Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 623 del 10/5/2005
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Si riprende la discussione.

PRESIDENTE. Riprendiamo dunque l'esame del disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 35 del 2005.
Ricordo che nella seduta odierna il Governo ha posto la questione di fiducia sull'approvazione, senza emendamenti e articoli aggiuntivi, dell'articolo unico del disegno di legge di conversione n. 5827-A/R, nel testo delle Commissioni.

(Interventi per l'illustrazione delle proposte emendative - A.C. 5827-A/R)

PRESIDENTE. Passiamo dunque all'illustrazione degli emendamenti.


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Secondo quanto convenuto in sede di Conferenza dei presidenti di gruppo, avrà luogo un numero predeterminato di interventi per l'illustrazione degli emendamenti.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Molinari. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE MOLINARI. Signor sottosegretario, su questo decreto-legge ponete la questione di fiducia quando, invece, sono stati gli italiani a togliervi la fiducia con il voto espresso nelle ultime elezioni. Non è un bel segnale su un provvedimento che, per la parzialità e la managerialità delle misure, non è assolutamente adatto a fronteggiare i problemi della competitività del sistema paese e del rilancio del Mezzogiorno.
Se il Governo vuole ascoltare, illustro brevemente quanto di negativo esso sta facendo per il sud. La scorsa settimana, con il collega Boccia, ho presentato un'interpellanza volta ad avere informazioni su un contratto di programma che interessa il rilancio del settore industriale e chimico nell'area della Val Basento. Questo contratto di programma, denominato Nuova ValSud, esiste da quasi due anni e si sono tenute diverse riunioni presso il Ministero delle attività produttive. Vengono fatti annunci sulla imminente delibera del CIPE, ma ogni volta il contratto di programma scompare da questa delibera. Si fa presente che esso interessa oltre 200 lavoratori in mobilità, privi in questo momento del sostegno del reddito e sconfortati sul futuro proprio e delle proprie famiglie.
Ma ciò non basta: si scopre che questo contratto di programma è al settantasettesimo posto, nonostante che la regione Basilicata lo abbia cofinanziato per una cifra doppia rispetto a ciò che spetterebbe ad una regione. Si scopre che questo provvedimento, che potrebbe rilanciare un settore industriale importante, non c'è, anzi, ad essere finanziati sono solo i contratti di programma su cui il CIPE ha già deliberato.
Il contratto di programma della Nuova ValSud che fine ha fatto? Niente da fare, esso si trova ancora nei cassetti del ministero. È una vergogna! Nel contempo, interi settori industriali vengono trasferiti all'estero per reggere la competitività.
Questo è solo un esempio concreto di come viene mortificato il Mezzogiorno. Si tratta di una strategia sistematica posta in essere ogni volta che si pone un problema nel sud, ed è mortificante che ciò avvenga nel silenzio dei parlamentari eletti in questa parte del paese, dove i problemi sono gli stessi e l'assenza di lavoro è la stessa.
Dall'inizio di questa legislatura non vi è stato provvedimento che non sia stato scientemente studiato contro il Mezzogiorno, dallo stravolgimento del credito di imposta all'abbandono della programmazione negoziata. I dati sono sotto gli occhi di tutti: gli stranieri preferiscono investire altrove e non nel nostro sud, e non solo perché c'è più criminalità, ma perché manca l'idea di un sistema che dia loro la certezza di trovare tutte le convenienze.
Tutto ciò non sembra sufficiente per cambiare direzione. Si è voluto un Berlusconi-bis, ma di ennesimo bis vi è solo la fiducia, ancora una volta richiesta con grande mortificazione del Parlamento, che subisce le lotte intestine della sua maggioranza.
A cosa serve, allora, questo decreto-legge? Con altri colleghi abbiamo presentato una serie di emendamenti perché volevamo migliorare il testo, e non perché avevamo intenzione di fare ostruzionismo. Abbiamo presentato un emendamento con cui chiediamo al Governo di rendersi consapevole che, per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, ci sono lavoratori di oltre cinquant'anni e con trent'anni di età contributiva che nessuno vuole più fare lavorare. Nessun imprenditore li vuole assumere ma, contemporaneamente, l'INPS non concede loro l'accesso alla pensione perché troppo giovani. Se non vi sono opportunità di reinserimento e, ad un certo punto, gli ammortizzatori sociali terminano, dobbiamo condannare all'indigenza un uomo di cinquant'anni e la sua famiglia? Perché, non si vogliono studiare


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davvero delle risposte ai tanti problemi della nostra società, a partire proprio dal problema, socialmente esplosivo, riportato oggi da autorevoli organi di stampa?
Nel decreto-legge in esame si parla di sostegno al settore agroalimentare, ma dove sono le misure mirate a fare sistema? Perché si ignora che i grandi impianti di trasformazione dei prodotti agricoli non sono al sud, ma nel nord? Perché non si affronta il tema dell'integrazione produttiva agricola con quella industriale di trasformazione? Dove sono i capitali privati da stimolare, quelli che, magari, per due lire sono tornati in Italia e vanno a fare rendita e non produzione?
Si parla di promozione turistica. Ebbene, domenica scorsa si è svolta la manifestazione, promossa da Legambiente e dalla Coldiretti, sulla piccola e grande Italia e la valorizzazione dei piccoli comuni. Se non c'è sistema, non si può affrontare il tema dello sviluppo turistico, in particolare nel Mezzogiorno. Abbiamo proposto uno stanziamento per dare concretezza a tutti i buoni propositi che domenica scorsa, trasversalmente, sono stati espressi per il rilancio della spina dorsale del nostro paese, costituita, appunto, dai piccoli comuni. Si tratta di finanziare investimenti finalizzati a fare rete, in cui si innescano sinergie sociali, economiche e territoriali. Manca la programmazione ed è ancora tutto molto frammentario.
Su questi temi vi sfidiamo ad essere competitivi, per il bene del paese. Ogni giorno che passa state annichilendo le risorse dell'Italia. Non leggete il bollettino delle vertenze? Non c'è angolo nel paese in cui non si chiuda una fabbrica o dove interi sistemi produttivi non vadano in crisi: la FIAT, la mitica televisione Mivar, il polo degli elettrodomestici, la chimica, il manifatturiero, e così via. Dalle grandi, alle medie, alle piccole imprese il sistema non regge.
Siamo nel G8 come paese industrializzato: il termine industrializzato vorrà pur dire qualcosa! Se ci guardiamo intorno non ci sono più industrie e, se non stiamo attenti, anche il termine «grande» può essere solo una nostalgia.
Dopo questo ennesimo colpo inferto al paese, vi chiediamo sinceramente di lasciare la mano agli altri per il bene del paese. I problemi vanno risolti e non bisogna fare come coloro che buttano la polvere sotto il tappeto per nascondere ciò che invece c'è.
Non c'è tempo da perdere. L'invito che il popolo italiano, anche con le ultime elezioni, vi ha dato è di andare via per il bene dell'Italia e degli italiani. Si tratta di una scelta molto chiara e credo che sul decreto-legge in esame si giochi ancora di più la vostra credibilità (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bonito. Ne ha facoltà.

FRANCESCO BONITO. Non so come definire l'atteggiamento del Governo, in relazione al provvedimento che la Camera si accinge a discutere e sul quale il Governo stesso ha posto la fiducia, ma se si volesse trovare una formulazione, con la quale sinteticamente esprimere un giudizio politico, si potrebbe far riferimento al concetto della villania istituzionale, perché a me pare, a noi pare - il «noi» è evidentemente riferito alle forze di opposizione - che quella della maggioranza, e del Governo in particolare, sia espressione di una chiara ed evidente villania istituzionale.
Come possiamo altrimenti giudicare un decreto-legge ampio e complesso, che contiene una serie di normative e di discipline relative ad argomenti variegati e, in modo particolare - di questo mi occuperò -, una serie di interventi novellatori del codice civile, delle norme sulla procedura esecutiva, sulla procedura fallimentare, sulla procedura delle notificazioni, sul diritto di famiglia, sulle separazioni e sul divorzio? Si pone dunque la fiducia su un decreto-legge che tocca normative ampie e di sistema, rispetto alle quali la Commissione giustizia non ha potuto esprimere


