Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 540 del 5/11/2004
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Seguito della discussione congiunta dei disegni di legge: Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2005) (5310-bis); Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2005 e bilancio per il triennio 2005-2007 (5311) (ore 9,09).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione congiunta dei disegni di legge: Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2005); Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2005 e bilancio per il triennio 2005-2007.
Ricordo che nella seduta di ieri è iniziata la discussione congiunta sulle linee generali.

(Ripresa discussione congiunta sulle linee generali - A.C. 5310-bis e 5311)

PRESIDENTE. Riprendiamo la discussione congiunta sulle linee generali.
È iscritto a parlare l'onorevole Morgando. Ne ha facoltà.

GIANFRANCO MORGANDO. Signor Presidente, signor sottosegretario, come sempre, la discussione sulla legge finanziaria è l'occasione per una verifica dell'andamento dei conti pubblici e delle strategie di politica economica del paese. Trascurando, quindi, molte problematiche di settore - sulle quali i vari colleghi del mio gruppo e del centrosinistra sono intervenuti ed interverranno in modo approfondito - dedico i pochi minuti a mia disposizione ad una riflessione sul quadro generale in cui si colloca il dibattito che stiamo svolgendo.
Potrei facilmente partire dal 2001, come abbiamo fatto tante volte, anche nella seduta di ieri, ricordando l'enfasi del nuovo miracolo economico, le previsioni di un lungo periodo d'oro di crescita e di benessere che la nuova maggioranza ed il nuovo Governo si preparavano a dare all'Italia. Quelle previsioni sono state smentite dai fatti; le ragioni, naturalmente, com'è noto, sono particolarmente complesse e risiedono nella responsabilità della politica economica del Governo nonché nell'evoluzione delle vicende dell'economia internazionale. Ma credo non valga la pena soffermarsi su tale argomento; meglio partire dalla situazione di oggi e dalle cifre della crisi.


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Un collega, ieri, ha sostenuto che il catastrofismo dell'opposizione va messo nel conto, costituendo una sorta di normale gioco delle parti; personalmente, non provo alcun gusto ad indulgere alla logica del declino obbligatorio. Cito, perciò, documenti ufficiali del Governo dei quali abbiamo discusso non molto tempo fa.
Il documento di programmazione economico-finanziaria presentato dal ministro Siniscalco nel mese di luglio ci ha ricordato che il deficit dei nostri conti si attestava ad oltre il 4,4 per cento; che il debito pubblico andava fuori controllo, rischiando lo sfondamento oltre il 110 per cento (se non erro, la previsione del «tendenziale» era del 114 per cento al 2008) e che riprendeva in modo significativo la corsa del fabbisogno dello Stato. Notizie negative che si affiancano a quelle, altrettanto negative, sul fronte dell'economia. Permangono - ricordava allora il ministro - i differenziali di crescita tra l'Italia e le altre economie europee; vanno male le esportazioni, che danno un contributo negativo alla crescita del PIL; ristagnano i consumi delle famiglie; è scattata la trappola - così ebbe a definirla - della bassa crescita.
Sappiamo bene come dietro tali dati vi sia una crisi strutturale del paese, che investe anzitutto il suo sistema produttivo; imprese troppo piccole, collocate in settori tradizionali, che faticano a tenere le frontiere dell'innovazione e sono poco competitive sui mercati internazionali.
Quindi, la crisi nella distribuzione della ricchezza: in Italia aumenta la diseguaglianza, in quanto diminuisce il reddito dei ceti più poveri mentre aumenta quello dei ceti più ricchi. L'indice di concentrazione del reddito - che va da zero a cento: più è alto più segnala un aumento di disparità - segna in Italia quota 36 mentre in Europa si ferma a 27,3.
Infine, alla crisi delle garanzie sociali - che sono state i grandi strumenti dell'integrazione e della cittadinanza degli italiani - al lavoro, alla salute, alla tutela degli anziani sono collegate, secondo molte ricerche, le paure del nostro paese, che rendono molto incerto il futuro. Si tratta di settori caratterizzati da trasformazioni che, pur inevitabili, dovrebbero però essere affrontate e regolate in modo da garantire certezze e tranquillità agli italiani.
Deficit pubblico, bassa crescita e trasformazioni strutturali del paese sono quindi le tre questioni con cui la sessione di politica economica deve fare i conti; anch'io, dunque, come molti altri colleghi, penso che questa legge finanziaria sia inadeguata alla dimensione dei problemi.
Come hanno notato molti commentatori, questa avrebbe dovuto essere la manovra finanziaria dell'inversione di tendenza: non più una tantum, realismo nelle previsioni, concretezza e realizzabilità degli interventi. Siamo molto lontani, tuttavia, dal conseguimento di tali obiettivi, poiché i tagli alla spesa rischiano di essere virtuali e le previsioni di maggiori entrate fortemente discusse e, probabilmente, sovrastimate.
La recente esperienza dei decreti-legge cosiddetti «taglia spese» non ci aiuta ad essere ottimisti. L'analisi svolta dalla Corte dei conti ha dimostrato, infatti, che i risparmi sono stati più che compensati dalle maggiori spese degli anni successivi. Pesa, inoltre, la scelta di tagliare, in modo significativo, la spesa per investimenti, con le conseguenze immaginabili sulla funzionalità delle amministrazioni.
Anche le previsioni relative alle maggiori entrate denotano fretta ed approssimazione, operando sul delicato versante del rapporto fiscale con i lavoratori autonomi e sulla tassazione degli immobili. Esistono errori formali ed appesantimenti burocratici, denunciati nel corso delle audizioni svolte presso le Commissioni bilancio riunite di Camera e Senato, ma, soprattutto, si cambia la natura degli studi di settore come strumenti per rappresentare la situazione economica di un comparto produttivo, indirizzando l'attività di accertamento degli uffici tributari: non sono lontani dal vero coloro che parlano di una nuova minimum tax.
Vi è un tema che tradizionalmente è un po' la cartina di tornasole del disegno di legge finanziaria: quello relativo al patto di


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stabilità interno ed alla disciplina della finanza locale. Si tratta di una questione rilevante, anche perché incide su delicati rapporti istituzionali e su un sistema delle autonomie sempre più importante per la qualità delle politiche economiche e sociali.
Non intendo riprendere l'analisi che ha già svolto molto bene il collega Stradiotto, formulando anche proposte tecnicamente fondate e politicamente di buonsenso, e mi limiterò pertanto a ricordare l'assurdità di una impostazione che tratta allo stesso modo sia i piccoli comuni, sia le grandi metropoli (vorrei ricordare che è stata introdotta qualche correzione, ma relativamente ai comuni fino a 3 mila abitanti, e dunque risulta evidentemente marginale), rendendoli, di fatto, ancora più diseguali. Vorrei sottolineare, al riguardo, il fallimento del proposito, avanzato un anno fa, di stabilire un nuovo patto di stabilità interno condiviso e non vessatorio. È accaduto esattamente il contrario, poiché ai tagli ai trasferimenti disposti negli anni precedenti si aggiunge l'introduzione di un tetto alle spese che comprende anche gli investimenti: forse si tratta della scelta più grave compiuta nel disegno di legge finanziaria per le conseguenze sull'operatività delle amministrazioni e sulla vitalità delle economie locali.
La relazione di accompagnamento al disegno di legge finanziaria annuncia la presentazione di un disegno di legge collegato per lo sviluppo, contenente le misure per rilanciare l'economia. Come ha già sostenuto il collega Duilio nel suo intervento svolto nella seduta di ieri, consideriamo molto grave la mancanza di qualsiasi indicazione sulla natura del provvedimento, sulle linee dei suoi contenuti e sulle modalità della sua presentazione. Vorrei osservare che, per il terzo anno consecutivo, il dibattito parlamentare sul disegno di legge finanziaria sarà reso inutile dalla presentazione di un maxiemendamento, da approvare in tutta fretta, magari ricorrendo al voto di fiducia, in cui sarà contenuta la parte più importante della manovra. Nel frattempo, i deputati devono accontentarsi di qualche anticipazione giornalistica sugli interventi previsti in materia di competitività - devo dire che ho letto qualche intervista, ma, per la verità, non ho trovato nulla di significativamente nuovo - e dello stucchevole teatrino delle mediazioni sulla riforma fiscale.
Vorrei ribadire, in questa sede, che non è possibile discutere separatamente il disegno di legge finanziaria e la riforma fiscale, poiché i due provvedimenti sono strettamente intrecciati sia per le esigenze di copertura complessiva della manovra economica, sia per il collegamento tra le maggiori entrate fiscali, previste dalla finanziaria, e gli sgravi annunciati dal Governo. Al riguardo, vorrei rilevare che si finanzia la riduzione delle imposte con l'aumento di altre tasse, attraverso una poco trasparente operazione di redistribuzione del carico fiscale tra diverse categorie di contribuenti: infatti, sono ipotizzati grosso modo 7 miliardi di euro di riduzione delle imposte e, grosso modo, 7 miliardi valgono le maggiori entrate previste nel disegno di legge finanziaria.
Il Presidente del Consiglio ci ricorda ogni giorno la centralità della riduzione delle imposte nel programma del Governo, facendo balenare scenari di impennata dei consumi e degli investimenti per effetto delle nuove disponibilità finanziarie dei percettori di redditi alti. Tuttavia, anche il più sprovveduto tra i cultori di economia sa che il rapporto tra riduzione delle tasse e crescita dell'economia è privo di dimostrazione, e che un approccio corretto richiede di valutare il punto di equilibrio tra pressione fiscale e quantità e qualità dei beni pubblici a disposizione del cittadino. Al di fuori di ciò, infatti, vi è soltanto l'idea di uno Stato minimo, che rinuncia a promuovere l'uguaglianza delle condizioni quale fattore di giustizia e di efficienza economica.
Non rinunciamo al confronto su questo tema, che assume la rilevanza di un discrimine culturale, prima ancora che politico e programmatico. Siamo ancorati all'idea costituzionale della legittimità democratica della tassazione progressiva, che è giusto ridurre con una gradualità resa


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possibile dall'aumento dell'efficienza dei servizi, dalla riduzione dei costi e dal venir meno della necessità di disporre di risorse per politiche di sviluppo.
Siamo anche convinti che il problema sia oggi quello di spostare l'attenzione dai redditi delle persone alle imprese ed al lavoro.
Sono stati soltanto spunti quelli che ho cercato di fornire, per costruire una strategia che non abbia di mira gli interessi di pochi contribuenti, magari disponibili a destinare guadagni a fini di solidarietà - sul concetto di solidarietà applicato al fisco invito a leggere l'interessante articolo del professor De Mita su Il sole 24 ore di qualche giorno fa -, ma che abbiano di mira la capacità dell'Italia di risolvere i propri problemi e riprendere la strada dello sviluppo.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Capitelli, alla quale ricordo che ha a disposizione cinque minuti. Ne ha facoltà.

PIERA CAPITELLI. Grazie Presidente. Circa gli aspetti generali e macroeconomici della manovra per il 2005 sono già intervenuti molti colleghi, ieri pomeriggio (e nei giorni scorsi, in Commissione bilancio).
Tralascerò pertanto tali argomenti, per parlare di alcune scelte e degli effetti di questa legge finanziaria sulla scuola e sulle politiche per l'infanzia, entrambe accomunate da un'unica triste sorte: il disinvestimento culturale e materiale.
Il centrodestra, da quando governa, pur riconoscendo a parole che il futuro di un paese passa attraverso il potenziamento e lo sviluppo delle capacità e delle conoscenze di tutti - o quasi - i cittadini e che innovazione, ricerca e sviluppo sono fattori inscindibili e sinonimo di progresso, ha approvato decreti e leggi finanziarie, tutti con un unico denominatore comune: la riduzione della spesa per l'istruzione e la formazione. La scuola ha perso, inoltre, la sua connotazione di servizio pubblico ed è considerata alla stregua di una tra le tante agenzie formative. Solo nei discorsi ufficiali - soprattutto se inaugurali - è una priorità del Governo. Nei fatti, si disinveste in tempo scolastico, in numero di alunni, in numero di anni di scuola dell'obbligo, in qualità garantita.
Per l'infanzia vi sono voluti anni di risoluzioni internazionali, quali la Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia del 20 novembre 1989, affinché il bambino fosse considerato soggetto pieno di diritti di cittadinanza. Sembrava un risultato consolidato, quando, in nome di giuste politiche di sostegno della famiglia, sono state praticate politiche familiste, che hanno ricollocato i bambini in un limbo in cui gli stessi sono soggetti aventi diritti unicamente in quanto appartenenti ad un nucleo familiare.
Cosa vi è, se non tale concezione arcaica ed irrispettosa, dietro la scelta esclusiva di finanziarie i nidi aziendali, a scapito dei servizi territoriali? Questa opzione culturale fa ancora più danni, da un certo punto di vista, della scelta di non potenziare i pur necessari ed urgenti servizi per l'infanzia.
La finanziaria di quest'anno, in proposito, riconferma la volontà di non garantire nulla. Non lo hanno fatto né la riforma Moratti, con la generalizzazione della scuola dell'infanzia e gli anticipi - sbagliati come scelta pedagogica, ma graditi alle famiglie, che non possono facilmente accedere, per varie ragioni, agli asili nido - né un piano di sostegno e sviluppo per gli stessi asili nido su tutto il territorio nazionale. Ritorneremo su tali temi, presentando i nostri emendamenti in aula.
Forse molti non se ne sono accorti, ma inizia ad essere forte la pressione della base - insegnanti, studenti e genitori - affinché si svolga finalmente un grande dibattito democratico sulla conoscenza, come avvenuto in Francia, con un Governo di centrodestra e come sta per verificarsi in Spagna, per la terza volta in pochi anni, ed affinché si investa sulla conoscenza.
Il movimento antiriforma Moratti non è morto e sepolto, stremato dalla strenua opposizione al primo decreto legislativo. Esso è vivo, e lo vedremo. La politica autoritaria, centralistica e recessiva che si continua ad adottare nelle scelte applicative


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dei decreti della legge n. 53 del 2003, non solo non convince più gli addetti ai lavori, ma sta nutrendo protesta e proposta.
Della pochezza che sarebbe stata la riforma Moratti avevamo già avuto sentore sin dalla finanziaria del 2001 che, per prima, dettava norme organizzative unicamente finalizzate a ridurre gli organici, e poi, a seguire, dalle altre leggi finanziarie, tutte rigorosamente finalizzate ad operare tagli su ogni capitolo, ma soprattutto sugli organici.
La manovra di quest'anno non fa eccezione. Con la legge finanziaria dello scorso anno abbiamo avuto la dimostrazione che un conto è programmare una riforma, altro è sapere cosa farne.
La legge finanziaria del 2004 della riforma Moratti non sapeva proprio cosa farsene, visto che le aveva destinato solo 90 milioni di euro. Fu, però, molto interessante, quasi un gioco da detective, scoprire, l'anno scorso, che gli aspetti più popolari della legge non erano finanziati: niente anticipi alla materna, niente lingua straniera alle elementari e poca seconda lingua alle scuole medie.
In compenso, si poteva andare avanti con i programmi imposti illegittimamente per legge (si vedano le indicazioni nazionali che si stanno attuando). Quest'anno è tutto molto più lineare e anche molto più coerente: c'è poco o niente, ma tutto, finalmente, è chiaro.

PRESIDENTE. Onorevole Capitelli, si avvii alla conclusione.

PIERA CAPITELLI. Signor Presidente, le chiedo l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale del mio intervento (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. La Presidenza lo consente, sulla base dei consueti criteri.
È iscritto a parlare l'onorevole Bellini. Ne ha facoltà.

GIOVANNI BELLINI. Signor Presidente, signor sottosegretario, è ben noto come a questa legge finanziaria per il 2005, la quarta consecutiva del centrodestra (non si tratta, quindi, di una novità per il Governo e, soprattutto, essa non è più neanche influenzata dalle precedenti gestioni: non vi sono più alibi, come è stato detto), le forze sociali, le organizzazioni sindacali e imprenditoriali e gran parte dell'opinione pubblica, che è sempre più attenta alle scelte economiche e sociali nel nostro paese, chiedevano un'inversione di rotta, tanto più netta dopo la disastrosa gestione del 2001-2003, che aveva portato al crollo delle entrate ordinarie (un punto e mezzo del PIL in meno, dal 2001 al 2003), con molti cittadini indotti a pagare le tasse solo con i condoni. Una situazione insostenibile, anche per il netto peggioramento della spesa pubblica, che in questi tre anni è andato fuori controllo; e il saldo primario si sta rapidamente riducendo.
Purtroppo, non vi è, invece, inversione di rotta e non vi sono neanche le risorse per promuovere lo sviluppo dell'economia nazionale. Finora, tra l'altro, non conosciamo il mitico provvedimento collegato in materia di sviluppo e non sappiamo quali saranno le misure per avviare la crescita del paese. Nessuno sa neanche quando lo presenterete, se si potrà discutere o meno.
Certamente, non potrà essere un provvedimento collegato miracoloso, se oltretutto non incide su nuove politiche industriali per favorire la ricerca e l'applicazione di nuove tecnologie, per recuperare la competitività internazionale del nostro apparato produttivo. Vorrei richiamare l'attenzione sull'annunciata legge sull'iniqua riduzione delle tasse, che fa sconti fiscali significativi solo per gli alti redditi (quelli, per intendersi, sopra i 100 mila euro l'anno e oltre). Per capirsi, vorrei fare alcuni esempi: con le nuove fasce di prelievo che vengono annunciate dalle agenzie giornalistiche, 7 milioni e mezzo di famiglie non riceveranno alcun beneficio. Avrà un beneficio di 66 euro l'anno un reddito di 20 mila euro; mentre un reddito di 100 mila euro l'anno ne avrebbe uno di 2.300


