Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 559 del 14/12/2004
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Discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 22 novembre 2004, n. 279, recante disposizioni urgenti per assicurare la coesistenza tra le forme di agricoltura transgenica, convenzionale e biologica (5463) (ore 20,45).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 22 novembre 2004, n. 279, recante disposizioni urgenti per assicurare la coesistenza tra le forme di agricoltura transgenica, convenzionale e biologica.

(Discussione sulle linee generali - A.C. 5463)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Avverto che il presidente del gruppo parlamentare dei Democratici di sinistra-L'Ulivo ne ha chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare, ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
Avverto, altresì, che la XIII Commissione (Agricoltura) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Il relatore, presidente della XIII Commissione, onorevole de Ghislanzoni Cardoli, ha facoltà di svolgere la relazione.

GIACOMO de GHISLANZONI CARDOLI, Relatore. Signor Presidente, intervengo molto brevemente per illustrare il provvedimento al nostro esame, che ha lo scopo di instaurare in Italia il principio di coesistenza tra le colture cosiddette transgeniche e gli altri tipi di coltivazioni, vale a dire quella convenzionale e quella biologica: tutto ciò in ossequio alla raccomandazione 2003/556/CE del 23 luglio 2003. Tale principio di coesistenza deve consentire di stabilire filiere distinte tra i tre tipi di coltivazioni che, a questo punto, verrebbero autorizzati e regolamentati nel nostro paese.
Vorrei rilevare che il decreto-legge si compone di nove articoli. Dopo aver stabilito, all'articolo 1, le finalità del provvedimento in esame, con l'introduzione del


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principio di coesistenza, esso disciplina, all'articolo 2, la salvaguardia del principio di coesistenza, il quale consente che ogni coltivazione sia praticata senza che l'esercizio di una di essa possa compromettere lo svolgimento delle altre e senza che nessuna determinazione possa essere assunta al fine di favorire alcune colture a danno di altre. Viene fissato, pertanto, un principio di equivalenza e di equipollenza tra i tre tipi di colture.
Il principio di coesistenza stabilisce anche l'introduzione delle coltivazioni transgeniche, che deve avvenire senza alcun pregiudizio per le altre attività agricole già preesistenti, dunque con le normali tecniche colturali che consentono sia l'avvicendamento delle varie colture tradizionali, sia l'esercizio dell'attività della cosiddetta agricoltura biologica.
L'articolo 3, inoltre, dispone che l'applicazione di tali misure venga demandata ad un successivo decreto di attuazione, che deve essere emanato dal Ministero delle politiche agricole e forestali d'intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, nonché - aspetto particolarmente importante, frutto dell'approvazione, all'unanimità, di una proposta emendativa in sede di Commissione - con il preventivo parere delle competenti Commissioni parlamentari.
Anche il Parlamento, quindi, avrà la possibilità di esprimere il proprio parere sul decreto che il Governo emanerà per l'attuazione di questo principio di coesistenza.
Il decreto-legge, in ossequio anche alla modifica dell'articolo 117 della Costituzione, dovrà consentire alle regioni di predisporre le norme attuative, affinché il piano di coesistenza possa essere messo in atto in tutte le regioni. Le regioni e le province autonome avranno anche la possibilità di stabilire e promuovere il raggiungimento, su base volontaria, di accordi tra i conduttori agricoli, al fine di adottare le idonee misure di gestione del territorio previste dal piano di coesistenza, e di assicurare la coesistenza tra le varie forme di coltivazioni.
Al fine di garantire gli altri tipi di coltivazione rispetto ai possibili rischi di contaminazione delle coltivazioni transgeniche, è consentito alla regione di disporre di appositi fondi per il pagamento dei danni causati dall'inosservanza del piano di coesistenza.
Il decreto-legge, all'articolo 5, dispone che chiunque cagiona danno ad altri a causa dell'inosservanza dei regolamenti dei decreti attuativi è chiamato a rispondere del risarcimento dei danni causati. L'imprenditore agricolo che abbia usato sementi certificate prive di organismi geneticamente modificati è esentato dalla responsabilità di cui al comma 1 di detto articolo.
All'articolo 6 sono previste le sanzioni amministrative per l'inosservanza del piano di coesistenza.
Altro aspetto molto importante da segnalare riguarda l'articolo 7, in base al quale dopo la conversione in legge, il provvedimento sarà esaminato da un comitato in materia di coesistenza tra culture transgeniche, convenzionali e biologiche; un comitato di carattere prettamente scientifico, che coinvolge al proprio interno scienziati e tecnici di provata conoscenza dell'argomento e di documentata indipendenza da soggetti portatori di interessi in materia. Tale comitato avrà centoventi giorni di tempo a disposizione per mettere il Ministero delle politiche agricole e forestali in condizione di emanare il decreto che ho in precedenza ricordato.
Detto comitato dovrà anche stabilire le linee guida di questo provvedimento, tenendo conto del parere che sarà espresso dal tavolo agroalimentare (e da tutti i soggetti legittimati a partecipare a tale tavolo).
L'articolo 8 stabilisce, per effetto delle norme transitorie, che, fino all'emanazione del decreto, non sono consentite coltivazioni transgeniche, ad eccezione di quelle autorizzate per fini di ricerca e di sperimentazione.
Ciò, in sintesi, è il contenuto del provvedimento al nostro esame. Si tratta di un testo esaminato in tutta la sua compiutezza,


