Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 540 del 5/11/2004
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(Repliche dei relatori e del Governo - A.C. 5310-bis e 5311)

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore sul disegno di legge n. 5311, onorevole Garnero Santanché.

DANIELA GARNERO SANTANCHÈ, Relatore sul disegno di legge n. 5311. Signor Presidente, ringrazio tutti i colleghi intervenuti per il contributo che hanno fornito alla discussione sulle linee generali.
Con riferimento specifico ai profili che riguardano il disegno di legge di bilancio, rilevo che dalle considerazioni svolte ho tratto la convinzione che l'opportunità, da me prospettata all'inizio dei lavori, di un più accurato esame del bilancio non è soltanto largamente condivisa, ma assume le caratteristiche di una vera e propria necessità.


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Non ha senso, infatti, che il Parlamento si lamenti, come avviene sempre più spesso, per una sua presunta marginalizzazione e contesti al Governo la carenza di informazione e di dati puntuali sui profili che attengono alla finanza pubblica, quando, invece, è lo stesso Parlamento che rinuncia a svolgere un'analisi accurata sui documenti sottoposti al suo esame.
Il caso del disegno di legge di bilancio è veramente esemplare a tale riguardo. In sostanza, negli scorsi anni il Parlamento non ha mai effettuato una puntuale ricognizione sull'entità delle risorse iscritte a bilancio e sul loro utilizzo, ma si è accontentato sempre di apportare limitate correzioni al testo del Governo.
Con la manovra posta in essere dal Governo per l'anno 2005, si è finalmente posta al centro dell'attenzione del Parlamento e, più in generale, dell'opinione pubblica l'esigenza di una verifica minuziosa dei margini di intervento sugli stanziamenti iscritti a bilancio. Voglio ricordare ai colleghi che, anche negli anni in cui più consistente è stata l'entità della manovra correttiva posta in essere dai governi, a prescindere dalle loro maggioranze, l'ammontare delle risorse che si sono movimentate sia in termini di maggiori entrate sia in termini di riduzione delle spese costituiva una parte piccolissima dell'importo complessivo delle risorse che vengono gestite dallo Stato.
Per essere più chiara, le manovre che attualmente vengono poste in essere sono ben poca cosa rispetto agli importi iscritti nel bilancio dello Stato.
Se partiamo da questo dato di fatto, non mi sembra velleitario pretendere, come i relatori stanno facendo in questi giorni, che il Governo chiarisca in base a quali elementi ed a quali criteri viene predisposto il bilancio a legislazione vigente.
Sbaglierò, ma la mia impressione è che il Governo - parlo di tutti i governi - proceda senza logiche inerziali, senza effettuare alcuna reale verifica delle effettive necessità delle diverse amministrazioni e delle loro capacità di spesa, tant'è che, ogni anno, immancabilmente ci rammarichiamo del fatto che nuovi ingenti residui si formano, mentre, per quanto riguarda la qualità dei servizi resi ai cittadini ed alle imprese da parte dell'amministrazione pubblica, non risultano significativi miglioramenti. Se è vero che il tendenziale viene stabilito sulla base di questa logica - o sarebbe forse meglio dire in assenza di una logica -, mi sembra doveroso fare il possibile perché si cambi l'approccio.
È evidente che non possiamo pretendere di mutare improvvisamente abitudini consolidate, il che imporrebbe anche al Parlamento di definire le leggi di spesa in base a programmi, in modo da verificare, soprattutto in corso di attuazione, i risultati ottenuti.
Anche una relatrice volenterosa e forse ambiziosa come me non pretende di introdurre innovazioni decisamente impraticabili, almeno per quanto riguarda il breve periodo. Ciò nonostante, non possiamo ancora continuare ad ignorare il problema - che riguarda sia l'opposizione sia la maggioranza -, a meno che non si vogliano ridurre i margini di intervento della politica economica nei limiti asfittici dell'1 o del 2 per cento del PIL, e quindi di una misura di poco superiore della spesa pubblica.
Allora, se siamo d'accordo su questa premessa, che a me pare di notevole rilievo politico, dobbiamo essere congruenti e misurare la nostra capacità di proporre soluzioni alternative in materia di politica economica non soltanto sulle diverse proposte di interventi di spesa a sostegno di questa o di quella categoria, ma soprattutto sulla capacità di individuare le voci di spesa da tagliare.
Ho molto apprezzato l'indicazione fornita dal Presidente della Camera quando, nel confermare le valutazioni di inammissibilità pronunciate dal presidente della Commissione bilancio, onorevole Giorgetti, ha affermato che la diversità delle posizioni specifiche non sta nella ricerca di valide finalità di spesa, ma piuttosto e soprattutto nella scelta degli interessi da sacrificare al posto di quelli che invece si intende promuovere.


