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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto finale sul disegno di legge di bilancio.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Collè. Ne ha facoltà.
IVO COLLÈ. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi...
PRESIDENTE, Onorevoli colleghi, vi prego di lasciar parlare il collega, prestando la dovuta attenzione. Onorevole Collè, prosegua pure.
IVO COLLÈ. L'attuale testo della legge finanziaria in votazione oggi, unitamente al bilancio dello Stato, dall'iter burrascoso e di difficile interpretazione, lascia purtroppo trasparire chiaramente tutto il malessere, l'indecisione e la mancanza di un percorso politico chiaro che invece un Governo ed una maggioranza dovrebbero doverosamente seguire per approvare il principale atto parlamentare dell'anno.
Difficilmente ritroviamo quelle caratteristiche che lo stesso ministro Siniscalco sottolineava, da Bruxelles, qualche giorno
fa: fermezza, solidità e credibilità. La credibilità viene a mancare nel momento in cui si applicano - con fermezza e senza un criterio ponderato - i soliti tagli in termini di risorse agli enti locali, alle province, alle regioni e, di riflesso, ai servizi per i cittadini.
La credibilità non vi è, soprattutto, nei confronti dei comuni, sui quali peserà quasi il 60 per cento di questa manovra finanziaria e che saranno costretti, di conseguenza, ad utilizzare la leva fiscale, per non sopprimere servizi primari necessari. È una legge finanziaria che disconosce nuovamente - e con nostro grande rammarico - le esigenze della montagna e, anzi, cerca di omologare le diverse problematiche presenti, per risolverle con interventi affrettati e generalizzati.
La riduzione del capitolo dedicato al fondo nazionale per la montagna a 31 milioni di euro ne è, forse, un piccolo - ma chiaro - esempio. Vogliamo dunque capire, senza fare mera demagogia politica, perché si debbano ribadire e sottolineare ripetutamente i problemi e i disagi che una parte della popolazione vive quotidianamente nei piccoli comuni montani. Semplice dimenticanza o chiara miopia politica? Preferiamo credere nella prima ipotesi e, quindi, chiediamo con forza che il Governo, vista l'evidente situazione che si è venuta a creare qui alla Camera, proceda ad inserire nel testo che approderà al Senato tutte quelle iniziative volte a mantenere e favorire una decorosa vivibilità sulle nostre montagne. Ne ricordo alcune: veri incentivi a sostegno dell'agricoltura montana, unica e vera salvaguardia del patrimonio paesaggistico; mantenimento di tutti quei servizi pubblici essenziali a garanzia di equità e parità di trattamento per tutti i cittadini; creazione e miglioramento dei collegamenti infrastrutturali necessari per evitare l'isolamento economico e per agire concretamente in un mercato europeo e mondiale.
Proprio riguardo a quest'ultimo aspetto, il ministro delle infrastrutture e dei trasporti, nel recente incontro avuto con i parlamentari della Valle d'Aosta, ha comunicato il proprio impegno per la realizzazione, fra l'altro, di alcune opere infrastrutturali indispensabili per la nostra regione. Mi riferisco ai lavori di miglioramento ed elettrificazione della linea ferroviaria Aosta-Ivrea e della messa in sicurezza del traforo del Gran San Bernardo. Auspichiamo, dunque, che gli impegni presi trovino risposta nel provvedimento collegato alla legge finanziaria che, come annunciato più volte dal Governo, verrà presentato in Senato.
Chiediamo, inoltre, che, come dichiarato dal sottosegretario, senatore Vegas, questa mattina in aula, venga inserita la clausola di salvaguardia a tutela delle regioni e province autonome, così come avviene in ogni legge finanziaria.
Avremmo preferito evitare la presentazione degli emendamenti all'articolo 6 mirati al ripristino di quegli accordi già sanciti da un'intesa tra Stato, regioni e province autonome, che prevedono di concordare il livello della spesa e le misure finanziarie relative. Queste nostre perplessità trovano terreno fertile nelle modalità adottate per l'elaborazione di questo disegno di legge finanziaria, un documento smentito attraverso ripetuti annunci e dichiarazioni esternati al di fuori del legittimo luogo preposto alla discussione di un atto così importante, ossia quest'Assemblea. Modalità talmente criticabili al punto da obbligare l'opposizione stessa al ritiro di tutti i suoi emendamenti, un passaggio negativo per la storia parlamentare.
Questa maggioranza ha ricercato per settimane espedienti molto discutibili per il reperimento di fondi, come, ad esempio, l'apertura indiscriminata di case da gioco in ogni regione, in netto contrasto con il testo unico discusso per mesi e licenziato dall'apposito Comitato ristretto della Commissione attività produttive. Il Governo ha continuato in questo senso...
PRESIDENTE. Onorevole Collè, bisognerebbe che lei si accingesse a concludere.
IVO COLLÈ. Signor Presidente, ancora un minuto e concluderò il mio intervento. Il Governo ha continuato in questo senso,
ricercando soluzioni che poco si conciliano con le richieste dei nostri cittadini. Il taglio dell'IRAP, ad esempio, tuttora difficile da definire, potrebbe essere sostenibile se solo si riuscisse a capire dove si intendono ricercare le risorse finanziarie necessarie per sopperire alle minori entrate.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, viste le considerazioni appena esposte, tenuto conto della situazione delineata dall'attuale documento finanziario, aspettando ed augurandoci al più presto risposte significative e chiare dal Governo, annunciamo il nostro voto contrario (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Minoranze linguistiche, Misto-Socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Prego i colleghi di attenersi ai tempi, perché a me dispiace disturbare quando qualcuno sta concludendo il proprio intervento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Zanella. Ne ha facoltà.
LUANA ZANELLA. Signor Presidente, l'opposizione si è trovata costretta dalla mancanza stessa dell'oggetto del contendere - un disegno di legge finanziaria chiaro e definito negli obiettivi e nelle risorse individuate per conseguirli - a lanciare un vero grido di allarme rispetto all'assurdità di quanto stava accadendo, allo svuotamento di significato, alla vacuità del confronto parlamentare che ha trovato ieri, nella presenza-assenza del ministro Siniscalco qui in aula, un primo esito a dir poco paradossale.
Com'è possibile che un ministro si presenti in aula senza gli elementi fondamentali che possano consentire, non solo all'opposizione, ma anche alla propria maggioranza - direi, addirittura, a se stesso - di procedere in modo sensato e trasparente? Abbiamo ritenuto necessario e doveroso dare un segnale forte ed inequivocabile ai cittadini, prima ancora che al Governo e alla maggioranza, perché la situazione economica, sociale e ambientale del paese è ancora più a rischio, vista l'ignavia e la pervicace irresponsabilità del vostro Governo.
Tutto è stato denunciato con dovizia di dati e di argomentazioni e non solo da noi. Basta consultare i verbali delle tante audizioni svolte dalla Commissione bilancio. I conti dello Stato sono fuori controllo. Il deficit - come ha affermato anche il ministro Siniscalco nella presentazione del DPEF - viaggia oltre il 4,4 per cento e il debito pubblico va verso lo sfondamento del tetto del 110 per cento. La crescita è a livelli bassissimi e non è sostenuta da misure adeguate. Le risorse liberate dall'aumento del deficit e dai bassi interessi sul debito pubblico sono state di fatto dissipate e sprecate.
Malessere, sfiducia e insicurezza serpeggiano nel paese e la crisi attanaglia anche settori fino a poco tempo fa vitali e trainanti. Il Governo assiste inerte perfino alla progressiva regressione economica di quelle aree che erano appena riuscite ad avviare processi di sviluppo economico e occupazionale.
Non ho tempo, signor Presidente, per parlare di quanto state facendo sulla scuola, sull'università, sulla ricerca e sul sistema sanitario e assistenziale. Il sud ritorna ad essere la questione meridionale irrisolta. Che cosa risponderete all'appello di Ciampi?
Avete proposto tagli indiscriminati e alla cieca, ma la nostra preoccupazione è andata aumentando a fronte dell'opacità dei dati, dei tira e molla inesauribili, delle informazioni parziali e contraddittorie e del balletto delle cifre. Con un occhio alle agenzie e l'altro sulle carte, alla fine, ci saremmo accontentati di avere tra le mani non dico l'architettura o le colonne d'Ercole di un documento pienamente definito, ma, almeno, gli aspetti essenziali e di fondo su cui intendete proporre la vostra manovra, indispensabili per un livello accettabile di confronto politico ed istituzionale. È folle, infatti, non essere messi nella condizione di poter ragionare e di poter anche polemizzare su un piano, però, di verità su scelte nitide e leggibili, seppur non condivisibili, facendoci uscire dall'ambiguità, dalla vischiosità e dalla palude in cui ci avete confinato e vi siete confinati.
