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GREGORIO DELL'ANNA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il decreto-legge all'esame dell'Assemblea ha la finalità di avviare nel nostro paese - nei termini prescritti dalla normativa comunitaria - un sistema per lo scambio di emissioni di «gas serra», quale meccanismo indiretto di controllo della qualità complessiva dell'atmosfera e strumento di attuazione degli impegni derivanti dalla prossima entrata in vigore del Protocollo di Kyoto. Si tratta di un impegno con cui il Governo, coerentemente agli obblighi assunti con la ratifica del Protocollo, riesce in tempi rapidi a dare applicazione alla direttiva comunitaria che prevede un regime autorizzatorio per le emissioni, connesso ad un meccanismo di scambio di quote di emissioni tra imprese. Vorrei al riguardo rilevare che la prima applicazione della direttiva, di cui al presente decreto, è uno degli strumenti del Protocollo. Infatti, per rimanere entro i limiti fissati dal Protocollo stesso, sarà interesse dell'Italia attivare anche gli altri «meccanismi di flessibilità». Vorrei inoltre precisare che l'effettivo rispetto degli obiettivi del Protocollo (e quindi dell'avvio di un efficace sistema internazionale di scambio di diritti di emissioni) non dovrebbe essere dato per acquisito. Infatti, una delle principali carenze del Protocollo, rilevata da tutti gli analisti, è rappresentata dalla mancanza (allo stato) di un definito sistema di sanzioni che dia certezze sulla sua effettiva applicabilità. Tuttavia, poiché l'Europa è molto impegnata nella piena attuazione del Protocollo, non possiamo non concretizzare - come Stato membro - questo impegno, con il recepimento di una direttiva che ha lo scopo di lanciare un sistema europeo di scambio dei diritti, anche prima dell'avvio del sistema internazionale previsto dal Protocollo, che verrà infatti avviato a partire dal 2008. In tal senso, desidero esprimere la piena soddisfazione del gruppo di Forza Italia per lo spirito di condivisione con cui la Camera ha voluto portare a conclusione l'esame del provvedimento, proprio in coincidenza con l'importantissima Conferenza di Buenos Aires, in cui i paesi firmatari di Kyoto si stanno confrontando per comprendere quali siano le prospettive di implementazione del Protocollo stesso, anche oltre le scadenze in esso fissate. Per fronteggiare inoltre alcune polemiche, a mio avviso ingenerose, che sono state sollevate nel corso dell'iter parlamentare, gradirei infine ricordare che gli adempimenti necessari alla piena applicazione - nei ristretti tempi richiesti - dell'obbligo comunitario, sono in realtà già stati eseguiti dal ministro dell'ambiente
e dal ministro delle attività produttive, i quali - con due distinti decreti - hanno già disciplinato il formato e le modalità di trasmissione della domanda di autorizzazione e il tipo di dati che i soggetti gestori devono trasmettere al ministero competente ai fini della assegnazione delle quote. Le strutture del Governo appaiono, pertanto, ormai pronte alla piena applicazione delle norme europee, nonostante qualche ritardo nel recepimento della direttiva.
In conclusione, annuncio il voto favorevole del gruppo di Forza Italia, augurandomi che lo spirito collaborativo dimostrato dai gruppi di opposizione nell'esame del provvedimento possa continuare in futuro, senza inutili pregiudizi e contrapposizioni.
DONATO PIGLIONICA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo certamente consapevoli che il provvedimento in questione è necessario ed urgente e non solo perché ormai incombono gli obblighi derivati da un trattato internazionale ratificato dal nostro Parlamento. Noi siamo favorevoli all'avvio di questo vero e proprio mercato delle emissioni anche e soprattutto perché si avvia un meccanismo nuovo nel panorama internazionale; all'ambiente viene chiaramente attribuito un valore economico e di conseguenza tutto ciò che modifica l'ambiente in senso negativo rappresenta un disvalore; ne consegue pertanto non solo l'obbligo ma anche la convenienza ad avviare un percorso virtuoso il cui risultato finale consiste in una più efficace salvaguardia dell'ambiente stesso, soprattutto in considerazione della necessità di preservare questo patrimonio per le generazioni future. Questo costituisce il fondamento di ogni politica che voglia rendere lo sviluppo sostenibile e duraturo.
