Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 619 del 3/5/2005
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(Dichiarazioni di voto finale - A.C. 5141)

PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cento. Ne ha facoltà (Commenti). Perché urlate così?

MASSIMO POLLEDRI. Per entusiasmo!

PRESIDENTE. La prego, onorevole Cento...

PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, vorrei molto brevemente annunciare e confermare ovviamente il voto contrario dei deputati Verdi rispetto ad un provvedimento che, durante gli interventi precedenti, abbiamo già giudicato sbagliato nel merito, negativo per gli effetti che ha sul complesso del nostro sistema penitenziario e sulle relazioni tra il personale che, a vario titolo e con varie mansioni, è chiamato ad operare per l'efficacia dell'articolo 27 della Costituzione (che prevede la finalità della pena, che è tesa alla rieducazione del condannato) e negativo per l'assoluta violazione di quello che dovrebbe essere un principio decisivo del nostro ordinamento.
Si tratta, infatti, di valorizzare, tutelare, rafforzare ed ampliare il ruolo di quanti all'interno del sistema penitenziario lavorano e operano con intenti sociali e di reinserimento civico dei detenuti e che hanno il compito faticoso, spesso condotto in condizioni di grande disagio e difficoltà, di tenere aperta quella cerniera tra istituzioni, condannato e società civile sulla quale si misura la qualità del sistema penitenziario e anche la civiltà di un paese.
Il provvedimento tenta, attraverso una «finta» - perché tale è -, di attribuire un beneficio ampliando le funzioni, le categorie e la quantità dei dirigenti colpendo, in realtà, anche coloro che saranno chiamati a quella funzione, perché non ci sono le risorse economiche e i progetti professionali. Non vi è in nessun atto di questo Governo e di questa maggioranza di centrodestra la scelta di migliorare il sistema penitenziario proprio attraverso la valorizzazione di quelle figure che apparentemente vengono beneficiate dal provvedimento.
Noi siamo convinti che questa delega inserita nell'insieme delle politiche penitenziarie del Governo peggiorerà ulteriormente la situazione nelle nostre carceri.
Siamo convinti che questa delega, inserita nell'insieme delle politiche penitenziarie del Governo, peggiorerà ulteriormente la situazione nelle nostre carceri. Siamo convinti che questa delega sia ancora una volta il frutto di uno scambio interessato che niente ha a che vedere con la risoluzione dei problemi delle carceri, con la valorizzazione delle risorse umane e professionali di quanti vi lavorano, con la necessità di rendere civile il sistema. Queste sono le ragioni per cui i deputati Verdi voteranno in maniera convinta contro questo provvedimento.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Molinari. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE MOLINARI. Signor Presidente, siamo giunti al termine dell'esame di un provvedimento di rilevante importanza che investe direttamente il futuro del nostro sistema carcerario. Come già affermato nella discussione generale e nel corso dell'esame dei singoli emendamenti, la situazione del pianeta carceri in Italia è molto difficile. Non è solo il caso Sulmona a scuotere la pubblica opinione con una serie di suicidi dalla sequenza impressionante, ma è la qualità della vita degli


