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PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 1 e delle proposte emendative ad esso presentate (vedi l'allegato A - A.C. 4360-C sezione 3).
Ha chiesto di parlare l'onorevole Nigra. Ne ha facoltà.
ALBERTO NIGRA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il disegno di legge in esame, ormai giunto alla terza lettura, è volto, come è noto, alla promozione di interventi a sostegno dell'internazionalizzazione del sistema produttivo italiano che rendano più sinergica l'azione svolta dai soggetti pubblici e privati operanti all'estero.
Come ho ricordato, siamo alla terza lettura, e si può affermare che il provvedimento è stato oggetto di un'approfondita discussione in occasione delle precedenti letture, alla Camera e al Senato, dalle quali tuttavia, a nostro giudizio, il provvedimento stesso non è uscito complessivamente rafforzato. Le perplessità sulla base delle quali ci siamo astenuti in occasione della precedente lettura alla Camera restano ferme, qualora non vengano accolte alcune importanti proposte emendative che abbiamo presentato.
Per i colleghi che ascolteranno la discussione su questo provvedimento vorrei, anche un po' retoricamente, provare a sottolinearne l'importanza, citando alcuni titoli di un qualunque giornale economico di oggi: «La FIAT ritorna a produrre auto in Iran»; «Anagni perde i tubi catodici e l'indiana Videocon rileva la fabbrica e la localizza in Asia»; «Nel mondo si beve più vino ma arretra il made in Italy»; «Moda: 90 mila posti a rischio», «Il nuovo Cile attira l'Italia: nasce la concorrenza sull'olio extravergine di oliva.» Letti così, sembrano titoli di un giorno qualunque, cui possiamo trovarci di fronte sfogliando le pagine di un quotidiano, ma in realtà si sta parlando di questioni di grandissima importanza e cioè, sostanzialmente, della capacità competitiva del nostro sistema produttivo industriale sullo scenario mondiale.
Quello di cui stiamo discutendo è un provvedimento molto importante, non certo risolutivo rispetto alle questioni che ci vengono poste dai titoli di giornale letti poco fa, ma senza dubbio importante per le prospettive del nostro sistema di esportazione di beni all'estero.
ALBERTO NIGRA. Quali sono i punti su cui ci soffermiamo attraverso i nostri emendamenti? Innanzitutto, il fatto che il provvedimento riveste sicuramente aspetti importanti e anche positivi perché consente, in linea di massima, di andare a rafforzare la rete delle nostre strutture (sportelli) all'estero, che potrebbero costituire lo strumento attraverso il quale si potrà promuovere il nostro paese nel mondo.
Il punto su cui vogliamo invece sottolineare l'attenzione sono proprio i limiti di questo provvedimento. Il primo limite che noi ravvediamo è che questo provvedimento,
come già abbiamo avuto modo di dire, di fatto non risolve positivamente i problemi, anzi complica e rischia di burocratizzare l'esistente.
Come ben sappiamo, ad esempio, all'estero sono presenti gli uffici dell'ICE, in molti casi esempi encomiabili di come si possa gestire l'attività di promozione dei nostri prodotti all'estero (in altri casi lo sono meno, senza dubbio!). Si tratta di un'importante struttura che può svolgere, e svolge già tuttora, una rilevante funzione. L'assommarsi alle strutture dell'ICE di quelle spesso aperte anche dalle regioni in molti paesi stranieri e delle altre attività svolte da soggetti privati, oltreché ovviamente da quelli pubblici, cioè dallo Stato, che ho or ora citato, rischia, senza una gestione adeguata e coordinata a sufficienza, di dar luogo non al moltiplicarsi di una serie di iniziative che possono comportare in qualche modo risultati positivi per gli obiettivi che esse si sono prefissati, ma, al contrario, all'assommarsi disordinato e caotico di una serie di soggetti che, invece di fare sinergia fra loro, finiscono con il creare una serie di problemi (di sovrapposizioni o anche di scarsa utilizzazione razionale delle poche risorse a disposizione) che non favoriscono il nostro sistema produttivo all'estero.
È chiaro allora che l'idea dell'apertura degli «sportelli Italia», così come vengono, anche un po' pomposamente, chiamate queste nuove strutture, può costituire indubbiamente un utile strumento ma occorrerà, a nostro giudizio, al fine di rafforzarle, provare a semplificare e a rafforzare sostanzialmente l'esistente.
