![]() |
![]() |
![]() |
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 281, recante modifiche alla disciplina della ristrutturazione delle grandi imprese in stato di insolvenza.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Avverto che il presidente del gruppo parlamentare dei Democratici di sinistra-L'Ulivo ne ha chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare, ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
Avverto, altresì, che la X Commissione (Attività produttive) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Il relatore, onorevole Gastaldi, ha facoltà di svolgere la relazione.
LUIGI GASTALDI, Relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il disegno di legge che la X Commissione (Attività produttive) propone all'esame dell'Assemblea dispone la conversione in legge del decreto-legge 29 novembre 2004 n. 281, recante modifiche alla disciplina della ristrutturazione delle grandi imprese in stato di insolvenza. In particolare, il decreto-legge,
che consta di un solo articolo, è finalizzato alla ridefinizione dei presupposti necessari per l'ammissione delle aziende alla nuova procedura di ristrutturazione industriale e finanziaria delle grandi imprese in stato di insolvenza, introdotta dal decreto-legge n. 347 del 2003, convertito dalla legge n. 39 del 2004. L'intervento proposto è, dunque, volto ad ampliare la platea delle imprese che si possono avvalere della procedura di ristrutturazione economica e finanziaria.
Si prevede, a tal fine, con riferimento ai requisiti richiesti per l'ammissione alla suddetta procedura, una riduzione sia del numero dei dipendenti delle imprese - che non possono essere inferiori a cinquecento, in luogo dei mille attualmente previsti -, sia dell'esposizione debitoria delle imprese medesime, la quale non può essere inferiore a 300 milioni di euro in luogo del miliardo di euro attualmente previsto. Rispetto all'attuale disciplina, il decreto-legge precisa altresì che il possesso dei citati requisiti, cui è subordinato l'accesso alla procedura, venga richiesto all'impresa (considerata sia singolarmente sia come facente parte di un gruppo di imprese costituite da almeno un anno). Le disposizioni introdotte dal decreto-legge in esame non sembrano presentare profili di contrasto con la disciplina comunitaria, sia perché si limitano ad estendere l'ambito di applicazione della procedura, sia - soprattutto - perché non recano misure volte a prevedere direttamente il ricorso alla garanzia del Tesoro dello Stato, né introducono ulteriori tipologie di agevolazioni pubbliche non rientranti tra le misure autorizzate dalla Commissione europea.
La Commissione non ha ritenuto di apportare modifiche al testo del decreto-legge, anche in considerazione del carattere puntuale del provvedimento, volto a fronteggiare alcune specifiche situazioni di crisi economica e industriale.
Peraltro, nel corso dell'esame in Commissione, è emersa da più parti l'esigenza - che il relatore condivide - di un intervento normativo organico, che ridisegni la disciplina della gestione delle crisi aziendali, provvedendo alla definizione di una procedura unitaria dell'amministrazione straordinaria delle imprese in difficoltà. Al riguardo, si può rilevare che il recepimento del decreto legislativo n. 270 del 1999, delle disposizioni contenute nel cosiddetto «decreto Marzano» e del decreto-legge n. 347 del 2003 consentirebbe di assicurare la continuità nello svolgimento dell'attività d'impresa, con la pronta sostituzione dell'organo amministrativo della stessa con un commissario straordinario che agisce con pieni poteri, nonché il ricorso ad una soluzione concordataria che agevoli il raggiungimento degli obiettivi cui è preordinata la procedura. Permane, comunque, il sindacato dell'autorità giudiziaria sulla ricorrenza dello stato di insolvenza.
Si renderebbe altresì opportuno - sempre per le grandi imprese - che in un auspicabile futuro intervento normativo fosse previsto un procedimento di composizione della crisi dell'impresa che abbia come presupposto una situazione di difficoltà, ma non di insolvenza anticipatoria di un'eventuale gestione commissariale.
Dai pareri pervenuti dalle Commissioni competenti in sede consultiva, è peraltro emersa, nel complesso, una valutazione positiva del provvedimento. Hanno, infatti, espresso parere favorevole la I Commissione (Affari costituzionali), la II Commissione (Giustizia), la IX Commissione (Trasporti), la XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea), mentre la V Commissione (Bilancio) ha espresso un parere nella forma del nulla osta. Il Comitato per la legislazione ha espresso infine parere favorevole, con osservazioni.
Auspico, in conclusione, una sollecita approvazione del provvedimento, anche in considerazione dell'esigenza, largamente condivisa, di un tempestivo intervento sulla materia. Potrà, come si è detto, essere valutata in una fase successiva l'opportunità di ricondurre ad unità le diverse normative susseguitesi, a partire dagli anni Settanta, aventi ad oggetto la disciplina dell'amministrazione straordinaria delle imprese in stato di insolvenza.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
TERESIO DELFINO, Sottosegretario di Stato per le politiche agricole e forestali. Signor Presidente, il Governo rinuncia ad intervenire.
PRESIDENTE. Sta bene.
È iscritto a parlare l'onorevole Ruggeri. Ne ha facoltà.
RUGGERO RUGGERI. Signor Presidente, cercherò di svolgere un intervento organico, proprio al fine di capire come il Parlamento possa aiutare l'evoluzione dell'economia italiana, le imprese ed il sistema delle imprese, soprattutto nei momenti più delicati della nostra storia, quale quello attuale. È un momento di rivoluzione economica, che addirittura qualcuno paragona a quello della scoperta della ruota. Ci troviamo in una fase di grande rivoluzione industriale e qualcuno ancora non l'ha capito; qualcuno pensa di attendere la ripresa dell'economia, mentre essa si è già manifestata.
Dobbiamo favorire e mettere in atto innovazioni e cambiamenti, perché altrimenti, purtroppo, la storia andrà avanti anche senza l'Italia. Occorre capire se le risposte che diamo a problemi di questa portata siano o meno all'altezza.
Non vorrei partire da molto lontano, ma si deve pur svolgere qualche sintetico passaggio. Comincerò, quindi, dalle prime esperienze di politica economica maturate in Italia.