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operatori e dei detenuti a preoccupare circa l'effettiva sostenibilità della situazione attuale. Vi sono dei problemi contingenti e dei problemi strutturali che ne fanno una miscela esplosiva.
Il ministro, nonostante gli annunci di voler realizzare più carceri, ha conseguito risultati finora del tutto negativi, si è approcciato ai problemi della condizione degli istituti penitenziari sempre con piglio ideologico e giustizialista, per motivazioni presumiamo elettorali, ma per il resto siamo davvero all'anno zero. Anzi, avremmo auspicato che nella crisi di Governo il rimpasto ed il nuovo esecutivo avessero fornito l'opportunità al paese di cambiare il ministro della giustizia, considerata la pochezza dei risultati di questi anni e le conseguenze negative di un conflitto perenne tra il ministro ed i magistrati, tra il ministro e gli operatori della giustizia, compresi i direttori degli istituti penitenziari e gli agenti di polizia penitenziaria.
A questo proposito va sottolineato come, sistematicamente, in ogni legge finanziaria approvata con questo Governo sia mancato qualsiasi piano di investimento sostanziale rispetto all'emergenza carceri. Il nostro sistema penitenziario è sostanzialmente afflitto da due grandi malattie. La prima è la mancanza di risorse: è inutile discutere di carriere, direttori e funzioni se nella maggior parte delle carceri italiane non ci sono i soldi per aggiustare un vetro rotto. La seconda piaga è l'inefficienza e l'appesantimento burocratico, per cui oggi il direttore di un istituto penitenziario non ha alcuna autonomia, neanche per acquistare una lampadina fulminata, perché vi è un eccesso di centralismo a causa della mancata riforma del sistema. Un paradosso per chi immagina le polizie regionali, i magistrati eletti dal popolo ed una devolution esasperata.
Alla prova dei fatti questo Governo non ha inciso se non per la conflittualità che è riuscito a creare nella giustizia, dall'amnistia all'indulto, dalla separazione delle carriere alla mancata realizzazione di nuovi istituti di pena. Queste piaghe producono un sistema malato che continuerà a rimanere tale, nonostante i provvedimenti che questo ed altri Governi dovranno prendere. In questo mondo, troppo spesso dimenticato e rimosso dall'agenda delle priorità, dobbiamo notare non solo l'effettivo malessere dei detenuti, che non vedono rispettati i diritti loro costituzionalmente garantiti, né tanto meno le funzioni rieducative dell'afflizione detentiva, ma anche l'effettivo malessere dei direttori penitenziari, impossibilitati, nonostante il loro impegno, ad adempiere al loro dovere.
Con il provvedimento al nostro esame avremmo potuto compiere un passo in avanti se solo si fosse stabilito, da parte del Governo e della maggioranza, di affrontare nel merito alcune questioni importanti, che per i direttori penitenziari possono essere tali solo se vengono loro riconosciute qualifiche e soprattutto risorse. È innegabile, dunque, che sia aumentato il senso di disagio in cui si trova ad operare la categoria dei dirigenti dell'amministrazione penitenziaria, priva di qualsiasi disposizione legislativa che ne riconosca la specificità, a fronte dell'assenza di interventi volti al riconoscimento giuridico ed economico dell'attività svolta. Sono tantissime infatti le responsabilità che si concentrano su queste figure così poco valorizzate. La legge n. 395 del 15 dicembre 1990 aveva stabilito che al personale in questione fosse attribuito lo stesso trattamento giuridico nonché il relativo trattamento economico spettante al personale dirigente e direttivo delle corrispondenti qualifiche della Polizia di Stato. Con la legge finanziaria del 1998 è stata invece disposta la cessazione della suddetta equiparazione, non riconoscendosi le specificità della figura del direttore penitenziario, operandosi una ingiusta esclusione nei confronti del personale direttivo e dirigenziale della giustizia minorile, a favore del quale nulla è previsto. L'effetto concreto di tale disparità nega il ruolo, nonché il valore sociale ed istituzionale della giustizia minorile, svilendo ulteriormente le professionalità che operano in tale settore.


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Nella sua formulazione, la delega in esame rischia di creare una disparità di trattamento economico e giuridico tra il direttore di un istituto penitenziario per adulti ed un suo collega, direttore di un istituto per minori: il primo sarebbe un dirigente, il secondo solo un funzionario. A noi - ma anche in base ai principi generali di buon funzionamento dell'amministrazione penitenziaria - non sembra corretta e condivisibile tale sperequazione. Tuttavia questo non è il solo punto del testo che non condividiamo e che ci auguriamo venga modificato; ve ne sono degli altri, sui quali abbiamo chiesto un confronto di merito.
Abbiamo condiviso alcune preoccupazioni sollevate dal mondo del volontariato cattolico e laico rispetto al testo giunto al nostro esame, in particolare in ordine all'eccesso di delega che allo stato attuale verrebbe conferita al Governo e che porterebbe alla trasformazione degli uffici degli attuali assistenti sociali in uffici amministrativi. La funzione di tali uffici è importante ed essi non possono subire uno stravolgimento. Per questo motivo abbiamo proposto la soppressione dell'articolo 3, che modifica l'articolo 72 della legge n. 354 del 1975. Si tratta infatti di una funzione che vogliamo salvaguardare da un esercizio della delega che inciderebbe negativamente sulla qualità dell'amministrazione penitenziaria e sulle finalità dell'ufficio attualmente operativo. È stato proprio il Comitato per la legislazione ad evidenziare la sostanziale estraneità del contenuto dell'articolo 3 rispetto al contenuto del provvedimento nel suo complesso, volto appunto a conferire una delega legislativa al Governo e non a modificare, in maniera diretta e quasi di dettaglio, l'ordinamento penitenziario, determinando da subito un trasferimento di competenze da un organismo esistente ed operante, come il centro di servizio sociale per adulti, ad un non meglio identificato altro organismo, semplicemente descritto. Così come previsto dal testo del provvedimento, questa struttura (l'ufficio per l'esecuzione penale esterna) appare una struttura vuota, che nascerà senza tenere in alcuna considerazione il patrimonio di conoscenze e di professionalità di chi attualmente opera nel centro di servizio sociale per adulti.
Questi sono dunque i punti critici di un provvedimento che avrebbe potuto essere migliore rispetto a quello che uscirà dal voto parlamentare. Crediamo che questa proposta di legge sia davvero un'altra ennesima occasione mancata, mentre avremmo potuto lavorare con una maggiore capacità di ascolto; mi riferisco soprattutto al Governo e alla maggioranza. Nonostante ciò, siamo comunque di fronte ad un provvedimento atteso da molti direttori e dirigenti penitenziari. Nonostante quel poco che il provvedimento riconosce, vi è grande attenzione. Per queste ragioni, il voto del gruppo della Margherita su questo provvedimento sarà un voto di astensione (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mascia. Ne ha facoltà.