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Credo che questo sia il passaggio ineludibile sul quale dobbiamo misurarci, non soltanto perché gli spazi di crescita della spesa si sono ridotti per i più stringenti vincoli derivanti dall'appartenenza all'Unione monetaria, ma anche e soprattutto per il fatto che il volume raggiunto dalla spesa pubblica è talmente elevato che si deve fare tutto il possibile per ricondurlo entro dimensioni tollerabili.
Ciò significa che dobbiamo affrontare il problema dei fattori che determinano la crescita della spesa, chiarendo quanta parte della stessa sia davvero riconducibile a fattori legislativi e quanta parte derivi da comportamenti poco virtuosi delle amministrazioni. Ritengo esistano spazi consistenti di ridimensionamento della spesa iscritta a bilancio, senza intaccare i diritti dei cittadini e la qualità dei servizi che noi tutti dobbiamo rendere alla comunità.
A questo proposito, vorrei capire perché tutti i colleghi dell'opposizione si lamentano del taglio dei trasferimenti alla spesa pubblica e agli enti territoriali, evidenziando come tali tagli non debbano intaccare gli asili, le mense, i servizi per gli anziani. Come mai, allora, nessuno si è preoccupato di eliminare le sponsorizzazioni degli enti territoriali presenti sulle magliette dei giocatori di calcio di serie A e di serie B? Come mai nessuno si preoccupa del fatto che il denaro pubblico viene dissipato in questa maniera?
Chiedo dunque al relatore Crosetto di proporre un emendamento che metta fine allo spreco del denaro pubblico. E mi auguro che, con riferimento a ciò, l'opposizione non si comporti come ha fatto in Commissione bilancio quando abbiamo chiesto di ridurre le spese per le auto blu. Infatti, quando proponiamo soluzioni per diminuire la spesa pubblica su aspetti che non intaccano i diritti dei cittadini, dovrebbe esservi una coesione totale. Mi auguro che su questo emendamento l'opposizione stia dalla nostra parte, per mettere finalmente termine a quanto vediamo ogni domenica in televisione.
Insieme, dobbiamo individuare le risorse nelle pieghe del bilancio, per destinarle a finalità più meritorie, che possono essere, a seconda delle esigenze dell'opinione pubblica, la riduzione della pressione fiscale o benefici più consistenti per le categorie svantaggiate. Intanto, questo Governo ha compiuto il primo passo. La Commissione, acquisiti i chiarimenti ritenuti necessari sulla portata dell'intervento correttivo e sugli andamenti della spesa (noto come regola del 2 per cento) ha inteso fare la sua parte, prevedendo ulteriori e più stringenti vincoli per alcune categorie di spesa.
Come ho già accennato prima, faccio riferimento alle cosiddette auto blu. Come ha ricordato con la sua consueta e apprezzabile ironia l'onorevole Michele Ventura, mi sono dedicata con particolare impegno a questo tema. Ma faccio, inoltre, riferimento alle spese per le consulenze.
Ovviamente, non sono Alice nel paese delle meraviglie e non mi illudo che, intervenendo su queste due voci di spesa, possiamo risanare la finanza pubblica o assicurare la copertura per la manovra di riduzione delle imposte. Piuttosto, ho voluto, insieme al collega Crosetto, individuare due tipologie di spesa che, a mio giudizio, possono essere sacrificate. Certo, i tagli indicati scontenteranno alcuni, o addirittura molti, vista la generosità con la quale gli enti territoriali concedono le consulenze.
Signor Presidente, in conclusione, si tratta comunque di un passo avanti, che mi auguro non venga messo in discussione nel prosieguo dell'esame parlamentare del bilancio. Attendo suggerimenti dai colleghi, soprattutto da quelli dell'opposizione, per verificare quali altre voci di spesa, tra quelle che non derivano interamente da norme legislative e non presentano carattere chiaramente obbligatorio, possono essere drasticamente ridotte, senza danneggiare mai - e per nessun motivo - i servizi che questo Parlamento e questo Governo devono assicurare alla comunità (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza Nazionale, di Forza Italia e della Lega Nord Federazione Padana).


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PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore sul disegno di legge n. 5310-bis, onorevole Crosetto.

