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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di interpellanze urgenti.
PRESIDENTE. L'onorevole Cordoni ha facoltà di
ELENA EMMA CORDONI. Signor Presidente, con questa interpellanza segnaliamo come l'intervento pubblico alla fine degli anni Novanta nella zona industriale di Massa Carrara si sia rivelato fallimentare. A causa di ciò oggi si incontrano problemi gravi e drammatici. L'ex Società di promozione industriale (SPI), oggi Sviluppo Italia, non ha saputo adeguare le proprie strutture ed i suoi uomini ad una capacità di selezione dei progetti e delle industrie, tale da poter aiutare il territorio a superare la fase di pesante deindustrializzazione intervenuta tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta. In base alla legge n.131 del 1992 quell'agenzia pubblica aveva ottenuto sia risorse sia competenze per occuparsi di promozione industriale. A nostro avviso su sei investimenti cinque sono stati fallimentari!
pubblica dello Stato; da una società pubblica che non si riesce a comprendere come abbia selezionato i progetti o come abbia dato il proprio avallo ad imprese e imprenditori che, in alcuni casi, non sono riusciti a restare al passo con progetti più grandi di loro.
PRESIDENTE. Il sottosegretario per l'economia e le finanze, onorevole Armosino, ha facoltà di
MARIA TERESA ARMOSINO, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, nel rispondere all'onorevole interrogante devo premettere che è stata interpellata la società Sviluppo Italia, la quale ha comunicato che, attualmente, sono ancora disponibili 11,5 milioni di euro per iniziative di promozione industriale, ai sensi della legge n. 181 del 1989, da realizzare nell'area di Massa Carrara.
PRESIDENTE. L'onorevole Cordoni ha facoltà di
ELENA EMMA CORDONI. Signor Presidente, devo dire che rimango allibita dalla risposta del sottosegretario, perché non vi si dice nulla su ciò che non ha funzionato; non si dice nulla sulle ragioni della crisi di questi interventi. Ci vengono
riproposte le stesse procedure con le risorse pubbliche a disposizione e non ci si preoccupa... lo dico all'onorevole sottosegretario: vorrei essere ascoltata, perché non stiamo ponendo un problema soltanto legato a questa vicenda. Come possono le imprese locali credere in questo strumento, quando hanno visto che tutti gli investimenti fatti sono falliti?
ELENA EMMA CORDONI. Quindi, signor Presidente, esprimo insoddisfazione e delusione: insoddisfazione perché non abbiamo risposte da dare a quelle centinaia di lavoratori che sono in piazza sotto le tende (l'altra settimana, essi hanno avuto l'opportunità di parlare del problema che li affligge con il Presidente della Repubblica) ed anche perché quei lavoratori non sanno cosa succederà loro (probabilmente, anche se noi stiamo lavorando con forza perché non accada, vedranno di nuovo materializzarsi lo spettro della cassa integrazione e della mobilità); delusione perché mi aspettavo di sentire, nella risposta del Governo, un minimo di approccio riflessivo alle problematiche che gli abbiamo sottoposto. Poiché si mettono in gioco rapporti di fiducia tra lo Stato nazionale, i ministeri, le agenzie pubbliche ed il territorio, queste scelte meriterebbero un maggiore approfondimento ed un maggiore senso di responsabilità.
di impegno delle istituzioni, lavoratori che sono stati toccati da crisi, ai quali siamo in grado di dare un'unica risposta: abbiamo nuove risorse e possiamo spenderle. Ma chi ci crede? Se selezionerete imprese come quelle che hanno già fallito, chi ci andrà a lavorare?
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Cordoni.
Non sappiamo se nel resto d'Italia vi sia lo stesso panorama. Sarebbe utile e importante comprendere se tali strumenti, sui quali lo Stato ha investito in credibilità e risorse, abbiano conseguito dei risultati e siano stati in grado di risolvere i problemi in altre aree del nostro territorio.
Si tratta di una vicenda drammatica anche per alcuni lavoratori che ancora non sono stati licenziati, i quali sperano e stanno lottando con forza affinché ciò non si verifichi. Alcune aziende selezionate da Sviluppo Italia hanno ricevuto finanziamenti pubblici rilevanti ma non hanno mai neanche avviato l'attività; eppure hanno continuato a ricevere i finanziamenti! Altre imprese, nel giro di pochi anni hanno dimostrato di non esser in grado di camminare con i propri piedi. Segnalo il caso dei lavoratori fuoriusciti dalle aziende di allora (come la Dalmine), con i quali abbiamo lavorato e discusso affinché si impegnassero in un nuovo lavoro dopo anni di cassa integrazione. Ebbene, oggi stiamo di nuovo discutendo con questi lavoratori - e qui il danno diventa quasi beffa - gli stessi lavoratori che versano nelle stesse condizioni, come se questi anni non fossero trascorsi!
Nella mia interpellanza cito il nome di queste aziende: la BSI, la Climas, la Nasa, la Tirrena Macchine, la CRSA. Dietro i nomi di queste aziende vi sono tanti lavoratori, alcuni dei quali oggi si trovano in cassa integrazione senza alcuna prospettiva mentre altri hanno il terrore che il medesimo scenario si possa concretizzare nelle prossime settimane. Ma non solo, sono anche delusi da una struttura
In altri casi si è trattato di progetti inesistenti; alcune imprese, infatti, (tra quelle citate) nonostante abbiano acquisito capannoni e assunto lavoratori, non hanno mai avviato, nemmeno per un giorno, la loro attività. È questa la cruda realtà, la fotografia di un'area sottoposta a forte deindustrializzazione e di cui la Dalmine è l'ultimo esempio; preceduta dalla Farmoplant, nell'area Montedison, dall'Enichem e dalla Ferroleghe. Potrei ricordare un lungo elenco di quanto accaduto alla fine degli anni Novanta.