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nessun giudizio approfondito, se non quello di un parere espresso in sede consultiva, consumato in pochi attimi. Quindi, ci troviamo di fronte a grandi riforme di sistema, senza che vi sia stato il tempo per affrontarle, esaminarle, giudicarle, emendarle e migliorarle. Tutto questo è stabilito e deciso politicamente - di qui il giudizio di villania - con un decreto sulla competitività. Ma io mi chiedo, per fare solo un semplice esempio, cosa c'entri la competitività con una nuova disciplina sulle separazioni e sul divorzio.
Tuttavia, non è solo questo il rilievo di metodo, giacché poi dalla villania istituzionale si passa al delitto istituzionale, allorché si va ad una premeditata disapplicazione delle leggi e delle regole istituzionali. Può, signor sottosegretario, il Governo eludere le regole sul procedimento di formazione delle leggi? Quale differenza apprezzabile esiste fra eludere una legge o violare la legge stessa? Mi riferisco, signor sottosegretario, all'articolo 1 del disegno di legge di conversione, che è poi l'articolo unico con il quale si converte in legge il decreto-legge. Ebbene, si può in una legge di conversione inserire una legge delega? La domanda è retorica, perché a mio avviso, così facendo, si consuma quello che prima definivo delitto istituzionale.
Lei sa infatti, signor sottosegretario, che esiste una norma, l'articolo 15 della legge n. 400 del 1988, che in modo esplicito ed espresso vieta ai decreti-legge di contenere norme e principi di delega. Ma, si obietta e si opina in contrario - e lei certamente, signor sottosegretario, lo sta facendo in cuor suo - che stiamo parlando di una legge e non di un decreto-legge, giacché la legge di conversione è appunto una legge e non un decreto-legge. Ma questo è un giocare con la terminologia e con le istituzioni! Significa eludere una norma positiva e, a mio avviso, significa altresì violare la norma positiva. E quando questo viene fatto e consumato dal Governo, dai ministri, da una maggioranza politica, la situazione riveste, a mio avviso, i caratteri dell'estrema gravità!
Vorrei occuparmi, signor sottosegretario, anche se so che non è specificatamente una sua materia - ma lei è stato un funzionario assai apprezzato e quindi anche di questo saprà occuparsi con competenza - della delega sul processo di Cassazione.
Secondo Piero Calamandrei, il compito della Corte suprema di Cassazione, stabilito, peraltro, dall'articolo 65 dell'ordinamento giudiziario, è quello di assicurare l'esatta osservanza e l'uniforme interpretazione della legge. Secondo i commentatori, tale funzione si è andata indubbiamente offuscando, nella tendenza, avallata da una parte della dottrina, a considerare superata storicamente la funzione di nomofilachia della Cassazione, attraverso la sua trasformazione in terza istanza. Una tendenza, peraltro, che non solo ha determinato un carico di lavoro tale da paralizzare il corretto funzionamento della Cassazione, ma che si pone in antitesi all'orientamento emerso nelle riforme delle Corti supreme in tutta l'Europa occidentale, tese a selezionare i ricorsi così da limitare l'intervento delle Corti ai casi che presentano questioni di diritto di particolare importanza sul piano della corretta interpretazione ed applicazione della legge.
Il Governo, con la sua delega, fa esattamente il contrario e ne spiegherò i motivi.
Il ricorso ordinario e quello straordinario vengono sostanzialmente unificati, con ciò determinando un ampliamento enorme della platea dei ricorsi che possono essere promossi davanti al giudice di legittimità. Il ricorso straordinario viene presentato avverso provvedimenti che non hanno la veste formale della sentenza, ma della quale hanno i contenuti sostanziali.
Questo ampliamento è stato determinato da un'interpretazione delle sezioni unite della Corte di cassazione che risale ormai al 1952 e 1953 e che, quindi, deve ritenersi ius receptum, come suol dirsi. Ciò nondimeno, il principio di delega introdotto nel provvedimento che sto criticando determinerà un ulteriore ampliamento della possibilità di ricorso straordinario. Si


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avrà un sindacato sulla motivazione, in particolare sulla sua completezza e logicità, in ordine anche ad accertamenti di fatto. Ciò, evidentemente, si pone in controtendenza rispetto all'esigenza, da tutti sentita, di prosciugare i ricorsi proponibili in Cassazione e non di incentivarli.
Inoltre, estendete il sindacato di legittimità, ampliando le ipotesi previste dall'articolo 360, n. 3, del codice di procedura civile e rendete possibile il sindacato di legittimità della suprema Corte anche al fine di interpretare ed applicare i contratti collettivi nazionali. Insomma, la Cassazione che, fino ad oggi, ha operato come giudice delle leggi diventa anche il giudice delle regole rinvenienti dai contratti privati.
È una sorta di ampliamento - forse è quello più grave che si determina con la vostra proposta - non controllato ed incontrollabile delle possibilità di ricorso al giudice di legittimità.
Inoltre, estendete - lo affermate expressis verbis - il sindacato di merito: il giudice di legittimità, come ci hanno insegnato (anche a lei) all'università, deve sindacare l'esatta applicazione del diritto e giammai deve essere un giudice del merito. Voi, invece, prevedete nel provvedimento che il giudice di legittimità possa diventare giudice di merito ed esprimere un sindacato di merito, anche nel caso di violazione di norme processuali.
Il termine utilizzato «anche» è assai significativo, perché ciò vuol dire che sempre il giudice di legittimità può sindacare nel merito e, quindi, finalmente sono state abbattute tutte le barriere: il giudice di legittimità è diventato il terzo grado di giudizio pieno. Negli altri Stati di democrazia avanzata accade esattamente il contrario.
Che dire poi della previsione di meccanismi idonei, modellati sull'attuale articolo 363 del codice di procedura civile, atti a garantire l'esercizio della funzione nomofilattica (quanto è brutto questo termine) della Corte di cassazione, anche nei casi di non ricorribilità del provvedimento ai sensi dell'articolo 111, settimo comma, della Costituzione?
Cosa significa questa arcana dizione? Significa che si può ricorrere in Cassazione sempre, comunque, ovunque e dovunque non già per riformare una sentenza, un provvedimento giudiziale sostanzialmente equiparabile ad una sentenza, ma semplicemente per chiedere al giudice, anche al di fuori di un contenzioso più o meno rilevante, di affermare un principio di diritto.
L'istituto previsto nell'articolo 363 del codice di procedura civile (il ricorso nell'interesse della legge) è storico, antiquato. Voi, questo ricorso nell'interesse della legge, attraverso una formulazione generica, lo affidate alle parti invitando queste ultime a rivolgersi alla Cassazione per chiedere ogni opinione, ogni parere; ditemi voi se questa è una riforma!
Signor viceministro, noi abbiamo una grande e straordinaria tradizione giuridica, che riguarda la storia delle nostre codificazioni. Nel nostro paese l'elaborazione di un codice è sempre stata espressione di una grande attività culturale e giuridica, espressa dai Parlamenti, dalle accademie, dalle università e dagli operatori della giustizia.
Per realizzare il codice di procedura civile del 1940 si è passati per altri 7-8 progetti: il codice Chiovenda, il codice Grandi, il codice Mortara, il codice Carnelutti, il codice Redenti e il codice Rocco. Tutte proposte di codice che sono state discusse, studiate, approfondite per poi giungere all'elaborazione del codice del 1940.
Voi introducete il codice Vaccarella, modificando una norma delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile, inserendo una norma in un decreto-legge sul quale poi ponete la fiducia. Questo è il vostro modo di codificare, per realizzare uno straordinario pasticcio che mai nessuno aveva pensato e concepito.
Quando questo decreto-legge, di qui a poco, sarà legge dello Stato, vi saranno due riti ordinari in materia civile: l'utente avrà la possibilità di promuovere un giudizio per tutelare il suo diritto di proprietà, il suo diritto relativo, la sua situazione giuridica soggettiva o avvalendosi del rito


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ordinario previsto dal codice di procedura civile, ovvero avvalendosi del rito ordinario previsto dal modello Vaccarella contenuto - com'è noto - nella vigente disciplina del diritto societario.
Dove una cosa del genere è stata mai pensata e concepita, signor viceministro? Ma si rende conto di ciò che accadrà nelle aule di giustizia, visto che non si è neanche prevista una disciplina transitoria? State consumando tutto ciò sulle spalle della collettività nazionale e ammantate questo vostro dire normativo con i requisiti dell'urgenza, lo vestite con le forme del decreto-legge e lo giustificate in nome della competitività. Ma quale competitività si può ottenere se il giudizio di Cassazione diventerà impossibile? Al 31 dicembre 2004, secondo le stime fornite dal procuratore generale della Cassazione, sono più di 93 mila i ricorsi pendenti e, dopo la vostra riforma, nel giro di tre anni, i ricorsi pendenti diventeranno 180 mila.
Come si potrà esprimere la funzione di nomofilachia, come potrà funzionare il giudizio, quale competitività avrà il sistema quando le sentenze, che oggi arrivano dopo sette anni, arriveranno dopo 14 anni grazie all'intervento che state operando sulla Corte di Cassazione? Quale competitività vi sarà quando si continuerà a litigare sul rito?
Abbiamo realizzato la riforma del giudice unico di primo grado e, solo con questo, abbiamo eliminato il 30 per cento del contenzioso giurisdizionale che, ahimè, si occupava proprio delle questioni di competenza tra il pretore e il tribunale.
La nostra semplificazione processuale, di procedimento, ha reso possibile un grande avanzamento della qualità del processo.
Voi, oggi, introducendo due riti ordinari a scelta, come se si comprasse un paio di scarpe, introducete uno strumento di distonia e confusione nel sistema nonché di negazione della semplificazione della giurisdizione.
So bene che dovrei chiedere al ministro Castelli, ma tuttavia mi rivolgerò a lei, signor viceministro, affinché si faccia latore di questa nostra appassionata richiesta. Abbiamo un'enorme, straordinaria curiosità: chi ha potuto pensare sciocchezze e fandonie di questo genere? Sciocchezze e fandonie che sono lì ad esprimere la mediocrità di chi le ha pensate e concepite; la mediocrità e l'inidoneità di una classe di Governo che, invece di far progredire il nostro paese, lo affossa sempre di più, giorno dopo giorno (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Duilio. Ne ha facoltà.