Ricordo che, finita la guerra, in Italia seguì un periodo di grande entusiasmo: vi era finalmente la pace ed una volontà unanime di ricostruzione. In Italia, come in Europa, vi furono gli aiuti americani: mi riferisco al piano Marshall, che doveva servire per la ricostruzione delle economie distrutte dalla guerra. Quella fu una risposta: una politica economica, che oggi definiremmo quasi di programmazione e di intervento. Fu allora che si decise di agevolare le tendenze e le caratteristiche economiche di ciascun paese europeo: così la Germania si indirizzò verso l'industria pesante e l'Italia fu indirizzata verso quella leggera, perché non aveva materie prime a disposizione. Per questa ragione, il piano Marshall rappresentò un contributo notevole, che poi nel tempo diede un frutto straordinario: ricordo il grande boom economico degli anni Sessanta.
Allora, di fronte ad un problema di ricostruzione quasi da zero, oltre all'entusiasmo, vi fu una programmazione internazionale, in modo che il commercio internazionale, che rappresentava in un certo senso l'arma segreta per lo sviluppo dell'economia, permettesse a ciascun paese di scambiare i propri prodotti in modo positivo, così che vi fosse un vantaggio reciproco.
Ecco il motivo per cui allora vi fu una differenziazione delle produzioni (prima ho ricordato l'industria pesante in Germania e quella leggera in Italia). Ciò permise una serena ricostruzione, dal momento che i prodotti servivano al consumo interno e, soprattutto, servivano per iniziare le esportazioni, che per circa vent'anni erano state bloccate da un'economia chiusa, quale quella dell'esperienza italiana, soprattutto a partire dal 1929 in poi. Era un'economia chiusa ed autarchica che, con il pretesto di difendersi, non consentiva l'esportazione dei nostri prodotti.
Ciò provocò un ritardo colossale, per cui durante la ricostruzione dovemmo fare i conti per mettere in piedi le imprese e le nostre fabbriche, ma dovemmo fare i conti anche con una innovazione che era stata interrotta per circa vent'anni. Si tratta di un gravissimo ritardo, che qualcuno oggi dice essere rimasto, per certi aspetti, nel nostro DNA industriale.
Per altri aspetti tale ritardo da recuperare fu positivo, perché gli investimenti che riuscimmo a compiere in quel periodo furono effettuati sulle basi delle ultime tecnologie e, quindi, non ricostruimmo le fabbriche come le avevamo lasciate, ma lo facemmo quasi da zero. È così che nacquero l'industria degli elettrodomestici e quella dei beni di consumo, che fecero la fortuna dell'Italia.
L'Italia è addirittura andata ad esportare i frigoriferi in America, quando i
nostri genitori apprendevano soltanto dai film americani che cos'era un frigorifero. Noi, in quel momento, riuscimmo addirittura da avere una tecnologia più avanzata, costi inferiori e prodotti che rispondevano meglio alle esigenze dei consumatori e li andammo addirittura ad esportare in America. Quindi, il piano Marshall, un sistema di programmazione interna e un sistema di commercio internazionale distribuito - perché tutti non producevano le stesse cose, come si fa oggi, ma c'era una distribuzione e anche una diversificazione dei beni - permisero alla politica economica di intervenire e di dare un impulso allo sviluppo economico.
Così arriviamo agli anni Cinquanta e Sessanta, quando addirittura la nostra moneta vinse l'oscar monetario come la moneta più forte del mondo. Ciò accadde durante il boom economico. Questo riconoscimento è stato unanime a livello mondiale e, se i problemi allora erano di carattere reale, cioè riguardavano soprattutto il mercato dei beni, della produzione, delle materie e dei prodotti, più ci avviciniamo agli anni Settanta, più il nostro sistema economico risente delle crisi internazionali e delle battute di arresto che, soprattutto in America, stanno avvenendo.
L'economia americana sta perdendo colpi e qualcuno mette in crisi le nuove regole del commercio internazionale che ci eravamo dati. Ricordo nel 1944 gli accordi di Bretton Woods, la nascita del Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e anche il GATT come sistema di accordi tariffari.
Ebbene, all'inizio degli anni Settanta qualcuno mette in crisi questo sistema. La Francia chiede agli Stati Uniti la conversione del dollaro, perché il sistema monetario allora vigente che regolamentava gli scambi internazionali era fondato quasi essenzialmente sul dollaro e su un regime di cambi fissi. In questo modo era come se avessimo avuto un'unica moneta al mondo, perché i cambi erano fissi.
Pertanto, le preoccupazioni dei nostri imprenditori erano di carattere reale, cioè bisognava produrre di più, perché non avevamo ancora un margine nella domanda e utilizzare le fonti energetiche senza alcun limite, perché sino ad allora non avevamo capito che le nostre risorse avevano un termine ed erano esauribili. Soprattutto non avevamo problemi di carattere monetario. Quindi, l'imprenditore era un imprenditore puro.
Verso la fine degli anni Sessanta assistiamo ancora a una grande ripresa dell'economia italiana. Il 1968, in modo particolare, che è ricordato come un anno di contestazioni, fu un periodo in cui il mondo intero si chiedeva e si richiedeva quale fosse la missione delle economie nazionali e del commercio mondiale. Proprio in quegli anni Papa Paolo VI con la Populorum progressio ricordò al mondo intero che esistevano un Terzo mondo, un Quarto mondo e un Quinto mondo.
Ricordava, inoltre, che il commercio internazionale doveva essere uno strumento di benessere anche per questi popoli e che non poteva esservi un utilizzo illimitato delle risorse. Non è un caso che proprio negli anni Sessanta il Club di Roma fu il primo a dire che le risorse naturali avevano un limite.
Quindi, cambia la cultura, cambia il modo di vedere e si rivoluziona il modo di fare impresa. Si rivoluziona l'impresa perché i fattori produttivi sono limitati, mentre prima si pensava fossero illimitati, e perché la domanda ha una battuta d'arresto. I problemi internazionali, che nascono in America e si ripercuotono in modo diretto in Italia, fanno sì che la domanda diminuisca. Vi è, poi, un problema nuovo di zecca: la moneta diventa un altro fattore di produttività e nasce il mercato della moneta. Nel momento in cui i cambi da fissi diventano flessibili anche la moneta deve essere acquistata e ha un valore diverso in relazione alle altre monete.
La lira era sì forte negli anni Sessanta, ma la sua forza derivava dall'economia, perché la forza di una moneta è lo specchio di un'economia. In quel momento iniziarono i giochi di carattere valutario delle grandi speculazioni finanziarie. L'imprenditore moderno, che possiamo dire sia nato negli anni Settanta, deve fare i conti
con tali aspetti: le risorse sono limitate, la concertazione con i sindacati si sta rompendo, la domanda sta diminuendo, vi è necessità di occuparsi anche di moneta e di valuta. In quel periodo iniziano le grandi difficoltà per le imprese che non riescono a rimanere sui mercati.