Vediamo quindi cosa non ci consente di dare un voto favorevole a questo provvedimento pur alla luce dell'accoglimento di alcuni emendamenti dell'opposizione che hanno a nostro parere migliorato il testo, recuperando un importante ruolo per le regioni e prevedendo le sanzioni per gli inadempimenti, assolutamente indispensabili per conferire efficacia alle prescrizioni del provvedimento stesso. Ad impedircelo è la filosofia con la quale il Governo approccia questa tematica; da sempre il Governo ha mostrato diffidenza, nella convinzione che l'avvio degli obblighi derivanti dall'applicazione del protocollo avrebbe comportato per le imprese costi eccessivamente onerosi che avrebbero ulteriormente appesantito la già precaria competitività. La convinzione, successivamente rivelatasi infondata, della mancata ratifica del protocollo da parte della Russia, ha fatto sì che anche di fronte agli obblighi europei si optasse per un atteggiamento «wait and see».
A questo si deve il mancato recepimento della direttiva 2003/87, che avrebbe dovuto concretizzarsi entro il 31 dicembre 2003 e che ancora non vede la luce, inserito come è all'interno di una legge comunitaria mai come quest'anno in ritardo; ma soprattutto ciò ha prodotto un piano nazionale di assegnazione delle emissioni partito in notevole ritardo, privo degli indispensabili dati di riferimento e totalmente inadeguato alla sfida che abbiamo di fronte. Il piano sembra in sostanza rinunciare agli obiettivi di riduzione delle emissioni e sembra soprattutto voler concentrare gli sforzi compensativi sui meccanismi di trading con altri paesi, rinunciando ad intervenire sul nostro sistema produttivo e sui nostri meccanismi di produzione di energia e di consumo.
Alcune scelte, come il ritorno al carbone e all'orimulsion, notoriamente portatori di un carico di emissioni proporzionalmente più elevato, appaiono addirittura in contraddizione con gli obiettivi dichiarati.
È per questo che il nostro piano nazionale ha ricevuto numerose osservazioni da parte della Comunità europea, che lo ha ritenuto del tutto inadeguato.
Siamo quindi dinanzi ad una grave carenza progettuale e le recenti dichiarazioni del ministro a Buenos Aires confermano la volontà di non procedere oltre in questo impegno dopo il 2012, quando sarà invece indispensabile un Kyoto 2 ancor più
ambizioso. Anche in questo campo la nostra politica internazionale si mostra vassalla di quella degli Stati Uniti.
A nostro parere la sfida imposta dal protocollo di Kyoto ha un valore epocale, mostra al tempo stesso i caratteri del vincolo ma anche di una straordinaria opportunità. Se accetteremo la sfida, agganceremo il treno dei paesi più evoluti dal punto di vista sia tecnologico che della tutela ambientale; ne conseguirebbe un miglioramento del nostro sistema energetico anche sul fronte dei consumi, così da non dover sopportare i costi che il mancato rispetto del protocollo comporterebbe ed avremo contribuito alla riduzione del riscaldamento del pianeta con tutti i benefici che questo comporta.
Se rinunceremo, condanneremo il nostro paese ad una competizione al ribasso e gli anni appena trascorsi ci hanno dimostrato che questo non è conveniente sotto ogni punto di vista.
Noi non cogliamo in questo provvedimento la voglia di accettare questa sfida, a nostro parere decisiva per il futuro ed è per questo che il nostro voto sarà di astensione.
ANTONIO MEREU. Onorevoli colleghi, la minaccia del cambiamento climatico non è diventata solo un tema ambientale ma ha e avrà sempre di più delle conseguenze dal punto di vista economico se solo teniamo in conto l'incidenza dei costi derivanti dalla frequenza dei disastri naturali.
Il protocollo di Kyoto ha stabilito precisi obiettivi per ridurre i gas a effetto serra, responsabili del riscaldamento globale, e ha fissato quelli che sono gli strumenti più idonei per il raggiungimento dei questi obiettivi da parte dei membri firmatari.
Il problema che emerse precipuamente fu quello di articolare un sistema che al tempo stesso fosse economicamente vantaggioso, flessibile e che rispettasse gli impegni di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra assunti nel quadro del protocollo stesso. Con la direttiva 2003/87/CE si è istituito, pertanto, un sistema comunitario per lo scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra a decorrere dal prossimo 1o gennaio 2005, diretto essenzialmente ai settori dell'energia, della produzione e della trasformazione dei metalli ferrosi, dell'industria minerale e della fabbricazione della carta e del cartone.
La necessità del provvedimento al nostro esame è quella di evitare che le imprese italiane dei settori interessati dalla direttiva 2003/87/CE si trovino, dal 1o gennaio 2005, in condizione di dover operare illegalmente, rispetto al profilo della necessità di un'autorizzazione, e in una situazione di grande incertezza rispetto invece alla partecipazione al mercato comunitario delle quote di emissione e alla pianificazione dei relativi investimenti.