LINO DUILIO. Signor Presidente, chiedo scusa, ma mi ha preso alla sprovvista...

PRESIDENTE. Onorevole Duilio, la parola l'ha chiesta lei!

LINO DUILIO. Signor Presidente, intendevo dire che non mi aspettavo che il collega Bonito, giustamente infervorato nel sottolineare alcune questioni che attengono all'etica e alla decenza, stesse già per concludere il suo intervento.
Non vorrei soffermarmi su questi aspetti, ritenendo che il viceministro Vegas, galantuomo per quanto attiene al senso delle istituzioni, sia più vittima che carnefice rispetto alla creatività in materia giudiziaria. Pertanto, vorrei solo soddisfare la mia curiosità intellettuale per poter capire da dove è scaturita una norma che, grazie ad un emendamento presentato dal viceministro Vegas, è stata poi cancellata. Quindi, la curiosità intellettuale riguarda il processo mentale grazie al quale qualcuno ha avuto l'idea di presentare norme che, dal punto di vista squisitamente politico, risultano essere perfino autolesionistiche. Infatti, bisogna considerare che fior di giuristi ed avvocati (come si diceva una volta, uomini di legge) che si richiamano ad entrambi gli schieramenti sono intervenuti per ammonire sull'inopportunità di regalare al nostro paese una vergogna come quella della «derubricazione» del reato di bancarotta


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fraudolenta dal nostro ordinamento, prevedendo per esso una sanzione risibile. Tuttavia, ritengo che la mia curiosità intellettuale sia destinata ad essere frustrata e, quindi, non mi soffermerò più di tanto su questo punto che, invece, ha ispirato l'intervento dell'onorevole Bonito.
Non vorrei neppure intervenire nel merito di alcune originalità presenti in questo decreto, in quanto non sono particolarmente competente; in proposito mi farò istruire dall'onorevole Boccia. In particolare, mi riferisco al fatto che in questo provvedimento sono contenute alcune deleghe. In verità non mi intendo molto di procedimento, tuttavia ritengo che con l'introduzione tramite decreto-legge di alcune deleghe si sia oltrepassato ogni limite, anche se sappiamo quanto poco conti il Parlamento nella situazione attuale.
Invece, vorrei partire da considerazioni più pertinenti, riprendendo il titolo del provvedimento su cui oggi ci troviamo a fare qualche modesta considerazione. Il titolo recita: «Disposizioni urgenti nell'ambito del piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale» (...). Si specifica la locuzione «disposizioni urgenti».
Vorrei ricordare al viceministro che già in sede di esame del Documento di programmazione economica e finanziaria - in illo tempore, come si suol dire, essendo passato quasi un anno - fu detto che con la legge finanziaria si sarebbe tentato di sistemare i conti pubblici, mentre per lo sviluppo sarebbe stato presentato a breve un apposito provvedimento collegato alla legge finanziaria. Di quel collegato si persero le tracce. Si disse che sarebbe stato presentato al Senato, in sede di esame della legge finanziaria, ma se ne persero ulteriormente le tracce, ed oggi non ci troviamo di fronte a un collegato, bensì a un decreto-legge, che peraltro sta scadendo e la cui scadenza sottopone la Camera a una vera e propria umiliazione (non riesco a trovare un termine diverso, egregio sottosegretario, anzi, egregio viceministro, mi hanno detto che è viceministro...).
Si tratta, dunque, di un'umiliazione. Ho vissuto nella Commissione bilancio, come ha vissuto lei, la cerimonia un po' farisaica con la quale sono stati previsti i termini per gli emendamenti, le sospensioni, e via dicendo. Ritengo che, in una logica, come si usa dire, bipartisan, dovremmo fermarci un momento e almeno metterci d'accordo su alcune regole di dignità istituzionale che vanno al di là della dialettica tra maggioranza e opposizione. Sono convinto - e ritengo ne sia convinto anche lei - che dopo aver fatto strame delle istituzioni non vi siano vincitori e vinti, ma soltanto sconfitti.
Ci troviamo ormai in una situazione in cui queste liturgie ipocrite, che peraltro fanno premio sulle promesse che erano state fatte (ci stiamo infatti occupando di disposizioni per lo sviluppo economico, sociale e territoriale), al di là del contenuto, sul quale pure si potrebbero formulare molte osservazioni (mi limiterò a svolgerne alcune), investono una questione pregiudiziale di principio, sulla quale mi auguro che nella parte finale della legislatura, in cui non si è fatto ricorso agli elettori probabilmente per evitarne il giudizio (non ho la sfera di cristallo e dunque non mi avventuro in previsioni, che pure sarebbero legittimate da quello che accade in tutte le consultazioni elettorali da alcuni anni a questa parte), si svolga una riflessione che consenta di recuperare il senso e la dignità delle istituzioni. Lo dico senza intenti polemici: sono un po' triste per ciò che questo Governo sta infliggendo alla Camera.
Peraltro, nel merito, quello che doveva essere un collegato per lo sviluppo ha visto partorire contemporaneamente due provvedimenti che si intersecano fra di loro: un decreto-legge, che viene esaminato mediante una procedura che, attraverso il voto di fiducia, ci impone di approvarlo, evitando ogni possibile discussione, e un disegno di legge, nel corso del cui esame mi auguro siano possibili gli interventi correttivi che non sono stati possibili in occasione dell'esame del decreto. Si tratta di un'ipotesi un po' originale, ma ci credo poco, perché ormai siamo all'evidenza di


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una «dittatura» della maggioranza, secondo la quale si può proporre qualsiasi cosa ma non si cambia nulla. Ma ci proveremo comunque, perché la speme, ultima dea, ci assiste (ancora non siamo ai sepolcri, ma poco ci manca...).
Vengo ad alcune considerazioni di merito. Mi sono soffermato su un discorso preliminare perché, signor viceministro, il nostro paese si trova (mi riferisco agli istituti di rilevazione più accreditati a livello interno ed internazionale) in una situazione che a questo punto non consente più di negare l'evidenza e la realtà, e non consente più di ricorrere a spiegazioni di tipo propagandistico, per cui ad esempio è colpa dell'euro (e deve intervenire il Presidente della Repubblica per dire che forse non è colpa dell'euro, ma vi sono ragioni più sostanziali). In ogni caso, a prescindere da ciò, tutti i parametri che attengono alla nostra condizione economica, di sviluppo, di crescita e finanziaria, sono assolutamente negativi.
Non so se il viceministro abbia avuto modo di leggerlo, ma vi è un documento, molto particolareggiato, che il presidente della Corte dei conti ha presentato alla Camera dei deputati. Si tratta di una relazione assolutamente in linea con tutti i documenti prodotti da altri autorevoli istituti, nei quali si indica una situazione che, se solo volessi ricorrere ad una terminologia poco seria, potrei definire quasi da «suicidio». Al riguardo, non sarebbe il caso di evitare disposizioni che, alla rinfusa, mettono insieme misure differenti? Così facendo - è la mia prima critica - non si lascia intravedere un disegno organico teso al rilancio e alla crescita del paese.
Alcuni sostengono (ad esempio alcuni quotidiani economici, ma lo ha fatto lo stesso ministro Siniscalco) che nel nostro paese vi è un eccesso di patrimonializzazione e, pertanto, per consentire la crescita del reddito, si rende necessario alienare il patrimonio.
Si sono sperimentate delle ipotesi poco apprezzabili, anche esteticamente. Ad esempio, è stato venduto il patrimonio degli enti di previdenza, i cui organismi dirigenti sono risultati spogliati delle loro competenze, in contrasto, con la legge n. 88 del 1989, che concedeva loro l'autonomia. Per descrivere questa realtà, potremmo ricorrere ad una felice formula utilizzata dal presidente di uno di tali enti, il quale ha affermato che la mattina si sono svegliati proprietari per ritrovarsi la sera affittuari. In tale situazione, peraltro, si è registrato anche un contenzioso dello Stato contro lo Stato, dovuto al ricorso al TAR degli organismi dirigenti degli enti previdenziali. Siamo giunti al ricorso al TAR! E questo perché non si condivide un principio in base al quale - per evocare alcuni sociologi contemporanei - si tende ad affermare l'idea di uno «Stato liquido»: si pensa che gli enti debbano vendere gli edifici nei quali lavorano, per poi pagare l'affitto agli acquirenti delle loro sedi, in alcuni casi anche prestigiose. In tal modo si persegue l'obiettivo di fare cassa.
Si può condividere o meno questa impostazione. Personalmente, non la condivido assolutamente: in alcuni casi si alienano beni acquisiti con il contributo che i lavoratori italiani hanno fornito per secoli al nostro paese. A mio avviso, sarebbe almeno opportuno che in Parlamento ci si potesse confrontare su una linea di indirizzo che punti ad alienare il patrimonio dello Stato, ritenuto eccessivo rispetto al prodotto interno lordo. Abbiamo, quindi, appreso che questa è la vostra linea per riportare i parametri sotto controllo, ed ora ne informiamo gli italiani.
Per quanto riguarda la delocalizzazione, noto la presenza di misure non del tutto coerenti con un'ottica liberale. Si tende ora a frenare dei principi che, invece, si sono sostenuti in altra sede: la globalizzazione dei mercati e la concorrenza, nell'ambito delle quali si dovrebbe contrastare ogni tentazione al ritorno delle barriere doganali.
Anche in questo caso, qual è la vostra linea? Per contrastare le notevoli differenze nei costi di alcuni beni prodotti in paesi stranieri, volete introdurre delle barriere a tempo determinato o a tempo indeterminato? Sono queste le misure che, in nome dei principi liberali, intendete


