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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Stradella. Ne ha facoltà.
FRANCESCO STRADELLA. Signor Presidente, noi ci atterremo al parere espresso dal Governo. Comunque, riteniamo che la presentazione delle mozioni sia volta a dimostrare l'inefficacia del lavoro fin qui svolto dal Governo. Ricordo al riguardo che grazie ad una legge di questo Governo, la n. 120 del 1o giugno
2002, è stato ratificato il Protocollo di Kyoto. Inoltre, vorrei ricordare l'attenzione riservata dal Governo ad un problema così importante, agli aspetti più significativi dell'applicazione di tale Protocollo, all'attività svolta nei consessi internazionali per evitare una rottura tra i grandi paesi in via di sviluppo, quali Cina ed India, nonché con le nazioni che non hanno sottoscritto il documento, perché si potesse continuare a ricercare una soluzione comune alle indicazioni del Protocollo, senza provocare contrasti e al tempo stesso compromettere lo sviluppo economico dei vari paesi.
La presentazione delle mozioni in qualche modo vorrebbe dimostrare che l'attenzione del Governo su questo tema non è stata sufficiente. Al contrario, credo di poter dire che, fino ad ora, sia per i passi compiuti nella passata legislatura che, soprattutto, per quelli fatti dal Governo in carica in quella presente, l'attenzione sui dettami del Protocollo di Kyoto è stata altissima.
L'attività dell'Esecutivo è stata assolutamente positiva e, pertanto, in sede di votazione ci conformeremo al parere espresso dal sottosegretario Tortoli.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pappaterra. Ne ha facoltà.
DOMENICO PAPPATERRA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il 16 febbraio 2005 è una data storica per tutto il nostro pianeta. Da oggi nel mondo - o meglio, nei 189 paesi che hanno sottoscritto il Protocollo di Kyoto - comincerà a migliorare la qualità dell'aria e, quindi, migliorerà complessivamente il clima del nostro pianeta, grazie al calo di emissioni di anidride carbonica che producono l'effetto serra e, di conseguenza, il riscaldamento della terra.
Dopo anni di negoziati e di conferenze internazionali alla fine è giunto il grande momento: l'entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, il patto più allargato e condiviso che sia stato sottoscritto dai paesi industrializzati al fine di tutelare la salute di milioni di uomini e donne e salvaguardare la loro sopravvivenza.
Non si poteva tollerare oltre misura una situazione che aveva provocato danni all'ambiente e alla salute: scarsità di cibo, siccità, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento dei mari, fino a fenomeni estremi quali uragani, alluvioni, maremoti, come quello che recentemente, nel giorno di santo Stefano del 2004, ha colpito il sud-est asiatico, provocando la morte di centinaia di migliaia di persone.
I gruppi parlamentari del centrosinistra hanno presentato per l'occasione una mozione sulle politiche da adottare in materia di cambiamenti climatici, che punta ad impegnare il Governo, da un lato, a sostenere le strategie dell'Unione europea, contenute nel suo programma e, dall'altro, ad attivare sul territorio italiano gli obblighi di riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2012, rispetto ai limiti del 1990, contenendo l'aumento delle temperature entro un massimo di due gradi, indipendentemente dalle valutazioni di tipo economico e sociale.
Onorevoli colleghi, occorre essere tutti consapevoli che il Protocollo di Kyoto non rappresenta solo un elenco di principio di generiche affermazioni, ma contiene in sé impegni che vanno mantenuti e regole e procedure che vanno rispettate. Anche il suo orizzonte temporale è fissato al 2012 e per questa data vanno operate drastiche riduzioni di emissioni di gas nell'atmosfera, con l'ambizioso obiettivo di limitarle ulteriormente e, magari, - ma forse questo è un sogno - di azzerarle.
Non a caso, già si parla di negoziare l'accordo «Kyoto 2». Quale sarà l'atteggiamento del nostro paese? Ritengo che oggi il Parlamento si debba interrogare su questo. L'Italia si comporterà come stanno facendo nazioni virtuose quali la Francia, la Germania e la Gran Bretagna, o anche in questo caso, come è successo sul piano bellico, si appiattirà sulle posizioni di sviluppo incontrollato degli Stati Uniti? Questa preoccupazione è tutta in campo, non foss'altro perché l'Italia fino ad oggi ha disatteso tutti gli impegni assunti: si era impegnata a ridurre del 6,5 per cento le
emissioni e oggi, avendole aumentate nella stessa misura, si ritrova a doverle tagliare di circa il 13 per cento e non è un caso che al fine di superare l'esame dell'Unione europea si parli con insistenza del ricorso alla borsa delle emissioni, comprando quote di CO2 da chi è stato più bravo ed ha accumulato crediti.
Lo smog nelle grandi città e nella pianura padana di questi giorni pone altresì il Governo nella necessità non di scaricare sui valorosi sindaci le responsabilità, ma di mettere in campo una politica seria nei confronti delle città e della mobilità. Oggi vi sarà un incontro importante tra il Governo e i sindaci. Ci auguriamo che il Governo rilanci gli impegni solenni spesso annunciati dal ministro dell'ambiente Matteoli, che ha proposto, nei mesi scorsi, di aumentare le risorse, al fine di riconvertire il traffico nelle nostre città, di riprendere politiche di pulizia dell'aria, di riconvertire l'apparato di trasporto pubblico e di avviare la sperimentazione. Siamo preoccupati dal fatto che forse prevarrà, al contrario, una politica energetica che rilancerà carbone e nucleare e una politica dei trasporti e della mobilità basata solo sulla realizzazione di grandi opere, di strade ed autostrade, come vuole il ministro Lunardi, anziché sulla promozione di soluzioni alternative e compatibili.
Invece di presentarsi con la ridicola dote di 100 milioni di euro alla riunione di oggi, il ministro Matteoli si batta nel Governo per modificare una politica tesa a regalare indiscriminatamente decoder e computer a tutti, senza limiti di reddito, o ad abbassare le tasse ai cittadini più ricchi! Si ritroverebbe ingenti risorse per il suo dicastero, da poter utilizzare per favorire l'acquisto di mezzi e di attrezzature necessari a contenere i livelli di inquinamento delle grandi aree urbane e dell'intera pianura padana!
Quando si afferma la necessità di modificare i nostri modelli di sviluppo, non vi è dubbio che ad essa va accompagnata anche la capacità di mettere in discussione i modelli di vita: consumare meno energia significa anche fare dolorose rinunce alle nostre tante comodità. Se, al contrario, non si vuole rinunciare alle comodità, dobbiamo mettere tutti in conto che una migliore qualità dell'aria e, quindi, la tutela della nostra salute, implicano un risvolto spesso sottaciuto: ridurre le emissioni costa. Si tratta di un obiettivo educativo, che andrà sostenuto anche con veri piani di formazione ambientale, che coinvolgano in particolare le scuole e le giovani generazioni.
Oggi è un giorno di grandi festeggiamenti in larga parte del mondo. Ciò tuttavia non deve far sottovalutare le preoccupazioni che gravano sul Trattato e che sono state evidenziate nel recente vertice di Buenos Aires. Il dilemma che incombe è quello di capire cosa accadrà dopo il 2012, e in particolare se gli Stati Uniti continueranno a rimanere fuori dai vincoli del Protocollo, mentre i paesi in via di sviluppo, quali la Cina, l'India e il Brasile, pur partecipando ai meccanismi del Protocollo, non sono al momento obbligati al rispetto del Trattato.
Nei mesi scorsi il presidente della Russia Putin si è convinto a firmare il Protocollo, e gli va riconosciuto il merito di aver sbloccato il Trattato. Sarebbe il caso che il nostro Governo svolgesse una grande opera di persuasione e di convincimento nei confronti dell'amministrazione statunitense, anziché assecondare passivamente ogni sua scelta, come quella di spingere anche il nostro paese ad uscire nel 2012 dall'accordo.
Il Protocollo di Kyoto ha sancito un percorso obbligato per impedire l'autodistruzione del nostro pianeta. Si tratta, onorevoli colleghi, prima che di una scelta politica ed economica, di una scelta fondamentale di civiltà, ed anche su questo, oggi e negli anni a venire, si misurerà la differenza tra le politiche del centrodestra e quelle del centrosinistra.
Per tali ragioni, esprimeremo un convinto voto favorevole sulla risoluzione presentata dall'onorevole Violante (Applausi dei deputati del gruppo Misto-socialisti democratici italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cima. Ne ha facoltà.