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euro, che diventano 8.300 per un reddito di 200 mila euro l'anno. Addirittura, un reddito di 500 mila euro l'anno (il vecchio miliardo di lire) avrebbe uno sconto di 26.300 euro (circa 50 milioni di lire). E anche l'eventuale contributo di solidarietà, di cui si sente parlare, non riequilibrerebbe la situazione, che comunque sarebbe un chiaro segno di dispregio del principio costituzionale sulla progressività dell'imposta sul reddito.
Per il quarto anno consecutivo il Governo non prevede la restituzione del fiscal drag rinunciando, ancora una volta, ad intervenire sul silenzioso meccanismo che aumenta costantemente l'incremento della pressione fiscale sui redditi reali.
La questione appare maggiormente stridente, se si considera come, nel corso del periodo 2002-2004, l'inflazione ha corroso sensibilmente il potere di acquisto dei lavoratori. Dai dati pubblicati dalla ricerca IRES-CGIL, confermati anche da altri istituti di ricerca, si è visto che un impiegato con una retribuzione media di 22 mila euro l'anno, in due anni, ha perso 1.380 euro, di cui il 60 per cento per svalutazione (864 euro) e il 40 per cento per fiscal-drag (516 euro).
Nel nostro paese ci sono 6 milioni e mezzo di lavoratori e lavoratrici con retribuzioni inferiori a mille euro al mese, cui vanno aggiunti circa otto milioni di pensionati, ossia ci sono circa 15 milioni di lavoratori, lavoratrici e pensionati che hanno redditi bassi. Anche per questo è necessario attivare politiche e interventi pubblici sul fisco, sui servizi e sulla casa, sia di accompagnamento per una migliore equità sociale sia per l'incremento dei consumi, perché è questa la scelta da fare ed è questa la chiave di volta per l'inversione di rotta che voi non fate e che questa finanziaria non propone. Infatti, non solo non si restituisce il fiscal drag - abbiamo presentato in Commissione lavoro la proposta secondo la quale la restituzione avvenga quando si superi lo scalino del 2 per cento - ma non si interviene neanche per risolvere il problema della consistente perdita del potere di acquisto delle pensioni e della continua diminuzione delle risorse a disposizione della popolazione anziana.
Per questo motivo abbiamo insistito per costituire, con nostre specifiche proposte che presenteremo come emendamenti in aula, un paniere ISTAT ad hoc per le spese delle famiglie di cui sia capofamiglia una persona con più di sessantacinque anni. Si tratterebbe di un nuovo paniere con il quale calcolare la rivalutazione annuale delle stesse pensioni, abrogare o, perlomeno, mitigare gli scalini di reddito per la rivalutazione annuale delle pensioni rispetto al costo della vita e rendere operante il meccanismo per assegnare gli aumenti stabiliti ogni anno con legge finanziaria e in relazione all'andamento dell'economia. Infine, si tratta di parificare la deduzione IRPEF per i redditi da pensione a quella per redditi da lavoro dipendente.
Nella finanziaria è anche incredibilmente ancora assente la promessa, disattesa del Presidente Berlusconi, dell'aumento a 536 euro per tutti i titolari della pensione inferiore a 516 euro. Finora la promessa ha raggiunto solo 1 milione e 700 mila pensionati, a fronte di una platea di 7 milioni e 500 mila potenziali beneficiari.
Per conto nostro riteniamo giusto estendere il beneficio premiando prioritariamente chi ha versato i contributi previdenziali, prevedendo un abbassamento dell'età anagrafica pari ad un anno per ogni tre anni di contributi, aumentando il limite anche del reddito familiare e con un nuovo meccanismo nel computo del reddito per il diritto al beneficio.
Nel campo delle pensioni è francamente incomprensibile l'assenza delle risorse per consentire l'accesso alla pensione dei lavoratori che sono impegnati in attività usuranti e anche per la mancanza del fondo per favorire lo sviluppo delle pensioni complementari, così come previsto dalla legge delega che il Governo ha preteso con un voto di fiducia in Parlamento nel luglio scorso.
È stato anche disatteso lo stanziamento delle risorse per il rinnovo dei contratti


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del personale del comparto pubblico, non adeguando il tasso di inflazione programmata all'inflazione reale e, conseguentemente, non consentendo l'apertura di un tavolo di trattative con le organizzazioni sindacali per un accordo che tenga conto del recupero dell'inflazione reale e della produttività.
Sempre per il pubblico impiego non sono previste misure per la stabilizzazione dei lavoratori precari e, ancora una volta, si ricorre alla proroga per il 2004 dei contratti di lavoro a tempo determinato per gli ex lavoratori socialmente utili dei Ministeri dell'economia e delle finanze, dei beni e delle attività culturali, della salute e della giustizia, e del personale con contratto di formazione e lavoro presso le pubbliche amministrazioni. Invece, inspiegabilmente e in modo discriminatorio, non estendete analogo trattamento ai lavoratori impegnati nel progetto «Socrates» con la società pubblica Indire.
È una scelta esosa che aumenta il processo di precarizzazione dei rapporti di lavoro nella pubblica amministrazione, attraverso l'estensione a dismisura delle forme contrattuali atipiche, al di là di ogni corretta organizzazione del lavoro. Purtroppo, i mancati interventi rischiano seriamente di aumentare le difficoltà dei lavoratori atipici e di quelli in sofferenza. Infatti, la riforma strutturale degli ammortizzatori sociali, tante volte sbandierata come uno dei punti qualificanti del programma di centrodestra e del Governo Berlusconi, non viene finanziata né viene prevista con questa manovra.
Non c'è traccia di norme che prevedano l'estensione di forme di tutela sociale del reddito per quelle categorie di lavoratori, soprattutto atipici, che ne sono privi, né la proroga dei trattamenti di cassa integrazione straordinaria e di mobilità, che scadranno a fine anno con grande preoccupazione per decine di migliaia di lavoratori.
Al contrario, abbiamo proposto in Commissione lavoro emendamenti che tendevano a dare un nuovo e moderno assetto agli ammortizzatori sociali del nostro paese, superando i ritardi del disegno di legge n. 848-bis bloccato da mesi al Senato e prevedendo uno stanziamento di 300 milioni di euro per la tutela di tutto il mondo del lavoro con una nuova disciplina del trattamento di disoccupazione e l'estensione dei benefici anche ai lavoratori sprovvisti come i collaboratori a progetto, i lavoratori subordinati discontinui e gli associati in partecipazione.
Dalle considerazioni e proposte ricordate si capisce che con il nostro atteggiamento propositivo, che riguarda anche gli invalidi civili, le casalinghe, gli invalidi di guerra, i lavoratori soggetti a lavorazioni particolarmente usuranti, abbiamo teso migliorare questa legge che riteniamo non equa dal punto di vista sociale, come invece dovrebbe essere una legge finanziaria di un buon Governo alla direzione del nostro paese (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Meduri. Ne ha facoltà.

LUIGI GIUSEPPE MEDURI. Signor Presidente, questa è la quarta finanziaria che approda in Parlamento da quando si è insediato il Governo Berlusconi. La prima era quella del miracolo, quella delle pensioni ad un milione al mese, della Tremonti-bis, dello sviluppo e della prosperità, che aveva illuso perfino il Governatore della Banca d'Italia tanto da fargli dire che ci trovavamo alle soglie di un nuovo miracolo economico. Quella finanziaria aveva illuso molti soggetti economici, a partire da quegli imprenditori che a Parma avevano sostenuto il cambiamento berlusconiano. La seconda finanziaria è stata quella dell'11 settembre, del tracollo delle economie mondiali, della paura che, però, nel nostro paese non è stata affrontata adeguatamente. La terza, quella dello scorso anno, è stata la finanziaria della stagnazione. Quest'ultima per il 2005 si presenta, a mio avviso, come la finanziaria dell'ignavia.
Ha ragione il segretario generale della CISL, Pezzotta, a chiedersi retoricamente se questo testo sia lo stesso di settembre e


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se resterà lo stesso per dicembre. È inutile che lo nascondiate: il testo di questa legge finanziaria è ancora un mistero perché si sta giocando una partita politica, un braccio di ferro senza esclusione di colpi tra i partiti della maggioranza per una verifica mai chiusa. Le spese, o meglio il conto salato, lo pagheranno i cittadini.
Non so se vi siete accorti che pochi giorni fa è accaduto qualcosa di molto importante: Confindustria e sindacati hanno sottoscritto un documento per il rilancio del Mezzogiorno. La presa d'atto di un momento difficile per la nostra economia ha richiamato le forze sociali ad un forte senso di responsabilità e le ha spinte ad incalzare il Governo sui temi dello sviluppo e della competitività proprio a partire dalla risorsa più importante che ha il nostro paese: il sud. Eppure, questa parola sembra provocare una certa idiosincrasia in settori della maggioranza che non riescono a capire che il sud è la vera opportunità dell'Italia.
Francamente, ho sorriso quando l'altra sera sulle agenzie ho letto la dichiarazione del coordinatore di Forza Italia, onorevole Bondi, che ha testualmente detto: quel documento si inquadra nelle linee politiche del Governo Berlusconi. Come si fa a dire una cosa del genere senza un po' di sano senso del pudore? Invitiamo l'onorevole Bondi a leggere il documento ed a leggere i richiami alle carenze del Governo, che in quattro anni non ha mosso un dito per il Mezzogiorno.
Ricordate il credito di imposta? La Lega ha spinto per estenderlo anche al nord. Ricordate la programmazione negoziata? Ebbene, questo Governo è stato in grado di eliminare anche i fondi già stanziati. Ricordate l'autoimprenditorialità e le infrastrutture? Vedete, sono calabrese e la Salerno-Reggio Calabria la conosco abbastanza bene. Il ministro Lunari, quando si è insediato, aveva programmato la chiusura dei lavori entro il 2007. Oggi, dopo quattro anni, parla già del 2009: spero sia quella la data. Vi rendete conto che qualcuno, come il ministro dell'economia e la Lega, ha auspicato il pagamento di un pedaggio su questo cantiere?
Le grandi autostrade del mare erano state disegnate artisticamente nello studio di Vespa nel 2001 dal Presidente del Consiglio. Però, vi posso dire che Gioia Tauro, realtà rilanciata durante i Governi dell'Ulivo, sia nazionale sia regionale, ancora non è dotata di un'adeguata rete infrastrutturale stradale e ferroviaria che ne ampli le potenzialità e ne supporti il primato nella movimentazione dei container nel Mediterraneo.
Questo Governo, eccessivamente padano, non ha compreso che i confini del vecchio continente sono cambiati. È il Mediterraneo la nuova frontiera, che apre opportunità per il sud. Questo mare sta tornando ad assumere una nuova centralità, ma il nostro Governo in modo miope non se ne accorge. Le economie del nord Africa sono in espansione e la loro richiesta di sviluppo è strettamente legata alla nostra sicurezza e al contrasto del terrorismo. Come si fa a non comprendere che questo confine geografico deve essere preso sempre più in considerazione e che quindi occorre rafforzare le infrastrutture materiali e immateriali di questa parte del nostro paese, per essere ancora competitivi? Stiamo invece purtroppo assistendo ad una desertificazione produttiva del sud, dove chiudono le fabbriche. Nella sola Calabria abbiamo perso il conto delle realtà produttive che chiudono i battenti e delle crisi che quotidianamente dobbiamo affrontare, come rappresentanti delle istituzioni, a prescindere dal colore politico. Ci sono infatti centinaia di famiglie in mezzo alla strada. Il panorama non cambia in Basilicata, in Puglia, in Campania e in Sicilia.
Mi spiegate che fine ha fatto il reddito di ultima istanza? Per chi non lo sapesse, il ministro Maroni ha cancellato il reddito minimo di inserimento, per reintrodurre questo strumento del famoso Patto per l'Italia. Da giugno decine di migliaia di persone sono senza sostegno al reddito, per un capriccio del ministro del welfare, ma il reddito di ultima istanza non ha visto la luce in nessuna regione. Quali prospettive, dunque, per il loro reinserimento sociale? Quali opportunità di lavoro?


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Per il momento, sono gli enti locali ad essere sotto pressione per le istanze di queste persone, che testimoniano come la povertà incida nel tessuto sociale delle nostre realtà.
Davvero pensate che basteranno quei due articoli aggiuntivi, il 27-bis e il 27-ter, per dare al sud nuova vitalità imprenditoriale e per attrarre investimenti? Occorre un approccio di sistema, perché certamente non è quello il modo di attrarre investimenti. Senza sicurezza non c'è sviluppo e nella mia regione questa è l'emergenza. La polizia non serve, se non è supportata da una rete di relazioni istituzionali, in grado di garantire trasparenza e legalità al servizio degli operatori economici. Il coraggioso presidente della Confindustria calabrese, Callipo, ha detto - ed io lo confermo - che si tratta di un'esigenza che, se disattesa, mina ogni opportunità di sviluppo. Non sono solo gli episodi di cronaca nera quelli che si registrano in Calabria, in Puglia, in Campania. L'attenzione alla legalità deve costituire una preoccupazione per tutti. A voi che siete al Governo chiedo però dove sono gli investimenti in questo settore. Come possiamo pensare di attrarre capitali stranieri, se non riusciamo a garantire ai nostri operatori economici la tranquillità?
È questo ciò che manca in questa manovra finanziaria, che proprio per tale motivo ho giudicato la «finanziaria dell'ignavia»! Manca una visione globale del sistema paese, così come manca un'interrelazione tra i settori. Si ignora che i sindaci non sono le mucche da mungere per risparmiare. Rendere efficiente la pubblica l'amministrazione non passa attraverso la denigrazione e la sottrazione delle risorse, perché a pagare sono i cittadini. Se un sindaco non dispone di adeguati trasferimenti, ciò non costituisce un risparmio, ma un aggravio di spesa per i cittadini e in particolare per quelli più disagiati. Che fine faranno, con questa finanziaria, l'assistenza domiciliare agli anziani, gli scuolabus per i bambini, gli insegnanti di sostegno per i disabili? Evidentemente, questo non è un problema per il centrodestra. L'importante è non mettere le mani in tasca agli italiani e non aumentare le tasse, perché non importa se poi si costringono i cittadini a mettersi da soli le mani in tasca, per pagare quei servizi che dovrebbero essere loro garantiti dalle istituzioni!
Non è con il do ut des che si governa nell'interesse generale. Le tasse si possono abbassare, ma se ad avvantaggiarsene sono i più ricchi, come è stato addirittura evidenziato dal collega Landolfi, di Alleanza Nazionale, che non è certamente un pericolosissimo comunista, a noi viene il legittimo sospetto - per restare in una terminologia gradita al premier - che si prospettino tempi duri per i cittadini (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Pennacchi. Ne ha facoltà.

LAURA MARIA PENNACCHI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, peraltro sono pochi i colleghi che vedo presenti. Non sono presenti neanche i relatori sui due provvedimenti al nostro esame. Non era certo loro dovere, in termini strettamente formali, essere qui, ma sarebbe stato un importante segno di attenzione nei confronti di un dibattito che credo rivesta un'importanza cruciale.
Le questioni di legittimità della manovra di finanza pubblica che ci apprestiamo a varare sono, mai come quest'anno, strettamente intrecciate, in modo grave ed intenso, con le questioni di efficacia. Parlo di questioni di legittimità perché, in primo luogo, abbiamo discusso poco e male; non era mai accaduto negli anni Novanta o nei primi anni del 2000 che l'Assemblea non sospendesse i suoi lavori, non dico per due settimane, come accadeva nella seconda metà degli anni Novanta, ma almeno per qualche giorno, per consentire alla Commissione bilancio un esame accurato, serio e continuato (questo è successo) del provvedimento.
Abbiamo discusso di un testo formalmente esistente, ma nelle segrete stanze, tanto più sulle pagine dei giornali, si


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parlava di un altro testo. Parlo di questioni di legittimità perché si è fatto ricorso al gioco di parole, tetto-tagli, per mascherare la drammatica realtà di una superstangata che si abbatterà sui cittadini italiani. Abbiamo ripetuto queste cose lungamente ed è nostro dovere ricordarlo in questa sede.
Se la spesa tendenziale per il 2005 (vale a dire, in base alle leggi in vigore, a legislazione varata; si tratta, in grandissima misura, di una spesa obbligatoria e, in una percentuale minima, di spesa discrezionale) cresce del 5 per cento, applicarvi un tetto del 2 per cento, se l'aritmetica più elementare ci dice che 5 meno 2 fa 3, significa che il taglio sulle dotazioni è del 3 per cento.
Gordon Brown non ha niente a che fare con tutto ciò; anzi, è l'opposto di ciò che Gordon Brown, applicando le leggi inglesi, ha fatto e fa, perché la metodologia dello spending review è quella per cui sull'insieme delle entrate e delle spese il cancelliere dello scacchiere esercita la sua responsabilità di governante; il che significa identificare le priorità e non applicare un tetto indiscriminato.
Parlo di questioni di efficacia perché la manovra si traduce - lo devo dire con chiarezza - in un notevolissimo incremento delle entrate, almeno secondo quanto previsto nelle poste di bilancio, e in un taglio alle spese.
L'incremento delle entrate è un fatto paradossale e testimonia uno stile politico che dice e contraddice, che offre e sottrae, che crea continuamente dirottamenti di tensioni e di attenzioni. È paradossale perché, in realtà, si discute di abbassare le entrate, ed è un fatto vessatorio; per come viene configurato il ridimensionamento degli studi di settore, è assolutamente vessatorio per coloro che ne saranno poi oggetto. È anche assolutamente poco credibile. Infatti, stiamo già discutendo del ridimensionamento degli studi di settore, oltre a tutte le difficoltà applicative per il modo in cui è stato formulato il testo. L'Istat ha già dichiarato che non potrà assolutamente assolvere al ruolo che veniva ipotizzato per essa.
Per quanto riguarda le entrate da cartolarizzazione, il ministro Siniscalco ha affermato in audizione che avevamo ragione a sollevare questo problema e che si era fatto un eccessivo ricorso a questi strumenti. La legge finanziaria dell'anno passato, per il 2004, prevedeva entrate da cartolarizzazione per otto o nove miliardi di euro, ma, in realtà, ve ne sono solo per il 10 o il 20 per cento.
Dunque, ci troviamo nuovamente a discutere di ciò. Tra l'altro, la passata legge finanziaria evidenzia molte voci che mancano all'appello: pensate, ad esempio, alle entrate derivanti dal condono edilizio. Infatti, il Governatore ci ha detto che, tra giugno e luglio, vi era già una crescita del deficit rispetto al PIL intorno al 6 per cento.
Se tenete conto che, nel 1996, il deficit rispetto al PIL era del 7,6 per cento e che nel 2000 era sceso allo 0,7 per cento, avete la dimostrazione che non esageriamo quando affermiamo che il risanamento finanziario compiuto dai Governi di centrosinistra è stato drammaticamente dilapidato e compromesso dal Governo di centrodestra.
Anche il taglio delle spese pone enormi problemi. Pensiamo alla sanità, che rappresenta un spesa obbligatoria; chi si reca ad un pronto soccorso per emergenze deve obbligatoriamente essere assistito e, se i medici e gli infermieri si rifiutano di assisterlo, sono perseguibili penalmente. Quindi, il taglio di più di 4 miliardi di euro quale fondamento ha? Pensiamo agli enti locali, sui quali si scarica nel modo più odioso ciò che questo Governo maldestro non riesce a realizzare; agli enti locali, da un lato, si tagliano i trasferimenti e, dall'altro, si impedisce il ricorso alle fonti di entrata propria.
In un soprassalto di sincerità - perché capita qualche volta che anche gli esponenti della Casa delle libertà abbiano qualche soprassalto di sincerità -, il responsabile economico di Forza Italia ha affermato con esemplare chiarezza che questo è esattamente ciò che si vuole, è la filosofia del centrodestra, che vuole abbassare le tasse - a vantaggio dei più