Ad esempio, sempre all'interno di una logica di scarsità delle risorse (problema con il quale, purtroppo, siamo quotidianamente chiamati a confrontarci in questa legislatura), il fatto che, per l'istituzione degli sportelli, si immagini di procedere ad assunzioni esterne anziché a lavorare, preventivamente, per rafforzare e professionalizzate i dipendenti che già operano all'interno delle strutture esistenti è indubbiamente un limite.
Nell'apprezzare il fatto (se verrà confermato dal voto) che vi sia stata un'apertura, una considerazione positiva di un nostro emendamento che interessa, in qualche modo, i cosiddetti contoterzisti e le attività che costoro possono svolgere all'estero (ovviamente, anche in relazione ad attività che, più in generale, riguardano la produzione del nostro paese e le esportazioni), manteniamo e rafforziamo, con un emendamento soppressivo, la nostra perplessità riguardo all'inserimento (di cui, francamente, non capiamo le ragioni), all'interno dei soggetti promotori degli sportelli, di Sviluppo Italia.
ALBERTO NIGRA. Sviluppo Italia sembra diventata, da un po' di tempo, come il prezzemolo: quando c'è un problema nel nostro paese - di qualunque specie esso sia, dalle Olimpiadi invernali alla soluzione di un grave problema produttivo ovvero, come in questo caso, alla necessità di aprire strutture di promozione all'estero - si ricorre a Sviluppo Italia!
I casi sono due: o Sviluppo Italia è in grado di svolgere qualunque compito e funzione all'interno di questo paese o, forse, alla società affluiscono risorse che non si riesce ad utilizzare per le finalità e gli obiettivi che essa persegue. Probabilmente, occorrerebbe ripensare alla funzione di Sviluppo Italia anziché inserirla dovunque capiti, al di fuori di una logica sensata di programmazione. Questo è uno degli aspetti più importanti sui quali i nostri emendamenti si soffermano, chiedendo, sostanzialmente, di superare la scelta operata nelle precedenti letture e di ritornare al testo originario, alla condizione di partenza.
Infine, più in generale, credo si possa dire che, se i nostri emendamenti verranno recepiti, essi aiuteranno il provvedimento in esame, che riveste anche funzioni e compiti importanti e condivisibili, a diventare, se mi è consentito dirlo, più razionale e, in qualche modo, più funzionale agli obiettivi generali che esso si prefigge.
Sintetizzerei così: l'idea è giusta, ma le nostre perplessità sono particolarmente incentrate sul modo in cui la si realizzerà. Le nostre proposte emendative cercano di migliorare il testo e, in qualche caso, di ricondurlo alla versione originaria, non perché ritenessimo che questa non avesse difetti e limiti, ma perché ne aveva meno di quanti ne presenti in terza lettura.
Le questioni che il provvedimento tratta e la necessità di favorire e rafforzare l'internazionalizzazione delle imprese sono tra i compiti principali che deve in qualche modo svolgere il nostro paese. Non vorremmo che, anche dopo questo passaggio, dopo l'approvazione del provvedimento (a questo punto, in quarta lettura), si dovesse arrivare alla triste constatazione - alla preoccupante constatazione, direi - proposta da un commentatore, oggi, sulle pagine di un giornale economico, a proposito dei recenti contatti e degli accordi che potranno essere realizzati, sulla base dei colloqui tra il premier Berlusconi ed il premier francese Raffarin. Il titolo dell'articolo al quale mi riferisco è del seguente tenore: «A Raffarin gli affari, all'Italia l'immagine». Al contrario, abbiamo bisogno che le nostre imprese all'estero possano fare affari, nel senso positivo e nobile del termine!
Quindi, occorre che le imprese italiane abbiano, da parte del nostro paese, tutto il sostegno, l'aiuto, gli strumenti indispensabili e necessari, ed anche il coordinamento, per poter svolgere le loro attività nel modo migliore possibile. In caso contrario, titoli come quello che vi ho riferito rischiano di trasformarsi da previsioni negative su ciò che potrà avvenire nei prossimi anni a constatazioni di un trend inarrestabile.
Tale trend, di fatto, porterà il nostro paese ad essere un soggetto, certamente non al di fuori del contesto internazionale produttivo, ma sicuramente ridimensionato rispetto alla funzione all'interno del contesto economico mondiale (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Dario Galli. Ne ha facoltà.
DARIO GALLI. Signor Presidente, intervengo per esprimere una serie di perplessità che personalmente - ma credo di poter parlare anche a nome del movimento che rappresento in questo momento - nutro nei confronti del provvedimento in esame.
