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La seduta, sospesa alle 9,40, è ripresa alle 10,05.
PRESIDENTE. Avverto che i subemendamenti Zeller 0.43.250.8 e 0.43.250.9 si intendono sottoscritti dai deputati Boato, Bressa, Olivieri e Kessler.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento Leoni 26.3.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Carrara. Ne ha facoltà.
NUCCIO CARRARA. Signor Presidente, siamo dichiaratamente contrari all'emendamento Leoni 26.3, che intende sopprimere l'articolo 26 del provvedimento in esame, il primo articolo di quella parte della Costituzione che, in particolare noi del gruppo di Alleanza nazionale, riteniamo estremamente rilevante. È, infatti, quella parte della Costituzione che è volta a modernizzare il sistema ed a farci uscire definitivamente dalla cosiddetta fase di transizione che, ormai, ha superato il decennio.
In Italia, vi sono stati 53 anni di incertezza governativa; nel corso di questo periodo, fino al 2001, si sono alternati 53 Governi e non vi è stato alcun Governo di legislatura. Addirittura, ben 40 Governi non sono durati in carica nemmeno un anno. È fin troppo evidente che un esecutivo che resta in carica meno di un anno o poche settimane non è in grado di realizzare alcun programma e non può davvero incidere sui processi, sulle dinamiche politiche, sociali ed economiche.
Ci ha pensato la prassi, l'evoluzione spontanea della politica a correggere il sistema, tant'è che, dal 1994, vi è stato uno
sforzo aggiuntivo per fare in modo che vi fossero Governi di legislatura, anche se poi non si è riusciti nell'intento; ma sicuramente dal 1994 vi è stata una spinta in questa direzione.
Da quell'anno, prima delle elezioni gli elettori hanno ricevuto proposte chiare; è stato proposto loro un Presidente del Consiglio ed un programma sul quale confrontarsi. Su quel programma si è tentato di conquistare la Presidenza del Consiglio, nonché la possibilità di governare.
Adesso, con l'articolo 26, si intende inserire nella Costituzione ciò che già oggi è nella coscienza degli italiani, il cosiddetto premierato. Agli italiani, prima di ogni elezione, dovrà essere proposto un candidato premier. Tale candidato avrà un suo programma e cercherà di conquistare una sua maggioranza. Mi sembra un grande passo in avanti verso la cosiddetta democrazia compiuta, la democrazia dell'alternanza.
Questo è il sistema che garantisce anche l'alternanza; fa in modo che gli italiani possano giudicare il premier e la maggioranza a fine mandato e, se lo ritengono opportuno, rinnovargli il mandato oppure attribuirlo ad altro premier e ad altra maggioranza. È un grande sforzo di modernizzazione, perché si lasciano alle spalle quegli anni in cui era più il tempo trascorso tra «andare e tornare» dal Quirinale che quello veramente dedicato al governo della nazione.
Siamo convinti che su tale obiettivo vi sia un grande consenso nella nazione e ciò costituirà, nel caso in cui dovesse svolgersi il referendum, uno degli argomenti che sicuramente giocherà a nostro favore rendendo esecutiva le presente riforma (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza Nazionale).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Fontanini. Ne ha facoltà.
PIETRO FONTANINI. Presidente, siamo giunti all'ultima parte di questo iter di modifica della Costituzione e, dopo aver trattato del procedimento legislativo e di altri organi fondamentali per il funzionamento della nostra Repubblica, oggi affrontiamo la figura del primo ministro.
L'articolo 26, primo comma, modifica la dicitura dell'attuale Costituzione; infatti, invece di parlare di Presidente del Consiglio dei ministri, si fa riferimento al Primo ministro. Particolarmente interessante è il secondo comma dello stesso articolo, che si riferisce alla candidatura alla carica di Primo ministro, che avviene mediante collegamento con una o più liste di candidati all'elezione della Camera dei deputati, secondo modalità stabilite dalla legge.
La legge poi disciplina l'elezione dei deputati in modo da favorire la formazione di una maggioranza collegata al candidato alla carica di Primo ministro. Anche questo è un passaggio fondamentale volto a favorire la formazione di una maggioranza che possa governare il paese con alla guida il premier. Inoltre, il Presidente della Repubblica, sulla base dei risultati delle elezioni della Camera dei deputati, nomina il Primo ministro.
Si tratta di cambiamenti fondamentali rispetto all'attuale testo della nostra Costituzione in quanto, ad esempio, a seguito della riforma il Presidente della Repubblica è praticamente obbligato, sulla base dei risultati delle elezioni della Camera dei deputati, a nominare il Primo ministro, attribuendogli il compito di guidare il Governo del paese.
Quindi, siamo di fronte ad un Primo ministro posto a capo di una maggioranza che sarà il risultato delle elezioni in base ad una legge elettorale sulla quale la questione è ancora aperta. Infatti, nella Costituzione, non abbiamo ritenuto di dover specificare il modello di legge elettorale, lasciando ad una legge ordinaria il compito di stabilire quali saranno in pratica le metodologie per addivenire ad una maggioranza sicura, collegata alla figura del Primo ministro.
In questa legislatura, vi è un Presidente del Consiglio dei ministri che ha superato tutti i record per quanto riguarda la durata del suo Governo e anche ciò dimostra che la stabilità sta diventando una realtà anche nel nostro paese.
Con questa modifica dell'articolo 92 della Costituzione si definisce in maniera più esplicita la maggioranza collegata al candidato alla carica di Primo ministro.
Quindi, rivolgo un invito ai colleghi dell'opposizione - come abbiamo più volte fatto - a ritirare l'emendamento soppressivo in oggetto, perché altrimenti si tornerebbe al testo vigente della Costituzione, che prevede la figura ormai anacronistica del Presidente del Consiglio dei ministri. In tutti i paesi europei a democrazia avanzata, infatti, il Capo del governo si chiama Primo ministro.
Soprattutto, il secondo comma dell'articolo 26 contiene la parte centrale di questa riforma, in cui viene introdotto il collegamento tra il Primo ministro e le liste dei deputati a lui collegate, che potrà assicurare una maggioranza di Governo, per garantire l'azione amministrativa fondamentale per dare al paese certezze nella guida e continuità operativa, in modo da permettere la realizzazione del programma che gli elettori hanno mostrato di preferire con il voto espresso alle elezioni politiche.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Perrotta. Ne ha facoltà.
ALDO PERROTTA. Signor Presidente, sarò brevissimo. Come al solito, iniziamo la seduta con il tentativo da parte dell'opposizione di far mancare il numero legale.
MARCO BOATO. Siete voi che lo fate mancare, non noi!
ROBERTO MENIA. Stai zitto!
ALDO PERROTTA. Mi dispiace, ma il numero legale - come peraltro è stato già detto dall'onorevole Violante e più volte ripetuto dagli altri Presidenti della Camera, nonché dallo stesso Presidente della Repubblica - viene assicurato dai parlamentari, indipendentemente dall'appartenenza alla maggioranza o all'opposizione.
PIERO RUZZANTE. E nella scorsa legislatura? È dal 1997 che c'è il regolamento!
ALDO PERROTTA. Come sempre, i parlamentari dell'opposizione tentano di far mancare il numero legale. Anche in questa occasione, però, il tentativo andrà male perché il numero legale è stato raggiunto e quindi continueremo con forza a portare avanti il progetto della devolution.
Vorrei ricordare soltanto che, come al solito, il primo emendamento presentato dalla minoranza è soppressivo. Potete quindi immaginare cosa sarebbe la Costituzione se tale emendamento fosse approvato. Infatti, non vi sarebbe la disciplina sulla composizione del Governo né alcun accenno sul collegamento del Primo ministro con i candidati alle elezioni della Camera dei deputati, e così via.
Indipendentemente da questo emendamento, vorrei invitare i colleghi della minoranza a rientrare in aula perché anche questa mattina non è riuscito lo scherzetto di far mancare il numero legale.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Dario Galli. Ne ha facoltà.
DARIO GALLI. Signor Presidente, intervengo ovviamente in senso contrario all'emendamento in oggetto, proposto dall'opposizione, che intende sopprimere del tutto il principio del premierato.
Mi sfuggono le ragioni di tale posizione, perché in tutti questi anni mi era parso di capire che la stessa sinistra fosse favorevole ad una sorta di bipolarismo dove, pur mantenendo le singole identità dei partiti, fossero presenti due coalizioni contrapposte, guidate in maniera chiara da una persona ben individuabile dagli elettori. Faccio quindi fatica a capire come mai l'opposizione voglia eliminare tale principio, quando nelle due ultime tornate elettorali ha sostanzialmente indicato il Primo ministro. In realtà, nella scorsa legislatura ne ha cambiati tre e nelle ultime elezioni
ha fatto riferimento ad una figura politica, peraltro neppure candidata. Ma, al di là delle scelte, più o meno guidate da rigore mentale e intellettuale, ci sembrava che si andasse nella direzione dell'articolo 26.
Entrando nel merito, è ovvio che la presenza di una persona chiaramente indicata da una coalizione permette una scelta più oculata da parte degli elettori che, apponendo la croce su una certa casella, sapranno più o meno esattamente cosa si vota. Come questa legislatura sta dimostrando, anche se siamo ancora a metà di tale transizione, è questa la migliore garanzia della durata regolare della legislatura per tutti i cinque anni.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Luciano Dussin. Ne ha facoltà.
LUCIANO DUSSIN. Signor Presidente, la nostra proposta emendativa è diretta a confermare una previsione normativa volta a dare a questo paese una guida certa e un Governo effettivamente collegato con la volontà dei cittadini elettori. Si tratta peraltro di un'esigenza che si è manifestata anche nel corso della precedente legislatura: ricordiamo i tre cambi di premier del centrosinistra. Al fine di evitare il verificarsi degli stessi problemi, proponiamo di modificare le norme costituzionali, prevedendo che le candidature alla carica di Primo ministro siano collegate con una o più liste di candidati, in modo da avere un premier certo, una maggioranza certa e programmi da sottoporre agli elettori all'inizio della legislatura.
Gli attacchi strumentali provenienti dalla sinistra, secondo cui si vorrebbe introdurre una figura di «super Primo ministro», anche in questo caso lasciano il tempo che trovano. Infatti, si prevede che la stessa maggioranza abbia il potere di sfiduciare il premier, nel caso in cui non dovesse rispettare il programma sottoposto al corpo elettorale.
Si tratta dunque di previsioni normative volte a garantire governi certi e maggioranze sicure e a dare al paese una guida duratura, diversamente da quanto accaduto con lo scempio dei Governi di sinistra degli anni scorsi.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Bricolo. Ne ha facoltà.
FEDERICO BRICOLO. Signor Presidente, chiediamo di respingere l'emendamento soppressivo in esame.
Stiamo affrontando le norme relative al premierato, e finalmente, con tali modifiche, la figura del premier verrà collegata a una maggioranza certa: si tratta di un'innovazione importante. Verranno attribuiti maggiori poteri al premier, il quale avrà la possibilità di realizzare effettivamente il programma sulla base del quale è stato eletto. Ciò finora non è accaduto, come hanno osservato i colleghi precedentemente intervenuti. Fino a pochi anni fa, i Presidenti del Consiglio trascorrevano più tempo nelle consultazioni con i partiti, andando sul Colle, conducendo per mesi mediazioni per la formazione della squadra, che non nell'azione di governo.
La riforma da noi proposta riuscirà anche ad andare incontro alla principale richiesta dei cittadini, che non vogliono più essere presi in giro ma vogliono che le promesse fatte dai politici, e in particolare dal candidato premier, siano mantenute dopo le elezioni. Ciò è quello che sta facendo questo Governo, il più lungo nella storia repubblicana, in quanto vi è una maggioranza ben definita e compatta, che sta tenendo fede alle promesse fatte in campagna elettorale. Con la modifica costituzionale in esame, attribuiremo ulteriori poteri al premier.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale...
PIERO RUZZANTE. Presidente, chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PIERO RUZZANTE. Signor Presidente, chiediamo il controllo delle tessere di votazione!
PRESIDENTE. Onorevole Ruzzante, assicuro che si procederà alle opportune verifiche nel senso da lei indicato. Prego i colleghi di votare ciascuno per sé.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Leoni 26.3, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
RENZO INNOCENTI. Quarto e quinto settore! Fanno addirittura la staffetta!
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni) (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale e della Lega Nord Federazione Padana).
(Presenti 248
Votanti 245
Astenuti 3
Maggioranza 123
Hanno votato sì 8
Hanno votato no 237
Sono in missione 58 deputati).
Prendo atto che l'onorevole Spina Diana non è riuscito a votare ed avrebbe voluto esprimere voto contrario.
RENZO INNOCENTI. Ma che applaudite? Avete quaranta doppi voti!
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento Mascia 26.1.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bressa. Ne ha facoltà.
GIANCLAUDIO BRESSA. Stiamo per affrontare la parte più interessante del nostro dibattito: la materia del Governo e del Primo ministro, che sicuramente costituisce l'attacco più diretto alle ragioni del costituzionalismo contemporaneo.
La necessità di una revisione costituzionale della forma di governo è stata di frequente motivata con l'affermazione per cui la nostra Costituzione avrebbe irrigidito la forma di governo in modo tale che sarebbe impedito al sistema di evolvere fuori dal tracciato del sistema elettorale proporzionale e di consolidare la posizione dell'esecutivo, impedendo quindi di rimediare alla atavica instabilità dei governi italiani. Come è del tutto evidente, si tratta di una affermazione del tutto infondata. Completamente all'opposto, l'evoluzione in corso ha dimostrato proprio l'elasticità delle previsioni costituzionali, che non hanno affatto ostacolato l'evoluzione delle prassi relative alla nomina del Presidente del Consiglio dei ministri ed il loro adattamento al nuovo sistema elettorale.
Voi, però, non fate nessuna riflessione di questo genere e siete prigionieri di una sola vicenda politica: la caduta del Governo Berlusconi nel 1995. Ed è inquietante discutere di riforme costituzionali sempre ragionando solo di una vicenda politica! Di quella vicenda politica che voi avete chiamato ribaltone e che rappresenta la vostra autentica ossessione! Il paradosso di questa vostra riforma è che, dopo aver contestato per anni che il sistema politico italiano era prigioniero di una delega totalitaria ai partiti, state costruendo un sistema in cui si approda ad una delega totalitaria al Primo ministro! Nella storia costituzionale moderna il requisito fondamentale a cui deve corrispondere un sistema di governo che intenda dare forma ad una democrazia è rappresentato dalla divisione dei poteri e, nel caso di un sistema fondato su elezioni maggioritarie, da meccanismi di bilanciamento e di contrappeso tra poteri. O c'è questo, oppure tutti - da James Madison a Giuseppe Maranini - ci diranno che non c'è democrazia.
