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GIAN PAOLO LANDI di CHIAVENNA. La costruzione dell'Unione rappresenta, da ogni punto di vista, un unicum nell'intera storia. Si tratta di un esperimento mai tentato prima, un patto fra nazioni sovrane determinate a condividere uno stesso destino e a rinunciare a parte della loro sovranità per dare ai loro popoli ciò a cui più tengono: la pace, la sicurezza, la democrazia partecipativa, la giustizia, la solidarietà. Tale patto si rafforza e si rinnova su tutto il continente: mezzo miliardo di uomini e donne decidono di vivere nel rispetto della legge e in armonia con valori secolari che gravitano intorno all'uomo e alla sua dignità. Questa situazione si riflette immediatamente sia nella dinamica dei rapporti tra i vari attori del processo costituente sia nella struttura dei testi normativi nei quali essi si risolvono.
Il Trattato che oggi esamina l'Assemblea è frutto di una lunga storia, che comincia anche prima delle scelte che seguirono le tragiche esperienze di due guerre mondiali, e che dal secondo dopo guerra ha dato esiti concreti fino a fare dell'Europa una oasi di pace e sviluppo in un mondo che sempre più appare invece dominato dalla cultura della guerra.
In questo contesto «l'esperienza costituzionale» europea può essere un parametro di riferimento per tutte le aree che intendono dirigersi, in varia misura, verso una maggiore integrazione e un futuro di pace e prosperità. L'esempio europeo è infatti già stato seguito, con diversi esiti, in varie zone del mondo, dall'Asia all'America latina.
La Costituzione europea rappresenta un nuovo passo in questo cammino, ma è una tappa qualitativamente differente rispetto a quelle che la hanno preceduta, perché propone una semplificazione dei trattati e maggiore trasparenza del sistema decisionale. Il cittadino europeo deve sapere che cosa accade in Europa per sentirsi coinvolto e partecipe e sostenere l'integrazione europea. Il Testo stabilisce con chiarezza i poteri e le competenze dell'Unione, degli Stati membri e delle autorità regionali e sancisce con chiarezza che l'integrazione europea trae legittimità dalla volontà dei cittadini e degli Stati d'Europa di costruire un futuro comune, laddove lo Stato resta l'ambito privilegiato e legittimo in cui si esplicano le sue priorità, anche se con l'aumentare degli Stati membri aumenta anche la minaccia delle forze centrifughe e un'implosione del sistema, ma le prospettive, a breve termine dei singoli interessi nazionali non possono compromettere gli interessi superiori, a lungo termine, dell'Unione. Da qui l'enorme responsabilità di agire in modo che il meccanismo costituzionale continui a funzionare con efficacia.
Gli eventi storici degli ultimi venti anni hanno profondamente modificato la situazione nella quale agivano i Padri fondatori ma, paradossalmente, hanno dato nuove opportunità alle loro più profonde speranze e posto noi di fronte ad una sfida che non è esagerato definire epocale.
I rapporti determinatisi a seguito dell'allargamento dell'Unione, il nuovo contesto internazionale seguito alla fine della guerra fredda e le differenti visioni dei rapporti tra gli Stati che si sono in questo periodo susseguite, impongono infatti una revisione delle istituzioni chiamate a governare le nuove dinamiche.
Il Trattato costituzionale rappresenta la risposta dell'Europa. Una risposta che può lasciare insoddisfatti gli entusiasti e preoccupati gli euroscettici ma che rappresenta una soluzione equilibrata e, allo stato dei fatti, l'unica concretamente compatibile con la storia. Una risposta, peraltro, singolarmente rapida a fronte dei tempi ordinari con i quali si evolvono le istituzioni e miracolosamente coerente se si pone mente alla differenza di impostazioni e di visioni dell'Europa che si contendevano il campo all'inizio dei lavori.
Il contributo italiano è stato particolarmente significativo in tutte le fasi e da parte di tutti i soggetti che vi hanno preso parte. Al riguardo si deve sottolineare l'ampiezza del dibattito che nel nostro paese ha coinvolto non solo le istituzioni e gli addetti ai lavori, ma ha profondamente investito l'opinione pubblica, che è sempre più cosciente del ruolo e dell'importanza dell'Europa proprio nella vita di tutti i giorni.
Peraltro i punti fondamentali del Trattato hanno proprio lo scopo di avvicinare i cittadini dell'Unione alle sue istituzioni, sia dando loro maggior democraticità - si pensi alle norme sul Parlamento europeo, ai rapporti fra quest'ultimo e il Consiglio, al diritto di presentare obiezioni - sia incorporando in qualche modo i diritti di cui alla Carta dei diritti fondamentali e alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo,
Una struttura di tale complessità, peraltro, non ha nulla a che vedere con un paventato «superstato» e neppure con uno Stato federale. Il coinvolgimento diretto dei cittadini, delle associazioni, di tutti quei soggetti dei quali si compone il tessuto sociale europeo già rappresenta una sufficiente garanzia in tal senso alla quale si aggiunge tutta la serie di garanzie per gli Stati, le istituzioni e i singoli, pure previste. Il Trattato costituzionale, alla luce di ciò, infatti, non è un testo rigido, ma flessibile ed evolutivo che rispetta la caratteristica principale dell'Unione europea: quella di essere fondata contemporaneamente sugli Stati nazionali e sui loro popoli.
