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PRESIDENTE. L'onorevole Ercole ha facoltà di
CESARE ERCOLE. Signor Presidente, signor ministro, richiamiamo, ancora una volta, l'attenzione di quest'aula sulle problematiche legate alla crisi aziendale italiana, causata dalla concorrenza sleale e del dumping cinese. Si tratta di problematiche che investono comparti quali l'industria dell'automobile, il settore calzaturiero, quello degli elettrodomestici e, non per ultimo, il settore tessile.
PRESIDENTE. Onorevole Ercole, concluda!
CESARE ERCOLE. No: vogliamo impegni certi e misure certe!
PRESIDENTE. Il ministro per i rapporti con il Parlamento, onorevole Giovanardi, ha facoltà di
CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, vorrei rilevare che si tratta di uno dei problemi più angosciosi e più seri con cui l'intero paese si deve confrontare. È evidente che, se già da adesso (ma nei prossimi anni, ancora di più) i nostri produttori, dal settore calzaturiero a quello tessile, dal comparto manifatturiero a quello automobilistico, devono confrontarsi con prezzi di prodotti, provenienti dalla Cina, inferiori di dieci volte ai nostri, con lavoratori che, in cambio della loro prestazione, ricevono una ciotola di riso (mentre in Italia, fortunatamente, i livelli di protezione dei lavoratori sono quelli che conosciamo), non si potrà andare avanti così, perché si corre veramente il rischio di avere milioni di disoccupati nel nostro paese!
infatti, se i loro prodotti non vanno in America, rischiano di dirigersi verso l'Italia.
PRESIDENTE. L'onorevole Polledri, cofirmatario dell'interrogazione, ha facoltà di
MASSIMO POLLEDRI. Signor Presidente, allora noi non vogliamo «morire d'Europa». Mi sembra che sia questa la risposta.
È di ieri la notizia che l'America, paese ultraliberista, si appresta ad instaurare misure protezionistiche proprio nel settore tessile, e sono di questa mattina le dichiarazioni del ministro cinese, che giudica l'adozione di tali misure «ingiusta». È di quest'oggi anche la dichiarazione del presidente della Commissione europea, Barroso, che si dichiara pronto ad andare contro la Cina.
Bene: e noi cosa facciamo? Attendiamo che migliaia di nostri lavoratori vengano licenziati? Attendiamo che i lavoratori del settore tessile di Mortara vengano riqualificati?
Pertanto, il Governo italiano, con convinzione, il 26 aprile ultimo scorso ha nuovamente chiesto di procedere con urgenza, nell'ambito dell'Unione europea (perché è quella la sede in cui vengono assunte decisioni in materia), all'apertura di consultazioni formali con la Cina, con la contestuale fissazione di limiti quantitativi per almeno nove delle quindici categorie per le quali si è verificato il superamento dei limiti d'allerta stabiliti dalle linee guida. La Cina, infatti, nel 2001 si era impegnata a moderare le proprie esportazioni di prodotti tessili.
Vorrei osservare che non si tratta di un problema di dazi, poiché la forbice tra il prezzo che si può fissare in Italia e quello stabilito in Cina è talmente ampia che neanche i dazi risolvono il problema: la questione è contingentare i prodotti provenienti da quel paese!
Tale richiesta, rinnovata il 10 maggio scorso in occasione dell'ultima riunione del Consiglio dell'Unione competente, è diventata improcrastinabile sia perché i volumi delle importazioni ed i bassi livelli dei prezzi provano, oggettivamente, l'esistenza di una grave minaccia di perturbazione, sia perché l'introduzione di misure di salvaguardia, da parte di altri paesi, rappresenta un grave rischio di diversione dei mercati per la nostra economia:
Si è, quindi, rappresentata l'urgenza di un'immediata riunione del comitato tessile, affinché adotti le iniziative necessarie per evitare che l'aumento delle importazioni dalla Cina rechi conseguenze irrimediabili all'industria tessile comunitaria, anche se - come è noto agli onorevoli interroganti - alcuni paesi europei che hanno delocalizzato le proprie produzioni in Cina sono contrari a tali misure. Se, tuttavia, dette misure non saranno introdotte, e non si farà fronte alle attese degli operatori del settore, i danni rischiano di essere, come detto, irreversibili. Ciò vale anche per il settore delle calzature, in cui sono in corso di preparazione idonee denunce anti-dumping.
Molte delle calzature, il tessile e l'abbigliamento, la pelletteria, la ceramica, i pneumatici e l'arredamento sono compresi nella proposta di regolamento sull'obbligo di etichettatura dei prodotti di origine che dovrebbe essere presentata alla Commissione nelle prossime settimane. Non si tratta solo di contingentare i prodotti in arrivo, ma anche di fare una politica delle etichettature, di garanzia per i consumatori, di evitare la confusione del prodotto italiano con quello che proviene dalla Cina e che perturba i mercati - in Italia ed all'estero - delle nostre produzioni di qualità.
Il Governo è fortemente impegnato a perseguire tali obiettivi, strategici per il nostro futuro.
Il ministro, giustamente, afferma che esiste una grave minaccia di perturbazione. Ha ragione, signor ministro: l'esistenza di una tale minaccia la ripetiamo da circa due anni. La Lega, andando in giro, sia in Padania sia nei grandi distretti industriali del sud, si è accorta che la concorrenza in cui siamo entrati con l'ingresso nell'euro e la relativa promessa di grandi guadagni non erano reali. Non riusciamo a reggere la concorrenza della Cina, anche perché si tratta di una concorrenza sleale. Dunque, ci troviamo di fronte quasi ad un «bollettino di guerra»: 800 mila posti di lavoro perduti nel tessile; 5 mila nel settore degli elettrodomestici (è notizia di pochi giorni fa: la Whirlpool sta per chiudere, con altri 150 mila lavoratori in crisi). Per non parlare, poi, del settore calzaturiero. Mentre in Europa, con l'ex Presidente Prodi, si facevano dei «sonnellini», nel 2004 abbiamo perso, ogni giorno, 750 posti di lavoro, e 50 aziende hanno chiuso.
È vero che i prodotti che arrivano dalla Cina costano poco, ma fanno bene? Ho qualche dubbio in proposito, signor ministro. È notizia di pochi giorni fa: abbiamo fatto analizzare alcune magliette - indossate dai nostri bambini o da altri nostri familiari - e dalle analisi compiute si è riscontrato che esse recano al loro interno prodotti cancerogeni. Il pomodoro che si trova nelle mense - magari a poco prezzo - e che diamo da mangiare ai nostri figli è avvelenato da pesticidi.
È, dunque, evidente che ci dobbiamo proteggere; è evidente che dobbiamo difendere la qualità di questo grande paese, in cui non esiste il petrolio, ma una grande capacità di lavorare, un grande gusto e una grande genialità. Quando pensiamo all'Europa, non pensiamo ad un Europa «matrigna», ma ad una Europa che ci protegge. Se essa non ci potrà proteggere, ci proteggeremo da soli!