GUIDO CROSETTO, Relatore sul disegno di legge n. 5310-bis. Signor Presidente, sarò breve perché ritengo che il commento finale alla discussione sulle linee generali spetti innanzitutto al Governo, che ha ricevuto sollecitazioni sia da parte dei relatori sia da parte dell'opposizione.
In sintesi, si è delineata una situazione, emersa da tutti gli interventi: lo stato dei conti pubblici italiani merita attenzione. Eppure, nonostante questa premessa di per sé banale, ho sentito negli interventi dei colleghi dell'opposizione critiche al metodo con cui il Governo ha deciso di affrontare questo problema. Siamo tutti d'accordo nell'affermare che la spesa pubblica, ovvero il dato tendenziale di crescita, sia insostenibile. Tuttavia, la parola «insostenibile» va applicata in concreto: lo Stato non è in grado di sostenere l'aumento di spesa pubblica che esiste a legislazione vigente. Di questo prendiamo atto, forse in modo più violento, perché dobbiamo rispettare un impegno non più interno, bensì esterno, come quello derivante dai parametri di Maastricht. Ogni anno, quindi, qualcuno ci richiama al rispetto di questo vincolo.
La soluzione che il Governo ha deciso di adottare per far rispettare questo patto esterno, contratto dal nostro paese con l'Europa, è stata quella del tetto di spesa al 2 per cento. Questa è solo una delle soluzioni, non l'unica possibile. Probabilmente ce ne saranno altre, ma non le ho viste emergere in questo dibattito. Invece, durante il dibattito in quest'aula e in Commissione sono state avanzate giuste rivendicazioni, che qualunque parlamentare o gruppo di maggioranza potrebbe sottoscrivere. Ovvero, rivendicazioni sul fatto che in questa legge finanziaria gli enti locali probabilmente sono stati sacrificati, oppure che i ministeri hanno subìto dei tagli, oppure che esistono domande provenienti dalla società cui finora non siamo riusciti a rispondere.
Ciò è accaduto per carenza finanziaria, non per mancanza di attenzione nei confronti dei problemi. Ritengo, come ha suggerito l'onorevole Santanchè e come vado ripetendo da tre anni, che debba cambiare il modo in cui in questo paese è stata costruita la spesa pubblica ed è stata data risposta ai problemi del paese stesso.
Quest'anno abbiamo intaccato un tabù, a dire il vero, a mio avviso, in modo superficiale, con il blocco della spesa al 2 per cento. Dopo tre anni di mandato parlamentare - un periodo breve - ho tratto l'impressione che il bilancio dello Stato e la legge finanziaria siano provvedimenti molto burocratici, poco politici e per nulla costruiti sugli obiettivi da raggiungere. Probabilmente, il crinale difficile sul quale ci si sta muovendo e la scommessa di questo Governo e dei futuri governi, quali che siano, sono costituiti dalla possibilità di trasformare qualcosa che per inerzia si è formato in modo esclusivamente burocratico in qualcosa che si concretizzi per obiettivi. La scelta politica, infatti, sarà sugli obiettivi, e le diversità si misureranno su di essi.
Ora non è così, e ne prendo atto ascoltando gli echi che provengono da Genova - la sua città, Presidente Biondi! - dove è in corso l'assemblea dell'ANCI. Alcuni colleghi - li definisco tali, perché sono ancora un amministratore locale - di fronte alla necessità di ripartire, forse in modo non equo e non comprensibile perché non sufficientemente spiegato, le difficoltà del nostro paese anche sulle spalle degli enti locali, manifestano soltanto chiusure. Mi stupisce che tali chiusure vi siano anche su questioni che considero banali - sono un vecchio amministratore di campagna - come il fatto che non si deve intervenire sugli handicappati e sugli asili nido. Tuttavia, sulle consulenze si può intervenire (ma non può certamente intervenire il sindaco di un comune di 800 abitanti). Mi dedicherò nei prossimi mesi, concluso l'esame del disegno di legge finanziaria, allo studio dei bilanci degli enti locali maggiori e dei ministeri, al fine di accertare l'entità delle somme attribuite per le consulenze.


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Ho fornito un dato impreciso - e sono stato giustamente richiamato dall'onorevole Pennacchi, di cui apprezzo l'intelligenza e la cultura e accetto dunque i rimproveri - sul numero di auto blu su cui si potrebbe incidere: ho affermato in Commissione che si tratta di 175 mila, l'onorevole Pennacchi afferma che sono 50 mila. Poniamo anche che siano 30 mila: quando cerchiamo di finalizzare la spesa pubblica all'efficienza e al servizio ai cittadini, mi chiedo, quand'anche fossero 30 mila, cosa se ne fa il cittadino. E se tali auto blu costassero anche soltanto 20 milioni annui, si tratterebbe di una cifra che in questo momento lo Stato non può permettersi. Da ciò discende il tentativo di incidere su tale aspetto. Si tratta di una proposta banale, che è stata riportata dalla stampa ma alla quale non avrei dato importanza, in quanto non è questo che determina la politica e le scelte del Governo; è soltanto una pietra lanciata in uno stagno.
Se anche ciò viene messo in discussione, in questo paese non vi è la possibilità di incidere sulla situazione. Dobbiamo avere il coraggio - e la legge finanziaria in esame in parte lo ha, anche se non fino in fondo - di spiegare ai cittadini la nostra situazione. Il dato più preoccupante emerso nel corso delle audizioni in Commissione è stato quello fornito dalla Corte dei conti: essa ci ha spiegato che la spesa per il personale della pubblica amministrazione è aumentata negli ultimi tre anni di 22 miliardi di euro, a fronte di un aumento della spesa sanitaria, nello stesso periodo, di 18 miliardi. Si tratta complessivamente di 40 miliardi di euro, e stiamo discutendo, da un mese a questa parte, di una riduzione fiscale di 6 miliardi di euro e di un intervento sull'IRAP di due miliardi di euro. Sono questi i dati preoccupanti emersi dall'audizione, che costituiscono un campanello d'allarme per quanto concerne la spesa pubblica.
Ha ragione l'onorevole Santanchè, le risorse ci sono e vanno reperite in questo settore. È un lavoro da compiere perché non è di tipo politico e si scontra con una burocrazia che rappresenta il freno maggiore alla possibilità di incidere realmente nelle spese di questo Stato.
Sono sempre più convinto che la politica, in realtà, al di là del fatto di esprimersi sui giornali, non abbia reali capacità di incidenza nelle spese dello Stato; questa reale capacità la possiede la burocrazia. E se un passaggio culturale andrà compiuto nei prossimi anni sarà quello di riassegnare alla politica il potere di incidere in un terreno dove, lo dico da interno, si incide troppo poco.
Allora la scommessa di questa finanziaria (che lascia un po' tutti con l'amaro in bocca, per le esigenze che sono emerse e che l'aula in qualche modo dovrà cercare ancora di interpretare) rappresenta l'inizio di un percorso che non finirà quest'anno e dovrà proseguire nei prossimi anni. È un percorso di risanamento, di crescita del nostro paese ma soprattutto di finalizzazione per obiettivi della spesa pubblica. Penso che, l'ho già sottolineato in Commissione, piuttosto che continuare ad imprecare contro le tenebre sia meglio iniziare ad accendere un cerino. Sarà poco, ma un po' di luce la fa (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e della Lega Nord Federazione Padana).