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ricchi, aggiungo io - e, per fare ciò, bisogna affamare gli enti locali che erogano servizi. Infatti, eliminando i trasferimenti dello Stato e le entrate proprie agli enti locali, questi ultimi saranno costretti a tagliare i servizi per i cittadini (il trasporto scolastico, gli asili nido, le residenze sanitarie assistite e l'assistenza domiciliare agli anziani).
Ma, delle due l'una: o la legge finanziaria è credibile nella sua entità - e, allora, quello che accadrà sarà veramente devastante -, o la stessa non è credibile, come noi in grande misura affermiamo con riferimento ad alcune voci fondamentali. E, se non è credibile, i guasti saranno ancora peggiori, in quanto si creerà maggiore deficit aumentando il fabbisogno.
Sottosegretario Vegas, le chiedo di riferire all'onorevole Berlusconi, al ministro Siniscalco e a tutti gli esponenti del Governo che giudichiamo semplicemente irresponsabile che, in questa situazione, si continui a parlare di riduzione della pressione fiscale. Infatti, le coperture non esistono, e non esistono per voci fondamentali della legge finanziaria in essere o, se esistono, sono false. Lo dico con assoluta chiarezza: se esistono, sono false! Per fortuna, esiste il Fondo monetario internazionale, che saprà ben vigilare.
Per di più, i vantaggi derivanti dalla riduzione della pressione fiscale andranno a beneficio dei più ricchi. Non possiedo la malizia dell'onorevole Landolfi, portavoce di Alleanza nazionale, il quale ha ricordato che, se si applicassero le misure di sgravi fiscali così come ipotizzate, l'onorevole Berlusconi ne trarrebbe un beneficio pari ad oltre un miliardo e mezzo di vecchie lire. Non mi interessa seguire tale malizia, anche se assolutamente fondata. Vorrei solo ricordare che, per chi guadagna 350 milioni di vecchie lire - scendiamo un po' per fasce di reddito, non sono pochi coloro che guadagnano tali cifre -, il regalo fiscale sarebbe pari a 51 milioni, corrispondenti agli stipendi annui di due operai tessili. Infatti, la situazione dei redditi, dei salari e delle retribuzioni nel nostro paese è proprio questa! Si tratta di un regalo pari a due stipendi annui di un operaio tessile.
L'Italia ha bisogno di ben altro, ovvero che le persone più bisognose abbiano un reddito di inserimento che voi, invece, avete soppresso. L'Italia ha bisogno che i redditi siano sostenuti con aumenti contrattuali, con target di inflazione realistici, - come voi non avete fatto -, con la restituzione di ciò che agli italiani è dovuto. Il fiscal drag è restituzione dovuta!
L'Italia ha bisogno che i giovani siano sollecitati ad andare incontro al futuro, non abbandonati nell'incertezza e nella precarietà. L'esiguo e ridicolo fondo per gli ammortizzatori sociali è stato da voi dissanguato, per essere utilizzato ad altri scopi.
L'Italia ha bisogno che l'istruzione sia rafforzata, non che vengano soppressi gli insegnanti di sostegno e cancellato nei fatti il tempo pieno.
L'Italia ha bisogno che la ricerca per lo sviluppo, oggi all'1 per cento del PIL, sia potenziata, non che si dia vita a istituzioni «megagalattiche» che in un anno non hanno realizzato nulla di quanto avrebbero dovuto fare.
Nel suo insieme, l'Italia ha bisogno di un'idea di paese nobile, di un modello di società in cui possa esercitarsi la responsabilità individuale perché viene esercitata quella collettiva. L'Italia e gli italiani hanno bisogno di grandi idealità, di giustizia, di libertà, di eguaglianza, di etica pubblica e repubblicana, di senso civico repubblicano. Si tratta di valori oggi negletti o calpestati, come accaduto con i condoni. Avete inventato venti fattispecie diverse di condoni nel solo 2003!
Il centrosinistra saprà raccogliere e rilanciare i grandi valori di etica repubblicana e di senso civico riscattato (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Benvenuto. Ne ha facoltà.

GIORGIO BENVENUTO. Signor Presidente, non ci siamo proprio! Questa è la


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quarta legge finanziaria che viene preparata dal Governo di centrodestra e ci saremmo aspettati una proposta di politica economica capace di rimettere in sesto i conti del paese e, soprattutto, di ridare slancio e fiducia all'Italia.
Un Governo così duraturo e che dispone di una maggioranza così forte in Parlamento avrebbe dovuto avere la capacità di presentare una proposta seria. Così non è: abbiamo una legge finanziaria che il Governo non è stato in grado neppure di discutere in sede di Commissione bilancio e - come è noto - ancora da definire, ma non sappiamo neppure se ciò accadrà in quest'aula o addirittura al Senato. Una legge finanziaria che, invece di affrontare i problemi di carattere economico, vede le scelte di politica economica collegate ad una sorda lotta di poltrone e di posizioni all'interno del Governo.
La necessità di un riequilibrio, non della politica economica e sociale, e la necessità di misure forti per il paese vengono sacrificate ed accantonate, perché sono in corso una lotta sorda e un tentativo di scambio di posizioni all'interno della maggioranza, che discute strumentalmente dei problemi del paese ed è pronta a qualsiasi baratto. Lo abbiamo constatato in occasione dell'esame del disegno di legge di riforma costituzionale, e lo constatiamo ancora in occasione dell'esame del disegno di legge finanziaria. Si è pronti ad ogni possibile baratto sui contenuti, pur di risolvere problemi di prestigio o di preminenza all'interno della maggioranza.
Il paese richiede invece che vi siano responsabilità e risposte precise, che non vi siano manovre illusionistiche e che vi sia la capacità di dare certezze per il futuro. Al contrario, constatiamo come nel disegno di legge finanziaria si sia distanti rispetto al bisogno del paese e allo stesso dibattito politico. La prima questione è costituita dall'ingente taglio sulle spese (non si può infatti parlare di un aumento del 2 per cento), che, come è stato documentato dalla Corte dei conti e osservato da regioni, province e comuni, indipendentemente dalle maggioranze politiche, colpisce fortemente le autonomie locali, in una misura superiore a due terzi.
Ci troviamo di fronte ad un paradosso: in sede di revisione costituzionale si afferma l'esigenza di attribuire maggiore potere alle autonomie locali e di avvicinarle ai cittadini e in sede di legge finanziaria si soffocano le stesse autonomie locali, costringendole a una politica che porterà a tagli delle spese e dunque a una rottura forte tra le autonomie locali e le popolazioni che esse amministrano. Non ci siamo: si tratta di una scelta sbagliata, che non soltanto colpisce attività che hanno un rilevante valore sociale ma determina anche conseguenze importanti in merito all'attuazione di impegni programmati volti a sostenere un'economia che ristagna.
Quanto alla manovra fiscale, si parla di riduzione delle tasse. Vi è uno scarto tra il dibattito su tale riduzione delle tasse e la realtà. Trovo singolare che si continui a parlare di riduzione delle tasse, mentre il Governo fa inciampare il paese in una politica fiscale di aumento della pressione tributaria. Questa legge finanziaria, nel testo attuale, non riduce le tasse, bensì le aumenta: vi sono infatti dieci casi di nuove tasse o di aumenti di tasse vigenti. Il Governo non risponde su una serie di questioni fondamentali: come si fa a parlare di riduzione delle tasse quando non si restituisce, ormai per il terzo anno, il drenaggio fiscale? Come si fa a parlare di riduzione delle tasse quando il Governo ha aumentato la tassazione sul trattamento di fine rapporto dal 18 al 23 per cento? Ottocentomila lavoratori, prevalentemente nell'Italia settentrionale, che sono andati in pensione o hanno cambiato lavoro, hanno pagato in due anni un miliardo di euro in più.
Il Governo ha sempre affermato di voler correggere e modificare questa situazione; ma nel frattempo quei soldi sono stati fatti pagare in più ai lavoratori che hanno cambiato lavoro, che sono andati in pensione.
Ma ancora, come si fa a parlare di riduzione delle tasse quando il Governo deve ancora restituire ai singoli cittadini o


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alle imprese 15 miliardi di euro di crediti d'imposta? Ci sono problemi di cassa, le cose non vanno, addirittura sussiste la preoccupazione dell'uscita del 53 sulla ruota di Venezia; è stato calcolato infatti che l'uscita del 53 comporterà una perdita di gettito di 1.200 milioni di euro e a causa di ciò l'economia andrà in tilt.
E, sempre sullo stesso tema, come facciamo a non restituire i soldi alle imprese? L'ammontare di ciò che va restituito a titolo di credito d'imposta o di IVA per le esportazioni è aumentato; ogni anno vengono inserite delle poste di bilancio per cui questo stock di crediti vantati dai cittadini aumenta sempre. Ma come è possibile che non venga attuato lo statuto del contribuente? Lo chiediamo a questo Governo, che vuole realizzare le riforme, vuole cambiare il mondo, ma non attua una legge del centrosinistra votata anche dal centrodestra, allora all'opposizione: lo statuto del contribuente. Tale norma prevedeva che dall'anno di imposta 2002 si sarebbe attuata la compensazione tra tutti i crediti di imposta, tra ciò che doveva essere restituito e ciò che si doveva pagare. Ma è passato l'anno di imposta 2002, è passato il 2003, siamo al 2004 e quella norma resta bloccata perché manca il regolamento d'attuazione.
Come si fa a parlare di riduzione delle imposte quando si verifica una perdita del potere d'acquisto che colpisce fortemente i settori più deboli, i pensionati? I pensionati hanno perso potere d'acquisto; il meccanismo di rivalutazione delle pensioni è inceppato. Abbiamo proposto il ricorso ad un differente paniere per calcolare l'inflazione, e quindi la rivalutazione e la difesa del potere d'acquisto delle pensioni. Abbiamo avanzato una proposta non massimalista; si tratta di un sistema che funziona in paesi oggi governati dal centrodestra, come la Francia o gli Stati Uniti d'America: ma da noi niente! I pensionati sono tanti e la rivalutazione delle loro pensioni è calcolata su un paniere dei prezzi composto da mille voci, dove la parte relativa al consumo dei pensionati (spese alimentari, spese per medicine) incide solo per il 15,87 per cento.
Come si fa a prospettare e addirittura a minacciare le dimissioni se non si realizzerà la riforma fiscale? Una riforma che, come è stato calcolato non solo da noi ma anche dal portavoce di Alleanza nazionale Landolfi (come ricordava la collega Pennacchi), riguarderà 800 mila persone. Come si fa a concentrare una riduzione delle tasse sui settori medio alti e ad ignorare che nella risistemazione fiscale preannunciata - ammesso che sussistano le condizioni per la sua realizzazione - non è previsto nulla per i redditi più bassi? Per loro - ripeto - non ci sarà nulla. Come ci sarà poco anche per le famiglie, che dovranno fare i conti con quanto perderanno a causa dei tagli imposti agli enti locali, quei tagli che interverranno, ad esempio, sui servizi della sanità.
Ci troviamo quindi di fronte ad una politica che non è solo dell'inganno ma è profondamente sbagliata perché non aiuta, non concentra le iniziative economiche di sostegno nei confronti dei redditi medi e medio bassi ma finisce per essere una politica dell'annuncio, una politica che aggrava le contraddizioni, le diseguaglianze che esistono nel nostro paese.
Parlo anche del sistema delle imprese (anche qui non ci siamo), le imprese alle quali erano state fatte promesse (penso al lavoro autonomo, alle piccole e medie aziende, penso al sistema produttivo del nostro paese, che non è fatto solo dall'industria, ma dall'agricoltura, dal turismo, dall'attività terziaria): come si può fare una politica nei loro confronti che rappresenta un'enorme regressione, una politica di appesantimento burocratico e di vincoli di oppressione?
Oramai, le disposizioni amministrative e quelle fiscali non si misurano più in pagine di giornali, ma in ettari, perché le circolari sono così numerose da diventare inapplicabili; non vi è più un principio di certezza; le regole cambiano e cambiano continuamente; non vi è più un principio per cui le modifiche valgono per il futuro: no, valgono e rimettono in discussione anche il passato.
Per quanto riguarda le imprese, occorre dire che anche qui vi sono gli


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specchietti per le allodole, che fanno vedere come il sistema delle imprese potrà ricevere qualcosa, che però è un qualcosa che non riesce a stringere.
Per quanto riguarda l'IRAP, se ne parla tanto male, ma intanto che cosa ha fatto questo Governo? Ha lasciato l'IRAP e ha tolto alle imprese la DIT, che serviva, e che oggi sarebbe stata fondamentale, per aiutare la capitalizzazione delle imprese; ha prorogato i rimborsi dell'IVA; non ha lavorato e ha fatto una riforma dell'IRES, che colpisce fortemente il settore delle piccole e medie aziende. E poi diceva che voleva cambiare l'IRAP! E invece non cambia l'IRAP, lo rinvia ad un futuro sempre lontano.
Che cosa si potrebbe fare invece di presentare sempre proposte incredibili e massimaliste? Si potrebbe agire con una soluzione che...

PRESIDENTE. Onorevole Benvenuto, la prego di concludere!

GIORGIO BENVENUTO. ...intervenga a favore delle imprese e che faccia in modo che nella base imponibile non venga calcolato il costo del lavoro, riuscendo a trovare un modo graduale e forte per aiutare l'innovazione e la ricerca.
C'erano altre cose che poteva fare questo Governo - concludo, signor Presidente - ed erano le riforme che non costano, le riforme che erano necessarie, sulle quali vi era anche una grande disponibilità da parte dell'opposizione: anche qui nulla di tutto questo; sono riforme che non costano, ma che avrebbero aiutato il nostro paese: mi riferisco al problema della riforma e di nuove misure per il fallimento e a quello della tutela del risparmio, dove ancora ieri abbiamo avuto la dimostrazione di un Governo forte e potente nei numeri ma, ahimé, incompetente ed incapace di indicare al paese una strada di sviluppo che possa consentire ai cittadini di riavere fiducia e certezza nel futuro (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Giachetti. Ne ha facoltà.

ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente, gli interventi che mi hanno preceduto, ed in particolare quello pregevole del collega Benvenuto, mi consentono di fare ciò che mi ero ripromesso questa mattina, cioè di concentrarmi in particolare, per quanto riguarda questa legge finanziaria, sui danni e sul colpo che viene inferto ancora per un anno e, ancora più in questa occasione, alla capitale d'Italia. Lo faccio perché gli interventi che mi hanno preceduto hanno in maniera esaustiva portato luce su tutti gli aspetti, anche più deteriori, di questa legge finanziaria.
Siamo costretti a constatare ancora una volta che la predisposizione e la prassi politica e legislativa del Governo nei confronti di Roma corrispondono, signor Presidente, onorevoli colleghi, ad un progetto strategico preciso, che mira a sminuirne il ruolo speciale che le è proprio attraverso un significativo ridimensionamento in primo luogo di carattere istituzionale, con conseguenze dirette sul piano dei trasferimenti.
Non molto tempo fa in quest'aula è stata approvata una sostanziale modifica della seconda parte della Costituzione, che riformula l'ordinamento dello Stato in chiave federalista con le modalità e gli obiettivi chiesti, ottenuti e rivendicati dalla Lega. In quella sede è stato ratificato il ruolo di Roma capitale della Repubblica federale, ma il suo status particolare è divenuto oggetto di una disciplina determinata in seno alla regione Lazio e ristretta perciò nel relativo ambito regionale, in totale contraddizione con l'idea stessa di capitale federale, quale sintesi ed espressione univoca dello Stato. Sulla materia riguardante la città di Roma il Governo sceglie, consapevolmente, di percorrere una direzione opposta a quella del conferimento di poteri forti sul piano normativo e finanziario, della legittima attribuzione di un particolare ordinamento e di funzioni proprie e peculiari. Di contro, decide di tracciare un'assurda equazione tra ruolo di capitale e capo


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luogo di regione, costringe la città a derivare la sua autonomia da un organismo territoriale e non nazionale e giunge al paradosso di un'utopia di Stato federale in cui la capitale è tale solo attraverso il filtro dello statuto regionale (è storia parlamentare di questi giorni).
Da una rappresentazione così chiara di un'evidente volontà politica, ormai neanche tanto sottaciuta, e da una visione distorta e contraddittoria del tanto invocato federalismo derivano come conseguenza immediata i tagli sui finanziamenti pro capite, che si pongono all'opposto di una politica di sviluppo e di riconoscimento dell'autonomia gestionale degli enti e delle amministrazioni locali.
La città di Roma, che ha l'onore e l'onere di essere capitale - lo abbiamo detto tante volte anche in quest'aula - è l'unica tra le grandi capitali europee a non godere di un trattamento specifico in termini di poteri e di risorse. Lo vediamo, oggi, in questa pervicace volontà di misconoscerne il ruolo attraverso un progetto strategico che ha come baricentro la pianura padana ed in cui il processo di delocalizzazione corrisponde ad un'idea molto precisa: relegare la capitale in una posizione di subalternità rispetto ai centri del nord Italia.
L'aspetto più grave di tutta la vicenda, una volta constatato che questo Governo non darà mai a Roma ciò che le spetta come grande capitale europea, è il fatto che, a guardare le cifre, ci si accorge chiaramente che i finanziamenti previsti sono inferiori persino a quelli delle altre città italiane. Nel 2003, lo Stato ha riservato a Roma 304,8 euro di trasferimenti pro capite, mentre la media nazionale per i comuni capoluogo è stata di 324,47 euro e quella delle sei maggiori città del paese è stata pari a 362 euro. Ciò significa che una città metropolitana dai confini vastissimi, il cui territorio è la somma di quelli di Milano, Torino, Genova, Bologna, Napoli, Bari, Catania, Palermo, per un'estensione di 1.290 chilometri quadrati (contro, ad esempio, i 181 di Milano), riceve dallo Stato fondi inferiori alla media nazionale. A nessuno può sfuggire tale anomalia!
Ciò nonostante, siamo costretti a rivendicare che per lo meno vengano attribuiti a Roma, se non i poteri, almeno le stesse risorse ricevute dagli altri comuni capoluogo. Chiediamo, cioè, di passare da 304 euro pro capite a 362 euro, il che, francamente, dimostra l'abisso che questo Governo ha scavato fra sé e la città di Roma.
Le proposte emendative che abbiamo presentato, alcune delle quali sono frutto di un consenso trasversale alle diverse parti politiche - tranne una, la Lega, che è, naturalmente, la principale artefice di questa politica scellerata - tentano di rimediare a questa sottodotazione di risorse per la città.
In primo luogo, la concessione di fondi previsti dalla legge n. 396 del 1990, la cosiddetta legge per Roma capitale, che, negli ultimi 14 anni, ha finanziato gli investimenti ed ha permesso di ridare un po' di ossigeno al bilancio comunale, dal 2005 verrà azzerata, con conseguenze molto pericolose per il futuro e per lo sviluppo infrastrutturale della città. Noi chiediamo il rifinanziamento della legge per Roma capitale per una cifra pari a cento milioni di euro annui per il triennio 2005-2007.
Allo stesso tempo, è necessario prevedere per Roma risorse aggiuntive finalizzate al rifinanziamento dei contratti di servizio del trasporto pubblico locale, settore in cui il comune di Roma, in base ai trasferimenti assegnati attraverso l'ex Fondo nazionale trasporti, risulta particolarmente penalizzato. A Roma, la rete di trasporto serve un'area di 1.387 chilometri quadrati e garantisce 170 milioni di chilometri, ma il comune riceve dalla regione Lazio 240 milioni di euro, mentre Milano (1.052 chilometri quadrati serviti e circa 137 milioni di chilometri) riceve dalla regione Lombardia ben 295 milioni di euro!
Come si vede, la sproporzione in termini di trasferimenti e di risorse da parte dello Stato rispetto agli altri comuni è evidente in tutti i settori. Ma in una grande capitale il sistema dei trasporti e delle infrastrutture è un punto nevralgico e, pertanto, andrebbe gestito al meglio per