GRAZIELLA MASCIA. Poiché siamo alla conclusione di una discussione impegnativa, vorrei approfittare di questa mia dichiarazione di voto per sottolineare che si possono avere opinioni differenziate, tra maggioranza ed opposizione, anche sul merito dei singoli articoli. Ho trovato un po' inopportuno l'intervento del collega Cola, quando egli ha fatto riferimento alle politiche del ministro della giustizia. Noi infatti siamo in presenza di un ministro il quale, non solo non riconosce la sofferenza esistente nelle carceri - mi riferisco alle diverse occasioni in cui ha voluto sottolineare come i nostri istituti carcerari sarebbero alberghi a cinque stelle -, ma in questi giorni approfitta strumentalmente anche di vicende drammatiche, come quelle riguardanti questo signor Izzo, per lanciare un'ennesima campagna giustizialista. Confondendo così - non so se per volontà politicista o per tentare di approfittare anche in situazioni così drammatiche di propagande gratuite - vicende


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come queste con la questione dell'amnistia; e se quest'ultima non verrà affrontata seriamente e rigorosamente in quest'aula, certamente non sarà per queste vicende esterne che attengono alla società, ma per altre ragioni politiche.
Quando si determinano confusioni - volutamente o meno -, se le confusioni partono dal ministro della giustizia. Le sue politiche sono gravi anche per le parole che riesce ad usare di fronte a drammi è grave come l'ennesimo suicidio in un carcere come quello di Sulmona. Egli promette misure straordinarie, poi queste misure straordinarie si limitano al trasferimento di detenuti, non riuscendo, neanche in occasioni come queste, a comprendere quale sia il disagio e quali le aspettative di migliaia di detenuti nel nostro paese.
Il ministro non riesce, inoltre, a comprendere l'importanza e l'entità delle risorse da stanziare in termini di personale e di misure concrete da attuare all'interno delle carceri per evitare situazioni come i suicidi che si sono verificati. Non si ha in mente una sorta di politica strutturale da porre in essere con riferimento alla vicenda carceraria. La politica pensata, peraltro non ancora realizzata, di costruire più carceri non risolverebbe il problema (essa attiene, peraltro, ad una concezione della pena basata sulla necessità della detenzione per qualsiasi problema sociale).
Le carceri oggi sono affollate da migliaia di detenuti che sono esclusi da questa società; si tratta di persone che non hanno ricevuto risposta dalle istituzioni, e questa sarebbe, pertanto, l'unica soluzione concepibile da questo ministro della giustizia. È bene, quindi, non citare le politiche di questo ministro, che sono particolarmente vergognose, proprio di fronte ad un'emergenza carceraria che dura da anni e che ha raggiunto elementi di gravità concreti (mi riferisco anche all'aspetto culturale); bisognerebbe avere il pudore di tacere.
Ciò è grave, in una situazione come questa che imporrebbe politiche «alte», perché siamo di fronte ad un provvedimento che non solo non affronta strutturalmente le questioni carcerarie, ma aggrava le situazioni esistenti. Infatti, si registra il disagio non solo dei detenuti, ma anche del personale che lavora in tale contesto (gli organici non sono soddisfacenti, anche di fronte alle situazioni articolate che si registrano nelle varie zone del territorio), e si nutrono aspettative rispetto a coloro che detengono responsabilità maggiori, a partire dai direttori penitenziari a cui spesso è delegata tutta la responsabilità e, persino, la fantasia necessaria rispetto alle misure da individuare per tamponare situazioni drammatiche.
Di fronte a tale situazione, non solo non si pone mano alla questione in termini positivi, ma, addirittura, si interviene con effetti che rischiano di essere davvero deleteri. Lo affermo partendo da alcuni punti di vista che ritengo fondamentali: il primo attiene alla scelta di intervenire con tale provvedimento sullo stato giuridico ed economico dei direttori di carceri e sugli stessi obiettivi che la Costituzione prevede per la pena.
Si interviene sulle materie delegate alla contrattazione collettiva del lavoro, modificando l'ordinamento professionale e riconducendo nell'alveo della legge tutto ciò che riguarda i direttori.
Gli effetti sono duplici: si contraddicono gli accordi con le organizzazioni sindacali, introducendo elementi disomogenei e disparità di trattamento anche rispetto al personale dirigenziale. Si inserisce, inoltre, un elemento discriminante rispetto ai direttori degli istituti per i minori.
Come primo impatto, mi pare che ciò sia sufficiente per affermare che si interviene in una situazione di disagio e di aspettative del personale con misure che possono provocare ulteriori conflitti e contraddizioni.
È stato già sottolineato il fatto che vi sono una serie di domande irrisolte relativamente alla copertura finanziaria di questo provvedimento. La cosa certa è che vi sarà una promozione automatica di 570 direttori di istituti penitenziari al ruolo di