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il rappresentante del Governo, sottosegretario Vegas.

GIUSEPPE VEGAS, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, onorevoli colleghi, desidero anzitutto ringraziare i numerosi intervenuti in questo dibattito. Ma, permettetemi di essere molto franco, gli interventi dei colleghi dell'opposizione (quelli degli esponenti della maggioranza sono mancati e quindi presumo che da parte loro vi sia piena adesione alla linea del Governo) hanno peccato di un leggero contrasto con il principio di non contraddizione. In sostanza, abbiamo ascoltato alcuni sostenere - è il leit motiv emerso in queste due giornate - che questo Governo non rispetterebbe i parametri europei, non sarebbe


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attento agli andamenti di finanza pubblica e, contemporaneamente, quelle stesse persone che ci hanno rivolto tali critiche hanno richiesto maggiori spese per i diversi singoli settori. Credo sia difficile conciliare questi due obiettivi opposti.
Una possibilità sarebbe non rispettare i parametri europei, ma questo risulterebbe difficile da avvalorare, considerando sia i risultati conseguiti negli ultimi anni da questo Governo sia che, a differenza degli altri grandi paesi europei, siamo riusciti a restare sempre nell'ambito di tali parametri. Quando sono sopraggiunti dei problemi siamo intervenuti tempestivamente, come nel mese di luglio scorso.
Le prospettive per il prossimo anno sono buone e sotto tale profilo non vi sono rischi. D'altra parte, mi rendo conto che i bisogni sono infiniti, ma aumentare ulteriormente la spesa andrebbe proprio contro l'obiettivo del mantenimento del rispetto dei parametri europei. Mi permetto quindi di invitare i colleghi ad evitare questo tipo di contraddizione, perché così certamente non si riesce a risolvere i problemi e sicuramente non si migliora la qualità dell'intervento pubblico nell'economia.
Vorrei definire sinteticamente l'operazione compiuta in questa finanziaria, come ricordato poco fa dal relatore. Ricordo che si tratta di un'operazione che, apparentemente, sembra di basso profilo, ma in realtà, sotto l'aspetto logico, rappresenta una grande innovazione. Banalizzando potremmo dire che questa, in sostanza, è una finanziaria da economia domestica: abbiamo introdotto quei principi di buon senso che a volte sembravano sfuggiti alla finanza pubblica. È lo stesso buonsenso del padre di famiglia che si limita a ragionare in termini di entrate nelle casse familiari e di spese. In tal modo, quindi, non si ragiona per saldi: il problema, infatti, è di far quadrare il bilancio mese per mese o anno per anno.
Allora anche questa finanziaria supera, per certi aspetti, la logica dei saldi; questo era un metodo di ragionamento che forse aveva senso al momento della costruzione della moneta unica europea, ma che non regge alla prova della logica. Perché il saldo, cioè la differenza tra entrate e spese, ha un valore molto diverso se il livello delle spese complessive si avvicina al totale del prodotto interno lordo oppure se il livello delle spese complessive rappresenta una percentuale infima dello stesso, il 10, 20 o 30 per cento.
Quel saldo ha un valore completamente diverso, non è un bene assoluto ma relativo; allora per dare una costanza di valore assoluto non si poteva far altro che fare riferimento al totale della spesa, che è ciò che cerca di realizzare questa legge finanziaria, pur con difficoltà applicative.
Mi rendo conto, infatti, anche di quanto ha detto la relatrice Santanchè relativamente a certe collosità, che ancora esistono nel sistema dei bilanci pubblici, a certi meccanismi, come quello del bilancio cosiddetto «a base zero», zero base budgeting, che sono già codificati nella legge sulla contabilità dello Stato, ma che non sono ancora del tutto reali in questo paese (anche perché la base di calcolo dello zero base è molto limitata, tolte tutte le spese obbligatorie). Mi rendo conto che è un processo che richiederà un po' di tempo, ma era indispensabile in qualche modo fissare dei target quantitativi alla crescita della spesa.
In sostanza, quello che cerca di fare questo bilancio è in qualche modo di interpretare, attuandoli e migliorandoli, i criteri del parametro del patto di stabilità e di crescita: dare un valore non più neutro, come era prima, sotto il profilo dei saldi, ma anche un valore e una connotazione positiva ad un obiettivo rispetto al quale i saldi risultano funzionali. Si adotta, sostanzialmente, il sistema del tetto alla crescita della spesa, che va unito (e questo è anche il valore della manovra finanziaria, che forse non sarà ancora completa oggi come oggi, ma che si completerà presto e che già contiene comunque un nucleo duro molto forte) e che si unisce ad un altro princìpio fortemente innovativo rispetto al passato: quello di considerare non esclusivamente i valori del bilancio dello Stato, che è una parte