Si badi bene, non c'è nulla di male, né nulla di non democratico nello scegliere quella che si chiama democrazia di mandato, e quindi l'elezione diretta di un Presidente. Ma perché questa scelta sia coerente con l'irrinunciabile logica della divisione dei poteri, richiesta da una democrazia, occorre sganciare il Governo dal Parlamento e costringere il Presidente eletto a fare i conti con un Parlamento che
egli non può domare con il voto di fiducia o con il potere di scioglimento. Se, invece, si pretende di eleggere, di fatto, direttamente un Primo ministro che si insedia in un sistema parlamentare e dispone verso la Camera sia della fiducia, con voto conforme, sia dello scioglimento, allora si distrugge il sistema parlamentare, si distrugge la divisione dei poteri...
PRESIDENTE. Concluda, onorevole Bressa.
GIANCLAUDIO BRESSA. Sono aspetti molto importanti, signor Presidente, mi lasci concludere. Non porterò via ulteriore tempo con altri interventi.
Così si distrugge il sistema parlamentare, si distrugge la divisione dei poteri e si realizza una forma di Governo in cui il principio di democrazia si indebolisce fino a scomparire. Specie poi se la maggioranza parlamentare che risponde al Primo ministro si attribuisce anche il potere di eleggere il Capo dello Stato e altri organi che dovrebbero essere di bilanciamento e di garanzia.
Ma la riforma proposta va oltre, perché si parte dalla promessa non sono che il premier debba essere direttamente eletto ma che, attraverso le elezioni, i cittadini trasferiscano a lui la loro sovranità...
CESARE RIZZI. Basta!
PRESIDENTE. Onorevole Bressa, mi dispiace interromperla; concluda, altrimenti rischiamo di riprodurre la vicenda di ieri...
CESARE RIZZI. Basta! Basta!
GIANCLAUDIO BRESSA. Ancora pochi secondi, signor Presidente.
PRESIDENTE. La ringrazio.
GIANCLAUDIO BRESSA. Come dicevo, si tratta di un singolarissimo principio per una democrazia, ed è tanto più singolare sulla base del fortunatamente immutato articolo 1 della Costituzione, che attribuisce la sovranità al popolo, del quale fanno parte anche i cittadini che non hanno votato per il premier vincente, chiunque esso sia (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e Misto-Verdi-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Marone. Ne ha facoltà.
RICCARDO MARONE. Credo che vi sia un equivoco di fondo: è come se, qui, qualcuno volesse la stabilità dei governi e qualcun altro no.
L'onorevole Carrara da vari giorni ci spiega quanto accaduto in cinquant'anni.
È ossessionato dal numero dei Governi che si sono succeduti in questi cinquant'anni, anche se poi tantissimi altri, anche della sua stessa maggioranza, parlano di quel periodo come se fosse stato un grande periodo della nostra democrazia! Quindi, mettiamoci un po' d'accordo: io credo che quando si esagera, si esagera in tutti i sensi.
Il problema non è che alcune forze vogliono la stabilità dei governi e che ad altre forze piace l'instabilità e il cambiarli in continuazione! Il problema è completamente diverso; il problema è stabilire a quali pezzi della democrazia si vuole rinunziare in nome della stabilità. È questo il problema che dobbiamo affrontare!
Tutti vogliamo la stabilità di governo e, ovviamente, quanto più la stabilità diventa forte e i poteri del Primo ministro diventano forti, tanto più perdono pezzi di autonomia e di democrazia le altre istituzioni. Questo è il problema dell'equilibrio dei poteri in una Costituzione.
Non è che noi attribuiamo poteri forti al premier e nel resto non cambia nulla. Se attribuiamo poteri forti ad un premier, questo significa che quei poteri li togliamo a qualcun altro ed in questo caso, nella vostra costruzione, quei poteri vengono tolti al Parlamento.
Questa è la riflessione che voi dovevate fare e non avete fatto! Anche perché, in tutta questa vostra costruzione della
norma costituzionale, nell'idea che si possa risolvere tutto con una geometria costituzionale, ciò che manca di fondo è che non ci sia poi sempre la politica.
Voi state discutendo di una stabilità da conquistare e vi dimenticate che, a Costituzione invariata, cioè con questa Costituzione, state governando dal 2001 perché si è creato un sistema politico che garantisce la stabilità: questo è il dato oggettivo, senza bisogno di cambiare la Costituzione! Voi avete ottenuto la stabilità perché la politica ha consentito che questa stabilità vi fosse. Non abbiamo dovuto cambiare nessuna norma costituzionale, né abbiamo dovuto sacrificare alcun pezzo di democrazia parlamentare.
Con il meccanismo dell'articolo 26 voi introducete alcuni princìpi molto gravi. Innanzitutto, e lo diremo dopo, già prefigurate un sistema elettorale; e questo è sbagliato. Avevamo sempre detto che in Costituzione non si doveva fare: voi lo fate, anche se in maniera nascosta, e questo è gravissimo! Poi vedremo questo punto quando esamineremo le norme transitorie e vi dimostreremo come introducete il sistema elettorale.
Il secondo principio è che voi introducete praticamente un sistema di ricatto, perché mentre fino ad oggi, ovviamente, se il premier non otteneva la fiducia, era egli stesso ad andarsene a casa (come è giusto che sia in una democrazia parlamentare in quanto, l'attività parlamentare del premier non corrisponde alla volontà espressa dal risultato elettorale), oggi avviene esattamente il contrario: se quest'Assemblea parlamentare non desse la fiducia al premier, sarebbe l'Assemblea parlamentare stessa a tornarsene a casa! Questo è non solo un paradosso, ma un fatto gravissimo, perché si limita fortemente il potere decisionale dell'Assemblea parlamentare e della stessa maggioranza. È la maggioranza che è ricattata dal premier, oggi come oggi. Tutto questo in nome dell'idolo della stabilità di governo.
Lo ripeto: la stabilità è un concetto politico; c'è già oggi a Costituzione invariata. Stiamo attenti a quanto viene sacrificato della democrazia parlamentare con questo articolo rispetto all'obiettivo che intendete raggiungere.
E c'è anche un'altra illusione: si ritiene che qui si governa solo con le leggi! Le leggi sono una cosa, il Governo un'altra. Voi, con questo articolo 26, state veramente alterando in maniera sensibile gli equilibri costituzionali (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Frigato. Ne ha facoltà.
GABRIELE FRIGATO. Signor Presidente, vorrei solo che restasse agli atti la grande generosità con la quale i colleghi di maggioranza hanno provveduto a sostituire i colleghi della stessa maggioranza nel primo voto di questa mattina.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mascia. Ne ha facoltà.
GRAZIELLA MASCIA. Signor Presidente, la dottrina definisce il Governo un organo complesso, in quanto composto da un organo individuale, il Presidente del Consiglio dei ministri, e da un organo collegiale.
Va da sé che, per noi, la politica generale può trovare espressione solamente in termini di responsabilità politica e, quindi, in forma collegiale. Nella prima parte dell'emendamento 26.1, a mia prima firma, intendiamo ribadire il concetto della responsabilità collegiale.
Inoltre, affrontiamo una questione da tempo irrisolta, quanto meno da parte del Governo in carica: il conflitto di interessi e la connessa necessità di determinare le attribuzioni dei ministri, nonché le incompatibilità tra le cariche di Governo e la titolarità o lo svolgimento di attività private.
Infine, colleghiamo la candidatura di Primo ministro a quella dei candidati alla Camera dei deputati. Per quanto ci riguarda, come avremo occasione di verificare
anche nel corso dell'esame degli articoli successivi, questa candidatura è tutta politica - non, per così dire, su scheda - e, mediante il riferimento al programma, consente un rapporto trasparente con i cittadini.
PRESIDENTE. Onorevole Mascia...
GRAZIELLA MASCIA. Il nostro Primo ministro viene sottoposto al voto del Parlamento. Ciò non avviene nel disegno proposto dalla maggioranza e dal Governo, che introduce surrettiziamente il nuovo sistema elettorale, dando per scontato ...
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Mascia.
GRAZIELLA MASCIA. ... che il Primo ministro verrà eletto direttamente...
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Mascia.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bellillo. Ne ha facoltà.
KATIA BELLILLO. Signor Presidente, desidero preannunciare che i Comunisti italiani sosterranno con il loro voto favorevole l'emendamento Mascia 26.1.
Inoltre, poiché vedo che è presente il ministro Tremaglia, coglierei l'occasione per chiosare una sua esternazione...
PRESIDENTE. No, la prego, onorevole Bellillo: deve attenersi alla dichiarazione di voto sull'emendamento in esame!
KATIA BELLILLO. No, signor Presidente, lei mi deve permettere...
PRESIDENTE. La prego di attenersi alla dichiarazione di voto sull'emendamento, altrimenti le toglierò la parola.
Non può introdurre nel dibattito argomenti diversi approfittando della dichiarazione di voto su un emendamento. La prego!
KATIA BELLILLO. Mi scusi, signor Presidente, ma vorrei semplicemente dire che, poiché il ministro Tremaglia (Commenti dei deputati del gruppo di Alleanza Nazionale)... ha dichiarato (Commenti dei deputati del gruppo di Alleanza Nazionale) ... che in Europa esistono una maggioranza ed una minoranza ...
PRESIDENTE. Onorevole Bellillo, la prego di attenersi alla dichiarazione di voto sull'emendamento in esame. È la seconda volta che le rivolgo questo invito!
ROBERTO MENIA. Basta!
ROBERTO ALBONI. Le tolga la parola, Presidente!
KATIA BELLILLO. Parlo di democrazia!
PRESIDENTE. Onorevole Bellillo, se insiste, sarò costretto a toglierle la parola!
KATIA BELLILLO. Io faccio parte della minoranza eterosessuale, ma il ministro non deve parlare a mio nome (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Comunisti italiani)!
PRESIDENTE. Onorevole Bellillo, se insiste, le tolgo la parola! Grazie.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pappaterra. Ne ha facoltà.
DOMENICO PAPPATERRA. Signor Presidente, stiamo entrando nel cuore di questo dibattito, che riguarda una riforma destinata a modificare profondamente gli assetti derivanti dalla Carta costituzionale del 1948.
Gli articoli 26 e seguenti del disegno di legge costituzionale al nostro esame esaltano il ruolo del Primo ministro (dell'attuale Presidente del Consiglio, definito, con formula nuova, Primo ministro), al quale vengono attribuite funzioni che, dal nostro punto di vista, sono assolutamente rivoluzionarie e non condivisibili.
Secondo la vostra proposta, il Primo ministro determina la politica generale del Governo. Si tratta già di una prima modifica
profonda: oggi, il Presidente del Consiglio dirige la politica del Governo; lasciatemi dire, colleghi, che si tratta già di una bella differenza!
Inoltre, attribuite al Primo ministro il potere di dirigere l'attività dei ministri, mentre il Capo del governo svolge, secondo la Costituzione vigente, una funzione di promozione e di coordinamento. Anche questa è una differenza sostanziale.
La terza questione, della quale ci occuperemo più approfonditamente nel corso dell'esame degli articoli successivi, concerne il potere del Primo ministro di sciogliere il Parlamento, riducendo quest'ultimo ad un'Assemblea depotenziata.
Mi sia consentito dire che anche le disposizioni relative alla nomina del Primo ministro ne esaltano la figura. Invero, sebbene non venga introdotta l'elezione diretta del Capo del Governo, si fa in modo da sostanziare, attraverso il voto, un'immediata legittimazione popolare.
Quindi, diciamo la verità: il premier, nella scala dei valori della nostra Costituzione, sale al primo posto, sopra il Parlamento, sopra il Presidente della Repubblica e sopra le autorità di garanzia della nostra Costituzione. Il premier sembra il vero motore dell'intera macchina istituzionale del nostro paese e, anche se in Costituzione le sue funzioni vengono regolate successivamente rispetto a quelle del Parlamento e del Capo dello Stato, assume di fatto un primato tra gli organi costituzionali.
Questo riformismo della Casa delle libertà...
PRESIDENTE. Onorevole Pappaterra...
DOMENICO PAPPATERRA. Presidente, ho tempo a mia disposizione. Mi sembra curioso che...
PRESIDENTE. Onorevole Pappaterra, lei ha tre minuti di tempo a sua disposizione e finora ha consumato due minuti e 50 secondi. Quindi, le restano ancora 10 secondi; con la dovuta tolleranza, ma il suo tempo è questo.
DOMENICO PAPPATERRA. Perché tre minuti? Presidente, abbiamo ancora tempo da utilizzare.
PRESIDENTE. Per accordi intercorsi...
DOMENICO PAPPATERRA. D'accordo. Interverrò sull'emendamento successivo.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Leoni. Ne ha facoltà.
CARLO LEONI. Signor Presidente, vorrei chiarire che qui non c'è chi vuole Governi forti e chi vuole Governi fragili. A noi non piacciono i Governi fragili, perché diventerebbero ancor più preda dei poteri forti dell'economia e delle pressioni lobbistiche palesi ed occulte. Tuttavia, la forza e l'autorevolezza devono derivare da un rapporto equilibrato con il Parlamento - e nella vostra riforma questo rapporto è, a dir poco, squilibrato -, e dalla concezione del Governo quale organo collegiale. Il Governo non è il Primo ministro e non si risolve tutto affidando i poteri nelle mani di un'unica persona.
Per tali motivi, la prima parte dell'emendamento in esame, che condividiamo interamente, è particolarmente significativa, perché restituisce la visione collegiale del Consiglio dei ministri (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Acquarone. Ne ha facoltà.
LORENZO ACQUARONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, stiamo esaminando uno dei tre grandi nodi che hanno caratterizzato questo pasticcio costituzionale, ossia quello del Primo ministro (non a caso, il Presidente del Consiglio dei ministri è chiamato in tal modo). Occorre innanzitutto capire i motivi che hanno indotto a presentare questa proposta. Successivamente, ne esamineremo il contenuto.
