Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 535 del 27/10/2004
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(Dichiarazioni di voto)

PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole La Malfa, al quale ricordo che ha a disposizione tre minuti. Ne ha facoltà.

GIORGIO LA MALFA. Signor Presidente, in fondo esiste una materia comune tra le due mozioni, costituita dall'auspicio del successo della conferenza internazionale e dalla speranza che questa possa consentire la sostituzione delle forze di occupazione con una forza multinazionale sotto l'egida dell'ONU.
Tuttavia, vi è una contraddizione profonda ed irrisolta tra tale impegno richiesto al Governo italiano dai firmatari della mozione Violante ed altri n. 1-00401 e l'ultimo impegno, quello a disporre l'immediato rientro del contingente italiano. Si tratta di una contraddizione alla quale i colleghi dell'opposizione dovrebbero prestare attenzione, chiedendosi - nessuno lo ha fatto nel corso del dibattito - come potrebbe l'annuncio del ritiro, a pochi giorni dallo svolgimento della Conferenza di Sharm El Sheikh, aiutare il successo della conferenza stessa e il passaggio dalla presenza delle truppe dell'alleanza a quella di un'organizzazione militare diretta dall'ONU. Se la mozione dell'opposizione fosse approvata divenendo vincolante e il Governo italiano domani annunziasse - come ha fatto qualche mese or sono il Governo spagnolo - il ritiro delle truppe italiane, come ciò potrebbe contribuire al processo di stabilizzazione, che è auspicato nella stessa mozione, e non invece a una situazione di caos, alla quale in quel martoriato paese lavorano in molti?
Abbiamo peraltro l'impressione, onorevoli colleghi dell'opposizione, che la posizione che oggi sottoponete al voto sia in totale contrasto con la posizione che sostenete sulle elezioni statunitensi. Affermate infatti di auspicare la vittoria del candidato democratico, rispetto al Presidente uscente Bush, ma dovreste ricordarvi che fra le posizioni politiche del candidato democratico vi è anche la richiesta agli alleati di mantenere la loro presenza in Iraq. Auspicare, come hanno fatto molti colleghi, la vittoria di Kerry significa introdurre un'ulteriore contraddizione.
Per tali ragioni, è impossibile accogliere la mozione Violante ed altri n. 1-00401. L'impostazione equilibrata e prudente della maggioranza, che auspica la possibilità di un ritiro futuro delle truppe e la loro sostituzione con forze costituite da paesi vicini all'Iraq e sotto l'egida dell'ONU, è, nella realtà odierna, l'unica possibile. Concordo con la proposta del ministro degli affari esteri di inserire nella mozione Elio Vito ed altri n. 1-00402, di cui sono cofirmatario, un caldo riconoscimento e la riconoscenza dell'Italia e del Parlamento per l'azione che le forze militari del nostro paese stanno conducendo in Iraq, e annuncio il voto favorevole su tale mozione.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pecoraro Scanio. Ne ha facoltà.

ALFONSO PECORARO SCANIO. Signor Presidente, i Verdi intendono ribadire l'importanza che attribuiscono al lavoro che si sta svolgendo nell'ambito delle opposizioni, in particolare con la neonata Grande alleanza democratica, iniziato con il vertice dell'11 ottobre.
Sul tema della pace e sull'esigenza di un cambiamento della politica estera, che il Governo purtroppo sta conducendo in malo modo - dopo la vicenda, da Guinnes dei primati, di Buttiglione, il disastro a livello europeo cresce -, ci si trova di fronte a una drammatica difficoltà per l'immagine dell'Italia nell'Europa e nel


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mondo. Le opposizioni presentano in modo chiaro e unitario una proposta seria e alternativa, che ribadisce un elemento fondamentale: la contrarietà totale alla guerra in Iraq, il cui esito è disastroso ed è sotto gli occhi di tutti. Non ci si può limitare ad ascoltare le televisioni italiane, che riferiscono solo di una caterva di morti e di disastri ma non riescono a condurre neppure un'inchiesta sulla gestione pessima, anche dal punto di vista militare, del disastro iracheno.
Le opposizioni non possono che ribadire la contrarietà alla guerra. Vi siete dimenticati perfino di ringraziare, nella mozione di maggioranza - ve lo ha dovuto ricordare il ministro -, le truppe che avete inviato, perché siete pienamente consapevoli di aver truffato questo Parlamento, parlando di una missione di supporto che si è trasformata in una missione di occupazione militare.
Non avete un mandato costituzionale e la mozione dell'opposizione, della Grande alleanza democratica, ha il pregio di ricordarvelo in modo chiaro. Il ritiro delle truppe è un obiettivo che già avevamo chiesto a maggio; e abbiamo motivi per ribadirlo ancora adesso! Era attesa una svolta: ricordate che all'epoca avete affermato che, sicuramente entro fine giugno, ci sarebbe stata una svolta? Qual è stata la svolta? Forse l'aumento del disastro e delle difficoltà, oppure il riconoscimento, perfino da parte dell'amministrazione americana, della condizione catastrofica della gestione della vicenda irachena? Questo è l'elemento centrale.
È evidente che la richiesta di una conferenza internazionale, della sostituzione il più rapidamente possibile delle truppe attuali con un contingente di pace è un'istanza fondamentale che le opposizioni avanzano nella mozione unitaria. È altrettanto vero che la nostra missione si è recata in quell'area con altre motivazioni, sul presupposto di compiere un'azione di mantenimento della pace. Ma la pace non c'è, al punto che anche voi dovete riconoscere che la conferenza internazionale, come sostiene anche la parte più retriva dell'amministrazione Bush, deve essere aperta anche agli insorti. Ci avete trascinato in una guerra e oggi vi sarà una conferenza di pace dove dovranno essere presenti, come sostengono ormai tutti gli osservatori, anche gli insorti!
Quella missione, che doveva essere di mantenimento della pace, si è trasformata nella partecipazione ad una guerra. Questo è il dato reale. Ovviamente, il gruppo Misto-Verdi-l'Ulivo (come hanno ricordato i colleghi intervenuti e coloro che hanno firmato la nostra mozione) non poteva che ribadire tutto ciò.
Pertanto, nel costruire una mozione unitaria, la Grande alleanza democratica ribadisce ora, in quest'aula, che voi avete la responsabilità di aver mantenuto il paese in una guerra e di non saper distinguere neanche la circostanza che il ritiro della missione di guerra è un atto dovuto, ai sensi della Costituzione, e che la sostituzione delle truppe di occupazione anglo-americane è un problema che non dovrebbe attenere alle nostre truppe, che formalmente (almeno secondo le decisioni assunte da questo Parlamento) non avevano mai ricevuto alcuna autorizzazione ad andare in guerra. Il dato fondamentale è questo; se non si scioglie questo equivoco, continuerete a prenderci in giro.

PRESIDENTE. Concluda, onorevole Pecoraro Scanio.

