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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Russo Spena. Ne ha facoltà.
GIOVANNI RUSSO SPENA. Signor Presidente, il decreto-legge in esame non si limita a disciplinare la coltivazione delle richiamate varietà di mais transgenico, ma intende regolare la coesistenza di ogni forma di agricoltura transgenica con quella non transgenica, anche, quindi, la coesistenza della coltivazione di tutte le sementi OGM con la coltivazione di quelle non OGM.
Se così fosse, non si comprende l'urgenza e la straordinaria necessità di legiferare attraverso lo strumento del decreto-legge; non si comprende cioè, anche volendo ammettere che sia fondata la tesi del Governo circa la straordinaria necessità ed urgenza del provvedimento, come possa dirsi urgente regolare la coesistenza della coltivazione del grano o del riso o della patata o della barbabietola o del pomodoro OGM con la coltivazione di prodotti non geneticamente modificati.
Peraltro, occorre rilevare che la materia trattata nel decreto-legge non riguarda solo l'ambiente, ma anche, indirettamente, i sistemi agrari, per regolare i quali sono, senz'altro, competenti le regioni. Potremmo, quindi, trovarci di fronte non a competenze esclusive o concorrenti, ma, addirittura, a competenze che confliggono, tali, comunque, da impedire al Governo l'utilizzo del decreto-legge per esercitarle.
Aggiungasi, inoltre, che, trattandosi di materie per le quali devono essere fissati i criteri e i principi ovvero norme quadro sulla citata coesistenza, questi possono concretarsi solo ai sensi dell'articolo 76 della Costituzione, ossia con legge ordinaria di delega.
Sul contenuto del provvedimento, bisogna rilevare che non appare esatto quanto specificato all'articolo 1, secondo il quale il presente decreto è emanato in attuazione della raccomandazione della Commissione della Comunità europea 2003/556/CE del 23 luglio del 2003. Si attua solo ciò che è vincolante, infatti, non ciò che è facoltativo.
GIOVANNI RUSSO SPENA. In proposito, si aggiunga che il punto 2.1.2. della medesima raccomandazione, se attuata, prevede non l'assenza di contaminazione nelle aree non OGM, ma una contaminazione delle suddette. Al presente, infatti, per le sementi, ad esempio, di mais, la tolleranza di OGM è zero, mentre per gli alimenti ed i mangimi tale tolleranza è dello 0,5 per cento. Da tutto ciò deriva che, anche per la raccomandazione, la contaminazione da OGM, pur minima, è certa, in presenza di coesistenza delle coltivazioni geneticamente modificate e non geneticamente modificate.
Ma allora, ci chiediamo, cosa ne sarà delle sementi a tolleranza zero? Anche esse saranno contaminate. Si supponga, ciononostante, che la contaminazione di queste sementi arrivi al citato 0,5 per cento. Se così fosse, si ricordi che un inquinamento dello 0,5 per cento per il mais significa la presenza di cinque semi geneticamente modificati ogni mille semi geneticamente free, ossia privi di OGM. Un ettaro di mais comporta l'utilizzo di 75 mila semi circa.
Con tale tolleranza si renderebbero attivi 375 semi geneticamente modificati ad ettaro. Gli ettari coltivati attualmente in Italia a mais, quasi tutti nel nord, sono circa un milione e quattrocentomila. Moltiplicando un milione e quattrocentomila per 375 si liberano sul territorio 500 milioni circa di semi geneticamente modificati. Ogni seme, a sua volta, produce una pannocchia (e, a volte, due) che contiene in media dai 7 ai 900 semi di mais. Quindi, ulteriori considerazioni su questo punto appaiono superflue.
Inoltre, il decreto-legge, non regolando la sperimentazione, riconosce implicitamente
il valore autonomo e fondamentale di essa per verificare, innanzitutto, la valutazione dell'impatto ambientale economico ed agronomico; in secondo luogo, la messa a punto e l'adozione di specifiche tecniche e misure volte a valutare tale coesistenza ed, in terzo luogo, la possibilità di isolare sistemi di coltivazione di prodotti geneticamente modificati, senza inquinare quelli non geneticamente modificati.
Se così è - e non potrebbe essere diversamente - queste attività devono necessariamente precedere l'introduzione della citata coesistenza e non seguirla, come avverrebbe se si approvassero subito, addirittura attraverso un decreto-legge, le regole di questa coesistenza tra colture.
Peraltro, nel decreto-legge, manca un espresso riferimento alla verifica più importante, vale a dire quella sulla irreversibilità dell'inquinamento dell'ambiente e dell'agricoltura una volta introdotti gli OGM in quanto, se accertata, renderebbe inutile ogni accorgimento produttivo e superfluo ogni provvedimento ulteriore, compresa la normativa sull'etichettatura dei prodotti da avviare al consumo.
In sostanza, proprio il consumatore, del quale l'articolo 1 del presente decreto dichiara di voler tutelare la libertà di scelta, verrebbe privato di tale libertà, stante l'inquinamento irreversibile con OGM di ogni prodotto vegetale destinato al consumo. Ad ogni buon conto, considerando le esperienze di altri paesi, è opportuno notare che questa coesistenza è fallita.
In merito poi all'articolo 5 e alla responsabilità di chi non rispetta le misure sulla coesistenza, si osserva che proprio il dettato di tale articolo evidenzia l'impossibilità di introdurre sul territorio questa coesistenza. Se infatti colui il quale è favorevole alla coltivazione e agli OGM intende inquinare delle aree senza OGM, non ha che da infrangere le regole, il resto lo farà l'irreversibilità dell'inquinamento provocato.
Tutto ciò dal punto di vista del sementiero è drammatico, perché il diffuso, strisciante e costante inquinamento di tutte le aree, che si attiva con la coesistenza, renderà impossibile nel tempo la produzione diretta o tramite contratti di moltiplicazione di sementi convenzionali o biologiche, costringendo il medesimo sementiero a produrre all'estero la semente non inquinata.
Ma quanti sono - ci chiediamo - i sementieri in grado di far ciò? Diverrà impossibile continuare in Italia la stessa ricerca sul seme convenzionale e sulla creazione di nuove varietà.
In effetti, assistiamo ad un progressivo avvicinamento del Governo alle posizioni di chi ha sempre cercato e cerca di introdurre in Italia la coltivazione di OGM e non solo quella di mais e soia transgenici.
Dopo più di quattro anni di dibattito sull'argomento, non si è ancora riusciti a far comprendere alle forze di maggioranza quali siano i vantaggi reali di simili coltivazioni per l'agricoltura nazionale e per l'agricoltore.
A nostro avviso e ad avviso dei movimenti e della Via Campesina, questi vantaggi non esistono: non vi sono ritorni economici; non vi sono risparmi sui diserbanti da utilizzare, perché nel tempo il loro consumo invece di diminuire aumenta per la necessità di eliminare erbe infestanti; non è garantita la conservazione della biodiversità, che crolla radicalmente, come avvenuto nelle aree in cui gli OGM sono coltivati a pieno campo; non è neppure assicurato l'aumento della produzione, come abbiamo visto, ad esempio, citando il caso degli Stati Uniti.
In sostanza, sembra che la modificazione genetica non serva tanto a migliorare le capacità produttive del seme, quanto a stabilire un controllo economico sempre più forte sulla coltura, a danno soprattutto dei piccoli agricoltori.
Introdotti gli OGM a pieno campo, le aree destinate agli OGM non potranno più, anche volendo, essere destinate alla coltivazione di vegetali convenzionali e biologici, ne sarà più possibile preservare le aree destinate al convenzionale o al biologico dall'inquinamento da OGM.
Non è possibile, peraltro, sollecitare ed ottenere l'intervento delle assicurazioni per garantirsi dagli inquinamenti accidentali da OGM perché, in tutti i paesi, le stesse si sono sempre rifiutate di prestare tale garanzia.