Il perché sia stata presentata questa proposta è sotto gli occhi di tutti. Doveva essere accontentata la Lega che voleva la devolution: di fatto non l'ha ottenuta, perché è circoscritta solo al nome. Per contrappeso, Alleanza nazionale ha chiesto un premierato forte. Poiché l'onorevole Fini è una persona cortese ed intelligente, penso che l'abbia fatto, non per se stesso, ma perché, nonostante i lavacri di Fiuggi, una forma autoritaria resta nella parte politica che lui rappresenta (Commenti dei deputati del gruppo di Alleanza Nazionale).
DANIELE FRANZ. Come ti permetti!
LORENZO ACQUARONE. Una forma autoritaria resta nella tradizione della parte politica che lui rappresenta (Commenti del deputato Franz). La Lega è stata pseudoaccontentata e Forza Italia, sì, è vero, pensa ancora al ribaltone del 1994, ma credo che, in realtà, gliene importi poco. L'importante è tirare a campare.
Da tale conflitto di tesi contrapposte, nasce questo pasticcio sulla cui incostituzionalità, perché, pur fatto con legge costituzionale, contravviene ai principi fondamentali che devono reggere un costituzionalismo moderno (moderno nel senso da Montesquieu in poi), interverremo durante l'esame delle successive proposte emendative.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Nespoli. Ne ha facoltà.
VINCENZO NESPOLI. Signor Presidente, intervengo sollecitato dalle parole del collega Acquarone. Vedo in giro confermata una certa ipocrisia da parte del centrosinistra. In un paese nel quale l'elezione diretta di chi governa è all'ordine del giorno ormai da undici anni, è ipocrita e fuori dalla storia continuare a sostenere cose che, evidentemente, per chi vuole ancora riferirsi a certi principi costituzionali, appartengono all'Ottocento se non addirittura al medioevo. Oggi noi eleggiamo direttamente i sindaci ed essi condizionano la vita delle assemblee elettive dei consigli comunali; i presidenti delle province condizionano la vita del consiglio provinciale; i governatori condizionano la vita dei consigli regionali, che sono assemblee legislative; nessuno si è scandalizzato che nel 2001, e ancora prima, l'onorevole Acquarone è stato eletto con un simbolo che diceva Rutelli presidente; noi siamo stati eletti - gran parte di noi - con un simbolo che diceva Berlusconi presidente; era nei fatti e rientra nei principi fondamentali della nostra Costituzione: il cittadino elettore partecipa alla decisione di indicare chi governa. L'abbiamo già fatto e metterlo chiaramente in Costituzione non significa fare, come qualcuno sta continuando a sostenere in quest'aula, un attentato alla Costituzione; significa essere coerente e trasferire in Costituzione quello che già è nella coscienza degli italiani. È evidente che chi ipocritamente continua a sostenere cose diverse in questa Assemblea è contro la volontà del popolo italiano. Ma questo lo vedremo, collega Acquarone, quando faremo il referendum; in quella occasione valuteremo chi è a favore della coscienza degli italiani e chi invece - come i molti che sento qui dentro - ipocritamente è rimasto al medioevo (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza Nazionale).
PRESIDENTE. Vorrei rivolgere a nome dell'Assemblea un saluto ai componenti della camera penale di Arezzo, che sono in questo momento in tribuna e sono a palazzo Montecitorio per una visita di studio (Applausi).
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maura Cossutta. Ne ha facoltà.
MAURA COSSUTTA. Signor Presidente, mi rivolgo al collega di Alleanza nazionale, uno dei pochi colleghi che in questo dibattito sta prendendo la parola. Qui non si tratta soltanto - e non siamo d'accordo - di lasciare al popolo il potere di nominare il premier...
DANIELE FRANZ. Eleggere!
MAURA COSSUTTA.... così come si fa per presidenti delle regioni e i sindaci; il
problema è che conseguentemente si costruiscono delle trasformazioni profonde nel nostro sistema democratico, si determina uno sbilanciamento pesante del sistema delle garanzie, dei pesi e dei contrappesi, del rapporto tra esecutivo e legislativo, tra esecutivo e persino i poteri del Presidente della Repubblica ed ora si opera addirittura uno sbilanciamento tra il ruolo del premier ed i ministri...
PRESIDENTE. Onorevole Cossutta, la prego di concludere.
MAURA COSSUTTA. Presidente, parlo a nome del gruppo, a titolo personale aveva parlato precedentemente la mia collega, l'onorevole Bellillo.
PRESIDENTE. Onorevole Cossutta, ha esaurito il tempo che aveva a disposizione per il suo intervento.
MAURA COSSUTTA. Va bene, Presidente, allora parlerò successivamente.
MARCO BOATO. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARCO BOATO. Signor Presidente, le voglio dare atto di essere sempre molto rispettoso delle prerogative di tutti, però le vorrei far rilevare - e per questo le chiederei di ridare la parola alla collega Cossutta - che la collega Bellillo ha parlato a titolo personale in riferimento ad una materia che lei ha ritenuto non inerente al dibattito che stavamo facendo (e le ha tolto la parola). A questo punto impedire alla collega Cossutta, che appartiene alla stessa componente, di parlare nel merito della questione che stiamo discutendo mi sembrerebbe un po' una forzatura.
ROBERTO MENIA. Basta!
MARCO BOATO. Comunque, rimettendomi alla sua valutazione discrezionale, le chiedo di considerare se non sia opportuno che la collega Cossutta possa parlare di ciò di cui stava parlando, perché è l'unico membro della sua componente che interverrebbe in questa circostanza. Mi sembrerebbe giusto che potesse farlo (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Onorevole Boato, un minuto non è un problema tale da far nascere un caso.
MARCO BOATO. Esatto!
PRESIDENTE. Vorrei ricordare che l'onorevole Bellillo ha comunque parlato per 2 minuti e 50 secondi, e dunque non è intervenuta a titolo personale; daremo comunque all'onorevole Maura Cossutta la possibilità di recuperare successivamente questo minuto e mezzo.
MAURA COSSUTTA. La ringrazio, signor Presidente.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pacini. Ne ha facoltà.
MARCELLO PACINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi sembra che, da numerosi interventi svolti dai deputati dell'opposizione, traspaia un tentativo di togliere «nobiltà» al percorso di riforma della Costituzione che abbiamo intrapreso, in particolare con riferimento alla scelta di introdurre il premierato, con tutte le conseguenze che ne derivano. Il «chiavistello» attraverso il quale si vuole insinuare la subordinazione di questo nostro grande disegno ad altri interessi viene normalmente riassunto affermando che vi sarebbe uno scambio tra Alleanza nazionale e la Lega Nord Federazione Padana, per cui si concede qualcosa ad AN e qualcos'altro alla Lega, mentre Forza Italia sovrintende a tale scambio.
Vorrei far notare ai colleghi della sinistra che, in realtà, ciò che stiamo compiendo, attraverso l'introduzione del premierato, è, in fondo, il dato culminante di una evoluzione della cultura istituzionale
che ha attraversato, a partire dagli anni Novanta, fino agli ultimi anni dell'attuale legislatura, la visione istituzionale sia del centrodestra, sia del centrosinistra.
Negli anni Novanta, infatti, si è manifestata in Italia un'opinione comune che voleva riportare il potere decisorio all'interno degli esecutivi, ma che talvolta, a mio avviso anche esagerando, ha mortificato i momenti assembleari. Vorrei riprendere, al riguardo, il già citato argomento dei sindaci, e vorrei altresì richiamare soprattutto la forma di governo delle regioni, che rappresentano un esempio di tale disistima dei consigli e delle assemblee a favore, invece, di un recupero della governabilità da parte del potere esecutivo.
Vorrei rilevare che, anche a livello di cultura politica colta e formalizzata, come posso leggere nei lavori della Commissione bicamerale per le riforme costituzionali, è stato intrapreso un discorso molto semplice e chiaro, per cui se da una parte il centrodestra ha puntato sul presidenzialismo, la sinistra ha sempre proposto l'introduzione di forme di premierato. Potrei citare esempi di autorevoli colleghi, che siedono ancora in questa Assemblea, che hanno sottoscritto dichiarazioni esplicite in favore della soluzione del premierato. Vorrei altresì ricordare che, ad un certo momento, l'intero centrodestra sembrò concordare con la forma di governo semipresidenziale, anche se successivamente, dopo un'attenta riflessione, ha scelto invece il premierato.
La nostra accettazione del premierato, dunque, voleva significare, in fondo, la ricerca di forme di governo sulla quale fosse possibile ottenere un'unanimità di consensi. Ciò evidentemente non è stato possibile poiché, a mio avviso, non è comunque possibile, in questa democrazia mediatica, realizzare delle convergenze su grandi temi, e pertanto ci troviamo nuovamente a discutere di tale questione in termini di profonda contraddittorietà.
Nel concludere, signor Presidente, vorrei osservare che il problema di riequilibrare i rapporti tra il potere esecutivo ed il Parlamento sussiste sicuramente; vorrei suggerire, tuttavia, di non pensare che la Costituzione debba risolvere tutti i problemi esistenti. Credo, infatti, che occorra anche una riflessione veramente approfondita in ordine ad una riforma dei regolamenti parlamentari, vale a dire sul come si organizzano i lavori, sul modo con cui si svolgono le funzioni ispettive e di controllo e sulle modalità con cui, ad esempio, sia possibile recuperare la funzione delle Commissioni in sede redigente.
Vorrei segnalare, al riguardo, che una delle più grandi sorprese che ho avuto nel corso della mia esperienza di deputato è che l'unica volta che ho sentito parlare di un organo «redigente» è stato solo recentemente, attraverso le parole del presidente Violante...
PRESIDENTE. Onorevole Pacini...
MARCELLO PACINI. ... quando egli ha proposto di istituire una Costituente redigente.
In realtà, la funzione redigente dovrebbe essere importante, restituendo efficacia e stima ai lavori del Parlamento. Credo pertanto che dobbiamo, con grande serenità, concludere il percorso storico ultradecennale che rafforza l'esecutivo, e successivamente, iniziare una riflessione sulle modalità con cui si restituisce efficacia ed efficienza ai lavori delle Assemblee, proprio perché non tutto si risolve nelle Costituzioni (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Tabacci. Ne ha facoltà.
BRUNO TABACCI. Signor Presidente, intervengo brevemente, per una doverosa testimonianza. Nonostante il lavoro svolto dal presidente Bruno e dalla Commissione, non riesco a convergere sul punto del premierato. Probabilmente, è la filosofia di fondo che non mi convince. Sarà, come dice l'onorevole Soda, che sono rimasto fermo a quindici anni fa e, quindi, non posso competere con tanti innovatori che paiono, purtroppo, troppo spesso improvvisati. Preferisco pertanto essere considerato un po' conservatore.
La questione di fondo che emerge si nota anche dal lessico scelto, laddove si prevede che il Primo ministro «determini» la politica generale del Governo, nel presupposto evidente che il compito di «dirigerla», che la Costituzione vigente gli assegna, risulti inadeguato. Non vi sarebbe ragione, altrimenti, di mutare, anche terminologicamente, tale elemento. Si pone, al riguardo, un problema: mentre il programma di governo sottoposto al corpo elettorale si configura come espressione di un accordo di coalizione, realizzato con il concorso di tutte le concorrenti della maggioranza, la politica generale del Governo, che deve tradurre tale programma in pratica, diverrebbe il prodotto di una solitaria decisione del premier. Questa è la conseguenza della terminologia scelta e questa è la logica del «bileaderismo», cui spesso ho fatto cenno, criticando gli eccessi della cosiddetta «seconda Repubblica». Il Governo inoltre sembra, in tal modo, perdere il carattere di organo politico, essendo ridotto ad un organo esecutivo chiamato ad attuare una linea politica determinata esclusivamente dal premier.
Mi chiedo, poiché sul tema della collegialità sono state riempite le pagine dei giornali, soprattutto negli ultimi mesi: come si concilia una simile scelta con il principio della collegialità, che rappresenta un elemento costitutivo dei governi di coalizione e, per immergerci nell'attualità, con la giusta rivendicazione che, da più parti, le viene rivolta? In realtà, più o meno consapevolmente, lo scivolo verso il quale siamo indirizzati è verso una sorta di bipartitismo, rispetto al quale il ruolo della leadership di Governo coincide con quella della leadership di partito. È un sistema verso il quale si sta andando, con buona pace del collega Bressa, che è molto più inglese di me (non mi riconosco)! Credo che l'onorevole Soda dovrebbe riflettere con una certa profondità sugli aspetti un po' stereotipati con i quali si svolge questo dibattito, perché il centrosinistra, che spesso accusa il centrodestra di voler forzare in una certa direzione, ha dato negli ultimi anni un contributo esattamente corrispondente alla direzione di marcia verso la quale ci si sta incamminando. Mi è capitato di dire, qualche volta, che Prodi fa, sia pur con altre parole, le stesse affermazioni di Berlusconi.
Prendo atto che il Parlamento vuole incamminarsi sul «bileaderismo», ma ho molti dubbi che ciò rientri negli interessi generali del paese.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Violante. Ne ha facoltà.
LUCIANO VIOLANTE. Signor Presidente, intervengo brevemente sulle questioni poste dai colleghi che mi hanno preceduto, in ordine alla nostra idea di premierato.
Il nostro disegno costituzionale, effettivamente, differisce da quello dell'onorevole Tabacci. Noi non siamo contrari al premierato e, anzi, l'abbiamo sostenuto ed introdotto nella scorsa legislatura. La nostra opinione, in realtà, è che non bisogna ridurre il premierato al Governo di uno solo. Ciò che contestiamo a questa riforma è la riduzione ad una sola persona del sistema politico.
Alcuni colleghi hanno richiamato il sistema politico dei comuni, delle province e delle regioni, quasi che si potesse proiettare a livello nazionale il sistema di governo locale. Non solo si tratta di realtà completamente diverse e con funzioni politiche nettamente diverse, ma credo che chiunque abbia esperienza di governi locali sappia quanto ormai sia necessario riequilibrare i poteri del sindaco, del presidente della provincia e del presidente della regione con i poteri dei consigli. Oggi vi è un'enorme disaffezione e crisi di rappresentanza all'interno degli organismi locali e regionali, perché vi è un eccesso di potere dei presidenti e dei sindaci rispetto al potere e alla possibilità di controllo e di rappresentanza dei consigli.