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dirigenti penitenziari, ma almeno 200 non potranno effettivamente ricoprire l'incarico che gli verrà riconosciuto.
Chi conosce le dinamiche sindacali o, comunque, quelle che attengono all'organizzazione del lavoro, sa che questi elementi possono determinare non effetti positivi, ma conseguenze molto pesanti, anche dal punto di vista dell'efficacia dell'organizzazione del lavoro, nonché frustrazioni sul piano professionale.
L'altro aspetto sul quale abbiamo insistito - che vale la pena di ribadire in sede di dichiarazione di voto finale - è che, in questo vuoto politico di intervento, con l'inserimento di ulteriori politiche repressive volte esclusivamente ad emarginare, rinchiudere ed escludere a priori possibilità di riscatto sociale, si interviene sul sistema dei circuiti alternativi al carcere, smantellando di fatto i centri di servizio sociale del Ministero della giustizia. Le preoccupazioni a tale riguardo sono state più volte richiamate, vale a dire il rischio concreto di trovarsi di fronte ad uffici di mero controllo e non a strutture di vero e proprio aiuto sociale, snaturando professionalità e finalità istituzionali.
Ritengo che queste siano ragioni più che sufficienti ad esprimere una forte critica nonché un'accusa di irresponsabilità, dunque esprimeremo un voto contrario sul provvedimento in esame (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Acquarone. Ne ha facoltà.

LORENZO ACQUARONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, chi volesse affrontare in modo serio il problema della riforma della nostra burocrazia dovrebbe riconsiderare il problema della dirigenza, che, negli ultimi anni, ha subìto una serie di riforme che hanno complicato le cose anziché semplificarle. È ciò, per la verità, è in gran parte responsabilità di questo Governo, ma anche dei Governi che lo hanno preceduto.
Siamo passati da fasi di esaltazione, nelle quali il dirigente era l'unico responsabile degli atti degli enti locali e dell'amministrazione, lasciando al politico soltanto le facoltà di indirizzo e di programmazione, a fasi nelle quali, attraverso lo spoil system, il dirigente ha perso molti dei suoi poteri. Quindi, sarebbe necessaria una seria riforma della dirigenza, che riguardasse tutta l'amministrazione.
Per tale motivo il presente provvedimento non può considerarsi soddisfacente, riguardando un settore significativo, importante, ma isolato. D'altra parte, all'interno del testo in esame, vi è sicuramente qualcosa di utile; dunque, nonostante la mancanza di unitarietà di visione, il nostro voto non sarà contrario, ma di astensione.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Amici. Ne ha facoltà.

