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LUIGINO VASCON. Il disegno di legge che ci apprestiamo ad esaminare è, a mio avviso, un buon disegno di legge. Anche se....
Un progetto che può anche essere corretto ma che, comunque, vale la pena di approfondire con la massima serenità, che la maggioranza cerca.
E questo, nonostante la massiccia e provocatoria campagna stampa orchestrata a chiari fini elettoralistici dall'onorevole Pecoraro Scanio, spalleggiato da qualche giornalista di chiaro stampo animalista.
In questi ultimi giorni, infatti, si sta assistendo con sgomento sempre maggiore, ad una assuma escalation di menzogne spudorate e destituite di ogni fondamento.
Bastino, come esempio, gli articoli apparsi su L'Espresso in edicola questa settimana e su La Stampa, quotidiano che finora sembrava esente da atteggiamenti di estremismo nei confronti della caccia.
Scopo principale di questo assalto è bloccare la democratica discussione di un pacchetto di norme che intende aggiornare la legge nazionale in materia di prelievo venatorio (la n. 157 del 1992).
Tale legge risale ai primi anni Novanta e oggi, soprattutto con la modifica del Titolo V della Costituzione che attribuisce nuove competenze alle regioni, ma anche per le mutate condizioni ambientali sia in Italia che in Europa, necessita di alcune modifiche.
Sia però chiaro che tali modifiche non incidono assolutamente sui principi irrinunciabili che la legge n. 157 del 1992 ha fissato. Primo fra tutti, il carattere pubblicistico della fauna selvatica che è, e resta, patrimonio indisponibile dello Stato.
In effetti, il testo unificato delle proposte di legge di cui è relatore l'onorevole Onnis, non è altro che una «summa», ampiamente dibattuta e opportunamente mediata, di ben dodici progetti, presentati nel corso del tempo, da parlamentari appartenenti ai più diversi schieramenti politici.
La prima menzogna, infatti, è proprio quella di voler etichettare a tutti i costi la proposta di legge Onnis come un progetto appartenente all'area del centrodestra, mentre, al contrario, è il frutto di un lavoro assolutamente trasversale a tutti gli schieramenti politici.
La manifesta malafede di alcuni giornalisti appare poi evidente quando si afferma che, con le nuove norme che, lo ricordiamo, potrebbero subire modifiche anche sostanziali nel corso del dibattito parlamentare, l'attuale legge verrebbe smantellata per consentire «la caccia di notte», «la caccia nei parchi», «il prolungamento di circa due mesi dell'attività venatoria», il «sensibile aumento delle specie cacciabili» e la «depenalizzazione dei reati».
Nulla, in queste affermazioni, corrisponde al vero.
In realtà, nella proposta di legge in questione si prevede di adottare i limiti temporali che l'Unione europea, attraverso il documento ORNIS, fissa per alcune specie.
Ebbene, secondo tale documento scientifico, un prelievo venatorio limitato ad alcune specie è possibile per alcune decadi di febbraio.
Un'altra menzogna spudorata è, infine, quella che spaccia la depenalizzazione di alcuni reati venatori come una vera e propria non punibilità.
Ciò che prevede la bozza Onnis riguarda, invece, la punizione di alcuni reati attraverso sanzioni amministrative.
Un cambiamento perfettamente allineato a quella generalizzata semplificazione del sistema penale italiano, che equivale ad una maggiore semplicità e rapidità dei procedimenti.
In altre parole, l'abbattimento involontario di uno storno non dovrebbe essere punito con l'arresto, visto che ben altri reati godono, purtroppo, di tolleranze sicuramente maggiori.
Senza dimenticare che la sospensione della licenza di caccia, anche per periodi molto lunghi, rappresenta sicuramente una pena congrua e, allo stesso tempo, un deterrente molto valido.
In buona sostanza, ciò che mi preme sottolineare è che su questa semplice e legittima richiesta di dibattito politico si sia alzato un immotivato polverone che ha finito, ancora una volta, per gettare discredito e offese su una categoria di cittadini che si sta invece adoperando in un silenzioso e insostituibile lavoro quotidiano in favore dell'ambiente e non solo della fauna selvatica.
Basti infatti pensare ai corsi realizzati per formare cacciatori esperti nell'avvistamento e nella lotta agli incendi boschivi.
Il prelievo venatorio rappresenta una attività umana consentita in ogni paese; un esercizio che va regolamentato secondo rigorosi criteri scientifici sopranazionali e che non può essere lasciato in balia degli isterismi animalisti particolarmente seguiti nel nostro paese.
Concludendo, ritengo che una società civile e democratica non possa e non debba aver paura di un sereno e democratico confronto parlamentare che può e deve affrontare problematiche anche complesse come la caccia.
Pertanto, nel ribadire con la massima fermezza che le modifiche alla legge n. 157 del 1992 si possono serenamente discutere, senza subire i ricatti di una disinformazione sguaiata e arrogante, confermo tutta la mia fiducia nelle istituzioni democratiche del nostro Paese e nei confronti di tutti quei colleghi, appartenenti alla quasi totalità degli schieramenti politici, che stanno lavorando, con coraggio e coerenza, in difesa degli interessi legittimi dei cacciatori italiani e di un esercizio venatorio corretto e rispettoso delle direttive comunitarie.
Per quanto riguarda le modifiche della legge n. 157 del 1992, bisogna mettere l'accento sul veto ideologico posto dai mezzi di comunicazione e d'informazione che non concedono mai spazio alle argomentazioni del mondo venatorio, come se la caccia fosse un tema degno della peggiore criminalità.