Se non approvassimo oggi questo decreto, dal 1o gennaio le nostre aziende si troverebbero nell'impossibilità di operare; chiunque potrebbe denunziarle per l'emissione di anidride carbonica e altri gas a effetto serra senza alcuna possibilità di difesa mancando qualsiasi punto di riferimento in merito e conseguentemente non potrebbero prevedere alcun investimento per poter far fronte al mercato delle quote di emissione dei gas previsto nel decreto stesso.
Il decreto in conversione è diretto proprio a scongiurare questa eventualità, anche in considerazione del fatto che i criteri per il recepimento della direttiva n. 87 del 2003 sono sì inseriti nel disegno di legge comunitaria per il 2004, ma tale provvedimento non sarà certo approvato in tempo utile per emanare le misure legislative, regolamentari ed amministrative indispensabili per autorizzare gli impianti ad emettere gas serra e avviare il mercato degli scambi di quote di emissione.
Oggi, pertanto, noi attribuiamo al Ministero dell'ambiente il ruolo di autorità nazionale competente fino all'avvenuto recepimento della citata direttiva 2003/87/CE e introduciamo per i gestori degli impianti che ricadono nel campo di applicazione della direttiva l'obbligo della presentazione della richiesta di autorizzazione ad emettere gas serra (entro il 5
dicembre 2004) e di presentare le informazioni necessarie per permettere all'autorità nazionale competente di procedere all'assegnazione delle quote di emissione di CO2 entro il 30 dicembre 2004 nonché la definizione delle modalità applicative della procedura di autorizzazione.
È chiaro che il funzionamento del sistema per lo scambio dei diritti di emissioni di gas a effetto serra è più complesso e articolato, ma, come già ricordato, è anche vero che i tempi ristretti non consentivano di attendere l'emanazione e l'approvazione della delega contenente il recepimento della direttiva.
Una direttiva che, ricordiamolo, interesserà oltre 12 mila impianti di produzione di energia e di utenza intensiva di energia in tutta l'Unione, cui verrà offerto un modo economicamente efficace per ridurre le emissioni e di conformarsi al quadro degli interventi previsti dal protocollo.
È altresì chiaro, tuttavia, che questo meccanismo potrà funzionare ed essere efficace solo in funzione del grado di fiducia che i diretti interessati vi ripongono.
Certamente il sistema pone una serie di problematiche delicate. Comprensibile è infatti la preoccupazione delle centrali alimentate a carbone che guardano con preoccupazione alle forti penalizzazioni cui andranno incontro per effetto dell'introduzione delle quote di emissione. Dal punto di vista della capacità concorrenziale delle aziende, vi è sia la preoccupazione delle aziende che dovranno sostenere costi aggiuntivi rispetto a quelle di nazioni che non hanno firmato il protocollo di Kyoto e che quindi otterranno un vantaggio competitivo notevole, sia quella dei nuovi concorrenti all'interno della stessa nazione in quanto, nel caso dell'assegnazione in base al principio dei diritti acquisiti, gli Stati membri dovrebbero garantire che i diritti di emissione siano accessibili, a parità di condizioni, ai concorrenti. Da quanto esposto si rileva che proteggere il pianeta ha necessariamente e giustamente un costo che le imprese e le comunità dovranno sopportare per cui sforzi economici e tecnologici dovranno essere affrontati per risolvere il problema. Si tratta di costi che andranno a gravare anche sui bilanci delle famiglie che in quanto consumatori dovranno sostenere questa spesa aggiuntiva che ha come obiettivo principiale il miglioramento ambientale che è premessa indispensabile per migliorare le nostre condizioni di vita.
La sfida del cambiamento climatico può sembrare enorme ma dobbiamo comunque accettarla; tutti dobbiamo contribuirvi, impegnandoci a far sì che il sistema di scambio di emissioni sia un modo economicamente efficiente per affrontare e risolvere il problema.
Tutto questo vale solo se le imprese, gli impianti non riusciranno a rispettare l'ambiente mantenendo gli impegni e le direttive ricevute sulle emissioni precedentemente stabilite dall'autorità nazionale competente per ciascun impianto. Se invece l 'impianto in questione riuscirà a rilasciare emissioni in quantità minore di quanto stabilito dalla stessa autorità, questo risparmio permetterà di rivendere sul mercato europeo i certificati verdi corrispondenti che quindi contribuiranno a fare reddito di impresa. Come si può ben capire le emissioni non sono più viste come un target oltre il quale non si può andare col rischio di sole penali, bensì come una soglia al di sotto della quale si crea valore aggiunto. L'ambiente acquisisce quindi un valore economico.
Concludendo, annuncio il voto favorevole del gruppo Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro.
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