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introdurre? Anche al riguardo è possibile essere d'accordo o meno. Sarebbe, però, interessante che chiariste la vostra linea, piuttosto che immaginare misure di incentivazione delle imprese (come sancito in alcuni articoli del provvedimento al nostro esame), affinché queste non collochino altrove le loro unità produttive. Per quale motivo un'impresa non dovrebbe collocare altrove le proprie unità produttive, quando le condizioni dei costi la spingono ad una tale decisione?
Peraltro, siamo proprio sicuri che, in un'ottica di mercato, e nonostante siano necessarie delle regole, non si debba avviare un ragionamento sul principio di un sistema integrato, in base al quale non esiste più l'azienda paese, ma l'azienda di livello internazionale? Di conseguenza, il nostro operato non dovrebbe essere teso a favorire l'insediamento di strutture complessive a supporto delle attività produttive, affinché sia possibile competere consentendo l'ingresso nel nostro paese anche di una ricchezza intesa in senso più generale? Non lo so, ma anche questo è un discorso che ci sarebbe piaciuto approfondire e sul quale avremmo desiderato confrontarci. Vorrei sapere dal viceministro quando e dove ci confronteremo. Visto che ormai stiamo ballando su un transatlantico (che forse non è più neppure un transatlantico, è diventato un veliero) che sta andando a picco, è possibile che non ci si riesca a mettere d'accordo sulle questioni di fondo che dovrebbero vederci uniti nel cercare di salvare il nostro paese, invece di trovarci a vivere queste cerimonie in cui vi è un deputato in Parlamento sinceramente preoccupato, come tanti, della situazione del nostro paese, che parla ad un viceministro un po' intristito, immagino, in cuor suo da questa situazione?
Sappiamo benissimo che non serve a nulla il fatto che io parli e che lei ascolti, perché è tutto già deciso: voi avete deciso di porre la questione di fiducia e quindi si prescinderà completamente dal contenuto del decreto-legge e continueremo ad andare avanti così!
Mi ero annotato alcuni emendamenti che avremmo voluto discutere se non vi fosse stata la posizione della questione di fiducia: non è la prima volta che ci troviamo in questa situazione.
Personalmente sono ancora in dubbio sul fatto che questi emendamenti dovranno essere trasformati o meno in ordini del giorno (come già accaduto qualche altra volta) solo per consentire a lei, esaminandoli, di dire che l'ordine del giorno sarà accolto o respinto oppure accolto come raccomandazione. Sappiamo bene, infatti, con una battuta che ripeto spesso, che gli ordini del giorno e le raccomandazioni non si negano a nessuno, come le sigarette: non ne sarei molto gratificato! Mi sarebbe piaciuto, invece, discutere sugli emendamenti che riteniamo importanti e che riguardano, ad esempio, la destinazione di quota parte del fondo rotativo per gli investimenti in ricerca, svolti congiuntamente da imprese, università o enti pubblici di ricerca e per altre finalità di pubblico interesse.
La ricerca è un altro capitolo della retorica nazionale sul quale ci intratteniamo in tutte le sedi della convegnistica nell'affermare quanto essa sia importante, come lo sono la ricerca applicata e quella di base; un po' kafkianamente non si riesce mai a capire come sia possibile che siamo tutti d'accordo sul fatto che la ricerca sia importante se poi non riusciamo ad inserire un discorso su di essa nell'agenda delle priorità di questo nostro amato paese per tentare, anche attraverso questo canale, di puntare su una crescita che ci potrebbe far sciogliere quell'enigma che, se fossimo sinceramente appassionati alla realtà del nostro paese, non ci farebbe dormire la notte.
Lei sa meglio di me, caro viceministro, quanto sia necessario tentare di rispondere ad una domanda di fondo: qual è la produzione nazionale di un paese manifatturiero che non ha materie prime né ricchezza nazionale, che possiamo recuperare in termini innovativi per riacquistare le quote di mercato mondiale che abbiamo perso? Lei sa benissimo che siamo scesi dal 4,5 per cento (qualcuno


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dice che siamo al di sotto ormai del 3 per cento): al di là dei numeri, qual è il nostro stigma nazionale dal punto di vista produttivo? Quale è la peculiarità del nostro paese manifatturiero: le rubinetterie del Garda, piuttosto che non il tessile del lecchese e del comasco, piuttosto che non altre produzioni di quel glorioso made in Italy che ci ha consentito di andare sui mercati internazionali e che oggi invece non siamo più in grado di produrre?
In che modo possiamo uscire da questa situazione? Come possiamo fare a produrre ricchezza e quindi a far crescere un PIL sempre più rachitico, che avete già corretto rispetto alle ultime previsioni, portandolo dal 2,1 al 1, 2 per cento, e già qualcuno comincia a vociferare che non sarà nemmeno l'1,2 per cento ma che sarà lo 0,7 per cento? Siamo arrivati ad una situazione economica di vera e propria stagnazione, per non dire altro. In che modo possiamo intervenire?
Anche su questo punto mi sarebbe piaciuto molto ascoltare il Governo, dopo che le varie teste d'uovo, immagino, si saranno scomodate per riferire qualcosa al Parlamento in questo anno di legislatura che, come promesso dal Presidente del Consiglio, sarà un anno di mirabilia (nel discorso del Presidente del Consiglio la fabbrica delle meraviglie si è rimessa all'opera!).
Quale segmento produttivo del mercato mondiale voi ritenete possa rappresentare la nuova peculiarità del nostro paese rispetto ad un made in Italy che, come detto, è oramai obsoleto? C'è, quindi, un'esigenza di innovazione di processo, e c'è soprattutto l'esigenza di innovazione di prodotto che consenta di puntare su nuovi prodotti oltre che su nuovi processi e su un sistema integrato. Sarebbe, inoltre, opportuno svolgere una riflessione sul sistema creditizio che permetta di superare questa condizione un po' penosa in cui ci troviamo, dove le uniche grandi aziende rimaste nel paese sono le banche e le imprese di assicurazione, cioè quelle imprese che dovrebbero mettere a disposizione le risorse finanziarie per far crescere le aziende vere che vendono i loro prodotti sul mercato. Anche su questo aspetto si nutrivano delle aspettative, visto quanto ci avevate promesso con il documento di programmazione economica e finanziaria. Ricordo ancora quello che disse il ministro dell'economia e delle finanze - tutti gli italiani si devono dare da fare - o, parafrasando qualche persona ancora più autorevole - non potremo crescere se non cresceremo insieme -; ma dove? Quando? Sulla base di cosa si può intravedere la possibilità di risollevarci da questa condizione «rachitica» in cui siamo tristemente sprofondati?
Non ci si dica che si tratta di una questione che riguarda l'euro perché, a questo riguardo, potrei ricordare che anche gli altri paesi dell'area euro, sia pure in una condizione di crisi complessiva, si trovano oggi in una condizione che non è certamente uguale alla nostra. Pertanto, anche nella competizione con Francia, Germania, cioè con altri paesi che scontano condizioni di partenza diverse, noi ci troviamo sempre più ad arrancare con la prospettiva di sprofondare nella stagnazione.
Sarei lieto se, nelle opportune sedi e attraverso i mass media, si dicesse, una volta per tutte, che meno male che c'è l'euro. Sottosegretario Vegas, provi ad immaginare che cosa sarebbe successo nel nostro paese se non fosse stato adottato l'euro, che cosa sarebbe successo alla nostra lira se non ci fossimo impegnati in quest'aula con mezzo Parlamento vuoto - lo ricordo come fatto estetico-politico - perché l'allora opposizione uscì sostenendo che così facendo noi avremmo distrutto il paese affermando, inoltre, alle ultime elezioni politiche, che il centrosinistra stava portando il paese al declino e che invece il centrodestra avrebbe portato il paese allo sviluppo. Mi ricordo ancora un frase mitica che, in modo martellante, venne ripetuta dal centrodestra agli italiani: noi vi promettiamo lo sviluppo, faremo crescere il paese, miglioreremo i servizi e diminuiremo le tasse. La fabbrica delle meraviglie si mise all'opera, cosa che sta facendo nuovamente. Voglio sperare che non produca di nuovo l'effetto di