ALFONSO PECORARO SCANIO. Noi chiediamo al Parlamento, e concludo, di compiere una scelta di coraggio, di onestà intellettuale, e convenire (visto che dovrà svolgersi una conferenza internazionale) sul fatto che la sostituzione delle truppe ed almeno una sospensione dei bombardamenti sarebbero un atto minimo di decenza.
Considerato che la necessità di una conferenza di pace dimostra che in quella zona una pace non c'è, anzi, che la pace va costruita proprio perché in atto vi è una guerra, allora si dovrebbe prevedere il ritiro di una missione che non può compiere un'opera di pace (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-L'Ulivo)!


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PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Sgobio, al quale ricordo che ha cinque minuti a disposizione. Ne ha facoltà.

COSIMO GIUSEPPE SGOBIO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor ministro, i Comunisti italiani voteranno a favore della mozione presentata dall'opposizione, e non per spirito di schieramento ma perché fermamente convinti che in essa si sia indicata la strada, l'unica possibile, per avviare un confronto capace di riportare la pace in quella parte martoriata del mondo.
Con la nostra mozione chiediamo la sospensione dei bombardamenti, e non in cambio di qualcosa o di qualcuno; la si chiede come un gesto umanitario; la si chiede per impedire che altre vittime innocenti si aggiungano a quelle già mietute da questa barbara quanto inutile e dannosa guerra. Non ci sembra che sia un atto rivoluzionario chiedere che il Governo italiano si adoperi affinché, sotto l'egida dell'ONU, sia convocata una conferenza di pace, così come espressamente richiesto dalla Francia.
Le atrocità cui assistiamo tutti i giorni, il sangue quotidianamente versato, il rafforzarsi del terrorismo internazionale, dovrebbero essere elementi sufficienti a farci comprendere quanto inutile, anzi dannoso, sia stato ricorrere alla guerra per portare, così come si è detto, la democrazia in Iraq. Né poteva essere con la guerra perenne che si sarebbe mai potuto sconfiggere il terrorismo: la risposta è quotidianamente sotto i nostri occhi.
Ed è in nome della realtà che ogni giorno ci giunge da quella parte martoriata del mondo che noi chiediamo al Governo di impegnarsi affinché dall'Iraq vadano via le truppe occupanti e che esse siano sostituite da un contingente ONU, per la maggior parte costituito da paesi arabi.
Signor ministro, il ritiro immediato del nostro contingente dall'Iraq sarebbe visto come un atto finalizzato a favorire questo processo, come un atto autonomo del Governo italiano che intende riaprire un dialogo, una nuova collaborazione con i paesi arabi in qualità di paese amico, quale è stato fino a non pochi anni or sono.
La mozione di maggioranza e la replica del ministro sono in effetti una risposta negativa a queste nostre legittime e sane richieste; si tratta di una risposta basata ancora una volta su rapporti di estrema sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, che poggia ancora le sue fondamenta, le sue radici sulle false motivazioni che diedero il via a questa guerra, che - giova ricordarlo - ha avuto inizio sulla base di una colossale falsità, di una colossale bugia: le armi di distruzione di massa che sarebbero state possedute da Saddam e che invece non sono mai state trovate.
È una guerra che è continuata e proseguita con efferati delitti contro l'umanità, la tortura elevata a sistema, e che oggi prosegue quasi per inerzia con la scusa di voler difendere il mondo dal terrorismo, che in questo modo invece cresce a dismisura, alimentato dall'odio che la stessa guerra produce. Una guerra che, mi si consenta dirlo, è stata partorita non certamente per riportare la democrazia in Iraq né per combattere il terrorismo; una guerra partorita dalla necessità del Governo USA di assicurarsi quante più fonti di energia possibile, non solo per favorire economicamente il proprio paese, ma anche, e soprattutto, per bloccare quei paesi in tumultuosa crescita che potrebbero rappresentare un serio pericolo per il dominio americano (mi riferisco, ad esempio, alla Cina); una guerra che certamente ha in mente non l'esportazione della democrazia ma, al contrario, la volontà di dominio incontrastato nel mondo.
Noi desideriamo che il nostro paese svolga nel mondo una funzione di pace ed un'opera di progresso e giustizia sociale, che faccia crescere il desiderio di libertà e democrazia tra i popoli...

PRESIDENTE. Onorevole Sgobio...

COSIMO GIUSEPPE SGOBIO. Ho concluso, Presidente.
Le idee aberranti, come la guerra preventiva e il ricorso alla tortura, il desiderio


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di dominio sul mondo intero, devono essere contrastate, combattute e non assecondate, se non addirittura condivise, come ha fatto e come dalla replica del ministro si comprende continua a fare invece il Governo Berlusconi.
Noi chiediamo che il nostro paese cessi di essere complice di questa carneficina. Il 7 a 0 di domenica scorsa, ministro, anche se con la partecipazione di pochi elettori, e l'unità delle forze progressiste di sinistra ci sono di conforto per il futuro. L'Italia della Costituzione, l'Italia della solidarietà, della giustizia sociale, l'Italia del lavoro e della pace guardano ormai al 2006...

PRESIDENTE. Onorevole Sgobio, la prego!

COSIMO GIUSEPPE SGOBIO. ... come un nuovo 25 aprile.
Noi intanto vi chiediamo un gesto di pace nei confronti non solo del popolo iracheno, ma anche dei nostri connazionali in Iraq, dei nostri ragazzi esposti...

PRESIDENTE. Deve concludere, onorevole Sgobio!

COSIMO GIUSEPPE SGOBIO. ...ad ogni pericolo. Facciamoli ritornare in patria sani e salvi (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Comunisti italiani e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Giordano. Ne ha facoltà.

FRANCESCO GIORDANO. Signor ministro, la guerra in Iraq non è mai terminata. Le perdite più numerose di militari occupanti sono venute dopo la vittoria proclamata contro Saddam Hussein: sono morti, prima e dopo quella data, decine di migliaia di militari e di civili iracheni. Ogni giorno attentati, combattimenti, bombardamenti, ordinarie giornate di sangue: un bilancio drammatico di una guerra che non sarebbe mai dovuta cominciare!
L'impero, partito in guerra per esportare la democrazia, ha importato ed amplificato il conflitto. I valori dell'occidente, custoditi sui bombardieri, hanno fatto stragi di vite e di diritto, si sono smarriti nel buco nero di Guantanamo, si sono capovolti nei paradossi tragici delle torture di Abu Ghraib. Il terrorismo si è alimentato della guerra ed oggi assistiamo ad una spirale tra guerra e terrorismo il cui sviluppo sarebbe la guerra di civiltà.
Niente armi di distruzione di massa né legami certificati tra Saddam ed Al Qaeda! Così riferiscono, signor ministro, importanti rapporti di commissioni del Congresso americano: una globale ed inappellabile smentita del dispositivo politico e strategico messo in campo dai neoconservatori. La guerra preventiva e permanente di Bush e del suo establishment è la risposta imperiale all'instabilità del nuovo scenario globale capitalistico.
Non ci sfugge che questo dibattito ha luogo alla vigilia di importanti e sempre più incerte elezioni presidenziali in America. Noi chiediamo al Governo italiano impegni precisi e cogenti, in piena autonomia dall'esito di quelle elezioni. Continuiamo a richiedere - ora e senza equivoci - l'immediato ritiro delle truppe italiane dal territorio iracheno. Questa scelta è un atto di responsabilità politica perché, alla vigilia di una conferenza nazionale di pace, contribuirebbe a costruire le premesse per un ritiro di tutte le forze occupanti illegalmente presenti su quel territorio.
Voi avete coinvolto questo paese in una guerra contro la volontà di pace del suo popolo ed in spregio alla sua Carta costituzionale. Ora, non avete altra scelta che quella del ritiro.
Parliamo delle prospettive, signor ministro. Le caratteristiche della conferenza internazionale proposte dagli Stati Uniti d'America sono quelle di un'iniziativa che tende a coinvolgere soltanto le forze presenti nel cosiddetto Governo di unità nazionale di Allawi. L'amministrazione americana non fa differenze tra forze resistenti e formazioni terroriste. Grandi paesi europei - la Francia, la Germania, la Spagna - hanno segnalato condizioni precise, vale a dire la presenza di tutte le


