Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 531 del 20/10/2004
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Seguito della discussione del disegno di legge: S. 3102 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 6 settembre 2004, n. 233, recante modificazioni alla legge 20 luglio 2004, n. 215, in materia di risoluzione dei conflitti di interesse (Approvato dal Senato) (5329) (ore 19,10).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 6 settembre 2004, n. 233, recante modificazioni alla legge 20 luglio 2004, n. 215, in materia di risoluzione dei conflitti di interesse.


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Ricordo che nella seduta di ieri si è conclusa la discussione sulle linee generali.
Avverto che è stato ritirato l'emendamento Amici 1.1.

(Esame dell'articolo unico - A.C. 5329)

PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo unico del disegno di legge di conversione (vedi l'allegato A - A.C. 5329 sezione 2), nel testo della Commissione, identico a quello recante le modificazioni apportate dal Senato (vedi l'allegato A - A.C. 5329 sezione 3).
Avverto che le proposte emendative presentate sono riferite all'articolo 1 del decreto-legge, nel testo della Commissione, identico a quello recante le modificazioni apportate dal Senato (vedi l'allegato A - A.C. 5329 sezione 4).
Avverto altresì che non sono state presentate proposte emendative riferite all'articolo unico del disegno di legge di conversione.
Avverto che l'emendamento Amici 1.1 è stato ritirato e che il Governo ha presentato l'emendamento 1.2, sul quale vi è il nulla osta della V Commissione (Bilancio) (vedi l'allegato A - A.C. 5329 sezione 1).
Passiamo agli interventi sull'unica proposta emendativa non ritirata.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Marone. Ne ha facoltà.

RICCARDO MARONE. Signor Presidente, intervengo sull'unica proposta emendativa non ritirata riferita a questo provvedimento che, se non ponesse un problema serio, sarebbe davvero grottesco nella sua natura e nella sua straordinaria urgenza.
Nella storia è nota la categoria dei consiglieri del principe che, in genere, sono una categoria peggiore del principe.

PRESIDENTE. Cortigiani, vil razza dannata...

RICCARDO MARONE. In genere, hanno il compito di vedere i lati deboli del principe, i punti di particolare sensibilità, presentargli grandi problemi e far finta di risolverli.
Così ingigantiscono il loro ruolo e sempre più dimostrano al principe quanto sono importanti.
Lo dico, perché questa mi sembra proprio l'ipotesi configurata con questo decreto-legge. Evidentemente, qualcuno, sapendo quanto il premier sia sensibile su questo tema, gli ha presentato un problema inesistente, evidenziandogli la straordinarietà necessità ed urgenza di adottare questo provvedimento. Avendo sottoposto al principe quanto fosse pericoloso non adottare questo provvedimento, si è poi trovata la soluzione. Se però leggiamo il testo del provvedimento, vediamo che tutto ciò è estremamente grottesco. Infatti, leggendo la premessa del decreto-legge, si evince che esso ha la finalità di sanare un errore di coordinamento...

PRESIDENTE. Onorevole Marone, mi scusi, io la ascolto volentieri; però gradirei che anche i colleghi, compatibilmente con i loro interessi specifici, nel conversare tenessero la voce almeno bassa, per consentire, a chi lo desidera, di poter seguire quello che è un interessante intervento.
Prego, onorevole Marone, prosegua pure.

RICCARDO MARONE. Dicevo, Presidente, che la straordinaria necessità ed urgenza di procedere all'adozione di questo decreto-legge è motivata, nella premessa del provvedimento, dalla necessità di sanare l'errore di coordinamento formale tra l'approvazione della legge sui conflitti di interesse e l'approvazione della cosiddetta legge Gasparri.
Tutto ciò è paradossale, perché errori di coordinamento formale tra le leggi ce ne sono a centinaia, nel nostro paese. Ciò avviene infatti molto spesso, ma nessuno si preoccupa di adottare con urgenza un decreto-legge, mobilitando prima l'aula del Senato, poi quella della Camera dei deputati, per sanare un errore di questa natura. In genere, ci pensa la giurisprudenza


