma si tratta di concetti già detti.
Tornando al provvedimento in oggetto, il gruppo della Lega nord esprimerà voto favorevole. In proposito, vorrei rivolgere un ringraziamento al relatore ed ai colleghi, che hanno discusso il testo insieme agli operatori economici ed alle categorie. Il provvedimento testimonia l'esistenza di un Parlamento sovrano che può guardare l'Europa negli occhi, a fronte alta, non a capo chino come un suddito inconsapevole.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Scaltritti. Ne ha facoltà. Segnalo che si tratta dell'ultimo intervento.
GIANLUIGI SCALTRITTI. Signor Presidente, interpreto la sua precisazione come un invito ad economizzare i tempi del mio intervento, soprattutto a favore dei miei colleghi.
Il gruppo di Forza Italia non può che essere soddisfatto della circostanza che la Camera sia quantomeno giunta al termine della prima lettura di un testo che riguarda la riconoscibilità e la tutela dei prodotti italiani. Si tratta di un testo scaturito da numerose proposte di legge presentate nel corso della legislatura, tra cui molte a firma di esponenti di Forza Italia ed altre provenienti da tutte le parti politiche.
In sede di Commissione, si è tentato di svolgere un lavoro concertato, alla luce delle difficoltà attraversate dal settore. Quindi, vorrei rendere anch'io merito al relatore, onorevole Lulli, per la grande disponibilità dimostrata. Infatti, il testo è stato più volte discusso in sede di Comitato ristretto e più volte il suo impianto è stato modificato per restare vicini agli obiettivi prefissati, essenzialmente di due tipi.
Intanto, si voleva dare uno strumento efficace alla realtà produttiva del nostro paese, che in questo momento sta duramente soccombendo di fronte ad una concorrenza internazionale costretta a rispettare ben pochi valori e princìpi.
Si tratta di principi e di valori ai quali siamo soggetti anche in considerazione del fatto che stiamo contestualmente costruendo l'Europa e che siamo promotori di una regolamentazione internazionale del commercio (l'esperienza di Cancun ha già abbastanza mortificato alcune iniziative italiane). L'Italia, dunque, sacrifica fortemente le sue peculiarità e le sue specificità sull'altare dello stare insieme e della costruzione dell'Europa.
Gli obiettivi erano dunque di due tipi. In primo luogo dotare di uno strumento le piccole e medie imprese che producono interamente sul territorio italiano e che hanno quindi potenzialità e possibilità molto diverse rispetto alle grandi imprese che vivono dietro al proprio brand e i cui prodotti vengono valorizzati da tale brand,
pubblicizzato a livello internazionale, e che non hanno quindi bisogno del sostegno reale e concreto nel territorio in cui avviene la produzione. Il brand di per se stesso qualifica ed è una motivazione forte al consumo. Invece, per la specificità e per la peculiarità italiana, per la tradizione, per la cultura e per la creatività che distinguono il nostro prodotto nel mondo e che possono essere colte dal mercato dei nuovi consumatori ricchi, disposti ad avvicinarsi a prodotti di consumo più qualificato, che si muovono sul mercato con un costo maggiore, l'identità, anche in base alla qualità di produzione e alla filiera, costituisce uno strumento fondamentale.
I mercati in evoluzione nel Terzo mondo portano certamente nuove opportunità, ma anche una forte concorrenza. È necessario difendersi da tale concorrenza, che spesso è imitativa e determina la contraffazione ed anche la sopraffazione dei nostri prodotti e della potenzialità dei nostri produttori. A tal fine, è necessario che vi sia una tracciabilità e che venga attribuito uno strumento politico al Governo.
Onorevole Gambini, eravamo consapevoli, nel corso dell'esame da parte della Commissione, che il testo, per quanto curato nei particolari, si sarebbe dovuto comunque confrontare con le normative comunitarie e con la regolamentazione dei mercati internazionali. Di ciò eravamo ben coscienti. Nel corso dell'esame da parte dell'Assemblea è stata assunta la decisione, che abbiamo condiviso, di rafforzare questo messaggio politico e questo strumento per confrontarsi sul tavolo europeo. L'onorevole D'Agrò ha osservato che l'esito del referendum francese ha molto probabilmente indotto questa Assemblea ad assumere tale decisione. Quanto accaduto in Francia, come molti altri episodi che si verificano in Europa, dimostra che occorre condurre forti battaglie politiche per salvaguardare le peculiarità e le potenzialità di ogni paese, se intendiamo effettivamente realizzare un sistema Europa che raccolga e valorizzi i vari sistemi nazionali.
Ritengo pertanto si debbano conseguire gli obiettivi di prevedere uno strumento normativo, vale a dire il marchio «100 per cento Italia», che consenta di identificare i prodotti di chi non ha un proprio brand vincente sui mercati internazionali, e di dare forza politica all'azione che questo Governo sta conducendo, anche grazie al proprio leader.
Ritengo che tali iniziative, pur potendo pregiudicare la compatibilità comunitaria della normativa, siano comunque validissime dal punto di vista politico, affinché la normativa stessa entri nella sensibilità europea e in un sistema europeo che rispetti i paesi che partecipano convintamente alla costruzione dell'Europa.
Esprimiamo dunque il nostro sostegno convinto al provvedimento, con l'auspicio che possa essere ulteriormente migliorato nel corso dell'esame da parte del Senato (Commenti)...
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi prego di consentire all'onorevole Scaltritti di svolgere le sue argomentazioni e di rispettare il diritto di parola...
GIANLUIGI SCALTRITTI. Signor Presidente, immagino che anche i colleghi senatori destineranno il massimo impegno all'approvazione di questo provvedimento. Ritengo che in quella sede potranno intervenire ulteriori miglioramenti al testo e, pertanto, dopo l'approvazione finale da parte della Camera sarà varato un provvedimento di urgenza che fornisca risposta a quanto l'Italia intende rappresentare nella sede dell'Unione europea.
In conclusione, ricordo che ho ritirato alcune mie proposte emendative volte a supportare un'azione promozionale del marchio italiano, in ciò raccogliendo l'intendimento del Governo di indirizzare a sostegno di tale marchio i fondi già stanziati sia dalla legge finanziaria sia dal provvedimento sull'internazionalizzazione delle imprese italiane, appena varato dal Senato.
Annuncio pertanto il voto favorevole del gruppo di Forza Italia sul provvedimento in esame (Applausi dei deputati dei
gruppi di Forza Italia, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega Nord Federazione Padana).
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
ANDREA LULLI, Relatore. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Onorevole Lulli, prima di concederle la parola, desidero associarmi all'apprezzamento dei colleghi per il lavoro da lei svolto. Ha facoltà di intervenire.
ANDREA LULLI, Relatore. La ringrazio signor Presidente. Intervengo semplicemente per ringraziare i componenti ed il presidente della X Commissione per il lungo e difficile lavoro svolto, anche se, probabilmente, vi è ancora molta strada da percorrere.
Esprimo, inoltre, gratitudine ai funzionari e alle funzionarie della X Commissione per la competenza e la dedizione al proprio lavoro dimostrati anche in questa occasione (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
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