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componenti politiche irachene, anche di quelle che sono impegnate nella resistenza armata, con l'esclusione ovvia delle forze terroriste. L'Italia si appoggia a questi paesi o è ancora una volta in coda all'amministrazione americana?
Sulla transizione del processo di pace, chiediamo che il nostro paese si faccia promotore della sostituzione delle truppe occupanti con contingenti sotto comando ONU che non siano stati coinvolti nel conflitto. Non basta cambiare la missione delle truppe, com'è già avvenuto in Kosovo. Siamo contrari - nettamente - alla presenza della NATO: deve essere un processo di transizione verso la pace, non la ripresa in forma multilaterale della guerra! Chiediamo l'immediata cessazione dei bombardamenti sulle città irachene, a cominciare dalla città di Fallouja, che ha già conosciuto tante devastazioni e tanti lutti. Chiediamo che siano garantite libere elezioni su tutto il territorio, senza esclusioni (come si paventa per il triangolo sunnita e per Fallouja).
Signor ministro, questo paese ha ripetutamente dimostrato che è contrario a questa guerra ed alla vostra servile subalternità agli interessi americani. Il 30 ottobre scenderà ancora in piazza il movimento pacifista. L'11 ed il 12 novembre alcune associazioni, tra cui «Un ponte per...», l'organizzazione delle due Simone, organizzeranno a Roma una conferenza di rappresentanti della società civile irachena.
Questa parte del paese, quella del movimento, delle associazioni e delle organizzazioni pacifiste laiche e religiose, quella che interpreta i desideri e la volontà di rinnovamento del paese, quella che interpreta le istituzioni democratiche nate dalla Resistenza non può essere infangata dalle parole del Vicepresidente del Consiglio Fini. Noi combattiamo apertamente chi alimenta la guerra ed il terrorismo: sono nostri avversari irriducibili, per i mezzi che utilizzano e per i fini che propugnano.
Voi, a sentire il Presidente del Consiglio, vi accingete a proporre al prossimo Consiglio dei ministri economici e finanziari dell'Unione europea di non conteggiare nel Patto di stabilità le spese per gli investimenti e le tecnologie militari. Volete una deroga per quelle sciagurate politiche liberiste disegnate a Maastricht e non per politiche a favore dell'occupazione, non per politiche a sostegno delle retribuzioni, non per politiche di tutela sociale, sanitaria e previdenziale! No! Volete una deroga per investire in armi e in strumenti di morte.
Perderete! State perdendo! Perderanno le vostre politiche liberiste di guerra. Vincerà una politica di pace. Vinceranno i movimenti e anche le opposizioni, se saranno in sintonia con quanto di meglio si muove nella società italiana, se riusciranno a progettare una società alternativa.
Oggi, le opposizioni sono unite su un testo che esprime un'idea diversa dal vostro concetto di mondo e di politica. Quest'unità, figlia anche delle speranze suscitate dal progetto di una grande alleanza democratica, figlia della ostinazione di un fronte largo e combattivo di parlamentari direttamente impegnati nel movimento pacifista, è un'immensa risorsa per il futuro del paese (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e Misto-Verdi-L'Ulivo - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bricolo, al quale ricordo che ha otto minuti di tempo a disposizione. Ne ha facoltà.

FEDERICO BRICOLO. Signor Presidente, il nostro sarà un sì convinto alla mozione presentata dalla Casa delle libertà, che impegna il Governo ad adoperarsi affinché venga data piena attuazione alla risoluzione n. 1546 approvata all'unanimità l'8 giugno scorso dal Consiglio di sicurezza che esorta la comunità internazionale a sostenere gli sforzi del Governo provvisorio iracheno per costruire un Iraq federale, democratico, pluralista ed unitario, con l'assistenza delle Nazioni Unite, a


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sostegno della formazione di istituzioni rappresentative. La mozione impegna il Governo a contribuire ai lavori (lo sta già facendo) della conferenza internazionale per l'Iraq, organizzati in Egitto per il 22 e il 23 novembre su richiesta del Governo Allawi, e che era stata lanciata l'anno scorso dal Presidente Berlusconi e dal Presidente Putin; essa avrà lo scopo di rafforzare il coinvolgimento dei paesi arabi nel processo di democratizzazione dell'Iraq, di arrivare alle elezioni (forse, il momento più importante del processo di pace che stiamo gestendo), di individuare le modalità e i contributi concreti ed idonei a permettere la permanenza dell'ONU su quel territorio e di configurare un quadro strategico di progressiva riduzione dell'impegno delle forze multinazionali presenti in questo momento in Iraq.
Ringrazio il ministro Frattini per aver elogiato l'importanza del ruolo e dell'azione del nostro contingente militare presente in Iraq. Spesso ce lo dimentichiamo. È giunto il momento di rilevare l'impegno e la capacità professionale dei nostri soldati. Molto spesso, purtroppo, il centrosinistra ricorda le due Simone, ma dimentica i tanti militari del nostro paese che, a rischio della loro vita, stanno cercando di portare democrazia in Iraq (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega Nord Federazione Padana e di Forza Italia). Questo è lo scandalo del nostro Parlamento!
I nostri militari hanno dimostrato la loro professionalità anche quando si sono affacciati a Nassiriya i miliziani di assalto; in aprile, maggio ed anche all'inizio di agosto i militari italiani sono stati capaci di riportare l'ordine, limitandosi a rispondere all'offesa senza mai attaccare, incarnando il modello di uso moderato e ragionevole della forza che proprio voi del centrosinistra volete contrapporre al presunto smodato uso della potenza di fuoco da parte degli americani. Cogliamo, quindi, un'incongruenza di fondo tra ciò che volete e ciò che chiedete, quando, alla richiesta di un peace keeeping diverso, associate la richiesta di ritirare il contingente che più di ogni altro lo esprime, ossia il nostro.
Ma a voi evidentemente non interessa nulla dei nostri soldati, del processo di pace, che con difficoltà stiamo cercando di portare avanti in Iraq; voi volete semplicemente il ritiro delle nostre truppe dall'Iraq, evidentemente perché avete dei problemi interni, dovete sottostare alle pressioni e ai ricatti dei centri sociali, che comunque condizionano la politica dell'ala radicale del vostro schieramento. A dispetto di tutto, chiedete il ritiro delle nostre truppe. Ci chiedete di ritirarci, di scappare, di abbandonare l'indifesa popolazione irachena in mano ai feroci terroristi islamici, che in questo momento stanno facendo di tutto pur di opporsi al processo di democratizzazione che le forze multinazionali di pace, su preciso mandato dell'ONU - anche questo è giusto ricordarlo -, stanno cercando di portare avanti. Andate contro anche alla volontà dell'ONU con questa vostra mozione di ritiro delle truppe!
Siamo in una fase - credo che questo sia chiaro a tutti - senza dubbio delicatissima e probabilmente decisiva per il futuro dell'Iraq. Non si può - ne siamo convinti - scappare adesso! Lo dice anche il vostro amico - presunto amico - Kerry, da voi tanto osannato; lui stesso ha annunciato un possibile disimpegno degli Stati Uniti, comunque a lungo termine, ma, nello stesso tempo, ha escluso la rinuncia al comando della coalizione e delle operazioni militari e si appresta a chiedere, se eletto, a tutta la comunità internazionale nuovi e più incisivi contributi militari alla stabilizzazione irachena. Questa è la realtà! Ma evidentemente voi del centrosinistra siete fuori dalla realtà!
Non vi rendete conto che ci chiedete le stesse cose che ci chiedono i terroristi islamici che portano il terrore in Iraq, che sono gli stessi che hanno già provveduto a massacrare migliaia e migliaia di civili iracheni, donne, bambini, semplicemente perché non sottostanno alle loro logiche di terrore e invece credono in un processo di democratizzazione del paese. Voi ci chiedete