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a rimediare a questo tipo di errori, attraverso un'interpretazione della successione delle leggi nel tempo, evidenziando così che il coordinamento formale si fa semplicemente valutando appunto la successione delle leggi nel tempo, risolvendosi così in un problema interpretativo che si lascia ai giudici.
In questo caso, evidentemente, l'argomento desta talmente le preoccupazioni del principe che non si vuole lasciare neanche un minimo margine interpretativo, neanche formale, agli eventuali giudici di merito per l'interpretazione della legge sul conflitto di interesse e della cosiddetta legge Gasparri, con riferimento alle norme riguardanti in particolare la problematica dell'abuso di posizione dominante e la possibilità che le società di proprietà del premier possano favorire il premier stesso; questa infatti è la norma che con il provvedimento al nostro esame si intende modificare.
Visto che c'è tutta questa straordinaria necessità ed urgenza di chiarire che oggi non si applica più la vecchia legge, bensì si applica la legge Gasparri in materia di conflitto di interessi, ciò dimostra, di per sé, quanto la legge Gasparri sia più favorevole al premier di quanto lo fosse il precedente regime.
Diversamente, non si comprenderebbe questa straordinaria necessità ed urgenza e questa paura che qualcuno possa interpretare la norma sul conflitto di interesse riferendolo alla vecchia legge, anziché alla legge Gasparri. Infatti qual è il rischio paventato al principe da qualche solerte consigliere...? Almeno immaginiamo che sia così, perché francamente né dall'intervento del relatore Pastore al Senato, né dagli interventi del Governo, si è ben capito a cosa serva questo provvedimento, se non ai fini del richiamato coordinamento formale.
Se dovessimo prevedere di realizzare coordinamenti formali delle leggi attraverso l'istituto del decreto-legge, credo vi sarebbe una continua produzione di tale strumento, perché, nell'esame dei vari provvedimenti tra i due rami del Parlamento, problemi di coordinamento formale delle leggi emergono continuamente. Nella sia pur limitata esperienza che ho maturato in questa legislatura, non mi pare vi sia mai stata la preoccupazione di varare decreti-legge ai fini di un coordinamento formale; guarda caso, solo quando si tratta di discutere di conflitto di interessi e dei problemi del premier si interviene immediatamente!
Qual è il rischio - ripeto - che qualcuno ha paventato al premier, convincendolo ad emanare una norma che, francamente, ci si poteva risparmiare, anche per evitare che, ancora una volta, si parlasse di questo tema in queste aule, senza aver risolto minimamente il conflitto di interessi (anzi, ci si è sempre riservati di approvare una legge che lo consentisse)? Il timore era che la successiva approvazione della legge Frattini avrebbe potuto determinare l'applicazione, anche in via implicita, delle norme precedenti alla legge Gasparri e che non ci si dovesse più riferire al cosiddetto e famoso SIC, bensì alle norme previgenti.
Seppure fosse questo il quadro, quale sarebbe il problema? Evidentemente, si temeva che la legislazione precedente fosse meno favorevole al premier, mentre la legge Gasparri ed il cosiddetto SIC hanno messo tranquillamente il premier al sicuro da qualsiasi problema di abuso di posizione dominante, perché, come sappiamo tutti e come abbiamo tante volte dimostrato in quest'aula nel corso della discussione sulla legge Gasparri, attraverso il sistema inventato del SIC dalla stessa legge Gasparri si è stabilito un limite così alto che la percentuale di quel limite è sostanzialmente inarrivabile.
Di qui, la necessità del decreto-legge in esame, a fronte di una probabile idea che non venisse applicata la normativa sul SIC, ma la vecchia normativa, quella abrogata dalla legge Gasparri, vale a dire la legge n. 249 del 1997. Non bisogna nemmeno pensarlo lontanamente...! È stato compiuto un errore di coordinamento: quando è stata approvata la legge Frattini non ci si è accorti che, nel frattempo, è stata approvata la legge Gasparri; francamente, è un po' sorprendente che questa maggioranza,