È indiscutibile che il sistema produttivo italiano stia attraversando ormai da due anni un periodo di estrema difficoltà. Non capisco con quali motivazioni intervengano i colleghi della sinistra, dal momento che una grande responsabilità della situazione attuale è da imputare in maniera diretta, parziale, ai Governi che hanno presieduto per anni, ma soprattutto all'ideologia che attraverso i Governi e le associazioni extragovernative, che controllano direttamente, di fatto, ha influenzato il nostro sistema produttivo.
Questa mattina ne abbiamo avuto un ultimo esempio. Parlando di internazionalizzazione, quindi, di apertura verso l'estero del nostro sistema produttivo, i colleghi della sinistra non hanno trovato nulla di meglio che votare contro ogni nuova apertura, negli anni a venire, di nuovi passaggi attraverso l'arco alpino. Come al solito, predicano bene e razzolano male; affermano cose che poi vengono contraddette immediatamente dalle decisioni che portano avanti.
A parte questi dati singoli (se ne potrebbero elencare centinaia), il primo aspetto veramente importante che riguarda oggi il nostro sistema produttivo è il seguente: negli ultimi trent'anni (quindi, dagli anni Settanta in poi), in tempi non sospetti, perché l'economia generale tirava ugualmente e non ci si accorgeva direttamente di quanto stesse succedendo, tutto ciò che è stato introdotto dalla loro ideologia, soprattutto attraverso la mano del sindacato che è sfociata nell'estrema rigidità del mondo del lavoro italiano e nell'estrema difficoltà delle aziende italiane di gestire il loro lavoro, ha portato alla situazione odierna.
Non mi riferisco agli ultimi tre o quattro anni, ma ad almeno quindici o venti anni fa, tant'è che le grandi aziende italiane, quelle che non ci sono più, non hanno chiuso oggi, ieri, un anno fa o tre anni fa, ma a partire dagli anni Settanta e dall'inizio degli anni Ottanta. La FIAT, difesa a spada tratta dalla sinistra e i cui vertici hanno sempre avuto grande contiguità ideologica con gli esponenti della sinistra, ne è l'esempio più classico. La FIAT, negli anni Settanta, aveva 250 mila dipendenti in Italia; oggi ne ha solo 30 mila (meno del comune di Roma). Ha più dipendenti il comune di Roma che la FIAT in tutta Italia! La stessa cosa non è successa negli altri paesi europei. La Francia e la Germania hanno conservato le proprie aziende automobilistiche e continuano a produrre quattro o cinque milioni di auto all'anno, mentre l'Italia è passata a poco più di 800 mila, rispetto al doppio di qualche anno fa. Ormai, la maggior parte di quelle poche auto FIAT prodotte nel mondo sono prodotte all'estero e i 220 mila miliardi che la comunità italiana, ma soprattutto i contribuenti padani, hanno regalato alla famiglia Agnelli sotto varie forme hanno portato ad avere 220 mila posti di lavoro in meno.
È ovvio che senza la grande azienda che tira, senza la grande industria che fa ricerca diventa difficile fare qualunque cosa per tutto il resto del mondo imprenditoriale e produttivo. Negli altri paesi esistono le piccole e medie aziende, anche se ovviamente di taglio completamente diverso rispetto alle nostre, ma esistono soprattutto perché continuano ad esistere le grandi aziende, che possono svolgere attività di ricerca, che possono permettersi grandi investimenti, che possono pensare di andare all'estero a fare veramente grandi affari (e non a presentarsi con il cappello in mano, come spesso tocca fare alle nostre aziende).
Quindi, per questo quadro complessivo, la responsabilità dei Governi di sinistra, ma soprattutto della ideologia di sinistra, è evidentissima e pesantissima. Infatti, ci si dovrebbe domandare in questo Parlamento - invece di parlare di tutto il resto, che poco ha a che fare con la nostra economia - perché il Giappone, gli Stati Uniti, la stessa Cina facciano investimenti o accordi con tutti gli altri paesi europei tranne che con l'Italia. Il Giappone e la Corea i nuovi stabilimenti automobilistici, contrariamente a qualche anno fa, non li costruiscono più sul proprio territorio per poi trasferire le auto in occidente, ma li costruiscono fanno direttamente negli Stati Uniti, in Portogallo, in Spagna, in Francia, in Germania, in Inghilterra, nei nuovi paesi dell'est, accorpati nell'Unione europea, ma non in Italia. La domanda e la risposta sono entrambe molto semplici; basta chiedere a qualunque manager giapponese perché non investe in Italia e vi risponderà: ma l'Italia è il paese nel quale se io decido di fare un sabato lavorativo in più devo chiedere il permesso al sindacato? Sì? E allora no, grazie, vado in qualunque altro paese che mi dà le stesse condizioni, magari migliori, e quando c'è da lavorare si lavora, punto e basta!
