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il declino industriale del Paese è un fatto noto e documentato da anni. Non è, però, un fatto naturale, ma è stato il frutto dell'assenza di scelte politiche o di scelte politiche sbagliate. La distruzione del settore informatico, il nanismo a cui è stato condannato il settore aerospaziale, lo sgretolamento della grande industria chimica e l'affossamento della chimica fine, la crisi dell'elettronica di consumo, le progressive dismissioni attuate da Finmeccanica in settori ad alta tecnologia, sono solo alcuni esempi;
tale declino è fotografato in modo impietoso dalle classifiche delle più grandi imprese del mondo, che vedono scivolare sempre più in basso le imprese italiane. Questa situazione, che va avanti da tanto tempo, è in rapida e progressiva accelerazione. Tre esempi per tutti:
a) il caso Fiat: da anni si chiede un deciso intervento pubblico, che, evitando la logica assistenzialistica nei confronti della proprietà, garantisca la continuità dell'impresa e la sua qualificazione produttiva in senso ambientale, salvaguardando i posti di lavoro;
b) il caso Ast: nel giugno 2004 venne firmato un accordo sulle prospettive delle Acciaierie di Temi. Il Governo era contemporaneamente firmatario e garante di quell'accordo. La proprietà ha detto da tempo che non intende rispettare l'accordo;
c) il settore tessile: la crisi del tessile si è aggravata moltissimo negli ultimi mesi. Decine e decine di migliaia di lavoratori e, soprattutto, di lavoratrici sono in cassa integrazione, senza alcuna prospettiva di rientro. La fine dell'accordo multifibre ha ovviamente peggiorato la situazione -:
che iniziative abbia messo o intenda mettere in atto il Governo per rispondere a questa crisi dell'apparato industriale, che si sta traducendo in una pesante crisi occupazionale. (3-04097)
(19 gennaio 2005)