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quando era in discussione la legge Frattini, a ben tre mesi di distanza dall'approvazione della legge Gasparri non si fosse accorta della sua approvazione ma, evidentemente, in quel momento, nessuno aveva ritenuto così rilevante la citazione contenuta negli articoli 4 e 7 della legge sul conflitto di interessi.
Se è questo il problema, ci si affretta a varare un decreto-legge ed a chiarire che l'abuso di posizioni dominanti può avvenire solo nel caso della legge Gasparri, vale a dire nel calcolo del sistema integrato delle comunicazioni, di cui all'articolo 2, comma 1, della legge n. 112 del 2004. Questo è quanto previsto nel decreto-legge in esame.
L'argomento fa talmente sussultare questa maggioranza che non siamo riusciti a discutere di questo tema che è delicatissimo, di straordinario interesse e problematico per qualsiasi democrazia. Anche quando, la settimana scorsa, si è discusso in merito alla riforma costituzionale e previsto, in particolare, di accrescere fortemente i poteri del premier, abbiamo affermato la necessità di disciplinare costituzionalmente anche la materia del conflitto di interessi, ma questa maggioranza non ne ha voluto nemmeno parlare, anche se quelle norme, come sappiamo, entreranno in vigore non prima del 2016 (mi riferisco a quelle sul premier) o addirittura non entreranno mai in vigore, se non vi sarà una nuova legge elettorale.
Evidentemente, vi è un tabù, per cui non si può parlare di questo argomento. Il conflitto di interessi del premier non deve essere disciplinato né oggi, quando il conflitto è reale e concreto, né tra dieci anni quando, credo (voglio sperare, dal mio punto di vista), avremo un altro premier e, quindi, il problema non si porrà più.
Sarebbe stato opportuno evitare il ripetersi di una vicenda del genere; ma di questo non ne possiamo parlare!
Su tale questione siamo arrivati talmente al grottesco che addirittura ci si prende la briga di firmare un decreto-legge. Tra l'altro, il premier affermò che non si sarebbe mai occupato della legge Gasparri, che tutte le volte che si sarebbe trattato questo tema sarebbe uscito dalla sala del Consiglio dei ministri e invece, ovviamente, il decreto-legge è sottoscritto proprio dal Presidente del Consiglio che, probabilmente, in Consiglio dei ministri si è distratto, non capendo che si trattava di un provvedimento che lo riguardava personalmente. Ma questo è un fatto abbastanza marginale rispetto alla gravità della vicenda.
Discutiamo del nulla, discutiamo di un qualcosa che non avviene mai in queste aule, vale a dire di correggere un errore formale contenuto in una legge. Infatti, normalmente, si lascia tale compito all'interpretazione dei giudici, ma non si vuole rischiare che qualche giudice possa commettere un errore: dunque, si interviene attraverso un decreto-legge.
Tutto ciò mi sembra grave, in quanto è indicativo di come si sia discusso in queste aule di un tema così importante (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Giulietti. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE GIULIETTI. Mi rivolgo al sottosegretario Innocenzi, presente in aula. Lei, signor sottosegretario, ha seguito con grande attenzione questi lavori nella differenza delle posizioni. Il collega Marone ha provato a svolgere un ragionamento che ritengo molto fondato. Mi rivolgo a lei, signor sottosegretario, per quando al momento del cambio del Governo si dovrà affrontare il conflitto di interessi e le regole del sistema delle comunicazioni.
Stiamo discutendo un conflitto di interessi che non ha trovato argine alcuno - né con la legge Gasparri, né attraverso la formulazione della legge Frattini, che qui correggiamo -, ma che anzi ha trovato ulteriori elementi di amplificazione che mi permetto di segnalare.
Lei, signor sottosegretario, sa che la legge Gasparri e la formulazione del Sistema integrato delle comunicazioni hanno liberato sostanzialmente il duopolio dai tetti. Lei sa che le tariffe pubblicitarie