LAURA CIMA. Signor Presidente, quella di oggi è in tutto il mondo una data salutare. In questo senso, mi piace riprendere la definizione dell'Organizzazione mondiale della sanità.
Ritengo sia una data storica in quanto dovrà necessariamente essere invertita quella tendenza che ha provocato i guasti di cui tutti siamo testimoni, con i cambiamenti climatici che hanno prodotto inondazioni, cambi di ecosistemi, siccità e morti; a tale proposito l'Organizzazione mondiale della sanità ha effettuato un elenco minuzioso di tutti i morti provocati dal caldo.
La responsabilità che abbiamo rispetto alle nuove generazioni ci fa essere oggi coscienti del fatto che abbiamo finalmente accettato una sfida difficilissima, tutta in salita, non sapendo se riusciremo a vincerla, ma nella consapevolezza che, quantomeno, ci siamo messi nelle condizioni per poterla iniziare a livello mondiale.
Ciò a dispetto di tutte le lobby degli scettici, quelle cosiddette del «rifiuto», finanziate soprattutto dalla Epson, ma, in genere, dalle grandi compagnie petrolifere, che sono quelle che, ad esempio, hanno fatto uscire dal Protocollo di Kyoto gli Stati Uniti di Bush nel 2001, cioè la nazione più inquinante (che produce la maggiore quantità di CO2 e che, quindi, emette più gas serra), la quale ha cancellato la firma apposta sul Protocollo stesso dal precedente Presidente Clinton, a causa proprio della pressione di quelle lobby che adesso, come denunciano alcuni esponenti della Royal Society inglese, stanno approdando anche in Inghilterra e, quindi, in Europa.
È perciò fondamentale che comprendiamo fino in fondo l'importanza degli impegni che chiediamo al Governo, tanto più se riusciremo oggi ad avere un atteggiamento il più possibile unitario tra maggioranza ed opposizione per convincere il Ministero e il Governo nel suo complesso a liberarsi di qualsiasi scetticismo rispetto al Protocollo di Kyoto, scetticismo purtroppo emerso in qualche momento attraverso dichiarazioni non sufficientemente meditate, forse immaginando che non si sarebbe mai raggiunta la percentuale di paesi inquinanti (il 55 per cento) che avrebbe permesso di far partire il Protocollo; oggi mi sembra che il Governo, attraverso il ministro, abbia le possibilità, dopo questo voto del Parlamento, di lavorare seriamente.
È pur vero che rischiamo una seconda bocciatura da parte dell'Unione europea rispetto al Piano nazionale delle emissioni italiane, che contiene troppo carbone. Mi auguro che tutto venga al più presto rimesso in quota e che la percentuale dell'80 per cento inserita nella nostra mozione, risalente quasi ad un anno fa, posta da noi chiaramente tra gli obblighi di riduzione dell'emissione dei gas serra entro il 2012, e riproposta in modo secco nella risoluzione Violante (che tutti ovviamente appoggiamo per offrire una grande immagine unitaria), rappresenti, come ha detto il sottosegretario Tortoli, una tendenza il più possibile perseguibile dal Governo: o si lavora in questa ottica, oppure, se ci si fermerà al 50 per cento - o addirittura non si riuscirà a raggiungere neanche questo - si finirebbe per invalidare la grande sfida cui facevo cenno precedentemente.
L'ultima cosa che vorrei dire, e che poi il collega Lion integrerà nel suo intervento, è che la responsabilità è di tutti: delle industrie, del Governo, degli enti locali, del singolo cittadino, che oggi ha modo, grazie al meccanismo messo in piedi dal Protocollo di Kyoto e grazie al lavoro delle associazioni come «Kyoto dal basso» e Legambiente, di calcolare esattamente quanta CO2 manda nell'atmosfera con il suo comportamento individuale ogni giorno così come ogni singola industria.
Ricordiamoci che, se non rispetteremo i limiti, dovremo pagare da quattro a dieci miliardi di euro l'anno (facciamo dunque il calcolo di cosa significhi questo rispetto al nostro bilancio) e che dal 2008 cominceranno ad essere irrogate le multe per le industrie che non vorranno uniformarsi.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bandoli. Ne ha facoltà.
FULVIA BANDOLI. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, onorevole sottosegretario, abbiamo letto ieri, sulla stampa italiana, che negli Stati Uniti d'America il protocollo di Kyoto viene chiamato, con un'espressione significativa e colorita, dead man walking, il condannato che si avvia a morte sicura: questa è l'opinione non soltanto di una parte dei giornali, ma anche dei gruppi dirigenti, delle imprese e di una parte importante del Governo degli Stati Uniti. Del resto, negli Stati Uniti, fioriscono studi che negano ciò che tutti gli scienziati del mondo, o per lo meno la grande maggioranza di essi, hanno acclarato in questi anni: il fatto che il surriscaldamento del pianeta è un fenomeno misurabile, reale e sicuramente connesso con i cambiamenti climatici.
Oggi non è un giorno qualsiasi ed io mi auguro che anche questo Parlamento non lo viva come un giorno qualsiasi: non stiamo prendendo un impegno di carta, ma - mi pare che l'abbia in qualche modo sottolineato anche il sottosegretario - concreti impegni che dovranno tradursi in concrete politiche.
Non è positivo che il più grande e potente paese del mondo, gli Stati Uniti d'America, abbia scelto di coprirsi gli occhi e di difendere soltanto i propri livelli di vita e di consumi. Credo che il segno di siffatta politica degli Stati Uniti trovi conferma nell'incomprensione - che si vede anche su altri terreni - di tutte le politiche che hanno come denominatore comune il concetto di interdipendenza. Non c'è niente di più distante, oggi, dalla politica del Governo americano delle politiche che hanno come base l'interdipendenza.
Riformare lo sviluppo è un'esigenza primaria: per l'equilibrio del pianeta; per sconfiggere la povertà; per dare risposta agli squilibri crescenti tra le varie aree del mondo (squilibri che anche i paesi ricchi dell'Europa hanno cominciato a riconoscere in modo nuovo nel vertice di Davos).
Da questo punto di vista, accettando pienamente il Protocollo di Kyoto, lavorando attivamente, in questi mesi, affinché anche la Russia lo firmasse e dando inizio ad una concreta politica di attuazione, l'Europa si è assunta un ruolo politico enorme. Oggi l'Europa fa da vero e proprio contrappeso, per quel che riguarda le politiche ambientali, alla scelta dell'America di restare ferma o quanto meno immobile. L'Europa può essere anche il soggetto politico forte che può spingere gli Stati Uniti a cambiare strada o, comunque, a riprendere una discussione. Ce lo auguriamo perché l'opinione del più grande paese del mondo non è ininfluente.
Molti Governi europei stanno prendendo decisioni importanti in materia di emissioni. Ad esempio, la Spagna ha recentemente approvato un piano triennale per la diminuzione delle emissioni in atmosfera. Ebbene, noi chiediamo a questo Governo di non tagliare fuori l'Italia da questo processo.
A tale proposito, ricordiamo le incertezze pesanti che avete avuto all'inizio e sottolineiamo la poca convinzione che accompagna, oggi, l'adozione del Protocollo di Kyoto. Speriamo che il vostro atteggiamento cambi. Noi lavoreremo affinché cambi e vi chiediamo - come hanno già fatto altri colleghi - di attivarvi in modo chiaro nei confronti degli Stati Uniti d'America affinché quel paese riapra la porta ad una discussione.
Voi avete, come Governo italiano - e ce lo dite spesso -, una corsia preferenziale con gli Stati Uniti sulle questioni di politica estera. Ebbene, usatela anche sulle questioni ambientali! Fate presente agli Stati Uniti che la strada che hanno imboccato è cieca e soprattutto li isola da tutti i paesi che, oggi, stanno introducendo innovazioni nelle politiche settoriali fondamentali per far sì che il Protocollo di Kyoto possa essere applicato!
La convinzione e la coerenza su Kyoto si vedono dalle politiche settoriali, perché tutti gli indicatori di cui parliamo oggi, come hanno detto già altri miei colleghi in quest'aula, si possono misurare e contare. Kyoto non è una sfida che può essere vinta
con politiche di basso profilo; soprattutto, il suo raggiungimento è sulle spalle di tutti i soggetti istituzionali nazionali, dei soggetti economici e politici.