In conclusione, con questo procedimento posto in essere dal Governo, seppur migliorato dall'accoglimento di importanti emendamenti proposti dall'opposizione, si va verso uno stravolgimento del mercato fondiario a favore delle multinazionali, in quanto il mercato fondiario non è più in grado di garantire la persistenza di aree protette dagli OGM.
La stessa prelazione del confinante verrebbe di fatto riservata al solo coltivatore di OGM perché solo lui può acquistare campi senza tali coltivazioni, come ovvio. Ma chi coltiva campi senza OGM non potrà né vorrà acquistare quelli in cui vi sia stata coltivazione di organismi geneticamente modificati. Quindi, alla lunga e gradualmente, anche se il ministro afferma di volere il contrario, tutto il territorio italiano sarà coltivato con organismi geneticamente modificati.
In simili materie solo certezze scientifiche consolidate possono aprire la strada a scelte sicure, definitive ed irreversibili. Infatti, abbiamo sempre chiesto insieme a larga parte dell'associazionismo, del movimento contadino e della Via Campesina a livello internazionale la strada realistica - non massimalista - di una moratoria di 10-15 anni alla coltivazione di OGM, necessaria per reali verifiche e sperimentazioni scientifiche. Tra l'altro tale moratoria potrebbe consentire di verificare la valenza e la consistenza della domanda nazionale, comunitaria ed internazionale di prodotti OGM free, cioè senza organismi geneticamente modificati.
In conclusione, a causa del mancato accoglimento di tale moratoria, assolutamente giustificata da motivi sanitari, ambientali e produttivi - quindi ampiamente fondata - e per tutti i motivi brevemente esposti, il gruppo di Rifondazione comunista non può che esprimere voto contrario alla conversione in legge del decreto in oggetto.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Zanella. Ne ha facoltà.
LUANA ZANELLA. Signor Presidente, non vi è dubbio che il provvedimento rappresenta una svolta. Abbiamo da più parti sentito dire che il provvedimento in oggetto sarebbe un atto dovuto, perché la raccomandazione 2003/556/CE della Commissione europea costringerebbe gli Stati nazionali a prendere provvedimenti in tal senso. Quindi, la fine della moratoria sugli OGM impone in Italia una normativa adeguata.
Ma adeguata a che cosa? Il provvedimento dovrebbe rispondere alle reali esigenze economiche e di struttura produttiva delle aziende agricole, sia a colture convenzionali che biologiche. Dovrebbe essere adeguato agli interessi e alle aspettative dei consumatori nonché all'ambiente, visto che gli esiti e le conseguenze dell'introduzione degli OGM in natura non sono ancora pienamente noti. Anzi, siamo molto lontani anche da una conoscenza che si possa davvero definire tale.
Possiamo partire da un assunto semplice, quasi lapalissiano. All'Italia, al sistema economico e produttivo nazionale, alla struttura del suo settore agroalimentare non serve l'introduzione degli OGM. Gli organismi geneticamente modificati non solo non sono necessari, ma risulteranno sicuramente dannosi per la competitività del sistema Italia stesso. La competitività del nostro settore agricolo e agroalimentare, infatti, dipende dalla capacità di salvaguardare, valorizzare ed implementare la biodiversità, la ricchezza e la differenza delle produzioni. Mi riferisco ai nostri mille sapori, ai nostri mille odori e alle nostre produzioni così radicate in un passato anche non molto recente, che rendono l'Italia, anche dal punto di vista dell'economia turistica, un paese davvero unico al mondo.
Pensiamo anche a quanto è stato rappresentato, da parte dei produttori agricoli, nell'ambito delle audizioni, peraltro
svoltesi in un arco di tempo ristretto, presso la Commissione agricoltura. La necessità di prevenire il rischio di contaminazione da OGM non ha certamente trovato nel decreto-legge in esame una risposta all'altezza delle esigenze dell'agricoltura biologica. La questione normativa che è stata posta dal presidente federale dell'AIAB, Vincenzo Vizzioli, nel corso dell'audizione, ha messo in evidenza come con il regolamento CE 1804/1999, che ha modificato ed integrato le precedenti norme in materia di agricoltura biologica risalenti al 1991, viene introdotto il divieto di uso di organismi geneticamente modificati e di prodotti derivati da tali organismi, con l'eccezione dei medicinali veterinari.
Dunque, per quanto riguarda tale settore, che è importantissimo non soltanto per l'economia interna del nostro paese ma anche per le esportazioni, la normativa vigente è in contraddizione con la disciplina prospettata dal decreto-legge che ci accingiamo a convertire. In particolare, per quanto concerne le sementi e i materiali di riproduzione vegetativa, vengono dettate a livello europeo norme di produzione sull'agricoltura biologica, nelle quali si specifica che le produzioni in agricoltura biologica sono ammissibili solo se ottenute senza l'impiego di organismi geneticamente modificati o di prodotti derivati da tali organismi. Il divieto di utilizzo di materiale geneticamente modificato in agricoltura biologica è dunque espressamente previsto dalla normativa europea, che riguarda anche i fertilizzanti, i prodotti per la difesa e gli ingredienti dei mangimi. Non riscontriamo, nel decreto-legge in esame, la preoccupazione di salvaguardare e tutelare l'agricoltura biologica dalla possibile contaminazione da parte degli OGM.
Sono state dette molte cose, non soltanto oggi, ma anche durante il confronto, serio e approfondito, nella Commissione agricoltura. Sono stati introdotti alcuni miglioramenti, fra cui quello relativo alla soppressione del termine del 31 dicembre 2005, assolutamente inaccettabile, per l'elaborazione dei piani regionali di coesistenza. Abbiamo contrastato questa norma, in quanto per definire seri piani di coesistenza - ammesso e non concesso che in Italia si possa effettivamente avere una coesistenza fra agricoltura biologica, convenzionale e OGM - il termine previsto, specialmente per alcune regioni, era assolutamente irrealistico e impossibile da rispettare e si sarebbe tradotto nell'assenza di limiti e di effettivi controlli, avviando un periodo di incertezza e di confusione nel settore agricolo.
Abbiamo già visto negli anni scorsi, nelle scorse stagioni, cosa abbia significato il fatto che venissero individuate, come ha molto ben illustrato la collega Cima, all'interno delle nostre regioni coltivazioni di produzione OGM contaminate.
Noi crediamo che il fatto che si sia sviluppato un dibattito così aperto anche alle nostre considerazioni, alle riflessioni e alle eccezioni, sollevate dal mondo degli agricoltori, da quello degli ambientalisti e da quello dei consumatori, dia la possibilità al ministro di un ulteriore ripensamento, poiché, se questo provvedimento doveva essere fatto, ciò sarebbe dovuto avvenire ribadendo proprio la necessità di una moratoria al fine di una adeguata verifica della effettiva possibilità scientificamente fondata della coesistenza tra la produzione OGM e quelle OGM free, cioè quelle biologiche e di tipo tradizionale.
Abbiamo anche criticato il fatto che si sia voluto far assolutamente riferimento alla raccomandazione europea, quella più volte citata del 23 luglio 2003, che non costituisce dal punto di vista giuridico alcun vincolo nella attribuzione...
PRESIDENTE. Onorevole Zanella...
LUANA ZANELLA. ...dell'efficacia ad una indicazione che invece rischia, con questo riferimento così esplicito all'interno del corpo normativo del decreto-legge, di assumere proprio questa valenza, mentre invece viene messo in discussione con tale decreto-legge, alla luce della presunta libertà della cosiddetta «concorrenza», il sostanziale divieto di dichiarare ampie aree omogenee OGM free e la previsione di
una soglia di tolleranza per gli OGM perfino nelle sementi dell'agricoltura biologica.