Voler proiettare questo meccanismo a livello nazionale - ciò è quello che fa questo progetto - a nostro avviso, è un errore gravissimo, non solo perché il Parlamento ha una sua ratio, una sua logica, una sua natura completamente diversa da
quella dei consigli locali e regionali, ma anche perché ciò che ha salvato il nostro paese nei momenti di crisi profonda è stata proprio l'elasticità del sistema politico, pur nella sua complessità.
In sostanza, state costruendo - questa è la nostra opinione - un sistema del tutto anelastico, riducendo il potere del Governo al Presidente del Consiglio e la complessità dei poteri politici al solo potere del Governo, che poi è trasmesso al Presidente del Consiglio. Questa è la nostra critica profonda.
Onorevole Carrara, la stabilità, in sé, non è una qualità: dipende da chi governa e da come si governa. Abbiamo avuto Governi che sono durati vent'anni ed hanno portato alla rovina del paese; non è questo il punto. Se oggi leggiamo i giornali, riscontriamo che il Governo più stabile della nostra Repubblica ha fatto precipitare la competitività del nostro paese al posto successivo a quello del Botswana, dal ventiseiesimo posto (quale era nel 2001) al quarantottesimo, oggi divenuto quarantasettesimo.
PRESIDENTE. Onorevole Violante...
LUCIANO VIOLANTE. Signor Presidente, mi avvio alla conclusione. Intendo dire che non conta la stabilità di per sé, bensì la capacità del Parlamento e delle stesse maggioranze parlamentari di influire sugli indirizzi politici. Con questo sistema voi non date nessuna possibilità alle stesse maggioranze parlamentari e al Parlamento di influire sugli indirizzi politici: voi li rendete prigionieri di un uomo solo. Questa è la critica profonda che muoviamo e ciò segna la sconfitta politica di questo disegno, perché evidentemente un sistema di questo genere non può reggere in situazioni di crisi politica (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole La Malfa. Ne ha facoltà.
GIORGIO LA MALFA. Signor Presidente, le mie considerazioni riguardano l'articolo 26 nel suo insieme e tornerò a prendere la parola al momento della dichiarazione di voto sullo stesso. Tuttavia, considerato che su questo tema si è innescata una discussione come sempre importante da parte di vari colleghi, vorrei precisare molto brevemente il mio pensiero.
Nel giudizio complessivo sul progetto di riforma costituzionale questo è, a mio avviso, uno dei punti fondamentali. Non nascondo - l'ho detto molte volte ai colleghi - di nutrire perplessità su una forma di Governo che, sostanzialmente, collega la scelta del Capo dell'Esecutivo ad una scelta diretta dell'elettorato. Non sono contrario a concepire questa impostazione, ma naturalmente la vedrei meglio in un sistema «americano», nel quale ai cittadini fosse attribuita la scelta del Capo dell'Esecutivo, ma anche il compito di eleggere una Camera e un Senato che non possono essere sciolti e che hanno le loro facoltà tipiche. Mi sembra che in questo caso si mettano insieme questi due elementi: il sistema parlamentare europeo ed il sistema direttamente elettivo americano. Ciò non mi piace e l'ho detto molte volte.
Mi rivolgo al presidente della Commissione, onorevole Bruno, ed ai valenti colleghi del Comitato dei nove: vi è un problema su cui vorrei richiamare all'attenzione. Qualche giorno fa, ho mosso al presidente Bruno l'obiezione che la norma contenuta nell'articolo 26 mi sembra molto pericolosa, perché stabilisce che la legge disciplina l'elezione dei deputati in modo da favorire la formazione di una maggioranza.
Ho chiesto al presidente Bruno di valutare l'ipotesi che il primo Parlamento successivo all'approvazione di questa riforma della Costituzione non approvi una legge elettorale che preveda la connessione fra la nomina della maggioranza parlamentare e l'individuazione del Primo ministro. Un Parlamento, infatti, non potrà essere obbligato da una norma costituzionale a legiferare. Liberamente il Parlamento negli anni Cinquanta non legiferò
sulle regioni, sul Consiglio superiore della magistratura, eccetera. Quindi, ho chiesto ai colleghi cosa avviene se il Parlamento, dopo la nuova Costituzione, non approva una legge elettorale che la Costituzione considera necessaria per dare al Presidente della Repubblica il mandato.
PRESIDENTE. Onorevole La Malfa...
GIORGIO LA MALFA. Concludo subito, ma è un punto delicato, signor Presidente.
Il presidente Bruno e i suoi colleghi hanno risposto a questo problema con una norma transitoria, l'articolo 43, il quale afferma che fino a quel momento vige la vecchia Costituzione. Allora, vi domando, rivolgendomi a tutta l'Assemblea: possiamo scrivere una Costituzione che sulla forma di Governo lascia la decisione se applicarla o meno ad una legge ordinaria, che è la legge elettorale di un Parlamento? Possiamo darci una Costituzione subordinata nel suo fondamento, qual è la forma di Governo, ad una decisione di una legge ordinaria, ossia la legge elettorale?
Inoltre, onorevole Bruno, supponiamo che il nuovo Parlamento abbia approvato la legge nel senso indicato dall'articolo 92 e che il successivo Parlamento decida di tornare alla legge proporzionale. Ciò è incostituzionale, ma non è illegittimo fino a quando la Corte costituzionale non lo dichiara. Qual è l'ordinamento costituzionale in quel momento?
Supponiamo che ci siano le lezioni dopo qualche mese, ma prima di una delibera della Corte costituzionale che cancelli l'atto del Parlamento. C'è questa contraddizione, onorevoli colleghi: o si scrive la legge elettorale nella Costituzione, e allora si ha una forma di governo, o questa forma non si scrive nella Costituzione e si assoggetta la forma costituzionale ad una legge ordinaria con gravi contraddizioni.
Non potrò votare a favore di questo articolo non solo per le ragioni di principio che ho richiamato, ma anche perché c'è un problema che prego i colleghi di voler considerare.
Grazie, Presidente, mi scuso per aver prolungato il mio intervento (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Verdi-L'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Mantini. Ne ha facoltà.
PIERLUIGI MANTINI. Mi rivolgo al collega Pacini e agli altri che sono intervenuti: noi difendiamo quel che, dal punto di vista politologico, si chiama bipolarismo, ossia una democrazia dell'alternanza che funzioni. Eravamo chiamati in questa sede a darci regole e istituzioni più moderne per far sì che i diversi poteri fossero in equilibrio secondo le esigenze dell'oggi e non della Repubblica di impronta proporzionale nata dalla Costituzione.
Quello che si sta facendo ora con questo articolo è cosa tutt'affatto diversa. Qui si sta approvando un modello originale, inventato, frutto della fantasia costituzionale - ma le Costituzioni hanno una storia lunga - ossia un premierato assoluto. Si tratta di un premierato assoluto per il sistema elettorale e perché vi è un collegamento diretto che crea un vincolo costituzionale sulla legge elettorale, creando quel che denunciava, forse al contrario, il collega La Malfa, ossia l'impossibilità di una legge elettorale diversa e perché questo premier ha un potere di scioglimento della Camera e di annullamento dei poteri del Senato federale, con il meccanismo che abbiamo visto, e addirittura di annullamento delle leggi regionali.
Questo modello è fantasioso, assolutamente privo di contenuto democratico, privo e al di fuori di tradizioni costituzionali, non funziona e impoverisce la democrazia, anche quella dell'alternanza.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Mascia 26.1, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 450
Votanti 445
Astenuti 5
Maggioranza 223
Hanno votato sì 195
Hanno votato no 250).
Prendo atto che l'onorevole Romano non è riuscito ad esprimere il proprio voto.
PIERO RUZZANTE. Chiedo di parlare per un richiamo al regolamento.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PIERO RUZZANTE. Signor Presidente, desidero richiamare la sua attenzione sull'articolo 85, comma 7, del regolamento e sulla sua applicazione. Tale norma prevede che: «Su ciascun articolo, emendamento, subemendamento ed articolo aggiuntivo è consentita una dichiarazione di voto per non più di cinque minuti ad un deputato per gruppo». Nella seconda parte del suddetto comma è previsto che «Il Presidente concede la parola ad un deputato per ciascuna delle componenti politiche costituite nel gruppo misto e ai deputati che intendano esprimere un voto diverso rispetto a quello dichiarato dal proprio gruppo, stabilendo le modalità e i limiti di tempo degli interventi».
Signor Presidente, le singole componenti politiche del gruppo misto hanno ancora del tempo, rispettivamente 28 minuti i Comunisti italiani, 1 ora e 25 minuti i Socialisti democratici italiani, 59 minuti l'UDEUR, 4 minuti i Verdi, 1 ora e 18 minuti i Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI, 1 ora e 10 minuti le Minoranze linguistiche. Avendo tali componenti tempo a disposizione e non potendo andare comunque oltre il tempo contingentato, dato che su tale provvedimento è previsto il contingentamento dei tempi, non capisco perché, per la prima volta in questa legislatura, venga loro assegnato rigidamente il tempo di tre minuti per le dichiarazioni di voto.
Mi sento di porre tale questione come segretario del gruppo di opposizione con il maggior numero di deputati per tutelare le suddette componenti politiche. Le assicuro che possiamo trovare numerosi precedenti, in questa e nella passata legislatura, in cui alle componenti del gruppo misto è stato consentito di parlare cinque minuti per dichiarazione di voto sulle varie proposte emendative.
Signor Presidente, la questione che pongo ha due aspetti. In primo luogo, ritengo che il regolamento vada applicato in tutte le sue parti. Mi permetto di far notare alla Presidenza, in particolare a lei che più volte ha avuto modo di rispondermi sul punto, che dall'inizio della legislatura la Presidenza non è ancora riuscita a far applicare l'articolo 135-bis del regolamento. Dunque, il Presidente del Consiglio per primo non ha mai rispettato il nostro regolamento (Commenti dei deputati dei gruppi di Alleanza Nazionale e della Lega Nord Federazione Padana). Il regolamento va applicato in tutti i suoi articoli. Anche in questa riforma costituzionale avete scritto che il Presidente del Consiglio ha l'obbligo di venire in aula: iniziate ad applicarlo prima di scriverlo nella Costituzione, visto che il regolamento già lo prevede!
In secondo luogo, vorrei porre la questione dell'applicazione dei precedenti. Più volte la Presidenza ha fatto riferimento a precedenti e prassi applicati in questa sede. Credo sia corretto l'uso dei precedenti e della prassi, ma non può essere applicato in alcune occasioni e non in altre. Le assicuro - e sono in grado di dimostrarlo - che in questi tre anni e mezzo alle componenti del gruppo misto è stato consentito di intervenire per dichiarazione di voto per cinque minuti come agli altri gruppi. Tra l'altro, che un parlamentare decida di intervenire due volte per tre minuti o una volta per cinque minuti, comunque il tempo è contingentato.
Dunque, inviterei la Presidenza a continuare ad applicare il regolamento come è stato fino ad oggi applicato. Non cambierebbe assolutamente niente dal punto
di vista dei tempi complessivi perché il tempo è contingentato, ma ciò consentirebbe ai deputati di scegliere quando intervenire e di svolgere un ragionamento compiuto. Credo si tratti di un'applicazione del regolamento di buon senso.
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Ruzzante, perché mi dà modo di spiegare l'atteggiamento della Presidenza su tale argomento. Devo dirle, con tutto il rispetto, che non condivido la sua interpretazione. L'articolo 85, comma 7, attribuisce direttamente al Presidente dell'Assemblea il potere discrezionale di fissare un tempo che vada da uno a cinque minuti. Il Presidente, in questa circostanza, riferendosi a numerosissimi precedenti, ha fissato il termine di tre minuti. Ritengo che tale termine sia congruo e che si debba continuare su questa strada. Tra l'altro, uno è il problema del tempo affidato a ciascun parlamentare, altro, e completamente diverso, è quello riguardante il tempo complessivo delle singole componenti del gruppo Misto.
Le voglio tuttavia far presente, onorevole Ruzzante, che la Presidenza userà la normale prudenza e tolleranza, specialmente quando gli argomenti saranno di particolare rilevanza.
MARCO BOATO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Onorevole Boato, credo di aver già risposto sull'argomento. Comunque, ha facoltà di parlare.
MARCO BOATO. Sarò breve, signor Presidente. La ringrazio per il modo equilibrato con il quale, come sempre, lei ha risposto, pur nel dissenso da ciò che ha detto il collega Ruzzante. La Presidenza è a conoscenza della questione - non so se lo sia anche lei personalmente -, perché il sottoscritto ha già avuto modo di porla in altre circostanze, e forse in modo improprio anche nella seduta di ieri (sono stato richiamato, anche con una certa forza, dal Presidente Casini, il quale in quel momento presiedeva la seduta). Mi permetto, quindi, di lasciare agli atti di questo dibattito la mia condivisione della questione sollevata dal collega Ruzzante, che ho evitato di porre io stesso, proprio perché ieri avevo avuto questa interlocuzione difficile con il Presidente Casini.
La pregherei pertanto, signor Presidente, di porre all'attenzione del Presidente Casini l'opportunità di valutare, in una prossima riunione della Giunta per il regolamento, la questione in oggetto, che lei ha confermato nell'interpretazione, dicendo peraltro che verrà applicata con il giusto margine di equilibrio, per rispetto nei confronti del dibattito che stiamo svolgendo.
PRESIDENTE. Non c'è dubbio, onorevole Boato.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Boato 26.4.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bressa. Ne ha facoltà.
GIANCLAUDIO BRESSA. Quella in esame è una disposizione a nostro avviso decisiva. Ci stiamo avviando verso un regime di premierato assoluto e pertanto l'emendamento che proponiamo è fondamentale per impedire una degenerazione in senso antidemocratico della nostra Repubblica. L'antitesi con lo Stato democratico, che la vostra riforma sta costruendo, mattone dopo mattone, sta anche nel fatto che avete immaginato una costruzione costituzionale interamente dalla parte del potere, trascurando quindi nel modo più assoluto il ruolo e la funzione dei cittadini, i quali anche se dovessero essere scontenti di come sono governati ed amministrati, e di chi li governa ed amministra, non disporrebbero però di mezzi efficaci per determinare un mutamento né direttamente, né attraverso mediazioni politiche (dal vostro modello totalmente neutralizzate).