Quindi, quello di oggi è il risultato di 15-20 anni di storia industriale negativa del nostro paese.
Veniamo ora al provvedimento di cui stiamo discutendo. Ma se non lo si inquadra in un contesto generale, se non si ha ben chiaro che cosa è successo prima, ha poco significato parlare solo della fine della storia. Questo provvedimento dovrebbe aiutare la internazionalizzazione delle nostre imprese; e anche in questo caso dovrebbe essere ben definito se, per internazionalizzazione, noi intendiamo dire che manteniamo le imprese, perlomeno in buona parte, in Italia, cercando di vendere e di commercializzare all'estero, oppure se, più semplicemente, pensiamo di accelerare ulteriormente il processo di delocalizzazione, aiutando o incentivando le aziende addirittura a spostarsi definitivamente all'estero e chiudendo quel poco che è rimasto in Italia. Ovviamente, la ratio del provvedimento dovrebbe essere la prima: aiutare le imprese a mantenere nel nostro paese il cuore produttivo (almeno la gran parte), di progettazione e di marketing, aprendosi comunque ai mercati
esteri ed eventualmente realizzando all'estero quel poco che proprio non si riesce ad attuare nel nostro paese.
Il provvedimento in esame, ovviamente, ha una finalità estremamente condivisibile, rispetto alla quale non possiamo che essere d'accordo. Abbiamo però forti perplessità su cosa effettivamente si intenda fare con questo provvedimento e se quello che viene indicato sia veramente la cosa migliore da fare. Vengo ad illustrare le nostre perplessità (in ordine di importanza).
In questo provvedimento si indica che, in un certo numero di paesi (una trentina), si dovrebbero istituire degli sportelli unici, che dovrebbero accorpare le varie presenze italiane all'estero in campo economico-produttivo (quindi, oltre ad ambasciate e consolati, le camere di commercio, gli istituti per il commercio estero, e così via); si tratta di organismi unici che dovrebbero semplificare le procedure, renderle anche più efficaci e meno costose ed aiutare in maniera più fattiva le nostre imprese. Vi è un prima questione, da me sollevata nella XI Commissione, che ha espresso poi su questo punto alla X Commissione il proprio parere in termini dubitativi, parere che non è stato recepito. Avevo chiesto di sapere quali sono questi paesi, perché capisco che ci sono delle indicazioni generali, ma spendere dei soldi per avviare un'attività in Cina, in Ungheria o in India può avere un senso, mentre avviarla in altri paesi, che peraltro sono comunque sempre all'estero e quindi potrebbero rientrare in questo elenco, ovviamente potrebbe avere tutt'altro significato. Il fatto di non aver dato un'indicazione chiara già nella fase di esame del provvedimento da parte delle Camere è secondo noi una grave mancanza.
Vi è poi una questione di metodo; se effettivamente lo Stato vuole intraprendere un'azione positiva per il sistema economico - contestualmente dando, per così dire, il buon esempio - dovrebbe comportarsi di conseguenza. In questi anni, le aziende italiane sono rimaste in vita con grandi sacrifici che hanno riguardato investimenti, redditività, remunerazione del capitale investito nonché il profilo occupazionale. Se, infatti, è comunque vero che l'occupazione in Italia è aumentata e la disoccupazione è diminuita, ciò si deve all'ampliamento dei settori di intervento e di occupazione. Ma l'industria vera a propria ha comunque perso addetti, pur aumentando contestualmente il fatturato complessivo; quindi, essa ha intrapreso una grande azione di risanamento e di riduzione dei costi, riducendo anche la manodopera e mantenendo - o addirittura incrementando - il fatturato.