La prima cosa che serve capire è, dunque, che Kyoto chiama in causa la politica economica di un paese nel suo insieme. Proviamo a dire qual è il primo punto, secondo noi, sul quale sarebbe utile avere una radicale trasformazione della politica. Mi riferisco, innanzitutto, ai trasporti. Abbiamo bisogno di portare dal 25 al 30 per cento dei nostri trasporti dalla gomma al ferro e al mare. Abbiamo bisogno di aumentare i trasporti in sede propria nelle aree urbane, di renderli competitivi con il trasporto privato, se non vogliamo continuare ad adottare misure poco efficaci come le targhe alterne o i blocchi del traffico, che sono utili per un giorno, ma che non risolvono il problema.
Non potete negare, come Governo, che invece l'Italia ha aumentato le emissioni proprio nei trasporti di quasi il 25 per cento. Cura del ferro, vie del mare, trasporti urbani. Le vostre priorità, invece, sono state - se andate a rivedere i vostri investimenti - il ponte sullo stretto di Messina, l'aumento delle autostrade e pochissimi investimenti sul ferro e sul mare nonché sulla ricerca e l'innovazione nei processi produttivi.
Vedete, colleghi, in questi giorni abbiamo salutato con positività il fatto che la FIAT abbia ripreso il suo posto nell'industria italiana dell'automobile. Ma quali sono concretamente le due strade che ha di fronte la FIAT? Prendere i soldi arrivati dalla General Motors e chiudere l'auto italiana (una sorta di «prendi i soldi e scappa»), oppure trovare un partner capace di colmare quel gap di ricerca e di innovazione che la FIAT ha accumulato in questi decenni sul fronte dei nuovi motori, delle nuove auto, dei nuovi tipi di carburante.
Non so dire se il Governo italiano debba intervenire direttamente nella crisi della FIAT. So però che questo Governo non ha una politica industriale seria e non ce l'ha soprattutto sul versante dell'innovazione. Anche il destino della FIAT e dell'occupazione di molte migliaia di persone in questo settore, nel diretto e nell'indotto, discende molto più di quanto si pensi dalla modernizzazione ecologica dell'intero settore automobilistico. La qualità delle produzioni è un elemento della competitività e questo in Italia è ancora un paradigma molto sconosciuto.
Potrei continuare riferendomi alle energie rinnovabili, un settore sul quale abbiamo compiuto scelte di basso profilo. Siamo più arretrati della Germania sull'eolico e sul solare (sul solare anche rispetto alla Svizzera).
Per arrivare a risultati apprezzabili in tutti questi settori servono politiche ed indirizzi nazionali precisi in materia di trasporti, energia, riscaldamento, incentivi e disincentivi fiscali.
Servono coerenti piani regionali, perché Kyoto non sarà un obiettivo possibile solo attraverso le politiche nazionali, ma ci dovranno essere tante piccole Kyoto in ogni regione, in ogni provincia, in ogni comune, che dovranno fare la loro parte...
PRESIDENTE. Onorevole, la prego di concludere.
FULVIA BANDOLI. ...per arrivare a questo risultato.
Concludo, Presidente. Per questo noi vi chiediamo un confronto di merito sulle politiche, al quale finora vi siete sottratti.
L'ultima questione che vorrei affrontare è legata al fatto che in questi giorni, sui giornali, si è parlato molto dei costi di Kyoto: Kyoto costa troppo; Kyoto non si può applicare. Concludo con una domanda, rivolta anche al Governo: quanto costa la salute dei cittadini minacciata dai cambiamenti climatici? Quanto costano le città bloccate dal traffico? Quanto ci costa non intervenire sulle emissioni? Io chiedo che si cominci a fare questo calcolo. Oggi credo che potrebbe essere un bel giorno se, oltre ad adottare il Protocollo, noi aumentassimo la nostra consapevolezza sulle politiche settoriali che dobbiamo cominciare a realizzare nell'industria, nell'energia, nell'economia di questo paese (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici
di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Russo Spena. Ne ha facoltà.
GIOVANNI RUSSO SPENA. Signor Presidente, oggi è un giorno certamente importante sul piano simbolico. Chi ritiene, come noi, che l'ambientalismo non sia un orpello o un tecnicismo, ma un vero e proprio paradigma di identità dello sviluppo stesso e della sua qualità, allude ad una disposizione che vincola 40 Governi e che regolamenta accordi internazionali per almeno altri 100 paesi.
Il Governo però sembra non aver compreso che il Protocollo di Kyoto non è una astrazione, un documento per anime belle, ma contiene vincoli, procedure, strumenti, fissa date e comportamenti precisi; e i paesi che più hanno inquinato devono iniziare a tagliare le emissioni. Non è affatto estremista, tra l'altro, il protocollo di Kyoto, come pensa il Presidente del Consiglio; anzi, bisogna subito mettere mano al Kyoto 2, mentre l'Europa deve sapere assumere un ruolo autonomo, senza subordinare se stessa al produttivismo scientista e bellico degli Stati Uniti. Parliamo di enti pubblici, parliamo di imprese private, parliamo di settori trainanti, come quello energetico, come quello dei trasporti e quello agricolo. Mai come ora, infatti, la questione energetica ha rappresentato contemporaneamente la risposta ai bisogni primari degli esseri umani e dei viventi e l'oppressione di questi stessi bisogni. Non vi è nessuna attività che possa svolgersi, ovviamente, senza l'uso di una qualche energia, ma l'uso attuale, il suo approvvigionamento e la sua produzione sembrano sempre più condizionare la futura sopravvivenza del nostro pianeta. L'approvvigionamento delle fonti primarie, la loro trasformazione, l'uso che se ne fa alimentano guerre e mutamenti climatici, che sono causa di gravi dissesti ambientali.
La produzione di energia per mobilità, industria, usi civici provoca costi sanitari sempre più insostenibili. In particolare, in una economia globalizzata, questo modello energetico, oltre ad essere insostenibile, è profondamente ingiusto, iniquo. Esso non può essere esteso a tutti, perché altrimenti andremmo rapidamente incontro all'esaurimento delle risorse, che non sono rinnovabili, ed al sovraccarico della biosfera al punto da non rendere più vivibile questo pianeta per le specie attualmente viventi.
È ormai inevitabile e vitale puntare sulle energie rinnovabili - sole, vento, maree e così via -, perché permettono l'uso di risorse reperibili in loco e favoriscono, quindi, lo sviluppo di progetti socio-economici autocentranti. Quindi, questo paradigma attiene anche alla qualità stessa dello sviluppo e alla sua democraticità.
Il Protocollo di Kyoto rappresenta un primo timido passo verso questa strada, ma il sabotaggio degli Stati Uniti e di altri paesi, come il Canada, lo hanno fino ad oggi vanificato.
Tutti sono concordi nel sostenere che entro il periodo 2006-2010 si sarà raggiunto il limite massimo per le prospezioni di giacimenti petroliferi; dopo quella data, pertanto, l'approvvigionamento sarà sempre più limitato, con costi sempre più elevati di estrazione.
Maggiori sono le risorse di gas, solo perché, fino a poco tempo fa, veniva scarsamente utilizzato; non a caso, anche in Italia si parla sempre più di nucleare e l'ENEL intende introdurre l'uso del carbone per 7000 megawatt di potenza. Se tale strategia venisse realizzata, ciò significherebbe far tornare indietro di almeno venti anni la questione ambientale nel nostro paese; la scelta dei bassi costi viene pagata con la salute delle lavoratrici, dei lavoratori, delle cittadine e dei cittadini.
La politica sbagliata e grave dell'attuale Governo ha puntato alla privatizzazione in modo selvaggio di un settore strategico per l'economia del nostro paese e per la sua politica industriale; ciò sta rendendo sempre più problematica la possibilità di avviare una politica di transizione seria verso un sistema energetico fondato prioritariamente
sul risparmio e sull'incremento massiccio delle energie da fonti rinnovabili. Settori industriali in crisi per la mancanza di una seria programmazione vedono il settore dell'energia come mera occasione di profitti, e infatti, per così dire, vi si sono buttati senza alcuno scrupolo.