Volevamo e vogliamo capire, accanto alla manovra taglia spese e aumenta tasse per 24 miliardi - ne mancano sempre 2 che sono rimasti dal decreto taglia spese di luglio - quali siano le vostre proposte per il sostegno alla competitività e di che sostanza è fatta la famosa seconda tranche della riforma fiscale.
Credo che abbiamo il diritto di valutare la tenuta e la portata di questa finanziaria nel suo insieme.
Alla stretta finale, però - imposta da Berlusconi per dare corpo alla «fata morgana» del taglio delle tasse per tutti e subito - il Governo e la coalizione non tengono. C'è stata una caduta spaventosa. È bastata - ha ragione il Vicepresidente Fini - una spallata dell'opposizione, non per far cadere la maggioranza (magari!) ma per far vedere il re nudo. E il dato drammatico è che sarà difficile, per voi, uscire dall'impasse, come abbiamo visto oggi. Sarà impossibile ricorrere ad interventi strutturali anche contingenti senza aprire conflitti sociali, causare profonde ingiustizie, ferite laceranti nel corpo sociale, sconquassi nel tessuto economico del paese.
CESARE RIZZI. Basta (Commenti di deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana)!
LUANA ZANELLA. Non regge il tetto di spesa del 2 per cento, non il taglio di trasferimento agli enti locali, e lo sapete anche voi, lo avete detto in Commissione, siate onesti!
Dal lato delle entrate, le certezze sono altrettanto esili e l'aleatorietà dei dati delle previsioni è altissima. Non tiene la vostra coalizione, che non sa esprimere una leadership, non dico forte e autorevole, ma almeno in grado di fare sintesi e mediazione. Il Governo balla in balia delle spinte contrapposte; basta leggere le agenzie di stampa di oggi, anche quelle delle ultime ore. E l'opposizione non può certo assistere né assecondare questo spettacolo indegno e indecoroso; ha il dovere di esprimersi con forza, rigore ed efficacia, come abbiamo fatto in quest'aula e come abbiamo fatto nel paese.
I Verdi voteranno contro con convinzione e in modo netto, (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Verdi-L'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, porto con piacere a conoscenza dell'Assemblea che è presente nelle tribune una delegazione del gruppo di amicizia Regno Unito - Italia dell'Unione interparlamentare, guidata dall'onorevole Edward Garnier. Li salutiamo e auguriamo loro un buon soggiorno a Roma (Applausi).
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cusumano. Ne ha facoltà.
STEFANO CUSUMANO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, è venuta meno, nel corso del dibattito in Assemblea, la tradizionale apertura sulle leggi finanziarie e sul bilancio dello Stato che ha segnato, nel tempo, il rapporto tra maggioranza e opposizione e, soprattutto, è emersa, in tutta evidenza, la fragilità delle dichiarazioni del ministro Siniscalco, che ha sostanzialmente privato l'Assemblea, e dunque l'opposizione in particolare, dell'atteso emendamento fiscale, il che ha generato non poche tensioni all'interno della maggioranza e ha vanificato le reiterate dichiarazioni del Presidente del Consiglio, il quale sull'abbassamento delle aliquote IRPEF ha concentrato tutte le sue attenzioni e ha messo in gioco la sua credibilità.
È uno scenario davvero preoccupante, all'interno del quale si agitano visioni diverse di politica economica e finanziaria e domina un abbondante pressappochismo, che contrasta con il tecnicismo contabile del ministro Siniscalco costretto, tra l'altro, a mantenere la barra al centro per evitare dannosi deragliamenti rispetto ai vincoli europei.
C'è, in buona sostanza, una non risolta questione relativa all'azione di governo che risente, in tutta evidenza, del giornaliero declino dell'immagine di chi, fino a qualche giorno fa, era il leader indiscusso della coalizione; e ciò rende più difficile l'azione
del Governo, alle prese anche con il problema del riassetto della sua ricomposizione, riesploso in tutta la sua virulenza dopo la bocciatura di Buttiglione come commissario europeo.
È sconfortante vedere considerato il Mezzogiorno terreno residuale fino al punto di portare avanti l'ipotesi di finanziamento del taglio dell'IRAP con le risorse finanziarie destinate al Mezzogiorno. Una vera e propria mostruosità, che conferma la totale disattenzione nei confronti delle aree più deboli del paese a vantaggio di quelle più ricche ed opulente. Si torna, così, ad una sorta di meridionalismo straccione, che spazza via la voglia di intrapresa che nel quinquennio 1996-2001 alimentò, con una nuova visione delle politiche di sviluppo per le regioni meridionali, un organico processo di crescita sorretto dalla fecondità di un'azione legislativa molto articolata che andò, tra l'altro, sotto il nome di contrattazione negoziata.
Noi popolari denunciamo la nostra forte disapprovazione e, soprattutto, la preoccupazione per una manovra riduttiva che non fa altro che frenare lo sviluppo del paese, con conseguenze negative sull'occupazione e sulle condizioni di vita delle classi popolari del meridione. È una manovra, dunque, scialba, svuotata ed inutile per la ripresa del nostro paese. Una vera e propria scatola vuota che non riesce a riempirsi di contenuti credibili, come l'intervento del ministro dell'economia e delle finanze ha confermato, stretto come era tra il dovere delle cifre e dei vincoli e le incursioni di una maggioranza che non riesce a trovare la bussola per consegnare agli italiani un'ipotesi minimale, ma credibile di manovra finanziaria.
Si sa, in buona sostanza, di intervenire ad un appuntamento che, una volta, era denso di valori, di significati, di contenuti, a volte anche di sofferte convergenze, mentre oggi è diventato un rito, per molti versi deprimente.
Pur consapevole di tutto ciò, ho, tuttavia, il dovere di non sottrarmi a qualche riflessione su alcuni aspetti della manovra finanziaria e di bilancio che, a mio parere, reclamano un sentimento di sentita indignazione. Il Mezzogiorno, parte importante della nostra realtà nazionale, non è un peso per il paese, se si provvede a varare provvedimenti che possono fare dello stesso la più grande risorsa nazionale.
L'assenza di una fondata interpretazione della realtà economica, sociale e culturale e la totale incapacità propositiva riducono questa manovra ad un virtuosistico equilibrismo, che avrà sul paese ricadute tutt'altro che virtuose. Aggredendo i fondamenti stessi, i prerequisiti essenziali dello sviluppo, questa manovra riduce a labile castello di carte ciò che ci vorrebbe addirittura presentare come ponte verso la ripresa e verso il futuro. In realtà, erodendo ulteriormente i pilastri del sistema paese, la manovra non può che determinare un'inesorabile implosione. Si dice di costruire la casa degli italiani e, invece, la si trasforma in una palafitta piantata nel bel mezzo di una palude.
Concludo, signor Presidente, ricordando che la recessione economica richiedeva interventi di sostegno strutturale che non sono presenti in questo disegno di legge finanziaria e in questa manovra di bilancio. Si pensa solo a fare cassa, a peggiorare i livelli di protezione sociale e, in campo economico, a fare ben poco per invertire la china discendente.
Resta per noi una montagna di perplessità ed un giudizio fortemente negativo sul documento contabile e, per questa ragione, confermiamo la nostra valutazione contraria (Applausi dei deputati del gruppo Misto-UDEUR-Alleanza Popolare).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Di Gioia. Ne ha facoltà.
LELLO DI GIOIA. Signor Presidente, all'inizio della discussione in Assemblea dei disegni di legge finanziaria e di bilancio avevamo già sostenuto con chiarezza che si trattava di una manovra virtuale, che non dava risposte e che non determinava le condizioni per una riduzione del deficit e del debito dello Stato.
Ieri, abbiamo avuto conferma, con la presenza in aula del ministro Siniscalco, delle nostre convinzioni. Il ministro Siniscalco era stato chiamato in causa dall'opposizione per spiegare a quest'aula, in termini chiari, la sua manovra finanziaria e di bilancio, ma non è stato detto nulla al riguardo, perché, purtroppo, non vi erano le condizioni.
Durante la discussione di questa manovra, abbiamo sostenuto che non vi erano le condizioni per ridurre il debito pubblico e il deficit. E i dati forniti da importanti istituti di ricerca economica testimoniano che, nel prossimo anno, al di là della presente manovra, vi sarà un rapporto deficit-PIL superiore al 3 per cento. Ciò è stato sostenuto con chiarezza anche dal ministro Siniscalco.