Ci sembra che questi, come altri aspetti illustrati anche dalla collega Cima e dagli altri colleghi dell'opposizione nel corso della discussione, non possano che portare al nostro voto contrario, nella speranza che in Senato vi sia la possibilità di rimediare a quello che, secondo noi, è un testo che non può assolutamente funzionare (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Verdi-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Vascon. Ne ha facoltà.
LUIGINO VASCON. Signor Presidente, colleghi, nella storia dell'economia mai era capitato che per introdurre una innovazione si dovessero, nel contempo, adottare una serie di contromisure volte a limitare non solo gli effetti negativi, ma anche i potenziali rischi, cui poi potrebbero essere esposte le attività che si trovano ad operare nel medesimo ambiente in cui tale innovazione viene introdotta.
Ciò che non era mai capitato, invece, si è verificato adesso, nella ricca e progredita Europa per l'impiego agricolo degli organismi cosiddetti geneticamente modificati, gli OGM per intenderci, che per essere coltivati debbono essere dapprima sottoposti ad un procedimento autorizzativo e poi accompagnati dall'adozione di una serie di misure dette di «coesistenza», il cui fine ultimo e di fatto, peraltro, è quello di limitarne le potenziali negatività e quindi i potenziali rischi.
A fronte di una tale anomala situazione sorge spontaneo porsi una domanda: ma questi benedetti OGM sono veramente una innovazione?
Il concetto di innovazione è, peraltro, indissolubilmente legato a quello di utilità, di utilità diffusa e, quindi, di progresso. È, infatti, indubbio che un'innovazione che non produce progresso non è tale.
Se gli effetti che l'innovazione produce non si traducono in positivo per la maggioranza di coloro ai quali l'innovazione è rivolta, il risultato è negativo. Invece, quando ricorre la suddetta circostanza, i potenziali utenti dell'innovazione dimostrano interesse o gradimento (per intenderci, è così che accade): l'esatto contrario di ciò che avviene in Europa, in generale, e in Italia, in particolare, per quanto riguarda gli OGM!
Secondo Eurobarometro, il 72 per cento dei cittadini europei è contrario all'impiego in agricoltura alimentare di sostanze contenenti OGM. Tale situazione è ancora più evidente in Italia, dove, secondo l'istituto SVG, il 75 per cento dei cittadini italiani intervistati si è detto contrario all'uso di OGM, mentre il 77 per cento li ritiene dannosi per il sistema agroalimentare italiano. Al di là della conoscenza che queste persone possono o non possono avere nello specifico, vi è da dire che la percentuale è molto alta e che, pertanto, chiamati a legiferare in merito, dobbiamo pur tenerne conto.
Vi è chi sostiene che i predetti dati siano frutto di disinformazione e di reazioni emotive. Può anche darsi, ma la critica non può inficiare i dati medesimi nella loro totalità. Ad ogni modo, la questione degli OGM è al centro dell'attenzione almeno da tre o quattro anni - se ne parla ovunque -, ma il numero dei contrari, stando ai dati raccolti dalla SVG, anziché diminuire, aumenta: nel 2001, si pronunciava contro il 67 per cento; oggi, la percentuale dei contrari è salita al 75 per cento (quasi il 10 per cento in più in soli tre anni).
In una situazione di globalizzazione e di apertura dei mercati non si può non tenere conto di tali dati. Quale agricoltore italiano può ragionevolmente ritenere innovativo un prodotto che oltre il 70 per cento dei consumatori (o, comunque, dei potenziali consumatori) europei, tra cui il 75 per cento di quelli del suo paese, afferma di non volere acquistare o addirittura di temere? Per ricollegarci alle cose dette in apertura, si tratta di innovazioni che procedono come i gamberi. Quale agricoltore può investire su un'innovazione
il cui risultato sarà un prodotto senza mercato e, quindi, senza futuro, senza avvenire?
Sul tema dell'impiego agricolo-alimentare degli OGM si è assistito, negli ultimi anni, a confronti e persino a furiosi scontri tra favorevoli e contrari. Tuttavia, il problema non è quello di essere a favore o contro, di appartenere all'una od all'altra fazione, ma quello di osservare i fatti e di tenerne conto al momento di operare le scelte.
Con questo spirito, sarà necessario tenere conto che, fino ad oggi, gli OGM si sono diffusi unicamente in realtà agricole profondamente diverse dalla nostra, tanto è vero che quasi il 99 per cento del 67 per cento dei milioni di ettari coltivati nel 2003 si è praticamente concentrato in soli cinque paesi: gli Stati Uniti, il Canada, l'Argentina, il Brasile e, ultima, ma non in percentuale, la Cina. Le specie di piante transgeniche attualmente coltivate nel mondo sono solamente quattro, ma importantissime: la soia, con il 61, 2 per cento di produzione; il mais, con il 22,9 per cento; il cotone, con il 10, 6 per cento; la colza, con il 5, 3.
I caratteri introdotti con la transgenesi non sono in alcun caso rivolti al miglioramento delle caratteristiche qualitative delle specie interessate appena citate, ma soltanto a renderle resistenti all'uso di diserbanti talmente nocivi da non essere altrimenti utilizzabili ovvero ad indurre la produzione di tossine nocive per alcuni parassiti. In altre parole, la pianta diventa velenosa per il parassita nocivo.
La coltivazione di soia transgenica resistente all'uso di diserbanti e di disseccanti totali ha indotto lo sviluppo di forme di infestanti resistenti allo stesso diserbante!
In buona sostanza, il parassita si è creato gli anticorpi per il diserbante il cui impiego è progressivamente aumentato, fino a vanificare i vantaggi economici registrati nei primi anni di impiego delle piante transgeniche. Non si tratta di una novità. Esse sono coltivate su larga scala ormai da otto anni. Quindi, attenzione! Non è una cosa che deve avvenire! Sappiamo benissimo che, già da otto anni, sono presenti.
Le piante come il mais Bt, che producono tossine nocive per gli insetti, per evitare che tali parassiti sviluppino ceppi resistenti, devono essere coltivate su appezzamenti ove almeno il 20, 50 per cento sia destinato alla coltivazione di mais non transgenico che serve a dare ospitalità agli insetti, al fine di evitare che si selezionino generazioni non sensibili alle tossine. In poche parole, trasferiamo gli insetti dalle coltivazioni del mais OGM alle coltivazioni di mais non geneticamente modificato. Spostiamo semplicemente questi parassiti. Le sementi transgeniche, peraltro coperte da brevetto, ovviamente costano in media più di un terzo delle sementi normali. Ciò comporta un'ulteriore erosione dei benefici derivati dalla coltivazione di piante geneticamente modificate. Quindi, se valutiamo anche l'aspetto economico, troviamo un aumento delle spese che erode il profitto.
Vorrei tornare al quesito iniziale, ossia se gli OGM possano essere considerati una innovazione. Gli OGM sono rifiutati dal consumatore e, quindi, non hanno mercato. Gli OGM si sono diffusi solo in sistemi agricoli profondamente diversi dal nostro, evidenziando, con chiarezza, quali sono stati i benefici, peraltro pochissimi, e i costi, altissimi. Stiamo parlando con riferimento ad uno spettro di otto anni di produzione.
Anche volendo ammettere (ma è veramente difficile) che si tratta di un'innovazione, è un innovazione inutile per l'agricoltura italiana. L'Unione europea ha ormai deciso che le coltivazioni di OGM autorizzate non possano essere vietate, ma debbano avvenire nel rispetto di regole precise volte ad assicurare la coesistenza o le persistenti forme di agricoltura. Il nostro settore agricolo è in grado di rispettare tali regole e di assicurare la coesistenza tra diverse forme di agricoltura? Ricordiamoci sempre che la superficie media di un'azienda agricola italiana è di soli
cinque ettari. Non abbiamo le distese del Canada, dell'Argentina e del resto degli Stati Uniti.