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all'interno della Commissione che ho l'onore di presiedere e che ha dato luogo a molte audizioni, svoltesi con ritmo serrato durante la scorsa settimana, estremamente esaustive ed importanti. Devo ricordare, in particolare, che questo provvedimento, prima di essere emanato da parte del Consiglio dei ministri, è stato frutto di molti confronti in sede di Conferenza Stato-regioni, di tavolo agroalimentare. Il testo presentato al nostro esame può, dunque, definirsi sostanzialmente equilibrato e rispettoso degli interessi manifestati da più parti. È pertanto un provvedimento che - anche per effetto degli emendamenti votati ed approvati in Commissione - ha conosciuto ulteriori miglioramenti.
Ritengo che vi siano ancora alcuni margini di miglioramento per quanto riguarda la definizione delle zone di confine fra regioni, perché ogni regione dovrà adottare una normativa per quanto concerne il territorio di propria competenza, eventualmente con rischi di contaminazione o di danno nei confronti delle regioni finitime.
Vi è altresì un problema di definizione delle zone omogenee, avuto anche riguardo alla frammentazione fondiaria che è ancora presente nel nostro paese.
Nel corso del dibattito in Commissione è stato ricordato più volte che nel nostro paese la media aziendale è di poco superiore ai 6 ettari e che le dimensioni poderali sono ancora più piccole, e quindi è estremamente difficile, innanzitutto, consentire quegli accordi che le regioni dovrebbero promuovere tra i vari agricoltori interessati. Diventa anche difficile la definizione di zone omogenee entro le quali possa svolgersi un tipo di coltivazione rispetto ad un altro.
Sono, però, convinto che nel prosieguo del dibattito, e soprattutto a seguito dell'adozione del decreto da parte del Ministero delle politiche agricole e forestali, queste zone d'ombra marginali potranno essere meglio definite e determinate. Come pure deve essere meglio definita e determinata la cosiddetta soglia di tolleranza sopra la quale le sementi vengono definite transgeniche e la soglia al di sotto della quale le sementi vengono definite non contaminate.
Vorrei ricordare anche, a titolo informativo, che nel nostro paese le norme sulle coltivazioni transgeniche si applicano sostanzialmente a due culture, ossia alla soia e al mais. Infatti, le altre due coltivazioni che sino ad ora sono state oggetto di interventi da parte degli scienziati sono il cotone, che come è noto non può essere coltivato nel nostro paese, e la colza, che ha una diffusione estremamente marginale.
Con riferimento alla coltivazione del mais e della soia, anche alla luce delle autorizzazioni che la Comunità europea ha già emesso per determinati tipi di mais o soia transgenici, questo provvedimento appare opportuno, anche nell'ottica della tutela della qualità delle nostre produzioni, della tipicità e della vocazione del nostro paese a produrre prodotti di qualità. Ciò tenendo conto del fatto che la risposta definitiva deve darla la scienza dal punto di vista sia del principio di coesistenza sia della nocività dei prodotti transgenici, avuto riguardo anche agli approfondimenti che la stessa, da oggi in poi, potrà portare avanti, essendosi anche consentita un'ampia sperimentazione nel nostro paese. Un aspetto che è stato rimarcato nelle audizioni che si sono svolte riguarda il fatto che la documentazione e gli studi prodotti da altri paesi sono, forse, più all'avanguardia rispetto a ciò che è stato fatto sinora in Italia. Da questo punto di vista, vi è la possibilità di incrementare tali studi e di verificare la loro applicabilità all'interno del nostro sistema agricolo, considerando che si creano tre filiere agroalimentari, che avranno percorsi e tutele reciproche. Si tratta di percorsi completamente diversi, con una libera scelta da parte dell'agricoltore e del consumatore.
Questo è, in sintesi, il contenuto del decreto-legge in discussione, di cui raccomando l'approvazione. Sicuramente, il dibattito arricchirà ancor più la conoscenza di questo provvedimento, il cui esame deve


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essere scevro da demagogia e deve dare a tutti noi esatta contezza dei relativi contenuti.
Signor Presidente, la ringrazio anche per l'attenzione con cui ha seguito il mio intervento.

PRESIDENTE. Onorevole de Ghislanzoni Cardoli, sono io a ringraziare lei per ciò che ha riferito all'Assemblea.
Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

TERESIO DELFINO, Sottosegretario di Stato per le politiche agricole e forestali. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Cima. Ne ha facoltà.

LAURA CIMA. Vorrei esprimere due buone ragioni per cui non potrò svolgere il mio intervento ma sarò costretta a consegnarne il testo scritto: in primo luogo, la stanchezza e le mie condizioni di salute, che lasciano un po' a desiderare; in secondo luogo, il fatto che, come ha riconosciuto lo stesso relatore, giunge all'esame dell'Assemblea un provvedimento che non è ancora chiaro e che su un punto nodale ha visto in Commissione il ministro e il relatore, in disaccordo, promettere emendamenti relativamente alla tutela dal rischio di contaminazioni, alla determinazione delle relative responsabilità e alla diversa interpretazione dell'inversione dell'onere della prova.
Pertanto, scusandomi con lei, signor Presidente, e con i colleghi, chiedo che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale del mio intervento.

PRESIDENTE. Onorevole Cima, la Presidenza lo consente, sulla base dei consueti criteri. Si riguardi, onorevole Cima, perché la salute è sempre importante...
Ha chiesto di parlare l'onorevole Marcora. Ne ha facoltà.

LUCA MARCORA. Apprezzo l'apertura al dialogo e la possibilità di svolgere ulteriori ragionamenti offerta dal relatore, onorevole de Ghislanzoni Cardoli, perché riteniamo che questo provvedimento necessiti ancora di sensibili miglioramenti. So che non concordiamo sul senso di queste modifiche, però è positivo che si voglia lasciare alla discussione dell'Assemblea la possibilità di modificare tale provvedimento.
Dall'altro lato, mi preme sottolineare come il provvedimento in esame sia necessario. Sappiamo tutti che l'estate scorsa è venuta meno la moratoria dell'Unione europea sulla lavorazione di prodotti OGM all'interno dell'Unione europea e che, da allora, teoricamente, sono coltivabili piante OGM.
Questo processo è passato per l'approvazione di diciassette tipi di mais geneticamente modificati. Le varietà che saranno approvate devono ancora essere iscritte nel registro delle sementi per la coltivazione. Comunque, si apre una fase in cui anche in Italia possono essere coltivate piante OGM.
È vero che il decreto legislativo n. 212 del 2001 vieta espressamente questa possibilità, ma il tema ormai si pone. Quindi, la necessità di una legge che regoli la coesistenza fra agricoltura tradizionale, biologica e geneticamente modificata è assolutamente attuale. Pertanto, concordiamo con l'intento del Governo di introdurre norme, regole e criteri per gestire questa coesistenza, e non possiamo esimerci dal sottolineare l'inversione dell'ordine del giorno che è avvenuta oggi in quest'aula, che ha portato ad anticipare la discussione della cosiddetta legge Cirielli, e dello stigmatizzare la posizione del Governo che, pur nella consapevolezza della necessità di un decreto-legge su questo tema, ha anteposto gli interessi di un singolo parlamentare a quelli della nazione. Non si tratta solo del decreto in materia di OGM, perché sappiamo che altri tre decreti, probabilmente, saranno messi in discussione da questa decisione della maggioranza.