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limitata rispetto al complesso della pubblica amministrazione, al complesso della pubblica amministrazione.
Ciò perché il parametro sul quale noi rispondiamo all'Unione europea è quello dell'indebitamento del fabbisogno della pubblica amministrazione, quindi qualcosa di più ampio rispetto al bilancio. Applicare allora la regola del 2 per cento non solo al bilancio dello Stato, ma anche alla pubblica amministrazione significherebbe cercare di perseguire finalmente gli obiettivi europei con gli strumenti a disposizione; e dunque per certi aspetti, anche se ancora non codificato, significherebbe fare un passo in avanti verso la costruzione per lo Stato di uno strumento non diverso da quello esistente nelle imprese private, cioè quello di una sorta di consolidato di gruppo, oggetto al quale in qualche modo dovremmo tendere con una attuazione anche normativa di una riforma del bilancio; riforma per la quale sono dell'idea che si dovrà proseguire la strada intrapresa dalla legge n. 97 per dare una maggiore significatività alle unità previsionali di base, che adesso sono calibrate in sostanza sulle direzioni generali dei ministeri, mancando un elemento conoscitivo importante, qual è quello delle funzioni svolte dalla spesa pubblica.
Se noi passassimo ad un bilancio funzionalizzato, ad un bilancio per funzioni, credo che avremmo maggiore chiarezza; potremmo applicare meglio il metodo Gordon Brown e avere anche un bilancio più elastico e maggiormente rispondente alla esigenza conoscitiva del Parlamento e del paese. Ogni cittadino deve sapere, nel momento in cui paga un euro di tassa, a che cosa essa servirà. Con un bilancio funzionalizzato, questo sistema verrebbe ad essere agevolato; in sostanza avremmo anche un bilancio - se così posso esprimermi - più democratico.
Da ciò non è disgiunto il fatto che sicuramente il bilancio, così come è redatto oggi, con la competenza e con la cassa forse risulta un po' superato; e iniziare a ragionare in termini di bilancio economico potrebbe forse essere una interessante prospettiva per il futuro, che consentirebbe anche di superare quei problemi, prima sollevati dalla relatrice, relativi ad una presenza costante permanente e troppo notevole di residui che si trascinano di anno in anno e che non consentono di manovrare bene le grandezze di bilancio, scongiurando la possibilità che sulla tesoreria e sul ricorso al mercato vi possano essere momenti di tensione con conseguenti difficoltà, sia pur temporanee.
Ciò consentirebbe di spalmare durante l'anno in modo più graduale e meno rischioso, ove ciò accadesse, anche il ricorso al mercato.
Ciò detto, anche se il disegno di legge finanziaria in esame non se ne occupa (comunque, il tema è stato annunciato come contenuto fondamentale della manovra finanziaria), un leit motiv del dibattito di questi giorni è la questione del livello di tassazione. In sostanza, ci si domanda se, per far fronte alle esigenze delle persone economicamente più deboli, sia meglio intervenire con una diminuzione della tassazione oppure con un meccanismo diretto di spesa pubblica.
Non voglio porre l'accento sul fatto che lo strumento della diminuzione della pressione fiscale è l'unico conosciuto (come si sa, altri strumenti che favoriscano lo sviluppo del paese non sono stati indicati; e senza sviluppo non vi è competitività e non vi è possibilità di mantenere i livelli occupazionali e l'attuale tenore di vita). Affrontiamo, invece, la questione della redistribuzione.
Taluno sostiene che, per migliorare le condizioni di vita dei meno abbienti, l'importante non è diminuire le tasse, ma aumentare la spesa pubblica. Per verificare se sia possibile aderire a questo ragionamento dobbiamo portarlo alle estreme conseguenze, dobbiamo ragionare in modo paradossale; in altre parole, dobbiamo fare una prova di resistenza.
Guardando alla realtà empirica, gli estremi che abbiamo a disposizione sono sostanzialmente due (anche se uno dei due modelli è stato superato): quello che appartiene alla cultura americana ed anglosassone e quello degli ex sistemi della


