Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 570 del 18/1/2005
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TESTO AGGIORNATO AL 19 GENNAIO 2005

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Discussione del disegno di legge: Ratifica ed esecuzione del Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa e alcuni atti connessi, con atto finale, protocolli e dichiarazioni, fatto a Roma il 29 ottobre 2004 (5388) (ore 19,50).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: Ratifica ed esecuzione del Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa e alcuni atti connessi, con atto finale, protocolli e dichiarazioni, fatto a Roma il 29 ottobre 2004.
Ricordo che nella seduta odierna sono state respinte le questioni pregiudiziali per motivi di costituzionalità Mascia ed altri n. 1 e Fontanini ed altri n. 2.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).

(Discussione sulle linee generali - A.C. 5388)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.


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Avverto che i presidenti dei gruppi parlamentari dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo ne hanno chiesto l'ampliamento, senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare, ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
L'onorevole Selva, presidente della Commissione affari esteri, ha facoltà di svolgere la relazione.

GUSTAVO SELVA, Relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il progetto di unire gli europei per far cessare finalmente le lotte che per secoli hanno insanguinato il nostro continente, il vecchio continente, parte da lontano. Voglio ricordare che a lanciare l'idea e a lavorare instancabilmente per la sua affermazione fu, nei tempi moderni, Richard de Coudenhove-Kalergi, che ne divenne, fra le due guerre, il primo apostolo. È di de Coudenhove-Kalergi il documento intitolato Paneuropa, un progetto pubblicato a Vienna e a Berlino nel 1922, nonché il successivo manifesto-libro Paneuropa e, nel 1924, la creazione del movimento Paneuropa.
In questi testi - per chi abbia la curiosità, e non mi pare che sia di questa Assemblea in questo momento, di rileggerli - si trovano in nuce le linee ispiratrici dell'unione economica e politica dell'Europa. Voglio accennare soltanto all'intuizione che ebbe suggerendo la fusione dell'industria carbonifera tedesca e mineraria francese, per dare vita ad un'unica industria siderurgica europea: fu la premessa di quella CECA - la Comunità europea del carbone e dell'acciaio - che con il trattato di Parigi del 18 aprile 1951 fra i sei paesi promotori - fra cui l'Italia, fra gli altri con il ministro La Malfa - rappresentò la prima concreta pietra dell'edificio comunitario.
Voglio ricordare ancora - perché pochi forse lo sanno - che nell'ottobre 1926 a Vienna, nel primo congresso dell'Unione paneuropea, de Coudenhove-Kalergi, quando fu eletto presidente del consiglio centrale dell'organizzazione, invitò i duemila delegati ad adottare come inno europeo l'Ode alla gioia di Schiller con le note della Nona Sinfonia di Beethoven.
Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, sulla base di un libro pubblicato da Luigi Einaudi nel 1941, scrissero il «Manifesto di Ventotene», dal nome della località in cui i due antifascisti erano confinati, in cui le idee liberali del primo Presidente della Repubblica italiana per assicurare la pacifica convivenza della Germania con altri Stati nazionali venivano «estremizzate» in un progetto che contemplava la definitiva abolizione della suddivisione dell'Europa in Stati nazionali. Ciò avrebbe cancellato - è scritto nel «Manifesto di Ventotene» - la linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari: fine della politica non sarà più la conquista del potere in ambito nazionale, ma la creazione di un solido Stato internazionale.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE PIER FERDINANDO CASINI (ore 19,55)

GUSTAVO SELVA, Relatore. Di fronte alla più democratica impostazione dei cattolici De Gasperi, Schuman, Adenauer, ma anche di area liberale come Gaetano Martino - e voglio ricordare ancora una volta La Malfa - o di un socialista come il belga Spaak, che raccolsero il messaggio europeista, anche Altiero Spinelli accetterà una visione più realistica dell'unità europea nelle diversità nazionali, per un federalismo che non alzasse barriere ideologiche, ma che unisse per la realizzazione di spazi comuni di libertà, di diritti umani e civili, di socialità. È questo lo Spinelli che diventerà poi commissario della Commissione europea ed anche parlamentare europeo.
A distanza di 57 anni dall'avvio del processo comunitario, il percorso si è completato e i paesi dell'Unione hanno sottoscritto quel Trattato che ora i singoli Parlamenti sono chiamati a ratificare; va notato che il testo condiviso è frutto di una intensa opera di elaborate mediazioni alle quali hanno positivamente collaborato con il presidente Giscard d'Estaing, per la parte italiana, il vicepresidente Giuliano Amato, il vicepresidente del Consiglio,