Tutte le scelte energetiche andrebbero, invece, effettuate tenendo presente il riscaldamento globale provocato prevalentemente dai processi di combustione; le temperature medie in Europa - bene lo sappiamo - sono aumentate di circa un grado durante il secolo scorso, e la tendenza continua (anzi, è destinata ad aumentare). I paesi aderenti all'Unione europea, pur avendo il 5 per cento della popolazione mondiale, producono il 15 per cento dei gas ad effetto serra; gran parte delle responsabilità per il progressivo e continuo riscaldamento dell'intero pianeta è addebitato al modello energetico dominante. L'80 per cento delle emissioni di anidride carbonica, infatti, proviene dalla combustione del carbone, del petrolio e del metano; dunque, dalle industrie, dagli impianti di riscaldamento, dalle centrali termoelettriche e dagli scarichi delle automobili. E constatiamo in questi giorni come sia drammatica la situazione, che non può essere certo risolta con provvedimenti tampone o con politiche che non risolvono strategicamente alcun problema. Neppure è possibile tacere il contributo dei fertilizzanti azotati usati in agricoltura, i quali sono responsabili di una buona parte delle emissioni di ossido di azoto; dobbiamo, invece - ed è l'aspetto cruciale -, far leva sulla ricerca e sullo sviluppo di un sistema energetico che punti sull'uso razionale dell'energia per realizzare un forte risparmio a parità di servizi forniti.
Peraltro, la collocazione del nostro paese nel Mediterraneo ci pone in modo privilegiato verso la produzione di energia da fonti rinnovabili; infatti, in tal caso, oltre che, per così dire, risparmiare sulla bolletta petrolifera, potremmo, nell'area del Mediterraneo, divenire esportatori, verso altri paesi che si affacciano sullo stesso bacino, di tecnologie innovative.
Insomma, risanamento ambientale, risparmio delle risorse, sviluppo autocentrato sono, per così dire, una triade, tre perni sui quali ricostruire l'idea e la concezione di una società il cui sviluppo sia sostenibile. Ciò, peraltro, attiene anche alla salvaguardia dei livelli occupazionali; il solo settore fotovoltaico, in Europa, sta garantendo - lo sappiamo - 86 mila posti di lavoro.
Rifondazione comunista, quindi, pone l'obiettivo dell'intreccio tra salvaguardia occupazionale, risanamento ambientale, miglioramento della qualità del servizio fornito all'utenza; ciò, con una riduzione consistente delle fonti fossili utilizzate, con la programmazione basata su criteri generali che abbiano come orizzonte l'andare oltre il Protocollo di Kyoto e con un'ulteriore riduzione dei gas serra. Si deve puntare al raddoppio degli incrementi di energia rinnovabile per ogni anno, escludendo i cosiddetti assimilati - ovvero, prevalentemente, l'incenerimento dei rifiuti -; si deve, altresì, varare un piano di risparmio energetico articolato per settori economici ed infrastrutturali. Per il periodo transitorio, le centrali esistenti andrebbero riconvertite a combustibili meno inquinanti come il metano; tra l'altro, combustibili anche più efficienti.
Il Governo, invece, come è evidente, procede in tutt'altra direzione; solo pochi giorni fa, in Parlamento, il ministro Siniscalco ha tranquillamente affermato che l'Italia non raggiungerà gli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto.
Non solo: il ministro Siniscalco riduce il Protocollo di Kyoto, sminuendolo, ad un semplice processo, che deve sottostare alle leggi di mercato e dello spreco di risorse, a garanzia di uno sviluppo al quale non interessa nulla né della qualità della vita degli uomini e delle donne del nostro pianeta, né tantomeno della loro salute e della qualità dello sviluppo stesso. Vorrei ribadire, invece, che è necessario puntare al paradigma dello sviluppo autocentrato, come ho sostenuto all'inizio del mio intervento.
Il Governo ha annunciato che l'Italia emetterà oltre 570 milioni di tonnellate di
gas serra, mentre l'accordo internazionale stabilisce che il nostro paese ne debba emettere circa 470 milioni. Per questi motivi, abbiamo presentato, come Unione, una risoluzione unitaria, che afferma la necessità ineludibile di procedere ad una riconversione ecologica dell'economia.
Si tratta di una scelta che riteniamo importante e centrale, anche nell'ambito dell'orizzonte di un'alternativa di governo e di programma, poiché attiene ad un tema che riteniamo rilevante e strategico nel condurre la nostra opposizione alle politiche economiche e strutturali del Governo delle destre (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Lion. Onorevole Lion, le ricordo che la sua componente politica ha esaurito il tempo a sua disposizione, poiché è già intervenuta l'onorevole Cima, e pertanto le concedo solo qualche minuto. Ha facoltà di parlare, onorevole Lion.
MARCO LION. Signor Presidente, le assicuro che sarò breve. Desidero intervenire sulla questione in discussione facendo specificatamente riferimento ad un obiettivo posto al nostro paese, richiamato anche nella mozione di cui sono firmatario, vale a dire ridurre di almeno l'80 per cento l'emissione dei gas serra alteranti, senza ricorrere, tuttavia, all'acquisto di quote sul mercato internazionale (i cosiddetti meccanismi flessibili).
Si tratta di un dato che ritengo politicamente importante, poiché, oltre a concernere una strategia economica, le prospettive di politica energetica e la qualità stessa del nostro sviluppo, ci pone di fronte anche ad una scelta morale ed etica. Non si tratta, infatti, di obiettivi che è possibile raggiungere attraverso l'acquisto di quote di emissione sul mercato internazionale; ritengo necessario, invece, che il nostro paese ricerchi la soluzione al proprio interno, attraverso meccanismi legati alla politica energetica, come, ad esempio, l'utilizzo di fonti energetiche rinnovabili. Credo, allora, che oggi il nostro paese dovrebbe coerentemente lavorare per rivedere il piano nazionale di riduzione ed il piano nazionale di assegnazione delle quote di emissione.
Il dibattito odierno sulla politica perseguita fino ad oggi è importante ed interessante, e si registra, sostanzialmente, l'unanime volontà di raggiungere gli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto. Al fine di invertire la rotta in tale ambito, tuttavia, ritengo necessario rivedere coerentemente tutte le politiche condotte in questi anni sia dal Governo in carica, sia in parte - e lo affermo a nome dei Verdi - anche dai Governi precedenti.
Sappiamo, infatti, che è tecnicamente possibile, anche sotto il profilo della sostenibilità economica, raggiungere l'obiettivo, che riteniamo minimo, della riduzione dell'80 per cento delle emissioni dei gas serra alteranti nel nostro paese. Si tratta di agire, come abbiamo sempre affermato, sulla produzione dell'energia elettrica, sul sistema dei trasporti e sui consumi domestici. Ritengo indubbiamente necessaria la volontà della maggioranza e del Parlamento per perseguire tali obiettivi, poiché, senza di essa, in Italia il Protocollo di Kyoto rimarrebbe oggettivamente lettera morta.
D'altronde, se pensiamo a quanto sta accadendo proprio in ordine alla produzione di energia elettrica in Italia, nonché a quelle strategie di sviluppo che, come al solito, sono più orientate all'uso di combustibili come il carbone o il petrolio, ci rendiamo conto dei motivi per cui, come hanno già affermato altri colleghi, il nostro paese si dirige nella direzione esattamente opposta rispetto agli obiettivi prefissati (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-l'Unione).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mereu. Ne ha facoltà.
ANTONIO MEREU. Signor Presidente, il Protocollo di Kyoto rappresenta un accordo internazionale firmato da oltre 160 paesi nel 1997, che pone come obiettivo un forte impegno delle nazioni industrializzate
a diminuire le emissioni industriali di sei tipi di gas responsabili dell'aumento dell'effetto serra. Tali gas sono: l'anidride carbonica, il metano, l'ossido di azoto, l'esacloruro di zolfo, gli idrofluorocarburi e i perflurocarburi. Secondo l'articolo 25 del Protocollo, l'entrata in vigore dello stesso è stabilita alla scadenza dei novanta giorni dalla ratifica da parte di almeno cinquantacinque paesi firmatari, ai quali corrisponda almeno il 55 per cento delle emissioni, calcolate al 1990. Poiché la Russia ha depositato la sua, determinante, ratifica il 18 novembre 2004, il termine dei novanta giorni fa sì che l'entrata in vigore del protocollo cada appunto oggi, 16 febbraio.