Questo atteggiamento antidemocratico e antilibertario non può essere adottato proprio da coloro che della libertà dell'informazione fanno uno slogan, oltre che una professione.
Esempio più recente: l'articolo su L'Espresso in edicola in questi giorni, intitolato «E al panda si può sparare?». Ottimo esempio di mirata informazione di parte, anzi di accurata disinformazione, che fornisce tutti gli spunti per replicare alle strumentalizzazioni circolanti negli ultimi mesi.
Le deroghe - in capo alle regioni dopo la legge n. 221 del 2002 - sono previste dalla Direttiva «Uccelli» n. 79/409/CEE, articolo 9. Esse in Italia non sono mai state applicate per ampliare i periodi di caccia (esistono le relazioni ufficiali delle regioni all'Unione europea e alla Presidenza del Consiglio che lo comprovano), bensì per prelevare determinate specie non cacciabili in Italia come lo storno a tutela delle produzioni agricole (olive, uva, cereali, eccetera). La stessa Commissione UE in passato aveva più volte invitato l'Italia a completare il recepimento della Direttiva «Uccelli» anche su questo tema specifico, ma il nostro paese ha pienamente ottemperato solo nel 2002, cioè con questo Governo (si noti che la Direttiva è stata emanata nel 1979!).
Relativamente alle specie cacciabili - si parla di specie che le direttive europee non ci permettono di cacciare, citando ad esempio le oche selvatiche, ma ciò è falso perché oca selvatica e oca granaiola sono invece inserite nell'allegato 11.2 (specie cacciabili nell'Unione europea) che vale anche per l'Italia, quindi è legittimo volerle inserire nell'elenco di cui all'articolo 18 della legge n. 157 del 1992. Peraltro, le oche sono cacciate nella grande maggioranza dei paesi dell'Unione europea e non l'Unione europea e non hanno nessun
particolare problema di conservazione, anzi le loro popolazioni sono sovente considerate in buona salute.
Per quanto riguarda i periodi di caccia, è assolutamente demagogico e strumentale affermare che si darà via libera ai cacciatori in agosto e febbraio, poiché per il primo di tali mesi si parla solo dell'eventualità della caccia alla tortora selvatica, che in tale periodo in Italia ha già ampiamente terminato la nidificazione (dati scientifici Comitato Ornis dell'Unione europea).
Per febbraio, non si parla da nessuna parte di caccia aperta a tutte le specie, bensì si fa un corretto discorso di suddivisione del mese per decadi e per specie, ossia fino alla prima decade sarebbe possibile prelevare solo alcune specie, fino alla seconda solo altre, fino alla terza idem.
Questo, in rigorosa applicazione dei principi e metodi universalmente accettati in sede di comunità scientifica internazionale, soprattutto dal suddetto comitato ORNIS, organismo di consulenza tecnico-scientifica per la Commissione europea che è composto da rappresentanti scientifici per ogni Stato membro.
Inoltre, la caccia a tutte le specie stanziali continuerà a chiudere entro dicembre e quella a un certo numero di migratori continuerà a chiudere entro gennaio.
Perché nessuno dice mai che molti paesi dell'Unione europea (Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Gran Bretagna) non hanno mai cessato di cacciare per specie in febbraio (al nord Europa anche assai oltre?)
L'uso di richiami vivi è assolutamente legittimo già oggi e la legge n. 157 del 1992 ne prevede puntualmente le modalità. Non si capisce allora perché si voglia accomunarlo nella possibilità di sanzionarlo all'abbattimento di specie rare o ad altre simili infrazioni.
Abbattimenti di aquile reali, orsi bruni, eccetera: non si capisce l'affermazione secondo la quale si potrà continuare a farlo più o meno impunemente. Sembra quasi che tali atti di bracconaggio siano già oggi di ordinaria amministrazione! Come spiegare allora l'espansione in corso da anni della reale di distribuzione dell'aquila reale, che ha conquistato nuovi spazi sia sulle Alpi che sugli Appennini? Non da ultimo, parlare di bracconaggio già di per se esclude i cacciatori e la caccia legittimamente esercitata.
Citare come fonti di dati la LAC, un'associazione che fa della lotta contro la caccia il suo scopo statuario e la LAV, una delle più accese organizzazioni animaliste, già di per sé inficia dati riportati perché dichiaratamente di parte e quindi non attendibili se non in maniera del tutto marginale.
In ordine alle presunte stragi, se fossero reali i numeri sul totale degli esemplari abbattuti ogni stagione venatoria in Italia (100, 150, 200 milioni di animali, numeri sempre estrapolati in base a calcoli presuntivi, cioè mai a posteriori, secondo statistiche più o meno fantasiose), nel nostro paese ormai da decenni non vi sarebbero più molte specie selvatiche, che invece sono sempre presenti in maniera più o meno abbondante.
Con riferimento agli incidenti di caccia, a parte la malcelata soddisfazione che gli appartenenti alla LAC e simili lasciano trasparire quando trattano di cacciatori morti per incidenti di caccia, vi è da dire che le cifre esposte (ammesso siano reali), comprendono - è documentato - anche persone mancate ad esempio per infarti, cadute in montagna, eccetera. Cioè non per incidenti dovuti alle armi da fuoco, durante l'esercizio dell'attività venatoria. Ossia, esattamente la stessa cosa che avviene per i rocciatori, gli sci alpinisti, gli escursionisti e per i praticanti di tutte le attività del tempo libero nella natura: basta leggere i giornali e ascoltare i notiziari. Solo che questi sport sono politically correct!
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