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le stesse cose che ci chiede il feroce e fanatico terrorista Al Zarqawi, che in diretta televisiva decapita gli occidentali che tiene sequestrati. Lui ci chiede il ritiro delle nostre truppe. Sono loro che non ci vogliono! Sono i terroristi iracheni che non ci vogliono, non certo gli iracheni, che hanno dimostrato, soprattutto dove siamo presenti noi, a Nassiriya, di appoggiare l'azione che stanno facendo i nostri militari. Sono loro che non vogliono l'ONU! Sono loro che non vogliono le elezioni! Sono loro che cercano di ricattarci con i sequestri e ci minacciano con la paura di attentati per farci scappare, come hanno fatto con la Spagna!
Votando la vostra mozione - e concludo, Presidente -, voi non fate altro che esaudire il desiderio di chi non vuole la pace e vi schierate dalla loro parte; noi no! Noi, votando la nostra mozione, andremo a dare ancora forza e sostegno alla popolazione irachena, che vuole la pace e la democrazia nel suo paese (Applausi dei deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Naro. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE NARO. Signor Presidente, signor ministro, desidero ringraziarla per gli elementi che ha fornito ai lavori oggi pomeriggio e desidero anche esprimere la condivisione per le iniziative che intende proporre al Consiglio europeo del 5 novembre, segnatamente quella riferita alla missione per l'assistenza alla commissione indipendente elettorale in Iraq e alla missione all'ONU, ma anche per la proposta che intende fare della prima missione PESD per la formazione delle forze di polizia in Iraq.
Intendo svolgere qualche considerazione ulteriore, partendo da una domanda: cosa ne sarà dell'Iraq dopo le elezioni presidenziali americane del 2 novembre? Se sarà eletto Bush, gli Stati Uniti aderiranno alla richiesta del legittimo Governo iracheno di intensificare l'offensiva ai fini del controllo di tutto il territorio. In quest'ottica, essi contano di avere l'appoggio della conferenza internazionale in Egitto del 22-23 novembre, per far svolgere, come previsto, le elezioni alla fine di gennaio. Se vincerà Kerry, gli Stati Uniti intenderanno prendere il controllo delle città perdute in modo che gli iracheni possano votare a gennaio. E i soldati americani, secondo l'idea di Kerry, se ben guidati, saranno capaci di farlo, comportandosi da truppe di protezione e non di occupazione.
Come si vede, per quanto riguarda la permanenza in Iraq, tra i due avversari non esiste alcuna soluzione diversificata sul problema iracheno, ma solo quella di restare sul posto per concorrere al processo di ricostruzione, avviandolo o intensificandolo secondo i punti di vista metodologici dettati dalla loro appartenenza ideologica.
A questa soluzione ha sempre puntato e continua a puntare il nostro Governo; e nella prospettiva della ricostruzione e della democratizzazione vi è certamente il ritiro delle truppe da parte dei paesi NATO presenti. Lo ha affermato il Presidente del Consiglio dopo l'incontro con Mubarak: prima la democrazia in Iraq, e poi si potrà parlare di ritirare le truppe.
È stato anche precisato che queste non potranno lasciare il territorio prima che gli iracheni abbiano dimostrato di essere in grado di dominare il terrorismo; comunque, sulla strada della emancipazione del Governo iracheno, si profila anche l'ipotesi di una graduale riduzione del contingente fino a quando il Governo legittimo non ci chiederà il rientro.
Anche altre diplomazie seguono analoga tendenza. Il ministro della difesa degli Stati Uniti, Rumsfeld, ha dichiarato che Allawi desidera accelerare il ritiro delle truppe della coalizione dall'Iraq e che gli Stati Uniti non si oppongono a tale piano; del resto, ha anche assicurato di non pianificare una lunga permanenza delle Forze armate americane a Bagdad.
Anche il segretario di Stato, Powell, caldeggia la loro parziale sostituzione con Forze armate arabe in tempi relativamente brevi. Dal canto loro, Olanda e