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A questo punto, l'atteggiamento dell'opposizione sarà di ferrea e dura battaglia parlamentare su questi temi. Ha detto bene il presidente del mio gruppo, onorevole Castagnetti: ciò non è dovuto al fatto che consideriamo sbagliati nel merito questi decreti, ma al fatto che oggi è stato inferto un vero e proprio vulnus istituzionale, poiché il Governo non si è assunto la responsabilità di portare a termine l'iter parlamentare di decreti-legge molto importanti, preferendo, con lo strumento dell'inversione dell'ordine del giorno, anteporre interessi di singoli parlamentari in questioni giudiziarie e penali molto gravi.
Quindi, è con grande rammarico che mi appresto a svolgere il mio intervento perché la possibilità che questo decreto-legge venga convertito in legge entro la fine dell'anno viene, probabilmente, a cadere dato il comportamento della maggioranza in aula oggi pomeriggio.
Siamo convinti che un decreto-legge sia necessario. Come ci ha fatto notare la I Commissione, se vi sono i requisiti dell'urgenza non si capisce per quale motivo sia stata ritardata la pubblicazione di questo decreto-legge dopo la sua approvazione in Consiglio dei ministri: sono passati circa 20 giorni da quando il provvedimento in esame è stato approvato in Consiglio dei ministri a quando è stato pubblicato. Inoltre, una volta caduta la moratoria a livello dell'Unione europea, il fatto di normare la coesistenza tra i diversi tipi di agricoltura diventa un problema urgente. Si tratta, infatti, di coltivazioni OGM riguardanti piante che vengono seminate in primavera, in particolare mais e soia. Le semine primaverili che, a seconda delle diverse zone d'Italia, si fanno tra febbraio ed aprile, necessitano, per quella data, di norme certe e sicure sulla coesistenza tra i diversi prodotti.
Fatte tali premesse, vorrei esprimere alcune valutazioni generali sulla questione dell'agricoltura OGM per motivare la nostra contrarietà all'introduzione di tali coltivazioni nell'agricoltura italiana. Vi sono diversi ordini di motivi, il primo dei quali riguarda la sicurezza alimentare. Noi ci rifacciamo al principio particolarmente europeo della massima precauzione in termini di sicurezza alimentare. Massima precauzione vuol dire non permettere che venga messo in commercio e, quindi, consumato un alimento fin quando non è dimostrato che non produce danni per la salute umana. Ovviamente, la certezza scientifica al cento per cento non ci sarà mai. Gli scienziati ed i filosofi della scienza ci insegnano che si tratta, poi, di una valutazione tra il rischio ed i possibili vantaggi. Però, siamo convinti che un buon livello di certezza del fatto che gli OGM non producano danni alla salute umana non ci sia ancora.
Dall'altro lato, siamo convinti che la visione tipicamente anglosassone che impronta, in particolare, i comportamenti del Governo statunitense in materia di OGM, cioè il concetto del minimo rischio, sia insufficiente. Minimo rischio significa lasciar consumare tutto in termini di alimenti fin quando non si dimostra che tali alimenti fanno male: è una logica ben diversa rispetto a quella della massima precauzione. A noi sembra che nell'approccio agli OGM si stia seguendo il criterio del minimo rischio: lasciamoli pure consumare, poi vedremo se fanno male o meno. Al limite, quando sarà dimostrato che fanno male, li vieteremo. A mio avviso, si tratta di una posizione molto pericolosa.
Non posso non ricordare come fu sottovalutato il problema della BSE in Inghilterra. Tale problema scoppiò nella seconda metà degli anni Ottanta a livello di evidenze scientifiche. Numerosi scienziati, veterinari e funzionari amministrativi dissero che non era un problema: i casi erano circoscritti e non avrebbero avuto alcuna influenza. Poi, nel 1996, si dovettero convincere del contrario: l'epidemia fu molto diffusa, furono abbattuti milioni di capi e si persero vite umane sull'altare del concetto del minimo rischio.
Non dimentichiamoci anche che tipico di tale mentalità è, ad esempio, l'utilizzo degli ormoni nella zootecnia statunitense. Si tratta di ormoni che hanno sicuramente dei collegamenti con gli scompensi ormonali che colpiscono in molti casi la gioventù americana: sviluppo di attributi sessuali,


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come i seni, molto precoce, ed altre cose di questo tipo. Stiamo dunque attenti, perché la sicurezza alimentare è un diritto dei nostri cittadini.
Dobbiamo quindi essere molto, molto cauti, prima di lasciar consumare alimenti, rispetto ai quali non sappiamo quale possa essere l'effetto di un loro consumo o il cui effetto temiamo possa essere negativo.
Da questo punto di vista, non sono io a parlare, ma gli scienziati, i quali hanno manifestato grossi dubbi sul fatto che gli OGM siano innocui. Anzi, essi hanno prodotto evidenze empiriche nel senso contrario: si parla, ad esempio, dell'induzione di possibili allergie in seguito all'assunzione di OGM. Non parlo io, ma parla l'INRAN (Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione), un istituto vigilato dal Ministero delle politiche agricole e forestali - parlo dunque di organismo, che sicuramente non può essere accusato di partigianeria politica -, che dice testualmente: l'analisi della richiesta di commercializzazione di nuovi OGM ha evidenziato alcune carenze ricorrenti, quali un'insufficiente analisi della tossicità e dell'allergenicità del prodotto, una sottostima dei rischi ambientali, la presenza di DNA indesiderato, l'assenza di specifici piani di monitoraggio post-rilascio. Non sono dunque io a parlare, lo ripeto, bensì gli scienziati dell'INRAN, i quali ci portano a dire che, in tema di sicurezza alimentare per quanto riguarda gli OGM, non viene ancora rispettato il principio di massima precauzione, che è quello al quale invece, come dicevo prima, ci dobbiamo rifare.
Sappiamo inoltre che gli organismi geneticamente modificati attualmente in commercio sono organismi ingegnerizzati spesso instabili. Cerco di spiegarmi meglio, pur non essendo uno scienziato. Non trasmettiamo solo geni da una varietà all'altra (come è stato fatto con le ibridazioni nella tradizione della nostra scienza agronomica), ma si va anche al di fuori della varietà; si possono, ad esempio, prendere dei geni dei cereali per metterli in quelli delle graminacee. Si salta quindi il campo della varietà, ma non solo; si salta anche la barriera della specie. Gli organismi geneticamente modificati sono stati infatti anche ottenuti inserendo un gene di un animale in una varietà vegetale. Il caso più tipico è quello del mais geneticamente modificato, che resiste alla piralide, che è una farfalla che si inocula all'interno della pannocchia, creando chiaramente dei danni alla pannocchia stessa, in termini di infestanti. Si è creato anche un mais genetico, inserendo il gene del pipistrello all'interno del mais.
Dunque, non solo non restiamo all'interno dello scambio tra diverse varietà - cosa che, ripeto, era già stata fatta con l'ibridazione (che peraltro richiedeva molti anni e non una semplice prelevazione di un gene con una successiva immissione nel DNA di un altro) -, ma si va anche al di fuori delle specie. Queste mutazioni genetiche vengono effettuate senza conoscere tutto il DNA della pianta, nella quale andiamo ad inserire un gene, prelevato addirittura come dicevo da un'altra specie. Quindi non sappiamo quale sarà l'effetto indotto su tutta la catena molecolare; è in questo senso che si dice che gli organismi geneticamente modificati sono instabili. Sono inoltre ancora prodotti con tecniche poco precise (cito ancora testualmente da un documento dell'INRAN). Quindi noi inseriamo un gene all'interno di una catena molecolare, conoscendo solo quel pezzo di catena molecolare e senza sapere quale sarà l'interazione con il resto dell'intero DNA.
In questo senso, l'instabilità degli OGM, cito ancora testualmente, può avere conseguenze negative sui prodotti di qualità del settore agroalimentare italiano, alterandone le caratteristiche peculiari. Non sappiamo quale sarà l'effetto finale. Questo è il primo ordine dei motivi.
Il secondo è legato alla questione ambientale. Le probabilità di inquinare l'ambiente sono altissime. Non sappiamo, una volta liberati in natura questi organismi geneticamente modificati, quali saranno i risultati del decimo, del millesimo o del centomillesimo incrocio. Conosciamo soltanto il risultato della pianta OGM che