Mi avvio alla conclusione, ricordando la nostra storica posizione: siamo totalmente contrari ad alterazioni che non hanno senso, storia, motivazione e supporto e che, peraltro, vedono la gestione di queste nuove forme di agricoltura in mano a pochi. E non solo. Vediamo minacciata costantemente la forma imprenditoriale e produttiva tradizionale. È inutile, da un lato, promuovere il made in Italy elementare e, dall'altro, far entrare gli OGM. Dobbiamo essere onesti e coerenti politicamente con noi stessi e nei confronti di chi ci ha eletto. Lo abbiamo sempre detto e sostenuto: siamo totalmente contrari.
Ci metteremo a disposizione di chiunque voglia arginare e sorvegliare tutte le presenze di OGM in questo nostro paese. Pertanto, esprimeremo un voto a favore sul provvedimento in esame perché rappresenta una forma di controllo e di tutela della nostra agricoltura nazionale (Applausi dei deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Franci. Ne ha facoltà.
CLAUDIO FRANCI. Signor Presidente, il dibattito che si è svolto in aula in questi giorni e quello che lo ha preceduto in Commissione agricoltura, in occasione anche delle varie audizioni tenutesi nelle settimane scorse, ha dimostrato la complessità delle questioni poste all'ordine del giorno che troviamo presenti nel provvedimento che ci accingiamo ad approvare.
È stata una discussione che dimostra la complessità dei temi che abbiamo davanti e che incrocia differenti sensibilità culturali. Abbiamo visto quali sono oggi i diversi atteggiamenti rispetto al problema OGM in Europa, negli Stati Uniti d'America e in altre parti del mondo. Si tratta di un dibattito che incrocia le tradizioni alimentari dei vari paesi e anche il modo di consumare del futuro, il modo di produrre in agricoltura e il futuro dell'agricoltura nei vari paesi (l'uso dei fitofarmaci, la sopravvivenza dell'ecosistema, la sua conservazione e la possibilità di riprodursi nel futuro); è stata una discussione a cui il centrosinistra ha dato il proprio contributo (l'abbiamo fatto durante le varie fasi, non ritornerò su tali questioni).
Ciò che mi preme sottolineare in questo intervento sono i motivi che ci spingono ad astenerci sul decreto che andiamo ad approvare. Non nascondo che il dibattito che si è svolto non è stato un confronto tra sordi; il decreto che era pervenuto alla Commissione agricoltura era profondamente diverso rispetto a quello che noi ci accingiamo ad approvare. Ci sono stati cambiamenti che reputiamo importanti: penso, per esempio, all'inserimento di due ulteriori membri nel comitato nazionale per la biosicurezza e le biotecnologie, che noi auspicavamo; penso alle modifiche che l'Assemblea oggi ha introdotto (le altre sono state introdotte nel dibattito svolto in Commissione); penso anche al Governo, che in parte ha recepito, con propri emendamenti, osservazioni che noi abbiamo svolto. Quindi, è stato un lavoro che si è svolto non fra sordi, un lavoro proficuo, che ci lascia insoddisfatti però nelle sue conclusioni. E da qui deriva il nostro voto di astensione.
Il primo motivo di insoddisfazione riguarda un metodo ormai consolidato nel lavoro e nell'azione di questo Governo: quello di procedere sempre, di fronte ai problemi, con decretazioni d'urgenza, anche quando queste non hanno fondamento ed i fatti e il loro evolversi hanno dimostrato che non sussisteva nemmeno la necessità e l'urgenza. Penso alla situazione di stallo che si è creata nella discussione nel Consiglio dei ministri e penso alla pubblicazione del decreto (questioni rilevate anche nel corso del dibattito). Penso al fatto che è stato assunto un piano di coesistenza che mantiene forti ambiguità: si è infatti deciso di far coesistere soluzioni diverse in agricoltura, ma senza fare una scelta chiara rispetto alle caratteristiche dell'agricoltura nel nostro paese.
Noi avevamo presentato degli emendamenti importanti, discussi anche questa
mattina, che l'Assemblea non ha ritenuto di approvare, ma che noi ritenevamo dessero sostanza a questo provvedimento. La prima questione era rappresentata dall'esigenza di offrire un quadro di riferimento certo, nel quale le regioni avrebbero potuto orientare la propria attività nel definire i piani di coesistenza, elemento necessario perché questo abbia efficacia. Le altre tre questioni sulle quali vorrei ritornare riguardavano il piano nazionale per la ricerca, quello per le proteine vegetali e quello per le sementi.
Vedete, se noi intendiamo valorizzare la nostra agricoltura, andando nella direzione di un paese OGM free, come da più parti è stato indicato, occorre essere conseguenti con azioni che supportino il lavoro delle aziende agricole del nostro paese, la ricerca scientifica e via dicendo.
È stato compiuto quindi, dal nostro punto di vista, un lavoro a metà; personalmente, mi annovero tra quanti, sulla materia, ritengono dannoso tanto un approccio ideologico quanto uno propagandistico.
CLAUDIO FRANCI. Devo osservare che il dibattito ha visto il Governo - più spesso, invero, fuori del Parlamento - seguire quest'ultimo approccio, più preoccupato di ottenere un forte impatto sull'opinione pubblica che delle azioni concrete da adottarsi con provvedimenti.
Abbiamo un'idea di agricoltura secondo la quale quest'ultima si rafforzerebbe con le produzioni di qualità, in esse trovando ragione di essere, futuro e ulteriore sviluppo; non è un caso che più di tredici regioni si siano date norme in questa direzione e dichiarino l'intero territorio OGM free: è una scommessa importante sul futuro che dobbiamo dare, appunto, alla nostra agricoltura; scommessa che stiamo giocando sul panorama nazionale e su quello mondiale.
La regione dalla quale provengo, la Toscana, ha compiuto passi importanti in questa direzione; la scelta delle produzioni di qualità e di un legame forte con le tradizioni alimentari è certo legata ad un orientamento di carattere culturale e politico che deve essere assunto ma è forse anche obbligata dalla piccola dimensione dell'impresa agricola nel nostro paese e dalle sue caratteristiche.
Dinanzi ad un provvedimento che, a nostro avviso, presenta tali profili - si tratta, per così dire, di un lavoro a metà, incompiuto, che non ci convince pienamente -, annuncio l'astensione del mio gruppo dal voto.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole De Laurentis. Ne ha facoltà.
RODOLFO DE LAURENTIIS. Signor Presidente, onorevoli colleghi, voglio anzitutto annunciare il voto favorevole del gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro sul provvedimento che è alla nostra attenzione e che reca disposizioni urgenti per assicurare la coesistenza tra le forme di agricoltura transgenica, convenzionale e biologica.
Voglio esprimere anche un apprezzamento per la scelta di tempestività adottata dal Governo utilizzando, appunto, lo strumento del decreto-legge: è segno di attenzione e, soprattutto, della volontà di rispondere con tempestività ad un dibattito che non riguarda soltanto il settore in questione, ma tutto il paese, su un tema così delicato che è stato affrontato in Commissione agricoltura con grande approfondimento.
Vorrei inoltre cogliere l'occasione per svolgere alcune considerazioni di carattere generale sul tema.
Con l'introduzione dell'uso delle biotecnologie nel settore agricolo si è aperta la strada per la creazione di piante transgeniche ossia di piante migliorate in termini di resistenza a condizioni ambientali avverse o all'attacco di parassiti, virus e miceti. Tali modificazioni avrebbero il vantaggio, quindi, di rendere obsoleta la necessità di ricorrere a pesticidi, migliorando
così la qualità dei prodotti. Inoltre, con tali tecniche potrebbero essere incrementate le rese in termini di produttività.