Quel territorio aveva bisogno della sponda nazionale, aveva bisogno di un intervento pubblico, anche perché per primi in Italia ci siamo dovuti misurare con la bonifica delle aree industriali. Abbiamo, quindi, sperimentato la fatica e le difficoltà di un paese privo in questo settore di strumenti, normative e regole. È stato un processo lungo e difficile. Ed ora - come sto facendo in questa sede - stiamo decretando l'inefficacia e il fallimento dell'intervento pubblico; anche se, per nostra fortuna, non possiamo dire che, nel territorio, dalla crisi della grande impresa non siano sorte tante piccole ma importanti imprese. Si tratta di operai diventati imprenditori, che hanno deciso di investire la propria professionalità in piccole imprese.
Queste aziende, di cui parlo, sono quelle per cui oggi vorrei sapere dal Governo cosa intenda fare per imprese che così malamente hanno speso denaro pubblico, per far sì che vengano mantenuti gli impegni assunti, avendo ancora Sviluppo Italia risorse da investire in quel territorio.
Non siamo nelle condizioni di allora, di disperazione, di migliaia di lavoratori espulsi dalle fabbriche. Certo, segniamo le difficoltà che segna il paese e le segniamo più forti perché non siamo in Toscana la provincia più debole, e sicuramente non siamo negli anni Novanta né a metà di quegli anni, ma queste vicende non aiutano quel territorio a guardare con serenità al futuro, né ad avere fiducia nello Stato; ci consegnano anzi, anche a noi, e anche al Governo, una riflessione sugli strumenti di promozione industriali che abbiamo messo in piedi.
Tali risorse, ai sensi della citata legge, potranno essere impegnate per l'avvio di nuove iniziative che prevedano nuovi investimenti, con effetti anche sull'occupazione; si esclude, invece, che le stesse possano essere utilizzate per operazioni di salvataggio e ristrutturazione di aziende in crisi.
Per quanto riguarda la possibilità di avviare un confronto fra la società Sviluppo Italia, le istituzioni locali e le organizzazioni sindacali sulla vicenda delle imprese citate nel documento parlamentare, Sviluppo Italia ha manifestato la propria disponibilità in tal senso, precisando che gli eventuali interventi dovranno, comunque, essere ricondotti nell'ambito delle procedure previste dalla citata legge n. 181 del 1989.
Io credo, sottosegretario Armosino, che una riflessione su quella società spetti al Ministero dell'economia; voi avete il 100 per cento di queste società: non potete dare risorse e strutture che poi non riescono a raggiungere gli obiettivi per cui sono state costruite.
E io trovo... però vorrei essere ascoltata, sottosegretario! Scusate, se devo parlare solo per gli atti della Camera, lo faccio perché ne ho un grande rispetto, ma spererei anche che le interrogazioni servano a porre delle riflessioni anche al Governo, visto che Sviluppo Italia è una struttura pubblica e che il Ministero dell'economia e delle finanze ci mette tante risorse.
Non ha funzionato! Non ci potete dire: ci sono i soldi, adesso faremo nuovi investimenti! Io vi sto parlando di sette investimenti, di cui sei sono andati a finire male, sono morti. Vuol dire che vi è qualcosa di più nella struttura e nella strutturazione; vuol dire che i consigli di amministrazione che valutano questi progetti non sono in grado di valutarli!
Come si può tornare in un territorio e chiedere di credere nuovamente in quello strumento, dopo che sono accadute tante vicende?
Veramente, debbo dire che delle pure informazioni non abbiamo bisogno: non abbiamo bisogno di venire in quest'aula per sapere che ci sono nove miliardi di euro e che c'è la legge n. 181 del 1989, soprattutto perché i problemi che abbiamo posto hanno a che fare proprio con il fallimento di tale strumento! Perciò, mi aspettavo di sapere cosa pensa di fare il Governo per evitare che si ripetano situazioni del genere. Se il territorio non crede più a quegli investimenti ci sarà una ragione! Né il problema riguarda solo Massa Carrara. Sempre in Toscana, nell'area di Piombino, colpita dalla crisi della siderurgia, si è verificata una situazione analoga.
Allora, oltre alle risposte che potevo ottenere con una qualsiasi lettera e che Sviluppo Italia ha già dato in più di un'occasione, mi sarei aspettata un minimo di riflessione, un'argomentazione che spiegasse il perché di quanto è successo. Non vorremmo percorrere nuovamente strade i cui sbocchi abbiamo già conosciuto!
Su questo versante, non si ha consapevolezza del male che si può propagare in un territorio quando, riposta fiducia in un'istituzione pubblica (la quale fa credere di poter fare da sponda per superare le difficoltà), le risposte che questa offre ai lavoratori si rivelano così negative! Credo che non vi sia di peggio.
Pertanto, la risposta è deludente e molto amara. Eppure, dietro vicende come quella che abbiamo segnalato vi sono anni
Ecco perché trovo veramente deludente la risposta che abbiamo ricevuto. Non si capisce che i lavoratori in questione, di nuovo esposti alla cassa integrazione ed alla mobilità - stavolta non per crisi di mercato, non per colpa della globalizzazione, ma per gli errori commessi da chi ha selezionato certi progetti industriali - si trovano nuovamente nella condizione di dover chiedere di essere aiutati per allontanare dal loro futuro una prospettiva di disoccupazione.
Ma c'è di più: c'è un problema di rapporto con lo Stato, c'è un problema di rapporto con le istituzioni che non può essere liquidato con una lettura molto burocratica di un'informazione che Sviluppo Italia aveva già provveduto a diffondere nel territorio interessato.