Avremo un debito pubblico che si attesterà intorno al 104-106 per cento e la cosa più grave è che, se dovessimo valutare con attenzione il fabbisogno in relazione all'indebitamento, ci accorgeremmo dell'aumento radicale della forbice. Ciò significa di fatto che il Governo di centrosinistra che si insedierà nel 2006 dovrà assumersi grosse responsabilità, in quanto si creerà un notevole buco di bilancio.
Ritengo si debba riflettere attentamente sulla manovra presentata dal Governo al Parlamento. Si tratta di una manovra che, come dicevo, non determinerà le condizioni necessarie per la crescita del paese. I dati tendenziali saranno di poco superiori all'1 per cento e ciò evidenzia come tale manovra sia sbagliata, in quanto non si sono voluti affrontare con grande responsabilità i nodi strutturali del nostro paese.
Non è possibile pensare di tagliare indiscriminatamente le spese di tutti i settori; invece, lo avete fatto, creando un meccanismo di recessione. Infatti, la situazione che si sta determinando è drammatica in tutti i settori della nostra economia.
Prima della discussione, ci avevate detto che avreste portato all'attenzione di questa Assemblea un documento sulla competitività, ci avevate detto che avreste presentato un documento sulla riduzione delle tasse, per costruire il rilancio economico attraverso la domanda interna, cioè attraverso i consumi. Tuttavia, ciò non si è verificato, anzi, durante l'esame del presente provvedimento, avete tentato - come, del resto, siete abituati a fare - una discussione non di merito sui diversi problemi, nonostante il centrosinistra avesse presentato emendamenti per migliorare questa manovra e, quindi, per fornire un minimo di respiro all'economia e alla competitività del nostro paese.
I dati macroeconomici sono sicuramente importanti in ordine a quanto sta accadendo nell'intero globo, ma sono negativi per il nostro paese in quanto, di fatto, si registra una situazione di evidente recessione. E certamente la presente manovra, formata per i due terzi da una tantum e non da entrate certe, non sarà in grado di determinare la riduzione del rapporto deficit-PIL preventivata dalla nota al DPEF al 2,7 per cento.
Se i dati tendenziali - come affermato dall'onorevole Visco - sono del 5,1 per cento, si verificheranno situazioni di grande drammaticità. Cosa avete pensato di realizzare con questa manovra? Per rilanciare la competitività, occorre promuovere lo sviluppo della ricerca, della formazione professionale, della scuola e del lavoro. Ebbene, in questi settori avete ritenuto opportuno operare tagli. Così è avvenuto per la scuola, per la ricerca, per la sanità e per gli enti locali. Lo abbiamo detto con forza e chiarezza. Tutti i giornali di oggi riportano che i sindaci, i presidenti di provincia e quelli di regione contestano con forza una manovra che mette in grave difficoltà gli enti locali. Infatti, essi non saranno in grado di garantire i servizi minimi ai cittadini da loro amministrati.
Avete tagliato risorse in materia ambientale. Come pensate di poter intervenire e mettere riparo ad un clima oggi cambiato? Mi riferisco, in particolare, ai colleghi del nord e della Lega: sul vostro territorio qualche giorno fa si sono verificati gravi dissesti idrogeologici. Come pensate di risolvere i problemi di riassetto
del territorio, se avete operato tagli anche in quel settore, togliendo risorse al risanamento idrogeologico?
Come pensate di garantire sviluppo con le opere infrastrutturali, in tutta Italia, ma in particolare nel Mezzogiorno? Non si tratta di un Mezzogiorno «piagnone», presente in quest'aula a chiedere provvidenze o assistenzialismo. Lo ha affermato con chiarezza il Presidente della Repubblica: il problema del Mezzogiorno deve essere nazionale, non solo del sud. Il Mezzogiorno ha necessità di infrastrutture, di porti, di aeroporti, di ferrovie, di autostrade. Ha necessità che sia rilanciato quello sviluppo economico che era stato avviato dal Governo di centrosinistra. Oggi, purtroppo, non c'è più sviluppo e basta esaminare le tabelle per rendersi conto che avete tagliato risorse per le strade, le autostrade, le ferrovie, i porti e gli aeroporti. Quale sviluppo pensate di favorire nelle aree del Mezzogiorno d'Italia? Queste zone sono o no un problema nazionale?
Credo che dovrete farvi carico di tale politica, perché nel 2001 avete vinto le elezioni soprattutto al sud. Ma i cittadini di queste zone guardano con grande attenzione al vostro disinteresse nei loro confronti. Inoltre, basta guardare quanto avete introdotto con l'emendamento relativo al decreto n. 56...! Anche in questo caso sono venute al pettine le vostre furberie, perché all'interno del vostro Governo è presente una forza schierata contro il Mezzogiorno d'Italia.
Noi siamo profondamente convinti di essere nel giusto e di trovarci di fronte ad una manovra virtuale. Inoltre, siamo convinti di dover dar voce ai cittadini italiani, perché grazie a loro andremo sicuramente al Governo e potremo risolvere i problemi della popolazione (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-socialisti democratici italiani, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e Misto-Verdi-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Sgobio. Ne ha facoltà.
COSIMO GIUSEPPE SGOBIO. Signor Presidente, chiaramente la componente dei Comunisti italiani del gruppo Misto voterà contro un bilancio che, in effetti, tiene conto di una legge finanziaria inesistente, come abbiamo già detto. Lo faremo non senza aver dato atto che il provvedimento, sul quale si è così inutilmente discusso in questi giorni, ha avuto almeno un merito. Infatti, esso ha messo in evidenza - se mai ve ne fosse stato ulteriore bisogno - le divisioni profonde esistenti all'interno della maggioranza.
Si tratta di una maggioranza che ha consegnato a questa Assemblea una finanziaria-civetta, che è servita esclusivamente a saggiare le posizioni interne alla maggioranza stessa e ad impegnare la Camera in un'inutile discussione, mentre quella vera si consumava e si continua a consumare in altre stanze e in altri ambienti. Tale finanziaria ha tuttavia avuto il merito di mettere in evidenza e di portare alla luce quanto l'autorevolezza del Presidente del Consiglio sia calata in questo frangente. Il Presidente del Consiglio non solo non governa più il paese, ma non riesce neppure a governare più la sua stessa maggioranza, che è allo sbando e ha prodotto un documento economico e finanziario che non dice alcunché di nuovo, non perché non dica nulla, ma perché ciò che dice è negativo.
Si tratta di un documento che, per quel che può valere, ci dice che questa maggioranza approverà comunque una manovra di tenore liberista, che lascerà fare al mercato quello che può senza alcuna programmazione, senza alcun investimento a sostegno dell'economia del paese e senza alcuna risorsa da spendere per incoraggiare l'occupazione e, in particolare, l'occupazione di qualità.
Tale linea economica farà pagare, ancora una volta, i costi delle scelte di questa maggioranza ai ceti più poveri e meno abbienti del nostro paese, e colpirà quei settori che più di altri avrebbero avuto bisogno di sostegno. Mi riferisco alla scuola, ai tagli notevoli a carico degli enti
locali e a quanto sarà più difficile, per chi vive di stipendio, arrivare alla fatidica fine del mese.
Si tratta dunque di una legge finanziaria che, ancora una volta, guarda alla parte privilegiata del paese. Ciò accade già ora, con questo testo incompleto e fasullo, e accadrà ancora di più se i propositi di cui si parla in questi giorni e le discussioni che impegnano la maggioranza, in altre istanze e in altre stanze, saranno effettivamente concretizzati. Mi chiedo da dove verranno sottratte le risorse per finanziare, ad esempio, la riduzione dell'Irap, e da dove verranno fuori le risorse per finanziare la riduzione dell'Irpef, che ormai non fa più dormire il Cavaliere e che turba i suoi sogni, a maggior ragione nel momento in cui i sondaggi evidenziano un ulteriore calo per la Casa delle cosiddette libertà.
Tale legge finanziaria, quindi, non potrà che essere peggiorata, perché a fronte di coloro i quali risparmierebbero 762 mila euro, chi vive di stipendio riceverebbe soltanto il contentino di 38 euro. Tali dati non sono di natura comunista, ma di tutt'altro segno. Questa, purtroppo, è la realtà. Dico purtroppo, in quanto essa dovrà essere sopportata dall'intero popolo italiano e dall'intero paese.