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onorevole Gianfranco Fini, che salutiamo adesso come ministro degli esteri, i senatori Lamberto Dini, Filadelfio Basili, i deputati Marco Follini, Valdo Spini ed il deputato europeo Francesco Speroni. Quest'opera ha dovuto superare ostacoli di grande rilevanza e conciliare esigenze diverse, in parte anche derivanti dalle contrapposizioni emerse nel secolo XIX e nella prima metà del secolo appena trascorso.
È necessario consolidare, onorevoli colleghi, attraverso il Trattato i risultati ottenuti in più di mezzo secolo di rapporti intereuropei, che hanno consentito all'Unione europea di collocarsi con i confini sempre più ampi in una posizione di primo piano a livello internazionale, di costruire un sistema economico tale da assicurare l'equilibrato sviluppo del continente, di creare le condizioni favorevoli a quell'unione politica che resta il traguardo finale al quale gli europeisti aspirano.
In effetti, onorevoli colleghi, il processo di integrazione, anche se è andato avanti a piccoli passi e qualche volta con contraddizioni, ha oggi dei tratti di strada da percorrere per impedire gli accessi del nazionalismo e per difendere il sistema democratico, dando all'Europa una voce forte e potente per difendere le sue idee, i suoi valori, i suoi interessi. Il mondo deve affrontare anche nuove sfide, alcune delle quali all'inizio degli anni Cinquanta non erano nemmeno immaginabili, come il terrorismo e l'emigrazione di massa delle popolazioni, in gran parte musulmane, dai paesi più poveri verso quelli più sviluppati come i nostri; ma non solo questo: la globalizzazione dei mercati, gli squilibri tra nord e sud in tutte le loro molteplici manifestazioni, la fame, le malattie, il problema sempre più pressante della sicurezza, l'esigenza del rispetto dei diritti fondamentali della persona, il razzismo, la salvaguardia dell'ambiente e la difesa della qualità della vita, e l'elenco potrebbe continuare!
Quella dell'Unione europea dunque è una storia che viene da lontano ma che guarda anche lontano; e alla preparazione di questo documento che oggi noi siamo chiamati a ratificare il Parlamento europeo ha partecipato attivamente con la Commissione per gli affari istituzionali presieduta dall'onorevole Napolitano (diventata nel 1999 Commissione per gli affari costituzionali), contribuendo in ciascuna di queste tappe alla riflessione preparatoria ed alla valutazione dei risultati delle diverse Conferenze intergovernative; essa ha sostenuto la necessità di chiarire e di migliorare la base costituzionale dell'Unione europea, esigenza questa che si è sempre imposta sotto la pressione dei successivi allargamenti, che avrebbero potuto porre ipoteche politiche sull'integrazione.
Noi dobbiamo assumere, onorevoli colleghi, come rappresentanti della nazione italiana, nell'esaminare il Trattato costituzionale europeo il punto di vista del Parlamento italiano e del Parlamento europeo per consolidare la posizione verso una Europa politica, che è quella alla quale sta lavorando anche l'attuale Governo Berlusconi.
Gli obiettivi perseguiti si richiamano all'esigenza di spiegare e, ove necessario, di rafforzare le competenze e le responsabilità della stessa Unione europea. Ciò significa anche che i poteri attribuiti all'Unione debbono essere esercitati sulla base del principio di sussidiarietà: l'Unione deve esercitare le responsabilità, solo quelle che possono essere più efficacemente assunte da politiche comuni piuttosto che dall'azione separata dei singoli Stati membri. Ma ciò vuol dire anche che sull'Italia, come sugli altri paesi - voglio dirlo soprattutto agli amici della Lega -, non vi potrà essere un super-Stato costituito dalle istituzioni europee, tanto meno da quelle burocratiche.
Il Parlamento europeo è stato critico nei confronti della prassi dell'unanimità in sede di Consiglio - salvo, beninteso, per l'adesione di nuovi membri (naturalmente, in forza ed entro i limiti del Trattato costituzionale) -, argomentando che, una volta concordato di attuare una politica comune, perderà sempre più senso conferire un diritto di veto a ciascuno degli Stati che lo compongono.