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cosiddetta economia di comando (blocco sovietico). Tralasciando ogni impostazione speculativa ed attenendosi all'osservazione empirica, la domanda a cui bisogna rispondere è la seguente: se il sistema che dà di più ai meno abbienti è quello che interviene con la spesa pubblica, come mai abbiamo file di persone che dal Messico cercano di fuggire negli Stati Uniti (allo stesso modo in cui, quando c'era il blocco sovietico, file di persone cercavano di fuggire dalla Germania dell'est)? Forse, perché il meccanismo che soddisfa di più i poveri, i diseredati, le persone meno abbienti è quello in cui vi è una minore pressione fiscale.
Non a caso, l'esperienza ha dimostrato che i meccanismi delle economie di comando, che si illudevano di risolvere i problemi dei meno abbienti con maggiori iniezioni di spesa pubblica, sono tragicamente crollati. Quindi, tali sistemi non reggono alla prova della storia. Allora, perché dovremmo applicarli nel nostro paese?
Peraltro, occorre tenere conto di un dato fondamentale: ogni ulteriore dose di spesa pubblica provoca, oltre alla crescita della spesa, una specifica spesa per amministrare la spesa stessa; dopo di che, bisogna vedere se la parte residua serva effettivamente a risolvere i problemi delle persone alle quali la maggiore spesa è indirizzata.
Farò un esempio banale riferito ad una disposizione che era contenuta in questo disegno di legge finanziaria (la disposizione è stata modificata, ma il problema di fondo resta). Posto che bisogna domandarsi se quella attuata con la spesa pubblica sia sempre una redistribuzione dal ricco al povero o se, invece, non avvenga proprio il contrario, si è lamentato che la polizza anticalamità sarebbe stata iniqua (come ho già detto, la disposizione che introduceva tale polizza è stata modificata; quindi, parliamo a livello astratto, ma il principio resta).
La ricostruzione delle case danneggiate o distrutte da alluvioni o terremoti non era certamente gratuita, ma era finanziata dallo Stato con i soldi dei contribuenti, i quali potevano appartenere anche alla categoria, meno fortunata, dei non proprietari di immobili. Dunque, la ricostruzione di un immobile di proprietà di un cittadino italiano poteva essere finanziata da altro cittadino che non poteva permettersi di comprare un immobile per se stesso.
Il paradosso dimostra con chiarezza che il principio della spesa pubblica non sempre attua una redistribuzione a vantaggio dei più sfortunati, ma opera, a volte, in modo quanto meno casuale. Allora, bisogna domandarsi se sia un'impostazione valida quella di mantenere un sistema di spesa pubblica che, alla fine, assolve questo tipo di funzione.
Il meccanismo della diminuzione della pressione fiscale è l'unico sistema che, in qualche modo, consente lo sviluppo. Senza sviluppo - è inutile illuderci - non ci saranno mai le risorse per redistribuire alcunché. È un principio, non solo economico, ma anche morale che va indietro di qualche millennio. Infatti, basta rifarsi semplicemente ad un esempio biblico...

RENZO INNOCENTI. Lasciamo perdere la Bibbia!

GIUSEPPE VEGAS, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Se consideriamo l'unico miracolo sociale contemplato nel Vangelo, ossia la moltiplicazione dei pani e dei pesci, dopo il discorso della montagna...

RENZO INNOCENTI. Sono senza parole, sottosegretario...!

ELIO VITO. Lascialo parlare!

GIUSEPPE VEGAS, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. È un principio che da millenni viene considerato!

RENZO INNOCENTI. Discutiamo del disegno di legge finanziaria che avete presentato!

RENZO PATRIA. Lascia parlare, Innocenti!


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GIUSEPPE VEGAS, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Il disegno di legge finanziaria che abbiamo presentato contiene meccanismi di diminuzione della spesa pubblica che consentono lo sviluppo. Così sarà anche per la riforma fiscale. Questo significa che, quando Gesù si trovò davanti al problema di sfamare un'enorme moltitudine...

RENZO INNOCENTI. Un po' di rispetto per queste cose!

GIUSEPPE VEGAS, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. ...avendo a disposizione solo alcuni pani ed alcuni pesci, si pose il problema della redistribuzione. Ma come lo risolse? Non facendo a pezzettini i pani ed i pesci, ma moltiplicandoli e distribuendoli, attraverso un meccanismo di sviluppo economico, per soddisfare i bisogni dei più deboli. Questo è, in sostanza, il cardine di questa finanziaria e dell'azione del Governo degli ultimi anni.
Ma vorrei soffermarmi su un paio di problemi concreti che sono stati sollevati in quest'aula e che riguardano l'andamento della spesa in alcuni settori.
Innanzitutto, vi è la questione della spesa sanitaria. È stato ricordato che (Commenti del deputato Innocenti)... Se posso continuare, ovviamente...

PRESIDENTE. Può parlare senz'altro.