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stanno crescendo; lei sa, inoltre, che gli stessi grandi gestori di pubblicità pagano tra l'8 e l'11 per cento in più; lei sa anche che sono cresciuti i tassi di concentrazione.
La concentrazione di ulteriori risorse - questo è il conflitto di interessi, sottosegretario, non un uomo cattivo - stringe il mercato attorno al duopolio, che rischia di avere un solo protagonista. Gli ultimi dati segnalano una crescita ulteriore; il tasso di concentrazione è il più alto in Europa. Ciò vuol dire che, da quando abbiamo approvato le leggi in materia, non è stato posto alcun argine.
Lei, signor sottosegretario, sa meglio di me - anche se questo dato in Italia è stato nascosto - che al commissario Buttiglione, nella sua travagliata vicenda parlamentare in Europa, sono state poste non poche domande sul conflitto di interesse per la libertà dei media e le risposte fornite sono state definite da parlamentari del nord Europa - non della sinistra - insufficienti, in relazione ad una risoluzione del Parlamento europeo che già segnalava l'anomalia del conflitto di interesse della legge Gasparri.
Le stesse associazioni degli imprenditori e il nuovo presidente degli editori - non più Luca Cordero di Montezemolo, bensì l'ambasciatore Biancheri - segnalano l'aggravarsi del rischio di un mercato che si chiude, creando sospetti di conflitto di interessi su ogni provvedimento.
Quando in sede di legge finanziaria la maggioranza inserisce i soldi per il decoder, senza allo stesso tempo fare uno sforzo adeguato per i libri e l'editoria, dà l'impressione di licenziare un provvedimento per favorire un gruppo di imprese con un nome importante e, al contempo, sfavorirne altre migliaia che operano nello stesso comparto.
Questo quadro di un mercato asfittico è aggravato dal monocolore che per la prima volta nella sua storia governa la RAI. Tutto questo è accaduto dopo l'approvazione della legge Frattini e della legge Gasparri. I Presidenti delle due Camere, in modo solenne, ci dissero che si sarebbe aperta la stagione delle garanzie. È stata espulsa la presidente di garanzia della RAI e ora governa un monocolore; il conflitto di interessi si è aggravato e si è stretto un vincolo politico ed economico.
Penso che i Presidenti delle Camere, che indicarono con forza quel passaggio, dovrebbero tornare a dedicarvisi, perché brutalmente liquidato secondo una logica di maggioranza senza precedenti. Ricordo che, in sede di Commissione di vigilanza, una maggioranza, comprendente la stessa UDC, ha chiesto di passare a nuove nomine di garanzia. La presidente Annunziata, nell'indifferenza istituzionale, ha ricordato come il ministro Tremonti le riferì che la stessa presidente, pur partecipando al Consiglio di amministrazione RAI, non avrebbe contato nulla, perché avrebbe contato soltanto la direzione generale. Quindi, rispetto ai provvedimenti approvati che già in quest'aula registravano malessere, anche in parte della maggioranza, si è ristretto ulteriormente lo spazio per la libera circolazione delle merci e delle opinioni.
Sottosegretario Innocenzi, ammette che tutto ciò rappresenta un problema anche per voi? La situazione in atto, il perdurare delle liste di proscrizione e della sospensione di autori e giornalisti non segnano forse una sospensione della legalità? In tale situazione, risulta disattivato lo stesso messaggio inviato dal Presidente della Repubblica, che, rivolgendosi al Parlamento, pose il tema della legge sul conflitto di interessi e della legge Gasparri, come statuto delle opposizioni. Pari opportunità quindi, non solo per le forze politiche ma anche per le forze sociali e per le imprese. Ebbene, quel messaggio è stato sabotato e svuotato. Ma chi ve lo fa fare di rinunciare, in ultima analisi, alla riapertura di un confronto che conviene, rimettendo al centro la politica e non un servizio d'ordine?
Arrivando al punto, il conflitto di interessi è oggi all'esame delle autorità di garanzia e le stesse affermano che per anni Mediaset e RAI hanno aggirato i tetti pubblicitari. Mi rivolgo a lei, presidente Biondi, che crede fortemente nella libertà del mercato. L'Autorità, dopo sette anni di