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Il Parlamento europeo ha poi chiesto che la Commissione rivesta un ruolo più importante nell'attuazione delle politiche una volta che queste siano state adottate, fermo restando che la Commissione medesima deve essere soggetta a controlli adeguati.
In terzo luogo, il Parlamento europeo ha chiesto un maggiore controllo democratico ed una più marcata responsabilizzazione a livello europeo. Le responsabilità che i Parlamenti nazionali - è questo il nuovo ruolo dei Parlamenti come il nostro -, ratificando i trattati, hanno trasferito all'Unione, non debbono essere esercitate dal solo Consiglio, cioè dai ministri nazionali: il rafforzamento dei poteri a livello parlamentare nazionale deve essere accompagnato da un analogo rafforzamento del potere parlamentare a livello europeo.
Un punto di svolta sul piano storico è stato costituito, come ho già accennato, dalla Convenzione, composta da rappresentanti dei Capi di Stato e di Governo degli Stati membri, dei Parlamenti nazionali, del Parlamento europeo e della Commissione, cui sono stati associati, in qualità di membri a pieno titolo, i rappresentanti dei Governi e dei Parlamenti degli Stati candidati (dei cui nomi vi ho già dato conto per quanto riguarda l'Italia).
Sotto la Presidenza di Valéry Giscard d'Estaing e la Vicepresidenza di Giuliano Amato e di Jean-Luc Dehaene, e con il Vicepresidente del Consiglio Fini, la Convenzione è stata incaricata di redigere un progetto preliminare di Costituzione che sarebbe dovuto servire come base per i lavori della futura Conferenza intergovernativa.
La fruttuosa esperienza della Convenzione per quanto riguarda la Carta dei diritti fondamentali ha, in effetti, aperto la strada alla creazione di una convenzione analoga per preparare i lavori della nuova Conferenza intergovernativa. Infatti, la Convenzione aveva funzionato bene ed aveva dimostrato di essere in grado di elaborare un progetto capace di ottenere l'approvazione dei Capi di stato e di Governo. Il suo carattere aperto e trasparente e la qualità dei suoi dibattiti, presieduti da un ex Presidente della Repubblica, avevano facilitato il raggiungimento di un consenso basandosi, in primo luogo, sulla possibilità per ciascuno di esprimere le proprie opinioni e, in seguito, di comprendere quelle altrui.
La scelta della Convenzione, presieduta da Giscard d'Estaing, si è rivelata giusta perché, nel termine di sedici mesi, è stato possibile presentare un testo concordato, frutto di intensi dibattiti condotti con apertura, con la comprensione di ciò che univa, ma senza escludere ciò che divideva, ed alimentati anche da uno stretto dialogo con la società civile.
È un peccato (probabilmente, lo rilevo più da giornalista che da rappresentante della nazione) che gli organi di informazione abbiano dedicato a ciò soltanto cenni abbastanza vaghi e generici. È una responsabilità che attribuisco ai politologi e ai giornalisti, perché non si può soltanto dire se era importante la citazione delle radici cristiane dell'Europa o l'elezione di un numero di commissari, senza avere studiato tutto ciò che, invece, è contenuto ed è importante per indurre i cittadini a riflettere. È un dialogo, comunque, che vogliamo ulteriormente sviluppare attraverso questo dibattito, perché la scarsa partecipazione alle elezioni europee purtroppo dimostra che l'Unione europea non è proprio al sommo dell'interesse politico dei popoli e, in modo particolare - dobbiamo dirlo - dei giovani.
Ci si deve interrogare se questo sia dovuto soltanto al tecnicismo di molte decisioni. La mia esperienza di giornalista, primo corrispondente della RAI a Bruxelles, mi permise subito di sottolineare come ci avviassimo verso un tecnicismo difficile da spiegare e da comprendere, dietro il quale magari si possono nascondere dati politici.
Da parte sua, il Parlamento europeo, grazie ai lavori della sua Commissione per gli affari costituzionali, ha ampiamente contribuito alla realizzazione di questo programma. Siamo naturalmente in presenza di un compromesso che fa avanzare l'Europa dopo lunghi dibattiti pubblici e