SESA AMICI. Signor Presidente, abbiamo iniziato la discussione in aula con la speranza che l'esame degli emendamenti potesse trovare un punto di ascolto legato all'organicità del provvedimento e alle questioni oggetto della discussione.
Tale speranza era fondata su tre elementi certi emersi durante il lavoro svolto in sede di audizioni dalla I Commissione: l'aver ascoltato i direttori delle carceri, le organizzazioni dei lavoratori, nonché l'ordine degli assistenti sociali, che concorrono a definire il sistema carcerario.
Pertanto, nutrivamo la segreta speranza - e sotto questo aspetto concordo con l'onorevole Acquarone - che il provvedimento potesse affrontare la questione in maniera non isolata, secondo le linee di una riforma che riguardasse più soggetti. Infatti, il provvedimento non parte da un pregiudizio verso la dirigenza e verso i direttori delle carceri.
Tuttavia, nella realtà ci siamo trovati di fronte ancora ad una volta alla linea di condotta che ha contrassegnato nel corso dei lunghi quattro anni di legislatura la cultura politica dell'attuale maggioranza. Mi riferisco alla logica di intervenire sulle questioni che riguardano la dirigenza e


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l'insieme della varie articolazioni dell'amministrazione dello Stato tramite un'opera di spezzettamento; di volta in volta si interviene in singoli settori, evitando di adottare una linea più generale e licenziando invece provvedimenti che sembrano più correre dietro alle richieste, ai desideri e alle ambizioni (magari anche giuste) dei richiedenti. Tale logica contribuisce ad immettere nel sistema non certo elementi di chiarezza, bensì di confusione. In proposito, onorevoli colleghi, basterebbe ricordare un provvedimento omnibus all'interno del quale si intendeva far passare per la dirigenza la differenziazione tra prima e seconda fascia, non tramite concorsi, bensì tramite il ripristino della cosiddetta carriera di anzianità.
Ebbene, se tutto questo appartiene ad una logica, ad una cultura e ad un disegno politico, ritengo che oggi abbiamo l'opportunità unica di esprimere voto contrario al provvedimento in oggetto, così come farà il gruppo dei Democratici di sinistra. Tale voto è motivato da tre considerazioni molto nette che abbiamo cercato di presentare in maniera ragionevole durante il dibattito.
Innanzitutto, mi riferisco allo spostamento determinato dalla messa in discussione dei decreti ministeriali emanati in seguito al decreto legislativo n. 146, così come ricordato da ultimo dall'onorevole Mascia. Ebbene, tramite quei decreti attuativi si sarebbe potuto dare certezza ai 360 posti di dirigenza di seconda fascia, destinati agli uffici del dipartimento, così come risulta dall'elenco previsto dallo stesso decreto legislativo. Tale dotazione avrebbe consentito di ricoprire i posti di direzione presso gli istituti, i centri, i servizi territoriali nonché i posti di funzione dell'amministrazione centrale decentrata, fatta salva ogni diversa ipotesi di distribuzione tra le varie articolazioni amministrative.
Al contrario, con questo provvedimento avete deciso di portare la dirigenza penitenziaria a 570 posti. Tuttavia, non si tratta dell'unico motivo di contraddizione, perché un ulteriore elemento contraddittorio consiste nel fatto che 200 dirigenti ricompresi nei 570 posti risulteranno senza incarico e senza funzione. Tale situazione premierà all'interno dell'amministrazione il «burocratismo», ovvero un elemento che frena invece di favorire un processo davvero riformatore. Ciò inoltre darà vita ad ulteriori elementi di forte conflittualità perché si è agito con un meccanismo che premia un solo aspetto della dirigenza penitenziaria, non tenendo conto dei processi già avvenuti e che avrebbero richiesto ben altre soluzioni e ben altri interventi, ma soprattutto una differente articolazione.
Tuttavia, non vi siete limitati a questo, perché il provvedimento contiene un altro elemento da noi ritenuto fortemente negativo. Infatti, collocando la dirigenza penitenziaria in un'area contrattuale autonoma avete messo in discussione l'elemento della contrattazione del lavoro collettivo. Anche in questo caso non siamo innamorati delle formule; tuttavia, dietro a quell'elemento era presente un idea assai precisa di come si regolano i rapporti di lavoro. Infatti, non si possono immettere nell'articolazione dello Stato e in comparti della sua amministrazione di volta in volta elementi che tendono a separare e a dividere. Inoltre, così facendo, si conferisce nuovamente al Governo un ruolo a noi avviso improprio. Infatti, non si affida all'Esecutivo l'unico vero compito che dovrebbe spettargli, ovvero il reperimento delle risorse, bensì la possibilità di intervenire tramite la contrattazione di tipo salariale e di definire le funzioni di tipo amministrativo.
Il secondo elemento estremamente negativo, che abbiamo già sottolineato non soltanto in modo enfatico ma con grande passione civile, è costituito dalla questione dell'articolo 72, che pone effettivamente problemi relativi all'insieme di un'idea diversa, nell'ambito della discussione sul sistema carcerario. Come ho già sottolineato intervenendo a favore dell'emendamento soppressivo, non votiamo contro soltanto perché spinti da una richiesta del mondo esterno, ma perché quel mondo esterno, al quale riconosciamo autorevolezza e serietà, ha posto temi e questioni