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indagine, non riesce a comminare alcuna sanzione perché sta ancora riflettendo su come e quando farlo. Noi affermiamo: si rispettino le regole e quelle sanzioni siano comminate a favore dell'emittenza e dell'editoria italiana, danneggiate da un duopolio ad una sola testa. Gli importanti dossier relativi agli spot pubblicitari, alle sanzioni, ai conflitti di interesse potrebbero essere trasferiti alle nuove autorità di garanzia - ecco la follia delle norme in discussione - che saranno nominate nei prossimi mesi. E come saranno nominate tali autorità e lo stesso governo della RAI? Cari colleghi, saranno nominate con il concorso determinante del Governo, mentre lo stesso Presidente del Consiglio indicherà i presidenti delle autorità che dovrebbero teoricamente controllare il conflitto di interessi del medesimo Presidente del Consiglio.
Qui risiede la contraddizione tra la legge Maccanico e la legge Frattini. È questa la norma che andrebbe affinata. La legge Maccanico fu votata a larghissima maggioranza, non con un colpo parlamentare di pochi voti. Tale legge assegna alle autorità un ruolo terzo, tentando di farne il guardiano del libero mercato e dei diritti del cittadino. Ma come può il Presidente del Consiglio, al contempo editore, nominare i presidenti delle autorità cui la legge Frattini demanda l'unico pallido intervento per rilevare il conflitto di interessi? È questa la contraddizione determinata e non bastano i due terzi facoltativi. Per queste ragioni, in occasione del question time, signor sottosegretario, abbiamo chiesto al Presidente del Consiglio se intenda spogliarsi del potere di nomina indicandone una nuova fonte. Sarebbe stata un'operazione intelligente correggere il testo, indicare una nuova fonte di nomina e stabilire nuove regole che durino nel tempo.
Invece, non solo gli eventuali limiti della legge Maccanico - che lo stesso Maccanico per primo sottolineò - non vengono corretti, ma si esalta il conflitto di interessi, con una norma che non ha senso alcuno: essa, infatti, amplifica il conflitto stesso, e getterà un'ombra di legittimo sospetto sulle prossime nomine, quali che siano.
Per tali ragioni, abbiamo rivolto la domanda cui facevo cenno al Presidente del Consiglio, al quale chiediamo di venire in aula: in attesa di confrontarsi con Prodi fra due anni, venga al question time; rispetti questa Assemblea, sia la maggioranza sia la minoranza; risponda su un tema delicato, quale quello delle regole e dei controlli nel sistema della comunicazione! Riproporremo la questione con i presidenti dei gruppi. Non sarebbe stato più opportuno affrontare tale problema? Non sarebbe stato più opportuno affrontarlo in sede di revisione costituzionale? Non sarebbe stato più opportuno evitare un contenzioso in sede comunitaria e nazionale (tale contenzioso vi sarà, e voi lo sapete)?
In questo modo, signor sottosegretario, rinunciate a svolgere un ruolo politico: vi limitate alla conservazione di un privilegio, alla testarda difesa di un'anomalia, ancor prima che politica, di mercato ed industriale, di rilevanza europea. Nel corso dell'esame della riforma costituzionale, ci avete accusato di aver modificato il Titolo V della Costituzione con pochi voti di maggioranza, e avete fatto lo stesso. Si tratta di un ragionamento pericoloso, ma nel caso in esame è vero il contrario: il centrosinistra, con i ministri Maccanico e Cardinale e con il sottosegretario Vita, forse perse perfino troppo tempo per arrivare a votare la riforma delle autorità a larga maggioranza e per trovare una paziente mediazione e regole condivise.
Voi non lo avete fatto: avete scelto la strada del conflitto, del servizio d'ordine, del voto di fiducia. Avete scelto la via dell'estremismo di un proprietario che si oppone e batte numerosi altri concorrenti: si tratta, infatti, anche di una grande questione industriale. Ritengo sia sbagliato il fastidio per ogni materia che comporti l'apertura di un confronto serio in questa direzione.
Non soltanto, dunque, voteremo «no», ma voteremo «no» con convinzione, per le ragioni esposte dall'onorevole Marone e


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per le ragioni più generali alle quali vi richiamiamo. State commettendo un errore: si tratta infatti di norme che dovranno essere abrogate direttamente. Se, come auspico, vi sarà un cambio di governo, la legge sul conflitto di interessi e la legge Gasparri sono tra quelle che dovranno essere abrogate senza alcun emendamento, in quanto si tratta di norme distanti dal contesto europeo, costituzionale ed istituzionale.
Tenteremo di dialogare e di convincervi, ma avete scelto una strada sbagliata, che porta ad un'alterazione del principio di uguaglianza sostanziale fra le parti sociali, fra le parti politiche e fra le parti economiche. Avete ancora la possibilità di ripensarci e di aprire un dialogo, dimostrando che il conflitto di interessi non è una pietra tombale della politica né una grande metastasi istituzionale: provate, per una volta, a fare politica su una grande questione che riguarda le regole del mercato e della comunicazione in Italia (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e Misto-Verdi-L'Ulivo - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Maura Cossutta. Ne ha facoltà.