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pluralisti ed approvato dai Governi di tutti i 25 Stati membri, ciascuno dei quali vuole che questa sia la base su cui lavorare insieme in futuro.
Qualcuno si interroga se si sia trattato di una Costituzione o di un trattato. È una falsa questione. Formalmente è un trattato da ratificare e da adottare secondo le norme in vigore nelle singole Costituzioni e non potrebbe essere altrimenti, ma, per la sua natura, il contenuto è una vera e propria Costituzione.
In effetti, l'Unione aveva già una sua bozza di Costituzione derivata dai trattati via via sottoscritti, semplificando questi trattati, dando loro una struttura più comprensibile, persino una nomenclatura più precisa. Non si parlerà più di regolamenti, ma di leggi europee, attribuendo loro un carattere particolarmente solenne. Si fa un passo importante per chiarire il sistema, per renderlo più trasparente, appetibile (speriamo anche nei mass media) e comprensibile agli occhi dei cittadini che devono conoscere questa Costituzione. La devono sentire anzitutto come una Magna Charta dei diritti civili, etici, religiosi, economici, sociali, per ogni singolo cittadino dell'Unione, realizzando l'unità nella diversità delle singole nazioni.
Un rilievo fatto legittimamente dopo il varo del testo è che la terza parte non contiene realmente disposizioni di carattere costituzionale; quelle che prevede sono troppo dettagliate e complesse, ma la Convenzione non doveva avere riserve del genere. In ogni caso, la semplificazione è evidente. Tutte queste disposizioni sono riunite in un unico documento coerente e strutturato e la semplice lettura della parte prima e della parte seconda, nelle quali si trovano gli aspetti più specificatamente costituzionali, fornisce al cittadino una chiara visione di insieme della realtà politica dell'Unione e dei diritti per i cittadini in essa codificati.
È estremamente importante che con la Costituzione si abbia un solo Trattato ed una sola entità: l'Unione europea stimolata e controllata da tanti Parlamenti e Governi nazionali. Ma io la vorrei vedere piuttosto come una comunità di destini, quanti sono i paesi e gli Stati che la compongono e che la comporranno anche domani, perché il testo si apre con gli articoli che definiscono la natura, i valori e i principi su cui l'Unione si fonda, nonché gli obiettivi che essa vuole perseguire, che non sono i semplici obiettivi di un mercato comune e di una sola moneta. Le sue istituzioni esercitano le competenze trasferite dai singoli Stati, di cui si impegna a rispettare le identità nazionali, ossia gli elementi fondamentali della loro struttura politica interna. In tal modo, essa manifesta il suo rispetto nei confronti delle decisioni che ciascuno Stato può prendere per quanto riguarda la distribuzione territoriale del potere, dalla fissazione delle frontiere all'autonomia regionale e locale, il mantenimento dell'ordine pubblico e la tutela della sicurezza nazionale.
La Costituzione consacra inoltre il principio di leale collaborazione tra l'Unione e gli Stati membri per l'adempimento dei compiti comuni.
Ai valori, che sono il fondamento e il riferimento di tutte le azioni dell'Unione, si riferisce l'articolo 2, che tratta della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello stato di diritto, dei diritti delle minoranze.
È a questi valori che dovranno attenersi i futuri paesi aderenti, ed essi possono servire da base per l'applicazione di sanzioni a quegli Stati che li violino.
L'Unione (articolo 3) si propone obiettivi politici che ne giustificano l'esistenza: la promozione della pace e il benessere dei suoi popoli. Sul piano interno offre ai suoi cittadini uno spazio di libertà, di sicurezza, di giustizia, ed un mercato basato sulla concorrenza libera e leale; sul piano internazionale contribuisce alla pace, alla sicurezza, agli sviluppi sostenibili del pianeta, alla solidarietà e al rispetto reciproco fra i popoli. Si presenta proprio come carta fondativa di grandi valori da offrire persino come esempio ad altri che vanno cercando, fino a questo momento inutilmente, la via di una maggiore coesione e di una maggiore partecipazione dei popoli.
I diritti definiti dalla Carta corrispondono in generale allo zoccolo comune di


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diritti fondamentali che l'Unione riconosceva già e che traggono origine dalle tradizioni costituzionali degli Stati membri o dalla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo. Bisognava enunciare tali diritti in modo preciso ed accessibile per il cittadino ed affermare chiaramente che l'Unione è tenuta a rispettarli. Questo senza dubbio contribuisce a rafforzare il collegamento fra i cittadini e l'Unione di cui i cittadini fanno parte. Agli Stati è data la possibilità di presentare, a nome del loro Parlamento nazionale, o, se il sistema lo prevede, di una delle sue due Camere, un ricorso davanti alla Corte di giustizia contro un atto legislativo per violazione del principio di sussidiarietà. Il comitato delle regioni acquisisce anch'esso il diritto di presentare tali ricorsi contro atti legislativi, per l'adozione dei quali la Costituzione prevede la sua consultazione.
Il Trattato costituzionale rafforza, onorevoli colleghi, considerevolmente il ruolo del Parlamento europeo. Infatti, numerose decisioni di grande importanza, sino ad ora di esclusiva competenza dei Parlamenti nazionali e del Consiglio, sono soggetti all'approvazione del Parlamento: la decisione di lanciare una cooperazione rafforzata; l'utilizzazione delle clausole di flessibilità, che consente all'Unione di prendere misure non previste dalla Costituzione per conseguire obiettivi da essa stabiliti; la decisione relativa all'utilizzazione di «passerelle» generali di passaggio dall'unanimità alla maggioranza qualificata e da procedure legislative speciali alla procedura legislativa ordinaria; alcune decisioni, infine, che consentono di estendere il campo di applicazione delle basi giuridiche previste dalla Costituzione, come quelle riguardanti la procura e la cooperazione giudiziaria in materia penale.
Anche nel settore della politica estera e della sicurezza comune, nel quale non dispone di poteri decisionali, il Parlamento europeo acquisisce un diritto generale a essere informato e consultato. Si può dire che il Parlamento europeo ora diventa un co-decisore in quasi tutti i settori della politica comunitaria. Si tratta in sostanza di concretizzare la nozione fondamentale della doppia legittimità dell'Unione, in quanto unione di Stati ed unione di cittadini.
La Costituzione rappresenta, quindi, indubbiamente un importante approfondimento della dimensione democratica dell'Unione. Il Consiglio europeo è riconosciuto come istituzione autonoma, con un ruolo di impulso politico; la Costituzione afferma esplicitamente che non esercita funzioni legislative.
Un'importante innovazione è la soppressione della Presidenza a rotazione e la sua sostituzione con un Presidente eletto dai membri del Consiglio europeo per un periodo di due anni e mezzo, rinnovabile una sola volta.
Quanto al sistema di votazione, argomento sul quale si è a lungo dibattuto, è stato scelto il meccanismo della doppia maggioranza, anziché una diversa ponderazione dei voti. Si può anche considerare che, malgrado l'aumento delle soglie proposte dalla Convenzione - il 55 per cento degli Stati, anziché il 50, ed il 65 per cento della popolazione, anziché il 60 -, il nuovo sistema rende le decisioni più facili, atteso che il sistema di ponderazione implicava, in molte combinazioni, soglie di popolazione molto più elevate perché una decisione fosse adottata e che l'esigenza di almeno quattro Stati membri per l'esistenza di una minoranza di blocco ha per effetto in molti casi di abbassare considerevolmente la soglia del 65 per cento.
Una delle principali innovazioni istituzionali, onorevoli colleghi, è la creazione della carica di Ministro degli affari esteri dell'Unione mediante la fusione in un unica funzione di quelle già esistenti di Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza comune e di Commissario responsabile per le relazioni esterne. L'introduzione della figura del Ministro corrisponde all'obiettivo di assicurare la coerenza e la visibilità dell'azione esterna dell'Unione nel suo complesso; tale carica, infatti, ha un doppio ruolo istituzionale. Il Ministro è incaricato della conduzione della politica estera e di sicurezza dell'Unione e, a tale titolo, presiede il Consiglio