GIUSEPPE VEGAS, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. È stato affermato che il finanziamento pubblico della spesa sanitaria sarebbe assolutamente insufficiente rispetto ai bisogni. Mi limito a ricordare che la regola del 2 per cento per quanto riguarda la spesa sanitaria del 2005 è applicata, non ai finanziamenti al bilancio, ma ai finanziamenti al preconsuntivo rispetto alla spesa effettivamente realizzatasi, tanto che arriva al livello non banale di 88 miliardi e 250 milioni. Questi 88 miliardi e 250 milioni sono circa 30 mila dei vecchi miliardi in più rispetto a quello che sarebbe stato previsto come finanziamento pubblico della spesa sanitaria in base all'accordo dell'agosto del 2000, redatto dai nostri predecessori. Nel 2001 quest'accordo venne modificato e il finanziamento ulteriormente aumentato. Ma se al Governo ci fossero stati ancora i nostri stimati predecessori, alla sanità pubblica sarebbero andati circa trentamila miliardi delle vecchie lire in meno. Ciò, ovviamente, non significa che con 88 miliardi si possano risolvere tutti i problemi della sanità. Tuttavia, in un periodo di difficoltà economica, è stato compiuto uno sforzo notevolissimo per aumentare la dotazione della sanità pubblica italiana e per fornire un servizio migliore, tant'è vero che questo Governo ha adottato i livelli essenziali di assistenza che prima non esistevano e che ora invece offrono ai cittadini italiani un diritto preciso ad ottenere le prestazioni sanitarie previste dalle nostre leggi.
È stato affermato che gli enti locali uscirebbero penalizzati da questa manovra. Signor Presidente, mi corre l'obbligo di precisare alcune cifre, perché altrimenti si fa mitologia. Non risponde assolutamente al vero che da questa manovra, come dalle precedenti, i comuni restano penalizzati e sono costretti a ridurre i servizi agli anziani, ai bambini, al welfare. Al massimo, potranno evitare di sostituire tutti gli anni l'automobile. I dati dimostrano, invece, che le entrate dei comuni sono aumentate (basti considerare il conto economico dei comuni fornito dall'ISTAT, organismo sicuramente non governativo, che mostra come dal 2000 al 2003 la spesa complessiva dei comuni corrente in conto capitale sia aumentata del 16 per cento e le entrate siano aumentate del 17 per cento). Nello stesso periodo, invece, per lo Stato, la spesa aumentava del 6,4 e le entrate dell'8,2 per cento. Ciò vuol dire che se i passaggi di risorse finanziarie dallo Stato ai comuni sono rimasti fermi o sono leggermente diminuiti, le entrate proprie dei comuni sono aumentate in misura tale da compensare e superare i minori trasferimenti.
Quindi, il complesso delle entrate e delle spese è aumentato. Se è aumentato il complesso delle entrate e delle spese, vuol


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dire sostanzialmente che non mancano risorse per far fronte ai propri compiti e, come si vede dal conto consolidato di cassa al 31 marzo 2004, per gli investimenti fissi, rispetto al 2003, abbiamo un incremento del 18, 8 per cento. Anche in questo caso vuol dire che non sono mancate le risorse. Quindi, io temo che si faccia un po' di mitologia sulla questione dell'insufficiente finanziamento degli enti locali, perché, ripeto, gli enti locali funzionano con entrate che derivano dai trasferimenti pubblici più le entrate fiscali. Bisogna guardare alla somma delle due fonti e non ad una sola, altrimenti si compie un errore di presbiopia.
Prima l'onorevole Lucidi ha fatto riferimento alla spesa per il comparto sicurezza; mi limito a far presente che non solo il contratto, che è già stato siglato, prevede un aumento del 4,6 per cento, quindi superiore a quello finanziato per gli altri settori del pubblico impiego, ma ha avuto un aumento nel precedente di oltre l'8 per cento, al quale si sommano gli interventi per la cosiddetta riparametrazione. Quindi, vuol dire che, nel complesso, negli ultimi anni, la spesa per il personale è cresciuta in misura notevole. Non è che ogni contratto ovviamente può crescere con lo stesso trend di crescita, perché sarebbe assolutamente impossibile, ma il complesso dei contratti dimostrano come vi sia stata una particolare attenzione del Governo per questo settore. Basti considerare che la spesa complessiva per l'ordine pubblico e la sicurezza, nel 2005 rispetto al 2001, è cresciuta complessivamente di oltre il 13 per cento. D'altronde, anche il miglioramento dell'ordine pubblico - e il numero dei reati commessi lo dimostra - rivela che c'è una grande attenzione da parte del Governo in questo settore.
Però, signor Presidente, e mi avvio alla conclusione, un giudizio sereno sull'attività del Governo non può non partire da alcuni riconoscimenti oggettivi. In una situazione internazionale complessa, come quella di questi anni, l'economia italiana ha comunque tenuto al pari dei nostri principali partner europei. Tutti gli indici a disposizione ci dicono che l'Italia non è andata peggio di Germania e Francia. Quello che invece non traspare dai dati macroeconomici è il diverso contenuto delle politiche economiche e sociali adottate. Alla crisi dell'11 settembre la Germania ha risposto comprimendo fortemente la domanda interna, ha creato disoccupazione, consentendo alle imprese di mettere in moto forti processi di ristrutturazione; ha puntato tutto sulle esportazioni per accrescere le sue quote di mercato. Ancora oggi quel paese è al secondo posto tra i grandi paesi esportatori (secondo solo agli Stati Uniti e alla Cina). La strategia seguita non ha subito modifiche rispetto al periodo precedente. L'obiettivo tedesco è sempre quello di consolidare il processo di unificazione nazionale; per realizzare questo obiettivo è stata accantonata ogni altra considerazione e sono stati imposti i necessari sacrifici. Ancora nel 2004 il contributo della domanda interna alla crescita del PIL sarà negativo (pari allo 0,2 per cento). La crescita del PIL sarà infatti trainata dalle esportazioni nette e dagli investimenti per valori rispettivamente pari all'1,8 e allo 0,3 per cento.
La Francia, dal canto suo, ha seguito la strada opposta. Qui è la domanda interna a trainare il prodotto interno lordo; l'obiettivo del 2,4 per cento di sviluppo complessivo sarà determinato, se le previsioni più recenti si dimostreranno giuste, da una crescita della domanda interna del 2,6 per cento, degli investimenti dello 0,7 per cento, delle impostazioni nette, che peseranno sulla crescita potenziale, per un valore pari ad un punto percentuale.
Una recovery essenzialmente basata sullo sviluppo della domanda interna non ha tuttavia impedito a quel paese di contenere fortemente il tasso di occupazione. Agli inizi del 2004 quello di disoccupazione era pari al 9,5 per cento della forza lavoro, più di un punto rispetto a quello italiano. Tra le due possibili opzioni l'Italia, per quanto è stato possibile, ha seguito l'esempio francese. A differenza dei tedeschi non ha stressato il settore sociale, comprimendo la domanda interna, ma ha cercato di sostenere il reddito dei ceti