Oggi, dunque, è una data molto importante per tutti noi. Da una parte, si avvia alla conclusione un lungo e complesso percorso a livello mondiale, iniziato dai 160 paesi che hanno deciso di avviare un piano di azioni comune per contrastare fenomeni potenzialmente catastrofici, dovuti alla crescente temperatura del pianeta. Dall'altra parte, da oggi in poi, il mondo intero dovrà adottare leggi e normative per rendere sostenibile il proprio futuro. Quella di oggi è, dunque, una data importante, in quanto rappresenta il punto di partenza per risolvere il preoccupante problema dei cambiamenti climatici e del riscaldamento del pianeta. Proteggere l'ambiente diventa obiettivo concreto. Certo, la sfida del cambiamento climatico può sembrare enorme, ma dobbiamo comunque accettarla ed impegnarci a vincerla. Per questo, occorre una svolta politica, sociale e culturale globale.
Firmato dall'Italia nel 1998, il Protocollo impegna, entro il 2012, le nazioni firmatarie a ridurre complessivamente del 5,2 per cento le principali emissioni di gas capaci di provocare l'effetto serra. Con l'entrata in vigore del Protocollo di Kyoto l'anidride carbonica, o meglio la sua riduzione, avrà anche un valore monetario: i paesi e le industrie, attraverso il meccanismo previsto dal Protocollo di Kyoto, dovranno considerare l'inquinamento tra i costi e il disinquinamento tra i benefici. Ricordiamo che l'Italia ha provveduto alla ratifica del Protocollo con la legge n. 120 del 1o giugno 2002, con la quale è riconfermato l'impegno assunto in sede comunitaria a ridurre le emissioni del 6,5 per cento rispetto ai livelli del 1990 nel periodo 2008-2012. Nell'ottobre 2003, l'Unione europea ha adottato la direttiva 2003/87/CE, ovvero una normativa che istituisce un sistema per lo scambio di quote di emissione di gas ad effetto serra nei paesi dell'Unione stessa. Tale meccanismo assicurerà che le emissioni di anidride carbonica e di altri gas inquinanti prodotti dai settori energetico ed industriale siano ridotte con il minor costo possibile. Tale direttiva è stata, tra l'altro, recepita dall'Italia con la legge n. 316 del 2004.
Per tenere fede all'impegno richiesto con l'adesione al Protocollo di Kyoto, il Ministero dell'ambiente ha presentato alle autorità comunitarie un piano che individua le linee guida su politiche e misure per la riduzione dei gas ad effetto serra in Italia. Con tale strumento, il Governo intende pianificare il percorso che consentirà all'Italia di rispettare entro il 2012 gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra rispetto al 1990, secondo, quindi, il target stabilito dal Protocollo stesso. Gli interventi individuati dal ministero riguardano i trasporti, considerati a tutt'oggi responsabili per circa il 30 per cento delle emissioni, la promozione delle fonti di energia alternative e la microgenerazione quale produzione di energia a basso impatto ambientale, l'efficienza ed il risparmio energetico e, ancora, l'aumento e la migliore gestione delle aree forestali e boschive per l'assorbimento del carbonio.
Da quanto esposto, si evince che questo Governo sta rispettando i patti; non solo: sta facendo ancora di più, come precisato, tra l'altro, dal ministro Siniscalco durante l'audizione presso la Commissione ambiente del 10 febbraio scorso.
Voglio, quindi, ricordare gli investimenti in corso di realizzazione a valere sulle risorse comunitarie nazionali per lo sviluppo, che nel sud sono pari a 7,8 miliardi di euro dei fondi regionali del
quadro comunitario di sostegno 2000-2006, e gli 11,7 miliardi di euro per l'intero territorio nazionale degli accordi di programma quadro tra Governo e regioni.
Tali fondi sono destinati ad interventi per risorse idriche, depurazione delle acque reflue, ciclo integrato dei rifiuti, difesa del suolo, efficienza energetica e fonti di energia rinnovabili, sistema di monitoraggio ambientale, conservazione e valorizzazione delle aree ad elevata naturalità e delle aree naturali protette.
Nel settore energetico il Ministero delle attività produttive ha intrapreso misure che favoriscono l'aumento della capacità di importazione di energia elettrica, nonché l'utilizzo di cicli combinati a gas. Il decreto-legge n. 387 del 29 dicembre 2003 ha stabilito un aumento della quota minima di energia elettrica da fonti rinnovabili.
A livello internazionale, nell'ambito dei cosiddetti meccanismi flessibili, sono in corso di attuazione progetti di cooperazione nel settore energetico, industriale e forestale in Cina, Serbia, Egitto, Tunisia, Marocco, Argentina, Brasile e Nigeria. Certo, resta molto da fare, ma ciò non significa che non si stia facendo niente. La mia esperienza personale mi fa dire che chi vuole tutto, in genere, non vuole niente, perché il «tutto e bene» non è possibile e chi lavora lo sa.
Per concludere, con il voto del gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro intendiamo sostenere la mozione Antonio Leone ed altri n. 1-00422, sottoscritta anche dal nostro gruppo, con la quale desideriamo impegnare il Governo, oltre a quanto ivi contenuto, a che nella seconda fase di Kyoto il coinvolgimento di tutti i paesi del mondo, sia quelli in via di sviluppo sia i più industrializzati o quelli le cui economie conoscono uno sviluppo molto rapido, converga in un impegno di governo globale, per ripristinare l'equilibrio del sistema climatico mondiale (Applausi dei deputati dei gruppi dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega Nord Federazione Padana).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Realacci. Ne ha facoltà.
ERMETE REALACCI. Signor Presidente, non è solo per rendere più solenne questa giornata (ringraziamo la Presidenza della Camera per aver accettato di prevedere lo svolgimento di questo dibattito proprio nel giorno in cui entra in vigore il Protocollo di Kyoto) che abbiamo chiesto di svolgere questa discussione.
Dico da subito che siamo contenti che si possa arrivare, alla fine, pur nella diversità di giudizio emersa in precedenza anche nell'intervento del collega Mereu in ordine a quanto sta facendo il Governo, ad un voto che, seppure in modo differenziato, ci vede d'accordo sulla strada da seguire.
Teniamo molto a ciò, non tanto perché siamo appassionati agli scenari più o meno catastrofici sul futuro. Sappiamo tutti che quello dei mutamenti climatici è un rischio importante e nessuno significativamente lo nega. La stessa amministrazione americana - che pure si è tirata fuori dal Protocollo di Kyoto - ieri, attraverso il portavoce Condoleeza Rice, si è affrettata a dire che gli Stati Uniti stanno facendo molto e, anzi, faranno quanto i paesi europei in questa direzione.
Riteniamo per molti motivi che questo sia un tema essenziale per il nostro futuro. Tutti noi dovremmo essere attenti alle buone politiche. Sicuramente, fra trent'anni (quando spero tutti saremo in grado di tracciare questo bilancio), pochi ci chiederanno cosa abbiamo deciso in ordine alla legge delega al Governo sull'autotrasporto o sulla mozione di sfiducia al ministro Lunardi, anche se ovviamente l'accoglimento della mozione renderebbe più interessante la giornata politica e parlamentare.
Invece, probabilmente, ci si chiederà cosa abbiamo fatto quando avevamo la responsabilità di Governo e la responsabilità parlamentare per affrontare uno dei grandi temi che l'umanità aveva davanti e che vedremo sempre con più evidenza porsi come un tema dirimente per il
futuro. Questo è il nodo principale: la questione dei mutamenti climatici, che sembra un ragionamento astratto e che può essere oggetto di film catastrofici o di scenari ansiogeni, in realtà, influenzerà molte delle nostre politiche. La politica della pace e della guerra passerà attraverso tale questione. Già oggi sappiamo che dietro la guerra in Iraq c'era molto più probabilmente il petrolio piuttosto che le armi di distruzione di massa, la lotta al terrorismo o la possibilità di far votare gli iracheni, cosa che ovviamente ci fa piacere sia accaduta.
Anche altre questioni saranno trainate dai mutamenti climatici. Ci sarà un problema di carenza d'acqua che produrrà conflitti in alcune aree del mondo. Ci sarà un problema che riguarderà l'agricoltura e la sanità. Un innalzamento della temperatura può produrre nel nostro paese conseguenze serie da questo punto di vista, come l'arrivo di nuove malattie e la diminuzione del benessere di tante parti dell'Italia.
Al tempo stesso, parlare delle politiche di Kyoto può mettere in ballo un vero scatto che va proprio nella direzione di dare al nostro paese slancio, competitività e spinta per il futuro.