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Affari esteri, presenta proposte, assicura l'esecuzione delle decisioni del Consiglio; allo stesso tempo, è Vicepresidente della Commissione, assumendo le responsabilità di tale istituzione nel settore delle relazioni esterne e coordinando tutti gli aspetti dell'azione dell'Unione.
Ritengo, naturalmente, che certe critiche siano ancora legittime e possibili; ritengo anche, però, che il lavoro svolto dalla Convenzione e le decisioni prese dal Consiglio meritino la nostra approvazione. La meritano in quanto si avverte, oggi più che mai, il bisogno di un Trattato per la Costituzione europea; ora che - e, a mio avviso, i federalisti devono riconoscerlo - la politica comunitaria, e in modo particolare la politica estera e di sicurezza comune, rivela, talvolta, un deficit democratico, una eccessiva tendenza a quella rinazionalizzazione da cui i sei Stati fondatori l'avevano preservata.
Tutte quelle esposte sono le principali ragioni poste a fondamento dell'invito a ratificare il Trattato e a compiere, perciò, un atto storico del libero e democratico Parlamento italiano.
La ringrazio, Presidente (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza Nazionale, di Forza Italia e dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il ministro degli affari esteri.

GIANFRANCO FINI, Ministro degli affari esteri. La ringrazio, Presidente.
Onorevoli colleghi, il fatto che si sia dibattuto molto - ed altrettanto si sia scritto - circa il contenuto di un Trattato per una Costituzione europea; il fatto che il Parlamento, la nostra Camera, tante volte abbia avuto modo di riunirsi, soprattutto in Commissione, per confrontare le opinioni delle forze politiche e dei parlamentari sul testo che è stato successivamente ratificato dal Consiglio dei Capi di Stato e di Governo; non ultimo, il fatto che la relazione ampia, approfondita, appassionata del presidente della Commissione affari esteri abbia trattato fin nei minimi particolari alcuni degli aspetti del Trattato, sono tutti elementi che credo oggettivamente autorizzerebbero il rappresentante del Governo a pronunciare poche parole.
Non abuserò della vostra pazienza, tuttavia, per l'importanza oggettiva che l'atto politico che ci accingiamo a compiere riveste non soltanto per le generazioni future, ma anche per le conseguenze che determinerà, se sarà accompagnato da comportamenti analoghi da parte degli altri Parlamenti o dalle altre pubbliche opinioni, credo che qualche riflessione aggiuntiva il Governo debba svolgerla, partendo dalla considerazione che, come viene giustamente sottolineato da coloro che la sostengono - mi rivolgo, in particolar modo, agli onorevoli deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana -, occorre un dibattito, è necessario un approfondimento ed occorre che i mille aspetti contenuti all'interno del Trattato siano conosciuti dalla pubblica opinione.
Ciò è certamente vero; tuttavia, è altrettanto vero che l'Italia - che non ha un europeismo recente o di facciata, e non che ha conosciuto l'europeismo, come pure hanno fatto altri paesi, soltanto in ragione di recenti vicende storiche, ma che, al contrario, è parte sostanziale ed ineliminabile della cultura europea ed europeista del vecchio continente -, nello stesso momento in cui si confronta con il Trattato in esame, ha un dovere in più. Essa ha sicuramente il dovere di approfondire, ha l'obbligo di evidenziare eventuali elementi che meritano un'ulteriore riflessione - e, perché no, anche qualche valutazione apparentemente critica -, ma ha anche, e direi soprattutto, il dovere di essere esempio per gli altri Parlamenti e per gli altri popoli.
Credo che i colleghi ricordino che, in occasione della firma del Trattato costituzionale - che non casualmente si svolse a Roma, dopo tanti anni dalla sottoscrizione del Trattato di Roma -, il Governo formulò l'auspicio di vedere il nostro Parlamento tra i primissimi ad approvare tale Trattato. Ciò non per eccesso di zelo o per europeismo acritico, bensì unicamente perché, in materia di unificazione dell'Europa,