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Polonia hanno ipotizzato il ritiro delle loro truppe, ma non prima che si siano tenute le elezioni in Iraq.
Dunque, solo la mozione della minoranza chiede il ritiro delle nostre truppe, che sono truppe di pace, dall'Iraq; ciò, senza fare riferimento alla tragica realtà del paese e ai tentativi di emancipazione di una popolazione atavicamente compressa nei suoi diritti fondamentali, umani e civili. Tentativi, questi, che il terrorismo fondamentalista contrasta, seminando terrore con le morti spietate e le distruzioni allucinanti, come ha fatto con le Torri gemelle a New York, con i treni a Madrid, con gli innocenti scolari e studenti dell'Ossezia, con le ambasciate e gli obiettivi sensibili colpiti in ogni parte del mondo.
Le nostre truppe di pace, contestualizzate con le altre presenti in Iraq, sono il baluardo a difesa da questi disumani attacchi. In ossequio a tale nobile funzione, il nostro paese ha pagato un enorme tributo di sangue; ma la nazione si è stretta attorno ai suoi eroi, a dimostrazione di un forte sentimento nazionale.
Ci saremmo aspettati che la citata risoluzione n. 1546 dell'ONU e la prossima conferenza di Sharm El Sheikh fossero state usate come riferimento per ipotizzare, almeno, un ritiro morbido e razionale, che tenesse conto dei dolori e delle miserie di quella disgraziata popolazione.
Il solo lato razionale, invece, potrebbe essere quello del riferimento alla decisione di Zapatero; ma noi guardiamo all'iniziativa spagnola con ottica diversa. Intanto, i massimi rappresentanti della politica estera mondiale e tutte le più significative istituzioni internazionali sembrano fiduciose in un superamento delle difficoltà attuali per la decisione assunta di incontrarsi in questa prossima conferenza internazionale. In agenda, è il problema iracheno; a questo incontro, però, manca, a mio avviso, l'Unione africana.
In prospettiva, ritengo che ad appuntamenti così importanti un tale organismo non dovrebbe essere assente. Anzitutto, perché i suoi paesi membri sono, in gran parte, espressione di quella storia e di quella civiltà; quindi, perché nei loro ambiti territoriali trova ancora spazio di manovra il terrorismo fondamentalista; infine, perché è necessario dare visibilità e autorevolezza ad un organismo che può giocare un ruolo decisivo nella soluzione dei problemi legati a quel vasto continente la cui emancipazione può essere un elemento di sicuro equilibrio nella più vasta area euro-afro-asiatica.
Tutto il mondo guarda con fiducia e speranza all'appuntamento egiziano ed auspica che dall'attuale vertice possa venire un'indicazione necessaria per la soluzione della crisi irachena; coglieremmo siffatta notizia con entusiasmo ed emozione, come abbiamo fatto, questa mattina, quando abbiamo appreso che il piano di Sharon per lo sgombero dei coloni dalla striscia di Gaza era stato approvato dalla Knesset nonostante la mobilitazione di una grande massa di gente ed il travaglio all'interno della sua maggioranza.
Mi piace formulare l'auspicio che il piano del primo ministro israeliano e le decisioni cui perverrà la prossima conferenza in Egitto siano le pietre miliari della costruzione di un Medio Oriente finalmente pacificato.
Le argomentazioni svolte in discussione, unitamente alle presenti, riportano alla logica che ispira la mozione di maggioranza, a cui va il voto favorevole e convinto dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro (Applausi dei deputati del gruppo della Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Selva, al quale ricordo che ha 8 minuti di tempo a disposizione. Ne ha facoltà.

GUSTAVO SELVA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, lasciatemi cominciare il mio intervento affermando che credo sarebbe stato difficile, per l'opposizione, scegliere un momento più improprio di questo per chiedere, ancora una volta, il ritiro del contingente militare italiano dall'Iraq.
Forse lo ha fatto - lasciatemi andreottianamente pensare forse male, ma indovinando


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- alla spasmodica ricerca di un motivo per mostrare un volto unitario nella lotta contro il terrorismo internazionale. Infatti, mentre c'è chi considera, anche in questo caso, il problema di un certo terrorismo iracheno, e non solo ritenendolo una guerra di liberazione o una resistenza, c'è chi lo considera molto giustamente, invece, come gli onorevoli Ranieri e Monaco, il pericolo maggiore al conseguimento della pace e della libertà dei popoli in questo momento.
Vorrei ricordare che ci troviamo a pochi giorni dallo svolgimento delle elezioni presidenziali americane e, soprattutto, che siamo a poche settimane dalla convocazione della conferenza internazionale sull'Iraq, che dovrà decidere come mettere fine agli attentati terroristici, causa reale dell'insicurezza del popolo iracheno e nemico principale dell'opera di pacificazione del governo del primo ministro Allawi.
I bombardamenti americani, onorevole Folena, non sono diretti contro la popolazione irachena; questa ne è la vittima, innocente ed inerme, poiché il terrorismo vile prende le moschee e le case dei civili e perfino gli ospedali come basi operative, nonché per costruire quegli strumenti di morte con cui i kamikaze massacrano altri civili, oppure uccidono con le più barbariche esecuzioni, vale a dire con un colpo alla nuca, giovani che vogliono mettersi al servizio della sicurezza dei loro connazionali iracheni.
Se dovesse vincere Kerry, credo che il compito della «alleanza dei volenterosi» sarà ancora più facile, poiché non cambierà nelle linee di fondo; anzi, ritengo che la sua azione si svolgerà, per quanto riguarda la conquista della sicurezza, con un invio ancora più forte di militari, come appunto chiede il primo ministro Allawi.
L'Italia resterà in Iraq fintanto che lo chiederà il Governo iracheno. La presenza italiana ha dimostrato, del resto, che, dove vi sono forze di pace italiane, è ritornato l'ordine civile e democratico (Commenti). Sì, democratico, anche perché la vigilanza esercitata dagli italiani, assieme alle autorità locali, ha permesso, nella provincia di Nassiriya, la più alta partecipazione al voto, in occasione delle elezioni amministrative svoltesi nei giorni scorsi.
Non stiamo lì, onorevole Intini, con «l'elmetto in testa», come lei ha sostenuto, ma stiamo lì con la serena consapevolezza e determinazione di dare al popolo iracheno la certezza che attraverso il voto, così come è avvenuto in Afghanistan, si può scegliere la guida politica del popolo, condannando altresì chi o ha nostalgia per Saddam Hussein, come la avevano alcuni afghani per i talebani, oppure vuole realizzare il programma politico del fondamentalismo, terrorizzando il popolo con i rapimenti e gli assassini, di cui sono rimasti vittime anche due nostri connazionali, Quattrocchi e Baldoni, che si trovavano in quell'area per aiutare la sicurezza del popolo iracheno.
Onorevoli colleghi, nella conferenza internazionale che si svolgerà in Egitto il 23 e il 24 novembre, l'Italia andrà, come ha detto bene il ministro Frattini, con spirito di pacificazione, nonché per impegnare politicamente i partecipanti alla conferenza per il raggiungimento dell'obiettivo delle elezioni politiche, in modo che tutte le forze irachene che non seguono metodi violenti nella loro azione vengano invitate a partecipare all'attuale fase di iniziativa politica e di nation building.
Siamo per il coinvolgimento, come eletti o elettori, di tutte le componenti etniche, politiche, sociali, culturali e religiose del popolo iracheno, con esclusione di quanti usano o sostengono la violenza, in modo particolare quella terroristica.
Onorevoli colleghi, signor ministro, si misureranno in quella conferenza anche i programmi veri e le affidabilità degli arabi moderati. Se riuscirà, la conferenza potrebbe rappresentare un modello per risolvere altre crisi, a cominciare dal Medio Oriente (ad esempio quella israelo-palestinese, che dura da troppo tempo, o quella del Darfur, in Africa).
Si misurerà il contributo che paesi quali la Siria e l'Iran vorranno offrire per evitare la prospettiva di una «libanizzazione» dei popoli, ognuno dei quali deve avere il diritto di scegliere la propria