Non è un caso che proprio alla fine degli anni Settanta si senta l'esigenza di tornare ad una moneta unica, ai cambi fissi. Alla fine degli anni Settanta in Europa nasce il sistema monetario europeo per avere, con il serpente monetario, un regime di cambi fissi almeno all'interno dell'Europa. Questa fu una risposta di grandissimo aiuto per la nostra economia e le nostre imprese. Anche allora vi erano imprese che chiudevano, che fallivano, che non riuscivano ad interpretare l'evoluzione del mondo. In ogni rivoluzione di carattere industriale settori interi devono riconvertirsi per non morire.
Negli anni Settanta nascono anche problemi occupazionali e l'inflazione galoppa a due cifre. Attorno agli anni Ottanta, per la prima volta, un ministro che voglio ricordare in modo molto affettuoso, Beniamino Andreatta, capì l'importanza di disancorare la manovra della moneta del Governo dalla Banca d'Italia. Fu il primo a rompere un rapporto di sudditanza: tutte le volte che il Governo aveva bisogno di denaro per coprire il proprio deficit imponeva alla Banca d'Italia di acquistare i titoli di Stato. Questo fu il segreto per rompere il meccanismo dell'inflazione. Quindi, grazie anche all'intuizione di uomini come Andreatta si capì che la politica economica doveva cambiare: non rincorrere le grandi imprese o il passato, ma anticipare il futuro.
Fu così che nacquero allora anche tutte le politiche di stabilizzazione. Prima infatti avevamo un'idea di sviluppo continuo, sempre crescente, mentre dagli anni Ottanta in poi ci siamo accorti che lo sviluppo economico è ciclico, ad onde, con periodi di crescita e periodi di contrazione (i cosiddetti cicli economici). Fu allora - anche con Beniamino Andreatta - che le politiche economiche del Governo si indirizzarono verso la stabilizzazione dei cicli economici, cioè la stabilizzazione delle onde, in modo che vi fosse una crescita comunque continua, contraendo eventualmente l'economia con tutte le manovre utilizzabili, da quella monetaria a quella fiscale a quella di politica dei redditi; quest'ultima fu l'asse portante e il motore dell'economia, attraverso la concertazione con tutte le organizzazioni sindacali dei lavoratori e le rappresentanze sindacali delle categorie imprenditoriali, per il contenimento dell'inflazione e dell'aumento dei costi.
Le politiche di stabilizzazione furono dunque la novità; furono lo strumento della politica economica, che interveniva per aiutare le imprese, le quali, nel momento di caduta della domanda, potevano comunque avere l'opportunità di sollevarsi e di guardare avanti. Oggi ci troviamo di fronte ad un nuovo tipo di economia, nel quale non esiste più un accordo di carattere internazionale sul commercio internazionale. Si fa una grande fatica a ritrovare dei punti fermi, per quanto riguarda lo sviluppo internazionale. Quindi è venuta meno la missione, un tempo affidata al commercio internazionale, di sviluppo interno e di sviluppo reciproco per tutti i paesi che commerciavano a livello mondiale.
Oggi siamo in attesa di nuove regole del Fondo monetario internazionale. Qualcuno addirittura propone di individuare una strada che porti verso una moneta unica, proprio per evitare tutte le speculazioni di carattere finanziario. La proposta di un regime di cambi fissi ha proprio questo significato: quello di togliere l'effetto monetario, spesso devastante quando è in mano alla speculazione, dagli aspetti reali che riguardano la produzione, i consumi, l'occupazione e i beni e i servizi che vengono prodotti. Difatti, la produttività o la redditività delle nostre imprese dovrebbe essere valutata per il valore reale che essa produce e non per la speculazione finanziaria, che è lo strumento che modifica i valori reali. Invece, quando un'azienda è quotata in Borsa, deve fare i conti non soltanto con i problemi della propria impresa, ma anche con quelli di
una speculazione che spesso non ha niente a che vedere con gli scopi di responsabilità sociale di impresa.
Pertanto la nostra economia si trova oggi in uno stato di grande incertezza, nel quale le varie economie fanno fatica a capire la loro missione produttiva, così come fanno fatica a ritrovare la via di un commercio internazionale. Non tutti infatti possono produrre le stesse cose, altrimenti la concorrenza è spietata, soprattutto da parte di coloro che non hanno costi (non solo quelli del lavoro, ma anche quelli ambientali e quelli di carattere sociale). Vi sono economie molto povere, che chiedono che altre imprese (anche italiane) vadano ad investire da loro - questo è il fenomeno della delocalizzazione -, proprio perché lì non ci sono regole alcune. Ma tali imprese, pur risolvendo un problema di carattere singolo, loro esclusivo, perché magari riescono a produrre a costi più bassi, per vendere poi devono tornare in Italia, in Occidente. Ma se in Italia, in Occidente, tutti si delocalizzano, allora il nostro benessere, il nostro tenore di vita, la nostra capacità e il nostro potere di acquisto certamente diminuiranno, perché se la gente non lavora non può guadagnare e se non guadagna non può consumare.
Pertanto, vi è una miopia da parte di molte imprese che, magari, si delocalizzano per vincere la concorrenza, ma vanno ad impoverire il nostro territorio.
Qual è la risposta del Governo di fronte a tali grandi problematiche ed a tali trasformazioni? Non si tratta certamente di una politica orientata all'abbandono di certi settori. È stato abbandonato l'unico modello che ci era stato addirittura imitato, quello delle partecipazioni statali, che ha funzionato, che ha retto e che ha creato benessere.
Rispetto ad una politica di liberalizzazione dell'economia, l'Europa si pone come perno fondamentale e nuovo strumento di competizione, non soltanto di difesa, ma di cooperazione con i vari paesi. I nostri processi di liberalizzazione, invece, e mi riferisco al nostro Governo, sono stati bloccati, a partire dall'energia. A tale riguardo, non esiste più un monopolio pubblico, ma diversi e pochi monopoli privati; si ritorna addirittura a negare la funzione sociale del servizio pubblico, perché, con riferimento al monopolio privato, alla fine, si risponde soltanto ai privati, nonché ai soci che gestiscono il capitale di quella società, mentre, per quanto riguarda quello pubblico, si è responsabili soltanto di fronte allo Stato, dal momento che la proprietà è del medesimo.