PRESIDENTE. Onorevole Bressa, la invito a concludere.
GIANCLAUDIO BRESSA. In un regime meramente rappresentativo, nel quale fosse concesso ai cittadini il solo potere di
votare, tali cittadini sarebbero schiavi per cinque anni. Bisogna che vi sia la garanzia che il consenso democratico si formi liberamente. Pertanto, le questioni del conflitto di interesse e della libera e consapevole formazione delle scelte degli elettori diventano un dato primario, che deve essere tutelato con chiarezza in Costituzione, proprio in questo articolo, che tratta del Governo.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Marone. Ne ha facoltà.
RICCARDO MARONE. Tutte le volte che si rafforza un potere, si crea la necessità di prevedere norme di riequilibrio. Ciò a maggior ragione, nel momento in cui state ragionando di un premierato particolarmente forte. Si pone quindi il problema di una norma specifica riguardante le incompatibilità tra le cariche di Governo e lo svolgimento di attività pubbliche o private. Queste norme, colleghi, entreranno in vigore tra molti anni; quindi non credo che vi sarà più il problema di tutelare Berlusconi e il suo conflitto di interesse. Possiamo dunque ragionare serenamente di un problema, senza che voi siate obbligati a garantire il conflitto di interesse dell'attuale Presidente del Consiglio.
Proprio perché avete previsto un rafforzamento dei poteri del premier, la disposizione normativa prevista dall'articolo 51 della Costituzione non è più sufficiente, in quanto essa riguarda tutta una serie di altri soggetti, che non hanno poteri analoghi e neanche lontanamente avvicinabili a quelli del Primo ministro. Pertanto, con questo nostro emendamento, prevediamo che in Costituzione si affermi il principio che, tra le cariche di Governo e gli uffici o attività pubbliche e private, non ci siano incompatibilità o conflitti di interesse.
È un principio indispensabile nel momento in cui avete spostato l'asse costituzionale dal Parlamento al premier e completamente trasformato l'equilibrio costituzionale dei poteri, concentrando i medesimi su un premier onnipotente che può sciogliere le Camere, imporre la fiducia e dire: se non mi votate, ve ne andate a casa! A fronte di ciò, ci sembra indispensabile che vi sia la garanzia di un premier che non abbia conflitti di interesse.
Non comprendiamo il motivo per cui non intendete introdurre questa norma in Costituzione; è una norma importante che, oltretutto, garantisce, proprio nel momento in cui prevedete che vi sia, con riferimento ai sistemi elettorali, l'indicazione del premier, che l'eventuale conflitto di interesse non possa condizionare la volontà dell'elettorato. Sono problemi reali sui quali sarebbe stato indispensabile discutere. Si poteva farlo, perché si tratta di norme che entreranno in vigore quando, oramai, non vi sarà più il problema del conflitto di interesse dell'attuale premier. Evidentemente, su questo argomento non si può discutere e nemmeno quando state rafforzando i poteri del premier volete ragionare sulla questione del conflitto di interessi. Sarebbe stato utile ed indispensabile - ripeto - prevedere tale disposizione nella Costituzione.
Abbiamo proposto un emendamento specifico, ma voi, abbagliati dai problemi dell'attuale situazione politica, non volete prenderlo in considerazione: ritengo si tratti di un errore.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Acquarone. Ne ha facoltà.
LORENZO ACQUARONE. Signor Presidente, l'onorevole Pacini, ha svolto, rara avis, un discorso serio; io vorrei replicare allo stesso, con argomenti, se possibile, altrettanto seri. Il ragionamento da cui è mosso l'onorevole Pacini è tipicamente politologico: vogliamo o meno avere Governi stabili? A questo discorso politologico la risposta non può essere che positiva. Tuttavia, parlando a livello di diritto costituzionale, vale a dire del modo con cui tradurre le aspirazioni politologiche in norme giuridiche, non possiamo dimenticare i principi generali del costituzionalismo moderno.
Il costituzionalismo moderno richiede che, a fronte di un Esecutivo forte, vi sia
un Parlamento altrettanto forte. Il collega ha citato l'esempio di comuni, province e regioni, ma chi quotidianamente tratta con questi enti, conosce lo scoramento dei membri dei consigli comunali, provinciali e regionali che non contano più nulla, perché tutto è accentrato nelle mani del presidente della provincia, della regione e del sindaco. Non mi pare sia un esempio da seguire, anche se a livello locale, e credo debba essere migliorato.
A lei posso citare Montesquieu, ma non posso fare altrimenti con l'onorevole Castelli a cui dovrei spiegare che non si tratta di un deputato dell'Ulivo della Valle d'Aosta della scorsa legislatura (Commenti del deputato Ballaman). Lei è una persona di cultura...
Il costituzionalismo moderno, da Montesquieu in poi, è basato sul principio di una netta separazione di poteri. Noi avviamo una riforma che uccide questo principio (la dichiarazione francese dei diritti dell'uomo affermava addirittura che dove non c'è separazione dei poteri, non c'è Costituzione), perché poniamo il Parlamento alla mercé di un premier che, non a caso, non si chiama più Presidente del Consiglio, quindi presidente di un organo collegiale, ma è investito quasi di poteri sovrani.
Questa è la ragione per cui, pur non essendo in contrasto con la tesi che lei sostiene, ritengo che lo strumento previsto con questa riforma, porti a deviazioni che lei stesso dovrebbe riconoscere, del tipo se non bonapartistico, almeno peronistico.
Questa è la ragione per cui siamo favorevoli ad un Governo forte, ma anche ad un Parlamento che deve essere altrettanto forte (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-UDEUR-Alleanza Popolare, Misto-Socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maura Cossutta. Ne ha facoltà.
MAURA COSSUTTA. Signor Presidente, intervengo anch'io in questa discussione molto importante.
Innanzitutto, intendo sottolineare che noi Comunisti italiani siamo ovviamente contrari a questa idea di premierato assoluto, ma siamo anche contrari ad ogni altra ipotesi di premierato un po' meno assoluto. Ciò in quanto in tal modo viene sbilanciato il sistema dei poteri e delle garanzie.
Siamo contrari in quanto - come sostiene anche l'onorevole Tabacci - si cambiano persino i termini delle funzioni: ad esempio, «determina la politica» anziché «dirige», «garantisce» invece che «mantiene».
Siamo contrari perché questo premier non gode neanche della fiducia del Parlamento, in quanto si parte dal presupposto che tale fiducia gli derivi già dalle urne. In questo modo, si introduce un pericolosissimo principio, una nuova gerarchia di valori e quindi di poteri, nel senso che il suffragio popolare è più democratico del voto dei parlamentari e che il potere supportato da questo suffragio è superiore persino a quello espresso dal Presidente della Repubblica.
Quindi, il principio fondamentale di questa controriforma è che la Repubblica parlamentare costituisce un impaccio al sistema democratico, che coincide di fatto con l'aumento del potere decisionale.
Siamo anche contrari al fatto di cercare nella Costituzione soluzioni per garantire la stabilità dei Governi. Infatti, quello della stabilità dei Governi è un problema del sistema politico che va affrontato con la politica e, semmai, con leggi elettorali. Ma la legge elettorale non è un principio - ha ragione l'onorevole La Malfa - da inserire nella Costituzione. La stabilità non è un valore costituzionale, mentre lo sono il pluralismo, la trasparenza delle decisioni, il bilanciamento tra il potere decisionale e quello di controllo nonché le incompatibilità.
Per tali motivi, siamo contrari a questo modello di premierato assoluto, ma non siamo favorevoli neanche ad emendamenti che propongano altre soluzioni per il premierato. Non serve né un premier assoluto né un premier forte; riteniamo invece occorra ricostruire anticorpi veri, molto
più robusti di un premier robusto, al fine di contrastare una deriva populista, una nuova idea bonapartista che si sposa con questa ideologia dell'antipolitica.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cima. Ne ha facoltà.
LAURA CIMA. Signor Presidente, sono intervenuta molto poco in questo dibattito, ma ritengo sia gravissima la rielaborazione della nostra Costituzione in esame, che non ha coinvolto in nessun modo coloro che sono alla base della sovranità, del patto sociale presente in ogni Costituzione.
Uno dei miei pochi interventi era relativo ai conflitti di competenza emersi da questa riforma che, in futuro, ci costeranno sicuramente molto. In particolare, con riferimento all'articolo in esame, vorrei sottolineare che si sta descrivendo la crisi della democrazia; infatti, si registra uno svuotamento degli organi elettivi a causa della mancanza in essi dei rappresentanti del popolo. L'Assemblea parlamentare dovrebbe essere l'assemblea più rispondente alla sovranità popolare e quindi al massimo del potere.
Abbiamo assistito, con le riforme degli ultimi anni - peraltro anche ad opera della mia parte politica - allo strisciante svuotamento di tutte le assemblee elettive locali. Ebbene, ora stiamo perfezionando tale disegno con lo svuotamento del Parlamento.
Non approvo questa ingegneria istituzionale, con cui molti colleghi si divertono, e riconosco solo quella fondata sui veri bisogni della nazione, ovvero quella che ha portato alla Costituzione che ho imparato ad amare a scuola insieme al mio paese, scritta dai nostri padri e dalle nostre madri costituenti. Vi invito a ricordare che quanto stiamo scrivendo lo dovremo insegnare a scuola ai nostri bambini e mi chiedo cosa potranno mai capire.
Vorrei, inoltre, aggiungere la mia firma all'emendamento in esame. Questa elaborazione di Costituzione la considero totalmente estranea alla mia esperienza, politica e di vita: voglio allora aggiungere la mia firma all'emendamento Boato 26.4 perché prevede che la legge «assicura la libera e consapevole formazione delle scelte degli elettori». Inoltre, aggiunge che la legge, oltre a questo, determina l'incompatibilità... Almeno questo vogliate riconoscerlo...!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pappaterra. Ne ha facoltà.
DOMENICO PAPPATERRA. Signor Presidente, consideriamo questo un emendamento di buon senso, perché forse potrebbe finalmente risolvere tutte le discussioni che da tre anni e mezzo - e anche da prima - si sono svolte in quest'aula.
Infatti, se ripercorriamo il tragitto di questa legislatura, possiamo verificare che per una serie interminabile di provvedimenti si è riproposto con forza il problema del conflitto di interessi, soprattutto da parte di chi oggi è alla guida del Governo. Adesso, l'attuale maggioranza, con questa riforma, che peraltro consideriamo sbagliata e semplificata, vuole persino pervenire ad una sorta di personalizzazione della politica; infatti, ricondurre in capo al premier tutti i poteri ci porta a questo, come prima sottolineava l'onorevole Violante. Nel momento in cui si sceglie questa deriva plebiscitaria, lasciando ampi poteri nelle mani di una sola persona, a maggior ragione questo emendamento, con il quale si mira a costituzionalizzare le incompatibilità tra carica pubblica ed interessi privati, indica la strada giusta. Quindi, da parte della maggioranza dovrebbe esserci assenso rispetto alla prospettiva indicata dall'emendamento in oggetto.
Peraltro, diciamoci un'altra verità: il riformismo che voi oggi proponente in maniera costituzionale vive nel contesto dell'esperienza della democrazia del mandato. Tutto passa attraverso il mandato popolare, con il conseguente svilimento della rappresentanza parlamentare e delle funzioni delle alte cariche dello Stato. L'onorevole Tabacci ha prima ricordato come persino la funzione del governo
risulti indebolita rispetto a quella del premier. Esiste, soprattutto, l'indebolimento di quelli che fino ad oggi sono stati gli organi neutrali della nostra Costituzione, avendo avuto nelle mani il cosiddetto potere neutro. Mi riferisco al Capo dello Stato, che invece - come è stato rilevato durante la discussione sull'articolo 22 - vede distrutta la sua funzione e il suo ruolo, proprio di potere neutro. Eppure sappiamo che in questi cinquant'anni questo potere neutro di mediazione e di saggezza ha contribuito a far progredire il nostro sistema politico e costituzionale! Proponiamo che si continui a perseguire questa strada. Al contrario, si introduce un elemento che non condividiamo. Pertanto, siamo favorevoli all'emendamento in esame, perché farebbe chiarezza e porrebbe rimedio a livello costituzionale a un grave problema emerso nel corso di questa legislatura (Applausi dei deputati del gruppo Misto-socialisti democratici italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Lettieri. Ne ha facoltà.
MARIO LETTIERI. Signor Presidente, ritengo che il dibattito sul premierato abbia evidenziato preoccupazione da parte di tutti i gruppi, compresi quelli della maggioranza (cito, ad esempio, gli onorevoli Pacini, La Malfa e Tabacci). Se le riforme costituzionali sono fatte per il domani e non per l'oggi, occorre riflettere e procedere con cautela. Infatti, lo squilibrio che con tali norme verrebbe introdotto nell'attuale assetto dei poteri, rischia di pregiudicare la futura vita democratica del nostro paese. È nostro dovere bloccare questa deriva antidemocratica: si tratta, onorevoli colleghi, di un rischio reale.
Mi auguro non si assumano posizioni sulla base di eventi contingenti e della presenza, o meno, di personaggi autorevoli. Dobbiamo pensare a quello che troveranno i nostri figli: mentre i padri costituenti ci hanno lasciato un assetto democratico che ci ha consentito di far crescere il nostro paese, noi, invece, corriamo il rischio di lasciare alle generazioni future un assetto pseudo-costituzionale fondato sul potere assoluto di un premier che non renderà conto a nessuno.
MARIO LETTIERI. La collegialità è un bene prezioso. È stato fatto riferimento a quanto accade nei consigli regionali, nelle province e nei comuni: ebbene, i cittadini sono insoddisfatti, perché abbiamo creato piccoli podestà! Gli assessori non contano nulla! Volete che anche i ministri diventino semplicemente i componenti dello staff di un premier? Si tratta di una preoccupazione che sottopongo all'attenzione di tutti colleghi, indipendentemente dallo schieramento di appartenenza (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Boato 26.4, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 449
Votanti 448
Astenuti 1
Maggioranza 225
Hanno votato sì 205
Hanno votato no 243).
Prendo atto che l'onorevole Tabacci non è riuscito a votare e intendeva astenersi.
Prendo atto altresì che l'onorevole Masini non è riuscito a votare ed avrebbe voluto esprimere voto contrario.