Noi non riteniamo - lo diciamo con chiarezza - che il Governo abbia ben operato in questo campo. Lo ricordava prima anche il collega Lion: non è che il Governo dell'Ulivo fosse esente da pecche, ma è chiaro che l'Italia che si affaccia nella giornata dell'entrata in vigore del Protocollo di Kyoto è un paese che non ha fatto la sua parte. Noi dovremmo ridurre del 6,5 per cento le emissioni di CO2 entro il 2012, invece, le abbiamo aumentate di oltre il 10 per cento. Questo aumento di oltre il 10 per cento pone al paese un obiettivo molto ambizioso, e non solo perché abbiamo fino all'ultimo momento scommesso che il protocollo non entrasse in vigore.
Voglio ricordare che in questo momento ci sono quattro paesi europei rispetto ai quali l'Unione europea non ha accolto il piano per lo scambio di emissioni. Questi quattro paesi sono, oltre all'Italia, la Polonia, la Repubblica Ceca e la Grecia, non una pattuglia di punta dell'Unione europea.
Il nostro paese è stato l'ultimo fra i grandi paesi (addirittura il 31 dicembre) a recepire il piano per lo scambio di emissioni. Quindi, abbiamo accumulato un forte ritardo che rischia di essere impegnativo sul terreno delle politiche e oneroso sul piano della spesa e, soprattutto, rischia di farci perdere una straordinaria opportunità, ossia quella di collegare alla soluzione delle questioni di Kyoto alcune grandi scelte che abbiamo davanti. Una di queste scelte si chiama Europa. L'Europa, per quanto riguarda il Protocollo di Kyoto, si è mossa bene. Sappiamo tutti che il Protocollo di Kyoto è solo un passaggio iniziale e che bisognerà prendere altri provvedimenti. Sarà necessario coinvolgere non solo gli Stati Uniti, quindi mi associo alla richiesta della collega Bandoli, che non deve apparire maliziosa. Se è vero che il nostro Governo e il nostro Presidente del Consiglio hanno così buoni rapporti con l'amministrazione Bush, la spinga ad entrare in campo e ad accettare che su alcune grandi questioni si decida assieme, perché non c'è la possibilità di avere un futuro sicuro per tutti se non c'è speranza, rispetto dei diritti e dignità per tutti. Ebbene, l'Europa ha svolto un ruolo di primo piano e questa è una grande sfida europea. I paesi che l'affronteranno si candidano anche ad avere un ruolo di guida in questa sfida.
Inoltre, c'è un altro problema altrettanto importante. Spesso si parla del Protocollo di Kyoto in termini di spese e di investimenti in maniera astratta, quasi che ciò che siamo chiamati a fare per rispettare il Protocollo di Kyoto fosse cosa diversa da quello che dovremo in ogni caso fare. Voglio citare qui soltanto due settori, per essere chiari: uno è stato già citato da altri colleghi, ossia la politica dei trasporti, di cui discuteremo anche nel pomeriggio. Tuttavia, voglio concentrarmi - lo dico al sottosegretario Tortoli - sulla riunione che si terrà oggi al Ministero
dell'ambiente e della tutela del territorio fra il ministro Lunardi, il ministro Matteoli e i sindaci delle grandi città.
La finanziaria negli ultimi anni ha azzerato i fondi per il trasporto pubblico. Le nostre città sono sottoposte alla pressione di agenti inquinanti molto pericolosi. Il più pericoloso probabilmente è quello delle polveri sottili.
Sappiamo tutti che non si può uscire da tale pressione solo con provvedimenti di emergenza, pure indispensabili per salvaguardare la salute dei cittadini, soprattutto delle categorie più deboli come bambini ed anziani, ma che bisogna cambiare le politiche. Il cambiamento delle politiche implica un forte potenziamento del trasporto pubblico, un ricambio degli autobus, mezzi più puliti, una riduzione dei mezzi privati nelle città. Tali misure non salvano solo i nostri polmoni, non rendono solo più sicura la nostra vita, non ridanno solo qualità alle nostre città, ma sono molto importanti anche al fine del raggiungimento degli obiettivi di Kyoto. Infatti, il settore dei trasporti ha aumentato di oltre il 25 per cento le proprie emissioni dal 1990. Alcune delle misure che bisogna adottare per salvare le nostre città dall'inquinamento sono esattamente le stesse che servono a rispettare il Protocollo di Kyoto.
Lo stesso ragionamento vale per molti settori, e non alludo solo al risparmio energetico ed alle fonti rinnovabili, su cui molto è stato detto e sappiamo che molto c'è da fare.
ERMETE REALACCI. Cito sempre un dato che a me sembra francamente provocatorio per il nostro paese: in Italia vi sono 400 mila metri quadrati di pannelli solari termici mentre in Austria ve ne sono 2 milioni 300 mila. Mi sembra che ciò non sia nell'ordine naturale delle cose e non faccia onore all'Italia. È un dato che dobbiamo cambiare in questo come in altri settori, inclusi quelli dell'energia eolica e dei tanti campi di ricerca in cui chi arriverà prima si candiderà a svolgere un ruolo positivo nel mondo.
Si tratta di un terreno importantissimo per il futuro: non è un caso che la Commissione ambiente, nei giorni scorsi, abbia deciso di ascoltare il ministro Siniscalco. Abbiamo perso molti treni in questi anni: molti provvedimenti che hanno interessato l'economia italiana sono stati del tutto privi di misure che favorivano l'innovazione tecnologica, la ricerca scientifica, la qualità e la competitività della nostra economia. Ciò è accaduto, ad esempio, con la cosiddetta Tremonti-bis, costata circa 6 miliardi di euro, e che ha dato la stessa quantità di denaro ai notai che si rifacevano i salotti ed a chi investiva in innovazione e ricerca.
Vi è, ad esempio, la proposta avanzata per la Confindustria da Pasquale Pistorio di finanziamento dell'innovazione e della ricerca che, a nostro avviso, è un'ottima proposta. Si sta discutendo - e spero che prima o poi veda la luce - di un fatidico provvedimento sulla competitività del sistema italiano che, a nostro avviso, sarebbe un elemento essenziale in tale direzione. Non a caso, nella discussione sul recepimento del piano per lo scambio di quote di emissioni abbiamo chiesto - e tale richiesta è stata accolta dal Parlamento - che nel documento di programmazione economica e finanziaria, a partire da quest'anno, sia inserita una valutazione di quanto si è fatto per rispettare gli impegni presi in sede di accordi di Kyoto e di quanto è necessario fare. Ciò dipende in larga parte dalle scelte economiche.
Con astensioni incrociate oggi voteremo la mozione e la risoluzione presentate: se la convinzione che negli interventi è stata dichiarata da tanti esponenti della maggioranza sarà seria lo vedremo già dal provvedimento sulla competitività. Si tratta non solo di tener fede agli impegni presi, non solo di contribuire a rendere più sicuro e gradevole il nostro futuro, ma anche di ridare al nostro paese competitività, qualità, orgoglio, capacità di avere un'economia all'altezza delle sfide del futuro. Anche questo è Kyoto ed anche per
questo ci auguriamo che oggi sia una giornata di cambiamento di rotta (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Calzolaio. Ne ha facoltà.
VALERIO CALZOLAIO. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, questa mattina, alle 6 ora italiana, è entrata in vigore una norma globale, che vincola tutti i cittadini e le cittadine del pianeta ad una responsabilità comune, ad un obiettivo concreto, scadenzato, quantificato, di riduzione delle emissioni che scaldano ed inquinano l'atmosfera.
Come sapete, in qualche parte d'Italia sta nevicando ed in altri emisferi la stagione è esattamente opposta a quella europea. Sappiamo che sul clima vi sono cicli millenari e sarebbe sciocco pensare che davvero il clima cambi ogni giorno. Le dinamiche meteorologiche e la biodiversità climatica sono eventi di lunghissimo periodo nella storia della presenza dei viventi sul pianeta.
Tuttavia, tre studi di scienziati dell'ONU hanno documentato in modo rigoroso che alcune attività dell'uomo, messe in campo soprattutto nell'ultimo secolo e mezzo, stanno scaldando l'atmosfera. L'emissione di detrminati gas serra provoca un effetto di riscaldamento, nonché grandi rischi di modifiche strutturali alla temperatura del mare e a quella dei ghiacciai, così come agli ecosistemi ed anche alla sopravvivenza, nel medio-lungo periodo, dell'uomo sul pianeta. Sulla base di tali studi, è stata firmata, a Rio de Janeiro, una Convenzione. Successivamente, è stato firmato un vero e proprio Accordo, che vincola 40 Governi a realizzare un primo, parziale, obiettivo di riduzione di quelle emissioni e vincola 141 Governi - in realtà sono di più, perché alcune ratifiche non sono state ancora notificate al Segretariato della Convenzione - a procedure, strumenti, meccanismi, che impediscano l'ulteriore riscaldamento dell'atmosfera.