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ammaliare gli italiani che, peraltro, mi pare stiano dimostrando con le ultime consultazioni elettorali che non credono più alle favole. Se noi dovessimo vincere le prossime elezioni politiche, cosa questa che evidentemente mi auguro, gli elementi di preoccupazione non mancherebbero, tenuto conto che non sarà un compito facile mettere a posto la situazione che si è venuta a determinare.
Mi accingo a concludere, mi scuso se talora ho usato un tono enfatico o se ho fatto ricorso in alcuni passaggi alla retorica, era comunque mia intenzione commentare in maniera analitica alcuni emendamenti a mia prima firma ed altri che avevo sottoscritto. Ritengo comunque che il problema non sia rappresentato dall'emendamento A, dall'emendamento B o da quello C. Costituisce, invece, questione di primaria importanza discutere in questa sede, cioè in Parlamento, di come uscire dalla condizione in cui è precipitato il paese. E tale questione richiederebbe, a mio avviso, ben altro che decreti-legge e voti di fiducia.
Mi permetto di concludere il mio intervento richiamando ciò che ho detto all'inizio.
Nessuno di noi è depositario della verità. Perciò, il mio intervento non è fondato sulla presunzione di avere la bacchetta magica o di sapere, sulla base di qualche lettura, come faremo; tuttavia, in questa situazione, possiamo certamente sostenere che non usciremo dalle difficoltà con provvedimenti alla spicciolata, con i conti che traballano, con voti di fiducia e con il Parlamento esautorato.
Il destino del decreto-legge in esame è già deciso, ma io spero che, già a partire dall'esame del disegno di legge sulla competitività, che ci vedrà impegnati immediatamente dopo, si possa invertire la marcia e, soprattutto, che coloro i quali hanno responsabilità maggiori della mia si convincano dell'opportunità di discutere a fondo della situazione gravissima in cui si trova il nostro paese e, magari, di ascoltare un po' di più l'opposizione. Forse, basterebbe semplicemente rileggersi le relazioni di minoranza svolte in questi anni; forse, basterebbe rileggersi ciò che noi avevamo proposto per arrivare, sulla scorta dei fatti - almeno i fatti dovrebbero essere veri -, alla conclusione che anche l'opposizione, forse, ha qualcosa da dire e da suggerire.
Se non andremo verso questa metodologia, che restituisce doverosamente al Parlamento il primato di un confronto nel segno alto delle istituzioni, credo che ci troveremo a celebrare di nuovo le ennesime liturgie, con la conseguenza che, alla fine, non saremo gratificati né noi né voi e, soprattutto, ci perderà il nostro paese. Grazie (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Kessler. Ne ha facoltà.

GIOVANNI KESSLER. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, nonostante i richiami anche recenti del Capo dello Stato a redigere leggi chiare ed a non varare leggi confuse, leggi omnibus, nuove norme processuali hanno trovato posto nel testo del decreto-legge, nonché nel relativo disegno di legge di conversione. Esse sono state inserite in una congerie di disposizioni essenzialmente diverse, attinenti all'economia, in maniera tale da impedire, al riguardo, una necessaria e proficua discussione nel merito.
Le disposizioni sulla giustizia riguardano buona parte dello spettro della materia: si va dalla riforma della procedura civile, di molte norme del processo civile, alla modifica di norme sostanziali di diritto successorio, alla procedura di separazione dei coniugi, alla riforma della disciplina delle procedure concorsuali, alle norme penali sulla bancarotta - inizialmente introdotte (non si sa da chi, perché c'è stata anche una discussione interna al Governo sulla loro paternità) e, successivamente, in virtù dell'emendamento del Governo, destinate a scomparire -, alle norme che riformano in modo penetrante il procedimento davanti alla Corte di cassazione, alle nuove norme (che esamineremo più in dettaglio) per consentire alle


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parti di scegliere il rito con cui celebrare i processi civili. Insomma, ve n'è abbastanza per un intero programma di Governo!
In questo decreto-legge e nel relativo disegno di legge di conversione (lo dico senza esagerazione) è presente altrettanta giustizia (o ingiustizia, a seconda dei gusti) di quella di cui ci siamo occupati in Commissione giustizia nel corso degli ultimi quattro anni; essa è presente in maniera eterogenea (le norme riguardanti la giustizia, infatti, non sono collegate tra di loro da un disegno omogeneo) rispetto al contenuto del provvedimento che comprende materie tutte affatto diverse.
Nonostante le precise disposizioni costituzionali ed i recentissimi richiami, anche per iscritto, del Capo dello Stato al Parlamento sulla necessità di votare le norme articolo per articolo, questo disegno di legge di conversione contiene, nel suo articolo unico, norme tutte affatto diverse che impediscono, non solo il voto, articolo per articolo, da parte della Camera, ma anche un'approfondita, dettagliata ed articolata valutazione da parte dei parlamentari delle singole e diverse materie sottoposte alla loro attenzione. In violazione di una precisa disposizione di legge che vieta al Governo di utilizzare i disegni di legge di conversione di decreti-legge per attribuirsi deleghe (mi riferisco alla legge n. 400 del 1988), il disegno di legge di conversione in esame contiene, nel suo articolo unico, un'amplissima delega al Governo su materie di giustizia diverse tra loro. Tutto ciò, in spregio non solo a norme costituzionali e a precise disposizioni di legge, ma anche alla funzione parlamentare. Le materie riguardanti la giustizia avrebbero meritato un'ampia discussione in Commissione giustizia e in Parlamento ben diversa da quella che abbiamo avuto, compressa in pochi minuti sia in Commissione sia in Assemblea.
Ma, come somma di tutte queste circostanze, che hanno visto il Parlamento umiliato nella sua funzione, poiché è un luogo di confronto e di discussione delle varie proposte, giunge il voto di fiducia che espropria il Parlamento di qualsiasi funzione, anche minimamente emendativa, e toglie al Parlamento la possibilità di una reale discussione. Ci possiamo limitare a questa testimonianza di qualche minuto in un'aula vuota con il Governo presente fisicamente nella persona del viceministro, ma del tutto sordo. Questa situazione umilia, ancora una volta e ancora di più la Commissione giustizia che - lo voglio ricordare - è stata chiamata ad esprimere in pochi minuti e su una materia che la riguardava direttamente solo un parere, perché le Commissioni ritenute competenti sono state altre; esse hanno potuto occuparsi di questo provvedimento in sede referente. Non voglio rivolgere un'accusa alla Presidenza della Camera, probabilmente si è trattato di una scelta necessitata derivante dal difetto fondamentale di questo disegno di legge di conversione, ossia quello di comprendere materie estremamente diverse che impediscono un attento esame da parte della Camera.
Tuttavia, voglio sottolineare l'umiliazione subita dalla II Commissione la quale, per anni, ha discusso, per la verità producendo poco di significativo - ma ciò è addebitabile alla maggioranza, avendo noi sempre dato il nostro contributo ai lavori di tale organo -, solo provvedimenti limitati e specifici; temi pur importanti, ma mai di ampiezza ed importanza confrontabili con la materia che oggi dobbiamo considerare in sede di conversione del decreto-legge in esame. Ebbene, in una siffatta occasione, l'intervento della Commissione si è, invece, concentrato in pochissimo tempo, ai fini dell'espressione soltanto di un parere: non desta, perciò, stupore che neppure i deputati della maggioranza abbiano ritenuto di recarsi in II Commissione per sostenere il Governo, sicché, signor rappresentante del Governo, il testo oggi all'esame dell'Assemblea ha ricevuto un parere negativo da parte della citata Commissione. Commissione, appunto, umiliata dal modo di legiferare seguito dal Governo e da un tale esproprio della funzione parlamentare e della funzione dei singoli deputati (in particolare, di quelli componenti la Commissione alla quale appartengo).