Avverto che l'emendamento Boccia 0.26.200.2 è stato ritirato.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Lucchese 0.26.200.1.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Lucchese. Ne ha facoltà.
FRANCESCO PAOLO LUCCHESE. Signor Presidente, a norma dell'emendamento in esame, di cui sono firmatario, il Primo ministro deve essere membro della Camera dei deputati. L'articolo 92, comma 2, della Costituzione, come modificato dall'articolo 26 del disegno di legge in esame, prevede che la candidatura alla carica di Primo ministro avvenga mediante collegamento con i candidati all'elezione della Camera dei deputati. Il fatto che sia collegato, non significa che venga votato, così come accade per il candidato sindaco, per il candidato presidente della provincia e per il candidato presidente della regione. Il comma 3 dell'articolo 92 citato prevede che il Presidente della Repubblica, sulla base dei risultati dell'elezione della Camera dei deputati, nomini il Primo ministro. Tale riferimento ai risultati dell'elezione della Camera, a mio avviso, deve intendersi non soltanto alla coalizione vincente, ma anche al candidato premier, che dunque deve essere eletto deputato. Infatti, un candidato premier che non sia deputato non ha il prestigio e l'autorevolezza di un candidato premier che venga anche eletto deputato. Inoltre, in tal modo si attribuisce maggiore autorevolezza al Parlamento, come è stato osservato poco fa dall'onorevole Acquarone.
Il problema si pone soprattutto con il comma 4 dell'articolo 92 citato, in virtù del quale in caso di morte, di impedimento permanente o di dimissioni del Primo ministro, il Presidente della Repubblica nomina il nuovo Primo ministro.
A questo punto, se il Primo ministro non è deputato si andrebbe incontro ad una sorta di commissariamento dello Stato, con l'incarico affidato ad un soggetto esterno al Parlamento.
Mi pare che negli ultimi tempi anche alcuni esponenti dell'opposizione abbiano affermato che il capo della minoranza, il leader della minoranza, dovrebbe essere deputato. Lo ha sostenuto lo stesso onorevole Rutelli, che ha invitato l'onorevole Prodi a candidarsi alle elezioni suppletive, in maniera tale da ricoprire il ruolo di capo dell'opposizione nelle vesti di deputato.
Come vedete, il problema si pone sia per la maggioranza sia per la minoranza (Applausi).
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sul subemendamento Lucchese 0.26.200.1, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 377
Votanti 368
Astenuti 9
Maggioranza 185
Hanno votato sì 12
Hanno votato no 356).
Prendo atto che gli onorevoli Bielli e Masini non sono riusciti ad esprimere il proprio voto e che avrebbero voluto esprimere voto contrario.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Elio Vito 26.200.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bressa. Ne ha facoltà.
GIANCLAUDIO BRESSA. Mi verrebbe da dire: «questo, di cotanta speme, oggi mi resta»...! Di tutta la complessa architettura ipotizzata dai colleghi dell'UDC, che così tanto interesse aveva destato, alla fine l'unico vero risultato che riescono a portare a casa è la modifica di queste poche parole: «La candidatura alla carica di Primo ministro avviene mediante il collegamento con i candidati, ovvero con una o più liste di candidati». Questo vuol dire che la legge elettorale può essere qualsiasi, anche una legge proporzionale. A dire la verità, rispetto agli obiettivi di ridimensionamento del premierato, di ridefinizione dello Stato federale, il risultato che alla fine si porta a casa è ben poca cosa.
Devo anche aggiungere che l'osservazione del collega La Malfa di pochi istanti fa, ossia che a definire l'assetto finale del Governo sia solo una legge elettorale ordinaria, solleva aspetti piuttosto inquietanti.
Per tutti questi motivi, il nostro voto su tale emendamento non può che essere contrario.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Montecchi. Ne ha facoltà.
ELENA MONTECCHI. La riforma elettorale è una delle tante ombre che hanno aleggiato sulle modifiche costituzionali. È naturale che, a fronte di una nuova definizione del Senato e alla riduzione del numero degli eletti, si debba ricorrere ad aggiustamenti del meccanismo elettorale.
Ma la modifica dell'articolo 92 della Costituzione non va in questo senso. Ha ragione il collega Bressa a ricordare che tale emendamento è espressione delle richieste che l'UDC avanzò a luglio, con motivazioni esplicite e molto precise sul piano politico: il ritorno ad un sistema proporzionale.
Peraltro, parallelamente a questa discussione, a palazzo Chigi si sta riunendo un tavolo in materia di sistema elettorale. Ne abbiamo letto sui giornali e ne conosciamo l'elenco dei componenti; ne fa parte anche lo stesso presidente della Commissione affari costituzionali, Donato Bruno. Tale tavolo, quindi, deve discutere, nell'ambito della maggioranza, la praticabilità di una proposta di riforma elettorale.
Allora, non prendiamoci in giro! Per quale ragione si vuole costituzionalizzare in quell'articolo della Costituzione la dizione «ovvero con una o più liste di candidati», presente in questo emendamento? Perché? Allo stato attuale, ad eventuale nuova modifica costituzionale in vigore, è possibile cambiare la legge elettorale mantenendo inalterato il sistema. Il collegamento ad un premier si può realizzare anche nell'attuale sistema. Dunque, qual è la questione che qui non viene esplicitamente espressa? Lo vorremmo sapere dai colleghi della maggioranza in quest'aula, perché almeno si sappia il motivo per cui si vota a favore e per quale cosa: noi infatti sappiamo per quale ragione votiamo contro.
Noi votiamo contro il merito e contro ciò che quest'ultimo sottende. Non vi è - insistiamo - alcuna preclusione ad «aggiustare» la legge ordinaria, stante la Costituzione e stante anche quel punto che suscita, in effetti, una qualche preoccupazione nelle norme transitorie. Noi diciamo, però, pur comprendendo che il combinato disposto sta a significare altre cose, che comunque occorre intervenire sul Senato e che, nel momento in cui vi siete votati un numero - a nostro parere esorbitante - di parlamentari pur sempre ridotto, occorre correggerlo. Si corregge anche senza inserirlo in Costituzione: è questa la ragione per cui noi votiamo contro.
Desideriamo, inoltre, dirvi anche che abbiamo ben chiari quali siano i vostri intenti sul piano politico; e su questi intenti chiediamo che si scoprano le carte, perché non vi è - insisto - alcuna ragione costituzionale: sono solo ed esclusivamente ragioni politiche, risolvibili all'interno di un dibattito politico normale e di una discussione su leggi ordinarie (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mascia. Ne ha facoltà.
GRAZIELLA MASCIA. Signor Presidente, anche noi siamo contrari ad una costituzionalizzazione del sistema elettorale, ma in questo emendamento, a differenza dei colleghi che mi hanno preceduto, non vedo il problema del sistema proporzionale.
Naturalmente, il campo rimane aperto a diverse ipotesi, ma ricordo che la preoccupazione dei colleghi dell'UDC, nell'introdurre queste modifiche relative al collegamento del premier «ad una o più liste di candidati», era stata quella di non creare un vincolo ad una lista unica. Era dunque
una riflessione tutta politica all'interno delle vicende politiche italiane di questi mesi.
La nostra contrarietà a questo emendamento, quindi, non riguarda specificatamente il merito dello stesso, ma il complesso dell'articolo 26; infatti, il sistema elettorale che viene introdotto non è quello proporzionale, ma riguarda invece l'elezione diretta del premier. Questo è dimostrato non solo dalla prima parte dell'articolo, ma soprattutto dalla seconda parte, laddove si precisa che «il Presidente della Repubblica, sulla base dei risultati delle elezioni della Camera dei deputati, nomina il Primo ministro»; quindi non vi è neanche un passaggio parlamentare, perché l'articolo è congegnato in modo tale da far presupporre che l'elezione sarà diretta.
Per questo motivo, la nostra contrarietà all'emendamento in esame deriva dal contesto in cui esso si colloca.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Elio Vito 26.200, accettato dalla Commissione e dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 456
Votanti 448
Astenuti 8
Maggioranza 225
Hanno votato sì 254
Hanno votato no 194).
Passiamo alla votazione dell'emendamento Boato 26.9.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Marone. Ne ha facoltà.
RICCARDO MARONE. Signor Presidente, con questa modifica della maggioranza sostanzialmente si dà per scontata una circostanza, che non è affatto vero che debba avvenire, e cioè che un premier duri tutta la legislatura. Infatti, voi vi limitate a dire che il Presidente della Repubblica, sulla base dei risultati delle elezioni, nomina il Primo ministro, dimenticando completamente di disciplinare i casi in cui potrebbero avvenire sostituzioni nel corso della legislatura (ipotesi che, del resto, prevedete anche voi nel disciplinare i poteri del Presidente della Repubblica, e cioè le ipotesi di dimissioni, impedimento permanente, nonché le altre ipotesi previste proprio dall'articolo 88 della Costituzione).
L'emendamento da noi proposto diventa ancora più importante dopo il pasticcio fatto dalla maggioranza nel bocciare l'articolo 24 della riforma, che oggi porta la stessa maggioranza a presentare un emendamento correttivo.
Tutto ciò è malamente armonizzato: il coordinamento tra le norme sul Presidente della Repubblica e sui suoi poteri - segnatamente gli articoli 87, 88 e 92 - non è ben effettuato.
Con l'emendamento Boato 26.9 cerchiamo di porre rimedio al vuoto che state creando.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Boato 26.9, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 448
Votanti 445
Astenuti 3
Maggioranza 223
Hanno votato sì 188
Hanno votato no 257).
Prendo atto che gli onorevoli Rotondi e Nicotra non sono riusciti a votare.
Passiamo alla votazione dell'articolo 26.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rosso. Ne ha facoltà.
ROBERTO ROSSO. Cari colleghi dell'opposizione, comprendo la vostra esigenza, in vista delle prossime tornate elettorali, di ricostruirvi una credibile immagine di oppositori di fronte ai vostri elettori, ai vostri «girotondi» ed al vostro stesso leader, il quale vi ha recentemente bacchettati (Commenti dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo). Ma le «vergini ricucite» non hanno mai goduto di grande credibilità e di vasto mercato; perciò, considerata l'inanità dello sforzo, sarebbe davvero bello ed utile che il dibattito in corso in quest'aula recuperasse, pur nel contrasto radicale delle posizioni, un filo di razionalità e di obiettività. A tal fine, occorre partire da alcuni dati davvero inoppugnabili.
È indubitabile, ad esempio, che l'articolo 26, così come modificato, salvaguarda la nuova posizione attribuita al premier eletto nei confronti della Camera dei deputati; tuttavia, è altrettanto indubitabile che, grazie agli emendamenti approvati, esso riequilibra in modo significativo a favore della maggioranza parlamentare emersa dalle elezioni il ruolo del premier medesimo.
In tal modo, la maggioranza dimostra, da un lato, di volere assumere il modello di premierato lasciatoci in eredità proprio da voi, colleghi della sinistra - intendo dire dalla vecchia Commissione bicamerale presieduta dall'onorevole D'Alema -, e, dall'altro, di volerne stemperare quelle forzature leadearistiche che voi oggi lamentate, ma che proprio voi della sinistra avevate voluto imprimere al premier, rendendolo (nella vostra vecchia formulazione) assolutamente insostituibile. Oggi, invece, si consente alla maggioranza uscita dalle urne di sostituire il proprio leader, ma a due condizioni precise: che non lo si faccia con i trasformismi di cui, nel 1998, si avvantaggiò la sinistra (ne fu protagonista, allora, l'onorevole Mastella, alla faccia del povero Prodi!) e, inoltre, che si impedisca ad un Capo dello Stato il quale, come Oscar Luigi Scalfaro, si rivelasse troppo partigiano di una sola fazione, anziché garante di tutti, di stravolgere la volontà popolare emersa dalle elezioni.
In altre parole, abbiamo fatto tesoro dei vostri errori passati - e delle vostre esplicite ammissioni di colpa - e vi vogliamo impedire, cari colleghi della sinistra, di ripetere qualcosa di cui, peraltro, vi siete già pentiti pubblicamente.
Dovreste anche compiacervi che si sia ripristinata la possibilità di ricorrere ad un sistema elettorale con liste di partito e con risultato proporzionato al numero dei consensi ottenuti. Chi, in tutti questi anni, ci ha ossessionati imputando a Berlusconi tentazioni egemoniche - così avete detto - e simpatie plebiscitarie, dovrebbe rallegrarsi del fatto che proprio questa maggioranza, grazie all'emendamento Vito 26.200, consenta una rivalutazione del ruolo, delle funzioni e delle specificità dei partiti in seno alla coalizione che si candida a governare il paese.
Invece, no! Forse perché, colleghi della sinistra, mentre noi ci apprestiamo a ricostruire, pur se con arnesi talvolta spuntati, una democrazia di metodo liberale e di rappresentanza popolare, sulle ceneri di quella che Tangentopoli aveva seppellito, voi vi affaccendate, fuori da quest'aula - al seguito di un leader che, anche recentemente (l'ha ricordato l'onorevole Lucchese), pur dopo esserne stato richiesto dall'onorevole Rutelli, ha reso noto di non volere lavorare, oggi, all'interno di quest'aula, all'insegna, evidentemente, del principio per cui egli disprezza ciò che non comanda -, a sciogliere la ricchezza delle vostre culture e delle vostre appartenenze politiche nell'indistinto del solo ed unico leader, Romano Prodi, il quale vorrebbe applicare al vostro mondo ed alle vostre compagini una omologazione ben più forte e ben più soffocante di quella che contestate nella nostra attenuata riforma costituzionale.
Ho ascoltato tante critiche in questi giorni e, poiché la verità non sta mai da una parte sola, anch'io posso condividerne alcune. Posso condividere - è stato espresso ieri - il giudizio sulla farraginosità dell'articolo che disciplina il processo di formazione delle leggi e sul lessico un po' cacofonico. Ma, d'altronde, siamo seri. Voi, che nella scorsa legislatura non riusciste
neanche a varare il Senato federale, lasciando la riforma costituzionale incompiuta, davvero avreste potuto ottenere dai senatori qualcosa in più del testo che, faticosamente, è stato qui formulato?