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che rimangono nella loro interezza e che si aggravano, anche alla luce di alcune considerazioni svolte dai colleghi della maggioranza.
Non basterà a quelle professionalità e a quella idea che nel tempo si è articolata fra vari soggetti sulla questione del mondo carcerario, la semplice rassicurazione di un ordine del giorno. Non sarà sufficiente, perché non sono chiare le finalità e perché alle questioni nominalistiche, di cambio di nomi, corrisponde una sostanza e una cultura politica, e risiede in questa cultura politica il problema di quale ruolo nell'esecuzione della pena esterna debba rivestire la questione della socialità e dunque della capacità di stare dentro quei processi, in un percorso di accompagnamento. Tale problema resta affidato alle nostre coscienze e alla nostra responsabilità politica.
Abbiamo chiesto che su tali questioni fosse la politica ad intervenire, e non soltanto gli interessi corporativi. Ci eravamo illusi che forse su una questione così complessa anche nella maggioranza vi fosse attenzione all'idea di governare sul serio i processi e di smetterla di immettere in questo paese elementi di divisione e di conflittualità sociale. Ancora una volta, avete dimostrato sordità, ed è la stessa sordità con la quale vi avviate ad approvare un provvedimento - come sanno anche coloro che oggi lo salutano con l'astensione - la cui copertura finanziaria è fortemente a rischio, anzi, ancor peggio, è affidata al monitoraggio dei decreti attuativi. Attenzione: così il nostro paese non cresce dal punto di vista giuridico, così si accentua la distanza fra classe politica e classe governata. Ma proprio per questo, quei soggetti oggi vi guarderanno con maggiore responsabilità e vi chiedono atti giuridici seri: un esplicito riferimento agli oneri finanziari riguarda la dignità di questo paese nell'esercizio della funzione legislativa.
Tutto ciò, a nostro giudizio, è motivo più che sufficiente per esprimere un voto contrario (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo e di Rifondazione comunista).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cola. Ne ha facoltà.

SERGIO COLA. Signor Presidente, se gli interventi dell'onorevole Mascia e dell'onorevole Cento fossero stati sottoposti alla valutazione di una commissione d'esame l'esito sarebbe stato inevitabilmente di insufficienza, perché manifestamente fuori tema!
Tuttavia, non intendo non raccogliere le osservazioni e le richieste di chiarimento dell'onorevole Mascia. La mia attività professionale mi porta, con grande gioia e felicità, nella direzione di un garantismo che è consono, a mio modo di vedere, alla civiltà giuridica, che in Italia, per la verità, è sedicente, per numerosi motivi che non starò a ripetere. Nessuno più di me, che conosce un addetto ai lavori, ha a cuore la condizione dei detenuti e la loro rieducazione. Tuttavia, onorevole Mascia, quando ho fatto riferimento - lei era evidentemente disattenta - al ministro intendevo richiamare un dato inequivoco (Commenti del deputato Mascia). Il ministro si è infatti distinto particolarmente, a differenza della sinistra nei cinque anni di Governo dal 1996 al 2001, per la realizzazione di un piano, peraltro eseguito parzialmente, di edilizia penitenziaria, raggiungendo risultati encomiabili: ritengo ciò sia il presupposto affinché l'esecuzione della pena possa attuarsi nel migliore dei modi.
Ho visitato, in questo periodo, insieme ad altri esponenti del comitato che si occupa della materia carceraria, alcune strutture penitenziarie abominevoli, veramente indecenti! L'azione del ministro, a mio avviso, è andata nella giusta direzione: porre fine a situazioni vergognose.
Ho, poi, ribadito l'estraneità dal tema di alcune affermazioni, anche perché, onorevole Valentino, il testo oggi al nostro esame (proposto da un glorioso rappresentante della destra calabrese, il senatore