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restare al passo con la modernità e per garantire, innanzitutto, la vivibilità ai cittadini.
Le proposte emendative che prevedono l'esclusione del tetto sulla spesa del prossimo triennio degli investimenti strategici per le metropolitane, che sono contenuti nella legge obiettivo e che richiedono una dotazione di fondi pari al 5 per cento per i lavori pubblici, rispondono esattamente a queste esigenze.
Roma non è una capitale accentratrice o burocratica, ma è soprattutto centro propulsivo dello sviluppo del terziario, ed i risultati in tal senso non possano essere ignorati o, peggio ancora, capovolti nella sostanza e nelle risposte del Governo, ma dovrebbero venir premiati con maggiori finanziamenti e con una autonomia normativa reale e svincolata da altri poteri istituzionali.
Gli ultimi dieci anni, grazie all'impegno costante e faticoso delle giunte di centrosinistra, hanno dimostrato che Roma si è resa protagonista di una crescita economica, sociale e culturale sino a qualche tempo fa impensabile, e soprattutto in totale controtendenza rispetto agli andamenti dell'economia su scala nazionale.
È una città che ha dato prova di una straordinaria capacità di migliorarsi, di rinnovarsi su più fronti, di dare slancio e respiro ad uno sviluppo locale ormai tangibile e ovunque riconosciuto, ma per tutto questo ha potuto contare solo ed esclusivamente sulle proprie forze. Le forze politiche cui stanno a cuore le sorti di Roma non fanno una battaglia a favore di una concezione assistenzialista, per cui la città viva esclusivamente grazie ai fondi erogati dallo Stato, perché in realtà il dinamismo mostrato dalla capitale negli ultimi anni dimostra il contrario. Ma Roma deve avere garantita una prospettiva di sviluppo e di crescita anche e non esclusivamente attraverso l'impegno dello Stato nei suoi confronti, che significa assegnazione di risorse e conferimento di poteri forti.
Proprio perché crediamo che garantire il futuro alla nostra capitale sia un dovere di tutti, come Margherita romana, abbiamo proposto l'individuazione di un obiettivo forte per la città su cui concentrare risorse, decisioni, energie politiche e professionali. Crediamo che la sfida per la capitale, ambiziosa ma possibile, sia quella di diventare, da oggi al 2015, la prima città italiana dell'innovazione e della conoscenza, come suggeriscono tutti i numeri e le dinamiche che compongono una città in cui risiedono grandi imprese della produzione e dei servizi tecnologici, che ha una straordinaria ed unica rete di università, un'incredibile presenza di patrimonio e produzione culturale, una forte tensione innovativa nel campo del welfare locale ed una grande presenza di giovani pieni di passione e di talento. Essere la prima città italiana dell'innovazione e della conoscenza è un traguardo, non solo per Roma, ma per l'economia di tutto il paese.

PRESIDENTE. Onorevole Giachetti...

ROBERTO GIACHETTI. Sto per concludere, Presidente.
Per intraprendere questa sfida, Roma ha bisogno delle istituzioni nazionali, che ne valorizzino il ruolo e che non ne affossino gli sforzi e le energie. Siamo purtroppo al paradosso, perché chi ha rivolto all'amministrazione locale capitolina unanimi apprezzamenti per l'organizzazione di eventi degni di una grande capitale europea - non ultima la prestigiosa occasione della firma del Trattato costituzionale: bravo il sindaco e bravi i romani che hanno sopportato questo importante appuntamento - al contempo...

PRESIDENTE. Onorevole Giachetti...

ROBERTO GIACHETTI. ...non riconosce a Roma, in teoria né in pratica, meriti laddove ve ne siano, né tanto meno le corrisponde le dovute ed essenziali risorse per far fronte agli oneri propri di una grande città.
Questa è la ragione per la quale, signor Presidente, ancora in queste ore, ci auguriamo che vi sia da parte del Governo una capacità, mai dimostrata, di ascoltare le ragioni dei deputati di tutte le forze politiche,


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affinché siano restituiti a Roma il ruolo e il valore che le spettano come capitale di questa nazione.

PRESIDENTE. Onorevole Giachetti, le ho concesso due minuti in più. Sono stato molto comprensivo. Tenti di esserlo anche lei, qualche volta, all'inizio dei lavori parlamentari rispetto a chi presiede...
Constato l'assenza dell'onorevole Spini, iscritto a parlare, si intende che vi abbia rinunziato.
È iscritto a parlare l'onorevole Milana. Ne ha facoltà.

RICCARDO MILANA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, non intendo ripetere ciò che altri colleghi in quest'aula, da ultimo l'onorevole Giachetti, hanno sottolineato, ma sento la necessità di riflettere qualche minuto su questa legge finanziaria per il 2005.
Il provvedimento in oggetto è stato presentato senza i collegati e senza i documenti che sostengono gli annunci dei ministri e del Presidente del Consiglio sulla manovra fiscale e sulla manovra per lo sviluppo; appare come una mera copertura di un buco di bilancio, di una voragine dei conti pubblici. Vi è quindi la necessità di intervenire con forza. È una manovra molto consistente (si parla di 24 miliardi di euro), indispensabile ad evitare il fallimento finanziario del paese.
Qualcuno non si era accorto di questo fatto, che noi avevamo più volte denunciato, non se ne era accorto o lo aveva omesso, aveva truccato le carte, aveva coperto la realtà. I conti pubblici non tornano e un ammanco di 24 miliardi di euro non è una cosa che si può scoprire da un momento all'altro. Abbiamo domandato tante volte quali fossero le ragioni dello sfondamento della spesa pubblica; abbiamo tante volte chiesto le carte e i dati, ma il Governo continua a non fornirli e a non essere chiaro. Quindi, vi è una difficoltà nel controllare la spesa pubblica e nel rispondere alle attese del paese.
Poi, si tende a scaricare gran parte del peso di questa manovra sugli enti locali. Tra l'altro, lo si fa con alcune operazioni un po' meschine, mascherate da tentativi di introdurre sistemi di rigore, che tutti sappiamo non incidono sull'andamento di bilancio, ma servono a coprire in maniera propagandistica i limiti di quello che state facendo. Mi riferisco al taglio rappresentato dal tetto del 2 per cento, al decrescere continuo dei trasferimenti, anche in questa legge finanziaria, al tentativo propagandistico e un po' meschino di ragionare in maniera sbagliata sulle consulenze degli enti locali (mi auguro tra l'altro che queste valgano a tutti livelli, anche per i ministeri) e sulla questione delle auto blu. C'è il tentativo di continuare a distrarre l'opinione pubblica di fronte a quello che è un vero e proprio inasprimento della pressione fiscale (chiamato in vari modi, per esempio manutenzione), con l'introduzione di una decina di nuove tasse, con tutta una serie di cose che oggi sono evidenti. Vi è il tentativo di dire che si risparmia sugli sprechi. Quali? Quelli degli enti locali. Come se questi ultimi non fossero uno dei motori principali dello sviluppo del nostro paese.
Ma voglio e debbo anche richiamare l'attenzione del Parlamento e del Governo sulla vicenda - lo ha fatto poco fa il collega Giachetti e lo faccio anch'io - del trattamento che questo Governo e la sua maggioranza riservano alla capitale del paese. Infatti, è evidente che vi sono certe dinamiche, che vi è il tentativo di mettersi d'accordo, tra l'altro in una situazione nella quale non si spiega bene cosa si fa della legge finanziaria e dei collegati, in attesa di rimpasti, di «rimpastini» e del raggiungimento di nuovi equilibri. Ed è chiaro che non si vuole affrontare il problema della capitale e che si lascia spazio agli interventi propagandistici, assurdi, di alcuni esponenti della Lega, del tutto contro Roma. Quello che ci stupisce, però, e credo che questo rappresenti un problema politico, è l'atteggiamento dei parlamentari e dei membri del Governo, cittadini di questa città, eletti in questa città: primo fra tutti il Vicepresidente del Consiglio, Fini, che probabilmente non sente il dovere di mantenere gli impegni che con gli elettori di questa città ha negli anni assunto,


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tutto teso ad un rimpasto che lo deve portare a qualche altro livello di responsabilità (e, quindi, non deve disturbare l'equilibrio raggiunto con la forza più bizzarra di questa maggioranza, la Lega Nord Federazione Padana).
Allora, si lascia alla Lega Nord Federazione Padana la bandiera propagandistica dell'attacco a Roma e si accentua la visione antiromana, che questo Governo ha o quanto meno che l'opinione pubblica romana percepisce, e si tace, con un atteggiamento - rispetto al quale accomuno anche il ministro Alemanno - quanto meno meschino.
In Parlamento, molti di noi hanno presentato proposte emendative relative alla legge per Roma capitale, la n. 396 del 1990, proposte firmate dai parlamentari di tutti gli schieramenti - anche dal Vicepresidente Fiori - riconoscendo l'urgenza di mantenere l'impegno preso dal Presidente del Consiglio nell'agosto 2001 con il sindaco e con la città di Roma per un adeguato finanziamento della legge stessa. È vero anche che il Presidente del Consiglio è solito prendere impegni che non mantiene. Si aggiunge, poi, una lettera che il sindaco di Roma ha scritto al Presidente del Consiglio dei ministri; l'ha scritta subito dopo la firma della Costituzione europea, sottolineando come la macchina amministrativa e organizzativa della città, il senso di responsabilità dei cittadini - che ogni giorno sopportano manifestazioni, se non di quel rilievo, certo importanti - ha permesso all'Italia di svolgere il suo ruolo, di adempiere il suo dovere e di fare bella figura. Ricorda, il sindaco, che la città, per la sua natura di capitale, della quale è onorata, sopporta gli oneri di circa duemila manifestazioni l'anno, tra quelle politiche, sociali e religiose, a carattere sovracittadino, nazionale o internazionale. Duemila, una media di sette-otto ogni giorno; e allora torna, detto sindaco, a sottolineare che non è più tollerabile che Roma sia trattata alla stregua di un piccolo comune, ricevendo trasferimenti erariali inferiori a quelli che mediamente...

PRESIDENTE. Onorevole...

RICCARDO MILANA. Mi avvio alla conclusione, signor Presidente.
Ebbene, fa presente il sindaco come non sia più tollerabile che Roma riceva trasferimenti erariali inferiori a quelli mediamente percepiti dai capoluoghi di regione e come, anche per il sistema dei trasporti, vi sia un sottodimensionamento. È impossibile ritenere che si possa continuare in questa direzione; auspichiamo, quindi, che il Parlamento sappia e voglia correggere tale situazione, mantenendo fede agli impegni. Peraltro, invito i parlamentari di Forza Italia, che avevano presentato una proposta emendativa analoga, poi dichiarata inammissibile, a sottoscrivere il nostro emendamento, concorrendo con noi affinché si renda giustizia alla città di Roma ed ai suoi abitanti.
Per il resto, voglio osservare come sia difficile credere alle promesse di questo Governo. Attendiamo ora la presentazione dei collegati, convinti che detti provvedimenti - di cui il ministro Siniscalco ha dichiarato che porteranno ad una riduzione delle tasse e ad una politica dello sviluppo a costo zero - mascherino, in realtà, un'altra serie di tasse. Infatti, è evidente come il costo zero non derivi da una redistribuzione di utili ma debba essere coperto da nuove tasse e da...

PRESIDENTE. Onorevole, deve concludere.

RICCARDO MILANA... ulteriore spesa. Quindi, sarà una partita di giro della quale siamo in attesa di conoscere i dati ma che ci appare sicuramente un'altra presa in giro per gli italiani.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Deiana. Ne ha facoltà.

ELETTRA DEIANA. Signor Presidente, voglio ribadire il giudizio di fondo che, come Rifondazione comunista, abbiamo espresso sul disegno di legge finanziaria proposto dal Governo.
L'architettura generale della legge è ispirata - lo ribadiamo e non ci stancheremo di ripeterlo - ad una precisa logica


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economico-sociale di stampo neoliberista, il che significa che essa è ostile ad ogni criterio di reale giustizia sociale, di reale solidarietà nazionale, di arricchimento e consolidamento di quella tavola dei diritti sociali universali di cittadinanza che ha costituito uno dei punti più alti di acquisizione di civiltà sociale nei decenni trascorsi.
Ma non è soltanto questo: si tratta anche di una finanziaria di guerra. Lo diciamo apertamente e con chiarezza, e voglio altresì sottolineare che tale giudizio trova la sua spiegazione a due livelli connessi e interdipendenti. Il primo livello è di contesto, ed è rappresentato, sostanzialmente, dalla fase politica che attraversiamo, dagli orientamenti che vengono espressi e dalle scelte che si compiono. Il secondo, invece, è di testo, vale a dire quello che, concretamente, ci viene proposto.
Il contesto, ripeto, è sempre più apertamente segnato da atti politici, scelte - purtroppo - istituzionali ed orientamenti culturali che legittimano il ricorso all'uso della forza militare - alla guerra, detto chiaramente - ed invocano il rafforzamento della dimensione militare, confermando, così, le derive belliciste del Governo in carica e dell'attuale maggioranza parlamentare.
A proposito di contesto, in questa sede vorrei esprimere anche la preoccupazione del mio gruppo, oltre che la mia personale, per le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica - che dovrebbe essere custode e garante della Costituzione - il 2 novembre scorso, in occasione della cerimonia di consegna delle decorazioni dell'Ordine militare d'Italia a quattordici ufficiali e sottufficiali.
Ciampi, in quell'occasione, si è detto preoccupato del fatto che la scure finanziaria non risparmia la Difesa, un settore in cui, ha affermato ancora il Presidente della Repubblica, bisogna spendere bene, evitando certamente sprechi e risparmiando, ma senza scendere al di sotto di alcuni standard internazionali. Chi ha a cuore le esigenze della sicurezza nazionale, ha insistito il Presidente della Repubblica, non può non seguire con attenzione che cosa accade in relazione alle risorse destinate alla Difesa.
Il Presidente Ciampi sembra dimenticare, con tali affermazioni, che l'intera materia della Difesa non è un optional a disposizione delle maggioranze parlamentari che via via si possono formare, ma è vincolata - mi riferisco a tutta la dimensione della Difesa, e dunque anche alle spese destinate alla Difesa - dalla Costituzione, ed è condizionata - o dovrebbe essere condizionata - dall'articolo 11 della nostra Carta costituzionale.
Perché lamentarsi della scarsità delle risorse finanziarie destinate alla Difesa, o della supposta scarsità di tali risorse, dimenticando che attraversiamo una fase politica in cui le risorse destinate a tale settore presentano una stretta connessione con le scelte di politica internazionale di appoggio alle guerre che l'Italia sta compiendo?
La retorica sulla scarsità dell'impegno finanziario del nostro paese, oltre a non cogliere la realtà di cosa avvenga, realmente, a livello contabile, è il frutto avvelenato del contesto, vale a dire dell'ormai chiara attitudine di legittimazione delle scelte politiche in senso militare ed in senso bellico che caratterizzano apertamente l'attuale maggioranza e che si insinuano, sempre più negativamente, in luoghi ricoperti da alte cariche istituzionali che dovrebbero essere, invece, presidio dell'articolo 11 della Costituzione italiana, nonché del rifiuto della nostra Carta a che tali scelte vengano compiute.
Contesto e testo, come dicevo, devono essere tenuti insieme; allora, occorre guardare al testo, vale a dire alle cifre, ai capitoli di spesa, ai supposti tagli - ribadisco «supposti» - e ai sotterranei, reali aumenti che caratterizzano sia in questi anni, sia anche in questo disegno di legge finanziaria, la complessiva manovra economica sul versante della Difesa.
Sappiamo che, da anni, gli unici tagli alla spesa pubblica riguardano sanità, scuola ed assistenza, ma non la difesa. Si tagliano investimenti al sud, ma non vi sono stati mai tagli per nuove portaerei o


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per nuovi cacciabombardieri, quali gli Eurofighter. Per quanto riguarda le spese militari, siamo, in realtà, in tendenza con il resto dei paesi ricchi occidentali, fatta eccezione - ovviamente - per la superpotenza americana che, sulla spesa militare, investe tutto il suo presente e ed il suo futuro. Il sacrificio richiesto alle Forze armate è solo formale, perché, nei fatti, il bilancio del Ministero della difesa aumenterà.
Per dare un giudizio più oculato su quanto destinato alla difesa, bisogna tener presente il sistema usato dal ministero competente per i suoi calcoli. In genere, il saldo tra la previsione e l'assestamento di bilancio è positivo, il che significa che il settore militare spende sempre più di ciò che è preventivamente deciso. Negli ultimi cinque anni, le spese militari hanno subito aumenti annuali di diverse centinaia di milioni di euro. A cosa servono tutte queste migliaia di miliardi di euro, versati nelle casse della Difesa? Metà dei soldi del bilancio della Difesa se ne vanno in stipendi, il 25 per cento serve a comprare nuove armi ed il resto per le spese correnti.
Nella finanziaria per il 2004 si stabiliva, complessivamente, il blocco delle assunzioni pubbliche, fatte salve quelle connesse alla professionalizzazione delle Forze armate. Non si capisce proprio perché l'unico comparto in cui lo Stato continua ad assumere debba essere quello militare.
Credo, inoltre, che si debba tener presente, discutendo di destinazione delle risorse, l'aspetto delle missioni all'estero. Tali missioni non sono finanziate con i soldi del Ministero. Servono per esse fondi speciali e leggi apposite. Nella finanziaria per il 2004 la spesa prevista, extra bilancio della Difesa, era di un miliardo e 200 milioni di euro. Tale fondo è riproposto oggi, per il 2005. All'1,5 per cento, quindi, del bilancio della Difesa bisogna aggiungere un ulteriore 6 per cento di spese direttamente di guerra. Altri soldi che il nostro paese spende sul versante militare sono destinati all'acquisto di armi ed allo sviluppo di progetti. In alcuni casi, lo Stato partecipa con risorse e progetti di sviluppo di sistemi d'arma in ambito europeo o NATO e, successivamente, le imprese italiane partecipano alla ricerca ed agli utili.
A fine ottobre 2004 è stato firmato il progetto FRAM, in cui Italia e Francia stanziano fondi per ammodernare le proprie flotte. Vi è poi la partecipazione italiana allo sviluppo del supercaccia americano, il famoso GSF, progetto al quale l'Italia partecipa con più di un miliardo di dollari. Complessivamente marina ed aeronautica dovrebbero acquisire circa 130 velivoli. Tale partecipazione - ed il FRAM, che ho prima citato - garantiscono alle imprese italiane di guadagnare appalti al Pentagono ed altrove, ma alla fine dei giochi, il Ministero, ossia il bilancio pubblico, s'impegna ad acquistare i mezzi prodotti.
Voglio, infine, ricordare un altro aspetto estremamente importante per noi: quanto di tutte le somme destinate alle missioni militari, alla difesa e ai nuovi criteri di presenza militare dell'Italia nel mondo, criteri spacciati come un'idea di esportazione - sia pur armata - della pace, sia effettivamente destinato al versante umanitario delle missioni militari. Nonostante le rassicurazioni del Governo contro la guerra, le varie chiacchiere del tipo «siamo andati solo in appoggio; non abbiamo partecipato alla guerra vera e propria», eccetera, di cui si dilettano i ministri competenti - e meno competenti - ciò che cresce dal punto di vista dell'impegno organizzativo finanziario è esclusivamente l'aspetto militare, mentre - i numeri parlano chiaro - è in netta flessione la parte che riguarda gli aiuti militari.
La stessa missione in Iraq è segnata da un'estrema, preponderante presenza di spese destinate alla gestione militare del contingente italiano; una parte minima è riservata, invece, ai cosiddetti aiuti umanitari. Quindi, si tratta di ragioni di fondo - lo ripeto - di un contesto politico e strategico in cui si pone l'Italia e di scelte precise che confermano il nostro giudizio negativo sulla legge finanziaria.