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strada politica, formando anche organizzazioni regionali del tipo di quelle che hanno reso l'Europa un continente di pace duratura e di libertà sempre più prospera. Tali organizzazioni regionali dovrebbero essere garantite dal voto e dal consenso dei popoli.
L'Italia, con coraggio, fa la sua parte in Iraq. L'ha fatta il Governo con il consenso del Parlamento e con uno spirito di unione e non di divisione, anche all'interno dello stesso Parlamento.
Per concludere, non capisco davvero come, partecipando ad un'azione di libertà di un popolo e per l'affermazione dei principi della Carta dell'ONU, firmata nel 1945, che prevede l'eliminazione degli ostacoli e degli elementi che determinano le guerre o i pericoli di guerra, vi sia qualcuno - come avvenuto, oggi, in quest'aula - che afferma che il nostro Governo si sarebbe distaccato dai principi dell'ONU e, soprattutto, dai principi che diedero vita all'Unione europea e agli atti che hanno portato al suo allargamento ed al varo della Costituzione europea.
Onorevoli colleghi, mi sembra, invece, che la firma, dopodomani a Roma, del Trattato costituzionale sia il riconoscimento all'impegno del nostro popolo e delle sue istituzioni, nel cui nome scegliamo la via del dialogo e della cooperazione internazionale, per dare vita, in ogni parte del mondo, ad aree geopolitiche di pace, nella giustizia e nella libertà (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza Nazionale).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Sereni. Ne ha facoltà.

MARINA SERENI. Onorevoli colleghi, signor ministro, signori rappresentanti del Governo, i gruppi dei DS, della Margherita, dello SDI e dei Repubblicani europei voteranno a favore della mozione sottoscritta dai capigruppo delle opposizioni ed esprimeranno un voto contrario sul documento della maggioranza.
Le opposizioni hanno avuto, sin dall'inizio della tragica crisi irachena, due punti di unità molto importanti: la contrarietà alla guerra, senza ombra di dubbio, illegale e sbagliata, e la contrarietà al coinvolgimento militare dell'Italia nel teatro iracheno.
Vorrei partire da tale aspetto, per ricordare a quegli esponenti della Casa delle libertà che oggi si affannano a sottolineare la non partecipazione alla guerra, che questo Governo e questa maggioranza, nel momento cruciale in cui la maggior parte della comunità internazionale chiedeva agli Stati Uniti di lasciare tempo all'ONU in Iraq, hanno voluto schierare l'Italia a fianco dell'amministrazione Bush, acuendo le divisioni ed indebolendo la possibilità di un'iniziativa unitaria dell'Europa.
Non è possibile, oggi, archiviare tale errore, perché esso è alla base della drammatica complessità della situazione irachena. Ogni giorno, televisioni e giornali di tutto il mondo ci inviano immagini di orrore. Vi è persino il rischio di assuefazione, al quale dobbiamo reagire. Il numero dei morti e delle uccisioni è sempre più impressionante. I rapimenti di cittadini, iracheni e stranieri, sono diventati un fenomeno quotidiano. La violenza, in importanti zone dell'Iraq, sembra inarrestabile: terrorismo, guerriglia e criminalità comune si intrecciano, in maniera confusa e terribile.
Tutto ciò non avviene in televisione, non è una fiction, tocca persone in carne ed ossa e sta minando le fondamenta di quanto pure di positivo sta accadendo in Iraq: la nascita e l'azione di associazioni, sindacati, partiti e giornali.
Non è un caso che in un recente sondaggio l'International Republican Institute consegni un quadro molto problematico: tra gli iracheni intervistati vi sono speranze e timori, grandi aspettative, ma anche una caduta di fiducia evidente verso il Governo provvisorio. Il 65 per cento di questi intervistati pensa che tra un anno avrà una vita migliore: vi è una grande speranza; ma un cento per cento di essi ci dice che la sicurezza è un grave problema, un 80 per cento afferma che la situazione economica è un disastro e, oggi, un 45 per


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cento (a fronte di un 39 per cento del giugno scorso) sostiene che il Governo transitorio ha imboccato una strada sbagliata.
Non è un caso che un esponente curdo moderato, decisamente filoamericano, come Jalal Talabani, abbia dichiarato pochi giorni fa che gli errori degli americani e le stupidaggini commesse dalle forze della coalizione contro gli iracheni sono la causa dell'escalation di violenza nel paese.
Non è, dunque, per un gusto di polemica che vi diciamo: riconoscete l'errore! Vi è un motivo tutto politico. Soltanto riconoscendo lo sbaglio di quella guerra, soltanto analizzando l'impressionante sequenza di errori che la coalizione guidata dagli USA ha commesso, possiamo indicare i passi giusti per uscire da questo pantano.
Tutte le forze del centrosinistra sono state contrarie alla guerra. Se noi fossimo stati seduti al vostro posto, non ci sarebbero truppe italiane in Iraq e l'Italia sarebbe oggi al tavolo con i principali paesi europei - la Germania, la Francia e la Spagna - a cercare una soluzione politica e multilaterale al caos iracheno. Questa unità nel centrosinistra si è costruita in maniera trasparente, anche a partire da sensibilità ed accenti diversi. Ma è anche per questo motivo che oggi vi proponiamo una piattaforma strategica, un piano per cercare di portare davvero pace, stabilità, sicurezza e democrazia in Iraq.
Vi è il rischio di una sorta di logoramento delle parole, di ricorrere agli stessi termini per indicare fatti e processi diversi, se non alternativi tra di loro.
Allora, vorrei provare ad essere molto netta e schematica su tre punti. Il primo riguarda la conferenza di pace. La prima domanda è: con chi la vogliamo fare? Noi siamo tra quanti ritengono che debbano poter partecipare tutte le componenti irachene disponibili a scegliere la strada della politica. Molto probabilmente non sarà così ed il ministro lo sa. Sembra ormai chiaro, infatti, che la configurazione della conferenza di Sharm El Sheikh sarà intergovernativa e che, accanto ad organizzazioni come l'ONU, l'Unione europea, il G8, l'Egitto, la Lega araba e via dicendo, parteciperà il Governo iracheno.
Se sarà così, crediamo sia necessario assumere e rilanciare la proposta del ministro Barnier per una conferenza parallela, alla quale possano partecipare rappresentanti iracheni non presenti nel Governo provvisorio.
La seconda questione relativa alla conferenza di pace riguarda i temi che saranno discussi. La prima bozza circolata sull'agenda non menziona affatto tempi e modalità per il ritiro delle truppe straniere e neppure la data per le elezioni. Ecco perché diciamo che non possiamo accontentarci di un segnale importante, ma ancora con molti interrogativi, come la convocazione della conferenza: dobbiamo agire ora, perché essa sia una vera conferenza di pacificazione.
L'ultima questione riguarda le elezioni e la situazione della sicurezza sul terreno. La possibilità di tenere, entro i tempi previsti, elezioni regolari e trasparenti in tutto l'Iraq è per noi un punto essenziale.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE PIER FERDINANDO CASINI (ore 19)