Restano tuttavia irrisolti i problemi legati a mio avviso alla scarsa conoscenza dei possibili effetti collaterali nel lungo periodo che tali modificazioni genetiche potrebbero comportare. Il codice genetico alla base della vita appare ancora troppo scarsamente conosciuto per cedere alla tentazione di modificarlo senza valutare i rischi connessi a tale pratica. Le innumerevoli, possibili applicazioni ed i rischi connessi con l'impossibilità di prevederne gli sviluppi giustificano i timori connessi all'utilizzo di tali tecniche che molti dei colleghi che mi hanno preceduto hanno voluto sottolineare con enfasi e con attenzione.
Inoltre, non va trascurato il rischio di perdita delle varietà tradizionali di piante a vantaggio delle nuove specie, che potrebbe ingenerare un pericoloso appiattimento nella biodiversità.
La posta in gioco, dunque, è alta ed estremamente delicata; Ritengo pertanto corretta un'impostazione metodologica che preveda una doverosa vigilanza, e quindi una regolamentazione di ogni innovazione apportata dall'attività umana, valutando singolarmente ogni aspetto dell'innovazione scientifica.
Anche quando i processi di modificazione genetica non appaiono intrinsecamente pericolosi, è comunque corretto valutarne le implicazioni a medio e lungo termine, in modo da prevedere e regolamentare i mutamenti che ne seguiranno. È necessario, pertanto, adottare cautela nel valutare i rischi ed i benefici connessi all'utilizzo degli organismi geneticamente modificati.
Del resto, in tal senso si è già espressa l'Unione europea, vale a dire in direzione di un atteggiamento prudente, segnato dalla cautela, adottando provvedimenti basati, in accordo con i principi enunciati dal Trattato di Amsterdam, sul cosiddetto approccio precauzionale. Il quadro tracciato dall'Unione europea, inoltre, prevede che le misure di gestione del rischio considerino anche i fattori sociali, economici, culturali ed etici.
Credo, tuttavia, che il provvedimento al nostro esame, che innova la normativa vigente in materia di organismi geneticamente modificati, si muova lungo la stessa linea. Esso, infatti, si pone l'obiettivo principale di fissare regole in materia di colture OGM, determinando innanzitutto una coesistenza tra gli organismi geneticamente modificati e le colture tradizionali.
È necessario, ovviamente, che tale provvedimento concili due esigenze: da un lato, infatti, l'Italia non può rinunciare a sviluppare il settore delle biotecnologie, mentre, dall'altro, deve evitare ogni possibile contaminazione tra la coltura tradizionale e quella transgenica. Si stanno compiendo dei giusti passi in avanti; tuttavia, è ancora necessario da un lato, lavorare per garantire, la libertà di ricerca e di innovazione e, dall'altro, per tutelare i diritti di chi è non è a favore degli OGM.
Ho chiesto di intervenire per esprimere tali considerazioni, ma a queste desidero aggiungere altre brevissime riflessioni. Vorrei ricordare che alcuni colleghi hanno sottolineato la necessità di perfezionare il decreto-legge in esame. Sono convinto che tale provvedimento può gettare le premesse per evitare un atteggiamento antiscientifico, che non è più accettabile; tuttavia, ritengo che non sia egualmente tollerabile la mancanza di cautele nei confronti dei rischi che le biotecnologie applicate in campo agrario potrebbero comportare.
Come dicevo, a mio avviso il provvedimento in esame può gettare le premesse per mirare ad equilibrare le opportunità offerte con i rischi, cercando, al contempo, di tutelare la biodiversità, che costituisce un patrimonio imprescindibile per l'umanità. Rappresenta pertanto una sfida non solo per la scienza, ma anche e soprattutto per la politica vigilare sul progresso, affinché ogni prodotto geneticamente modificato continui a possedere i requisiti di reale necessità e sicurezza, sia per l'uomo sia per l'ambiente, e l'assenza di effetti negativi.
Vorrei rilevare che ritrovo tali indicazioni all'interno del decreto-legge in esame, ed è questo il motivo per cui abbiamo partecipato, con impegno e con attivismo, all'esame del provvedimento in Commissione, seguendolo con attenzione anche in questa sede. Ecco il motivo che ci induce, senza remore, ad esprimere con convinzione il voto favorevole del gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro alla conversione in legge del decreto-legge in esame (Applausi dei deputati del gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Marcora. Ne ha facoltà.
LUCA MARCORA. Signor Presidente, vorrei preannunziare che il mio sarà un intervento breve, poiché, per le considerazioni complessive sull'ampio e articolato complesso problema degli OGM, rinvio a quanto ho sostenuto in sede di discussione sulle linee generali.
La mia dichiarazione di voto finale, invece, intende trattare l'andamento della discussione in sede di Assemblea, e dunque come il decreto-legge in esame viene licenziato dopo il dibattito parlamentare e cosa è stato accolto delle numerose richieste di modifica avanzate dall'opposizione. Vorrei ricordare che, in sede di Commissione agricoltura, avevamo ottenuto l'approvazione di alcune importanti proposte emendative; in Assemblea, inoltre, abbiamo visto accogliere uno degli emendamenti che ritenevamo fondamentali, vale a dire la proposta di soppressione del termine del 31 dicembre 2005 per l'adozione, da parte delle singole regioni, dei piani di coesistenza.
Questo era un punto importante, che noi avevamo chiesto di modificare. Doveva essere eliminato tale termine, altrimenti si sarebbero concessi alle regioni tempi troppo ristretti per la definizione dei piani di coesistenza. Vi è un comitato per la coesistenza che si deve riunire. Il provvedimento non sarà sicuramente approvato prima del 29 gennaio. Dopodiché, il comitato per la coesistenza ha 120 giorni per definire le linee guida in base alle quali dovrà essere emanato il decreto ministeriale che dovrà raccogliere il parere delle Commissioni agricoltura di Camera e Senato ed anche l'assenso dell'Unione europea. I termini per la definizione del decreto non saranno, poi, brevissimi. Questi i vari passaggi. Pertanto, saremmo arrivati, con l'attuale tempistica, all'emanazione del decreto ministeriale attorno ad ottobre o novembre dell'anno in corso. Ciò voleva dire lasciare un mese - al massimo due - alle regioni per definire i piani di coesistenza. Ciò ci sembrava assolutamente insufficiente, soprattutto per un problema così complesso ed articolato, che richiede una risposta differenziata da parte delle singole realtà territoriali, in base alle caratteristiche produttive agricole, alle caratteristiche aziendali, alla maglia poderale, eccetera.
L'eliminazione del termine del 31 dicembre 2005, quindi, rende più soddisfacente il testo di questo provvedimento. Noi, grazie a tali modifiche, esprimeremo un voto di astensione, perché comunque rimangono inevase alcune nostre richieste, che avevamo segnalato nei nostri emendamenti: in particolare, il rinvio che rende cogente una raccomandazione europea che, in quanto tale, non voleva essere, da parte dell'Unione europea, resa vincolante rispetto ai singoli Stati. In tale raccomandazione vi è un'espressa limitazione della possibilità di definizione di aree OGM free da parte delle regioni.
Noi siamo convinti, invece, che sia necessario lasciare alle regioni la possibilità di definire aree OGM free. Siamo altresì convinti che la coesistenza, in molti casi, sarà impossibile, a causa delle caratteristiche produttive, della dimensione aziendale delle nostre imprese agricole - che non supera, in media, i sette ettari -, della maglia poderale che vede un frazionamento delle particelle catastali molto accentuato e, quindi, rende i confini molto difficili da rispettare, per avere quelle fasce di rispetto che possano garantire
l'assenza di inquinamento delle coltivazioni OGM nei confronti delle coltivazioni tradizionali biologiche.
Siamo convinti, dunque, che l'eliminazione del termine sia un fatto positivo, ma, d'altro lato, il mantenimento del rinvio alla raccomandazione dell'Unione europea crea problemi a quelle regioni che vorrebbero definire aree OGM free.