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l'Italia è percepita, e lo è realmente, come un esempio. Non siamo stati i primi, poiché altri sono stati più solerti di noi; tuttavia, possiamo comunque essere tra i primissimi a ratificare un Trattato che, oggettivamente, segnerà un punto di svolta.
Si tratta di un Trattato che - e voglio dirlo anch'io, con tutta la chiarezza di cui sono capace - porterà dei cambiamenti certamente positivi, non fosse altro per il fatto che ipotesi che, fino a qualche anno fa, sembravano in qualche modo utopiche, o addirittura collegate soltanto al forte desiderio - qualcuno diceva privo di consenso politico - che animava i circoli europeisti più convinti del nostro paese, adesso sono diventate realtà.
Voglio riferirmi, in particolar modo, al fatto che venticinque (tra qualche giorno potremmo dire ventisette) popoli e Stati, che nel corso del secolo scorso hanno passato più anni a combattersi, o comunque a non capirsi, che a lavorare insieme, di qui a qualche settimana o tra qualche mese, democraticamente e liberamente, per sovranità parlamentare o popolare, diranno al mondo intero di avere valori, principi, istituzioni e politiche comuni.
Se non è una svolta epocale questa, allora credo che non si possa usare l'aggettivo «epocale» in altre circostanze, perché quel passo che ci accingiamo convintamente a compiere, non a caso con una maggioranza che va molto al di là della dialettica tra la maggioranza che sostiene il Governo e l'opposizione, segna davvero la fine di un'epoca storica.
In altre occasioni è stato detto che era finito il dopoguerra. Credo che il lungo Novecento che qualcuno, ironicamente ma non tanto, chiamò «il secolo breve», «il secolo delle ideologie», «il secolo dei totalitarismo» oppure, come ha ricordato poc'anzi l'onorevole Mattarella, il secolo delle incomprensioni, delle divisioni, dei muri e delle guerre, si sia certamente concluso con l'ultimo scorcio degli anni Novanta. Tuttavia, in termini politici ed istituzionali, il Novecento si conclude nello stesso momento in cui popoli e Stati d'Europa certificano, di fronte al mondo intero, di avere valori comuni e di non limitarsi a declamare tali valori, ma di attuare una politica attraverso la quale interventi comuni dei venticinque popoli e Stati saranno volti a garantire il rispetto di quei valori.
Ciò avverrà nell'ambito di istituzioni che, ovviamente, non sradicano la sovranità nazionale, ma in qualche modo daranno vita a quella sovranità condivisa, vale a dire a quella quota comune di sovranità che ha rappresentato, come sanno i colleghi che partecipavano con me alla Convenzione europea, l'elemento forse più intellettualmente innovativo del lavoro svolto da quel forum presieduto da Giscard d'Estaing.
Allora, non è retorica dire che, per davvero, siamo alla vigilia di un momento che entrerà negli annali della storia repubblicana, ed il fatto che in altri paesi vi sia una discussione che in Italia non c'è, significa non che in Italia non si discuta, ma che su tale aspetto l'Italia è certamente più avanti rispetto ad altri paesi. Nel nostro paese, infatti, vi è una condivisione molto maggiore del rapporto che vi deve essere tra la maggioranza e l'opposizione. La circostanza che in altri paesi, in altri Parlamenti, non vi sia la larga condivisione che vi è, al contrario, da noi, deve essere valutata come un elemento che dimostra la capacità della classe dirigente italiana e della nostra società di comprendere chiaramente come oggi vi sia necessità di un peso maggiore dell'Europa, soprattutto se si vuole fare in modo che, da un lato, siano garantiti i legittimi interessi dei popoli e, dall'altro, vi sia una politica attiva della comunità internazionale per garantire i valori della pace, della democrazia e del progresso.
Spendo alcune parole per illustrare ulteriormente tale concetto. È stato detto molte volte, non dal rappresentante del Governo, ma dal rappresentante di una parte politica, che ha una storia: ma come potete voi, proprio voi - ed ieri, in Francia, ne parlavo con amici della destra francese -, in ragione della vostra storia, non comprendere che la Costituzione europea, in qualche modo, limita non solo la