La legge finanziaria che avremmo voluto avrebbe dovuto avere come obiettivo la soluzione dei problemi economici che attanagliano il paese, nonché l'obiettivo di mettere l'Italia nella condizione di reagire al meglio alla situazione economica oggi esistente nel mondo. Una legge finanziaria che potesse dare effettivamente sostegno ad un'impresa che voglia investire nei settori pregnanti dello sviluppo, che investa nel Mezzogiorno, che dia lì il segno del rinnovamento, che dia risposte alle richieste di progresso e soprattutto di lavoro delle popolazioni meridionali. Una legge finanziaria che avesse come obiettivo quello di destinare risorse per l'occupazione di qualità, così come era stato fatto con le riforme del centrosinistra, tanto deprecate dal centrodestra. Infatti, è vero, qualcuno ha detto che la flessibilità fu introdotta dal centrosinistra nel sistema del mercato del lavoro. Può essere vero, ma è altrettanto vero che i Governi di centrosinistra, all'epoca, nelle loro previsioni, fecero sì che ci fossero risorse per l'occupazione di qualità. Vi era una possibilità di mercato flessibile del lavoro, ma era altrettanto vero che quei governi lo contrastarono nel segno di dare maggiore convenienza all'occupazione di qualità con incentivi fiscali ed economici. Manca una visione complessiva del paese. Si tratta di una legge finanziaria che guarda solo alcuni specifici interessi e che ignora ciò di cui l'Italia avrebbe oggi bisogno.
Un altro merito, se vogliamo, questa legge finanziaria lo ha avuto. Dopo tre anni di conflittualità quasi esasperata tra le forze sociali di questo paese, ebbene, la legge finanziaria varata dal Governo Berlusconi per il 2005 mette tutti d'accordo. Guarda caso, dopo anni, si trovano d'accordo tutte le organizzazioni sociali ed economiche del paese, dalla Confindustria alla CGIL, tutte: Confartigianato, CNA, Confesercenti; tutti d'accordo nel dire che è una legge finanziaria che non serve al paese e che non guarda all'interesse complessivo del nostro mondo. Indubbiamente, un merito grande, che però non può ottenere il nostro voto favorevole. Il voto dei comunisti italiani sarà contrario perché di ben altro segno avremmo voluto che fosse questa manovra economica.
Tra l'altro, quello che stiamo vivendo è uno dei momenti più tragici della realtà italiana, perché uno dei problemi veri che emerge in questo frangente è come la maggioranza, anche con la discussione sulla legge finanziaria, tenti di fatto di scaricare le proprie contraddizioni sul tessuto democratico del paese. Non è per caso che, mentre si sviluppava il dibattito sulla legge finanziaria, da un lato, l'onorevole Bondi pensava ad un sistema elettorale capace di favorire il centrodestra: (di favorire il centrodestra, non la democrazia del paese, non la partecipazione, non la rappresentanza!), e, dall'altra parte, il Presidente del Consiglio dei ministri Berlusconi in qualche modo minacciava che questa potrebbe essere l'ultima volta che il Parlamento, discute la legge
finanziaria, tentando così di sottrarre alla discussione del Parlamento il documento economico principale del nostro paese. Fino alla gaffe del Vicepresidente del Consiglio Fini di ieri sera, perché - consentitemelo -, quando egli ha parlato di Aventino, più che scongiurarlo pensava fermamente di provocare un nuovo Aventino. A Fini, diciamo adesso, come abbiamo detto la sera scorsa, non ci saranno «Aventini» in questo caso.
Noi continueremo la nostra battaglia contro questa legge finanziaria e contro l'indirizzo economico liberista del Governo in quest'aula, tutte le volte che ce ne sarà data la possibilità, e soprattutto nel paese...
PRESIDENTE. Nei tempi previsti dal regolamento!
COSIMO GIUSEPPE SGOBIO. Signor Presidente, ho concluso.
Continueremo la nostra battaglia soprattutto nel paese, a partire dalla grande giornata di lotta indetta dalle confederazioni sindacali unitarie per il 30 novembre; faremo ciò, quindi, a partire dallo sciopero generale: una ulteriore ragione per votare contro un provvedimento come questo (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Comunisti italiani, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e Misto-Verdi-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Russo Spena. Ne ha facoltà.
GIOVANNI RUSSO SPENA. Il gruppo di Rifondazione comunista esprimerà un voto contrario alla manovra economica del Governo. Non si tratta affatto di una manovra vuota, come è stato sottolineato negli interventi odierni. È, invece, una manovra che delinea, a mio avviso, un organico, anche se incompleto, disegno liberista; è una stangata quantitativamente e qualitativamente molto onerosa, che compie un'operazione ingente di redistribuzione dei redditi dal basso verso l'alto, togliendo ai poveri per dare ai ricchi. È una manovra che assume misure odiose nei confronti della sanità, della scuola; è una manovra che strangola gli enti e le comunità locali e che, insieme, è fortemente recessiva, deprimendo la domanda.
Credo che le opposizioni abbiano compiuto un atto di grande dignità politica facendo saltare ieri l'ipocrita messa in scena governativa. È un atto anche di democrazia costituzionale, di difesa della dignità stessa del Parlamento, che non può ridursi ad essere un'inerte protesi, una proiezione passiva di un Governo allo sbando e di una maggioranza che è come un campo di Agramante, in cui tutti litigano furiosamente con tutti, eludendo i nodi reali dello scontro.
Ritengo, invece, che questo gesto parlamentare debba anche essere proiettato immediatamente nel futuro; esso tende, infatti, a saldare opposizione sociale e politica, intensificando l'azione di mobilitazione sociale e qualificando programmaticamente l'opposizione al Governo. Viviamo, infatti, in un contesto di grande interesse, un prodromo di un mutamento di fase sul piano sociale. Manifestazioni dei precari, uno sciopero stupendo, ampio della scuola, un'iniziativa continua del movimento ambientalista, pacifista, «altermondialista»: ci stiamo preparando allo sciopero generale e alla mobilitazione dell'11 dicembre, giornata della manifestazione nazionale di tutte le opposizioni contro la politica economica del Governo. Essa assumerà, a questo punto, una dimensione inedita, un significato politico preciso: accelerare la caduta del Governo e l'alternativa politica.
Mi sembra, infatti, che due elementi concorrano a ciò. Il primo: questa legge finanziaria è la metafora del berlusconismo e del suo declino, che è strutturale, è di blocco sociale. È convincente la descrizione del professor Luciano Gallino (certamente non un bolscevico): il berlusconismo è il riflesso di speranze mal risposte e mal collocate. L'arricchimento facile, il sottrarsi alla legalità, il convincimento che le leggi si possano aggirare e disattendere, perché poi comunque arriverà un condono: Berlusconi lascerà macerie. Credo che, per il dopo Berlusconi, si possa parlare
del bisogno (conclude il professore) di una vera e propria ricostruzione morale nel nostro paese.
Questo declino ci parla di una società che si è rimessa al lavoro sul territorio facendo irruzione in questa crisi; è una società che contrasta lo smantellamento dello Stato sociale e la mercificazione dei beni comuni, che si oppone all'attacco a salari, stipendi e pensioni, che si oppone ad un lavoro sempre più precarizzato che, in quanto tale, precarizza anche la vita e il futuro ed, infine, è contro un lavoro discontinuo, che va e viene, che è nomade, che è fattore di insicurezza e di paura sociale.
Emerge, allora, una critica politica vasta e nuova, anzi, la ricerca di un nuovo spazio pubblico, che interroga soprattutto noi, forze politiche di opposizione, che allude alla necessità ed alla possibilità di decisi avanzamenti programmatici.
Essa ci dice che la stessa ripresa dello sviluppo passa necessariamente attraverso il parametro della produttività sociale, cioè attraverso una grande operazione di redistribuzione del reddito dall'alto verso il basso, attraverso una ripubblicizzazione del sistema industriale, come anche dell'acqua, della sanità, della scuola, della formazione; un intervento pubblico rinnovato, socializzato, teso a costruire una competitività del paese, anche nel Mezzogiorno, fondata sullo sviluppo autocentrato, sull'innovazione tecnologica, su filiere produttive che nascano intorno alla qualità del prodotto, su distretti fondati sulle cooperazioni regionali.
Certo, occorre lavorare - lo dico anche alle parlamentari e ai parlamentari del centrosinistra - ad una forte discontinuità per progettare questo; non si può attendere Godot...! È possibile, dentro la crisi della globalizzazione liberista, innescare processi, certo difficili ma necessari, di fuoriuscita dal liberismo.
La situazione di recessione, infatti, non richiede una stretta iniqua sulle spese sociali come fa la legge finanziaria, ma una politica fiscale aggressiva in senso espansivo, che punti a rilanciare un intervento pubblico qualificato su entrambi i fronti: il sostegno alla domanda e il potenziamento dell'offerta.