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PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Labate. Ne ha facoltà.

GRAZIA LABATE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, sottosegretario Vegas, siamo giunti alla fase finale della discussione della legge finanziaria 2005-2007 in quest'aula e nessuno dei dubbi, delle profonde perplessità, delle obiezioni di merito ai contenuti e alle proposte del Governo sono stati fugati. Non è valso il confronto nelle Commissioni di merito né in Commissione bilancio. Siamo qui, di fronte al paese e al Parlamento, a discutere di qualcosa di illusorio, ingannevole e inefficace. Mai come quest'anno è stata recata al Parlamento una ferita così profonda. È divenuto irrilevante l'esame parlamentare dei documenti di bilancio e sempre più ampia è la discrezionalità dell'esecutivo. I problemi veri e acuti del paese rimangono irrisolti, le misure per lo sviluppo solo promesse, e non si conosce come e quando saranno inserite nella manovra, come si reperiranno le risorse e, soprattutto, a spese di chi.
Vige l'imperativo categorico del premier di riduzione delle aliquote fiscali e la ridda di ipotesi che avanzano nella maggioranza al riguardo sembrano mirabili spot di pubblicità ingannevole, usati via via per la tenuta della coalizione di Governo su cui pende la spada di Damocle del contratto con gli italiani al quale obbedire a tutti i costi, al di là della realtà del nostro paese, del reale tenore di vita dei cittadini, del vero andamento dei conti pubblici, del punto critico di non decollo del nostro sistema economico e produttivo, della precarietà del nostro sistema di welfare e di protezione sociale. Non convincono i conti della manovra per il 2005, non tornano i conti relativi al 2004. L'obiettivo del deficit al 2,7 per cento del PIL non appare credibile, il Gordon Brown all'italiana nasconde, in realtà, due possibili escamotage da parte del Governo: puntare all'obiettivo reale del 2,9-3 per cento del PIL per l'indebitamento delle pubbliche amministrazioni, guadagnando così qualche margine di manovra, e attuare una manovra correttiva la prossima primavera, magari dopo le elezioni regionali. L'idea del tetto del 2 per cento per le spese nel triennio 2005-2007 è, in realtà, un taglio molto sensibile delle disponibilità. Basti pensare che, nell'ultimo triennio, le spese correnti sono aumentate annualmente del 5 per cento e mi conforta in questo dato l'audizione della Corte dei conti.
Appare evidente, analizzando, ad esempio, il trend di crescita realizzato nel biennio 2001-2003 dell'andamento della spesa delle amministrazioni locali al netto del costo del personale, che esso è aumentato dell'11,7 per cento; di contro, l'inflazione è cresciuta del 5,1 per cento.
Tutto ciò mi consente di dire che difficilmente le amministrazioni locali riusciranno a rispettare il tetto di spesa previsto nel 2005 pari al 4,8 per cento. Di conseguenza, l'inasprimento della tassazione locale è quasi certo e così il taglio ai servizi di protezione sociale per le famiglie e per i cittadini. Si usa la mannaia senza assumersi la responsabilità di decidere. Dal decisionismo di Tremonti al «ponziopilatismo» di Siniscalco: così si inaugura la stagione della finanziaria 2005-2007, rinunciando a fotografare la reale entità della spesa del triennio precedente, a programmare la spesa pubblica futura, scegliendo dove tagliare e dove incrementare. Questo è il ruolo della politica, di chi vuole governare il paese con responsabilità e coesione, per traghettarlo verso la modernizzazione ed uno sviluppo economico e sociale più solido e più maturo. Niente di tutto ciò! Il Gordon Brown all'italiana, in sostanza, è: taglio, ma dico che non posso crescere più del 2 per cento.
Non investo, ma dico che lo farò. Farò la riforma fiscale, ma, intanto, che il cittadino paghi di più (ticket, balzelli, tributi regionali e locali, più spesa privata per curarsi e assistere anziani e minori, figli a carico il cui costo è ben più elevato di quei punti di IRPEF che dite di voler rimodulare). A favore di chi e perché vi siete imbarcati in questa operazione, quando da un anno tenete in scacco il Parlamento sul varo della legge per la costituzione di un fondo per gli anziani non autosufficienti, non riuscendo a trovare


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la necessaria copertura finanziaria e nemmeno proponendo un'alternativa possibile a quella avanzata dalle opposizioni e dai sindacati unitari?
Un paese che invecchia, che è longevo, ma, ahimè, non sempre in buona salute, con un tasso elevato di patologie croniche e degenerative, che dovrebbe trovare di fronte a sé un ventaglio di misure di sostegno e di accompagnamento alla terza e alla quarta età della vita, vede l'indifferentismo e il cinismo di un Governo che non si assume la responsabilità di decidere per sostenere la fragilità di chi non è autosufficiente di lasciarlo in balia del caldo killer o della speranza di un clima più mite, mentre sovraccarica le famiglie alla mercé delle badanti, del buon vicinato e dei pochi servizi domiciliari esistenti. Ciò perché l'imperativo categorico è diminuire e rivedere la curva delle aliquote IRPEF e ognuno provveda da sé con i virtuali risparmi della minor tassazione o facendosi un'assicurazione per il futuro.
Dov'è il vostro europeismo? Perché sottoscrivete azioni comuni e documenti sulla protezione sociale e non siete coerenti con le azioni di Governo qui, ora, nel nostro paese?
Il 20 aprile 2004 la Commissione europea ha fornito al Consiglio, al Parlamento europeo, al Comitato economico e sociale e al Comitato delle regioni le linee guida per la modernizzazione della protezione sociale per sviluppare un'assistenza sanitaria e sociale a lungo termine, di qualità, accessibile e sostenibile.
Voi le avete sottoscritte, ma la vostra strategia nazionale va in tutt'altra direzione: non forti politiche pubbliche, ma «si salvi chi può!». Ciò non può funzionare, sottosegretario Vegas. Lo sviluppo non si rilancia senza forti politiche pubbliche di coesione, senza un'assistenza adeguata, senza una sanità di qualità.
La vostra miopia vi impedisce di vedere questi settori come fonti di investimento, di produttività, di tutela del bene salute in primo luogo, dello star bene, della ricerca transnazionale, della ricaduta in prodotti e tecnologie, della maggiore produttività del lavoro e nel lavoro.
Avete fatto una riforma delle pensioni che consente, com'è giusto, di allungare il ciclo lavorativo con maggiore guadagno, ma a che servirà se quel lavoratore non sarà in salute, non avrà servizi, non avrà sostegno, dovrà pagare più ticket sui medicinali e sulla diagnostica o dovrà andare in casa di cura privata per curarsi perché le liste di attesa sono oltraggiosamente diventate lunghe in questo triennio?
Convincetevi: non fate riforme di facciata che non alimentano i consumi delle famiglie, ma limitano e compensano in minima e misera parte ciò che già oggi si spende per far fronte ai bisogni sociali e di salute di una popolazione che invecchia, dato che spendiamo oltre 50 mila miliardi di vecchie lire privatamente per curarci e per farci assistere quando ne abbiamo bisogno, oltre l'attuale protezione sociale di cui godiamo.
Per questo motivo, tornando alla finanziaria, i conti non tornano. Vediamo perché. Il fondo per le politiche sociali passa da 1.804.013.940 del 2004 a 1.390.953.940 per il 2005. Non vi è più il bonus per il secondo figlio. Gli assegni di maternità per i nuclei familiari passano da 243 milioni di euro a 105 milioni di euro. Il reddito di ultima istanza, escamotage che avete tentato, non c'è più. Il contributo pensioni rimane invariato. Gli assegni ai nuclei familiari spariscono. L'indennità di talassemia rimane uguale. Insomma, avete sottratto alle famiglie e ai servizi sociali 413.060.000 euro, per non parlare della sanità. In materia sanitaria registriamo, ancora una volta, l'insufficienza del finanziamento del fondo sanitario nazionale.
Eppure, il ministro della salute ha detto che lo avete portato a 88.250 miliardi di euro. È vero, chi può disconoscerlo? Questa è la cifra iscritta in bilancio. Peccato, però, che avete fatto non lo zero base budgeting ma avete calcolato il 2004 senza tenere conto dei costi di competenza e di cassa relativi alle code contrattuali, ai rinnovi dei contratti, all'incidenza del pregresso che avete tardato a pagare alle regioni. Non avete tenuto conto neanche della futura incidenza che avrà la chiusura


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del contratto della dirigenza medica e della convenzione della medicina generale di libera scelta.

PRESIDENTE. Onorevole Labate...

GRAZIA LABATE. Concludo, signor Presidente.
Si fa presto a dire che non si possono aumentare le spese più del 2 per cento. Però, sulla sanità e sulle politiche sociali già oggi vi è il 4,8 per cento di aumento.
Credo che il nostro dovere in Parlamento sia di fare con responsabilità e decisione i conti della realtà. Dobbiamo dire cosa possiamo incrementare e cosa no e fare una finanziaria credibile e realistica per tutti i cittadini italiani. Altrimenti, il gioco delle tre carte o del coniglio dal cappello non funzioneranno perché i cittadini italiani sono già oggi consapevoli di quanto spendono. Lo dice l'ACRI su tutti i quotidiani italiani oggi: una famiglia su cinque non ce la fa, non risparmia una lira e non arriva a fine mese. Questa è la realtà, signori del Governo, alla quale purtroppo, governando, ci avete portato (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Burtone. Ne ha facoltà.

GIOVANNI MARIO SALVINO BURTONE. Signor Presidente, la prima finanziaria del ministro Siniscalco arriva in aula dopo aver subito più bocciature: dai sindacati, dalla Confindustria, dalle categorie produttive. Non meno critici sono stati gli enti locali, che hanno manifestato il timore di un blocco degli investimenti e di una significativa stretta sulle prestazioni sociali.
Noi della Margherita consideriamo la manovra pericolosa: è una stangata sulle famiglie, è fortemente deficitaria sul fronte sociale, è inadeguata a spingere l'azienda Italia da troppo tempo ferma al palo. È la finanziaria che completa l'azione del centrodestra di affossamento del sud. Le fallimentari politiche economiche del Governo hanno portato ad una vera e propria crisi strutturale di tutti i settori produttivi. L'agroalimentare, il metalmeccanico, il petrolchimico, il tessile e tanti altri comparti sono nel Mezzogiorno ormai compromessi e ciò determina un'emorragia di posti di lavoro.
Non è per campanilismo o per vittimismo che riporto alcuni dati dalla Sicilia: decine di migliaia di lavoratori hanno perso il posto di lavoro. Le aziende Cesame e Keyes di Catania, il petrolchimico di Gela e di Priolo, l'azienda Habitus di Enna e tanti altri siti industriali oggi si trovano in difficoltà. Tali difficoltà delle imprese, la perdita continua di lavoro, l'assenza di una pur minima iniziativa del Governo per creare nuova occupazione non sono stati ininfluenti nel determinare alcuni rilievi dell'ISTAT. Tale istituto afferma che in Sicilia il tasso di povertà è passato dal 21,3 per cento del 2002 al 25,5 per cento del 2003. Un quarto della popolazione siciliana è in condizione di indigenza: questo è il miracolo del doppio Governo di centrodestra Berlusconi-Cuffaro.
Quindi, tanti cittadini si trovano a fronteggiare una vera emorragia sociale senza un minimo di aiuto. Infatti, come ricordava la collega Labate, il reddito di ultima istanza introdotto dalla maggioranza con la finanziaria 2004 è stato un totale fallimento. Non vi è stato alcun finanziamento, alcuna disposizione, ma solo una vera e propria presa in giro con un unico obiettivo: portare a compimento la chiusura del reddito minimo di inserimento che aveva ottenuto risultati importanti nella fase di sperimentazione.
Noi non ci rassegneremo al declino e faremo le nostre battaglie parlamentari durante l'iter della legge finanziaria.
Chiediamo pochi interventi selettivi, per esempio per l'agricoltura, ma non certo il bluff ultimamente promesso dal ministro Alemanno di determinare uno stato di crisi dell'agricoltura meridionale per ottenere un regime straordinario di ritiro e nuove regolamentazioni per le importazioni. Sono parole, continue parole, promesse mai mantenute! Ci accontenteremmo di vedere approvate le nostre pro


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poste emendative, per la ristrutturazione finanziaria delle aziende, per il rifinanziamento delle leggi di settore, per la rateizzazione dei debiti delle aziende agricole. Quindi non promesse ancora una volta reiterate, non il bluff proposto dalla legge omnibus voluta da questo Governo!
Per quanto riguarda l'industria, ribadiamo che alcune leggi, durante i Governi di centrosinistra, avevano favorito lo sviluppo del sud, dando anche buoni risultati sul piano occupazionale; mi riferisco a quelle che prevedevano il credito di imposta, il bonus per l'occupazione. Tali leggi sono state abolite ed è stata quindi diminuita l'attrattiva di investimento al sud. Chiediamo semplicemente che tali strumenti vengano ripristinati, con le regole semplici che essi avevano, la certezza del diritto e la non burocratizzazione delle procedure. Ciò al fine di ricreare un'atmosfera utile ad attirare investimenti nel nostro Mezzogiorno.
Questa proposta può sembrare irreale, soprattutto al pensiero che, dopo aver cancellato il credito di imposta, il bonus per l'occupazione e i contratti d'area, questo Governo e questa maggioranza si accingono a modificare la legge n. 488 del 1992, bloccando così ogni aiuto a sostegno delle imprese che vogliono investire nel sud. Infatti, la soluzione proposta dal Governo - la trasformazione dei finanziamenti in mutui - non tiene conto del fatto che molte imprese meridionali, già sottocapitalizzate, non avranno la possibilità di accedere a nuovi crediti. Peraltro, questi crediti vengono concessi con tassi mediamente più alti del 6 per cento, rispetto a quelli applicati ai crediti concessi al nord. Inoltre, la prossima applicazione degli accordi di Basilea 2 sul credito delle imprese renderà più difficile la possibilità di indebitamento da parte di molte imprese meridionali, anche per effettuare nuovi investimenti.
Se al taglio di questi aiuti si aggiunge che non esiste, al momento, nelle aree dell'obiettivo 1, alcuna fiscalità di vantaggio, rispetto alle aree forti del paese - tema sul quale il Governo di destra di Berlusconi non si è mai battuto in sede europea con una forte e reale convinzione -, non si comprende quali possano essere i vantaggi reali ad investire nel sud, sia per i nuovi insediamenti, sia per il mantenimento o l'ampliamento di quelli esistenti. Per questo motivo intendiamo difendere la legge n. 488 del 1992. Si tratta peraltro di una difesa condivisa dal sindacato e da Confindustria. Ci auguriamo pertanto che su questo tema possa esserci uno scatto d'orgoglio anche dei parlamentari meridionali. In modo particolare faccio appello ai parlamentari siciliani: la smettano di continuare ad essere dei soldatini di piombo al servizio di Berlusconi e dei padani! I parlamentari meridionali dovrebbero chiedere al Viceministro dell'economia e delle finanze il significato della decisione assunta dal CIPE lo scorso 29 settembre. In quella sede, nella ripartizione delle risorse previste dalla finanziaria per il 2004, nessuna somma è stata assegnata per finanziare gli incentivi previsti dalla legge n. 488 del 1992 e per i contratti di programma. Il CIPE si è limitato a prevedere un accantonamento di 1,5 miliardi di euro, da assegnare successivamente, con particolare attenzione agli incentivi in corso di riforma. Ciò significa che, nonostante le risorse siano state previste nella finanziaria per il 2004, la loro utilizzazione viene rinviata a quando entreranno in funzione le nuove regole per gli incentivi. Questo è un modo per tenere a freno la cassa e per sancire la fine della legge n. 488 del 1992, scoraggiando così gli imprenditori ad investire nel Mezzogiorno!
Sono questi i temi principali, che ci inducono a tenere un atteggiamento di forte contrapposizione verso la maggioranza di centrodestra, che, in questa manovra finanziaria, ha come unico obiettivo quello di varare una riforma fiscale per agevolare i redditi più alti, sacrificando sull'altare dei privilegi qualsiasi politica di aiuto alle fasce sociali più deboli e alle aree territoriali in difficoltà.
Ci opporremo con una battaglia parlamentare finalizzata a far approvare i nostri emendamenti che potrebbero aprire nuove speranze per la ripresa


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produttiva e per una stagione di nuova solidarietà verso le comunità più deboli (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Nicola Rossi. Ne ha facoltà.