Eravamo, inoltre, convinti che vi fosse la necessità dell'assicurazione obbligatoria per coloro che volevano coltivare piante OGM, in quanto il rischio di inquinamento - proprio per le caratteristiche produttive aziendali e poderali della nostra agricoltura - sarà molto elevato. Tale rischio, che in molti casi diverrà purtroppo realtà, deve trovare forme di garanzia per coloro che non vogliono coltivare OGM.
Il Presidente del Consiglio Berlusconi ha parlato di necessità di garantire la libertà di impresa. Se vi è una libertà di impresa per coloro che voglio seminare OGM, vi deve essere anche una libertà di impresa per coloro che vogliono coltivare in maniera tradizionale, convenzionale o biologica. Nel momento in cui sono rese possibili contaminazioni e inquinamento ambientale da parte delle piante OGM, gli agricoltori che vogliono coltivare in maniera tradizionale o biologica, vedrebbero limitata la propria libertà di impresa, perché sappiamo bene che nel biologico anche la contaminazione accidentale da parte di OGM non è tollerata. Se, dunque, un produttore biologico ha un vicino che coltiva OGM e lo contamina a livello ambientale non potrà più essere coltivatore biologico.
Questa libertà di impresa deve essere garantita: non si può pensare solo alla libertà di impresa di chi intende coltivare OGM, ma anche a quella di tutta la filiera produttiva agricola.
Più in generale, abbiamo tenuto un atteggiamento leale e corretto nei confronti del Governo con riferimento alla conversione in legge del decreto-legge in esame. In Commissione e in Assemblea abbiamo combattuto per migliorare il testo, ma fin dall'inizio abbiamo affermato che questo decreto-legge si rende necessario.
Con la caduta della moratoria a livello di Unione europea, ovviamente, si apre la prospettiva di un far west che lo Stato italiano assolutamente non si può permettere. Era, quindi, necessario che si giungesse ad un provvedimento sulla coesistenza, che fosse fortemente garantista con riferimento al mantenimento sul nostro territorio di un'agricoltura che non ha bisogno degli OGM.
Il nostro principale motivo di obiezione all'introduzione degli OGM in Italia è di carattere economico: gli OGM non convengono all'agricoltura italiana. L'agricoltura italiana è fatta di identità, di distintività, di legame con il territorio e di tipicità. Siamo il paese in Europa con il maggior numero di DOP e IGP, con il più alto numero di imprese biologiche e con la più alta superficie investita in colture biologiche. Queste ultime rappresentano una forza dell'agricoltura italiana ed un fattore di competizione molto importante del made in Italy agroalimentare nel mondo. È un made in Italy che viene imitato da tutti e, ovviamente, si copia solo ciò che è buono e può recare un vantaggio competitivo. Ad esempio, ricordo che, solo negli Stati Uniti, su 18 miliardi di dollari di fatturato della grande distribuzione relativo a produzioni agroalimentari riconducibili al made in Italy, solo il 7 per cento è legato a prodotti realizzati effettivamente in Italia; tutto il resto è falsificazione e contraffazione.
Allora, se queste sono le caratteristiche distintive dell'agricoltura italiana, che senso ha condurre una battaglia sulla competitività di prezzo e sulla quantità? Che senso ha perdere quegli elementi di distintività, di identità e di tipicità caratteristici della tradizione enogastronomica italiana? Noi diciamo che non ha alcun senso. Infatti, gli OGM sono indistinti, sono omologazione ed assenza di legame con il territorio, potendo essere coltivati in Brasile, in Romania e in India, senza cambiare le caratteristiche finali del prodotto agricolo. Sono, quindi, la negazione
di quei punti di forza che rendono competitivo il made in Italy agroalimentare nel mondo.
Peraltro, vi sono fortissime perplessità dal punto di vista della sicurezza alimentare. Non siamo convinti che la ricerca e le evidenze scientifiche ed empiriche siano giunte ad affermare che gli OGM sono sicuramente innocui. Siamo convinti che ci debba guidare il principio di massima precauzione, per cui non si consente che un alimento sia consumato finché non si dimostri che è innocuo, e non viceversa il principio del minimo rischio vigente negli Stati Uniti, secondo cui si lascia consumare tutto fin quando non si dimostra che è dannoso. Si tratta di due visioni molto diverse: noi difendiamo la visione della massima precauzione in termini di sicurezza alimentare, che caratterizza l'Unione europea e l'Italia. Sulla sicurezza alimentare vi sono ricerche dell'INRAN e del CRA, enti vigilati dal Ministero delle politiche agricole e forestali, secondo cui la ricerca non è ancora giunta al punto da garantirci l'innocuità di tali prodotti.
L'ultimo motivo della nostra opposizione agli OGM riguarda la questione dell'inquinamento ambientale. In precedenza ho ricollegato tale tema al discorso della libertà di impresa, ma lo pongo anche in termini di sviluppo sostenibile. Una volta liberati nell'ambiente, non sappiamo cosa gli OGM possano procurare. Al decimo, al quindicesimo, al ventesimo, al millesimo incrocio - grazie all'impollinazione attraverso il vento, gli insetti, le api e via dicendo, che naturalmente non potrà essere impedita - gli OGM potrebbero provocare risultati che non governiamo e i tempi di decontaminazione del suolo e dei terreni agricoli dalla presenza di tali colture sono lunghissimi. Lo abbiamo già verificato: si coltivano OGM solo da dieci anni, ma abbiamo visto che i residui permangono perlomeno per tutto questo periodo.
Quindi, ci vuole cautela. Rischiamo di mettere a repentaglio il nostro territorio e di liberare nell'ambiente dei geni...
PRESIDENTE. Onorevole Marcora, deve concludere.
LUCA MARCORA. ... che non sappiamo dove potrebbero andare a finire moltiplicandosi nell'ambiente e incrociandosi con le altre piante.
Concludo, Presidente.
Ci sono ottimi motivi, quindi, per essere molto cauti. Questo decreto-legge va verso una cautela ma con alcuni punti di debolezza, che ho segnalato in precedenza. L'emendamento approvato, tuttavia, ci permette di rendere meno negativo il nostro giudizio, per cui nostro voto sarà di astensione (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bellotti. Ne ha facoltà.
LUCA BELLOTTI. Nell'affrontare il tema della coesistenza, prima di entrare nello specifico, voglio riprendere alcune questioni di carattere generale che sono state utilizzate nel corso della discussione per gettare fango, per certi aspetti, sull'opera di questo Governo e del ministero delle politiche agricole e forestali.
Vorrei ricordare che il 23 giugno 2003 una delegazione di parlamentari, con oltre 200 firme di membri del Parlamento italiano, è andata a Strasburgo dal Presidente Prodi, prima della data prevista riguardo all'etichettatura degli OGM, a rappresentare il punto di vista del nostro paese e, quindi, la profonda preoccupazione per ciò che stava avvenendo. Tra l'altro, proprio in quella occasione, abbiamo avuto modo di parlare con Prodi, che di lì a pochi giorni avrebbe avuto un incontro con il Presidente Bush, e gli abbiamo rappresentato il grande problema che avrebbe avuto non l'Italia, ma l'Europa intera, a seguito dell'introduzione degli organismi geneticamente modificati. Di quell'incontro non se ne fece nulla e il nostro paese, che all'epoca aveva come punto di riferimento in Europa un italiano, non ha ricavato alcun beneficio dal fatto che Prodi fosse Presidente della Commissione europea.
La seconda considerazione è la seguente: si può dire tutto, ma non di certo che questo Governo non abbia difeso le produzioni italiane all'interno della Comunità europea. Mai come in questo periodo sono stati portati a casa dei risultati lusinghieri: la difesa dei nostri marchi, la questione del «parmesan», la questione delle quote-latte e quella delle produzioni italiane, per poi, ad esempio, completare filiere importanti come quelle del tabacco e dell'olio d'oliva.