Lo Stato, che certo non brilla né per efficacia né, soprattutto, per efficienza, dovrebbe seguire tale strada; ho già ricordato - ma lo ricordo ancora una volta, in quanto si tratta di uno dei nodi fondamentali del nostro sistema economico: se non risolto, qualsiasi altro intervento sarà assolutamente inutile - che lo Stato continua ad avere un apparato pubblico elefantiaco, assolutamente sproporzionato rispetto agli abitanti ed ai servizi forniti ai cittadini. Un apparato che, per dimensioni, è nell'ordine del doppio o del triplo rispetto a quello degli altri paesi occidentali paragonabili al nostro; ciò, ovviamente, crea, relativamente ai costi, tra il nostro Stato (e quindi per il nostro sistema produttivo) e gli altri paesi europei ed occidentali in genere una forbice assolutamente inaccettabile.
Quindi, partiamo da questa situazione, certo non brillante, per varare un provvedimento che interviene proprio nel sistema economico-produttivo; ma, anziché cercare di dare il buon esempio, e quindi di recuperare le risorse necessarie per istituire tali nuovi meccanismi all'interno delle - lo ribadisco - esuberanti risorse umane già esistenti nel sistema statale, prevediamo costi aggiuntivi, e, soprattutto, assunzioni aggiuntive.
Su ciò, ovviamente, non possiamo in alcun modo trovarci d'accordo; anzitutto, perché veramente non si capisce, in tal caso, come si voglia intervenire. Se, infatti, il problema è dato dalla molteplicità delle nostre istituzioni operanti nei paesi stranieri - l'ambasciata, il consolato, la camera di commercio, l'istituto per il commercio
estero, e via dicendo: ognuno con la sua struttura e con i suoi edifici -, dovremmo cercare di razionalizzare; ma allora è evidente che anzitutto si deve pensare ad una riduzione, in prospettiva, dei costi: se, per esempio, da cinque edifici passo a due o a tre, come minimo avrò costi fissi inferiori, sia di struttura, sia di manodopera.
Ma il discorso riguarda anche le professionalità; in un apparato che ha complessivamente 5 milioni di dipendenti - in gran parte, ormai, laureati (e comunque con un background di studio di una certa consistenza) ...
PRESIDENTE. Onorevole...
DARIO GALLI Concludo, Presidente; riprenderò l'argomento successivamente.
Ebbene, in tal caso, le professionalità si dovrebbero cercare senza costi aggiuntivi all'interno di tale apparato pubblico.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Ruggeri. Ne ha facoltà.
RUGGERO RUGGERI. Signor Presidente, intervengo molto brevemente per dichiarare che il mio gruppo non vuole in alcun modo intralciare il percorso del provvedimento in esame; al riguardo, non condivide le critiche espresse oggi dalla Lega.
Tuttavia, su due aspetti proprio non siamo d'accordo. Il primo fa riferimento all'articolo 1 ed all'emendamento Lulli 1.6. Ebbene, non possiamo istituire gli sportelli unici solo per le multinazionali quando la nostra struttura - che ne ha particolarmente bisogno - è fatta di piccole e medie imprese. È il primo aspetto sul quale poi chiederemo un parere e l'espressione di un voto favorevole.
Il secondo aspetto è rappresentato da un elemento politico, concernente il ruolo di Sviluppo Italia.
Vorrei ricordare che, quando venne costituita Sviluppo Italia, la sua finalità era non lavorare all'estero, o addirittura svolgere un'attività di formazione nei paesi esteri, bensì attrarre investimenti esteri in Italia. Sviluppo Italia, allora, deve spendersi per realizzare gli sportelli unici nel nostro paese, dove non esistono ancora; infatti, ritengo opportuno occuparsi prima dei problemi «interni». Il disegno di legge in esame, pertanto, contempla un ruolo di Sviluppo Italia che considero assolutamente inappropriato.
Sono queste le due critiche che muoviamo al provvedimento presentato dal Governo. Concludendo, credo che i colleghi possano riflettere sulle proposte emendative che abbiamo presentato ed esprimere su di esse, nel prosieguo del dibattito, un voto favorevole.
PRESIDENTE. Nessuno altro chiedendo di parlare, inviterei il relatore ad esprimere il parere della Commissione.
ENZO RAISI, Relatore. Signor Presidente, le chiedo di disporre una sospensione dei lavori dell'Assemblea, per almeno mezz'ora, al fine di consentire al Comitato dei nove di riunirsi, dal momento che vi sono alcune questioni da dirimere.
PRESIDENTE. Sta bene, onorevole Raisi.
Sospendo pertanto la seduta fino alle 13.
La seduta, sospesa alle 12,30, è ripresa alle 13.
PRESIDENTE. Chiedo al relatore di riferire all'Assemblea sugli esiti della riunione del Comitato dei nove.