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Meduri) ha ad oggetto non le condizioni carcerarie o il trattamento dei detenuti, ma, piuttosto, la disciplina dell'ordinamento della carriera dirigenziale penitenziaria. Non v'è altro!
Ma perché si è dovuto porre mano a tutto ciò? Perché con la legge n. 335 del 1990 si era pervenuti all'equiparazione dello stato giuridico ed economico del personale dirigente dell'amministrazione penitenziaria con quello del personale dirigente e direttivo delle corrispondenti qualifiche della Polizia di Stato. Chi ha fatto sorgere il problema, inducendo questo Governo a riesaminare tale tematica? L'Ulivo che ha governato dal 1996 al 2001, il quale, con un provvedimento del 1998, ha cancellato, di fatto, questa sorta di parificazione. Abbiamo, quindi, posto mano esclusivamente a questo meccanismo, che ha rappresentato un gratificazione - non va dimenticato - per i direttori penitenziari, i direttori di ospedali psichiatrici e giudiziari e i direttori del servizio sociale: tre figure che rivestono un'importanza eccezionale, vitale nel contesto carcerario. Ben lo sa chiunque abbia verificato lo stato d'animo di un direttore di un carcere a fronte di un suicidio o di una rivolta in una struttura penitenziaria. Quante inchieste sono state avviate nei confronti di chi svolge delicatissime funzioni! Ebbene, sarebbe stato estremamente iniquo non riconoscere loro questa gratificazione. Pertanto, non abbiamo fatto altro che rimuovere questa iniquità, di cui si era resa protagonista la sinistra nel 1998 (il ministro era Fassino).
Inoltre, dovremmo circoscrivere il dibattito a questo ambito, altrimenti, se lo estendessimo all'intero mondo dei problemi di carattere penitenziario, non la finiremmo mai!
È indubbia la presenza di una modifica che può riguardare, solo formalmente, l'esecuzione della pena. Tale modifica, però, non è stata frutto di un'iniziativa del Governo, ma del Senato, senza che la sinistra opponesse alcuna obiezione. Evidentemente, i senatori, più esperti e, magari, più saggi, hanno ritenuto che siffatta modifica non comportasse quella prospettata tragedia, quel terremoto, paventati irrazionalmente e demagogicamente in quest'aula. Anche tale aspetto, pertanto, mi sembra superato.
L'altro elemento, denunciato dall'onorevole Cossiga, rappresenta un falso problema: l'abolizione totale di autonomia dei servizi sociali. Tant'è che si è posto riparo ad una possibile distorta interpretazione in tal senso, esplicitando che gli articoli da 73 a 78 della legge n. 354 del 1975 rimangono in vigore. Ricordo che si tratta di quegli articoli che regolano la piena autonomia e la funzione dei servizi sociali. Vogliamo fermarci qui? Vogliamo proseguire?
Sono sicuro, lo dico da garantista, coerente con la mia impostazione professionale e di vita, che una sollecitazione al Governo sarà necessaria in fase di emanazione dei decreti legislativi. Ove mai vi fosse qualche dubbio, il Governo, attraverso il nostro invito, si farà carico di esplicitare che i servizi sociali, il volontariato, gli enti pubblici, gli enti locali, non saranno toccati dall'introduzione delle disposizioni recate dall'articolo 3 del provvedimento in esame.
Allora io dico senza falsi allarmismi: rimaniamo con i piedi a terra, facciamo meno demagogia, facciamo capire la verità agli italiani che, purtroppo, anche per nostro demerito non sappiamo informare bene e vengono informati da voi in modo distorto.
Per tali ragioni siamo favorevoli a questo provvedimento.

PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Saluto gli studenti della 4 ginnasio e della 1 liceo scientifico dell'istituto Giuseppe Garibaldi della Maddalena, che stanno assistendo ai nostri lavori dalle tribune, accompagnati da don Sandro Serreri (Applausi).

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