MARINA SERENI. Criticare l'ONU per la scarsa presenza in Iraq è del tutto inutile, se non si prende atto della realtà. Nessun paese ha accettato di proteggere l'ONU in Iraq, ad eccezione delle povere isole Fiji, che hanno messo a disposizione 155 soldati, perché nessun paese, in particolare arabo o musulmano, è nelle condizioni di inviare truppe fino a quando le attuali forze della coalizione resteranno in Iraq.
D'altra parte, pendono sulla scadenza elettorale molti interrogativi, tra cui la minaccia degli Ulema di boicottare la partecipazione sunnita. Lo slittamento delle elezioni e lo svolgimento soltanto in alcune parti del territorio aprirebbero uno scenario molto critico. Per questo motivo, abbiamo posto alcune questioni.
La prima riguarda la cessazione dei bombardamenti nelle città, certamente per


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ragioni prima di tutto umanitarie, ma anche per alcune ragioni politiche che vogliamo esprimere con le parole di Adnan Pachachi, esponente molto moderato ed autorevole della nuova transizione irachena che il ministro conosce personalmente, il quale qualche giorno fa ha dichiarato: «I militari stranieri presenti sul nostro territorio devono cessare le operazioni e aprire il tavolo dei negoziati. L'uso delle armi per sedare le rivolte nelle città sunnite è la principale ragione dell'odio che molti iracheni nutrono nei confronti delle truppe straniere. Qualsiasi rinvio delle elezioni politiche previste per il prossimo mese di gennaio toglierebbe all'attuale Governo e, più in generale, alla nuova classe politica l'attendibilità necessaria per ricostruire politicamente il paese».
La questione che abbiamo voluto porre per rendere credibile il processo di transizione politica e di stabilizzazione è la necessità di operare per la sostituzione delle truppe attualmente presenti in Iraq con una forza multinazionale sotto la responsabilità delle Nazioni Unite. La stragrande maggioranza degli iracheni, quelli moderati, non gli estremisti, coloro che si stanno impegnando per la transizione, non la guerriglia, affermano ormai con grande chiarezza che le truppe straniere stanno ogni giorno di più diventando non parte della soluzione, ma parte del problema. Prima ne prendiamo atto e meglio è, visto che anche negli Stati Uniti questo tema è oggetto di aperto dibattito, non solo negli ambienti e nei circoli pacifisti.
Il terzo aspetto riguarda le truppe italiane: il tema non è peregrino, se autorevoli esponenti del Governo e della maggioranza in questi ultimi mesi hanno sentito l'esigenza di rilanciare diverse proposte ed ipotesi. Non abbiamo capito, tuttavia, qual è la nostra exit strategy. Non abbiamo capito i tempi e le condizioni entro cui il nostro Governo pensa che si possa considerare esaurita la missione in Iraq. Non basta dire: aspettiamo che ce lo dica Allawi, perché quello che dice Allawi non è sempre buono per l'Iraq e certamente non è sempre buono per il nostro paese.
Chiediamo al Governo una cosa molto semplice: che all'interno della strategia più complessiva che abbiamo indicato si preveda e si predisponga il rientro del contingente italiano, pronti, com'è ovvio, a sostenere un diverso impegno dell'Italia, in particolare sul terreno della cooperazione, per la ricostruzione economica, civile e politica dell'Iraq, e pronti, com'è ovvio, a misurarci con scenari nuovi che dovessero aprirsi, come noi certamente auspichiamo, dopo le elezioni americane del prossimo 2 novembre (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo, Misto-Verdi-L'Ulivo e Misto-Comunisti italiani - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rivolta. Ne ha facoltà.

DARIO RIVOLTA. Se i colleghi volessero tornare agli anni della gioventù e a quelle letture che, ricordando un certo Gaspar Schmidt, più noto come lo pseudonimo di Max Stirner, un anarchico individualista, e in modo particolare a un suo libro che si intitola L'unico e la sua proprietà, ricorderanno che quel libro cominciava e finiva con la stessa frase: io ho riposto la mia causa nel nulla.
È venuto alla mia mente questo incipit e questa chiusura del libro di Max Stirner leggendo la mozione a firma Violante ed altri. Anche in questo caso, infatti, pur cambiando le parole, la prima e l'ultima frase della mozione, confrontate con il contenuto della mozione stessa, evidenziano una contraddizione così grande da farci ritenere che i presentatori di tale mozione abbiano riposto la propria causa nel nulla.
I cari colleghi che hanno voluto presentare tale mozione sostengono che si debba subito ritirare il contingente italiano, però affermano che la situazione si fa sempre più grave, che è necessario concorrere all'esito positivo della conferenza internazionale, che bisogna chiedere la sostituzione delle forze di occupazione con forze multinazionali sotto egida ONU.


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Sono queste tre condizioni compatibili con la definizione dell'incipit e con la richiesta di immediato ritiro delle truppe? Difficilmente si potrebbe rispondere «sì». Però, poiché nessuno dubita dell'intelligenza e della capacità analitica dei sottoscrittori, si deve considerare il motivo per cui tale mozione è stata presentata con queste modalità, con questa stesura, e perché oggi.
È evidente che si tratta di una mozione che non ha obiettivi di politica estera, ma solo obiettivi di politica interna. È un tentativo maldestro di rappresentare all'esterno di quest'aula un'unità tra le forze dell'opposizione che dagli stessi interventi di coloro che mi hanno preceduto si nota non essere così monolitica. Vi sono sfumature anche grandi, così grandi che hanno portato addirittura il maggiore gruppo dell'opposizione a doversi esprimere attraverso due esponenti, non casualmente appartenenti a due diverse visioni della questione irachena e di molte altre.
Voi, insieme a noi, giustamente lamentate le scarse occasioni di dibattito sulla politica estera all'interno di questo Parlamento. Quando tali occasioni vengono anche da voi sollecitate, le usate, ahimé, per cercare di ottenere risultati immediati di politica interna anziché di politica estera. Non posso complimentarmi con tale aspetto di carattere tattico, perché un'occasione di dibattito di politica estera così viene proprio da voi sciupata.
Tutti coloro fra di voi che sono più responsabili sanno che un domani, mi auguro molto lontano, potrebbero essere al Governo e dovrebbero far fronte ad impegni di responsabilità davanti al paese. Tutti coloro che sanno che la nostra funzione di parlamentari è quella di rappresentare i nostri cittadini ed i loro interessi sanno anche che bisogna guardare non soltanto al passato, ma soprattutto al presente ed al futuro della nostra comunità. Tutti coloro che hanno tale sensibilità e conoscono la realtà irachena sanno che è oggettivamente improponibile un ritiro delle forze internazionali oggi dall'Iraq. Tutti i rappresentanti dell'opposizione che hanno le caratteristiche prima citate sanno che, se veramente un paese come l'Italia, o altri paesi, dovessero decidere un ritiro immediato delle forze oggi presenti in Iraq, quel paese cadrebbe in un caos ben più grave dell'instabilità a cui già oggi assistiamo.
Sapete tutti che, se un'azione del genere fosse intrapresa soltanto dall'Italia, essa getterebbe sul nostro paese un discredito non più recuperabile, paragonabile solo al discredito che ci siamo attirati per atti quasi simili a questo, sicuramente peggiori, che avvennero circa cinquant'anni fa.
Cari colleghi, sappiamo tutti che se avvenisse una disfatta, per fortuna improbabile, delle forze multinazionali presenti in Iraq ci troveremmo in tutto il mondo in un vuoto di potere così grave che la nostra sicurezza verrebbe subito messa a forte rischio.
D'altra parte, voi stessi avete voluto accelerare i tempi della discussione di questa mozione, che nei suoi contenuti non ha una particolare urgenza, perché volevate che ciò avvenisse prima delle elezioni americane, dato che il candidato alternativo al Presidente attuale - nell'improbabile caso che dalle elezioni americane scaturisse la volontà dei cittadini americani di cambiare Presidente - ha già dichiarato di voler mantenere la presenza delle truppe americane in Iraq, per gli stessi motivi che ci siamo detti poco fa, e addirittura, magari, di incrementare quelle forze. La sola differenza che il candidato Kerry dice di voler avere rispetto al Presidente Bush consiste nell'approccio a suo dire (e forse anche giustamente) più multilaterale. In altre parole, il candidato Kerry, se dovesse - peraltro con molta poca probabilità - diventare Presidente degli Stati Uniti, chiederà anche a voi, come forza politica di un paese alleato, così come lo chiederà anche ad altri paesi europei, di mettere da parte il passato e di impegnarvi in prima persona, così come noi responsabilmente abbiamo già fatto.
Vi verrà chiesto, cari colleghi, di accettare di inviare truppe, anche se non c'è - come voi forse agognate - il comando supremo dell'ONU. Sapete infatti che nessun