MAURA COSSUTTA. Signor Presidente, in primo luogo va sottolineato l'uso spregiudicato e disinvolto dei decreti-legge. Anche in questo caso, si ricorre alla decretazione d'urgenza. La prima domanda che viene in mente a una persona di buonsenso riguarda il motivo per cui intendete modificare, con un provvedimento d'urgenza, la legge sul conflitto di interessi correggendo la legge Gasparri. È, dunque, un provvedimento d'urgenza per il premier? È il decreto-legge per Berlusconi? È infatti evidente il nesso inscindibile tra la legge sul conflitto di interessi e la legge Gasparri. Resta, a nostro avviso, la vergogna costituita da tali provvedimenti, appunto la legge sul conflitto di interessi e la legge Gasparri sulle reti televisive e sul sistema delle comunicazioni e della pubblicità.
L'altro elemento che vorrei sottolineare attiene ad un tema che secondo noi riguarda una rilevantissima questione democratica. Mi riferisco alle modifiche che volete introdurre con la riforma costituzionale. Con quella riforma (ma per fortuna ricorreremo al referendum) intendete affidare nelle mani del premier - un premier assoluto - una concentrazione sempre più forte di tutti i poteri. Addirittura, grazie al suffragio universale, con una forma di nuovo «bonapartismo», questo premier vedrebbe accentrati nell'esecutivo tutti i poteri. È un tema serissimo!
La questione del conflitto di interessi, pertanto, deve essere considerata ancor più essenziale rispetto a quanto voi prefigurerete nella nuova forma di governo. E dovrebbe esserlo per i liberali, per quella cultura liberale che risiede anche nella vostra maggioranza. Chi vincerà in politica sarà sempre più chi avrà il potere economico. Vedete, colleghi, è proprio questo il punto centrale. Non potete far finta di niente, realizzare una tabula rasa e alzare le spallucce, né potete rimuovere quanto è accaduto ed è stato documentato.
Vorrei ripercorrere la storia; tra l'altro, oggi - come hanno scritto anche altri - è il 20 ottobre e compie vent'anni (20 ottobre 1984 - 20 ottobre 2004) la discesa in campo del vostro premier. Esattamente vent'anni: evidentemente un altro regalo di buon compleanno... Nel 1984 Berlusconi non era nessuno. Perché è diventato un uomo politico? Perché è entrato in politica? E chi gli ha garantito un ruolo in politica? Queste sono le tematiche che una riforma del sistema democratico e dell'assetto istituzionale del paese dovrebbe porsi. Come può oggi una persona normale diventare così potente? E quali sono i paletti che il sistema democratico, la democrazia nel nostro paese dovrebbero mettere al potere economico per impedire che questo si trasformi in potere partitico?
Quindi, Berlusconi è sceso in campo nel 1984 seguendo le direttive di un piano chiarissimo, che non era apertamente palese nel 1976 ma che è stato scoperto nel 1983. Mi riferisco al «piano di rinascita


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democratica» di Licio Gelli. Ne vogliamo parlare? Ma non se ne parla più! Eppure lì era tutto esattamente scritto: sia ciò che si è verificato sia ciò che Berlusconi vuole inserire nel suo programma, in quello di governo ed in quello elettorale! Si tratta, esattamente, né più né meno, del «piano di rinascita democratica» di Licio Gelli del 1976.
Nel 1979, allora, Berlusconi insiste: prende Tele Milano e diventa socio al 12 per cento de Il Giornale; nel 1982 trasforma la TV privata in Italia 1; nel 1983 acquista Sorrisi e canzoni Tv e prosegue. Sotto gli occhi di tutti, si costruisce un monopolio privato accanto a quello pubblico. È il progetto di Licio Gelli. Nel 1983, la grande fortuna del Presidente del Consiglio attuale, Silvio Berlusconi, è rappresentata dal Presidente del Consiglio di allora, Bettino Craxi. Infatti, Craxi sposa la causa di Berlusconi imprenditore.
Nel 1984, poi, Berlusconi acquista La Cinq in Francia ed in seguito Retequattro in Italia, e raggiunge l'80 per cento dell'emittenza privata. Queste cose vanno ricordate; non si tratta di un episodio di oggi, di un'ossessione della minoranza e dell'opposizione. Si tratta di un processo pericoloso che ha potuto costruirsi e rinsaldarsi all'interno dei limiti del nostro sistema democratico, nelle sacche di una colpevole inerzia, anche nostra, che quando eravamo al Governo non abbiamo realizzato - sbagliando - una sacrosanta e seria legge sul conflitto di interessi!
Il 16 ottobre del 1984 intervennero i pretori. Ma non ordinarono di oscurare le televisioni, episodio sul quale Berlusconi, auto oscurandosi, ha realizzato una campagna con il popolo dei telespettatori. I pretori, in realtà, avevano semplicemente deciso di non far trasmettere quelle TV con quel marchingegno (perché era contro la norma), disattivando i ponti di frequenza e sequestrando le cassette di registrazione. Mi riferisco a quel sistema che permetteva alle televisioni regionali di Berlusconi di trasmettere a livello nazionale mediante il meccanismo che egli chiamava di interconnessione.
Berlusconi allora si auto oscurò, ma cosa è successo in seguito? È successo che, siccome serviva una legge, il potere politico ha sposato il potere economico e ha fatto non solo una legge, ma un decreto-legge, in quattro giorni, un decreto-legge che si chiama «decreto Berlusconi», che la Camera ha bocciato e rispetto al quale Craxi fece un decreto-bis, un altro «decreto Berlusconi», per annullare le ordinanze dei pretori e le sentenze della Consulta, legalizzando quindi l'illegalità.
Allora, colleghi, perché dico questo? Perché l'esperienza di ciò che è accaduto dovrebbe farci spuntare le antenne - e siamo in tema! - rispetto a quello che il sistema democratico dovrebbe garantire quando si fa una legge, quando si applica la legge: quale è l'orizzonte dei valori? Altro che riforme costituzionali!
Ritengo che la riflessione debba essere serissima tra noi, tra le persone perbene, che esistono anche in quest'aula. Quando il potere economico e quello politico si intrecciano e quando il potere politico sposa, di fatto, gli interessi del potere economico, si distorcono le regole di tutti, del sistema democratico e persino del mercato, di questo sistema capitalistico che voi volete tanto: la libera concorrenza, la liberalizzazione. Ma quale libera concorrenza? Quale competizione? Si distorcono le regole del sistema democratico e persino le regole del mercato.
È, allora, una questione di primaria grandezza. Voi fate un decreto-legge: aggiustate, fate un regalo di compleanno - il decreto d'urgenza -, un altro, per il premier Berlusconi, ma io credo che resti la vergogna di una legge Gasparri che autorizza di fatto il duopolio e le posizioni dominanti nel sistema delle reti di comunicazioni e la vergogna di una legge sul conflitto di interessi che cancella il conflitto ma non elimina gli interessi.
Credo che dobbiamo reagire con una discussione seria che deve attraversare quest'aula, con un allarme democratico. Oggi non è in discussione per voi la fiducia ad un premier, ma deve essere in discussione la vostra responsabilità di parlamentari di una Repubblica democratica, anche