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abbiamo seminato; dopodiché, fa il suo corso la natura, l'impollinazione, il vento, le api.
Gli organismi geneticamente modificati possono inquinare e contaminare piante che non sono geneticamente modificate. Dobbiamo chiederci cosa accadrà successivamente; non possiamo non domandarci cosa avverrà al millesimo incrocio.
Si creano, inoltre, rischi ambientali irreversibili. Secondo una ricerca del CRA (così come riferito dal presidente, il professor D'Ascenzo), anche dopo vari anni permangono nel terreno residui di OGM che non sono bonificabili. Quindi, una volta che ho inquinato con la contaminazione il mio vicino o colui che si trova a duecento metri o anche più lontano (vi sono ricerche, secondo le quali la contaminazione può avvenire anche a 20 chilometri di distanza e, quindi, di 20 chilometri in 20 chilometri si percorre tutta l'Italia), non si sa quale sarà il risultato della liberazione in ambiente naturale, quindi non controllabile, degli OGM. Sappiamo, invece, molto chiaramente quali sono i residui che rimangono nel terreno (si tratta di residui che non possano essere eliminati con opere di bonifica). Gli OGM si coltivano da circa la metà degli anni Novanta in poi; sappiamo che in dieci anni i residui permangono ancora e potrebbero rimanere ancora di più (non lo sappiamo).
Con riferimento al rischio di inquinamento ambientale, si solleva un altro problema, quello della coesistenza: se esiste una libertà di impresa per coloro che intendono coltivare gli OGM, esiste anche una libertà di impresa per coloro che vogliono, invece, continuare a coltivare in maniera tradizionale o biologica, secondo le tipologie di produzione biologica.
Per produrre agricoltura biologica, secondo i regolamenti comunitari e nazionali il prodotto deve essere assolutamente OGM free, cioè non deve avere nemmeno percentuali accidentali di contaminazione con organismi geneticamente modificati. Se sono un produttore biologico e nel campo vicino viene prodotto un OGM, il rischio che la contaminazione porti degli OGM nel mio prodotto è assolutamente alto ed impedisce la mia libertà di impresa di essere biologico e quindi di produrre OGM free.
Il Presidente Berlusconi ha citato il criterio della libertà di impresa. Non pensiamo solo alla libertà di impresa di chi vuole introdurre gli OGM, ma anche di chi vuole continuare a produrre in maniera convenzionale o biologica, secondo i regolamenti di produzione biologica.
La contaminazione ambientale è, inoltre, un dato che, naturalmente, ci pone alcuni problemi rispetto alla struttura della nostra agricoltura (lo ha detto anche il relatore). Un conto è produrre mais geneticamente modificato nelle grandi pianure del midwest americano, con appezzamenti di centinaia di ettari (in media si parla di duecento ettari per azienda); un altro conto è farlo in Italia dove la maglia poderale, la struttura della proprietà rurale, è molto frazionata. Le particelle sono quasi infinitesimali, se rapportate ai luoghi in cui gli OGM, invece, vengono attualmente coltivati (mi riferisco agli Stati Uniti, al Brasile, all'Argentina ed alla Cina).
Allora, la coesistenza in questo caso diventa particolarmente problematica e si pone in maniera drammatica all'interno della realtà produttiva agricola italiana. Infatti, in presenza di una dimensione aziendale corrispondente a circa sei ettari e di una maglia di poderi così frammentata in appezzamenti molto ridotti, il problema della contaminazione ambientale sarà enorme.
Mi sembra che questi costituiscano due ottimi motivi per respingere gli OGM, ma se non dovessero bastare, sono pronto a portarne, un altro, che definirei fondamentale. Infatti, è nostra convinzione che gli OGM non convengono all'agricoltura italiana. Quindi, se anche accantonassimo i problemi di sicurezza alimentare e di inquinamento ambientale, rimarrebbe il dato incontrovertibile che gli OGM non ci convengono. L'agricoltura italiana è contraddistinta da identità, tipicità, legami con il territorio, distintività, differenziazioni, varietà. Gli OGM rappresentano la negazione di tutto questo perché sono