NICOLA ROSSI. Signor Presidente, i miei colleghi hanno esaurientemente chiarito i punti di debolezza di questo disegno di legge finanziaria e le critiche che, dal punto di vista dell'opposizione, ma non solo di quest'ultima (più in generale del paese), ha sollevato nei confronti del provvedimento in esame. Vorrei utilizzare il tempo che ho a mia disposizione per esaminare la questione da un punto di vista diverso e segnalare, in particolare, lo stato d'animo prevalente di chi, oltre le Alpi, vede il paese e la gestione delle sue finanze pubbliche.
Vi è una fortissima preoccupazione che nasce da alcune considerazione che elencherò. In buona sostanza, è chiaro a tutti che questo disegno di legge finanziaria non è altro che la modalità con cui noi paghiamo il conto di tre anni di gestione avventurosa del bilancio pubblico. Non mi riferisco solo a questa finanziaria, ma anche alla manovra fatta qualche mese fa, nonché a quella che sui giornali di oggi si preannuncia per la fine dell'anno.
Credo che fossero decenni che non assistevamo ad una manovra ter. Inoltre, la sensazione nettissima che si ha è che, in realtà, questa finanziaria non rappresenti il conto nella sua interezza, ma che, al contrario, il Governo abbia scelto, nel momento stesso in cui annunciava e chiariva i limiti della propria azione passata, di rinviare, in realtà, ancora una volta i problemi.
L'onorevole sottosegretario sa meglio di me che di strutturale in questo disegno di legge finanziaria vi è solo la parte relativa alle maggiori entrate previste per i lavoratori autonomi, gli artigiani e le piccole imprese. Una parte, all'incirca 8 miliardi di euro, non è chiaramente strutturale, ma transitoria, mentre un'altra parte, quella dei tetti di spesa, è per sua natura non strutturale. Nessuno esclude che possa diventarlo, ma, per come è stata concepita quella parte del disegno di legge finanziaria, non ha caratteristiche di strutturalità. Anzi, al contrario, quel tipo di operazioni porta di solito ad uno sfondamento della spesa, quando poi si abbandonano i freni.
Pertanto, i due terzi delle misure del disegno di legge finanziaria non sono strutturali, ma possono essere considerati sotto il profilo del rinvio dei problemi. Se a ciò aggiungiamo le modalità con le quali si immagina, anche in questo caso avventurosamente, di coprire una riduzione delle imposte, la cui giustificazione economica è molto difficile da trovare in questo momento, allora abbiamo nettissima la sensazione che non si voglia nient'altro che rinviare il tutto a chi si troverà a governare dal 2007 in poi. Ciò è evidente, anche al limite del ridicolo quando si propone un contributo etico di durata biennale (si sta semplicemente dicendo che chi si troverà a guardare il paese dalla scrivania di Quintino Sella nel 2007 se la vedrà lui).

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ALFREDO BIONDI (ore 11,07)

NICOLA ROSSI. Questo disegno di legge finanziaria è, per dirla in maniera diversa, una sintesi di tante brutture, perché associa la soluzione molto semplice, che, spesso, è stata data in passato, di intervenire sulla spesa per acquisti di beni e servizi e sulla spesa per investimenti e la soluzione, altrettanto semplice, di incidere sulla capacità contributiva non dimostrata, come accade con il concordato preventivo. Se, a tale riguardo, qualcuno ricorda la minimum tax, il combinato disposto di concordato preventivo e di un'eventuale riapertura dei termini del condono relativo all'anno 2003 può dare al termine di minimum tax un significato completamente nuovo e senza precedenti. Le furbizie che hanno caratterizzato questi anni, come emerge abbastanza chiaramente in alcune disposizioni della finanziaria,


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rappresentano più direttamente l'eredità culturale di queste tre anni.
La sensazione che nettamente si ha dall'esterno è quella di un Governo che intenda mantenere le proprie promesse elettorali e che lo voglia fare a spese e sulla pelle del paese. Mi dispiace dover affermare che la sensazione che si ha è anche quella di un ministro dell'economia che abbia fatto promesse che non poteva mantenere a qualcuno che, a sua volta, aveva fatto all'Italia promesse che non poteva mantenere.
In passato, ci sono stati molti casi di ministri dell'economia che hanno perso la credibilità che avevano in partenza lavorando a via XX Settembre, così come ci sono stati ministri dell'economia che, non avendone in partenza, l'hanno saputa conquistare gradualmente e con pazienza, ma non sono stati molti i casi di ministri dell'economia che hanno perso una credibilità che non avevano ancora acquisito.
Mi limito semplicemente ad affermare che sarebbe stato meglio se il Governo, nel disegnare questa manovra finanziaria, avesse posto mente a quello che in questo momento rappresenta l'unico caso di successo in ambito europeo - in una situazione in cui l'Europa, come sappiamo bene, cammina con un passo molto lento rispetto ad altre parti del mondo - sotto il profilo della gestione della finanza pubblica e della gestione macroeconomica, vale a dire la Svezia.
Sono il primo a pensare e a sapere che le differenze sono fin troppo evidenti fra noi e la Svezia; dunque non mi sogno di proporre che quello debba essere il modello, anche perché vi è una diversa collocazione rispetto all'euro. Tuttavia, dal punto di vista metodologico, ritengo che il Governo avrebbe fatto molto bene a mandare a memoria il decalogo che il Primo ministro svedese ha reso noto, che ha ispirato le iniziative della Svezia in questi anni, conducendola fuori dalle secche nelle quali ad un certo punto si era trovata.
Vorrei dunque pregare il sottosegretario Vegas di prenderne nota e di trasferirne i principi al Governo. Ne leggo quindi i punti principali: finanze pubbliche sane sono un prerequisito per la crescita; un paese in debito o indebitato non è libero, ma è soggetto alle mutevolezze dei mercati finanziari; nel quadro delle riforme, queste ultime devono essere disegnate come un pacchetto completo e i costi e i benefici di tali riforme vanno distribuiti equamente su tutta la popolazione; la spesa in servizi pubblici deve avere necessariamente la priorità rispetto ai trasferimenti monetari, dei quali fanno certamente parte le riduzioni fiscali; le amministrazioni centrali non devono trasferire i loro problemi agli enti locali; bisogna essere onesti con il pubblico chiarendo la situazione in cui ci si trova; occorre essere trasparenti con i mercati finanziari, perché hanno una memoria molto lunga.
Avremmo voluto che il ministro, per la sua formazione culturale, facesse proprie queste considerazioni, ma così non è stato. Ritengo che ciò abbia costituito un'occasione persa in quanto, oggi, ci ritroviamo con gli stessi problemi che abbiamo lasciato e con una situazione nella quale si cerca semplicemente di rinviare al futuro i serissimi problemi della nostra finanza pubblica e non si dà per nulla la sensazione di volerli affrontare. In realtà, da questo punto di vista, abbiamo di fronte a noi un anno e mezzo di vuoto.
Penso, tuttavia, che dovremo aspettare 15 mesi affinché il prossimo Governo di centrosinistra lavori esattamente su questi principi per costruire una politica economica credibile (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Di Gioia. Ne ha facoltà.

LELLO DI GIOIA. Signor Presidente, intervenire in sede di dibattito sulle linee generale di questa legge finanziaria diventa certamente molto preoccupante nonché imbarazzante, per il semplice motivo che, di fatto, da ormai quattro anni - infatti questa è la quarta finanziaria del Governo Berlusconi - si ripetono le stesse questioni, gli stessi problemi e le stesse preoccupazioni di inizio legislatura.


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L'uscita di scena del ministro Tremonti, autore di una serie di indicatori «estremamente fantasiosi» e l'avvento del ministro Siniscalco, come giustamente sottolineava qualche secondo fa l'onorevole Nicola Rossi, parevano far credere alla possibilità di discutere una finanziaria di crescita, che desse prospettive diverse ai cittadini italiani. Invece, la realtà è che non possiamo discutere di questo, anzi purtroppo siamo chiamati a dibattere di momenti di grande difficoltà.
Nei prossimi giorni e nel prossimo mese discuteremo una finanziaria che, tutto sommato, non si discosta dalla linea di comportamento di quelle precedenti. Tuttavia, il quadro macroeconomico a livello internazionale sta cambiando: basti vedere i dati di crescita a livello internazionale per rendersene conto. I tassi di crescita sono intorno al 4-5 per cento, anche se chiaramente essi risultano maggiori per i paesi asiatici. Inoltre, gli stessi paesi europei possono vantare indicatori estremamente significativi per quanto riguarda la crescita, anche se Germania e Francia incontrano maggiori difficoltà. Al contrario, gli indicatori dell'economia nazionale italiana sono estremamente preoccupanti, al di là della manovra posta in essere con questa finanziaria.
Con la Nota di aggiornamento del DPEF è stata delineata una manovra per 24 miliardi di euro, cui ne vanno aggiunti ulteriori sei, necessari alla riduzione delle tasse, se vogliamo così definirla. Comunque, dovremo discutere tale misura nel suo complesso per capire cosa accadrà e quali saranno le conseguenze per i cittadini italiani, soprattutto quelli con redditi molto bassi. La manovra di 24 miliardi di euro si rende necessaria a causa del dato tendenziale relativo al rapporto deficit-PIL, pari al 4,4 per cento. In realtà, molti istituti - tra cui quello dell'onorevole Visco - prevedono un deficit tendenziale del 5,1 per cento. Se dovesse essere confermato tale dato, come peraltro riteniamo, bisognerà ricorrere ad un'ulteriore manovra aggiuntiva per complessivi 39 miliardi di euro, necessari a raggiungere il deficit del 2,7 per cento, così come previsto dalla Nota di aggiornamento. Comunque, la manovra di 24 miliardi è stata varata in una situazione di grande difficoltà.
Ciononostante gli indicatori che emergono in base a studi molto significativi, effettuati da importanti istituti di ricerca a livello europeo, affermano che nel 2005 la crescita del PIL non sarà quella prevista nella Nota di aggiornamento del DPEF e dalla stessa manovra finanziaria, bensì vicina all'1 per cento.
Avremo di fatto un rapporto deficit-PIL che supererà il famoso rapporto di Maastricht del 3 per cento ed un debito pubblico che non si abbasserà. Si tratta di elementi che ci devono far riflettere, se intendiamo discutere di un dato estremamente significativo relativo al fabbisogno di cassa e all'indebitamento, che, in base alle stime, crescerà notevolmente.
Dunque, come ha giustamente sottolineato l'onorevole Nicola Rossi, lascerete ai futuri governi un buco di bilancio estremamente preoccupante, che dovrà essere recuperato e che verrà recuperato dal Governo di centrosinistra. Infatti, i cittadini italiani hanno compreso qual è la politica economica di questo Governo e hanno compreso sulla propria pelle, mettendosi le mani in tasca, che sono sicuramente più poveri, contrariamente a quanto tenta di far credere il Presidente del Consiglio.
Nel merito della manovra che state portando avanti, come è stato osservato, si tratta di interventi costituiti per due terzi da una tantum: non si tratta di interventi strutturali, bensì di misure che comunque non creeranno le condizioni di una ripresa economica nel nostro paese e tanto meno di una crescita della competitività nel mercato internazionale (è sufficiente esaminare i dati per rendersi conto di dove siamo arrivati). A tal fine, infatti, vi è la necessità di intervenire in settori estremamente significativi quali la ricerca, la scuola, la formazione, il lavoro. Sono elementi che non vengono presi in considerazione da parte di questo Governo. Gli elementi su cui si determina la manovra di questo Governo, infatti, sono costituiti, ad


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esempio, dal taglio indiscriminato della spesa del 2 per cento, che coinvolgerà sicuramente settori importanti della nostra economia e che dunque determinerà condizioni di recessione, come stiamo constatando e come hanno sottolineato con puntualità i colleghi del centrosinistra che mi hanno preceduto.
Basti pensare a ciò che accade negli enti locali. In questi giorni, si sta svolgendo a Genova l'assemblea nazionale dell'ANCI e nella giornata odierna si discute di finanza locale. Si tratta di un'organizzazione al di sopra delle parti, in quanto costituita da sindaci di centrodestra e da sindaci di centrosinistra, i quali hanno contestato fortemente la manovra di questo Governo, nel metodo e nel merito. Essa, infatti, scarica sugli enti locali le responsabilità di una politica fallimentare e costruisce e dà in pasto ai cittadini italiani una condizione per cui si possa dire: chi non funziona non è il Governo centrale, bensì i cosiddetti terminali locali, vale a dire gli enti locali.
Con questa manovra, come è stato osservato anche dal presidente della Corte dei conti nel corso dell'audizione presso la Commissione bilancio, e con i tagli per gli enti locali il famoso risparmio di 9 miliardi e mezzo di euro sarà per 5 miliardi a carico degli enti locali stessi.
E se a questo aggiungiamo i mancati trasferimenti, comunque previsti, allora ben si comprendono le grosse difficoltà che incontreranno gli enti locali nel garantire ai cittadini italiani i livelli minimi di servizio. Si dovranno, quindi, tagliare ancora di più le spese, si dovranno tagliare quei servizi necessari per garantire ai cittadini del nostro paese un adeguato livello di vita. Sono interventi che perseguono la linea del tagliare i servizi ai cittadini e sono anche interventi che tagliano gli investimenti. Gli stessi enti locali, con una nota consegnata al Governo, hanno sottolineato che con questa manovra tagliate del 30 per cento gli investimenti produttivi degli enti locali; gli investimenti, cioè, che creano lavoro e sviluppo, che pongono le condizioni per una ripresa della nostra economia nazionale. Ebbene, voi con questa manovra tagliate anche i meccanismi di sviluppo degli enti locali.
Cosa altro non ricordare se non, ad esempio, gli interventi ipotizzabili in agricoltura? Al riguardo in questa manovra non si prevede nulla, anzi, vi sono grosse difficoltà. Come non parlare dei trasporti e delle infrastrutture? Il sottosegretario Vegas ricorderà l'inizio di questa legislatura quando - al di là delle campagne elettorali -, nelle discussioni del buon Vespa con il Presidente del Consiglio, si tracciavano le linee di quello che avrebbe dovuto essere lo sviluppo infrastrutturale della nostra realtà. Sapete che con questa finanziaria avete complessivamente tagliato del 27,5 per cento le risorse infrastrutturali? Sapete benissimo che vi sono delle difficoltà per le ferrovie; sapete benissimo che vi sono grandi difficoltà per l'ANAS; sapete benissimo che non vi è una politica dei trasporti urbani sulla mobilità; sapete benissimo che vi sono delle difficoltà, ad esempio, per lo sviluppo dei porti e degli aeroporti! E ben sapete, inoltre, che avete costruito una politica infrastrutturale e dei trasporti estremamente deficitaria.
Tutto ciò influenzerà, ed ha già influenzato negativamente, gli sviluppi possibili per il Mezzogiorno d'Italia, per quelle aree che presentano grossi limiti di crescita. Altro che le considerazioni del viceministro Micciché, dichiarazioni che definirei banali e, se mi è consentito, oserei anche consigliarli di cambiare dicastero. Altro che affermazioni del tipo: adesso in Sicilia disponiamo dell'acqua per ventiquattr'ore al giorno! Evidentemente, il viceministro Micciché da molto tempo non visita il Mezzogiorno d'Italia; sarebbe utile per comprendere le difficoltà di quelle realtà, per capire quali sono le strozzature infrastrutturali, per capire che questa realtà non cresce! Il suo prodotto interno lordo, negli scorsi anni è stato sicuramente minore del prodotto interno lordo del nord e del centro. Oggi per il Mezzogiorno abbiamo indici preoccupanti.
Il Mezzogiorno deve essere un problema non solo del sud bensì di livello


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nazionale; ma questo Governo ha escluso dalla sua agenda il problema del Mezzogiorno d'Italia! Altro che promesse! Lo si capisce adesso! E lo si capisce quando il Presidente il Consiglio, inaugurando la Fiera del Levante a Bari, non ha avuto possibilità di spendere una parola per il Mezzogiorno d'Italia! Non c'era nulla! Anzi, avete tolto le risorse al Mezzogiorno d'Italia.
Avete tagliato le risorse al Mezzogiorno d'Italia, avete tagliato gli interventi sulle aree depresse, avete fissato un tetto di spesa che significa determinare comunque ulteriori difficoltà, avete anche ingenerato un meccanismo in ordine alla possibilità di riutilizzare gli interventi a fronte della non progettualità delle aree del Mezzogiorno d'Italia e che verranno ad essere spalmati su altre realtà della nostra nazione; avete ridotto gli interventi sulla legge n. 488 del 1992 e introdotto meccanismi di grande difficoltà.
Solo ieri, discutendo con il mondo imprenditoriale, e non con quello di sinistra, ma con quello che vuole crescere e creare condizioni di sviluppo e di occupabilità, che vuole investire in proprio creando condizioni tali da non avere un Mezzogiorno piagnone, ma un Mezzogiorno che sia in grado da solo di determinare opportunità di crescita per tutta la nazione, ci è stato detto che il meccanismo che state mettendo in atto per il credito di imposta è estremamente disagevole, che creerà condizioni di difficoltà per le imprese.
Credo che queste siano considerazioni che occorre fare con grande responsabilità, soprattutto da parte di chi governa, che deve determinare quelle condizioni di crescita e di sviluppo della nostra realtà nazionale.
Noi come centrosinistra, come forze politiche dell'Ulivo, come Socialisti democratici italiani, abbiamo gioito - oserei dire - quando il 2 novembre il mondo dell'impresa (non soltanto la Confindustria, ma il mondo dell'impresa nel suo complesso, sperando che nelle prossime ore il CNA aderisca a questo documento), insieme al mondo del sindacato unitario, ha sottoscritto un'intesa per rilanciare il Mezzogiorno d'Italia, ponendolo come problema dello sviluppo dell'intera nazione.
Con questa legge finanziaria voi avete scontentato tutti, perché si capisce bene che è una legge finanziaria che restringe enormemente i margini di crescita, che crea preoccupazioni, anche qualora alla fine della manovra dovesse diminuire la tassazione, e quindi le imposte. Dove andremo a verificarlo? Alcune considerazioni, infatti, bisognerà farle: le state già facendo voi all'interno della maggioranza: non si comprende quali saranno le aliquote e come incideranno sui ceti della nostra società.
Non sarà certamente la riduzione delle tasse che potrà incrementare i consumi, e ciò perché oggi viviamo un momento di grande difficoltà; lo dicevano bene i colleghi prima, e lo dice anche l'ISTAT: i dati rilevano che vi è una maggiore spesa per i consumi, ma di quelli primari, cioè alimentari e bevande; altroché ripresa dei consumi e di circolo virtuoso della nostra economia!
Si tratta semplicemente di iniziative politiche ed elettorali, non certamente di una linea di politica economica che serva a rilanciare l'economia e lo sviluppo della nostra realtà nazionale.
In questo quadro si inseriscono anche i rilievi relativi allo Stato sociale ed ai livelli di occupazione: avete tagliato gli interventi sociali e per la famiglia; avete tagliato anche il Fondo per l'occupazione (ad una lettura superficiale, quest'ultimo sembrerebbe incrementato di 60 milioni; invece, basta analizzare più nel dettaglio le Tabelle per capire che anche in tale settore avete operato tagli); avete tagliato l'assistenza ai detenuti tossicodipendenti; avete tagliato i fondi per le famiglie; non ci sono i fondi per rinnovare i contratti del pubblico impiego (perché avete sbagliato le stime).
Insomma, state creando una situazione di notevole difficoltà che genera grande preoccupazione nei cittadini.
Nel corso della discussione in Commissione, ogni volta che abbiamo presentato


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proposte volte a migliorare l'impalcatura generale del disegno di legge finanziaria in esame, ci avete opposto un off-limits: com'è avvenuto in occasione dei precedenti disegni di legge finanziaria, non è stato possibile discuterne seriamente per il bene del paese.
Infine, sottosegretario Vegas, avete previsto 50 milioni di euro per le calamità naturali. Ricordate quando il Presidente del Consiglio, recatosi a San Giuliano di Puglia, disse che il paese sarebbe stato ricostruito rapidamente e che sarebbero state date risposte importanti alle zone colpite dal terremoto? Ebbene, quelle aree stanno ancora soffrendo: non si è ricostruito né nelle aree del Molise, né in quelle della Capitanata, in provincia di Foggia, né in quelle della Sicilia! Quella gente non sente vicino lo Stato perché avevate promesso e non avete mantenuto!
Se mi è consentito, vorrei rivolgere un invito anche al governatore Fitto, il quale percorre in lungo e in largo la realtà provinciale e regionale promettendo mari e monti (fortunatamente, non c'è più Tremonti): perché non raccoglie firme per segnalare le difficoltà che vivono questi piccoli comuni ormai isolati dal mondo? Perché non raccoglie firme per riavere quello che voi avete tolto alla sanità (come rilevava molto bene la collega Labate)? Perché non raccoglie firme per dire a questo Governo che sta distruggendo il Mezzogiorno d'Italia?
Per la verità, credo che questo impulso dovrebbe autonomamente nascere in ogni governatore, in ogni sindaco, in ogni presidente di provincia del Mezzogiorno. Anziché strumentalizzare questioni inesistenti, occorrerebbe lottare per risolvere i problemi che già esistono e quelli che state creando!
In particolare, per quanto riguarda la spesa sanitaria, la Conferenza Stato-regioni si è espressa in maniera chiara.
Sarà difficile mantenere tali limiti di spesa, a meno che non si voglia una sanità privatizzata che non dia garanzie alla tutela della salute dei cittadini.
Il disegno di legge finanziaria in oggetto, come ho già ricordato precedentemente, non creerà le condizioni per lo sviluppo della nostra realtà, ma determinerà le condizioni per una recessione. E il Governo di centrosinistra dovrà assumersi la responsabilità di fornire risposte ai grandi bisogni dei cittadini italiani (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-socialisti democratici italiani e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Lucidi. Ne ha facoltà.