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meno abbienti. Lo si è fatto non per cedere alle lusinghe del populismo, ma per mantenere alta quella visione solidale che rappresenta la frontiera più avanzata del moderno liberalismo.
Eravamo e siamo convinti che, in un momento di difficoltà economica di carattere generale, l'obiettivo più importante sia difendere i più deboli, anche se questa strategia può apparire eterodossa agli occhi di tanti cultori della scienza economica. Per quanto ci riguarda, continuiamo a non considerare quest'ultima una scienza triste, perché la poniamo al servizio degli uomini e non viceversa.
Sul piano sociale, una simile strategia era pienamente giustificata; lo dimostrano i dati del quadro macroeconomico: nel 2004, la domanda interna crescerà dell'8,1 per cento, un po' meno di quella francese ma molto più di quella tedesca. Nello stesso tempo, la disoccupazione - a tale riguardo, esiste un elemento di differenza a nostro favore rispetto agli stessi francesi - raggiungerà il livello record dell'8,4 per cento, merito del fatto che, se da un lato ci siamo rifiutati di mettere le mani nelle tasche degli italiani, dall'altro abbiamo reso più flessibile il mercato del lavoro. E, grazie a questa maggiore flessibilità, abbiamo ottenuto i risultati positivi sui quali mi sono soffermato. Nel 2004, con una previsione di crescita ulteriore dello 0,6 per cento, tali risultati saranno ancora migliorati.
Si poteva fare di più? Certamente, se non avessimo avuto il debito pubblico che invece abbiamo, avremmo potuto avere obiettivi più ambiziosi; avremmo potuto puntare sulla domanda pubblica, come hanno fatto i nostri partner, realizzando risultati migliori dal punto di vista sia economico sia sociale. Ma l'Italia deve muoversi, purtroppo, lungo uno stretto sentiero ed al Governo spetta l'ingrato compito di realizzare quel difficile equilibrio.
È stata giusta la linea seguita? Non potevamo fare diversamente; nel 2004 abbiamo pagato il prezzo necessario, ma ciò ci permette di guardare al futuro con maggiore ottimismo. Non è il Governo a sostenerlo ma la Commissione europea che, nel suo ultimo rapporto - cito testualmente - dichiara: «È prevedibile che l'economia italiana diverga dal solco ciclico tracciato dal resto dei paesi europei; mentre per la maggior parte questi paesi decelereranno nel corso del 2005-2006, riflettendo la minore crescita del commercio mondiale dell'economia internazionale, per l'Italia è possibile prevedere un graduale inseguimento verso livelli superiori. Nel 2005, il PIL crescerà in termini reali dell'1,8 per cento, per stabilizzarsi nel 2006, con un restringimento del gap rispetto ai paesi concorrenti».
La ringrazio, signor Presidente (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza Nazionale).

PRESIDENTE. La ringrazio a mia volta, sottosegretario Vegas.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

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