La strada da noi proposta è, nell'essenziale, una concezione non burocratica e centralistica, ma socializzata, di una nuova programmazione economica, di una nuova pianificazione territoriale, fondata su forti meccanismi partecipativi e decisionali delle collettività locali, degli enti territoriali, delle nuove municipalità: una grande novità che questa legge finanziaria tende ad abbattere e che costituisce invece un tessuto democratico di estremo interesse. Grazie, soprattutto, alla capacità propositiva dei movimenti, dei sindacati, dell'associazionismo, abbiamo potuto, come opposizioni, impostare in quest'aula una rinnovata paziente ricerca unitaria su programmi, anche su emendamenti, su segmenti di una politica economica alternativa.
Voglio ricordare che, su argomenti che ci stanno particolarmente a cuore (mi riferisco all'innalzamento del minimo di pensione, del salario sociale, all'intervento programmato nel Mezzogiorno; mi riferisco ad una riflessione seria ed autocritica intorno a liberalizzazioni e privatizzazioni come quelle relative al settore dell'acqua), siamo riusciti a votare insieme. Spero che da questi voti comuni, certamente non scontati, frutto della capacità di costruire luoghi di confronto maggiormente definiti tra le opposizioni possa nascere sul serio un avanzamento di progettualità e di programma comune.
Certo, c'è ancora tanto lavoro da fare; non siamo che all'inizio del lavoro di avanzamento programmatico fra tutte le opposizioni; ma intanto, ricordiamolo una volta tanto, abbiamo inchiodato la maggioranza al suo fallimento e da qui dobbiamo ripartire perché un'altra politica economica è certamente possibile e necessaria (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista e Misto-Comunisti italiani)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Duilio. Ne ha facoltà.
LINO DUILIO. Signor presidente, onorevoli colleghi, signori rappresentanti del Governo, è con qualche imbarazzo, misto a rammarico, che mi accingo, a nome del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo, a svolgere questa dichiarazione di voto sul disegno di legge di bilancio.
Il nostro è un imbarazzo, e un rammarico, dettato dalla convinzione che si è persa una buona occasione per offrire al paese, in un momento di grave difficoltà, l'immagine di un Parlamento in grado di fronteggiare la situazione di crisi che rischia di pregiudicare il futuro dell'Italia. La responsabilità di questa incresciosa situazione è interamente da ricercare, a nostro parere, nella persistente volontà del Governo e della maggioranza di anteporre le ragioni della propaganda politica a quelle reclamate dalla reale condizione della nostra economia.
È bene ricordarlo sin dall'inizio: qualunque operazione di risanamento della finanza pubblica e di auspicabile rilancio dell'economia deve scontare il presupposto di rispettare la verità dei fatti, perché il camuffamento degli stessi produce inevitabilmente la vendetta dei numeri e l'ulteriore peggioramento della situazione.
La presentazione del DPEF, nel luglio scorso, pur sottoposto al Parlamento in tempi ritardati che non hanno consentito una adeguata discussione, ci era parsa come una inversione di tendenza rispetto a tre anni dissennati di gestione della finanza pubblica.
Con onestà intellettuale avevamo riconosciuto il merito, per quanto di merito si possa trattare quando si dice la verità, di presentare finalmente agli italiani la situazione reale dei conti pubblici.
Pur ritenendo ardito il tentativo, ci eravamo, dunque, predisposti a valutare con attenzione la cosiddetta missione impossibile di risanamento della finanza pubblica e di rilancio dell'economia. Sin da allora, peraltro, avevamo manifestato tutte le nostre perplessità sulla possibilità di ridisegnare la curva delle aliquote fiscali così come segnalato nello stesso Documento di programmazione economico-finanziaria.
Sulla base di queste premesse - e sotto gli occhi vigili di una Commissione europea tornata a guardarci come un osservato speciale - ci siamo trovati, in queste settimane, ad esaminare un disegno di legge finanziaria assolutamente fragile, ben lontano dal documento che avremmo sperato di leggere dal punto di vista della solidità della struttura e, all'opposto, privo di una reale copertura in quanto del tutto precario sia sul versante delle spese che su quello delle entrate e, peraltro, assolutamente carente sul piano della dovuta organicità, perché mancante così della parte fiscale come della parte relativa alle misure di rilancio economico del paese. Ci siamo trovati ad esaminare un disegno di legge finanziaria che ha portato ad approvare una Nota di variazioni ed un bilancio che - come dire? - abbiamo accettato con qualche riserva, nel senso che verificheremo in Commissione bilancio anche le affermazioni che abbiamo ascoltato, avendo notato - non so se si sia trattato di una pura coincidenza - che alla votazione non hanno partecipato né il presidente della Commissione né il relatore in Commissione bilancio né la relatrice al bilancio stesso (non vorrei che questa circostanza fosse evocativa di una qualche perplessità anche dei colleghi della maggioranza relativamente all'esattezza dei numeri che sono stati presentati dal sottosegretario e che, come ho preannunciato, ci riserviamo di verificare più puntualmente).
Tornando alla manovra, la consistenza risibile del provvedimento, che fa presagire, peraltro, una manovra correttiva nella prossima primavera (il ministro l'ha esclusa, ma vedremo: il tempo è galantuomo), unitamente alla confusione, sovrana in quanto a linee direttrici di fondo, sono da interpretare, a nostro parere, come una mancanza di rispetto nei riguardi del Parlamento, costretto ad un esercizio di voto su centinaia di articoli ed emendamenti, un esercizio privo di ogni possibile intelligenza della direzione di marcia intrapresa dal Governo e, dunque, inidoneo a produrre qualsivoglia posizione strategica da parte della stessa opposizione.
Nel disegno di legge finanziaria per il 2005 non emerge - come abbiamo sottolineato - alcuna idea di paese: non emerge sul piano delle spese da contenere; non emerge sul piano delle entrate da assicurare; non emerge sul piano delle politiche da attivare sia sul versante economico che su quello sociale. Non emerge sul versante delle spese perché l'importazione, peraltro frettolosa ed improbabile, del cosiddetto metodo Gordon Brown non ha nemmeno scontato un'analisi seria della performance della spesa corrente nei primi tre anni di governo del centrodestra, la quale ha evidenziato una crescita quantitativa di un punto e mezzo percentuale del PIL.
Per dirla con il professor Brunetta, che non milita certo nel centrosinistra, «Il cosiddetto metodo Gordon Brown così genericamente formulato non serve assolutamente a nulla. Bisognava adottare il "zero-budget"» - chiedo venia per l'errore di italiano, che non è mio - «crescita zero per tutti i comparti di spesa, con eccezioni in meno e in più. In meno dove si spende male o troppo» - dice il professor Brunetta - «in più per i comparti virtuosi o meritevoli di risorse. Alla fine, nel complesso, si sarebbe giunti al 2 per cento, ovvero all'invarianza reale della spesa. Ma con intelligenza» - ribadisce il professore - «come faceva Piero Giarda ai tempi dei governi del centrosinistra».
Trascurando il seguito dell'intervista, che aggiunge giudizi non proprio positivi, per esprimersi con un eufemismo, sul Ministero dell'economia e delle finanze e sulla Ragioneria generale dello Stato, mi limito ad osservare che una disamina puntuale della dinamica di crescita della spesa avrebbe potuto e dovuto implicare un'assunzione di responsabilità chiara e trasparente sulle misure da adottare, dunque sui sacrifici da richiedere al paese e, in conclusione, sulle scelte politiche da fare, con la conseguente possibilità di un serio confronto con noi dell'opposizione sull'idea di paese, appunto, di cui il centrodestra ritiene di essere interprete.
Niente di tutto questo è avvenuto. Nessun coraggio delle scelte. Un'idea di paese non emerge nemmeno sul versante delle entrate. Ci preme osservare preliminarmente che le stesse appaiono quanto meno aleatorie, sia per quel che attiene alla revisione degli studi di settore sia per quanto concerne le dismissioni immobiliari, le quali, secondo il già ministro Tremonti, intervistato qualche giorno fa dal Corriere della sera, produrrebbero entrate largamente inesistenti, non senza arrecare gravi danni all'immagine dello Stato, se risulta veritiera l'intenzione del Governo, di cui sente parlare, di mettere sul mercato i beni strumentali della pubblica amministrazione, ministeri compresi (qualcuno sostiene che girava una lista nella quale era inserito addirittura Palazzo Chigi), compromettendo gravemente l'autonomia degli enti, contravvenendo per alcuni di essi a precise norme di legge e ledendo l'immagine della integrità dello Stato agli occhi dei cittadini.