Il processo di liberalizzazione è stato frenato. Oggi nel campo dell'energia intendiamo aiutare le nostre imprese. Abbiamo letto in questi giorni che in Francia il latte in polvere costa la metà; allora i cittadini si recano in Francia e lo acquistano. Ciò, tuttavia, può accadere anche per quanto riguarda l'energia. Siamo noi che stiamo frenando la liberalizzazione, perché potremmo già andare a comprare quell'energia che costa la metà!
Pertanto, questa può essere una risposta di breve periodo, contingente per accumulare risorse (il problema dell'economia è legato alle modalità di accumulazione del capitale per poterlo poi investire), per investire nelle fonti rinnovabili che costituiscono il futuro, non immediato, del settore energetico.
La nostra politica economica non si pone obiettivi di alto livello, con l'Italia motore dell'Europa. La responsabilità sociale dell'economia spetta all'Italia (mi riferisco alla storia), ma anche all'Europa. Oggi i paesi poveri attendono che l'Europa si ponga come cardine del nuovo sviluppo, di uno sviluppo sostenibile più equo. Vi è, pertanto, un grande lavoro da fare, per cercare di individuare nuovi strumenti di politica economica che spetta all'autorità di Governo mettere in atto.
Questa è la grande critica che viene sollevata, rispetto a problemi che sono di portata storica, epocale (come la scoperta della ruota).
Con riferimento alla Cina, ha fatto bene il Governo a prevedere nuovi sviluppi in questo paese, ma lo ha fatto adesso, in attesa di una ripresa economica che, pare, vi sia già stata. Altri paesi sono già saliti sul treno della ripresa economica. La Francia e la Germania hanno intrapreso
misure per costruire in Cina ferrovie, strade e migliaia di piccole imprese stanno già lavorando in cooperazione. Noi ci siamo mossi adesso. Questa è una strada che attiene ad una politica internazionale.
Per favorire l'internazionalizzazione delle nostre imprese, dobbiamo fare in modo che le stesse perseguano una certa strada per quanto riguarda le modalità di produzione: si dovrebbe trattare di una produzione, magari, diversa e di prodotti diversi rispetto a quelli di altri paesi, a costi bassissimi, dando un senso di marcia anche alle nostre migliaia di piccole imprese.
Il discorso non è solo quello di produrre in Cina, perché la ricchezza si concentrerebbe in quel paese. Bisogna aiutare le nostre imprese a produrre in Cina, ma anche nel nostro paese, facendo lavorare i nostri occupati, magari in settori contigui.
Oggi si parla anche della nuova economia virtuale, che ha subìto battute di arresto, ma che comunque tornerà in futuro. In tale settore, un Governo deve investire in innovazione e ricerca, altrimenti il paese resta indietro. In tema di università oggi la Cina è addirittura più avanti degli Stati Uniti. La percentuale cinese del PIL destinato alla ricerca scientifica è doppia rispetto a quella degli USA.
È questo l'indirizzo generale che comprende un piano di valori quali benessere e sviluppo per tutti, perché questo significa anche pace e giustizia sociale. Occorre trovare commerci equilibrati dove il profitto non resti l'unico fattore per produrre e commerciare. Altrimenti, si verrebbe meno alla missione di salvaguardare la dignità delle persone.
Ma, accanto ai temi valoriali, occorrono anche quelli strumentali, come l'accelerazione verso l'Europa. Si parla tanto di sistema Italia, ma il punto non è più questo. L'Italia è forse uno dei paesi più arretrati sotto il profilo delle infrastrutture. La Lombardia, che era il motore economico italiano negli anni Sessanta e Settanta, è oggi la zona più povera per le infrastrutture - strade, autostrade e ferrovie - tra tutte le aree economiche europee. Questo è un dato e se la Lombardia, che una volta era il centro motore italiano ed europeo, versa in queste condizioni, possiamo immaginare le altre regioni.
Quindi ci troviamo di fronte a stati di insolvenza, ma non solo davanti a questi. Infatti, esiste un fenomeno nazionale di delocalizzazione, come quello della Wella, situata a Castiglione delle Stiviere, presso Mantova. L'impresa ha realizzato quest'anno un utile superiore al 20 per cento rispetto a quello dello scorso anno. Ora, per guadagnare ancora di più, delocalizza.
Quindi, non è in fallimento né versa in una crisi dei prodotti: semplicemente, tale azienda vuole guadagnare di più e, pertanto, chiude la produzione in Italia per localizzarsi da altre parti. Di fronte a questo fenomeno cosa può fare il Governo, se non tentare di capire? Potrei capire la delocalizzazione nel caso di un'azienda in fallimento, magari per aver utilizzato male il credito in investimenti a breve periodo, oppure di una priva di mezzi. Potrei comprenderla in un momento di caduta dei consumi preoccupante, ma non causa scatenante della crisi che stiamo vivendo. Allora, se ci rendiamo conto che si tratta di una crisi importante, gli strumenti per contrastarla devono essere, a loro volta, importanti. Quindi, occorre incentivare la domanda ma anche, in parte, modificare nuovamente la nostra produzione.
Oggi la crisi riguarda le grandi imprese, alcune delle quali coinvolte nel reato di associazione a delinquere. Mi sto riferendo alla precedente legge, che potremmo definire Prodi-ter, realizzata per un singolo caso di associazione a delinquere. Non si trattava, quindi, di imprenditori, bensì, a quanto risulta dagli atti giudiziari, di persone riunite per rubare. Di fronte a casi del genere, non esiste politica che tenga.
Comunque, la maggior parte dei nostri imprenditori è sana e tenta di trovare una propria strada industriale, affrontando il rischio di impresa. Mi riferisco, in particolare, alle medie e piccole imprese. È strano che il Governo non abbia aiutato le grandi imprese ad investire.
Il grande capitale è andato ad investire dove vi era il rischio più basso, ad esempio sulle autostrade o nel settore dell'energia, in cui sono stati ricreati i monopoli, ma
non ha rischiato sul cambiamento. Chi oggi non dice che l'Italia ha piccole banche o piccole imprese? Perché abbiamo piccole banche, pur avendo un grande capitale? Si tratta del tema del rischio e dell'innovazione, che costituisce anche un fatto culturale profondo ma che ha bisogno di un indirizzo, di certezze e di stabilità che devono essere date dal Governo e che in questi anni sono state addirittura tolte.