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nel rispetto della politica, di una politica fatta da tutti e non soltanto dai notabili e da chi detiene il potere economico (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Comunisti italiani, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e Misto-Verdi-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Mantini. Ne ha facoltà.

PIERLUIGI MANTINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ci riproponete un decreto-legge che ha come oggetto il coordinamento formale tra la legge sul conflitto di interessi e la legge che regola il sistema radiotelevisivo. Credo che, trattandosi di leggi approvate solo pochissimo tempo fa, questa sia un'altra prova del fatto che non sapete fare le leggi, e credo anche che non sia un coordinamento formale che nasce solo da un lapsus calami, ma dal modo frettoloso ed inadeguato con cui si legifera su temi di grandissima importanza per il paese intero.
D'altronde, abbiamo tanti altri esempi: abbiamo visto le leggi con cui sono stati creati buchi nell'economia, che oggi il paese è costretto a pagare con una legge finanziaria anch'essa del tutta confusa sul piano tecnico; abbiamo visto i tentativi di fare altrettanto in materia costituzionale, e vedremo gli esiti di quel dissennato percorso.
Nel merito, è difficile non rilevare che in questo caso, trattandosi coordinamento formale, il decreto in esame non ha i requisiti di straordinaria necessità ed urgenza richiesti dalla Costituzione, poiché si tratta di un correttivo che poteva essere fatto con legge ordinaria. Se noi ci chiediamo quale sia la straordinaria necessità ed urgenza di garantire la piena operatività della legge, francamente dovremmo risponderci in modo tautologico, ma in questo modo violeremmo la Costituzione!
Dunque, siamo di fronte ad un decreto-legge che tenta di correggere un errore apparentemente formale in relazione ad una legge che grida vendetta.
Poiché abbiamo discusso a lungo dell'inadeguatezza della legge di regolazione del conflitto di interessi, credo che, in questa occasione, avendo riguardo al rapporto tra la legge sul conflitto di interessi e la materia televisiva, oggetto di coordinamento, debbano essere ripetuti concetti assai semplici.
Pensiamo al fatto più evidente: la legge attribuisce al Presidente del Consiglio dei ministri poteri in materia di nomina dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e dell'Autorità garante per la concorrenza ed il mercato. La prima dovrebbe vigilare su un mercato televisivo di cui lo stesso Presidente del Consiglio dei ministri è il massimo titolare in Italia, in un regime quasi di monopolio (sicuramente per la parte privata e, indirettamente, anche per la parte pubblica). La seconda dovrebbe vigilare sul mercato rilevante della pubblicità, di cui sempre lo stesso Presidente del Consiglio dei ministri è quasi monopolista. Dunque credo che siamo quasi al ridicolo e che, per carità di patria, non valga la pena di insistere su come l'attuale regolazione del conflitto di interessi, soprattutto se coordinata con la legge sull'assetto radiotelevisivo, la cosiddetta legge Gasparri, non faccia altro che evidenziare i gravissimi conflitti di interessi tuttora esistenti anziché eliminarli.
Noi abbiamo espresso un giudizio severo sulla cosiddetta legge Frattini, che peraltro è stata oggetto di attenzione e di critica anche in Europa. Peraltro, proprio in Europa si è generata una certa preoccupazione - preoccupazione forse non estranea alla grave bocciatura del commissario Buttiglione, di cui, ovviamente, ci dispiace come italiani - poiché il tema è collegato alla percezione che si ha della serietà del sistema politico italiano. La cosiddetta legge Frattini non elimina i conflitti di interessi. Ci siamo anche applicati per proporre correttivi (ad esempio, abbiamo suggerito modelli praticati negli Stati Uniti, come il blind trust), ma inutilmente.
La verità è che, forse, vi è stato un qualche ritardo anche da parte del centrosinistra nella scorsa legislatura: un ritardo ed un fair play in parte imputabili ad una voglia di dialogo. Nel periodo delle riforme costituzionali il dialogo, il confronto