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omologazione ed omogeneizzazione. Nel mondo, circa l'80 per cento del grano prodotto si divide in dieci varietà; ebbene, se passassimo agli OGM, ne resterebbero forse tre. Gli OGM non hanno alcun legame con il territorio, perché possano essere coltivati in Argentina, in Brasile, in Italia, in Cina o in Guatemala e non esiste alcun legame con il posto in cui vengono prodotti. Gli OGM sono la negazione della distintività perché sono omologazione e si produrrebbero ovunque alla stessa maniera.
Posso parlare da agricoltore, perché in un'epoca di conflitti di interessi posso affermare di esserlo senza grandi problemi. Ebbene, affermo che non saremo mai in grado di competere sulla quantità e sulla produzione industriale agricola con gli Stati Uniti, per ragioni legate alla fertilità, alla meteorologia e all'estensione dei terreni. Allo stesso modo, non possiamo neppure confrontarci con paesi quali Brasile, Argentina, Cina o India, dove il costo del lavoro non è paragonabile al nostro. Da agricoltore possa affermare che non potrò mai produrre il latte a 300 lire al litro, come accade in Nuova Zelanda. Pertanto, non seguirò mai questa strada competitiva. Inoltre, so che non potrò mai competere con la soia prodotta in Brasile.
Non si capisce quindi per quale motivo si debba imboccare una strada che porterebbe alla negazione dei fattori tipici del modello agricolo italiano. L'Italia è la patria dei DOP e degli IGP; il nostro paese vanta il maggior numero di aziende agricole e di ettari coltivati a produzione biologica. Il made in Italy agroalimentare viene invidiato in tutto il mondo per i nostri prodotti tipici. Allora non si comprende perché dovremmo seguire la strada dell'omogeneizzazione e dell'indifferenziazione, sposando la linea degli OGM.
Vorrei aprire e chiudere una parentesi, ma penso che la strada sia quella. È ovvio però che occorre una politica agricola nazionale in grado di sostenere una competitività basata sulla qualità, sulla tipicità, sul legame con il territorio, sulla valorizzazione e promozione della nostra tradizione agroalimentare. In tal senso, il Governo ha fatto poco, tanto è vero che i ricorrenti stati di crisi dell'agricoltura italiana in tutti i settori ed aree del paese testimoniano di come l'esecutivo non disponga di una politica agricola nazionale in grado di valorizzare i fattori competitivi.
Alla fine, i nostri agricoltori potrebbero anche scegliere gli OGM, visto che l'assenza di una politica agricola nazionale non permette di percorrere la via maestra della competitività basata sulla tipicità dei prodotti DOP ed IGP.
Tuttavia, resto convinto che siano questi i nostri punti di forza per competere in un'economia globalizzata. Al contrario, gli OGM sono la negazione dei nostri punti di forza. Esiste una via italiana all'agricoltura nonché un modello europeo, che fa della sicurezza un elemento caratteristico della propria produzione agroalimentare, anche in termini di vantaggio competitivo. Adottando gli OGM andiamo nella direzione opposta. Non foss'altro, ci dovrebbe far riflettere il fatto che la Cina, uno dei maggiori produttori di agricoltura OGM, ha lanciato nello scorso ottobre, in occasione del salone di Parigi sulle conserve alimentari, una linea di pomodori OGM free. I cinesi hanno compreso che si tratta di una strada competitiva per determinati prodotti: pur essendo coloro che maggiormente producono OGM, hanno scelto di realizzare filiere di pomodori OGM free per commercializzarli in Italia. Ritengo che ciò dimostri ampiamente come la strada che intendiamo intraprendere sia sbagliata.
Esiste un made in Italy; l'industria agroalimentare è divenuta il secondo settore manifatturiero in Italia; esiste un'enorme potenzialità di sviluppo sui mercati esteri; i nostri prodotti sono i più imitati nel mondo (naturalmente si imita ciò che è appetibile, non si imita ciò che non è buono), e ciò dimostra la validità della nostra competitività su tali prodotti. Ricordo che il mercato agroalimentare riconducibile al made in Italy, negli Stati Uniti, è pari a circa 18 miliardi di dollari nella grande distribuzione, di cui il 7 per cento è effettivamente italiano, mentre


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tutto il resto è contraffazione. Se riuscissimo a far sì che il made in Italy all'estero fosse effettivamente tale e che coloro che consumano il made in Italy all'estero consumassero effettivamente prodotti italiani, avremmo un mercato immenso. Basti pensare soltanto ai mercati nuovi, quali la Cina e la Russia, in cui vi sono nuovi ricchi disposti a spendere per i nostri prodotti agroalimentari.
Se queste sono le motivazioni che ci inducono ad assumere una posizione contraria rispetto all'introduzione degli OGM, va ribadita la necessità di un provvedimento legislativo sulla coesistenza tra le varie agricolture. Tuttavia, il decreto-legge in esame non ci soddisfa per una serie di ragioni che elencherò brevemente.
In primo luogo, esso contiene un riferimento alla raccomandazione della Commissione europea sulla coltivazione di organismi geneticamente modificati. Tale raccomandazione, in quanto tale, non è vincolante per gli Stati membri, che possono assumere decisioni autonome. L'inserimento in diverse disposizioni - relative al lavoro del comitato, al decreto ministeriale, all'elaborazione dei piani di coesistenza delle regioni - del riferimento alla coerenza con la raccomandazione comunitaria significa rendere tale raccomandazione vincolante, laddove l'Unione europea non voleva che così fosse. Il riferimento a tale raccomandazione per quanto concerne il lavoro del comitato, il contenuto del decreto ministeriale e l'elaborazione dei piani di coesistenza è, a nostro avviso, preoccupante, in quanto la raccomandazione stessa sconsiglia e disincentiva l'introduzione di aree OGM free di livello sovracomunale e nega dunque la possibilità di costituire tali aree a livello provinciale o regionale. Ciò contrasta con quanto è stato fatto in Italia già da tredici regioni, che si sono dichiarate contrarie all'introduzione degli OGM nella loro agricoltura e che intendono dichiararsi zone OGM free. Vi sono dunque già tredici regioni che, qualora la raccomandazione comunitaria fosse resa vincolante, dovrebbero abrogare la propria legislazione sugli OGM. Vi sono, inoltre, 1.300 comuni italiani che si sono dichiarati OGM free. Vi è dunque una tendenza da parte delle nostre realtà territoriali a dichiararsi OGM free, e il riferimento alla raccomandazione renderebbe impossibile tale eventualità.
Chiediamo pertanto l'eliminazione del riferimento alla raccomandazione della Commissione europea, e chiediamo altresì l'eliminazione del termine della moratoria fissato al 2005. Il decreto-legge, infatti, prevede che le regioni debbano adottare i piani di coesistenza entro il 2005, e che successivamente sarà possibile in tali regioni coltivare gli OGM. Il termine del 31 dicembre 2005 rende pressoché impossibile l'emanazione dei piani di coesistenza.
Abbiamo, quindi, tempo fino al 29 gennaio per approvare il provvedimento, ma la scelta infausta, di questo pomeriggio, di invertire l'ordine del giorno per anticipare l'esame del provvedimento «salva Previti» rende questa scadenza problematica. Inoltre, saranno necessarie almeno due settimane per istituire il comitato che si occuperà della coesistenza, il cui lavoro durerà centoventi giorni; sulla base di tale lavoro verrà poi emanato un decreto ministeriale che, a conti fatti, non potrà essere pronto prima di luglio. Vi sarà quindi la pausa estiva ed in seguito il decreto ministeriale dovrà ricevere, in base ad un emendamento approvato in Commissione agricoltura, il parere delle Commissioni parlamentari. Bene che vada ci avvicineremo ad ottobre o novembre. Vogliamo così lasciare uno o due mesi scarsi a disposizione delle regioni per predisporre i loro piani di coesistenza? A me sembra un affronto, anche istituzionale, alle regioni.
Chiediamo, pertanto, che tale termine venga prorogato o, addirittura, eliminato. Il ministro si è impegnato in Commissione affinché venga accolto un ordine del giorno in tal senso, che consenta almeno un tempo congruo alle regioni per emanare tali piani di coesistenza. Se i tempi che ho appena illustrato sono reali, sarà necessario che tale ordine del giorno, una volta approvato, venga poi attuato.