Come nella precedente occasione, il gruppo della Margherita, responsabilmente, non intralcerà l'approvazione del provvedimento. La nostra preoccupazione riguarda il fatto che si tratta di una piccola cosa rispetto al problema che dobbiamo affrontare. In particolare, dobbiamo affrontare una questione specifica e la risposta è legata esclusivamente a tale problema.
PRESIDENTE. Onorevole Ruggeri, la mezz'ora è fuggita...!
RUGGERO RUGGERI. La ringrazio, signor Presidente. Il provvedimento in esame è certamente migliore rispetto al precedente, in quanto ha abbassato i parametri di intervento. Riteniamo tuttavia che tali parametri debbano essere ulteriormente ridotti, perché la crisi oggi coinvolge anche centinaia di piccole e medie imprese, e non soltanto le grandi aziende. A nostro avviso, sarebbe necessaria una disciplina organica, non legata al caso specifico, e servirebbero soprattutto strumenti in grado di aiutare lo sviluppo delle imprese e dell'economia e non soltanto la modifica di procedure concorsuali.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Polledri. Ne ha facoltà.
MASSIMO POLLEDRI. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghe, onorevoli colleghi, ci troviamo a discutere di un provvedimento in ordine al quale sussistono certamente i requisiti di necessità e urgenza. Si tratta di una risposta a un momento di crisi, forse l'ennesima nel panorama industriale del paese, che ha un nome e un cognome - la crisi di Volare - dopo aver discusso di altri momenti difficili, quali i casi Cirio e Parmalat, e non aver forse discusso di qualche altro grande «buco» nazionale, come ad esempio l'episodio della Coopcostrutturi di Ravenna, che per ampiezza dell'esposizione debitoria nei confronti dei possessori di titoli di credito e per dimensioni occupazionali non è stata certamente seconda alla Cirio. Tuttavia, su tale vicenda si è aperto un piccolo dibattito, forse perché nata e definita in casa della sinistra, ma non vi è stata una discussione (chiedo scusa per questa notazione polemica).
Il disegno di legge in esame ha certamente un impatto positivo sulla situazione di emergenza nella quale versano le imprese in stato di insolvenza. L'ampliamento dei presupposti per l'ammissione alla procedura di ristrutturazione industriale e finanziaria delle grandi imprese in stato di crisi costituisce sicuramente un passo importante nella strada per il sostegno in generale delle nostre imprese e per la salvaguardia dei livelli occupazionali. Sarebbe comunque utile, a nostro giudizio, un ripensamento politico.
La Lega Nord intende sottolineare la necessità urgente di una riforma delle procedure e del diritto fallimentare. Si tratta di un dibattito che si è già aperto nel paese, e che sta venendo avanti non soltanto nell'ambiente dei giuristi ma anche con recenti interventi del mondo industriale e bancario. Riteniamo che sia una riforma necessaria, che il Governo dovrà porre come prioritaria nella propria agenda. In particolare, riscontriamo la necessità di procedure concorsuali omogenee.
Già esiste una procedura (la cosiddetta Prodi-bis) i cui risultati tutti possiamo valutare. Oggi possiamo citare esempi di tali procedure che abbiano avuto breve durata e dalle quali sia derivato un effettivo sviluppo? Vi sono industrie che si siano effettivamente riconvertite? A nostro giudizio, se un bilancio della cosiddetta Prodi-bis va tracciato, si deve tener conto dei costi infiniti e dei commissari rimasti in carica per molti anni, tanto che il Governo è stato
costretto a ricorrere ad un provvedimento legislativo per porre fine a determinate procedure e ridurre i compensi.
Strutturalmente, riteniamo sia necessaria una procedura unitaria. Oggi, di fatto, la cosiddetta Prodi-bis è sicuramente orientata al mantenimento dell'interesse dei creditori; i cosiddetti decreti «Marzano 1» e «Marzano 2» sono maggiormente orientati al settore del risanamento, tenendo presente anche il fronte dei creditori. Ripeto, il sistema produttivo necessita oggi sicuramente di una riforma della legge fallimentare. Ma perché è necessario ciò? Oggi scontiamo gli effetti negativi connessi ai costi diretti ed indiretti, dovuti soprattutto alla durata delle procedure, in media lunghe più del doppio rispetto agli altri paesi. Ma, soprattutto, scontiamo l'assenza di misure di prevenzione. È possibile oggi non giungere al momento del crack? Certamente, con la riforma del settore del risparmio, potremmo prevedere meccanismi più trasparenti di audit, di controllo interno e di revisione. Il dibattito sul risparmio è ampio, e noi prevediamo un inasprimento del fronte sanzionatorio; ma è possibile oggi, per un'industria in difficoltà, dichiararlo pubblicamente? Purtroppo non è possibile. Né vi sono misure di prevenzione, nonostante ve ne sia la necessità.
Sono necessarie, inoltre, norme in grado di assicurare l'efficacia dei piani industriali concordati tra impresa e creditori, e soprattutto la salvaguardia degli atti posti in essere in esecuzione di tali piani.
Nella medicina esiste il momento della fisiologia e quello della malattia, ma esiste anche un momento intermedio, quello della patologia. È proprio in questa fase della patologia che interviene un buon medico. Per analogia, in questa fase è necessaria tempestività di intervento per le imprese in difficoltà. Questo intervento, a nostro giudizio, deve essere garantito anzitutto da un insieme di regole che legittimino gli atti di salvataggio di imprese, o di rami di imprese capaci di stare sul mercato. Chiediamo che ciò valga anche per gli atti realizzati sulla base della concertazione, quindi tra le parti direttamente coinvolte: debitore e creditore. Di fatto, la normativa attuale penalizza le forme di accordo privato e stragiudiziale. Cosa accadrebbe ad eventuali finanziatori qualora l'accordo non giungesse a buon fine? Vi sarebbero forti preoccupazioni, cui conseguirebbero forti rischi legali, consistenti anzitutto nella possibilità, anzi, nella sicurezza della revoca dei nuovi finanziamenti concessi alle imprese in crisi; inoltre, vi sarebbe addirittura la possibilità di incorrere sia nell'incriminazione per reati fallimentari sia nelle azioni giudiziarie, eventualmente promosse per abusiva concessione del credito.