È importante che il Parlamento italiano celebri questo avvenimento, questa norma globale, che è davvero storica. Mi fa piacere inoltre che oggi, forse, tale occasione solenne non veda una contrapposizione dell'Assemblea. Immagino che i cittadini si domandino come si possa negoziare una questione come il clima e probabilmente non percepirebbero neanche le differenze tra le forze politiche su questa materia. Se ci sono attività umane che inquinano, turbano, scaldano, è meglio saperlo, per controllarle e limitarle. Se gli scienziati dicono che alcune attività producono danni irreparabili alla qualità della vita, è meglio fare di tutto per evitarle. Non si capisce, probabilmente, a cosa servirebbe il negoziato o, perlomeno, cosa sia negoziabile di questa esigenza. Ebbene, gli scienziati hanno detto e ripetuto che alcune attività producono danni all'ambiente e i rappresentanti dei Governi sembravano aver capito e deciso. Cominciavano innanzitutto coloro che più avevano inquinato nel secolo appena trascorso, firmando appunto la Convenzione sul clima ed il Protocollo di Kyoto. Ma questo deve diventare ora un dovere di tutti, anche per i paesi in via di sviluppo, con specifiche e differenziate responsabilità: attraverso regole multilaterali e patti bilaterali, che è il tema appunto del dopo Kyoto.
Presentando la mozione del centrosinistra, abbiamo voluto proporre una strategia e sfidare l'attuale maggioranza ad essere all'altezza del ruolo, che l'Europa in questo decennio si è assegnata, per ridurre davvero i rischi dei cambiamenti climatici. La nostra era - e resta, nella risoluzione depositata questa mattina - una mozione (ora una risoluzione) europea. Credo che quel taglio europeo abbia segnato il dibattito, che è stato positivo e civile, sia lunedì in sede di discussione sulle linee generali, sia questa mattina, e che abbia tracciato la via allo stesso testo predisposto utilmente dall'onorevole Antonio Leone, ed oggi sottoscritto da vari esponenti della maggioranza, che andava appunto nel senso di accettare questa sfida.
Noi ovviamente abbiamo avversato le politiche del Governo Berlusconi - le
politiche promosse e più spesso non promosse (o comunque non svolte) - in materia di cambiamenti climatici: l'atteggiamento internazionale subalterno ed arretrato; l'attuazione nazionale del Protocollo, che ci porta oggi a non essere nemmeno certi della riduzione (sulla quale, peraltro, ci siamo impegnati con un vincolo europeo ed in sede ONU), delle emissioni che sono aumentate grandemente; la resistenza, all'interno del contesto europeo, rispetto alle politiche della Germania, dell'Inghilterra e della Francia, che puntavano, come scrive oggi il quotidiano Le Monde, ad andare oltre, accentuando la strada avviata con il Protocollo di Kyoto.
Ribadiamo oggi che il Governo Berlusconi ha commesso un errore in questi tre anni e mezzo, che mette in difficoltà (anziché tutelarla) l'economia italiana. Al riguardo, vorrei fare soltanto due esempi.
Martedì prossimo, il 24 febbraio, finalmente, con un grave ritardo, verrà consegnato il Piano nazionale delle emissioni a Bruxelles. Il problema è che la Commissione ha tre mesi di tempo per effettuare le opportune verifiche. Il 1o marzo, per le oltre diecimila imprese europee (le centrali, i cementifici) entrerà in vigore una borsa europea dei fumi che le vincolerà ad un tetto di emissioni, mentre le imprese italiane saranno ancora sottoposte ad una incerta verifica da parte della Commissione europea. Le imprese italiane sono messe nella condizione di non competere sotto il profilo della sfida dell'efficienza e della qualità ambientale.
Per quanto riguarda il Piano generale dei trasporti, è stato accantonato un piano approvato nella scorsa legislatura che garantiva, attraverso le misure adottate nel campo del trasporto intermodale, su rotaia, nel campo decisivo della mobilità sostenibile nei comuni, dei piani urbani per la mobilità sostenibile, il raggiungimento degli obiettivi di riduzione stabiliti a Kyoto. Tale piano è stato accantonato ed apertamente contrastato con l'adozione di scelte diverse nella legge obiettivo ed oggi l'Italia paga il prezzo di un aumento straordinario delle emissioni, in particolare nel campo dei trasporti.
Ancora una volta, la nostra rete infrastrutturale e la qualità della convivenza civile urbana nel nostro paese mancheranno la sfida della qualità ambientale e sociale che l'Europa, invece, ha ampiamente scelto di lanciare, come dimostrano tutti i dati relativi all'enorme aumento delle fonti rinnovabili in molti altri paesi europei. La critica che oggi vogliamo ribadire, senza tornare a dibattere su tutto il pacchetto delle proposte dell'opposizione in termini di contrasto che abbiamo manifestato durante questi tre anni e mezzo nei confronti del vostro operato, cattivo o mancato, è che non avete una strategia. Noi, invece, con le mozioni prima e la risoluzione adesso, predisposta unitariamente da tutte le opposizioni, abbiamo una strategia europea che considera il protocollo di Kyoto come il primo parziale passo e che ci chiede di proseguire su quella strada con maggiore determinazione per raggiungere gli obiettivi che il mondo scientifico, il mondo dei ricercatori (tanti sono gli studi che sono stati compiuti in diversi paesi e gli studiosi che sono stati chiamati dall'ONU per ottemperare a tale incarico) ci hanno indicato: si tratta di impedire (lo abbiamo scritto nelle mozioni) che l'atmosfera si scaldi oltre quei due gradi centigradi considerati come il limite massimo per evitare di mettere a repentaglio la sopravvivenza di tante isole, ma anche della laguna di Venezia, di tanti ghiacciai, con conseguenze molto gravi per la temperatura dei mari, la disponibilità di acqua, sotto la minaccia della desertificazione, nonché le condizioni minime di sopravvivenza degli ecosistemi.
Nella stessa mozione è previsto il raggiungimento di un obiettivo quantificato, poiché si prevede l'obbligo di una riduzione media del 30 per cento nel 2020 e del 60 per cento nel 2050 delle emissioni di gas (l'Europa si deve presentare con tali obiettivi al negoziato avviato a Buenos Aires). Accanto a questo obiettivo, quantificato e scadenzato, abbiamo voluto segnalare l'importanza dell'efficienza energetica,
cui dobbiamo credere, e la necessità di adottare misure interne e internazionali.
Questa mattina si è molto discusso su uno dei punti della nostre mozioni; mi riferisco alla necessità di attuare sul territorio italiano almeno il 50 per cento degli obblighi di riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2012, anche se sarebbe necessario pervenire all'80 per cento. Parliamo di percentuali, ma puntiamo a rispettare l'impegno di Kyoto (l'obiettivo dell'Italia era una riduzione delle emissioni del 6,5 per cento entro il 2012, mentre oggi tale cifra si è portata a meno il 15 per cento, considerato il ritardo nelle politiche messe in atto dal Governo).
Tale obiettivo è il tetto massimo da raggiungere e per rispettare il quale il protocollo di Kyoto prevede l'attuazione di misure nazionali e di cooperazione internazionale. Noi diciamo che sono possibili quei meccanismi flessibili e quelle misure di cooperazione internazionale, ma senza dimenticare la necessità di riconvertire il nostro apparato energetico, infrastrutturale, industriale e mi riferisco a quelle politiche che hanno portato a così tante e pericolose emissioni.
In tal senso, il centrosinistra, attraverso la risoluzione presentata, si offre all'opinione pubblica del paese con un organico programma di politica energetica, industriale, infrastrutturale prima ancora che ambientale. Il nostro è un programma di governo e ci spiace che oggi non sia presente il Presidente del Consiglio o il Vicepresidente del Consiglio a testimoniare la solennità di questa seduta e l'importanza del voto del Parlamento.
Il Protocollo di Kyoto, i cambiamenti climatici, non sono materia del Ministero dell'ambiente, ma rappresenta un aspetto essenziale e prioritario di una seria, efficace e coerente politica di governo. Ed è proprio l'esecutivo che è venuto a mancare e non soltanto il ministro Matteoli!