Al di là di queste osservazioni più tecniche, il capitolo delle entrate risulta criticabile anche e soprattutto perché non prefigura alcuna strategia organica con assunzione esplicita di responsabilità in materia di distribuzione del reddito tra le diverse categorie reddituali del paese. L'unico elemento che traspare dall'annunziata riforma fiscale - che rimane un mistero per la Camera dei deputati - consiste in un procurato vantaggio per i ceti più abbienti del paese, il che per noi dell'opposizione realizzerebbe il paradosso, non sorprendente, che il Governo di centrodestra ha conquistato la maggioranza dei voti con il contributo elettorale dei poveri per fare l'interesse dei ricchi.
Da ultimo, ma non ultimo, ricordo che la manovra disegnata dalla legge finanziaria non fa trasparire alcuna idea di paese nemmeno per quanto riguarda il metodo di coinvolgimento delle parti sociali più significative del paese. La vostra superficialità ha fatto persino dimenticare che, dinanzi alla gravissima difficoltà rappresentata da un'inflazione galoppante che falcidiava il potere d'acquisto dei redditi fissi e deprimeva la capacità di domanda aggregata del paese, in tempi non lontanissimi, fu proprio il metodo del coinvolgimento reale delle parti sociali a far
uscire il paese dalle secche in cui rischiava di arenarsi. La grave crisi di sviluppo dell'economia che il paese sta attraversando, in uno scenario globalizzato che lo porta a competere con paesi sempre più agguerriti in termini di competitività, più giovani in quanto a struttura media per età della popolazione, più dinamici in termini di governo dei processi di crescita e di controllo della finanza pubblica, dovrebbe indurre a lanciare una grande sfida al sistema paese anche grazie ad un effettivo coinvolgimento delle sue parti sociali più significative, oltre che ad una valorizzazione del ruolo degli enti territoriali, esattamente l'opposto di quanto contenuto in questo disegno di legge finanziaria, e ad un reale sostegno delle aree più deboli, a partire dal Mezzogiorno, come peraltro autorevolmente richiamato dal Presidente della Repubblica in questi giorni.
Signor Presidente, sul piano del metodo niente di tutto questo sta avvenendo sotto i nostri occhi, anzi, la mancanza di corresponsabilizzazione dei mondi vitali del paese comincia a produrre i suoi effetti deleteri con un sentimento di sfiducia che si va diffondendo, del quale è indizio la protesta che coinvolge aree sociali e produttive sempre più consistenti, in un crescendo che si preannuncia e che occorre governare con urgenza attraverso un'inversione di tendenza delle politiche che si stanno adottando, pena un ulteriore aggravamento della situazione.
Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, dopo la cosiddetta operazione trasparenza del DPEF, questa manovra finanziaria risulta assolutamente inadeguata rispetto alle reali esigenze del paese, frutto di mediazioni tra parti che sembrano più interessate al successo di partito che a quello del paese; essa ci appare (e credo di non essere enfatico) raffazzonata, confusa, amputata, iniqua e, alla fine, pericolosa. A nostro parere, questo disegno di legge finanziaria non contiene verità e non produce speranza. Per queste ragioni, esprimeremo un convinto voto contrario (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, di Rifondazione comunista e Misto-socialisti democratici italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Agostini. Ne ha facoltà.
MAURO AGOSTINI. Signor Presidente, credo che a conclusione di questa ingloriosa prima fase dell'esame della legge finanziaria non resti che andare alla sostanza politica di quanto è successo in queste settimane. Emerge ormai un punto con chiarezza assoluta di fronte al Parlamento e di fronte al paese: siamo in presenza di un Governo e di una maggioranza allo sbando, privi di guida e privi di direzione di marcia. Non c'è una linea, non c'è un'idea; qual è la strada che volete seguire? Qual è la manovra? Qual è l'idea che avete dell'economia? Dove volete portarla? Come volete intervenire? Non riuscite a fare una diagnosi sullo stato dei conti pubblici e sullo stato dell'economia né tanto meno ad abbozzare una terapia.
È solo la Babele delle lingue. Basta guardare i giornali di oggi: la Moratti che si ribella, Miccichè, Calderoli... E non c'è una forzatura polemica da parte nostra su questi punti, qui c'è un nodo tutto politico. Ha ragione Fini (l'ha detto ieri, in qualche modo). Nel corso dell'esame di questa legge finanziaria siete stati sull'orlo delle dimissioni, fino ad arrivare allo spettacolo indecoroso, che si è consumato qui dentro ieri pomeriggio. Un ministro della Repubblica, il ministro Siniscalco, chiamato dal Parlamento per dare informazioni nel pieno dell'esame della legge di bilancio e della legge finanziaria, se n'è uscito dicendo sul punto che era in discussione ieri che la questione era in via di definizione, dopo un mese e mezzo che discutiamo! Non so se Siniscalco ieri ha parlato da tecnico o da politico, questa è una distinzione però che esiste solo nel nostro paese. In tutti i paesi del mondo i ministri sono investiti di una responsabilità politica, e i ministri si dividono in ministri competenti e ministri incompetenti, in ministri che sanno dialogare ed interloquire con le loro
strutture, che si assumono quindi anche le responsabilità politiche delle scelte, e in ministri che non sanno farlo. Non esistono altre categorie! Ma non vorrei nemmeno troppo prendermela con Siniscalco, perché il povero Siniscalco è solo lo specchio della crisi di questa maggioranza. Ognuno vuole mettere una sua bandierina sulla manovra: o sull'IRAP o sul Mezzogiorno o sugli assegni familiari qualcuno ha da dire qualcosa. Ma la coperta è quella! Non c'è una visione e soprattutto c'è una divisione profonda, reale, all'interno della maggioranza, non occasionale.
State raccogliendo insomma i frutti perversi delle politiche che avete messo in atto in questi anni. Il bilancio è fuori controllo, l'economia non cresce, il paese oggi è sulle gambe, l'Italia è al palo. Avete un buco nei conti pubblici nei confronti del quale non sapete minimamente dare una risposta. Ventiquattro miliardi è la manovra prevista nella finanziaria, al netto - come abbiamo detto molte volte nel dibattito - sia della credibilità dei tagli di spese sia della credibilità di poste di entrata.
Poi c'è tutta la partita del decreto-legge n. 168 del 2004, poi c'è il Fondo monetario - ieri Siniscalco si è dimenticato di citare questo aspetto - che vi dice che se volete stare nel 3 per cento per il 2005 dovete fare una manovra aggiuntiva dello 0,40 per cento del PIL (quindi qualcosa come 5,5 o 5,6 miliardi di euro); 3,6 miliardi sarebbero la copertura della manovra per il 2005, quella riferita all'IRAP e a quant'altro (che ancora non riusciamo a conoscere), 7,5 miliardi dovrebbero essere quelli di copertura per il 2006 sull'insieme della cosiddetta manovra fiscale.
Oltre a questi fatti, che sono allarmanti di per sé, emerge che voi non avete più una idea di questo paese, non avete più un'idea di futuro. Voi nel 2000, nel passaggio 2000-2001, foste bravi, bisogna riconoscerlo: siete riusciti allora ad interpretare un'esigenza che vi era in Italia, che era quella di una crescita più forte dopo il risanamento dell'euro; oggi siete invece completamente nel pallone. Arrivate a definire un buon risultato una crescita nel 2004 dell'1,2 per cento; niente a fronte della Francia e della Spagna, che invece crescono ad un ritmo doppio del nostro.
Non avete più nemmeno la grande via di uscita di una crisi economica internazionale per giustificarvi, come avete sempre sostenuto in questi anni: tutt'altro! L'economia mondiale, infatti, non cresceva ai ritmi attuali da diciotto anni a questa parte; in questo momento, l'economia del pianeta si trova addirittura in una fase di espansione, e crescono indistintamente sia gli Stati Uniti sia l'Estremo Oriente, sia la parte fondamentale dell'Europa, sia l'America latina.
Bisognerebbe adottare, come dicevo, un altro approccio. Infatti, occorrerebbe affrontare lucidamente i problemi che oggi abbiamo di fronte: quelli di un'economia che non cresce, la cui produttività declina ormai da tempo, e dell'impoverimento delle fasce medie della popolazione, a causa delle scelte che avete compiuto in questi tre anni e mezzo.
Voi, invece, state scaricando sul paese le vostre contraddizioni e la vostra incapacità. Qual è il centro dell'intervento che state proponendo? Qual è punto focale della vostra manovra economico-finanziaria: le imprese, le famiglie o le imprese e le famiglie insieme? Cosa fate per la ricerca e la scuola? Il blocco delle assunzioni nella scuola e nell'università che state determinando segnerà la messa in ginocchio di tali strutture della ricerca e dell'insegnamento!
