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ROBERTO DAMIANI. Signor Presidente della Camera, dal 1993 impegnato nella gestione amministrativa della città dove sono nato e nel cui ateneo ho profuso oltre tre decenni di impegno didattico e di ricerca, nel maggio 2001 sono approdato in questo ramo del Parlamento grazie all'intesa elettorale tra l'Ulivo, segnatamente la Margherita, e la lista civica che mi annovera tra i suoi fondatori.
Nel corso della campagna elettorale avevo esplicitamente dichiarato che, in caso di elezione, mi sarei iscritto al gruppo Misto, per conservare anche alla Camera dei deputati l'indipendenza di giudizio e la libertà di azione che ritengo essere l'unico specchio credibile di una reale civicità. Pur riconoscendomi nell'area del centrosinistra, non avrei così esitato ad appoggiare con il mio voto tutte le iniziative che, assunte dalla maggioranza di centrodestra, fossero a mio parere andate nella direzione del superiore bene della comunità.
A quattro anni dall'insediamento, mi rammarico che le occasioni offertemi siano state scarse, episodiche, marginali. Intendo le occasioni di aderire convinto, non le occasioni di voto. Ma può un cittadino comune, che si onora di rappresentare cittadini altrettanto comuni, condividere scelte che sanciscono odiosi privilegi o sfacciate impunità? L'assioma machiavellico che vuole le ragioni di principio «altre» rispetto alle convenienze politiche non si adatta a una democrazia moderna.
Una democrazia moderna deve invece fondare su regole che assicurino uguali diritti, equità, giustizia. Quest'aula, al contrario, è stata troppo spesso percorsa dal sospetto che nuove norme venissero proposte e approvate in funzione di interessi specifici e particolari. E non è un mistero che questa opinione, espressa in maniera talvolta clamorosa dall'opposizione, sia stata e venga condivisa anche da gran parte della maggioranza, senza tuttavia che essa abbia trovato la forza di sottrarsi al gioco della complicità, salvo nei casi di voto non palese, autentica spina nel fianco di uno schieramento privo di un efficace collante politico, portatore di valori troppo in distonia tra essi per poter cementare un'efficace azione di governo, quindi esposto ai capricci e ai ricatti delle sue varie anime.
Parafrasando Scipio Slataper, mi dichiaro deluso come cittadino italiano, come parlamentare, come triestino.
Come cittadino italiano sono deluso perché, malgrado l'operazione di lifting alle pensioni minime e la riduzione di determinate aliquote IRPEF, il potere di acquisto è sceso dal 2001 a oggi del 40 per cento effettivo. Ciò significa che il Governo appena consegnato agli annali, senza rimpianto alcuno, lascia in eredità un paese più povero o, per meglio dire, un paese con più poveri.
Come parlamentare sono deluso della sostanziale assenza di dialogo tra i due schieramenti. Con un'ampia forbice a suo vantaggio, la maggioranza avrebbe potuto stabilire un rapporto più fervido con gli esponenti dell'opposizione, invece di arroccarsi dietro strumenti legislativi che non prevedono l'esercizio della doverosa dialettica parlamentare. Ne è illuminante esempio l'improvvido ricorso alla legge delega sull'università, per sottacere l'impudicizia del maxiemendamento all'ultima finanziaria.
La maggiore delusione mi viene tuttavia dall'essere in quest'aula come rappresentante pressoché impotente di Trieste. Risuonano nitide nella mia memoria le promesse degli esponenti del centrodestra nella campagna elettorale che nel 2001 consegnò loro la città, la provincia e una maggioritaria rappresentanza parlamentare. Fu sollecitato, e ottenuto, il voto degli esuli istriani, fiumani e dalmati, con la prospettiva di porre fine al lungo capitolo dell'equo indennizzo per i beni abbandonati, quando addirittura non con il miraggio di una loro restituzione. Si dice che il Presidente del Consiglio ami le barche. Evidentemente ama anche le promesse da marinaio. Altrettanto nitida è la memoria dei grandi manifesti che assicuravano a Trieste, in caso di successo della Casa delle libertà, un futuro di autonomia amministrativa sul modello di Trento e Bolzano. Su questa ipotesi il pudore ha sconsigliato la maggioranza persino di andare al confronto, sebbene il problema esista ed esiste la netta percezione che non può essere risolto con uno slogan.
Agli elettori l'allineamento dei pianeti (centrodestra al governo del paese e della città) venne presentato alla stregua di una panacea risolutiva dei tanti problemi provocati alla Venezia Giulia dalla sua antica condizione di terra di confine, mutilata a seguito delle vicende belliche, costretta a sopportare più gioghi militari stranieri, colpita nei suoi interessi vitali dallo scioglimento di quell'impero sovranazionale di cui Trieste era stata fiorente sbocco sul mare.
Cara al cuore di tutti gli italiani, Trieste. Salvo di chi ci governa. Altrimenti non si spiegherebbe la soppressione del Fondo Trieste proprio nel momento topico in cui l'ingresso della Slovenia nell'Unione europea mette a dura prova la sua già modesta fisionomia economica. Altrimenti non si spiegherebbe il fatto che le risorse per Trieste non si trovino, mentre si trovano per provvedimenti costosi, quanto superflui, che riguardano altre aree del paese. E mi riferisco in particolare non ad aree arretrate del meridione, verso cui va tutta la nostra solidarietà operante, ma a zone presidiate da una forza politica che, a onta della sua dimensione elettorale, indirizza in maniera sempre più vistosa e negativa l'azione della Presidenza del Consiglio.
Signor Presidente della Camera, lo scorso 26 ottobre Trieste ha ricordato con commozione intensa i cinquant'anni del suo secondo ricongiungimento alla madrepatria. Il Parlamento ha varato, nella circostanza, su proposta del collega Menia, un provvedimento che ha consentito di finanziare una serie di iniziative che adeguatamente sottolineassero la ricorrenza. Ebbi a sostenere in quei giorni che si trattava di un riconoscimento il quale, mancando adeguata attenzione ai problemi reali della città in sede di finanziaria, avrebbe assunto la connotazione di un risarcimento. Mi duole essere stato buon profeta.
Tutto ciò premesso, il mio voto sarà convintamente negativo.
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