Riteniamo che la piattaforma che presentiamo al voto dia prestigio ed autorevolezza all'Italia; siamo dunque soddisfatti di aver contribuito ad una seduta solenne in un giorno storico per la convivenza sul pianeta (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Parolo. Ne ha facoltà.
UGO PAROLO. Signor Presidente, intervengo per dichiarare, a nome del mio gruppo, il voto favorevole sulla mozione e sulla risoluzione all'ordine del giorno.
Non vi è dubbio sul fatto che la data di oggi sia estremamente importante per chi ha a cuore le tematiche ambientali; infatti, con l'entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, si lancia un segnale non solo a livello nazionale, ma anche a livello mondiale.
Tale Protocollo è importante non solo per gli effetti pratici che produrrà, ma soprattutto perché, per la prima volta, consente una concreta presa di coscienza a livello globale delle problematiche ambientali e, dunque, della necessità di cambiare metodo e di essere più virtuosi nell'utilizzo delle risorse al fine di prevenire l'inquinamento del nostro pianeta.
Certamente si tratta di un impegno che per il nostro paese è particolarmente gravoso, in quanto l'Italia sconta politiche ambientali sbagliate ereditate in anni di noncuranza, di proclami e di divisioni ideologizzate in ordine al problema ambiente, senza mai aver posto in essere programmi strategici che ci avrebbero fatto arrivare ad oggi in una posizione se non altro paritaria con gli altri paesi europei.
Non possiamo non tenere conto del fatto che oggi, alla griglia di partenza, l'Italia si presenta con la necessità di ridurre del 6,5 per cento le proprie emissioni di gas serra dal 2008 al 2012 rispetto alla quota calcolata nel 1990. A tale riduzione deve inoltre essere aggiunto un ulteriore 7,5 per cento, che rappresenta l'incremento di emissioni di gas serra registrato dal 1990 ad oggi. Mentre, altri paesi partono da una situazione sicuramente più favorevole; cito per tutti la Germania che, addirittura, dal 1990 ad
oggi, ha ridotto le proprie emissioni di gas serra del 17 per cento, nonché la Gran Bretagna che ha ridotto le proprie emissioni del 12 per cento.
Oltre all'Italia vi sono anche altri paesi che, dal 1990 ad oggi, hanno aumentato le suddette emissioni; tuttavia essi partono da una situazione molto più favorevole della nostra, disponendo di un sistema industriale, tecnologico, dei trasporti e di produzione dell'energia molto più avanzato (ad esempio, la Francia).
Di tale situazione dobbiamo prendere atto, sapendo che per il nostro paese l'impegno sarà molto gravoso. A nostro avviso, occorrerà intervenire in primo luogo sulle nuove tecnologie, attraverso un rinnovo del parco mezzi privati, degli elettrodomestici affinché siano meno dannosi ai fini delle emissioni di gas serra, nonché dei sistemi di produzione e calore.
Vorrei aprire e chiudere una parentesi, facendo notare che alcune innovazioni non costerebbero praticamente nulla al paese. Ad esempio, basterebbe cambiare la normativa che consente ancora oggi in Italia di vendere caldaie di vecchia generazione, obbligando invece ad istallare quelle moderne, che peraltro vengono già utilizzate in tutta Europa. Queste caldaie sono prodotte dalle nostre aziende e vendute nel resto del continente. Quindi, basterebbe cambiare la normativa del settore per risparmiare annualmente 8 milioni di tonnellate di anidride carbonica, pari all'1,5 per cento del totale del sistema Italia. Si tratta dell'1,5 per cento sul 6,5 per cento da ridurre complessivamente; pertanto, tale percentuale costituisce una quota significativa. Tra l'altro, tale modifica arrecherà anche benefici ai cittadini perché potrebbero ottenere risparmi nel consumo di carburante da riscaldamento.
Ebbene, quando si parla di nuove tecnologie, in qualche occasione basterebbe cambiare la normativa per trarne soltanto dei benefici. Purtroppo, anche da questo punto di vista, l'Italia sconta un sistema burocratico levantino, lento, che non è in grado di dare risposte immediate alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie.
Inoltre, occorrerà intervenire sul secondo grande tema, rappresentato dalle infrastrutture. Cari amici della sinistra, non è vero che non bisogna costruire strade. Certamente siamo tutti d'accordo che per cambiare e ridurre significativamente le emissioni di gas serra bisognerà cambiare la politica dei trasporti. Inoltre, siamo tutti d'accordo sul fatto che il sistema di trasporto delle merci deve essere maggiormente dirottato sulle rotaie. Tuttavia, anche gli ingorghi sulle strade non costituiscono certo un aiuto alla limitazione delle emissioni di gas serra.
Poi occorrerà anche intervenire sui controlli, perché la circolazione di automezzi di vecchia concezione sul nostro territorio, soprattutto provenienti dai paesi dell'est, contribuisce in materia determinante ad aumentare le emissioni di anidride carbonica e di altri gas inquinanti nel nostro sistema.
Infine, il terzo grande settore su cui bisognerà intervenire è quello delle fonti rinnovabili. Anche da questo punto di vista, il nostro paese è estremamente arretrato. Cito sempre l'esempio paradossale costituito dalla Germania che certamente gode di meno sole rispetto all'Italia; tuttavia, in Germania una quota significativa di energia viene prodotta attraverso il solare, mentre in Italia tale quota è scarsamente significativa. Anche in questo caso si scontano politiche purtroppo sbagliate perseguite negli scorsi decenni, quando il monopolio dell'ENEL ha impedito l'affermarsi di iniziative private anche nel settore dell'energia e delle fonti rinnovabili.
Insomma, bisogna prendere esempio dai paesi virtuosi - la Germania e il Regno Unito su tutti, ma anche altri - per potere limitare l'impatto finanziario ed economico che graverà sul nostro sistema produttivo. Vorrei anche far presente al Governo che, nell'assegnazione delle quote, si dovrà tenere conto di chi è stato già virtuoso; infatti, se è vero che l'Italia ha aumentato del 7,5 per cento le proprie emissioni dal 1990 ad oggi, è altrettanto vero che alcuni settori, quale quello industriale, hanno diminuito le proprie emissioni
dell'1,4 per cento. Al contrario, un grosso incremento è stato registrato nel settore privato - elettrodomestici e sistemi di riscaldamento - che ha aumentato le proprie emissioni al 10 per cento e anche purtroppo nel settore dei trasporti, vera nota dolente.
Ebbene, quando verrà definita la quota pro capite di tonnellate di anidride carbonica da assegnare ad ogni impresa, mi auguro che il Governo terrà conto delle esigenze delle piccole e medie imprese, che saranno le più penalizzate dall'entrata in vigore del Protocollo di Kyoto. Inoltre, dovrà tenere conto di chi ha già prodotto sforzi per cercare di essere virtuoso. Soprattutto mi auguro che il Governo apra da subito una trattativa affinché non solo gli Stati Uniti d'America - come è stato richiesto da tutti coloro che sono intervenuti in questa sede, - aderiscano al Protocollo di Kyoto, ma anche i paesi cosiddetti emergenti.
Nel 1990, infatti, la quota di gas serra inquinanti prodotta dalla Cina, dall'India e dal Brasile, poteva essere ritenuta non significativa. Tuttavia, dal 1990 ad oggi, in particolare in Cina, la situazione è cambiata ed essa deve dunque assumersi la responsabilità, al pari degli Stati Uniti, di aderire al Protocollo di Kyoto, al fine di evitare ulteriori distorsioni sul mercato, come già avviene.
Per tali ragioni, dunque, esprimiamo voto favorevole sulla mozione Antonio Leone ed altri n. 1-00422 e sulla risoluzione Violante ed altri n. 6-00100, ma chiediamo al Governo un impegno fermo affinché in sede di revisione del trattato tali questioni vengano affrontate e risolte. Infatti, come è noto, il Protocollo di Kyoto non si ferma al 2012, ma il 2012 è un punto di partenza per un'ulteriore sfida per arrivare al 2050 con un obiettivo ben più ambizioso, vale dire la riduzione fino al 50 per cento delle emissioni di gas serra a livello planetario (Applausi dei deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana).
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto.
Avverto che è stata chiesta la votazione nominale mediante procedimento elettronico.
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