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PRESIDENTE. Onorevole Marcora, concluda.

LUCA MARCORA. Un altro problema riguarda l'assicurazione obbligatoria. Al riguardo siamo convinti che esista una questione fondamentale: garantire la libertà di impresa all'agricoltura di tipo biologico e convenzionale equivale a porsi al riparo da tutti i rischi e i possibili danneggiamenti derivanti dagli OGM.
Se un coltivatore di prodotti OGM dovesse provocare un inquinamento nei confronti di un coltivatore di prodotti non OGM, il danno potrebbe essere talmente rilevante che chi ha causato l'inquinamento non sarebbe in grado di rimborsarlo. Chi ne risponde in questo caso? Ed ancora, un inquinamento nei confronti di un agricoltore di prodotti biologici potrebbe essere causato non da un vicino ma da un soggetto situato a 20 chilometri di distanza e non più rintracciabile. Chi ne risponde in questo caso?
Dobbiamo renderci conto che o rendiamo obbligatorio il meccanismo di assicurazione, oppure miniamo la libertà di impresa (fra l'altro riconosciuta e ribadita nei principi dell'articolo 2 del testo in esame) per coloro che desiderano continuare a coltivare prodotti di natura biologica o convenzionale. Anche in questo caso, il ministro si è assunto in Commissione l'impegno di prevedere forme agevolative di assicurazione, anche attraverso la partecipazione del Fondo di solidarietà nazionale. Siamo contrari a tali ipotesi, perché comporterebbe il venir meno del principio per cui chi inquina paga. Infatti, con l'intervento del Fondo di solidarietà nazionale per le calamità naturali e per le polizze multirischio, si pone a carico della collettività il danno cagionato da chi ha inquinato.

PRESIDENTE. Concluda, onorevole Marcora.

LUCA MARCORA. Ho finito, signor Presidente.
Il terzo tema è rappresentato dalle sanzioni: sono troppo esigue. L'ammontare minimo di 2500 euro - anche se può essere portato a 25 mila euro - rappresenta una cifra irrisoria. Mi riferisco alla fattispecie di chi viola i piani di coesistenza; costoro possono essere assoggettati ad una penale di appena 2.500 euro. Stiamo parlando di gravi reati ambientali commessi da chi viola i piani di coesistenza o introduce organismi geneticamente modificati non autorizzati. Sono convinto che tali pene siano troppo lievi.
Signor Presidente, concludo ricordando l'esistenza di un problema anche con le regioni. Ho avuto modo di ricordare poc'anzi che tredici regioni hanno già deliberato leggi regionali tese ad indirizzare la loro agricoltura verso forme OGM free, ossia verso l'assenza di organismi geneticamente modificati. Siamo convinti che su questo tema - nonostante il parere vincolante della Conferenza Stato-regioni - dobbiamo concedere la possibilità a tali regioni di deliberare le loro leggi regionali senza che queste debbano essere modificate a seguito della conversione del decreto in esame. Nel rapporto con le regioni si deve dare spazio alle esigenze provenienti dal territorio e consentire che le scelte assunte nelle varie aree del nostro paese siano mantenute.
Per tutti questi motivi, noi riteniamo che il decreto-legge sia insufficiente e, quindi, non ci soddisfa; siamo convinti che gli impegni assunti dal ministro in Commissione possano dar luogo ad un dibattito sereno in aula, che potrà portare ad un miglioramento, anche se - lo ripeto - quanto è successo oggi pomeriggio prelude ad una discussione non molto costruttiva.
In questo momento, rivendichiamo la necessità dei cambiamenti descritti e, per ora, confidiamo nel lavoro dell'Assemblea (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. A me spiace interrompere i colleghi competenti quando parlano, ma non bisogna essere competenti ultra tempus, come diceva qualcuno...!


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È iscritto a parlare l'onorevole Borrelli. Ne ha facoltà.