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Se così stanno i fatti, dunque, tale sequela disorganica di singole disposizioni sulla giustizia recherà solo danni; ciò, con riferimento al paese, non solo alla funzione parlamentare. Si susseguono così pretese riforme che, anziché rendere più incisiva la tutela giurisdizionale, andranno nella opposta direzione, restringendo le garanzie, specie in danno dei soggetti più deboli. Proprio per questa ragione, del resto, tali riforme sono state ripetutamente censurate dalla Corte costituzionale, il che avverrà anche per le disposizioni che stiamo ora per introdurre nell'ordinamento.
Voglio riferirmi, in particolare, alle disposizioni circa le quali avevamo presentato proposte emendative che cadranno a seguito della approvazione della questione di fiducia posta oggi dal Governo; penso, ad esempio, alla previsione del tutto eccentrica e anomala della cosiddetta norma «passerella». Si tratta dell'articolo 2, comma 3-ter, lettera a), del testo del decreto-legge, che introduce, tra le disposizioni per l'attuazione del codice di procedura civile, dopo l'articolo 70-bis, l'articolo 70-ter, conferendo la facoltà - per l'appunto, del tutto eccentrica rispetto al nostro sistema processuale e costituzionale (ricordo al riguardo l'articolo 25 della nostra Carta) - di rimettere alle parti di un processo civile la scelta non solo del rito civile applicabile (se quello ordinario o quello istituito dalla recente riforma societaria), ma anche dell'organo giudiziario dal quale la loro causa debba essere giudicata.
Vi rendete conto di cosa avverrà, anche da un punto di vista pratico, economico, organizzativo, di gestione dei tribunali? Tralasciamo pure i grandi sistemi ed i grandi principi, dei quali, evidentemente, non vi curate; ma non esiste la possibilità per le parti, nel nostro sistema, di scegliere il rito decidendo, altresì, se essere giudicati da questo o quell'organo giudicante, dal giudice monocratico o collegiale.
Le conseguenze sul piano pratico saranno davvero devastanti per la giustizia; peraltro, il provvedimento, una volta intervenuta l'approvazione, entrerà vigore il giorno dopo la sua pubblicazione. Quindi, tra pochi giorni, i tribunali italiani in sede civile non saranno più in grado di rendere giustizia, non potendo più organizzare i loro lavori. Infatti, non è indifferente per l'organizzazione dei lavori di un tribunale se, per la decisione di una causa, è competente un giudice in composizione monocratica o un collegio di tre magistrati, ovvero se deve trovare applicazione il rito ordinario o un rito nuovo, quello societario. Rito, quest'ultimo, sulla cui bontà, onestamente, non possiamo pronunciarci, non essendosi ancora sperimentati i frutti. È un rito che deve ancora passare attraverso il vaglio di eventuali censure costituzionali e sul quale deve ancora formarsi una giurisprudenza.
I tribunali non saranno più in grado di prevedere di quante e di quali forze avranno bisogno. Essi dovranno rivedere, ma in maniera imprevedibile, le loro tabelle, vale a dire l'organizzazione dell'impiego del personale di magistratura (cancellieri e via dicendo) necessario per far svolgere le cause civili, poiché tutto sarà rimesso alla volontà delle parti di scegliere l'uno o l'altro rito, l'uno o l'altro giudice.
Ciò devasterà la giustizia civile in Italia più di quanto non lo sia già oggi! Se ci fosse stata la possibilità, su questo come su altri temi, di effettuare un vaglio parlamentare e di svolgere una riflessione, la vicenda sarebbe sicuramente finita in un modo diverso da come, invece, si prospetta. Sono convinto, infatti, che emergerà la necessità di varare un successivo intervento legislativo per porre un rimedio allo sfascio che deriverà dall'applicazione della disposizione testè citata.
Anche in ordine ad altre disposizioni, oltre a quelle già precedentemente richiamate dall'onorevole Bonito, sulle quali non voglio tornare, si rivela lo stato confusionale di questo modo di legiferare da parte del Governo, con le marce in avanti, le marce indietro e le paternità successivamente sconfessate o incerte! Mi sto riferendo al tema del diritto fallimentare. Vorrei segnalare, infatti, che avete presentato una proposta emendativa riferita ad un testo proposto da voi stessi, ed eliminerete


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dalla delega contenuta nel disegno di legge di conversione del decreto-legge in esame - peraltro abusiva, illegittima ed impropria -, che chiedete alla vostra maggioranza parlamentare di conferire al Governo, l'intera parte penale della riforma del diritto fallimentare.
Il motivo non è ancora ben chiarito, ma naturalmente siamo contenti di ciò, poiché avevamo già avuto modo di evidenziare, fuori da quest'aula - perché non ne abbiamo avuto ancora la possibilità, ed anche ora è molto limitata -, la sostanziale depenalizzazione dei reati di bancarotta che vi accingevate ad effettuare, e dunque il danno che avreste inflitto ad un'economia «pulita» e regolata anche da norme penali.
Vorrei osservare, tuttavia, che ciò non basta per tranquillizzare, in qualche modo, la vostra coscienza e per scaricare la responsabilità dell'obbrobrio che stavate per realizzare. Infatti, non ci convince nel merito una delega conferita al Governo per riformare tutte le procedure concorsuali limitatamente alla parte civilistica, lasciando inalterata la parte penale. Non si possono cambiare tutte le procedure concorsuali lasciando immutata la parte penale vigente: è per questo motivo che vi proponevate di riformarla complessivamente!
Se ritirate metà di tale progetto di riforma, però, proponete un rimedio che rischia di essere peggiore del male; il che è tutto dire, poiché ribadisco tutta la nostra contrarietà a quel modo di affrontare la riforma della parte penale, che consisteva in una sostanziale depenalizzazione dei reati.
Ma, se lasciate la parte penalistica (che presuppone una procedura concorsuale scritta anch'essa ai tempi della norma penale) esattamente così com'è, si corre il rischio che, modificando solo la parte civile, ci si ritrovi con una parte penale con essa incompatibile, con fattispecie penali che non si collegano più alle nuove forme di fallimento che prevedete di disciplinare attraverso la delega in oggetto.
A ciò avete pensato? Non era forse più saggio, dal momento che avete compiuto questa repentina marcia indietro, farla completamente su tutta la materia delle procedure concorsuali? Vi rendete conto in quale vicolo cieco rischiate comunque di gettare la giustizia civile e penale in questa materia, visto il mancato coordinamento che si verificherà tra la vecchia disciplina penale e la disciplina civile rinnovata dalla delega governativa?
Questi sono due degli aspetti che volevo rimarcare e di cui ci occupavamo negli emendamenti presentati, tentando di raggiungere un minimo di coerenza e di razionalità, che manca del tutto in questo provvedimento che, anziché contribuire - come affermate - ad incrementare la competitività, servirà - e mi riferisco solo alla parte relativa alla giustizia, che in qualche modo mi compete - ad affossare ulteriormente le speranze di una giustizia funzionante e che sappia dare risposte celeri, sicure e coerenti ai cittadini.
Si tratta, dunque, di un provvedimento che, anziché contribuire ad incrementare la competitività del paese, costituirà un peso ed un ulteriore ostacolo alla stessa competitività. Lasciamo pertanto a voi tutta la relativa responsabilità: a voi del Governo, che così malamente intervenite su questi argomenti ed a voi della maggioranza, che vi inchinate a questa volontà espropriatrice dello stesso Governo (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Carbonella. Ne ha facoltà.

GIOVANNI CARBONELLA. Signor rappresentante del Governo, mi rivolgo in particolare a lei. Al di là dei giudizi già espressi dai colleghi di opposizione sul merito del provvedimento al nostro esame ed al di là del metodo da noi contestato più volte, ossia quello della posizione della questione di fiducia, che non consente di aprire un dialogo tra maggioranza ed opposizione sui contenuti, che caratterizzano questioni cogenti per la vita del paese, voglio richiamare la sua attenzione, perché ciò che prevedeva un emendamento da me presentato all'articolo 5,


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comma 10, ove è prevista la nomina di un commissario ad acta laddove gli enti locali, per inerzia o ritardi, non assumono decisioni in merito, ai più potrebbe apparire quasi una questione di ordinaria amministrazione. Noi riteniamo, invece, assieme a tutti coloro che hanno ben interpretato tale passaggio, che si tratti di una ferita profonda inferta alla democrazia ed all'autorevolezza degli enti locali nel poter decidere il futuro del proprio territorio.
Signor rappresentante del Governo, richiamo la sua attenzione - e voi della maggioranza avrete, in futuro, la riprova di quel che sto dicendo - perché, se la richiesta contenuta nell'emendamento da me citato, che per ovvi motivi non può essere accolta oggi, non sarà riesaminata in futuro, sentirete parlare molto di Brindisi e di Scanzano (che ha una situazione simile a quella di Brindisi). Voi, infatti, come Governo, in barba ai canoni ordinari che regolano la vita democratica del paese, avete costruito - e non ho problemi a dirlo - un articolo «su misura» per un insediamento di carattere industriale, quale il riclassificatore di Brindisi, ubicato nel porto, risorsa incommensurabile da sfruttare, che sarà inevitabilmente e pesantemente colpita. Voi state costruendo una normativa ad hoc per «lor signori» - ossia l'LNG e l'accordo fra Blair e Berlusconi - e ne fate ricadere le conseguenze su un territorio che - ahimè - è già abbastanza saturo di impianti industriali e di insediamenti «calati dall'alto». Tale territorio ospita, infatti, un polo energetico di ben 5 mila megawatt e questa è la dimostrazione che la comunità di quell'area ha già pagato un prezzo molto alto - forse doloroso - per servire tutto il paese.
Perché sostengo che l'articolo 5 è stato fatto su misura? Perché il Governo sa o dovrebbe sapere che, da qualche anno a questa parte, in maniera estremamente democratica, le istituzioni locali si sono espresse al riguardo in senso negativo. Il comune di Brindisi, guidato da un sindaco di centrodestra, la provincia, guidata da un presidente di centrosinistra, e la stragrande maggioranza del popolo brindisino hanno affermato di non volere un simile insediamento in un'area già dichiarata a rischio ambientale e di incidente rilevante; sarebbe un altro insediamento che tarpa le ali ad un modello di sviluppo diverso rispetto a quello tradizionale.
Il Governo e la LNG - in barba alla volontà delle istituzioni, della popolazione e dell'intera comunità, che hanno detto «no» a questo insediamento - trova una scappatoia, individuando la figura del commissario ad acta, quale soggetto che, agendo in sostituzione, assume decisioni che appartengono agli enti locali. Tutto ciò facendosi carico del fatto che, precedentemente, vi era un iter amministrativo, ancorché incompleto, che aveva quasi la parvenza di una concessione autorizzativa positiva.
Allora, vorrei svolgere una riflessione. Premetto che considero assolutamente incomplete e, comunque, non giuridicamente accettabili le autorizzazioni concesse in passato, in quanto vi è addirittura la mancanza di una valutazione di impatto ambientale. Tuttavia, anche se dovessimo ipotizzare che tutto si è svolto a regola d'arte, si deve o meno rispettare la volontà di una comunità? Si deve o meno rispettare la volontà delle istituzioni locali? Si può infierire, proprio in termini di democrazia, su decisioni che spettano ad altri?
L'emendamento che ho presentato, in sostanza, invitava il Governo a sopprimere quell'articolo, lasciando alle comunità locali la possibilità di decidere il tipo di sviluppo che si ritiene opportuno costruire sul proprio territorio. Verosimilmente, si aprirà un contenzioso dal punto di vista giuridico e vi sarà chi utilizzerà strumenti, legittimi o meno, per far valere le proprie ragioni. Certo è che, a breve, vi sarà la prospettiva di una conflittualità sociale ed istituzionale che, obiettivamente, il Governo dovrebbe percepire e recepire, modificando il proprio atteggiamento.
Se a ciò si aggiunge che sia la regione Puglia, quando era governata dall'onorevole Fitto, sia il nuovo governo regionale hanno espresso, in una mozione, la medesima posizione degli enti locali, mi chiedo come sia possibile che il Governo