ENZO RAISI, Relatore. Signor Presidente, è maturata la necessità di un ulteriore aggiornamento. Chiedo pertanto alla Presidenza se sia possibile rinviare il seguito della discussione del provvedimento alla prossima settimana.
ANDREA LULLI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANDREA LULLI. Signor Presidente, intervengo per mettere in rilievo che la richiesta di rinvio è dovuta ad un dissenso verificatosi all'interno della maggioranza di Governo. L'opposizione, su questo provvedimento, ha sempre tenuto un atteggiamento responsabile. Vorrei ricordare che, in prima lettura, ci siamo astenuti, pur avendo una serie di critiche da avanzare al provvedimento in esame. Infatti, una politica di attenzione verso il mondo delle imprese nella presente contingenza è particolarmente urgente e sarebbe opportuno che il Governo «uscisse allo scoperto» sul provvedimento per la competitività. Sono, infatti, ormai passati quattro anni dall'inizio di questa legislatura ed ancora non si è riscontrato alcun risultato in tale direzione. Credo che ciò sia un aspetto particolarmente significativo.
Su questo provvedimento ciò che più stona rispetto all'idea che noi sosteniamo è che - mi riferisco soprattutto all'articolo 2 - si utilizzano fondi destinati alla promozione delle attività delle imprese sul piano internazionale per rendere possibili alcune assunzioni. Non vogliamo fare una questione dirimente di ciò, ma certamente non ci pare il metodo giusto per porre il problema di un coordinamento dell'internazionalizzazione delle imprese. Sarebbe opportuno, piuttosto, far funzionare meglio l'Istituto per il commercio con l'estero (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, è stata formulata una richiesta di rinvio del seguito dell'esame del disegno di legge. A norma di regolamento, o si approva o si respinge tale richiesta, ma non si possono svolgere interventi. In via del tutto eccezionale, concedo la parola, per un minuto, all'onorevole Ruggeri.
Prego, onorevole Ruggeri, ha facoltà di parlare.
RUGGERO RUGGERI. Signor Presidente, le imprese stanno ancora aspettando, soprattutto quelle piccole e medie. Se, quando si discutono questioni che riguardano l'industria, il commercio, l'agricoltura, l'artigianato e il commercio con l'estero, il Governo non è presente, il problema riguarda la maggioranza e lo stesso Governo, che non riesce a portare a compimento alcun provvedimento di politica industriale.
MASSIMO POLLEDRI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MASSIMO POLLEDRI. Signor Presidente, si tratta di una serena richiesta di rinvio dell'esame del disegno di legge e non vi è altro intento se non quello di migliorare il provvedimento. Il viceministro Urso, purtroppo, non può essere presente in aula. Crediamo che alcuni suggerimenti, provenienti anche dal nostro gruppo, possano essere oggetto di un sereno dibattito. Non fasciamoci la testa! Vogliamo solo perfezionare un provvedimento che tenta di migliorare il trend delle esportazioni e dell'internazionalizzazione delle imprese.
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, come Presidente della Camera, vorrei esprimere il mio rammarico per il rinvio del seguito dell'esame del disegno di legge in discussione. Lo dico sinceramente. Occorre che i provvedimenti giungano in Assemblea adeguatamente istruiti: non ci si può lamentare per i ritardi del Parlamento se, tali ritardi, spesso, sono dovuti anche a dissensi interni alla maggioranza, dissensi che non ci consentono di ultimare l'esame di provvedimenti presentati.
Questo è un fatto che non posso far passare sotto silenzio. Purtroppo, si sta rinviando, di settimana in settimana, l'esame di alcuni provvedimenti all'ordine del giorno. Vorrei, pertanto, esprimere al Governo, nelle persone dei sottosegretari qui presenti, il mio vivo rammarico per questo. Lo dico con sincerità, ma anche con tutta la forza istituzionale di cui sono capace.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
Onorevoli colleghi, ha appena fatto il suo ingresso nelle tribune un grande amico dell'Italia, il Presidente dell'Assemblea del popolo della Repubblica araba d'Egitto, Fathy Sorour. Vogliamo salutarlo, rinnovando i sentimenti di amicizia tra l'Italia e la Repubblica araba d'Egitto. Grazie, caro Presidente Fathy Sorour (Applausi).
Sospendo la seduta, che riprenderà alle ore 15 con lo svolgimento di interrogazioni a risposta immediata.
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