LUIGI BORRELLI. Signor Presidente, il provvedimento che stiamo esaminando ci pone il problema di come garantire la coesistenza delle culture tradizionali e di quelle biologiche, a fronte della possibilità di coltivare anche nel nostro paese organismi geneticamente modificati.
Occorre ricordare, infatti, che la possibilità di coltivare organismi geneticamente modificati discende da normative di livello comunitario e che le regole sono state già dettate ai vari livelli di interesse. L'Italia ha recepito, con il decreto legislativo n. 224 del 2003, la direttiva 2001/18 CE, che regolamenta gli aspetti sanitari, ambientali, di tutela dei consumatori e delle procedure autorizzative per l'immissione a coltura, e poi in commercio, di organismi geneticamente modificati.
La portata del provvedimento in esame è, dunque, quella di consentire, in relazione alla raccomandazione della Commissione europea n. 556 del 2003, la coesistenza delle coltivazioni tradizionali biologiche con quelle geneticamente modificate. Non è, dunque, questa la sede propria per discutere di princìpi di carattere generale, ma quella in cui si deve scegliere il miglior modo per fare l'interesse dell'agricoltura italiana, dei suoi imprenditori, per far sì che l'ambiente naturale e la biodiversità non debbano subìre, a causa di culture geneticamente modificate, inquinamenti e degradi ulteriori o ancora più compromettenti.
È necessario, al tempo stesso, dare ai consumatori la libertà e la consapevolezza per scegliere con quali tipi di prodotti alimentarsi e quale modello alimentare seguire.
Sappiamo che l'approccio europeo alla problematica degli OGM è stato differente da quello seguito negli Stati Uniti e negli altri grandi paesi a rilevante produzione agricola. Negli Stati Uniti l'introduzione degli OGM nei campi e nella catena alimentare è avvenuta sulla base della scelta di convenienza delle singole aziende e anche i consumatori americani hanno sostanzialmente accettato la presenza degli OGM nei loro cibi, senza che vi fosse alcuna differenziazione tra prodotti contenenti OGM e prodotti liberi da OGM, i cosiddetti OGM free.
L'Unione europea ha tenuto conto, invece, di un orientamento della pubblica opinione europea, che, in quanto ad alimentazione, ha espresso una netta preferenza per gli alimenti OGM free; i consumatori europei sono legati alle proprie tradizioni alimentari, le considerano parte della propria cultura e della propria identità, e ritengono che la qualità dei prodotti alimentari sia legata alla questione ambientale con implicazioni sulla salute.
Dunque, giustamente ed in maniera del tutto condivisibile, l'Unione europea ha posto alla base della propria normativa il principìo di precauzione, che comporta un'attenta valutazione dei rischi di contaminazione ambientale per la salute, che le colture geneticamente modificate possono comportare; all'interno della logica di precauzione si inquadra anche la scelta fondamentale di tenere distinte le filiere derivanti dalle coltivazioni OGM free da quelle invece geneticamente modificate, attraverso la previsione di misure di garanzia per la tracciabilità a tutti gli stadi della immissione in commercio e dell'etichettatura.
Il provvedimento che stiamo discutendo fa emergere, a mio avviso, interessi legittimi e primari, che devono essere tenuti in conto e che devono avere risposta: salute, ambiente, consumatori, competizione del sistema agricolo, ricerca; queste sono le questioni fondamentali che si incrociano nelle decisioni che si vanno a prendere. Tutte le questioni devono essere tenute insieme, intrecciando i riferimenti alla precauzione con quelli alla proporzionalità delle scelte che si compiono.
Non servono atteggiamenti demagogici - né per sostenere oltremodo la diffusione degli organismi geneticamente modificati né per la loro demonizzazione -, ma bisogna ragionare sul modello agricolo che si ritiene utile perseguire in rapporto alle abitudini alimentari del nostro paese, pensando che la ricerca è condizione primaria


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per sviluppare e sostenere un'agricoltura che vuole puntare sulla qualità e sulla tipicità. Attraverso questa griglia, i Democratici di sinistra-L'Ulivo leggono il decreto-legge sottoposto all'approvazione del Parlamento, un provvedimento che riteniamo apprezzabile e, per certi versi, condivisibile, ma ancora insufficiente a cogliere tutti gli aspetti necessari per affrontare adeguatamente una questione così grande per la nostra agricoltura.
Ci poniamo, innanzitutto, una domanda: lo strumento del decreto-legge è quello più appropriato per consentire di sviluppare argomentazioni come quelle a cui facevo riferimento? Non era meglio mettere in campo un disegno di legge ordinaria che avrebbe consentito di approfondire gli argomenti ed anche di valutare con maggiore attenzione le considerazioni emerse dalle numerose consultazioni effettuate? Forse, sarebbe bastato prevedere tempi di esame più adeguati di quelli che sono stati decisi.
Il decreto-legge, così com'è stato concepito - peraltro, dopo un lunghissimo periodo di gestazione non privo di contrasti interni al Governo - si presenta come un contenitore non riempito: si affermano alcuni principi, ma non si compiono le scelte di indirizzo volte a garantire la coesistenza delle coltivazioni e ad indirizzare i piani regionali di coesistenza e si preferisce rinviare tutte le questioni di contenuto ad un successivo decreto ministeriale. In questo modo, il Parlamento resta sostanzialmente estraneo al complesso processo di precauzione e proporzione che deve essere alla base dell'introduzione delle coltivazioni geneticamente modificate nel nostro paese.
Anche sul piano della tecnica legislativa si pongono questioni di rilevanza costituzionale (messe in evidenza anche dal Servizio studi della Camera). Infatti, il decreto ministeriale non sembra essere la forma più idonea per emanare norme quadro e per indirizzare la successiva attività delle regioni.
Il testo in esame, al quale sono stati già apportati miglioramenti in Commissione, anche grazie all'accoglimento di alcuni importanti emendamenti presentati dal mio gruppo, contiene la disciplina di alcune questioni che consideriamo ancora insufficiente.
La disposizione contenuta nel comma 1 dell'articolo 2, ai sensi della quale «Le colture di cui all'articolo 1 sono praticate senza che l'esercizio di una di esse possa compromettere lo svolgimento delle altre e senza che nessuna determinazione possa essere assunta al fine di favorire alcune colture a danno delle altre», comporterà, ad esempio, che, se non verranno eliminate le parole: «e senza che nessuna determinazione possa essere assunta al fine di favorire alcune colture a danno delle altre», le incentivazioni a favore dell'agricoltura biologica previste dalle normative comunitarie, nazionali e regionali risulteranno incoerenti con tale formulazione, se non addirittura fuori legge. In tal modo, l'Italia, che ha, in Europa, la più elevata superficie agricola nella quale viene praticata agricoltura biologica, inserirebbe nella propria legislazione - senza essere a ciò obbligata, perché non v'è traccia in tal senso nelle raccomandazioni della Commissione europea - una norma addirittura autopunitiva!
Grazie ad un nostro emendamento, è stata prevista la possibilità, per le regioni e per le province autonome, di prevedere un fondo apposito finalizzato all'equo risarcimento dei danni causati dall'inosservanza del piano di coesistenza. Purtroppo, il nostro emendamento è stato approvato solo a metà: non è stata approvata la parte nella quale si prevedeva che il fondo fosse alimentato con il contributo di chi coltiva organismi geneticamente modificati.
In questo modo, si ottengono due effetti negativi: in primo luogo, è impensabile che, con le ristrettezze di bilancio da cui sono afflitte, le regioni possano far fronte con proprie risorse alla costituzione del fondo per gli indennizzi; in secondo luogo, viene violato il principio guida, contenuto nella legislazione europea e nazionale in materia di ambiente, secondo il quale «chi inquina paga». Su tale argomento è necessaria una più attenta riflessione che porti a porre a carico di coloro che vogliano mettere a coltura organismi geneticamente