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sovranità nazionale, ma, almeno in teoria, l'identità nazionale? Credo che vi siano motivi per i quali nutrire alcuni dubbi sulla Costituzione europea è lecito, ma certamente questo non lo è. La Costituzione che ci accingiamo ad approvare, infatti, è una Costituzione che afferma in modo inequivocabile che un'Europa a 25 o a 27 Stati è innanzitutto un'Europa rispettosa delle identità, che si basa sulla sintesi armonica delle identità. Non credo si possa affermare, se non per partito preso, che l'Europa che sta nascendo va a sradicare identità vissute da comunità che, non a caso, hanno ricevuto in eredità dalle generazioni precedenti, lingue, tradizioni, costumi, modi di essere. È un'Europa che, rispettando le diversità - unità nelle sue diversità -, dice chiaramente che le stesse diversità non saranno più ragione d'essere per lo scontro, non saranno più motivo per il conflitto. Non accadrà mai più, nel futuro, quello che - purtroppo - è avvenuto nel secolo scorso ed ha caratterizzato i secoli precedenti: vale a dire che, nel nome delle nazioni, nel nome delle identità, nel nome dei rispettivi costumi, nel nome delle rispettive lingue, si potesse identificare in un altro europeo il nemico. Chi davvero crede nell'identità sa che non esiste un'identità superiore ad un'altra: vi è la differenza; vi deve essere il rispetto, la capacità di integrazione e quell'armonia che credo sia chiaramente individuata fin dal preambolo della Costituzione.
L'onorevole Spini, qui presente, sa che nella Convenzione si discusse a lungo di cosa significa «Europa unita nella diversità». È un'Europa che decide, in base al principio di sussidiarietà, di fare insieme ciò che nessuno Stato può pensare di fare da solo. Se viviamo, infatti, in una fase di grandi sfide epocali, in cui tutto è globale o globalizzato, se nessun europeo può essere così presuntuoso da pensare di poter appartenere ad una potenza di tale livello da incidere in modo autonomo negli scenari mondiali, se tutto ciò è vero - come, oggettivamente, è -, proprio il principio della sussidiarietà, che stabilisce che l'Europa fa insieme ciò che ogni Stato non riesce a fare da solo, legando tale principio ai valori, a politiche virtuose, è una garanzia che l'Europa offre al mondo intero. È la garanzia di un approccio non unilaterale alle crisi. È la garanzia di un rapporto che un'Europa politicamente forte - l'Europa «potenza civile», come fu detto - può dare del nostro occidente soprattutto a quei popoli che occidentali non sono, per cultura, per storia e per tradizione: un rapporto di amicizia e di solidarietà transatlantica, una percezione corrispondente ai valori più autentici dello stesso occidente.
È l'Europa della moderazione, è l'Europa del dialogo, è l'Europa capace di ascoltare, è l'Europa che, in alcuni scenari di crisi, è indispensabile se si vuole garantire una speranza di pace.
In tante circostanze si è detto di volere un'Europa che sia protagonista, che sappia parlare da pari a pari in ragione della sua storia, della sua cultura, della sua potenza civile e della sua grande capacità imprenditoriale; tante volte si è detto - e anche io personalmente lo condivido - che l'occidente non può essere soltanto la medaglia con il Campidoglio di Washington, ma, accanto a quella faccia, vi è l'altra faccia, quella europea: amici miei, se non si approva questo Trattato, si rimanda sine die l'ipotesi di un equilibrio che vede l'Europa garante di quei valori, di quei diritti della persona umana e di quegli aspetti sociali che sono sottolineati e innervano la Costituzione.
Come si fa a dire, se non per partito preso, che si tratta dell'Europa dei tecnocrati e dell'Europa delle burocrazie? È un'Europa che supera la sua dimensione monetaristica ed economica, che non va disprezzata, perché, senza l'intuizione della Comunità economica del carbone e dell'acciaio, non saremmo qui oggi a celebrare tale momento storico. Se c'è un dato che risulta evidente dalla lettura del Trattato costituzionale è che i valori migliori della cultura europea dei secoli scorsi stanno in quel Trattato. È il concetto di giustizia sociale, di solidarietà, di sussidiarietà e di partecipazione. Sono concetti che, se davvero riteniamo che l'umanità ne abbia necessità nel suo futuro,