Spesso in Europa il nostro paese ha portato a casa pochi risultati, anche in termini economici. Ebbene, anche con la nuova rivisitazione della politica agricola comune, il nostro paese è tra i primi tre per quanto riguarda le dotazioni comunitarie.
Inoltre, durante il semestre europeo, con la Presidenza di questo Governo, il nostro paese è stato il primo, durante l'impostazione del piano europeo sull'agricoltura biologica, a sancire l'incompatibilità tra l'agricoltura biologica e le sementi OGM. Quindi, per quanto riguarda la responsabilità del nostro Governo nei confronti dell'azione volta a tamponare gli organismi geneticamente modificati, credo che le accuse mosse siano assolutamente gratuite.
Per quanto riguarda la questione delle sementi, le gravi responsabilità risalgono ai Governi degli anni 1975, 1980 e 1985, quando il grande patrimonio sementiero italiano, in molti casi depositato all'interno della Federconsorzi, è stato disperso, e nessun Governo che è succeduto ha avuto il buon gusto di cercare di recuperare questo grandissimo patrimonio vegetale.
Venendo al tema della coesistenza, quando si parla della questione relativa agli organismi geneticamente modificati, gli ambiti sono molteplici, da quello scientifico a quello economico, sanitario, ecologico, culturale, morale ed anche etico.
Credo sia superfluo sottolineare come la possibilità di introduzione delle colture transgeniche nel nostro paese sia da considerarsi, alla luce delle recenti decisioni della Commissione europea, come un fatto incombente e, come tale, pena il caos, assolutamente da regolamentare.
Entrando nel merito, credo che chi conosce il nostro sistema agricolo, sia che esso venga considerato nel contesto europeo, sia che lo si confronti nel sistema internazionale, non nutra alcun dubbio nel riconoscere che l'agricoltura e, di conseguenza, il sistema agroalimentare del nostro paese sono a dir poco in contrasto con la filosofia che sottintende alle coltivazioni OGM, vale a dire la cultura della massificazione, dell'indifferenza alla qualità, della standardizzazione vegetale. Le ragioni di tale dubbiosità diffusa all'introduzione degli OGM risiedono nella mancanza di dati scientifici certi per affrontare e superare il problema di un'ancora dimostrabile assoluta sicurezza legata all'introduzione degli stessi.
Sulla sicurezza il mondo scientifico si divide tra chi è pronto a giurare sulla totale garanzia degli organismi geneticamente modificati e chi, invece, fa emergere dubbi al riguardo. Ricordo che anche nel passato vi era chi spergiurava sull'innocuità di alcune sostanze in moltissime applicazioni industriali: ricordiamo, a titolo esemplificativo, l'amianto, il DDT, l'atrazina, l'uranio impoverito. Oggi dobbiamo amaramente constatare che paghiamo di più, in termini sanitari, ambientali ed economici, rispetto ai vantaggi presunti dell'impiego di ieri di tali prodotti.
Per continuare sui dubbi derivanti dall'affrontare tali delicate questioni con l'obiettivo di ricercare una morale, proviamo a considerare l'aspetto del rapporto tra politica e scienza. Credo sia necessario richiamarci a quanto successo recentemente in Gran Bretagna in merito alla questione della mucca pazza per trarne alcuni insegnamenti. Parliamo dei dubbi di alcuni scienziati nel 1983, riproposti nel 1988, da alcuni sottovalutati e da qualche politico trascurati, come l'allora ministro dell'agricoltura inglese che asseriva che avrebbe fatto mangiare carne alla sua famiglia senza alcun timore. Poi, nel 1993, qualche dubbio amletico deve essere intervenuto
nel ministero inglese che invitava ad astenersi dal mangiare il sistema nervoso centrale della mucca, mentre confermava l'assoluta sicurezza per la carne. Tre anni dopo, nel 1996, con una precipitosa marcia indietro, il ministero dovette clamorosamente ammettere, con conseguenze che hanno interessato anche il nostro paese, che la sindrome esisteva ma, purtroppo, già gravi erano le conseguenze: centinaia di morti e milioni di euro di danni.
Soprattutto per questo scandalo credo che nell'opinione pubblica sia maturato se non il divorzio dalla scienza quanto meno una certa diffidenza nel rapporto tra la scienza stessa e le decisioni politiche conseguenti. I cittadini sono stati traditi nella certezza di ciò che la scienza sostiene di garantire maggiormente ed a cui noi teniamo di più: la salute. Su questo fatto il Governo dell'epoca è caduto e credo che tale scandalo sia stato il miglior alleato di Blair alle elezioni determinando un fatto nuovo nello scenario politico internazionale. Mai in passato una scelta scientifica sbagliata aveva fatto vincere le elezioni. Morale: se i cittadini elettori e consumatori europei per oltre il 70 per cento esprimono perplessità sugli organismi geneticamente modificati i politici devono tenerne conto.
Riprendendo il discorso delle garanzie scientifiche, anche ammesso che su tale fronte avessimo le più ampie certezze, anche se volessimo di fatto non considerare né il principio di precauzione né soffermarci sul suo contrario (la filosofia di ispirazione americana secondo cui fin tanto che non è dimostrata la pericolosità di un prodotto questa non esiste e, pertanto, il prodotto può essere commercializzato), chi come noi decide per il prossimo - il prossimo non è chi viene dopo, ma sono le nostre famiglie, le nostre comunità, il nostro futuro - oggi credo abbia l'obbligo di applicare alla base dell'orientamento normativo il rispetto della natura in un contesto etico e sociale sostenibile.
Imparare dalla natura: la natura ci dice che possiamo copiare le sue leggi, ma non possiamo distorcerle. Visto che per la prima volta l'uomo si trova di fronte al grande potere di intervenire sulle chiavi della vita, ancorché di quella vegetale, di fronte a ciò non è legittimo considerare l'ignoranza una garanzia. Derogare dai principi della precauzione significa abbandonare una sponda sicura, senza la certezza dell'approdo ad una riva, che non si intravede all'orizzonte. Quindi, l'orientamento prudenziale del provvedimento è sacrosanto. Controlliamo di più l'energia atomica che il nucleo della cellula.
Le ragioni di ciò, dicevo, risiedono non solo nella mancanza di dati scientifici certi, ma - tralasciando tutti gli altri aspetti - nel fatto che il nostro sistema agricolo ed agroalimentare non sarebbe comunque in grado di competere, nel contesto internazionale, con le colture che in genere che fanno uso di questa tecnologia (come la soia e il mais). Per motivi strutturali tale sistema è tarato basso, a costi elevati, e con nessun tipo di vantaggio all'orizzonte.
LUCA BELLOTTI. Vorrei citare alcuni dati sulla nostra agricoltura. Siamo i primi in Europa per numero di prodotti riconosciuti con marchi comunitari. Siamo i primi in agricoltura biologica. Tra i paesi dell'OCSE, l'Italia è quella che tra il 1985 e il 2001 ha fatto registrare le più forti riduzioni nell'impiego di sostanze chimiche in agricoltura. A questo riguardo, l'impiego di fertilizzanti si è ridotto del 30 per cento, a fronte di un aumento del 24 per cento negli Stati Uniti (alla faccia degli organismi geneticamente modificati che dovrebbero ridurne l'impiego!). Nel 2003, l'agro-alimentare italiano ha rappresentato l'8,7 per cento del commercio totale nazionale e il 7,1 per cento del totale dell'export italiano. Sul fronte interno, la produzione agricola nazionale è trasformata per il 70 per cento dall'industria alimentare e il valore della produzione che ne deriva rappresenta l'88 per cento della spesa per consumi alimentari interni.
PRESIDENTE. Onorevole Bellotti, la invito a concludere.