Ma la principale garanzia è di tipo istituzionale-culturale. Come accennato, infatti, le istituzioni europee rappresentano una novità assoluta le cui coordinate poco si raccordano con quelle tradizionali alle quali viene ricondotto lo Stato nazionale. E questo per effetto delle dinamiche della storia che si impongono da sole e ci impongono di seguire altre strade ed altre dimensioni per far fronte alle nuove situazioni del terzo millennio.
Lo Stato nazionale, gloriosa ancora ben viva istituzione frutto di secoli di storia europea, ha infatti caratteristiche, capacità ed anche dimensioni adatte a fronteggiare certe sfide. Il futuro richiede, per competere ed assicurare benessere e sicurezza ai nostri cittadini, altre dimensioni: come aveva profetizzato oltre un secolo e mezzo fa un campione del liberalismo come Tocqueville, servono dimensioni continentali.
E il sistema di pesi e contrappesi istituzionali del Trattato garantisce la libertà degli attori del processo politico e, al contempo, che tale processo abbia un esito lungo procedimenti democraticamente garantiti. Basti pensare al ruolo che avranno i Parlamenti nazionali nell'ambito della formazione della legislazione europea.
Un rafforzamento delle istituzioni serve invece nella loro proiezione esterna, e questo il Trattato lo prevede nella parte in cui dispone anzitutto che l'Unione ha personalità giuridica (un aspetto fondamentale e troppo spesso non sufficientemente considerato) e affida al ministro degli esteri dell'Unione europea il compito
di parlare a nome dell'Unione sui temi in cui sia stata raggiunta una posizione comune. L'attribuzione della personalità giuridica all'Unione è una condizione necessaria affinché essa possa assumere un ruolo di protagonista sulla scena internazionale, assumendo le caratteristiche di soggetto di diritto internazionale accanto agli Stati membri e senza arrecare alcun pregiudizio alla loro qualità giuridica di soggetti di diritto internazionale.
Non deve inoltre sottovalutarsi l'aspetto «simbolico» che hanno talune disposizioni del Trattato, ove per simbolico si intende, secondo l'etimo del termine, ciò che tiene insieme e, quindi, contribuisce a formare l'identità europea, il senso di una comune identità civile e sociale dell'Unione, un'idea di impegno collettivo, di lealtà civile, di solidarietà che spesso viene a mancare entro i confini nazionali, e che, di conseguenza, sembra essere difficilmente estendibile a livello sopranazionale. Da qui la preoccupazione che l'Europa unita possa, anche se con un Trattato costituzionale perfetto, prescindere dall'idea di vero soggetto politico. Da qui la necessità di creare le condizioni per una cultura comune europea in modo tale da poter costruire una nuova dimensione identitaria sopranazionale.
Si tratta dell'elemento centrale, di quello sul quale si gioca il futuro dell'Unione, rappresentando esso lo spirito che vivifica l'istituzione. Un tema a lungo trattato, ma che forse preoccupa più le generazioni che oggi occupano quest'aula che non quelle che a loro succederanno. Le nuove generazioni, infatti, pensano già in una dimensione europea, hanno parametri comuni che non rinnegano le radici nazionali ma si riflettono in una comunità che trascende confini di ogni sorta. In questo senso è nostro dovere favorire l'integrazione di quelli che forse hanno su questo tema anche qualcosa da insegnarci.
È un percorso tuttavia complesso, dai tratti non ancora esaurientemente definiti, con un surplus di tecnicismi mediatori: tuttavia la strada è tracciata e su questa strada è necessario procedere con convinzione e determinazione.
Voglio, onorevoli colleghi, concludere il mio intervento ricordando un passaggio strategico e illuminante del Trattato: «Persuasi che i popoli d'Europa, pur restando fieri della loro identità e della loro storia nazionale sono decisi a superare le loro antiche divisioni e uniti in modo sempre più stretto, a forgiare il loro comune destino. Certi che unità nella diversità, l'Europa offre ai suoi popoli le migliori possibilità di proseguire nel rispetto dei diritti di ciascuno e nella consapevolezza delle loro responsabilità nei confronti delle generazioni future e della terra, la grande avventura che fa di essa uno spazio privilegiato delle speranze umane».
Una sfida epocale, come coraggiosamente ricordato dal ministro degli affari esteri, onorevole Fini, una scelta coerente di un paese, l'Italia, che sta assumendo un ruolo sempre più determinante nello scenario geopolitico mondiale, un paese, l'Italia, protagonista in Europa per un'Europa unita e coesa, soggetto politico portatore di valori e di tradizioni che devono trascendere i confini temporali dell'oggi.
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