MARCELLA LUCIDI. Signor Presidente, non sarà semplice per la maggioranza parlamentare trovare parole e argomenti per spiegare ai cittadini che, in questo disegno di legge finanziaria per il 2005, privo di lungo respiro, manca un investimento serio sulla loro sicurezza, per prevenire e contrastare quei fenomeni criminali di ogni dimensione che generano paura nelle persone e diffondono allarme sociale.
Se un ascoltatore attento segnasse su un foglio il livello di attenzione prestato dalla Casa delle libertà ai temi della sicurezza negli anni di Governo dell'Ulivo e in questi ultimi tre anni, ci rivelerebbe una caduta evidente di tale livello, proprio nel tempo in cui la Casa delle libertà governa il paese, in cui può dare prova di saper fare, e non solo di saper dire.
Ma è cambiato qualcosa in questi anni che dia ragione di tanto silenzio sui problemi della sicurezza? No, anzi i livelli di criminalità diffusa sono costantemente in aumento. Ogni giorno, le cronache locali ci informano di episodi che interessano i quartieri e le persone che li abitano. C'è una sostanziale riduzione del controllo del territorio che fa sperimentare grande solitudine a chi non ha i mezzi economici per tutelare da solo i propri beni e la propria libertà. Non si spiega nemmeno il silenzio di questi anni nella lotta contro la mafia, perché la mafia esiste, cerca un proprio radicamento, intende stare dentro il sistema economico per piegarlo ai propri guadagni illeciti. L'operazione conclusa ieri sul litorale romano cosa ci dice, oltre al lavoro meritorio della magistratura e


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della polizia? Ci dice che con la mafia non si convive, ci dice che il silenzio diventa complice, ci dice che con la mafia non si può mai abbassare il livello di guardia.
Quest'anno, non c'è stata molta enfasi da parte del Governo nella presentazione del rapporto annuale sulla criminalità in Italia. Il Governo ha cambiato il criterio di analisi dell'andamento temporale dei fenomeni delittuosi e ciò per non dover dire, come invece è nelle cose, che i dati rivelano un sostanziale fallimento delle politiche del Governo per la sicurezza. Questo fallimento è la prima ragione vera del silenzio. Se il problema non si è capaci di affrontarlo è meglio far finta che non esiste. Il silenzio - qualcuno pensa - produce rassicurazione. A nostro avviso, questo modo di pensare, non solo è sbagliato, ma lascia che il problema torni in tutta la sua emergenza e dica, come riteniamo, che la Casa delle libertà non in grado di governarlo, di affrontarlo. Il tema di questo disegno di legge finanziaria non è solo la mancanza di risorse per la sicurezza, ma anche l'assenza di una strategia attraverso cui collocarle.
Dall'opposizione sappiamo bene che possono esserci tempi in cui le difficoltà economiche portano ad individuare alcune priorità. Saremmo anche disponibili a confrontarci responsabilmente su questo, ma la maggioranza ed il Governo non accettano il confronto, non sanno indicare le priorità e, per di più, hanno la faccia per dire ai cittadini e agli operatori di questo settore che sulla sicurezza si sta investendo tanto e che tanto si sta facendo per loro.
Per quanto riguarda i cittadini, sono del tutto scomparse dai progetti finanziari e da quelli legislativi ordinari del Governo le previsioni di interventi nuovi in favore delle vittime dei reati. Penso ai commercianti più esposti, penso ai singoli cittadini o alle associazioni che tutelano le vittime. Anzi, a questo riguardo vi è una vera sofferenza dell'esperienza associativa, che allenta la rete di solidarietà. Conseguentemente, non sono i criminali a venire isolati, ma sono le loro vittime. Non c'è un piano sinergico di lavoro con le regioni e con gli enti locali che valorizzi l'azione amministrativa per la sicurezza dei cittadini, agendo un coordinamento che integri le competenze di ciascuno. Anzi, la vostra riforma costituzionale intende appiattire il modello di intervento alla sola azione repressiva, prefigurando oltretutto nuovi oneri in questa unica direzione.
Quanto agli operatori delle forze dell'ordine, intendete continuare a speculare su forme di fidelizzazione alle vostre idee, che offuscano il disagio vero di questi lavoratori, volendo per di più farli arretrare da una cultura democratica che hanno guadagnato attraverso il loro impegno? Avete inteso comunicare e spendere come buono un contratto di lavoro per il biennio 2004-2005 che è il peggiore degli ultimi anni, che non recupera il potere di acquisto, che riduce con la coda contrattuale indicata in questa legge finanziaria lo stanziamento complessivo di circa 400 milioni di euro, il 40 per cento in meno rispetto al contratto 2002-2003.
L'inesistenza di incrementi sui trattamenti accessori, tranne che per il servizio festivo, ci porta ormai al punto che per un operatore di polizia un'ora di lavoro straordinario viene pagata meno di un'ora di lavoro ordinario. La scorsa settimana quest'Assemblea ha votato la conversione di un decreto-legge che, per quanto necessario, dimostra l'ingiustificato ritardo nell'adozione di un disegno di riordino complessivo delle carriere delle Forze di polizia e delle Forze armate. Il Governo ha accettato in merito un nostro ordine del giorno, chiedendoci però di non indicare espressamente un invito a reperire risorse con questa legge finanziaria. Ma com'è possibile ipotizzare un intervento serio di riordino, come voi lo avete promesso agli operatori, senza decidere, come sta accadendo, di non disporre ulteriori risorse che lo realizzino, in aggiunta a quelle già destinate con la finanziaria dello scorso anno?
Ho avuto già modo di dire che ho l'impressione che il Governo usi nei confronti degli operatori il bastone e la carota. Ma la carota si sta consumando, mentre il bastone sta rendendo sempre più


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duro il loro lavoro quotidiano. Lo stanziamento previsto per il dipartimento di pubblica sicurezza registra una diminuzione per la parte in conto capitale di 121,84 milioni di euro rispetto all'assestamento 2004 e la Tabella B), il fondo speciale in conto capitale, non reca alcun accantonamento a favore dello stesso Ministero dell'interno.
State proseguendo una politica di riduzione dei fondi, nell'ottica dell'annunciato tetto di spesa del 2 per cento, a riguardo della quale ricordo che gli stanziamenti per le Forze di polizia furono, già con il decreto «taglia spese», depauperati dal 20 al 30 per cento.
Cosa significa tutto ciò?
Significa che peggioreranno le condizioni di lavoro del personale proprio in un momento in cui si chiede più impegno nei settori strategici del controllo del territorio, dell'antiterrorismo, del contrasto all'immigrazione clandestina e della certificazione dell'immigrazione regolare. Significa, altresì, che le dotazioni e le strumentazioni a loro disposizione saranno vieppiù di qualità peggiore o, comunque, gestite in economia.
Riferiscono i sindacati che oggi sono in uso autovetture Marea che hanno percorso più di centomila chilometri e i cui pneumatici usurati vengono sostituiti con pneumatici di terza qualità. Sono tante altre le questioni e le lagnanze che giungono dal personale rispetto alle dotazioni; ritengo sia dato a ciascuno apprendere tali notizie dagli articoli pubblicati sui giornali.
La Tabella A, il fondo speciale di parte corrente, contiene accantonamenti con una pluralità di impegnative e destinazioni; tra queste, l'istituzione del poliziotto di quartiere. Vorrei riflettessimo con attenzione sul contesto nel quale si colloca tale nuova figura...

PRESIDENTE. Onorevole Lucidi....

MARCELLA LUCIDI. Concludo, signor Presidente. Si tratta del contesto che ho appena descritto. In un tempo in cui le più importanti voci di spese denotano una sofferenza - la logistica, la motorizzazione e gli stipendi del personale -, in cui parti consistenti del territorio, le più problematiche, lamentano una scarsa presenza delle Forze di polizia, vogliamo o no ragionare sulla necessità di inserire il poliziotto di quartiere all'interno di un sistema razionale di servizio complessivo di prossimità alla vita dei cittadini o, ancora una volta, state pensando che un'operazione di immagine possa colmare le evidenti lacune di una presenza pianificata e distribuita su tutto il territorio?
Vedete, questa è l'assenza di strategia che denunciavo dianzi; e nel sostenere che così non va e che non basta declamare i risultati di importanti operazioni dovute al grande spirito di servizio degli operatori per cambiare la dimensione di problemi ormai evidenti, nel sostenere che meglio e di più tali operatori potrebbero fare se avessero maggiori mezzi e motivazioni, aggiungo anche che occorre ragionare diversamente. Il confronto parlamentare continua a meritare una sede specifica, una Commissione ordinaria oggi inesistente e che invece sarebbe necessaria per definire con il contributo di tutti un sistema organico di interventi ed un modello di organizzazione delle competenze di cui il paese dispone e che non sono valorizzate.
Sento di dire che il ministro dell'interno mostra, a volte, di ben comprendere, a differenza dei suoi colleghi e del Presidente del Consiglio, che questa opposizione ha grande senso di responsabilità sulle materie che interessano la competenza del suo Ministero e che il dialogo può essere fecondo per un sistema che ha bisogno di unire stabilità del modello e flessibilità delle strategie. Ma è evidente che il ministro Pisanu non basta per rendere possibile, nonostante questo Governo e questa maggioranza, una spinta vera che disegni nuovi scenari per la sicurezza del paese. Scenari possibili, ma non ricercati (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rugghia. Ne ha facoltà.


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ANTONIO RUGGHIA. Signor Presidente, è questa la quarta finanziaria del Governo Berlusconi; abbiamo ormai superato i due terzi della legislatura e questa manovra può essere considerata più che uno strumento di previsione delle spese dello Stato per il 2005 una sorta di consuntivo della politica economica perseguita dal Governo in questi anni. E si tratta, con tutta evidenza, di un bilancio fallimentare.
L'entità della manovra - 24 miliardi di euro, quasi 50 mila miliardi delle vecchie lire - può essere considerata l'unità di misura della distanza tra la promessa e gli obiettivi del Governo, presentati in campagna elettorale, e la situazione reale del paese. Siamo tornati, infatti, dopo la costante opera di risanamento dei conti pubblici attuata dai Governi dell'Ulivo, alle leggi finanziarie «lacrime e sangue» degli anni Novanta. Purtroppo, sappiamo che le dimensioni della manovra sono sottostimate; le previsioni di maggiore entrata (sostanzialmente, più tasse) e minori spese (tagli alla spesa pubblica ed ai servizi sociali), si basano su calcoli e propositi non credibili.
I conti non tornano, insomma, già nella valutazione alla base dell'entità della manovra finanziaria. Questi 24 miliardi di euro servirebbero a portare il deficit tendenziale dal 4,4 per cento al 2,7 del prodotto interno lordo; tuttavia il disavanzo tendenziale da correggere è ben maggiore di quello indicato dal Governo, essendo più vicino al 5 per cento del PIL che non al citato 4,4 per cento. La manovra correttiva, dunque, dovrebbe essere almeno di 33 miliardi di euro, anziché di 24, come previsto dal Governo.
Entrando nel merito, inoltre, si ha la sensazione netta di una previsione basata su cifre «addomesticate». Il raggiungimento dell'obiettivo del reperimento dei 24 miliardi di euro dovrebbe essere garantito soprattutto attraverso le misure di riduzione della spesa per 9 miliardi e 500 milioni, entrate una tantum, dismissioni immobiliari e cartolarizzazioni per 7 miliardi nonché la manutenzione del gettito (maggiori entrate ordinarie) per 7 miliardi e 500 milioni.
Così come abbiamo già affermato durante il dibattito sia sul Documento di programmazione economico-finanziaria, sia sul disegno di legge finanziaria in sede di Commissione, vorrei ribadire che siamo assolutamente contrari al taglio indifferenziato del 2 per cento delle spese per il triennio 2005-2007, il quale, oltre ad essere difficilmente realizzabile (poiché interviene su spese che sono per il 90 per cento obbligatorie), è effettuato rinunciando a programmare la spesa pubblica, scegliendo dove tagliare e dove incrementare, ritirandosi, pertanto, dall'esercitare il ruolo della politica. Il risparmio previsto è sovrastimato ed i tagli alla spesa colpiranno soprattutto gli enti locali, che non riuscirebbero a rispettare il tetto di spesa previsto al 4,8 per cento nel 2005, neanche aumentando le tariffe dei servizi e la tassazione locale, con forti ripercussioni soprattutto sui lavoratori autonomi.
Per le entrate una tantum vi sono solo indicazioni generiche e non si capisce come, per cartolarizzazioni e dismissioni immobiliari, possa essere considerata attendibile la somma prevista di 6 miliardi e 300 milioni di euro, quando, per il 2004, operazioni similari sono ancora in alto mare. Appare velleitaria, inoltre, la previsione di gettito di 5 miliardi e 700 milioni di euro garantiti attraverso la cosiddetta «manutenzione delle entrate», che altro non è che un modo elegante per dire «incremento della pressione fiscale».
Le misure previste per esercitare maggiori controlli sugli immobili e quelle per imprese e professionisti al fine di contrastare l'evasione e l'elusione fiscale ci sembrano poco credibili, considerando che il Governo, con la politica dei condoni fiscali a ripetizione e delle sanatorie ha permesso la crescita dell'area dell'evasione fiscale ed ha determinato, altresì, la rottura del rapporto fiduciario tra l'amministrazione finanziaria ed i contribuenti.
Non si capisce proprio, insomma, come potrà essere raggiunto l'obiettivo prefissato dalla manovra finanziaria, anche alla luce


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della disponibilità, manifestata dall'esecutivo, di rivedere alcune previsioni dopo il confronto che si è aperto con le categorie professionali e produttive e con gli enti locali. Se verranno mantenute le tante promesse fatte, infatti, si dovrebbero rivedere le previsioni sul pedaggio stradale, le norme sugli studi di settore, la revisione degli estimi catastali e la polizza anticalamità, e si dovrebbero mettere i piccoli comuni fuori dal patto di stabilità interno: si tratta, complessivamente, di 8 miliardi e 500 milioni di euro. Ieri è iniziato nell'Assemblea della Camera dei deputati il dibattito sul disegno di legge finanziaria: siamo proprio curiosi di vedere come andrà a finire e come il Governo e la maggioranza riusciranno a far quadrare la manovra finanziaria.
Signor Presidente, siamo, come dicevo all'inizio del mio intervento, alla quarta legge finanziaria varata dal Governo Berlusconi. I conti pubblici ritornano ad essere disastrosi, l'economia italiana è ultima in Europa e tutti i problemi del nostro paese restano ancora senza risposta. Non sono affrontati, infatti, i rischi di declino del nostro sistema economico e produttivo, la distribuzione del reddito rimane fortemente sperequata e non vengono adottate le misure necessarie a sbloccare i consumi, a rendere meno precario il lavoro e a riqualificare il nostro welfare.
Il disegno di legge finanziaria in esame rappresenta la certificazione di un fallimento: dopo aver promesso meno tasse per tutti, si impongono nuove imposte ed aumenti di tasse (ne abbiamo contati dieci) per una somma equivalente di 10 mila miliardi di vecchie lire in più, che graveranno soprattutto sui lavoratori autonomi. È patetico il tentativo del Presidente del Consiglio di occultare tali aumenti di tasse con la grande promessa della riduzione dell'aliquota IRE per i più ricchi, che dovrebbe, ma non si capisce come, determinare vantaggi per i più poveri. Evidentemente, non ci crede nessuno, e vorrei ricordare che, proprio ieri, il presidente della Confindustria ha dichiarato che la riforma delle aliquote IRE non è di alcuna utilità.
Il disegno di legge finanziaria in esame certifica il fallimento delle grandi opere necessarie a sostenere il nostro prodotto interno lordo, a recuperare il gap infrastrutturale del nostro con gli altri paesi e ad ammodernare l'Italia.
Nel 2001, il CIPE aveva previsto lo stanziamento di 125 miliardi di euro per l'attuazione del programma. Ad oggi, sono stati stanziati solo 10 miliardi di euro, e sono solo 14 le gare bandite e 5 quelle affidate. Nel 2004, gli stanziamenti per le opere pubbliche sono diminuiti del 21 per cento e, con l'indifferenziato tetto del 2 per cento sulla spesa, si profila un grave danno economico alla realizzazione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo.
Con questa proposta non si prevede alcun intervento per sostenere le nostre imprese nella sfida della competitività, partendo dall'esigenza di attivare maggiori investimenti nella ricerca, proposti anche da Confindustria. Sono previsti, invece, drastici tagli alla ricerca pubblica e nessun sostegno alle imprese che investono in ricerca ed alta tecnologia. Eppure - lo dimostrano i positivi risultati raggiunti dal nostro settore della siderurgia - solo con forti investimenti in tecnologia è possibile essere concorrenziali e competitivi. In un'Europa che ha un difetto di crescita, l'Italia è il malato più grave. Non riusciamo a produrre ricchezza, con tutto ciò che ne consegue, in termini di occupazione, qualità dei servizi pubblici ed equità sociale. Persino i dati sull'inflazione non rappresentano una buona notizia, bensì sono il segnale del crollo dei consumi e della stagnazione. Non c'è settore della nostra economia, dal turismo, alla piccola e media impresa, alla grande industria, che non risenta delle scelte sbagliate e del fallimento della politica del Governo negli ultimi anni.
Noi abbiamo presentato, assieme a tutte le opposizioni, nella discussione nelle Commissioni di merito, le nostre proposte in sette campi di intervento: ricerca e risorse umane, lotta al carovita, no al caro-casa, ambiente e cooperazione, lotta alla povertà e alla precarietà, Mezzogiorno e autonomie locali. Sentiamo il dovere di


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indicare al paese una via d'uscita dal fallimento del centrodestra, che presenta al Parlamento una proposta di bilancio recessiva, senza misure per lo sviluppo, basata sull'illusionismo contabile e sull'inganno fiscale (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Tocci. Ne ha facoltà.