Per quanto concerne la tanto annunciata riduzione della pressione fiscale, vorrei dire che vogliamo accettare a viso aperto anche il confronto su tale tema. Ad ascoltare Berlusconi, la riduzione fiscale per i ricchi dovrebbe rimettere in moto l'economia: è questo il senso delle sue affermazioni nelle ultime settimane.
Per la verità, vorrei osservare che, nella teoria economica, non vi è traccia di tale impostazione; nell'evidenza empirica, invece, si è registrato addirittura l'opposto. Infatti, laddove si sono sperimentate tali politiche, si sono creati enormi deficit in bilanci assai più solidi di quelli italiani e si è successivamente determinata una gigantesca
redistribuzione di reddito a vantaggio delle fasce più abbienti della popolazione: i ricchi più ricchi, i poveri più poveri!
Vorrei preannunciare che anche noi presenteremo una proposta in tal senso; oggi non sussistono le condizioni per imboccare tale strada, tuttavia, qualora vi fossero, vi diremo comunque come occorrerebbe intervenire, senza compiere lo scempio che vi state accingendo a realizzare!
Oggi è il tempo di declinare insieme equità ed efficienza, poiché equità ed efficienza rappresentano due facce della stessa medaglia. Non è possibile far ripartire l'economia italiana, infatti, se non mettendo in campo provvedimenti che vadano nella direzione di risolvere il problema dell'impoverimento delle fasce basse e medie della popolazione. Vorrei rilevare che oggi l'Italia, per la prima volta, conosce la figura del lavoratore povero, che non esisteva né in Europa, né nel nostro paese.
Concludendo il mio intervento, signor Presidente, vorrei ribadire che, se voi andaste con lo sguardo indietro ai mesi scorsi e a questo ultimo anno, vedreste come il piano della vostra politica non si è minimamente incontrato, e non si è mai incrociato, con i veri problemi del paese. Si stanno ormai parlando due lingue diverse: la vostra lingua e quella delle esigenze dell'Italia. Il Presidente Berlusconi lo definirebbe il «teatrino della politica»!
Non voglio richiamare il «contratto con gli italiani», tuttavia desidero citare solamente qualche lancio di agenzia di stampa. Il 24 gennaio del 2004 Berlusconi ha affermato: porteremo a termine la riduzione delle tasse. Il 30 marzo ha dichiarato: la riduzione delle tasse o non mi ripresento; Silvio Berlusconi garantisce agli italiani le due aliquote del 23 e del 33 per cento.
MAURO AGOSTINI. Il 6 aprile ha affermato, a Porta a porta: penso di ridurre le tasse portando prossimamente un provvedimento in Consiglio dei ministri. Il 12 giugno ha dichiarato: dal gennaio del 2005 gli italiani pagheranno meno tasse (intervista a Il Giornale). Il 1o luglio ha detto: o si abbassano le tasse o tutti a casa (e credo che si tratti di una prospettiva molto vicina)!
Il 14 luglio, Silvio Berlusconi ha affermato al Senato: riduzione delle tasse per un punto di PIL. Il 3 ottobre (e siamo ai giorni nostri), dopo che era stato presentato il disegno di legge finanziaria, ha dichiarato: il calo delle tasse resta la priorità per il Governo (lettera inviata al Corriere della Sera). Il 22 giugno, Berlusconi ha sostenuto: l'emendamento Leone presentato in Commissione bilancio è la nostra proposta. Il 14 ottobre ha dichiarato, dopo l'incontro con il Presidente della Camera dei deputati Casini: tempi rapidi per il provvedimento di riduzione delle tasse.
Questi sono stati gli annunci. Nella realtà, vi è stato tutt'altro. Il decreto legislativo n. 168 del luglio scorso aumenta la tassazione sulle assicurazioni e l'IRAP sulle fondazioni bancarie; aumenta le accise sulle sigarette; aumenta dal 10 al 20 per cento i moltiplicatori che si applicano alla rendita catastale; aumenta, anche di otto volte, l'imposta sostitutiva sui mutui immobiliari; vi è inoltre un rincaro generalizzato delle imposte di bollo, tra le quali emerge l'aumento dei bolli su tutti gli atti giudiziari.
Ciò è quello che avete fatto. Per così dire, de jure condendo, vi è ancora ciò che dovrebbe succedere per coprire le spese di cui parlavamo in precedenza. Abbiamo fatto un rapido calcolo: se imponete tutte le tasse, come avete affermato di voler fare, per le coperture, vi sono dieci miliardi di tasse in più, a fronte di una riduzione di 2,6 o 2,7 miliardi che proponete per il 2005. (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo e di Rifondazione comunista).
Questi sono i fatti. Devo continuare? La tariffa sui rifiuti; l'aumento dal 3 al 10 per cento delle ritenute sulle vincite al
gioco del Lotto; le accise sui tabacchi; il bollo per gli atti giudiziari; l'incremento parziale dell'ICI sulle rivalutazioni degli estimi catastali; e, poi, per le coperture del 2005, l'aumento ulteriore delle accise sui tabacchi (un miliardo di euro); l'aumento automatico delle imposte di bollo, di registro e delle tasse di concessione (ossia i conti correnti): vorrei che ciò fosse chiaro in termini di incremento dei costi dei servizi.
La politica dell'inganno, insomma, ha le gambe corte. Il fallimento di tutta una politica economica e del berlusconismo sta in questi dati e in queste cifre. Ciò mi ricorda - consentitemi un richiamo cinematografico - un film uscito nelle sale italiane qualche anno fa, The Truman Show, in cui un giovane era inserito in un contesto di piena finzione mediatica. Egli, per una lunga fase, è inconsapevole, poi si rende conto ed acquisisce una certa consapevolezza. Dopo tale scoperta, sta inizialmente al gioco. Ad un certo punto, comprende che bisogna rompere gli indugi: prende il mare - ciò che aveva sempre rifiutato di fare - e l'autore della realtà virtuale in cui si trova inizia a far crescere le onde (se vogliamo uscire dalla metafora, quest'ultima figura è Berlusconi, che indica agli italiani il pericolo del comunismo: le onde che crescono, per cercare di difendere l'indifendibile). Dicevo, prende il mare ed arriva, alla fine, resistendo alle onde che pure mettono in discussione la sua stessa sopravvivenza e il suo stesso futuro - non vorrei che quest'ultima fosse una metafora dell'economia del paese - e toccando pareti in cartongesso, e dimostra che si trattava di una finzione; da ultimo, apre una porta, il che farà saltare tutto il gioco. Gli elettori italiani non sono ancora arrivati ad aprire quella porta, ma essa sarà certamente aperta in una data precisa: le elezioni politiche della primavera del 2006. Allora, la finzione terminerà e torneranno i problemi dell'economia italiana, assieme, però, ad una classe dirigente ed a coloro che sanno dare una risposta non mediatica, non inventata, ma di sviluppo e di crescita alle aspettative delle fasce medie e basse della popolazione e all'insieme della nostra economia e del nostro paese (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo, di Rifondazione comunista, Misto-Comunisti italiani e Misto-Verdi-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Antonio Leone. Ne ha facoltà.
ANTONIO LEONE. Signor Presidente, premesso che ho apprezzato la citazione del collega Agostini in materia cinematografica, debbo dire che, nonostante le elucubrazioni mentali degli oratori che mi hanno preceduto, la Casa delle libertà voterà a favore del provvedimento alla nostra attenzione (Applausi ironici dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
La legge finanziaria per il 2005 s'inserisce in una situazione economica difficile, soprattutto per l'Europa continentale (che fa registrare una crescita più bassa rispetto alle aree economiche più dinamiche degli Stati Uniti e dell'Asia orientale).
L'Italia, con un'economia fortemente collegata a quella degli altri paesi europei, non poteva differenziarsi dai modesti trend di crescita continentali. In ogni caso, sia pure in misura moderata, siamo di fronte ad un miglioramento del tasso di crescita e, soprattutto, ad una reale salvaguardia degli equilibri della finanza pubblica.
Il nostro paese è riuscito a mantenere il deficit statale al di sotto del limite massimo del 3 per cento, mentre altri paesi, quali la Francia e la Germania, hanno largamente superato tale limite massimo.
Crediamo di poter affermare con ragionevole certezza che, anche alla fine di quest'anno ed in quello a venire, tale limite sarà rispettato, smentendo, ancora una volta, i tanti profeti di sventura che allignano nelle file del centrosinistra e che, già in passato, avevano erroneamente previsto che non saremmo riusciti a rispettare i limiti del Trattato di Maastricht.