Qualcuno di voi - ieri l'onorevole Maccanico e, ancor prima, l'onorevole Violante - ha ricordato che tutto questo non sarebbe accaduto e che i senatori non avrebbero avuto un simile potere di condizionamento se si fosse ricorsi all'Assemblea costituente. È vero. Ma con quale coerenza, onorevole Maccanico, che vedo in aula, con quale coerenza, onorevole Violante, che non vedo in aula, con quale faccia tosta oggi riuscite a muovere quest'obiezione, voi che, nella scorsa legislatura, vi rifiutaste di indire quella stessa Assemblea costituente che inutilmente, per cinque anni, continuammo a richiedere?
PRESIDENTE. Onorevole Rosso, il tempo a sua disposizione è trascorso abbondantemente...
ROBERTO ROSSO. Sto per concludere, Presidente.
Un collega dell'opposizione, l'onorevole Alfonso Gianni, recentemente, ha ricordato l'aforisma di Churchill sulla democrazia, il minore di tutti i mali. Ascoltando in questi giorni le vostre considerazioni, devo confessare che ho pensato di ribaltarlo sulla mia parte politica nei confronti della vostra. Infatti, benché talvolta abbia avuto il pensiero, spero non insolente, di appuntare rilievi critici e pur avendo iniziato la discussione sul testo di riforma con taluni dubbi e qualche perplessità, devo riconoscere a me stesso e ai miei amici di partito e di coalizione che questa casa politica, la nostra casa politica, potrà pur lamentare qualche acciacco, ma, vivaddio, si è messa in confronto con la Babele del vostro linguaggio e degli vostri comportamenti. Dunque, può ben vantarsi di chiamarsi e di mostrarsi la Casa delle libertà (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza Nazionale - Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mattarella. Ne ha facoltà.
SERGIO MATTARELLA. Signor Presidente, vorrei riportare il dibattito sulle questioni di merito attinenti alla modifica della Costituzione.
Esprimeremo un voto contrario sull'articolo in esame, perché è uno di quegli articoli che realizza una sterminata concentrazione di poteri nelle mani di una sola persona, configurando davvero il potere assoluto del Primo ministro.
Come per tutti gli aspetti e tutti i settori di questa riforma, vi sono anche qui contraddizioni ed incoerenze. La prima è nel primo comma che afferma una cosa non vera. Non sarà più vero che il Governo è composto dal Presidente del Consiglio - dal Primo ministro, come si chiamerà da adesso in poi con questa riforma - e dai ministri. Non vi sarà più questa collegialità, perché questa riforma, nel successivo articolo 29, parla di un Primo ministro che determina, lui solo, la politica generale di Governo: la politica del Governo apparterrà al solo Capo del Governo. In questo progetto è scomparsa la collegialità.
La sorte del Parlamento è rimessa, più che alla sorte politica del Primo ministro, ad una serie di circostanze che riguardano anche le vicende personali del Primo ministro: la morte, le malattie, l'impedimento, le dimissioni volontarie e le dimissioni obbligate per sfiducia, salvo un'eccezione assai macchinosa.
Si tratta, colleghi, di una serie di automatismi, meccanicamente esasperati e spinti al parossismo, che sfiorano l'inverosimile e provocheranno effetti non voluti. Sono poste limitazioni, strettoie, percorsi obbligati alla vita delle istituzioni che contrastano con la duttilità e la capacità di adattamento proprie delle norme costituzionali, per far fronte alle diverse situazioni che si presenteranno loro nel corso del tempo.
Si sostiene, Presidente, come noto, da tanto tempo e di continuo, che il mercato deve essere libero da lacci e lacciuoli, che
occorre avere istituzioni moderne e agili, e poi si vogliono mettere alla politica, alla vita delle istituzioni, briglie e steccati, lacci e lacciuoli. Un esempio è in questo articolo, nel combinato disposto del terzo e quarto comma. È stato previsto, nell'ultimo comma, che in caso di dimissioni del Primo ministro può esserne nominato un altro dal Capo dello Stato, purché vi sia una mozione sottoscritta dalla maggioranza assoluta della Camera, che corrisponda alla maggioranza espressa dalle elezioni. Ebbene, questo significa che, se le elezioni non attribuissero una maggioranza assoluta allo schieramento più forte - cosa possibile sempre, con qualunque sistema elettorale democratico -, il Capo dello Stato non potrà far costituire alcun Governo ma dovrà sciogliere la Camera e far ripetere subito le elezioni. Infatti, il quarto comma introduce la regola, vincolante, perché così è formulata, che non può esistere una maggioranza parlamentare di governo che non sia maggioranza assoluta in Parlamento e che non coincida appieno con quella espressa dalle elezioni.
Nessun sistema elettorale, Presidente, colleghi, può imporre una maggioranza assoluta, perché questo lo decidono gli elettori con i loro voti, liberamente, tanto che nel secondo comma avete scritto, colleghi di maggioranza, che la legge elettorale deve favorire il formarsi una maggioranza. Questo vuol dire che è possibile che lo schieramento più forte non raggiunga la maggioranza assoluta, ma in tal caso, per effetto di questo quarto comma e del criterio dissennato in esso inserito, occorrerà ripetere subito le elezioni.
Questo è un effetto degli automatismi che avete introdotto, di questi parossistici meccanismi automatici, che mettono lacci e lacciuoli alla vita delle istituzioni. Ma vi sembra, colleghi, che si possa dar vita a norme di questo genere, su fattispecie così complesse, con tanta leggerezza? Non credo che ciò sia giusto. Si tratta della Costituzione! Ancora una volta vi invitiamo a riflettere (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e Misto-socialisti democratici italiani)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Alfonso Gianni. Ne ha facoltà.
ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, noi siamo contrari al testo proposto dalla maggioranza dell'articolo 26, su cui, secondo me, anche un mediocre italianista potrebbe sollevare una obiezione formale. Ma questo lo lascio ai posteri.
Le ragioni della contrarietà sono sostanzialmente, dal mio punto di vista, riassumibili in tre questioni.
La prima è l'idea, importata in modo sgangherato dal modello anglosassone, di una elezione diretta del premier senza avere il coraggio di dirlo esplicitamente e, quindi, attraverso il meccanismo più o meno surrettizio del collegamento alle liste.
La seconda - e qui, a mio parere, c'è un clamoroso errore anche di italiano, ma affari vostri! - è il fatto che si voglia costituzionalizzare, senza avere il coraggio di farlo fino in fondo, la materia elettorale, che attualmente è ordinata con legge ordinaria, con una espressione estremamente ambigua e imprecisa, aperta a più soluzioni. Che significa favorire la formazione di una maggioranza? Significa che la legge è perfettamente proporzionale e che poi semplicemente vi è un premio di maggioranza? In che misura è previsto questo premio di maggioranza? Perché la misura fa la qualità, in questo caso, come lei ben sa, Presidente. Infatti, se l'asso piglia tutto, allora cambia completamente la qualità della legge elettorale. O si favorisce un'espressione generica, semplicemente perché si sa che più elettori partecipano più è statisticamente - e lei se ne intende - improbabile che i risultati dei due schieramenti...
PRESIDENTE. La quantità fa qualità! Se vuole citare Engels...
ALFONSO GIANNI. Si, è quello che ho detto! Può anche avvenire il contrario,
naturalmente, perché il concetto di qualità è «avalutativo», cioè non dice se è qualità negativa o positiva.
Significa favorire il fenomeno per cui più gente si reca a votare, più è improbabile che si determini una parità di risultati, come statisticamente risulta. Infatti, la tendenziale parificazione dei risultati avviene in elezioni bipolari cui partecipa meno della maggioranza degli elettori, come è avvenuto, in effetti, nel caso americano (e speriamo che ciò non si ripeta il 2 novembre prossimo). Insomma, è tutto ambiguo, è tutto un pasticcio!
Quando poi si prevede, nel testo dell'articolo in esame, che la legge disciplina l'elezione dei deputati in modo da favorire la formazione di una maggioranza collegata «al candidato» alla carica di Primo ministro, vorrei osservare che, in italiano, ciò significa che il candidato è uno solo - e non sono più due -, cui la maggioranza si collega successivamente.
Ciò a meno che non si scriva che la maggioranza è collegata «a un candidato», o si precisi che si tratta della maggioranza «collegata al Primo ministro». Si tratta, tuttavia, di annotazioni formali: si arrangeranno coloro che dovranno successivamente controfirmare questo disegno di legge costituzionale! Basta leggere, onorevoli colleghi: l'italiano non è ancora del tutto un'opinione! Dicevo prima al ministro Calderoli che glielo posso tradurre anche in milanese, ma l'errore rimane tale e quale come prima! Infatti, è sbagliato in tutti i dialetti, compresa la lingua italiana!
PRESIDENTE. Onorevole Alfonso Gianni, concluda!
ALFONSO GIANNI. La terza ragione della nostra contrarietà, che abbiamo già espresso - e concludo, signor Presidente -, è rappresentata dal fatto che il ruolo del Presidente della Repubblica viene semplicemente ridotto ad una funzione puramente notarile, poiché egli non deve fare altro che riscontrare - come se fosse una commissione di verifica elettorale - i risultati delle elezioni.
Da tale sistema non è emersa alcuna stabilità: è stato statisticamente provato e storicamente accertato, infatti, che più si rendono complessi i vari passaggi istituzionali, meno stabilità politica si ottiene. Ciò perché la stabilità della maggioranza è il risultato solamente di una egemonia politica, e non avviene né per verbo costituzionale, né per legge ordinaria, né tanto meno per decreto-legge.
Il premierato assoluto e «sgangherato» produrrà instabilità e rissosità, anziché ottenere il risultato virtuoso che vi prefissate: è questo il motivo per cui preannunzio la nostra contrarietà all'articolo in esame (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole La Malfa. Ne ha facoltà.
GIORGIO LA MALFA. Signor Presidente, nell'ambito della tradizione politica alla quale mi onoro di appartenere - quella del Partito d'azione prima e del Partito repubblicano italiano dopo - hanno sempre convissuto idee e modelli diversi in ordine alla forma di Stato ed alla forma di governo. Infatti, uomini come Piero Calamandrei, Leo Valiani e Randolfo Pacciardi erano presidenzialisti convinti, mentre altri, come Oronzo Reale, mio padre Ugo La Malfa e Bruno Visentini, furono sempre a favore di un sistema parlamentare; ricordo che Tommaso Perassi era repubblicano e che difese la forma parlamentare chiedendo, attraverso un ordine del giorno, che venisse rafforzata.
Affermo ciò per rilevare che per noi sarebbe stato possibile essere favorevoli all'una o all'altra soluzione; vorrei ricordare, al riguardo, che nel 1992 io stesso avanzai la proposta dell'elezione diretta del Primo ministro. Ma tale impostazione presuppone di restituire al Parlamento l'indipendenza di giudizio, e dunque implica l'impossibilità di sciogliere le Camere ed anche la possibilità che l'elezione del Parlamento si svolga in un diverso periodo temporale (come avviene, ad esempio, negli Stati Uniti).
Pertanto, avremmo potuto e potremmo ancora aderire ad un'impostazione - che,
ad esempio, i colleghi del gruppo di Alleanza nazionale hanno sempre privilegiato - che punti all'elezione diretta del Capo dell'esecutivo, ma a condizione di restituire al Parlamento una forma dialettica; potremmo altresì aderire alla ipotesi, elaborata dall'onorevole Maccanico e da altri nel corso degli anni, di realizzare un rafforzamento del Governo in Parlamento, sulla base dell'impostazione tedesca.
Ciò che non consente di votare a favore dell'articolo in esame, onorevoli colleghi, e che dunque, probabilmente, non mi consentirà di votare a favore dell'intero disegno di legge costituzionale è la commistione tra il sistema parlamentare e quello presidenziale. Mi rivolgo ai colleghi della maggioranza, perché il fatto che un partito della coalizione debba prendere le distanze da un'impostazione così importante costituisce una «rottura» non marginale.
Onorevole Rosso, vorrei dirle che, se vogliamo scrivere una Costituzione che risponda non a quanto hanno fatto o non hanno fatto il Presidente Scalfaro, l'onorevole Mastella, il Presidente Berlusconi o il Presidente Prodi, ma alle esigenze degli italiani tra trenta o quarant'anni (quando può darsi che ciascuno di noi non ci sarà più), tale commistione non è accettabile!
Non vorrei, quindi, che scrivessimo una Costituzione dettata dalle contingenze politiche, mentre la vigente Costituzione ha resistito alle contingenze politiche per cinquant'anni.
La seconda obiezione è quella che ho rivolto al presidente Bruno - e che non ha ricevuto risposta -: non possiamo avere una forma di governo che dipende, per la sua individuazione, da una legge ordinaria. Con una legge ordinaria di tipo elettorale, si arriva ad una forma di governo quale quella delineata nell'articolo 26 del provvedimento; se non vi è un'azione del Parlamento, si torna alla forma di governo precedente. Non si può dettare una forma di governo che è assoggettata, nella sua realizzazione, ad una Costituzione «doppia», che afferma che vi sarà tale forma di governo.
Per tali motivi, debbo astenermi su quest'articolo e, probabilmente, annuncerò il voto di astensione anche sulla votazione finale del provvedimento (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Comunisti italiani e del deputato Burani Procaccini).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Leoni. Ne ha facoltà.
CARLO LEONI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, quando si effettua la scelta di affidare tutto il potere nelle mani di un uomo solo, si corrono alcuni rischi: li corre il Governo, la maggioranza, il Parlamento e l'intero paese.
CARLO LEONI. È di poco più di un'ora fa la notizia che l'Avvocato generale della Corte di giustizia dell'Unione europea ha bocciato la nuova normativa italiana sul falso in bilancio, nelle sue conclusioni dinanzi alla Corte. Ci avete fatto fare l'ennesima brutta figura, con le vostre leggi, di fronte all'Europa e di fronte al mondo!
La critica che abbiamo rivolto a questa vostra disciplina sul Primo ministro è stata anche con riferimento alla rigidità della norma: quei lacci e lacciuoli sulle istituzioni di cui parlava, poco fa, il collega Mattarella.