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l'Europa, proprio perché è stata in buona parte autrice e, comunque, elaboratrice di quei concetti, non può non metterli in evidenza nel suo Trattato costituzionale.
Allora, è con convinta adesione che il Governo chiede alla Camera di approvare il Trattato, che certamente è un compromesso, ma è un compromesso alto. È un compromesso che, non a caso, ha determinato una larga convergenza nella Convenzione, prima, e, successivamente, nelle varie sedi istituzionali europee. Come tutti i compromessi dovrà ovviamente essere aggiornato con le evoluzioni che la realtà determinerà, ma è davvero un fatto senza precedenti poter celebrare la riunificazione del continente, poter stabilire che i valori e i principi di riferimento sono i medesimi, poter attuare quei principi e quei valori attraverso politiche virtuose e poter richiamare il primato civile dell'Europa.
L'Europa non è al momento una potenza, per la sua capacità di difesa e per le sue strutture militari, in grado di rappresentare una garanzia pari a quella che viene rappresentata dagli Stati Uniti d'America. Non c'è ombra di dubbio che, se in prospettiva pensiamo, come è giusto pensare, ad una capacità dell'Unione europea di avere una politica autonoma di difesa, se pensiamo che sia giusto rafforzare quei meccanismi che fanno della politica europea una politica attiva, non possiamo che partire da quello che nel Trattato è chiaramente indicato, vale a dire dal primato civile dell'Europa.
Vi è - e concludo - un solo rammarico nel Governo e, permettetemi un unico riferimento personale, nel rappresentante del Governo alla Convenzione.
Il rammarico è relativo al fatto che, durante i lavori della Convenzione, ma anche successivamente, coloro che sono stati chiamati a redigere questo testo non abbiano avuto la consapevolezza necessaria e sufficiente per indicare con chiarezza l'identità europea, perché il tema dell'identità è un tema dal quale non si sfugge.
In tante circostanze Dahrendorf si chiese: se parlate di democrazia europea, cosa distingue il demos europeo? Le lingue sono diverse, le tradizioni sono diverse e abbiamo alle spalle decenni e secoli di guerra.
Cosa unifica nel nome del popolo europeo il contadino che lavora in Portogallo ed il pescatore del Baltico? Quello dell'identità è un tema centrale. È mancata purtroppo - questo è il rammarico - la consapevolezza, in alcuni casi il coraggio e l'onestà intellettuale, di dire che esiste un'identità legata ai valori comuni religiosi, quel passo avanti rispetto a Nizza, quando un po' ipocritamente si parlava di valori spirituali. Nella tradizione europea l'identità religiosa non è inaggettivata, ma è un'identità precisa che risponde ai valori della tradizione religiosa cristiana.
Ringrazio fin d'ora quei gruppi parlamentari che al termine del dibattito presenteranno ordini del giorno o, comunque, richieste di impegno per il Governo al fine di continuare, nel dibattito con la società civile e nel confronto nei vari consessi internazionali, a porre in evidenza tale aspetto che, ovviamente, nulla toglie alla laicità delle istituzioni. Tuttavia, proprio perché le istituzioni europee in quanto democratiche sono laiche, credo che debbano avere l'onestà di ammettere che se vi è un'identità che oggi rende possibile avere quei valori comuni, quelle istituzioni comuni e quelle politiche comuni, questa è l'identità che un grande europeista come Schuman definì l'Europa delle cattedrali. Un europeo, qualsiasi lingua esso parli e quale che sia lo Stato in cui vive, se si vuole sentire figlio di un'autentica comunità di destino non può che riconoscerla nel luogo in cui prega il suo Dio.
Accanto a tale rammarico vi è la soddisfazione, certamente sincera, per il fatto che l'Italia è stata tra i protagonisti di questo lungo percorso. Come ho detto all'inizio, senza il contributo di tanti illustri pensatori italiani, di quasi tutte le parti


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politiche e del pensiero italiano, oggi l'Europa non sarebbe a questo momento.
Anche per questo - e mi rivolgo in particolar modo ai colleghi della Lega - oggi abbiamo un dovere in più rispetto ad altri: abbiamo il dovere di continuare ad essere un buon esempio. L'Italia è stato un buon esempio di integrazione e di europeismo. Oggi il Parlamento sia un buon esempio per le altre pubbliche opinioni ed approvi sollecitamente e convintamente un Trattato che fa certamente compiere un balzo in avanti, nel nome di valori che sono di tutti, al nostro popolo ed al nostro paese (Applausi).

PRESIDENTE. Ringrazio il ministro degli affari esteri, onorevole Gianfranco Fini.
A questo punto dovremmo passare agli interventi. La Presidenza autorizza sulla base dei consueti criteri la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo dell'intervento dell'onorevole Landi di Chiavenna, iscritto a parlare, che ne ha fatto richiesta in precedenza.
Questa sera non avranno luogo altri interventi. Come ho già preannunciato, il seguito della discussione sulle linee generali è rinviato alla seduta di martedì 25 gennaio, al mattino. Nella stessa seduta si procederà alle votazioni; su richiesta dei gruppi della Lega Nord Federazione Padana e di Rifondazione comunista, dalle 18-18,30 è stata disposta la ripresa televisiva diretta delle dichiarazioni di voto finale. Come di consueto, interverrà in tale fase un rappresentante per ciascun gruppo e per ciascuna componente politica del gruppo Misto che ne faccia richiesta. Si procederà, quindi, alla votazione finale.

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