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Presidente americano, a torto o a ragione, sia ciò giusto o sbagliato, può accettare (in virtù delle stesse leggi americane) che le truppe americane siano sotto il comando di un paese straniero. Allora, le truppe americane continueranno ad essere presenti in Iraq e anche a voi quel candidato, che oggi osannate, chiederebbe di partecipare. Questa vostra apparente e fittizia unità potrebbe reggere nel momento in cui quel candidato, divenuto Presidente - cosa peraltro improbabile -, dovesse farvi questa richiesta?
Colleghi, parliamoci con sincerità: sappiamo tutti che il vostro è un atto propagandistico non di politica estera, ma di politica interna. Sappiamo tutti che il nostro paese è in Iraq per un'azione di pace, di fatto con un mandato dell'ONU che ci autorizza ad essere lì e che ci impegna ad allargare ad altri paesi quella presenza. Pertanto, sappiamo tutti che non possiamo fare scelte diverse.
Allora, lasciatemi dire, in maniera meno simbolica e meno provocatoria di quello che fece Max Stirner, che anche voi avete riposto la vostra causa nel nulla (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mantovani. Ne ha facoltà.

RAMON MANTOVANI. È noto che tra le file dell'opposizione vivono almeno due diverse posizioni e prospettive circa la guerra in Iraq; ciò, del resto, si è sentito anche nel corso di questo dibattito.
Vi è una posizione, che io condivido, che chiede il ritiro immediato ed unilaterale, come atto politico utile ad isolare gli Stati Uniti e la Gran Bretagna; che pensa ad una conferenza ben diversa da quella che si sta preparando; che prevede una forza multinazionale di baschi blu, quindi sotto il comando ONU e senza forze militari dei paesi attualmente occupanti, Italia compresa. Vi è poi un'altra posizione, che non chiede il ritiro immediato e che pensa a questa conferenza, che si va preparando, come ad un'occasione utile, affinché una forza multinazionale, sotto l'egida e non sotto il comando dell'ONU, si sostituisca alle attuali forze occupanti, senza però escluderle.
È chiaro che la mozione Violante ed altri n. 1-00401 rappresenta il compromesso tra queste posizioni e contiene il grado di ambiguità utile affinché, com'è avvenuto nel dibattito, tutti possano riconoscersi nella lettera della mozione, senza tradire le proprie posizioni. Personalmente, penso però che sarebbe stato meglio far vivere le posizioni, per quello che esse sono, e lavorare ad una vera convergenza. Questo, non perché io sia contrario a compromessi e ad accordi, bensì perché ritengo che ciò sia utile quando le posizioni tendono realmente a convergere. In questo caso, tra una posizione pacifista ed una che assomiglia troppo, a mio avviso, alla proposta di un passaggio dalla guerra unilaterale alla guerra multilaterale, mi pare non si possa parlare di convergenza.
Questi sono i motivi che mi portano a preannunciare un voto di astensione sulla mozione presentata dall'onorevole Violante.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Grandi. Ne ha facoltà.

ALFIERO GRANDI. Signor Presidente, altre volte sono intervenuto e ho espresso un voto in dissenso quando mi è sembrato che le posizioni dell'opposizione non fossero sufficientemente nette nel condannare la guerra preventiva e poi l'occupazione dell'Iraq.
La responsabilità del Governo e della maggioranza è grave perché ha portato l'Italia ad essere subalterna all'amministrazione Bush, inviando i militari italiani in zone di guerra, contraddicendo la Costituzione e finendo per coinvolgere il destino degli occupanti; e ciò, tra l'altro, impedirà al nostro paese di essere presente in futuro con compiti di peacekeeping.
La mozione oggi proposta da tutta l'opposizione è positiva, e quindi la voterò con l'esplicita sottolineatura che chiede il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq. Ciò


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non è frutto della coazione a ripetere, ma è la novità di chi ha letto i discorsi elettorali di Bush che, ogni volta che ha cercato di dimostrare di non essere isolato, ha citato il Governo Berlusconi come l'alleato più fedele, dopo, purtroppo, Blair.
Impedire a Bush di poterlo affermare attraverso il ritiro immediato dei militari italiani spingerebbe anche questa amministrazione americana a considerare seriamente la fine dell'occupazione, a consentire il rientro in campo dell'ONU su tutti gli aspetti, dalla gestione della transizione fino alla responsabilità della presenza militare eventualmente necessaria dopo la fine dell'occupazione.
Con questa mozione, che, ripeto, sosterrò, diamo impulso ad un percorso che deve riportare i militari italiani a casa e l'Iraq ad una piena e vera sovranità garantita dall'ONU, con il concorso di tutti i soggetti politici e sociali dell'Iraq, escluso il terrorismo, che va isolato e combattuto senza tregua e che l'occupazione militare, purtroppo, finisce con l'alimentare.

PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto.
Avverto che, a seguito dell'intervento del ministro degli affari esteri, i presentatori della mozione Elio Vito ed altri n. 1-00402 ne hanno riformulato il testo, nel senso di sostituire, al terzo capoverso della premessa, le parole: «ed ha il fine di sostenere l'esercito e la polizia iracheni» con le seguenti: «a sostegno dell'esercito e della polizia iracheni», nonché nel senso di aggiungere il seguente ulteriore capoverso nella premessa: «si consideri in questo quadro l'importanza del ruolo e dell'azione del contingente nazionale».

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