Alcuni degli articoli di questa proposta di legge sono scritti come fossero regolamenti parlamentari, allo scopo di rappresentare, fin nel dettaglio, gli equilibri politici all'interno della maggioranza, alla data odierna, 14 ottobre 2004. Oggi pomeriggio, quando probabilmente inizieremo a parlare di norme transitorie, ci accorgeremo che questa legge - così rigida e dettagliata -, nella sua gran parte, potrà entrare in vigore nel 2016. Ci separano dodici anni dal 2016. Dodici anni, nel mondo odierno, sono un'«epoca storica»: è la stessa distanza temporale che ci separa oggi dal 1992. Così come dal 1992 ad oggi, da oggi al 2016, cambierà totalmente lo scenario politico. Avremo, probabilmente,
nuove forze politiche, un processo di integrazione dell'Unione europea ancora più avanzato, saranno ancora più avanzati - e speriamo non nel modo in cui stanno procedendo oggi - i processi di globalizzazione e, qualcuno, nel 2016, quando si assisterà all'entrata in vigore di questa riforma costituzionale, si troverà di fronte norme quali «una o più liste di candidati» o «favorire la formazione di una maggioranza».
Questa legge, dunque, non ha un futuro, e non solo perché se voi l'approvate i cittadini italiani la bocceranno con un referendum, ma perché, da qui a poco tempo, essa sarà archeologia, anche per il modo in cui voi l'avete costruita. Pensare di ingabbiare, con questi lacci e con queste rigidità, il sistema politico non è solo un errore in sé, ma lo é anche perché si compie una scelta non lungimirante: si pensa di ingabbiare la situazione odierna, soprattutto delle relazioni politiche tra la vostra attuale maggioranza, in questo momento politico, e di fissare la situazione politica ed il processo storico anche per gli anni a venire. Questa è la legge che voi state approvando (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Nespoli. Ne ha facoltà.
VINCENZO NESPOLI. Signor Presidente, noi votiamo convintamente a favore di quest'articolo, perché - per quanto ci riguarda - esso è parte fondamentale di un percorso politico che, in grande coerenza, ci vede oggi modificare la Costituzione, non solo e non tanto rispetto a proposte che abbiamo sempre sostenuto nel tempo, ma soprattutto perché tali proposte sono ora unanimemente accettate dal popolo italiano e sono nella coscienza delle persone.
Quindi, riteniamo giusto continuare a sostenere questa modifica costituzionale, che porta ad una uniformità dei modelli gestionali, partendo dal sistema delle autonomie locali, passando per le regioni ed arrivando al Governo della nazione.
L'attuale situazione politica è frutto di una legge elettorale imposta ai partiti da un referendum popolare. Vi fu una rottura fra il cittadino elettore e i partiti. Il popolo italiano, attraverso un referendum, impose una legge elettorale che ha introdotto nella politica italiana e nelle istituzioni il concetto del maggioritario e del bipolarismo. Non è stata una scelta che le forze politiche hanno portato avanti con coscienza.
Oggi, invece, assistiamo ad un processo in cui una maggioranza consapevole, in applicazione dell'articolo 138 della Costituzione (quale altro meccanismo poteva essere ipotizzato, visti i fallimenti degli anni passati e considerato il tempo perduto per ammodernare il nostro modello costituzionale?) si appresta a modificare e ad introdurre nella Costituzione ciò che l'Italia vuole: decidere chi governa! Rispetto a questa voglia che nasce dal basso, la difesa di sistemi passati e la difesa del diritto costituzionale comparato - come se noi dovessimo per forza di cose riferirci a questo o a quel modello costituzionale vigente altrove, e non pensare a un modello italiano - ci vede tiepidi...
PRESIDENTE. Onorevole Nespoli...
VINCENZO NESPOLI. Concludo, signor Presidente. In questo modo, riteniamo, invece, di introdurre un moderno ed agile sistema costituzionale attraverso il quale si decide chi governa. Ci ha meravigliato non poco l'intervento del collega Mattarella, studioso dei sistemi elettorali. Certamente, con l'introduzione di questo articolo si collega il candidato premier ad una maggioranza parlamentare ed è chiaro che la legge elettorale di attuazione dovrà tener conto di questo dato. Abbiamo compiuto tale scelta, che - lo ripeto - va in sintonia con i desiderata del popolo italiano. E lo confermerà il referendum: anche su questo vi sfidiamo (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza Nazionale)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pacini. Ne ha facoltà.
MARCELLO PACINI. Signor Presidente, riducendo ai minimi termini il mio ragionamento, credo che, con l'approvazione di questa norma e l'introduzione del premierato, si vogliano ottenere due risultati: assicurare la stabilità ed enfatizzare il rapporto diretto con gli elettori. A mio parere, queste due esigenze sono perfettamente coerenti e sono, anzi, il momento culminante di una cultura politica ampiamente condivisa anche dalla sinistra, che è emersa a partire dalla seconda metà degli anni novanta.
Il rafforzamento degli esecutivi è avvenuto a tutti i livelli della Repubblica. Il rafforzamento del rapporto con gli elettori si è manifestato attraverso l'enfasi posta sul referendum, qualche volta addirittura, a mio parere, con norme eccessivamente favorevoli, quali quella introdotta all'articolo 123, che non prevede alcun quorum.
Mi rendo conto che si pongono due domande che rappresentano anche due preoccupazioni, tra cui quella già richiamata, sul fatto che ci allontaniamo dal Montesquieu. Ritengo che - il collega Acquarone converrà con me - ormai quello del Montesquieu, in una società mediatizzata, tecnicizzata e globalizzata, sia un riferimento cui siamo molto affezionati, ma retorico.
Bisogna andare molto più in profondità proprio per realizzare le finalità di Montesquieu.
Concludo, facendo un esempio e dando un suggerimento: esiste certamente il problema di ripensare il ruolo delle Assemblee per collocarle nuovamente al centro dell'attenzione e della stima degli italiani. Credo che ciò coinvolga anche la Camera dei deputati.
Tornando alla vecchia professione, mi permetto di dare un suggerimento al Presidente della Camera: nei prossimi anni dovremo affrontare il problema di riformulare il rapporto tra la Camera e la nuova forma di governo. Già esiste questo problema, perché mi pare che questa Camera debba definire i suoi rapporti fra i lavori in Assemblea e quelli delle Commissioni, tanto per fare un esempio. Siccome le riforme vengono bene quando c'è una cultura condivisa da tutti, mi permetto di suggerire al Presidente della Camera di incaricare la Fondazione della Camera dei deputati, un organo terzo, di dedicare le sue risorse non soltanto e sempre ad esaltare, giustamente, ciò che è accaduto nel passato, ma anche a fare dei programmi, con la sua autorevole terzietà, per capire come la Camera possa esercitare al meglio, nella nuova società non globalizzata e terziarizzata, le sue funzioni legislative e di controllo dell'attività dell'esecutivo.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pappaterra. Ne ha facoltà.
DOMENICO PAPPATERRA. A nome dei Socialisti democratici preannuncio il voto contrario sull'articolo 26, per diverse ragioni, alcune delle quali abbiamo già illustrato nel corso dell'esame degli emendamenti.
A nostro avviso, questa nuova forma di Governo proposta dalla maggioranza individua nel premier il centro di gravità del sistema a cui riconduce tutti i poteri, soprattutto quelli di direzione della maggioranza, con un ruolo egemone e autosufficiente che viene utilizzato - è stato detto anche qui - persino contro la maggioranza stessa, perché essa è costretta a sottostare ad un premier scelto in campagna elettorale anche quando viene meno il rapporto di fiducia. Insomma, si vuole conferire al premier un potere di vita o di morte sul Parlamento e sulla stessa maggioranza scelta dal corpo elettorale.
Tutto questo per noi è assolutamente inconcepibile. Un Primo ministro così concepito non costituisce un tipo di Governo riconducibile al modello parlamentare - lo diceva anche prima l'onorevole La Malfa - che, pur presentando nei suoi diversi aspetti e in tutti i paesi differenze di funzionamento, però si fonda comunque sul principio dell'autonomia politica tra il Governo e la sua maggioranza. Questa forma, signor Presidente, sarebbe una forma di Governo del Primo ministro sui generis che è stata adattata alla realtà
italiana, costruita su misura per l'attuale Capo del Governo.
Questo modello che si vuole approvare...
PRESIDENTE. Onorevole Pappaterra...
DOMENICO PAPPATERRA. Signor Presidente, noi abbiamo ancora tempo...
PRESIDENTE. Ha ragione. Continui pure.
DOMENICO PAPPATERRA. Questo modello che si vuole approvare, infatti, è molto lontano da altre esperienze, perché persino nella gran Bretagna c'è stata la possibilità di sostituire il premier quando è venuto meno il rapporto di fiducia tra la sua maggioranza e lo stesso leader. Qui, invece, si va verso una deriva e un'esperienza, come quella israeliana, che va espressamente verso un Presidente che ha nelle sue mani il potere di scioglimento. Anche lì stanno ripensando molto a questa scelta che hanno compiuto.
L'altro elemento che volevo aggiungere - che è stato sottolineato per ultimo dal collega Lettieri, che ne ha parlato poc'anzi e la cui valutazione ritengo giusta - è il seguente: se diamo uno sguardo a ciò che accade nel variegato mondo delle autonomie locali e delle stesse regioni, ci rendiamo conto che questa proposta di riforma, se venisse approvata, anche su questo fronte avrebbe degli effetti assolutamente dirompenti.
Lì vi sono l'elezione diretta, il concentramento del potere nelle mani dell'esecutivo e dei suoi governatori, sindaci o presidenti, e una forte compressione delle assemblee elettive (ormai i consigli comunali, provinciali e regionali sono ridotti ad un rango costituzionale di basso profilo). Questi governatori che ormai personalizzano le loro funzioni non hanno garantito né stabilità né capacità di Governo.
Riteniamo che anche questa scelta, se venisse compiuta, non garantirà né stabilità né capacità di Governo, ma risponderà esclusivamente alla logica di dare maggiori poteri in capo ad una sola persona con l'idea che questa riforma valga per la fase attuale e non, come dovrebbe essere, per tanti prossimi anni (Applausi dei deputati del gruppo Misto-socialisti democratici italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cento, al quale ricordo che ha due minuti a disposizione. Ne ha facoltà.
PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, credo che la mia componente abbia ancora tempo...
PRESIDENTE. No, onorevole Cento, anzi il mio è un atto di liberalità...
PIER PAOLO CENTO. I deputati Verdi voteranno contro l'articolo 26, che credo caratterizzi in maniera significativa e negativa questa riforma costituzionale. Tale articolo definisce ruoli e poteri del premier in maniera confusionaria ed equivoca, tenendo però ben chiaro un quadro di riferimento: la trasformazione del nostro da un sistema parlamentare ad un sistema fortemente caratterizzato dai poteri del premier, fuori da una dialettica parlamentare democratica e rappresentativa delle pluralità e della complessità del corpo elettorale.
Il premier assume poteri che erano propri - e bene abbiamo fatto a condurre, in sede di esame degli articoli precedenti, una rigorosa battaglia in proposito - del Presidente della Repubblica, che in questa nuova normativa non è più il punto di equilibrio del nostro sistema costituzionale, ma viene ridotto ad un notabile di scelte e di equilibri politici.
Noi abbiamo un'idea contrapposta della Costituzione e dell'equilibrio tra i diversi poteri. Certamente, il Governo ed il premier sono espressione della capacità di una parte politica di essere maggioranza. Tuttavia, quando il premier assume le funzioni autoritarie tipiche di un sistema non lineare rispetto alla storia della nostra Costituzione e della nostra Repubblica, dobbiamo esprimere non solo preoccupazioni ma forti contrarietà.
Siamo convinti - e accettiamo la sfida che anche negli interventi precedenti veniva lanciata sul referendum - che i cittadini sapranno scegliere, nel momento in cui dovranno pronunciarsi su tale riforma costituzionale, il sistema che meglio garantisce il pluralismo, la rappresentatività democratica ed anche la funzionalità dei Governi in un equilibrio costante con gli altri poteri dello Stato. Il cosiddetto premierato, che in maniera confusionaria traccia un'identità autoritaria della nuova Costituzione, sarà uno dei terreni della mobilitazione e della battaglia referendaria che condurremo con rigore e con convinzione nel paese quando tale proposta sarà approvata dal Parlamento (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Acquarone. Ne ha facoltà.
LORENZO ACQUARONE. Signor Presidente, l'onorevole Pacini - che, per la verità, è una delle poche voci serie ed intelligenti che ho ascoltato dai banchi della maggioranza - ritiene che Montesquieu sia datato e superato. Vede, onorevole Pacini, ritengo che, forse ancora più antico nel tempo, ma meno datato sia Rousseau, laddove dice che un sistema con il quale si attribuiscono i poteri, pure in via democratica, ad una persona sola dà vita ad uno Stato in cui il popolo è sovrano il giorno delle elezioni e poi è suddito per cinque anni. Se è datato Montesquieu è anche datato il bonapartismo, ma sempre si ripetono. Vi è sempre il rischio che chi è dotato di troppi poteri senza un contrappeso possa abusarne, e l'esperienza del secolo scorso ce ne dà atto.
Quindi, la tesi di un Governo stabile è condivisa, ma a fronte di un Governo stabile è nostro convincimento che debba esservi un Parlamento autorevole. Questa riforma pasticciata - me ne darà atto - e piena di compromessi, a fronte di un Presidente troppo forte, contrappone un Parlamento troppo debole. Queste sono le ragioni del mio personale - e credo di tutta la mia componente politica - dissenso rispetto all'articolo 26.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 26, nel testo emendato.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 449
Votanti 445
Astenuti 4
Maggioranza 223
Hanno votato sì 252
Hanno votato no 193).
Prendo atto che l'onorevole Antonio Pepe ha erroneamente espresso un voto contrario, mentre avrebbe voluto esprimerne uno favorevole. Prendo altresì atto che l'onorevole Cardinale ha erroneamente espresso un voto favorevole, mentre avrebbe voluto esprimerne uno contrario.
A seguito dell'approvazione dell'articolo 26, il Presidente del Consiglio assume la denominazione di Primo ministro. Per tale ragione tutte le ulteriori proposte emendative presentate al testo in esame che, riferendosi al Primo ministro, lo denominano diversamente, affinché possano essere messe in votazione, devono intendersi riformulate utilizzando la denominazione «Primo ministro», al fine di tenere in considerazione la determinazione assunta dalla Camera con questo voto.
ALFONSO GIANNI. Per Silvio Berlusconi...!
PRESIDENTE. Lasciamo perdere Berlusconi! Il problema non riguarda il Presidente del Consiglio di oggi, bensì il Presidente del Consiglio di domani!
DONATO BRUNO, Relatore. Di dopodomani, Presidente!
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