Come è possibile notare, si crea, di fatto, attorno all'imprenditore un cordone sanitario da parte dei creditori, per cui lo stesso imprenditore né può dichiararsi né può tentare forme brevi per restare in piedi e mantenere il livello occupazionale. Lo stato di difficoltà, quindi, rischia di scivolare automaticamente verso l'insolvenza certa. Sono necessarie, allora, forme di prevenzione efficaci.
La legge deve prevedere divieti di azioni individuali, a nostro giudizio, di recupero di pagamenti ai singoli creditori; verrebbe, infatti, falsata la situazione complessiva presente al momento della redazione del piano di ristrutturazione fino a giungere a salvaguardare i creditori. Di conseguenza, devono essere mantenuti indenni da revocatoria i pagamenti e gli atti compiuti in esecuzione del piano omologato, e più in generale tutti gli atti posti in essere nel corso della procedura di crisi.
Quindi, sinteticamente, i principali obiettivi che dovranno essere perseguiti, a nostro giudizio, nella riforma sono: snellire le procedure, salvaguardare la conservazione delle imprese in crisi, rimuovere sacrifici ingiustificati sia per il debitore che per coloro che sono esposti ad azioni revocatorie. L'approfondimento del dibattito sulla risoluzione consensuale delle crisi è oggi una necessità che ci viene additata dal dibattito politico ed economico del paese. A tale riguardo, vogliamo sottolineare le proposte di autoregolamentazione, come quelle avanzate dall'ABI con il codice di comportamento, di banche e imprese in crisi che rappresentano una
testimonianza della volontà, anche da parte del settore bancario, di partecipare attivamente alla ricerca di un'efficace soluzione della crisi d'impresa.
Oggi crediamo che questo paese, signor Presidente, abbia di fronte a sé non un'ipotesi di declino ma una possibilità di mantenere un grande livello industriale e un grande livello di efficienza, quindi un grande livello di civiltà; occorre, però, una grande operazione da parte della politica, dell'industria e delle banche (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega Nord Federazione Padana e di Forza Italia).
PRESIDENTE. Constato l'assenza del deputato Quartiani, iscritto a parlare: s'intende che vi abbia rinunziato.
È iscritto a parlare l'onorevole Gambini. Ne ha facoltà.
SERGIO GAMBINI. Signor Presidente, colleghi, credo che nessuno, quando saremo chiamati a votare questo provvedimento, troverà ragioni per esprimere un voto contrario nei confronti del decreto-legge oggi in discussione, perché tutti sappiamo che esso è volto ad introdurre procedure migliori al fine di salvaguardare un patrimonio produttivo del paese: in questo caso, conosciamo tutti la compagnia aerea «Volare», i suoi numerosi dipendenti, l'aspetto innovativo che essa rappresentava nel settore del trasporto aereo del nostro paese.
Ora, però, credo che in molti cominciamo a chiederci se sia possibile, dopo la scelta compiuta in occasione del crack Parmalat, varare una normativa speciale per consentire che intervengano strumentazioni innovative per le imprese in crisi. Dopo le scelte effettuate in occasione del crack Parmalat, volte a definire una nuova normativa, migliorativa rispetto alla cosiddetta legge Prodi-bis, che consentisse il salvataggio di quell'impresa, ci troviamo di fronte ad una nuova scelta, simile a quella che allora venne compiuta.
È ammissibile, dicevo, che ad ogni situazione corrisponda un «provvedimento fotografia», precisamente ritagliato sulle caratteristiche di quella impresa? È ammissibile che altre imprese, importanti per il patrimonio produttivo del paese, vengano invece escluse da quelle procedure, che io considero particolarmente efficaci nella tutela di quei patrimoni produttivi? Credo che per questa domanda vi sia una sola risposta: non è più ammissibile! Occorre, dunque, che gli impegni assunti dal Governo, quando discutemmo del decreto relativo alla Parmalat e delle modificazioni migliorative di quel decreto (e che oggi vengono ancora assunti, come lo sono stati anche nel corso della discussione svolta in Commissione), vengano finalmente onorati.
Ci attendiamo che il Governo presenti al Parlamento, in tempi brevi, un disegno di legge di riforma organica delle procedure per la ristrutturazione delle grandi imprese, delle imprese in stato di insolvenza (si potrebbero anche «utilizzare» provvedimenti già all'esame delle Camere o quello, annunciato, in materia di competitività) che non discrimini più le imprese ed i lavoratori, che non crei più quelle sperequazioni e quelle ingiustizie alle quali ancora assistiamo a causa di «provvedimenti fotografia» (a favore della Parmalat e del gruppo Volare).
Purtroppo, la riforma che potrebbe risolvere gran parte dei problemi - qualche collega l'ha già rilevato - è ancora al palo! Mi riferisco alla riforma del diritto fallimentare: sebbene ne venga annunciato il rilancio con frequenza più o meno settimanale da parte di coloro che guidano il nostro paese, essa continua a restare ferma! Se il sistema produttivo italiano sarà costretto ad attendere il varo di tale riforma ancora a lungo - come temo - rimarrà penalizzato perché le imprese degli altri paesi europei possono svolgere le proprie attività imprenditoriali potendo contare su normative che, anche nel caso di crisi e di fallimento, sono assai più moderne ed efficaci di quelle di cui dispone il nostro paese.
La strada più ragionevole sarebbe stata quella di usare il decreto-legge in esame per migliorare la normativa riguardante la ristrutturazione delle grandi imprese in crisi estendendola ad una platea più ampia di soggetti mediante l'individuazione di
una soglia di riferimento che tenesse conto della caratteristica dell'impresa italiana di essere medio-piccola. Ad esempio, si potrebbe fare riferimento, all'indicato fine, al numero di cinquanta dipendenti, già riconosciuto in Europa come soglia tra la piccola e la media impresa.
Non è superfluo chiarire quali vantaggi deriverebbero dall'applicazione della menzionata normativa. Io credo che siano principalmente tre. Il primo sarebbe quello di indirizzare la procedura di amministrazione straordinaria verso la ristrutturazione delle imprese, di indicare in maniera precisa che l'utilizzazione delle normative in materia di amministrazione straordinaria sarebbe finalizzata alla ristrutturazione delle imprese.