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centrale possa negare al comune, alla provincia e alla regione la possibilità di individuare per la propria popolazione le scelte migliori, in ragione di uno sviluppo legato alle vocazioni territoriali.
Peraltro, quel tipo di insediamento non lo si vuole (e non è un capriccio) non solo e non tanto perché - come dicevo prima - si tratta di un'area a rischio ambientale e di incidente rilevante, ma perché è ubicata, secondo i disegni della società, all'interno del porto di Brindisi, che vogliamo invece far diventare un volano economico di sviluppo per il traffico merci e passeggeri, senza mettervi un macigno che impedirà nell'immediato futuro il suo sviluppo.
Vi sono ragioni logiche e razionali che dovrebbero indurre il Governo a rivedere questa scelta.
Vi sono ragioni di opportunità e di profonda sensibilità democratica che devono essere tenute in debito conto, se non si vuole - voi sicuramente approverete questo decreto con il voto di fiducia - che da domani si apra una diatriba in termini di conflitti, che è facile prevedere.
Aggiungo, inoltre, che, proprio nelle ultime ore, il presidente della provincia, Michele Errico, ha inviato a tutti i capigruppo della Camera una lettera circostanziata, in cui presenta la cronistoria di questo insediamento e del suo iter non del tutto lineare e la forte volontà espressa negli ultimi tempi dalle istituzioni locali al fine di sensibilizzare tutti i gruppi parlamentari e, quindi, il Governo a svolgere una riflessione rispetto a questa scelta.
Oggi, non avendo la possibilità di votare questo mio emendamento, posso solo mettere in guardia il Governo e sensibilizzare il viceministro, perché la questione di Scanzano oggi può diventare la questione di Brindisi.
Le responsabilità di carattere politico, etico e democratico nel caso in cui queste scelte dovessero permanere ricadranno su di voi e su chi ha voluto che questa situazione si determinasse.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Mantini. Ne ha facoltà.

PIERLUIGI MANTINI. Signor Presidente, onorevole viceministro, siamo dinanzi a un decreto sulla competitività che doveva dare risposte alle difficoltà economiche che il paese sta attraversando e che, peraltro, sono racchiuse in numeri, sui quali non voglio tornare, che preoccupano organismi internazionali quali l'OCSE, l'Unione europea, la Corte dei conti; da ultimo, cito il rapporto di Unioncamere di ieri. Tali cifre evidenziano lo stallo dello sviluppo economico del paese sia che si guardi alla produzione industriale, sia che si consideri il trend delle nostre esportazioni, comparato con quello degli altri paesi europei, e il rapporto deficit-PIL.
Francamente, ci saremmo attesi, anche a seguito della crisi formale di Governo, una linea di politica economica ben chiara. Abbiamo assistito sul piano politico, negli scorsi giorni, ad una pretesa e ad una richiesta, da parte di forze significative della maggioranza, di rivedere il contratto con gli italiani, ossia quei cinque punti che erano stati posti come obiettivi fondamentali dell'azione di Governo e su cui misurare l'azione di Governo stessa.
È stato chiesto di aggiornare e di rivedere quegli obiettivi, anche alla luce delle mutate condizioni internazionali. Francamente, però, non abbiamo compreso come siano andate le cose, perché abbiamo assistito ad un Governo-bis, ma anche ad una riproposizione orgogliosa e testarda da parte del Presidente del Consiglio dei ministri di quel programma, senza particolari correzioni, almeno sul piano della politica economica, con l'aggiunta dei tre punti - quasi dei titoli - che riguardano il Mezzogiorno, la famiglia e il sostegno alla ricerca nelle forme economicamente possibili.
Così poste le questioni, c'è confusione perché forse si vuole fare troppo. Non si provvede alle correzioni richieste e si aggiungono ulteriori punti ed obiettivi. Credo che la sequela delle promesse, in un certo senso anche delle favole, continui. Questo decreto sulla competitività è figlio e frutto di questa confusione, come hanno già detto molti colleghi, anche se contiene alcune misure utili.


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Vi sono misure parziali anche sull'IRAP, che noi stessi abbiamo proposto, e detrazioni per le erogazioni in favore delle ONLUS: si tratta di misure che apprezziamo da tempo. Però, complessivamente, non si intravede né una linea di correzione della precedente politica economica, né un annuncio certo di nuove politiche. Non può dirsi tale, d'altra parte, la misura quantitativa di un miliardo di risorse messe a disposizione in gran parte - all'incirca per il 70 per cento - ristrutturando gli incentivi già esistenti.
Vi sono, inoltre, «fumisticherie»: ritengo sia tale, ad esempio, l'idea di vantare come misura in favore del Mezzogiorno l'aumento della deducibilità da 40 mila a 100 mila euro per i nuovi assunti. Tuttavia, credo che gli assunti a 100 mila euro saranno davvero pochi! Insomma, manca la politica economica nuova che ci saremmo attesi, almeno nelle linee essenziali, e manca anche una correzione di quella precedente.
Non voglio soffermarmi ulteriormente sull'analisi del decreto-legge in esame né sul senso generale dei nostri emendamenti: lo hanno fatto molto bene già altri colleghi. Voglio, invece, soffermarmi sulle riforme che potevano esserci e non ci sono, perché anche queste hanno una grande importanza.
Siamo nella materia della competitività e, francamente, sarebbe stato auspicabile che quel balletto indecoroso a cui abbiamo assistito sulla riforma delle professioni avesse un esito diverso. Quella delle professioni è, infatti, una riforma da tempo matura, su cui anche in questa legislatura si è svolto un ampio dialogo costruttivo tra l'opposizione - in modo particolare la Margherita, che ha presentato alcune proposte di legge, ed il Governo. Abbiamo nostri relatori o correlatori alla Camera, nella X Commissione, per la parte riguardante il riconoscimento delle nuove professioni ed al Senato per la legge quadro sulle professioni. Abbiamo collaborato, e non è certo espressione scandalosa, alla migliore stesura della cosiddetta bozza Vietti-bis. Abbiamo promosso decine di incontri, di seminari, di convegni. Eppure, di tutto il lavoro svolto in un clima sufficientemente maturo rispetto ai contrasti registrati nel passato su tale materia - come è comprensibile che sia quando si riformano settori di così ampia portata - non vi è traccia alcuna in questo decreto-legge e, a quel che si comprende, neanche nel disegno in tema di competitività, di cui vedremo i percorsi e gli esiti.
Si tratta di una riforma mancata, che ha illuso i settori professionali e che - lo ricordo a lei che è attento e competente sui numeri dell'economia - riguarda 4 milioni di persone, cioè una fetta di mercato consistente ed equiparabile a quella del pubblico impiego e del lavoro privato dipendente, ma in più capace di generare già oggi quasi il 20 per cento del PIL. Secondo le previsioni, il 21 per cento circa del PIL espresso dal settore manifatturiero è destinato a scendere, così come negli altri paesi. Ciò deve farci pensare che dovrebbe aumentare il PIL prodotto dai mercati dei servizi dell'economia della conoscenza.
Questa omissione si è accompagnata poi ad un ridicolo balletto, perché prima vi sono state quattro norme inserite nel decreto ad opera del ministro Castelli, peraltro con un forte contrasto con altre parti della maggioranza, e poi un maxiemendamento dello stesso Governo al Senato, da attaccare a quei chiodi (uso l'espressione del ministro Castelli; anzi, il sottosegretario Vietti ha parlato di «rampini» a cui attaccare la riforma al Senato). Quei chiodi erano però cedevoli e, com'era facile prevedere, hanno infatti ceduto ed ora non è rimasto più nulla.
Si tratta di una grave irresponsabilità, che mi permetto di sottolineare, naturalmente anche con la speranza, mai doma, che si possa fare qualcosa di utile nello scorcio di questa legislatura - peraltro, non manca certo la nostra attenzione, né la nostra proposta in questo senso -, sapendo che questa riforma è assolutamente dovuta, necessaria ed utile per una migliore competitività del nostro paese nell'economia delle conoscenze, ma anche per una migliore equità nel paese. Vi sono infatti condizioni, delle quali spesso ci