WALTER TOCCI. Signor Presidente, in questi giorni ed in questi mesi si fa un gran parlare della ricerca e dell'esigenza di investire nella stessa. Ciò è diventato uno slogan apparentemente condiviso tutti. È diventato una specie di «noi vogliamo bene alla mamma», ed anche dal Governo non mancano dichiarazioni impegnative su tale priorità. La realtà, tuttavia, è ben diversa: mentre voi, esponenti della maggioranza e del Governo, parlate dell'esigenza della ricerca e dell'innovazione, l'investimento in ricerca, in Italia, diminuisce da tre anni. State facendo, in questo settore, un po' l'inverso di ciò che avete fatto sul fisco: sono tre anni che promettete di diminuire le tasse ed invece le stesse sono aumentate; sono tre anni che promettete di aumentare la ricerca e, invece, la stessa è diminuita.
Soltanto l'anno scorso - 2003 sul 2002 - la diminuzione è stata pari al 5,3 per cento ed è stata la più significativa diminuzione a livello europeo. È ancora più grave il fatto che siamo ormai il fanalino di coda nella graduatoria europea sull'investimento in ricerca in rapporto al PIL e, quindi, dovremmo fare più degli altri. La nostra situazione, dunque, è grave non solo perché siamo in coda, ma perché stiamo andando indietro, anziché andare avanti.
La situazione è stata espressa in modo lapidario dal commissario europeo Busquin, il quale riferendosi ai dati dell'Italia, ha detto: «non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire». Mi sembra la migliore definizione della politica del ministro Moratti.
Per quanto riguarda l'università, siamo in condizioni ancora più gravi, poiché negli ultimi tre anni avete aumentato apparentemente del 2,5 per cento i fondi, ma, scontando l'inflazione, ci si accorge che si tratta di un taglio. Vi ricordo che negli ultimi tre anni di governo dell'Ulivo l'aumento fu del 12,5 per cento. Fate mancare, quindi, le risorse all'università, proprio mentre quest'ultima dimostra una straordinaria vitalità. In questi mesi, sono stati forniti dati da cui emerge un aumento delle immatricolazioni, un aumento nell'efficacia e nei risultati degli studi, una riduzione degli abbandoni. Soprattutto, vi è un fenomeno nuovo e molto importante: alcuni giovani, che alla fine della scuola media superiore non avevano scelto di frequentare l'università, oggi invece vi tornano, magari a trent'anni.
In un paese che vede crescere la sua università, in un paese in cui il 10 per cento della popolazione lavorativa è laureato (cioè la metà rispetto alla quota europea), in un paese siffatto si dovrebbero dare le risorse necessarie all'università, almeno il minimo indispensabile, ciò che è necessario per pagare gli stipendi. Invece, tutto ciò continua a non essere fatto. Vi è l'odiosa misura del blocco delle assunzioni; odiosa perché non ha alcuna giustificazione contabile. Al riguardo, avete creato un grande imbroglio, facendo passare il blocco delle assunzioni come una misura di contenimento della spesa dello Stato. È un clamoroso falso, perché le assunzioni all'università sono operate sulla base di propri bilanci e, quindi, l'università che bandisce un concorso ha nel proprio bilancio la copertura necessaria. Pertanto, tali assunzioni non hanno alcun effetto, a parità di trasferimenti dello Stato all'università, sul bilancio dello Stato. State dando, quindi, un colpo inutile, dannoso e cinico all'università italiana, che invece, in questo momento, mostra una straordinaria vitalità.
Questa è la situazione e con i nostri emendamenti ci proponiamo una svolta, anche urgente. Infatti, a forza di tagliare, si rischia di mettere in crisi le strutture portanti della ricerca e dell'università italiana. Nel nostro dibattito un po' provinciale questi aspetti non vengono mai valutati


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nella giusta misura, ma gli osservatori internazionali sono molto più preoccupati di tanti esponenti della maggioranza e del Governo. Faccio riferimento all'ultimo editoriale della prestigiosa rivista americana Nature che, svolgendo un'analisi della situazione italiana, si conclude in questo modo: perfino una tradizione robusta (infatti, la tradizione scientifica italiana è vista a livello internazionale come un'ottima tradizione) può collassare, se viene trascurata troppo a lungo.
Ecco, quindi, che cerchiamo di proteggere e consolidare le strutture portanti del sistema e, anzi, ne facciamo dei punti di forza. In particolare, i nostri emendamenti si concentrano su tre filoni principali: in primo luogo, l'Europa; in secondo luogo, i giovani; in terzo luogo, le imprese.
Sull'Europa, il Governo ha messo in atto una linea molto lucida di distacco dall'integrazione europea. In questi giorni, nelle cancellerie europee, si sta discutendo di una proposta molto importante avanzata dalla Commissione circa la creazione di un consiglio europeo delle ricerche, che si dovrebbe occupare della ricerca fondamentale, quella di base. La Presidenza olandese ne fa una priorità del suo semestre e, nell'ultimo vertice anglo-franco-tedesco, i Capi di Governo hanno siglato l'impegno comune a realizzare questo consiglio europeo delle ricerche; ma il Governo italiano si è dichiarato contrario. Proprio noi, che dovremmo essere i più interessati a portare la nostra ricerca di base nell'integrazione europea, ci chiudiamo in un autarchico isolamento. Con uno specifico emendamento vogliamo mettere in discussione questo orientamento del Governo e riportare l'Italia nella sua posizione naturale, di paese più coerentemente e coraggiosamente volto all'integrazione europea.
In secondo luogo, è tutto importante in questo settore, ma lo è ancora di più il presidio delle frontiere tecnologiche, cioè quei terreni di ricerca sui quali si sviluppa appunto l'innovazione. Noi proponiamo di finanziare cinque progetti straordinari sulle frontiere tecnologiche perché, se perdiamo il passo su questi obiettivi, vengono meno non soltanto gli aspetti quantitativi, ma anche il rango e il posizionamento del nostro paese. Questi progetti straordinari si riferiscono alle neuroscienze, alla biomedicina, allo spazio, alle nanotecnologie e alla scienza dell'informazione.
Relativamente alle infrastrutture di ricerca, si discute poco tra di noi di questo che, invece, è un argomento decisivo, perché per fare ricerca sono necessari grandi strutture e laboratori. L'Italia in passato è stato un paese prestigioso su questo terreno. Ricordo il laboratorio del Gran Sasso, l'invenzione del CERN, che vide la comunità scientifica italiana protagonista.
Oggi l'Italia non ha nessun programma e nessun progetto sulle infrastrutture di ricerca. Non solo, stiamo facendo delle figuracce nella gestione delle grandi infrastrutture comuni. Voglio portare a conoscenza dei colleghi il fatto che i sincrotroni di Trieste e di Grenoble, partecipato dall'Italia, sono in grave difficoltà perché il ministero non ha pagato la convenzione annuale con queste strutture. Mettiamo in grande imbarazzo i nostri ricercatori che, andando a Grenoble, si sentono dire dai gestori di quell'importante laboratorio che non potranno continuare a fare ricerca se il Governo italiano non paga le rette degli anni precedenti. Siamo sostanzialmente ad una vera e propria morosità del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca su un'importante struttura europea.
Noi proponiamo, invece, di investire soprattutto per saldare i debiti pregressi, ma anche per creare nuove infrastrutture.
Infine, lo spazio: in Europa si sta discutendo di installare un sistema satellitare volto all'eliminazione del digital divide. Penso soprattutto ai nuovi entranti, ma a tutti quei territori del nostro continente nei quali la realizzazione dell'infrastruttura fisica è diseconomica e, quindi, si utilizza la tecnologia spaziale. L'Italia anche su questo progetto si è tirata indietro e il ministero sta lavorando sulla produzione di un satellite italiano per la banda larga.


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Per quanto riguarda il Mezzogiorno, con emendamenti specifici proponiamo di dare particolare impulso all'investimento nella ricerca nel nostro meridione. Emerge soprattutto il tema dei giovani. L'età media dei ricercatori italiani è di cinquant'anni. Da tre anni sono bloccate le assunzioni.

PRESIDENTE. Onorevole Tocci, si avvii a concludere.

WALTER TOCCI. Concludo, signor Presidente.
Riteniamo che si debba assicurare l'ingresso di tanti giovani nel nostro sistema e determinare un'occasione per le generazioni che sono piene di giovani talenti per poter esprimere le loro potenzialità.
Chiediamo di valorizzare i nostri enti di ricerca e chiediamo di tornare indietro rispetto alla scelta sciagurata dello smantellamento dell'Istituto nazionale di fisica della materia (INFM). Ormai è sotto gli occhi di tutti che quella scelta ha creato soltanto problemi e ha messo in difficoltà un ente di ricerca come l'INFM, che era ed è uno dei migliori del nostro paese.
Chiediamo, infine, dopo tutti questi tagli e questi rimescolamenti interni, che si diano finalmente al CNR le risorse affinché possa funzionare (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Banti. Ne ha facoltà.

EGIDIO BANTI. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, una trasmissione va in onda tutte le sere sul principale canale della televisione di Stato: Affari tuoi. È una trasmissione di indubbio successo, che ha il merito di risollevare le sorti di ascolto e di popolarità della televisione pubblica in tempi di crisi.
Tutto bene dal punto di vista televisivo, un po' meno, signor Presidente, nel momento in cui Affari tuoi diventa, forse involontariamente forse no, la metafora del paese e, ahimé, anche di questo Parlamento. Non credo, infatti, suoni irriverente sottolineare come la legge finanziaria ora al nostro esame appaia per molti versi assai simile, in senso metaforico, proprio ad una delle immaginifiche scatole che il bravo presentatore, per dirla con Renzo Arbore, sottopone ogni sera ai concorrenti della suddetta trasmissione. È una sorta di grande lotteria caratterizzata dall'incertezza, dall'alea, dal non conoscere esattamente i contenuti dell'oggetto di fronte ai concorrenti. All'interno di tale oggetto - intendo la scatola, ma anche la legge finanziaria - potrebbero esservi tanti soldi da utilizzare per le più disparate finalità ma, più facilmente, pochi soldi o, addirittura, merce in natura come ossi di seppia, fermagli per capelli e quant'altro.
Un dato solo, ad oggi, resta assodato rispetto alla nostra legge finanziaria: i saldi complessivi della finanza pubblica, i grandi numeri intorno ai quali si scrive il bilancio dello Stato. Di questo, però, più che al Governo italiano - ce lo consenta, signor sottosegretario - forse dobbiamo dire grazie all'Unione europea, che anche in questi casi dimostra tutta la sua importanza per la stabilità del sistema economico. Ogni Stato, anche se in difficoltà, si sente obbligato a rispettare i parametri ed a presentare, almeno nei grandi numeri, i dati fondamentali e veritieri che corrispondono a ciò che può entrare ed a ciò che può uscire.
A tale proposito, mi si consenta, da parlamentare dell'opposizione, di inviare gli auguri di buon lavoro al nostro ministro degli esteri, onorevole Frattini, che si appresta a lasciare il Governo ed il Parlamento per rappresentare l'Italia, speriamo lodevolmente, nella nuova Commissione europea. Avrà bisogno, credo, degli auguri di tutti noi.
Tornando alla legge finanziaria, il resto è affidato allo sport nazionale del nostro paese: quello dell'alea, dell'incertezza, del rischio. Eppure, la legge finanziaria è uno degli atti fondamentali, se non quello fondamentale, su cui si esercita la sovranità del Parlamento. I parlamenti e le Costituzioni, dalla Magna Charta del 1215 in avanti, si sono consolidati nella storia proprio per indirizzare il potere del sovrano


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in ordine all'imposizione fiscale ed alla gestione del debito pubblico. Le democrazie, monarchiche o repubblicane che fossero, hanno recepito tale impostazione e ne hanno fatto un carattere fondamentale di tutti i parlamenti democratici del mondo.
Ebbene, la nostra Camera dei deputati oggi esamina la legge finanziaria sulla base di documenti che si sa già non essere quelli definitivi. Quindi, si tratta sostanzialmente di un esame al buio o, perlomeno, in penombra. Non sappiamo come e quando si procederà su aspetti fondamentali della manovra. Non sappiamo quale sarà il modulo della riforma fiscale che dovrebbe portare alla riduzione delle aliquote, su cui si discute ancora al di fuori e non all'interno del Parlamento, come mostrano i telegiornali tutte le sere.
L'applicazione del tetto del 2 per cento all'incremento della spesa pubblica è tuttora sottoposto, almeno per noi deputati che non facciamo parte della Commissione bilancio, ma credo anche per i componenti della Commissione stessa, ad elementi di incertezza che devono essere definiti perché quei saldi fondamentali della finanza pubblica vengano mantenuti.
Signor sottosegretario, non sappiamo quali strumenti utilizzerà il Governo, forse non lo sa neanche lei. Maxiemendamento? Voto di fiducia? Disegni di legge collegati? Peraltro, questi ultimi non sarebbero veri e propri collegati, perché altrimenti dovrebbero essere stati già presentati e depositati agli atti del Parlamento. Decreti-legge?
La situazione di incertezza, certo, si chiarirà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, ma intanto non consente ad un ramo del Parlamento quale il nostro un esame approfondito in prima lettura di una legge così importante.
È evidente che un'incertezza del Parlamento è anche un'incertezza per il paese. Lo dimostrano le prese di posizione ripetute di tutti quelli che Achille Ardigò chiamava i «mondi vitali», che sono presenti nel nostro paese, a cominciare dalle istituzioni locali e regionali. In questi giorni, a Genova, sono radunati i comuni italiani, dai quali - senza distinzione di colore politico -, viene lanciato un grido di allarme che chiede di chiarire, oltre che l'ammontare delle dotazioni, anche il modo con il quale tali dotazioni finanziarie saranno poste nella loro disponibilità; altrimenti, i servizi sociali fondamentali, ma non solo quelli, saranno messi in crisi e in difficoltà. Molte incertezze peraltro sono presenti anche all'interno del Governo.
Vorrei citare, da parlamentare eletto in Liguria e in qualità di membro della Commissione ambiente della Camera, il caso sconcertante relativo alla bonifica di una parte importante dell'area siderurgica di Cornigliano. Accordi in qualche modo sanzionati dal Governo e dallo stesso Presidente del Consiglio hanno fissato in 75 milioni di euro la somma necessaria per far partire, all'inizio del 2005 (quindi fra poche settimane), la bonifica di una parte importante di quest'area. La manovra non è senza significato per una città come Genova, e soprattutto non è senza significato per coloro che in quell'area lavorano e che devono essere riassorbiti in maniera diversa in occupazioni collaterali o che comunque devono avere delle garanzie rispetto al loro futuro lavorativo. Ebbene, nella formulazione originaria del testo, erano stanziati quei 75 milioni di euro; poi, però, sono stati stralciati, perché evidentemente chi ha redatto il testo non lo aveva scritto bene (almeno così il presidente della Commissione bilancio e il Presidente della Camera hanno deliberato). Dunque, sono scomparsi dal testo quei 75 milioni di euro. Ora, un emendamento ripropone in tabella quello stanziamento, ma con il limite ovviamente di soli tre anni; quindi, sono 15 milioni di euro, invece dei 75 convenuti e assolutamente necessari.
È del tutto evidente che 15 milioni di euro non sono assolutamente sufficienti e non consentono di far partire l'operazione nei tempi stabiliti, con il consenso e l'approvazione solenne del Governo e della regione di centrodestra. Ci vorrà sicuramente una nuova legge, ma quando, come, in che tempi, con quali certezze e quali


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garanzie per chi da tempo a Genova (e non solo) aspetta una parola definitiva sulla vicenda relativa a Cornigliano? Di queste vicende se ne potrebbero citare molte altre, come del resto altri colleghi hanno già fatto.
In sintesi, ritengo che manchi nella legge finanziaria un'idea di paese. Manca una sintesi seria delle diverse e tante idee che, come dicevo prima, provengono dai «mondi vitali»: dai comuni, ma anche della Confindustria, dalle categorie economiche, dai sindacati. Sono tutte idee spesso molto apprezzabili, ma che necessitano di una sintesi, e non può che farla il Governo ed una maggioranza parlamentare. Noi ci proviamo anche come opposizione, naturalmente con strumenti diversi e inferiori a nostra disposizione. La sensazione invece è quella che si tiri a campare, che si cerchi di far passare la nottata, come si dice con riferimento eduardiano! E non si dica che è colpa dell'11 settembre, che è colpa del prezzo del petrolio, che è aumentato e che sta aumentando. È vero infatti che ci sono questi fattori, ma questo è valso per tutti i paesi del mondo!
È altrettanto vero che è proprio nelle difficoltà che si vede la capacità di un governo non solo di tirare a campare e di barcamenarsi tra una spinta e l'altra, ma di garantire la barra dello sviluppo del paese ad esso affidato. «Qui si parrà la tua nobilitade», per dirla con padre Dante; cioè, nelle difficoltà e non certamente quanto va tutto bene, perché diversamente sarebbe troppo comodo. Proprio le difficoltà dovrebbero indurre ad abbandonare proposte superate e anche incerte nei loro effetti, come talune proposte fiscali delle quali si continua a parlare al di fuori del Parlamento. Si tratta di proposte incerte nei loro effetti, come i tanti condoni ai quali avete fatto ricorso negli anni passati e che hanno prodotto molto meno gettito di quello che era stato assicurato in quest'aula.
Noi, com'è noto, proponiamo la restituzione del fiscal drag ai ceti meno abbienti e alle famiglie, così come sosteniamo la necessità di alcuni progetti su grandi questioni nazionali (anche prima ne parlavano alcuni colleghi): il sud, la ricerca, l'ambiente, l'energia. Ciò peraltro non attraverso contribuzioni a pioggia, che sono da abbandonare definitivamente - anche se troppe volte rientrano dalla finestra, dopo essere state fatte uscire dalla porta -, ma come volano di un nuovo sviluppo. L'Europa ci guarda, signor sottosegretario e colleghi, e lo fa purtroppo con sempre meno simpatia e non certo per crociate ideologiche, che non hanno alcun riferimento alla situazione reale.
È per questo che vi chiediamo, a nome di tutti i nostri concittadini, chiarezza, certezza ed un colpo di reni in grado di dare quella fiducia che il Governo, come emerge dai sondaggi di opinione, dimostra di avere perduto in questi anni, in un paese i cui abitanti fanno fatica (certo non i più ricchi, che vanno per conto loro e non devono essere agevolati) ad arrivare alla fine del mese.
Davvero Affari tuoi deve rimanere un programma televisivo, non il paradigma di una politica economica!

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione congiunta sulle linee generali.

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