Non ometto di ricordare che il disegno di legge finanziaria per il 2005 è stato giudicato positivamente in sede europea e dal Fondo monetario internazionale, atteso il virtuosismo della tanto vituperata regola del 2 per cento che - voglio ribadirlo - non costituisce, come afferma il centrosinistra, un taglio, bensì un contenimento della dinamica della spesa.
In questo contesto, la sinistra deve, una volta per tutte, decidere - e farlo sapere agli italiani - se vuole rigore finanziario o un aumento indiscriminato della spesa, ritenendo noi la stessa sinistra iscritta al partito della spesa pubblica e la meno indicata a tirare fuori una strumentale e demagogica morale sul rigore finanziario, vista la sua comprovata corresponsabilità nella devastazione del bilancio pubblico perpetrata negli anni Settanta ed Ottanta.
È vero: alcune anomalie nella vicenda di cui ci stiamo occupando vi sono state, il che deve necessariamente indurci ad una serie di riflessioni. Se non ho capito male, il presidente Violante ha, in pratica, sostenuto che la scelta di ritirare tutti gli emendamenti è derivata dal fatto che la legge finanziaria sarebbe priva di reali contenuti ed ha lamentato la mancanza di risposte puntuali da parte del ministro dell'economia e delle finanze sulla questione di maggior rilievo che agita il confronto, dentro e fuori le aule parlamentari, nell'opinione pubblica e nelle categorie economico-produttive: la riduzione delle tasse. Ma questo lo sapevano tutti, noi e voi.
Tale dato non mi sembra, però, sufficiente a giustificare un gesto così grave sul piano istituzionale, come il ritiro delle proposte emendative dell'opposizione. Sono, invece, evidenti le ragioni, tutte politiche, legate alla necessità di incalzare il Governo e all'occasione da non perdere per uno spettacolare colpo di scena. Ma abbandonare il testo del disegno di legge finanziaria a se stesso appare del tutto irragionevole. I colleghi dell'opposizione sanno bene - specialmente quelli che fanno parte della Commissione bilancio - che la maggioranza non è indisponibile ad un confronto sulle questioni concrete che sono state sino ad ora discusse. Il lavoro della Commissione bilancio, prima, e quello svolto in Assemblea, poi - colgo l'occasione per ringraziare il collega Guido Crosetto e tutti, indistintamente, i membri della Commissione bilancio per il lavoro svolto (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza Nazionale) - , hanno ampiamente dimostrato che, su specifici temi, è possibile trovare soluzioni migliorative, che in una certa misura si avvalgono di proposte provenienti dall'opposizione che sono state parzialmente condivise.
Valga per tutti l'esempio dei temi relativi al patto di stabilità interna. Si tratta di argomenti che sulla stampa non ricevono la stessa attenzione e che non sembrano avere agli occhi delle opposizioni la stessa valenza dell'attuazione del secondo modulo della riforma fiscale. Per chi si occupa veramente di problemi concreti, per chi conosce la situazione reale sul territorio non sono certo temi di poco conto.
È, pertanto, apparsa incomprensibile la scelta delle opposizioni, che avrebbero dovuto, invece, difendere le prerogative parlamentari, proseguendo il lavoro di responsabile ricerca di soluzioni praticabili e sostenibili sul piano finanziario. La conseguenza della scelta delle opposizioni è stata quella di dover decidere di accelerare la conclusione dei lavori della Camera, rinunziando a tutto il lavoro svolto assieme - e sottolineo assieme - in Commissione bilancio. Ciò è ancora più pregnante e paradossale in quanto, ad onor del vero, in questa sessione finanziaria da parte del Governo non vi è stata alcuna forzatura a dispetto del confronto e della ricerca di soluzioni migliorative. È bene ricordare, infatti, che quest'anno il Governo ha concentrato nel disegno di legge finanziaria la manovra correttiva, accogliendo una specifica indicazione contenuta nella risoluzione di approvazione del documento di programmazione economico-finanziaria.
Da tutto ciò discendono necessariamente, sul piano istituzionale, alcune considerazioni sul ruolo del Parlamento, sui
rapporti tra Governo e Parlamento, sulla riforma della legge finanziaria e sull'abbraccio che deve esserci, una volte per tutte, tra la politica dei sistemi e quella reale che viene svolta in questo Parlamento.
Il centrosinistra, sin dagli anni passati, ha sempre adottato la tecnica del «tanto peggio, tanto meglio». È andata avanti come un carro armato su numerosissimi provvedimenti e, guarda caso, anche sulle leggi finanziarie scorse. Chi non ricorda quella del 1996, approvata in fretta e furia, approfittando del disimpegno dell'allora opposizione legato ad una legittima richiesta di stralcio di alcune deleghe surrettiziamente inserite in quella legge finanziaria? Avemmo un prodotto di questa natura, una legge finanziaria approvata in due giorni, tra il 15 e il 16 novembre, in prima lettura, da questa Camera e in due ore, il 22 dicembre. Chi ha dimenticato ciò che ha compiuto il centrosinistra a dispetto delle istituzioni e delle opposizioni (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza Nazionale)? Noi non ne abbiamo approfittato: non l'abbiamo fatto per il nostro alto senso di responsabilità e di rispetto delle istituzioni.
È vero: sarà il Senato ad essere in prima linea, un Senato dove c'è una maggioranza e, grazie a Dio, ci dovrebbe essere anche un'opposizione.
Come vedete, cari colleghi delle opposizioni, c'è una differenza sostanziale tra noi e voi, e questa differenza si chiama rispetto. Ebbene sì! Ai giochi e ai giochini, alle trappoline e ai colpi di teatro, noi anteponiamo il rispetto, quello che voi non avete per le istituzioni e che noi abbiamo per una qualsiasi maggioranza che non sia la vostra. Per questo, con sofferta decisione, abbiamo deciso di ritirare i nostri emendamenti.
Noi non ne abbiamo approfittato e non ne approfitteremo mai, ma questo vostro duraturo e non condivisibile vuoto di esercizio ci legittima a pensare che oramai non avete più rispetto neanche per le aspettative degli italiani (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza Nazionale).
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto finale.
DANIELA GARNERO SANTANCHÈ, Relatore. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DANIELA GARNERO SANTANCHÈ, Relatore. Molto brevemente voglio esprimere, in qualità di relatore, il rammarico per questa repentina conclusione della prima lettura dei documenti di bilancio alla Camera. Gli effetti si sono visti anche nelle difficoltà che abbiamo riscontrato sulla composizione di alcuni grandi addendi contenuti nella Nota di variazioni e, quindi, nei ritardi che abbiamo dovuto imporre a quest'Assemblea.
L'ampio lavoro compiuto dalla Commissione è rimasto, in buona parte, senza sbocco e, per questo, come relatore sul disegno di legge di bilancio, devo esprimere una certa delusione. La Commissione bilancio e il relatore Crosetto, sia in sede referente, sia nel Comitato dei nove, avevano svolto un'approfondita istruttoria che ci aveva consentito di risolvere alcune questioni che, a questo punto, sono inopinatamente affidate alle valutazioni del Senato.
Molti problemi emersi anche in quest'ultimo scorcio di lavori hanno richiamato l'attenzione di noi tutti sulla necessità di un più accurato esame del disegno di legge di bilancio, che consenta di verificare la natura di diverse poste di spesa e di misurare l'effettiva capacità di spesa delle amministrazioni rispetto alle risorse stanziate.
Faccio notare che, anche in occasione di alcune modifiche apportate dalla Commissione, si è verificato che esistono margini non irrilevanti di riduzione della spesa proprio nelle pieghe del bilancio. Risulta perciò evidente la necessità di continuare a lavorare in corso d'anno per approfondire il tema dell'andamento della spesa e
della composizione, soprattutto, della spesa pubblica, come abbiamo cominciato, nei mesi scorsi, a fare in Commissione. Anche a seguito dei chiarimenti che, oggi, ci ha fornito il sottosegretario Vegas, questa esigenza appare particolarmente urgente per il trattamento delle cosiddette eccedenze di spesa. Ricordo che il Parlamento introdusse la disposizione di cui alla lettera i-quater), cui ha fatto riferimento il Governo, allo scopo di garantire la massima trasparenza agli oneri eccedenti rispetto alle previsioni di spesa. Non vorrei e non vorremmo che il Governo usasse tale procedura in termini che risulterebbero contraddire l'obiettivo che la norma intendeva conseguire. In ogni caso, nell'ambito della Commissione bilancio e del comitato per il monitoraggio della spesa pubblica dovremo approfondire attentamente il tema e verificare i tipi di posta che vengono regolati in base a questa procedura (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza Nazionale, di Forza Italia e della Lega Nord Federazione Padana).
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