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modificati un contributo che confluisca nel fondo destinato a risarcire con certezza chi subisca danni a tale attività ascrivibili.
Si può scegliere anche la forma dell'assicurazione in luogo del fondo, ma il principio fondamentale deve essere che colui il quale espone gli altri al rischio di contaminazione si deve assumere il costo del premio assicurativo, anche eventualmente attraverso una compartecipazione pubblica. Tuttavia, è fuor di dubbio che l'onere deve gravare su chi provoca la contaminazione e/o il danno.
Anche la formulazione dell'articolo 5 deve essere migliorata, specificando che, se un imprenditore agricolo viene danneggiato dall'introduzione di colture geneticamente modificate, ha diritto ad essere risarcito, anche se vi è stata osservanza del piano di coesistenza. Al tempo stesso, chi coltivando colture geneticamente modificate non osserva il piano di coesistenza ha la responsabilità per i danni causati, salvo che non provi la sua estraneità ai danni stessi.
L'approccio dei Democratici di sinistra alla questione dell'introduzione delle coltivazioni OGM in Italia, come ho già cercato di rendere evidente, non è di carattere ideologico. Pensiamo che l'agricoltura italiana abbia le caratteristiche per misurarsi sul piano competitivo, giocando le sue carte sulla qualità e non sulla quantità, sulla grande varietà dei suoi prodotti, sulla ricchezza dei gusti e dei sapori che rendono i nostri cibi unici al mondo. Dunque, pensiamo che accreditare l'Italia come un paese OGM free deve essere il nostro obiettivo, rafforzando, in questo modo, l'immagine dei nostri prodotti del mondo, legandoli alla specificità delle nostre terre, della nostra cultura e della nostra storia.
Vogliamo lavorare intorno a questo progetto, cercando di incanalare in questa direzione anche il provvedimento in esame. Avremmo voluto che, contemporaneamente alle normative oggetto di questo decreto, si ponesse mano anche al potenziamento dell'agricoltura tradizionale e di quella biologica, promuovendo finalmente strumenti capaci di dare risposte utili a chi vuole potenziare la qualità delle nostre produzioni. Siamo più che mai convinti, ad esempio, che non sia più rinviabile per l'Italia l'adozione di un piano per le proteine vegetali OGM free, se si vuole ridurre in questo campo la dipendenza da paesi esteri, dove peraltro gli OGM sono già una realtà produttiva. Se si vuole che, ad esempio, prodotti di grande qualità, come le nostre carni lavorate ed i nostri formaggi, possano essere dichiarati OGM free anche in base alla normativa di tracciabilità europea è indispensabile mettere mano ad un piano nazionale per le proteine vegetali OGM free, in assenza del quale siamo destinati a vedere declinare sui mercati nazionali europei prodotti che tuttora fanno l'immagine dell'agricoltura italiana.
In stretto collegamento con questo discorso, vi è, per ragioni analoghe, la necessità di dotarsi di un piano nazionale per le sementi OGM free. Anche sulla certificazione delle sementi ci vuole maggiore attenzione. Nel corso delle audizioni in Commissione, abbiamo ascoltato il direttore dell'ENSE, il quale ha affermato che, attualmente, l'ente di certificazione agisce solo sul 20 per cento dei campioni delle sementi. Occorre analizzare quote sempre più ampie di campioni per dare agli agricoltori ed ai consumatori maggiori certezze, e per farlo ci vogliono più mezzi e non la risposta stizzita che il ministro Alemanno ha dato in Commissione, affermando che - cito testualmente -, ove l'ENSE non fosse in grado di attrezzarsi, andrebbe valutato se non sia il caso di scioglierlo. Se i mezzi per effettuare controlli adeguati, non ci sono forse bisognerebbe sciogliere, non l'ente di certificazione, ma chi ha la responsabilità politica del funzionamento delle strutture!
Accanto a questi problemi, rimane aperto quello dell'insufficienza delle strutture e delle risorse destinate alla ricerca in tutti i settori, specie in quello agricolo. Riteniamo che, contestualmente al provvedimento in esame, si sarebbe dovuto dare anche un segnale adeguato al mondo della ricerca. Un miglioramento l'abbiamo ottenuto con un nostro emendamento, approvato in Commissione, che ha introdotto nel comitato istituito dall'articolo 7 la presenza


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di due esperti nominati dai rettori delle università e di due nominati dal CRA. Occorre dell'altro. Occorre sviluppare la ricerca, non solo per avere maggiore conoscenza nel campo degli OGM, ma anche per migliorare le nostre produzioni di qualità, per recuperare i prodotti agricoli tradizionali che, per patologie varie o altre cause, rischiano di essere abbandonati o per migliorare le caratteristiche di altre produzioni, anche attraverso tecniche di ingegneria genetica. Anche sull'etichettatura e sui controlli bisogna fare di più.
C'è bisogno, ad esempio, di accelerare la costituzione dell'Agenzia per la sicurezza alimentare e di potenziare le strutture per la repressione delle frodi, per dare a tutti più tranquillità. A parole tutti siamo concordi nel ritenere che l'orizzonte dell'agricoltura italiana sia rappresentato dalla tipicità, dalla qualità, dalla unicità dei prodotti. Deve essere altrettanto chiaro, però, che i nostri produttori agricoli possono continuare su questa strada, preferendo questo tipo di produzioni a quelle transgeniche, se le linee della politica agricola sosterranno questa visione dell'agricoltura e lo sforzo dei produttori, mettendo in essere effettivamente misure adeguate sia nel campo della produzione, sia nel campo della promozione, e non solo annunci propagandistici, come sembra essere ad esempio l'annunciata conferenza nazionale sull'agricoltura, in coincidenza con le scadenze elettorali, come ci ha detto il ministro Alemanno in Commissione. Ma, se il reddito degli agricoltori italiani si riduce, se l'attenzione della politica sulle questioni dell'agricoltura diminuisce, come le ultime tre leggi finanziarie hanno dimostrato, con un calo netto delle risorse destinate al settore, allora si corre il rischio che le scelte produttive degli agricoltori possano anche modificarsi e orientarsi verso produzioni più banali e standardizzate, casomai geneticamente modificate, perdendosi così, con la ricchezza dei gusti e dei sapori, anche una parte fondamentale della nostra cultura.
In conclusione, signor Presidente, noi apprezziamo lo spirito e alcuni principi rinvenibili nel decreto in esame, ma, di fronte alle carenze e alle insufficienze in esso contenute, se non dovessero esservi correzione adeguate e sostanziose attraverso gli emendamenti all'esame dell'Assemblea, esprimeremo un voto di astensione (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Constato l'assenza degli onorevoli Vascon e Bellotti, iscritti a parlare: si intende che vi abbiano rinunziato.

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