Come i colleghi sanno, la cosiddetta legge Prodi-bis pone l'alternativa tra dismissione e ristrutturazione; tuttavia, nella concreta applicazione, non è mai stata scelta la strada della ristrutturazione e la normativa in parola è stata sempre utilizzata per la dismissione delle imprese. Insomma, non si è pensato alla salvaguardia, alla difesa del patrimonio produttivo, ma ad una sua trasformazione; e sappiamo bene che il rilancio delle attività produttive interessate non sempre è riuscito. Dunque, il primo vantaggio deriva dal fatto che la normativa viene univocamente rivolta alla ristrutturazione, alla salvaguardia ed alla valorizzazione del patrimonio produttivo.
Il secondo aspetto che caratterizza positivamente la predetta normativa è relativo agli strumenti messi a disposizione dell'amministrazione straordinaria. In primo luogo, vi è la possibilità di dividere i creditori in classi e di consentire, in tal modo, l'ampio utilizzo di un'altra novità: quella che consente di trasformare i crediti in azioni della società. Si tratta di un aspetto molto importante perché, come abbiamo constatato in occasione della crisi del gruppo Parmalat, molti soggetti che facevano parte della filiera Parmalat e che, pertanto, erano interessati alla salvaguardia di quel patrimonio produttivo hanno offerto la disponibilità a trasformare i propri crediti in azioni: una nuova gestione dell'impresa, finalmente corretta, avrebbe valorizzato l'insieme del tessuto produttivo che ruotava attorno alla Parmalat!
Questa è la caratteristica del tessuto produttivo nel nostro paese. Si tratta di una norma particolarmente importante, perché consente ai protagonisti delle diverse filiere, che operano nel tessuto produttivo delle maggiori imprese, di partecipare al rilancio produttivo.
La terza novità positiva è quella che consente all'amministratore straordinario di attivare direttamente la procedura delle revocatorie. Fortunatamente, è stato seguito il consiglio che avevamo dato durante la discussione sul primo decreto-legge sulla Parmalat, attraverso una correzione effettuata successivamente; si sono vocate le revocatorie al ristabilimento della par condicio creditorum unitamente all'esigenza di sostenere la ristrutturazione dell'impresa. Questa misura è stata efficacemente adottata dall'amministratore straordinario Bondi nel caso Parmalat. Tale dato è particolarmente importante rispetto alla resa di disponibilità finanziarie per tutelare i creditori e contemporaneamente rilanciare le attività produttive della Parmalat.
Questa strumentazione deve essere messa disposizione di tutte le imprese. Tuttavia, nel momento in cui si compie tale operazione, occorre correggere gli aspetti negativi presenti nelle scelte compiute con il «decreto Marzano» per la Parmalat e confermati in questo provvedimento.
Qualora si abbassasse ulteriormente la soglia, come viene fatto per Volare, per estendere le normative innovative ad una platea più ampia di imprese, diventerebbe ancora più decisivo attaccare la scelta, grave a nostro avviso, compiuta con il decreto Parmlat, di trasferire la potestà di attivare la procedura di amministrazione straordinaria dalla magistratura al ministero. Si tratta di una scelta grave, ove si considerino le implicazioni clientelari che questo tipo di spostamento può comportare. La scelta compiuta a proposito dell'amministratore straordinario di Volare fa
nascere molti dubbi e molti interrogativi in ordine alla discrezionalità della sede politica nello scegliere chi debba guidare la ristrutturazione di un'impresa. Proprio questo caso ce lo mostra. È grave per un'altra ragione. La scelta di riformare la legge Prodi, con la Prodi-bis, fu compiuta perché l'Unione europea sollevò un rilievo riguardante il profilo degli aiuti all'impresa, in quanto con la prima legge Prodi la potestà per le procedure di amministrazione straordinaria e le ristrutturazioni delle grandi imprese in stato di insolvenza si spostava dall'organo terzo ed imparziale, vale a dire la magistratura, al ministero, un organo discrezionale e politico. Ora, abbassiamo la soglia.
Il caso della Parmalat non è soltanto un caso singolo: adesso si aggiunge quello della compagnia Volare, e, sotto questa soglia, potrebbero essere coinvolte altre imprese nella particolare amministrazione straordinaria che è descritta dal decreto «Marzano 1», che viene confermato con questo provvedimento. Allora, ancora più grave diventa la scelta compiuta e ancora di più mostra un tallone di Achille questo tipo di normativa, che può essere impugnata in qualsiasi momento dall'Unione europea, proprio per le ragioni che allora vennero avanzate per criticare e impugnare la normativa della legge Prodi e che motivarono le modificazioni che vennero introdotte con la cosiddetta Prodi-bis. Attenzione - lo dico in maniera convinta e invito i colleghi a riflettere -: in questa maniera costruiamo una normativa che può essere impugnata in sede europea. Noi critichiamo l'intendimento politico, sottolineiamo la pericolosità che questa operazione comporta e indichiamo il pericolo costituito dalla possibile impugnativa in sede europea. Perciò, occorre estendere la normativa ad una platea più ampia di imprese e, nello stesso tempo, correggere gli errori che in essa sono contenuti; errori che inficiano addirittura la solidità della stessa normativa.
Vorremmo sottolineare rapidissimamente anche altre esigenze. Anzitutto, nel momento in cui si dovesse scegliere di abbassare ulteriormente la soglia di accesso a questo tipo di normativa, potremmo anche prevedere (come avviene in molti altri paesi europei) che lo stato di crisi sia chiamato direttamente dall'imprenditore che si trova in una situazione di difficoltà produttiva e finanziaria. Anche nel nostro paese dovremmo sdrammatizzare, attraverso questo tipo di passaggio, la crisi imprenditoriale, per consentire così un percorso che introduca strumentazioni di amministrazione straordinaria in una fase ancora precoce di crisi, non quando le cose sono già giunte all'ultimo stadio (cioè quando in molti casi ormai poco c'è da fare per poter salvare quel patrimonio produttivo). Se riuscissimo ad introdurre questo elemento, inseriremmo un settore di normalità; peraltro è normale che nell'attività imprenditoriale vi possano essere delle operazioni coronate da successo, ma anche delle difficoltà, e questi esiti dovrebbero essere affrontati per tempo, sdrammatizzando - come avviene in altri paesi ma non, purtroppo, nel nostro - l'evento della difficoltà della vicenda imprenditoriale.