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lamentiamo in occasione di analisi e convegni, quando parliamo dei knowledgeworker, i nostri lavoratori della conoscenza. Vi sono giovani che, pur essendo nel periodo migliore delle loro energie intellettuali, sono sfruttati e maltrattati nel praticantato.
Vi è quindi bisogno di modernizzare gli ordini professionali, di riconoscere le nuove professioni e di far crescere le società professionali e interprofessionali. Vi è bisogno di razionalizzare gli esami di Stato e di garantire un diritto all'equo compenso per il praticantato. Abbiamo bisogno di quelle misure pro-concorrenziali e ragionevoli, come una maggiore negoziazione nelle tariffe professionali, e una maggiore attenzione per la formazione permanente, altrimenti è ovvio che si generano nuovi contrasti ed anche nuove guerre tra categorie sociali, perché ad esempio si potrebbe dire: tu che sei avvocato o ingegnere, e magari per trent'anni non fai più l'avvocato o l'ingegnere, resti però sempre iscritto all'albo, e a me così chi mi garantisce che fra trent'anni tu sia ugualmente capace di svolgere con professionalità le tue attività e che non diventi piuttosto un pericolo pubblico? Insomma, tutto questo ormai fa parte anche del nostro senso comune e del senso del paese. Sono quindi riforme necessarie, urgenti e da tempo mature, anche ai fini di una maggiore equità tra le categorie sociali, che vogliono e debbono sviluppare la nostra Italia.
Vorrei sottolineare un'altra assenza - o perlomeno una delle misure che forse è più equivoca che utile - in una materia decisiva per la nostra competitività, quella del turismo. Noi, nel corso del procedimento legislativo relativo alla riforma costituzionale, dando prova, credo, di responsabilità - ricordo che Winston Churchill amava dire «preferisco avere ragione piuttosto che essere coerente» -, senza meritare tanto paragone, abbiamo dato prova di incoerenza, cioè di discontinuità, votando alcune modifiche al Titolo V, che il centrosinistra aveva votato nella scorsa legislatura.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE PUBLIO FIORI (ore 17,35)

PIERLUIGI MANTINI. Una di queste modifiche ha riguardato il settore del turismo, perché è giusto che lo stesso non sia abbandonato né alle regioni né, sotto il profilo generale, a se stesso. Già oggi, per la verità, è possibile, anche a Costituzione vigente, prevedere alcune misure, come l'istituzione di un'agenzia nazionale, di tavoli di coordinamento, di cabine di regia (non entro nel dettaglio dei modelli istituzionali, che pure mi appassionano, perché possono essere individuate soluzioni analogamente valide e diversamente nominate), insomma di una regia nazionale, non statale, per una politica che deve essere messa in campo. Qualsiasi Governo, infatti, non può risolvere d'emblée i problemi più seri dell'economia o creare sviluppo in modo magico, ma ha, tuttavia, il dovere di indicare delle linee di marcia, degli obiettivi da raggiungere, di fornire una certa visione, favorendola con la predisposizione di determinate misure. Non è possibile lasciare - come è stato fatto in questi quattro anni - il turismo, uno dei settori principali della nostra economia e anche del modo di essere del sistema Italia, nello stato di abbandono in cui versa.
La risposta che fornite è assai tardiva ed anche equivoca, soprattutto nella parte in cui si prevede la trasformazione dell'ENIT in Agenzia; lo avete fatto con un trattino, avendo inserito nel provvedimento la dizione «ENIT-Agenzia nazionale del turismo», ma non è così che si trasformano i soggetti, gli enti pubblici. Non si prevede, inoltre, nulla per quanto riguarda i periodi di medio termine, gli eventuali commissariamenti, le modalità di tale trasformazione; ma non vorrei soffermarmi su tali aspetti.
Vi è un punto fortemente ambiguo, perché, al comma 8 dell'articolo 12 del provvedimento in esame, si parla esplicitamente dell'ENIT-Agenzia e delle sue società controllate, che opererebbero in materia di turismo sulla base del trasferimento che, con mero provvedimento amministrativo


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il Governo può fare, di risorse finanziarie e tecniche.
L'idea che l'ENIT, trasformata in agenzia, dia vita ad un sistema di società pubbliche che agiscono nel campo del turismo non con funzioni ordinamentali e pubblicistiche, ma esattamente come una comune società che fa business; l'idea di creare, come dire, un sistema bulgaro (se il termine avesse ancora una sua pregnanza), una nuova economia di Stato in materia di turismo, di risolvere i problemi istituendo società di capitale pubblico che operano nel campo del turismo a fini di profitto, spero venga smentita e relegata ai confini di quelle preoccupazioni che doverosamente sono sorte ai parlamentari dell'opposizione. Tuttavia, temo davvero che non sia così e che vi sia un'idea di questo tipo, vale a dire che, per risolvere i problemi del turismo italiano, tutto sommato basta mettere in campo qualche società con capitale pubblico che opera come player nel settore del turismo. Non è di questo che abbiamo bisogno.
Se qualcuno intende procedere in questa direzione, ed il decreto-legge ambiguamente e confusamente lascia intendere ciò, chiedo un ripensamento, perché abbiamo bisogno di tutt'altre cose: mi riferisco ad una cabina di regia per politiche nazionali, ad una maggiore governance, ad alcune misure che riducano il dumping fiscale gravissimo rispetto a paesi competitor più vicini (iniziando da Francia e Spagna), e ad una programmazione vera.
L'onorevole Bertinotti ha inserito tra le proposte per il futuro un ministero della programmazione. Non credo che ciò avverrà; tuttavia ritengo che, in Italia, vi sia bisogno di maggiore programmazione, di non sprecare le risorse disponibili, di azioni vincenti nonché di una politica che si faccia carico di tali azioni. Al contrario, non vi è bisogno di nuove società pubbliche che facciano business con i soldi dei cittadini in materie che devono essere lasciate al mercato.
Potrei soffermarmi su altri punti del provvedimento in esame. La materia della giustizia, ad esempio, ci offre vastissimo campo, ma già molti colleghi sono intervenuti al riguardo e vi è già stato un ripensamento sulla «depenalizzazione» della materia della bancarotta fraudolenta; dunque, mi soffermerò esclusivamente sulla novità dell'estensione della cognizione di merito della Cassazione.
Si tratta di un orientamento grave, che conferma la voglia di non far funzionare la giustizia, soprattutto quella penale. A dire il vero, da parte di questo stesso Governo, ci sono stati già altri tentativi in tal senso, ad esempio quello - collegato alla proposta di legge ex Cirielli - di una diminuzione dei termini di prescrizione, affinché tutti i processi finiscano per prescrizione visto che, ad oggi, solo l'80 per cento degli stessi hanno tale conclusione. In tal modo, si è risolto il problema proclamando una bancarotta in questo caso davvero fraudolenta!
Estendere la cognizione della Cassazione anche al merito significa procedere verso un modello processuale costituito da tre gradi e mezzo, più un quarto e mezzo - considero mezzo grado, nel processo penale, la fase dell'udienza preliminare - che rischia di essere il giudizio della Corte dei diritti dell'uomo con gli effetti da recepire nella nostra giurisdizione.
Un tale processo non può funzionare. Infatti, soprattutto in materia penale, abbiamo scelto il rito accusatorio e, nel giudizio d'appello, la ripetizione delle prove è tecnicamente impossibile, basandosi su prove documentali.
Quindi, francamente dovremmo porci il problema esattamente contrario, ovvero come arrivare al massimo a due gradi di giudizio invece di estendere la cognizione al terzo, sapendo che in questo modo il principio di efficienza e di ragionevole durata del processo, anch'esso contenuto nell'articolo 111 della Costituzione nell'ambito del giusto processo, diventa un obiettivo imperseguibile.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, non intendo aggiungere altro, ma ritengo che le mie poche osservazioni rivolte ad alcuni punti nevralgici, forse solo apparentemente non centrali rispetto allo sviluppo economico e alla competitività - la mancata riforma delle professioni, una


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politica assente o ambigua quale quella contenuta nel decreto-legge in materia di turismo, e le misure in materia di giustizia -, siano ancora una volta il segno di una visione deficitaria sulle priorità del paese.
L'appello che con senso di responsabilità rivolgiamo al Governo è il seguente: recuperate una linea di politica economica e di sviluppo per l'Italia e non travolgete nel vostro inesorabile declino elettorale anche il presente e il futuro del nostro paese.

PRESIDENTE. Nessuno altro chiedendo di parlare, sono esauriti gli interventi per l'illustrazione delle proposte emendative.
Il seguito dell'esame è rinviato alla seduta di domani.

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