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e la ricerca della condivisione erano sentiti come un obbligo (un obbligo al quale voi di certo non vi siete attenuti). Tuttavia, è chiaro che, nei casi in cui le posizioni dominanti in materia di radiotelevisione hanno a che fare con l'esercizio del potere politico, non può esservi regolazione del conflitto di interessi se non sul versante della ineleggibilità più che su quello dell'incompatibilità. La verità è che colui il quale ha posizioni dominanti nei sistemi radiotelevisivi di rilievo nazionale non può non avere limitazioni rispetto all'accesso a cariche politiche elettive. Si tratta di una regola elementare che discende dal buonsenso: non si può avere tutto! La democrazia è basata sulla divisione dei poteri e non sulla loro concentrazione.
Non c'è bisogno di ripetere che abbiamo proposto emendamenti anche in sede di riforme costituzionali: sono stati irrisi dal centrodestra, che li ha apostrofati come giacobini negli stessi giorni in cui il cardinale Tettamanzi ricordava alle coscienze cattoliche, ma anche agli spiriti liberali, che la telecrazia e la plutocrazia rappresentano limiti e mali per la democrazia.
Sono concetti che anche coloro che nel centrodestra si professano cattolici nei giorni dispari, mentre nei giorni pari fanno tutt'altro, non hanno tenuto in alcuna considerazione. Sono concetti di assoluto buonsenso e di carattere etico e costituzionale che dovrebbero essere alla base di un corretto rapporto tra istituzioni e società.
Voi avete la cultura del conflitto di interessi perché, tutto sommato, è nella natura stessa del vostro premier, più o meno legittimamente. Sappiamo che nutre ambizioni che sta realizzando. Il vostro premier è il numero uno nelle classifiche delle ricchezze personali, è il numero uno della politica, il numero uno delle telecomunicazioni e vuole essere anche il controllore della magistratura. Chiedo a voi o perlomeno agli spiriti liberali che ancora siedono ai banchi del centrodestra se questo vi sembri un modello liberale di società. Datevi una risposta, ma datela anche a quelle parti del paese che invocano più concorrenza.
Cercate, se possibile, non dico di riflettere su scelte che ormai sono state ampiamente compiute, ma almeno di confrontarvi con le vostre coscienze sui gravi guasti che state provocando all'assetto della Costituzione materiale; speriamo non anche in quella formale (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo)!

PRESIDENTE. Nessun altro chiedendo di parlare, invito il relatore ad esprimere il parere della Commissione.

DONATO BRUNO, Relatore. Signor Presidente, la Commissione accetta l'emendamento 1.2 del Governo.

PRESIDENTE. Il Governo?

GIANCARLO INNOCENZI, Sottosegretario di Stato per le comunicazioni. Signor Presidente, il Governo ne raccomanda l'approvazione.

PRESIDENTE. Sta bene.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

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