La seconda questione che dovrebbe essere valutata con particolare attenzione è quella che riguarda il ruolo, per questo tipo di interventi, delle sezioni specializzate dei tribunali del nostro paese. Non possiamo pensare che, di fronte alla complessità di situazioni produttive e finanziarie quali sono quelle delle imprese, vi sia una conoscenza, una competenza e una preparazione professionale diffusa in tutte le sedi giudiziarie del nostro paese. Andrebbe compiuta una scelta coraggiosa, che peraltro noi rivendichiamo anche in altri campi (per esempio quello della tutela dei risparmi, a cui qualche collega precedentemente ha accennato); avremmo bisogno di avere delle sezioni specializzate in queste materie, in modo da migliorare l'azione che viene svolta dagli organi giurisdizionali su questa materia.
L'ultima questione che vorrei sottolineare è la seguente. Abbiamo bisogno anche di interventi che guardino all'insieme della filiera. Proporrò un esempio per far capire cosa intendo dimostrare.
Questa crisi, a causa dei costi elevatissimi e delle grossissime difficoltà che comporta, travolgerà, e sta travolgendo, molte aziende turistiche del nostro paese, che vengono a pagare un prezzo molto elevato. Hanno dipendenti anche tali aziende; e hanno una dignità di impresa, anche se assai più piccola. Sono coinvolte in questa vicenda difficile - tra l'altro, dalle prime notizie che si apprendono, segnata anche da possibili malversazioni -, ma esse nulla di male hanno fatto: si sono, per così dire, semplicemente fidate di un'impresa innovativa che fino a qualche settimana fa aveva addirittura lasciato intendere di poter partecipare al salvataggio dell'Alitalia dalla crisi. Ebbene, ritengo che, come sede legislativa, dobbiamo intervenire a tutela di questo patrimonio di imprese.
Al riguardo, mi sembrerebbe ad esempio importante introdurre una misura che riuscisse a restituire la liquidità sottratta a queste imprese dallo Stato attraverso la mancata compensazione dei versamenti IVA. Come sapete, si tratta di una norma che limita la compensazione ad un miliardo di vecchie lire; dovremmo prevedere un meccanismo automatico, che consenta a tutte le imprese coinvolte in crisi industriali di rimuovere questo tetto alla compensazioni. In tal modo, infatti, la parte di liquidità che appartiene a tali imprese e che ad esse viene sottratta dallo Stato nel modo indicato verrebbe loro restituita per superare o per contribuire a superare la condizione di difficoltà.
Mi sembra un provvedimento assai importante, che dovrebbe essere assunto al fine di considerare con la giusta attenzione il tessuto produttivo di questo paese, che non è soltanto composto dalla grande impresa che va in crisi ma, altresì, dalle aziende ad essa collegate da rapporti interni al settore della filiera produttiva.
Mi avvio, onorevoli colleghi, alla conclusione del mio intervento. Come avete capito, il mio gruppo di appartenenza assumerà, nei confronti del provvedimento in esame, un atteggiamento, non di opposizione, bensì critico; un atteggiamento che tenda a spostare in avanti ed a migliorare le caratteristiche del provvedimento in esame.
Da tale punto di vista, presenteremo certamente proposte emendative; abbiamo già appreso, però, maggioranza e Governo manterranno, invece, anche se coglieranno aspetti interessanti nelle nostre proposte, un atteggiamento negativo orientato a non recepirle nel corso della discussione. Speriamo, in tal senso, di non illuderci come in altre occasioni abbiamo fatto e speriamo, altresì, che Governo e maggioranza siano celeri nell'avanzare con serietà nella direzione di una riforma; ciò, affinché non venga più proposto al Parlamento del nostro paese di approvare «leggi fotografia»: non è serio, infatti, varare tali provvedimenti ed è assai discriminatorio nei confronti di altre imprese e di altri lavoratori (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Perrotta, che interverrà senz'altro con la sua caratteristica capacità di sintesi... Ne ha facoltà.
ALDO PERROTTA. Sarò brevissimo, anche perché siamo tutti stanchi; peraltro, ho ritenuto di dover intervenire perché mi sono «scocciato» di sentire sempre accuse circa quanto noi non abbiamo operato.
Qualche collega dianzi intervenuto ha tracciato un'analisi bellissima della situazione preindustriale del nostro paese; partendo dal piano Marshall, ha espresso considerazioni interessantissime. Però, Presidente, ha capito male; ci ha, infatti, accusato di aiutare il grande capitale, favorendone gli investimenti nelle autostrade, nei telefoni, nelle assicurazioni, nelle grandi imprese. Ma non possiamo essere accusati di quanto ha operato il centrosinistra: infatti, tutto ciò è stato fatto dall'IRI - ricordo la vicenda della SME e della Cirio quando presidente dell'ente era Prodi -; è, altresì, stato compiuto dal Governo Prodi. Ricordo anche, al riguardo, la vendita delle autostrade, dei telefoni e alle assicurazioni sotto il Governo D'Alema, a prezzi stracciati.
Devo evidenziare anche che stiamo ancora pagando le spese di questi gravi «incidenti» occorsi al centrosinistra: è accaduto, ad esempio, con il caso dell'Alitalia, poiché hanno nominato manager che hanno provocato un deficit di migliaia di miliardi di vecchie lire, e soprattutto adesso, con il caso della società Volare. Vorrei rilevare, allora, che, con il provvedimento in esame, cerchiamo di limitare almeno i danni per quei poveri dipendenti, perché non possono pagare le colpe di chi ha amministrato male Volare.
Vorrei sempre ricordare ai miei colleghi, senza innescare polemiche, che a suo tempo è stato gravissimo rilasciare la licenza di esercizio a tale società, poiché essa non aveva né i requisiti, né le capacità, né le attitudini necessarie, e queste scelte, purtroppo, sono ricadute successivamente sui lavoratori.
Desidero, pertanto, ringraziare il Governo, che ha compiuto una scelta molto intelligente, poiché ha esteso la disciplina della ristrutturazione delle grandi imprese in stato di insolvenza anche alle medie aziende, pur sapendo che, purtroppo, intervenire a sostegno dei posti di lavoro costerà risorse finanziarie.
Concludo il mio intervento auspicando solamente che, al termine di questa serata, sia i dipendenti della società Volare, sia quei lavoratori che, in futuro, dovessero incorrere nelle stesse condizioni possano stare un po' più tranquilli.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
![]() |
![]() |
![]() |