LUCA BELLOTTI. Credo che questo sia un decreto importante per l'agricoltura italiana e, d'altronde, quando si deve scegliere non è possibile evitare la chiarezza, quella contenuta nel decreto, in coerenza con i valori della nostra civiltà, nel giusto rispetto sia dell'uomo sia della natura. Concludendo, lo strumento legislativo che il nostro paese si è dato è quanto di meglio è possibile fare, nell'ambito concesso dal quadro europeo. Pertanto, nel rispetto dell'interesse nazionale e dei nostri cittadini, Alleanza nazionale conferma il suo fermo e convinto sostegno al provvedimento e ringrazia il ministro per quanto fatto.
Chiedo, infine, alla Presidenza l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo di considerazioni integrative del mio intervento.
PRESIDENTE. La Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rava. Ne ha facoltà.
LINO RAVA. Il tema delle biotecnologie e degli organismi geneticamente modificati nei prodotti agricoli e nell'alimentazione umana è particolarmente delicato e complesso, perché esso incide direttamente sui temi della sicurezza alimentare, su quelli della conservazione della biodiversità naturale e sui temi ambientali. Esso inoltre non può prescindere, a nostro parere, dall'assunzione strategica di un nuovo modello agricolo, come abbiamo detto e ripetuto nei nostri interventi precedenti.
Lo sforzo compiuto in questi anni di intenso dibattito è quello di non lasciarci andare, come Democratici di sinistra, ad un pur comodo approccio ideologico della materia. Un approccio ideologico che portava o ad un «no» deciso, a prescindere dall'evoluzione scientifica, dalle necessità che possono insorgere anche in tema di conservazione di specie in pericolo di estinzione e a prescindere da ogni eventuale necessità ed opportunità. Oppure ad un «sì» deciso, a prescindere dai dubbi circa gli effetti che un uso massiccio degli organismi geneticamente modificati possono avere sul mondo che ci circonda, sull'uomo stesso e a prescindere da una strategia produttiva del sistema paese.
Questi «no» e questi «sì» «a prescindere» sono, a nostro parere, entrambi riduttivi, in quanto non affrontano la complessità del problema e non tengono conto del quadro normativo europeo. Riteniamo che sia assolutamente opportuna e necessaria una ricerca scientifica seria e continua sul tema delle biotecnologie, affinché il loro uso eventuale nel nostro paese sia indirizzato verso la conservazione delle biodiversità, nel quadro di una assoluta sicurezza alimentare ed ambientale. Noi sosteniamo questo indirizzo non già perché riteniamo assolutamente pericoloso l'uso di organismi geneticamente modificati o perché immaginiamo scenari catastrofici per l'ambiente.
L'analisi di questi aspetti compete alla scienza ed alla ricerca, che il Governo avrebbe il dovere di sostenere con decisione, anziché soffocare per mancanza di risorse. Non riteniamo, invece, opportuno l'uso generalizzato degli organismi geneticamente modificati, per le particolari caratteristiche della nostra produzione.
L'Italia è ricca di produzioni tipiche e di qualità in modo unico al mondo (è un patrimonio inestimabile, anche con riferimento alla competizione sui mercati) e, come tale, va conservata e caratterizzata. Per cogliere questo obiettivo, però, abbiamo la necessità di convincere il nostro sistema produttivo e non di imporre scelte che sarebbero, nel giro di poco tempo, spazzate via dalle necessità.
Le nostre azioni politiche non possono prescindere dalla necessità di creare condizioni di mercato che permettano alle nostre imprese di adottare la scelta di un'agricoltura tradizionale o biologica. Se ciò non avverrà, se non avremo la capacità di creare le giuste condizioni di mercato economiche sarà naturale uno spostamento verso modelli produttivi nuovi e, magari, più redditizi.
Purtroppo, la politica del Governo, in questi ultimi anni, è stata assolutamente inesistente ed inefficace nella creazione di condizioni competitive per il nostro comparto agroalimentare. Questo decreto-legge ripropone in molte parti (abbiamo anche contribuito a migliorarlo) questa assenza di strategia. Si limita a creare regole da imporre, piuttosto che a creare condizioni concrete per rendere competitive forme di agricoltura tradizionali e biologiche.
Le nostre proposte dei piani nazionali per la ricerca sulle proteine vegetali e le sementi si ponevano in questa direzione, nell'obiettivo di costruire davvero una prospettiva strategica, utile alle imprese. I piani naturalmente devono essere accompagnati da risorse e, con riferimento a tale aspetto, abbiamo condiviso l'intervento del ministro quando ha affermato che queste risorse possono essere recuperate nell'ambito delle politiche nazionali riconosciute dalla nuova PAC.
Ci auguriamo che dalle affermazioni si passi finalmente ai fatti concreti e, quindi, che nei prossimi mesi si possa ragionare ed applicare veramente queste norme.
D'altronde, in Commissione agricoltura giace una nostra proposta di legge per il varo del piano nazionale delle proteine vegetali; chiedo al Presidente di calendarizzare quel provvedimento ed al ministro di confrontarsi nel merito per vedere se le cose che oggi ha affermato corrispondano alla verità.
A queste proposte di piano avete risposte «no», con ciò certificando il vostro approccio demagogico nei confronti del tema degli OGM. Come possiamo, infatti, garantire produzioni OGM free se non abbiamo sementi assolutamente libere da OGM o se i nostri allevamenti utilizzano soia importata?
Questa è la domanda, ministro, e lei sa che sarà impossibile. Però, lei non opera in modo che si creino le condizioni per superare questo deficit fondamentale. Evidentemente, al momento, se ne assume per intero le responsabilità politiche e quando discuteremo in altra occasione, se vi sarà la possibilità, vedremo come risponderà agli impegni che oggi si assume.
Per concludere, abbiamo lavorato seriamente per migliorare il testo. Sono stati approvati molti nostri emendamenti che ne hanno migliorato le caratteristiche ed hanno valorizzato fondamentalmente il ruolo della scienza. In particolare, abbiamo reso più indipendente e più scientificamente qualificato il comitato consultivo; è stato inserito il principio che la coesistenza non possa compromettere la biodiversità dell'ambiente naturale; è stato previsto il fondo regionale per il ripristino delle condizioni agronomiche preesistenti. È stata eliminata la norma che impediva il sostegno alle colture tradizionali biologiche. Altro ancora è stato previsto grazie alle nostre proposte.
In sostanza, si sono superati alcuni compromessi che abbiamo giudicato assolutamente insufficienti e che erano contenuti nel testo originale del decreto. Abbiamo contribuito, credo in maniera importante, a rendere il provvedimento più razionale e trasparente.
Tuttavia, è mancata l'assunzione di responsabilità complessiva per rendere praticabile davvero una nuova politica. Sono stati respinti gli emendamenti relativi ai piani che avevamo considerato fondamentali. La speranza che avevamo riposto in ordine ad un approccio serio al disegno politico è stata parzialmente delusa, per cui non possiamo che ribadire le riserve espresse in Commissione. Tuttavia, siamo consapevoli della necessità che il nostro paese abbia regole che governino la coesistenza.
Per queste ragioni, il gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo si asterrà sul decreto-legge in esame (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Jacini. Ne ha facoltà.
GIOVANNI JACINI. Signor Presidente, a nostro avviso questo decreto-legge costituisce un primo passo importante per
affrontare il problema in maniera seria e senza quella demagogia che in quest'aula si è sentita moltissimo.
Dunque, si tratta di un passo storico che garantirà regole certe al nostro mondo agricolo per consentire la libertà di coltivare, facendo coesistere coloro che intenderanno coltivare OGM e coloro che invece vorranno intraprendere l'agricoltura tradizionale e biologica.
Non è assolutamente vero che questo decreto può mettere a repentaglio la tipicità dei prodotti italiani. Come ribadito da altri colleghi, questo Governo si è distinto, anche a livello europeo, per assicurare tali garanzie ai nostri prodotti.
Quindi, annuncio il voto favorevole del gruppo di Forza Italia sul decreto-legge in esame.
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
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