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PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 40 e delle proposte emendative ad esso presentate (vedi l'allegato A - A.C. 4862 ed abbinate sezione 4).
Ha chiesto di parlare l'onorevole Maran. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO MARAN. Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo sul complesso degli emendamenti presentati all'articolo 40 del provvedimento in esame per esplicitare meglio il nostro obiettivo. Il testo in questione, infatti, rende evidente a tutti l'idea di federalismo che ha in mente la maggioranza di Governo, poiché si propone di abrogare tutte le forme e le condizioni particolari di autonomia stabilite dal vigente articolo 116 della Costituzione.
La proposta di riforma costituzionale in esame prevede di abrogare tutte le previsioni di un'autonomia differenziata, ma se questa è la riforma che dovrebbe introdurre il federalismo o la devolution, di cui si è parlato in questi mesi, che doveva attribuire addirittura competenze esclusive, ciò risulta davvero incomprensibile.
Vorrei osservare come la devolution sia stata largamente annacquata, e successivamente si sia cercato di imprimere maggiore coerenza alla riforma, attraverso interventi del tutto occasionali, come il potere sostitutivo e l'interesse nazionale, che dovevano cercare di imbrigliare l'attribuzione delle competenze esclusive. Ciò che più conta, tuttavia, è che alla fine è stato cancellata, con un tratto di penna, la possibilità per le regioni di ampliare le proprie competenze, peraltro su iniziativa delle stesse regioni, non solo su tutte le materie previste dal vigente comma 3 dell'articolo 117 della Costituzione (le materie concorrenti), ma anche per una serie di materie di competenza esclusiva, come ad esempio la giurisdizione e le norme processuali, l'ordinamento civile e penale, la giustizia amministrativa, oppure l'organizzazione della giustizia di pace, le norme generali sull'istruzione e perfino la tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali.
Si tratta di materie per le quali ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia potevano essere attribuite alle regioni, con legge dello Stato, su iniziativa delle regioni interessate, sentiti gli enti locali, ed era sufficiente che la legge fosse approvata dalle Camere, a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base, naturalmente, di un'intesa fra lo Stato e la regione interessata
Condizioni, quindi, d'autonomia che il testo oggi comprime, a dimostrazione del fatto che gran parte del disegno di riforma costituzionale proposto all'attenzione della Camera non fa altro che organizzare, in maniera raccogliticcia, una serie di slogan elettorali: infatti, la devolution è un totem ormai relativamente innocuo, anche se l'origine e la ratio di quel disegno erano incompatibili con l'evoluzione in senso cooperativo che il federalismo riveste ormai in tutti i paesi.
È un totem che serve alla Lega per non perdere la faccia. L'interesse nazionale, come abbiamo constatato, è un altro totem che serve, invece, ad Alleanza nazionale, per non perdere a sua volta la faccia, anche se le Camere riunite in sessione comune sono un'eventualità remota per intervenire nell'affermazione di tale interesse.
Alla finire, che rimane? Un accentramento molto vistoso, non solo nel tentativo di redistribuire e riscrivere le materie e la separazione delle materie tra competenze esclusive dello Stato, quelle concorrenti e quelle regionali, anziché - come si sarebbe dovuto fare - individuare i luoghi della cooperazione istituzionale, organizzando un Senato federale degno di tale nome.
Si pensa di risolvere i problemi che potrebbero derivare da un'eccessiva, o ritenuta eccessiva, autonomia delle regioni stralciando completamente il comma che consentiva quell'autonomia differenziata che costituisce una risposta ragionevole al profondo dualismo che presenta il nostro paese. Il nostro paese, infatti - forse superato in ciò solo dalla Germania unificata -, mantiene un divario profondo tra alcune regioni, quelle settentrionali ed altre, quelle meridionali.
Un'organizzazione flessibile avrebbe consentito di offrire una risposta alle esigenze che lo strumento «federalismo» è nato per soddisfare. Si sarebbe trattato della possibilità di reagire in maniera rapida ai cambiamenti e alle sollecitazioni del nuovo quadro competitivo, in forma
flessibile ed in maniera adatta a territori così differenziati tra loro. Tale possibilità è cancellata. Sarebbe stata una possibilità che sarebbe passata al vaglio delle Camere, una possibilità che sarebbe dipesa da un'iniziativa che le regioni avrebbero dovuto assumere valutando costi, benefici e rischi (l'autonomia, infatti, non è solo vantaggio, ma anche un rischio: richiede capacità organizzative e risorse finanziarie).
Si esclude inoltre la possibilità di mantenere una procedura negoziata che, anch'essa, ricalca uno tra gli elementi centrali del federalismo: la cooperazione, la negoziazione e la possibilità di stabilire canali comunicativi che rispondano ad alcune esigenze, senza sacrificarne altre.
Tale ipotesi è cancellata, per fare posto ad una sedicente «organizzazione esclusiva» che, poi, si rivela esclusiva fino ad un certo punto, perché come la Corte costituzionale ha rilevato in più occasioni, lo Stato mantiene la possibilità d'intervento pressoché in tutte le materie, a garanzia di alcuni principi essenziali ed anche di previsioni in determinate materie, quali la tutela dell'ambiente, la tutela della concorrenza, eccetera.
Si pensa di eliminare la possibilità di accrescere l'autogoverno e la responsabilità, per far posto semplicemente ad alcune «bandierine».
Ciò è un elemento che va sottolineato, perché bisogna sgomberare il campo dagli equivoci prodotti. Anche a noi era sembrato che, nella prima formulazione, la devolution fosse uno strumento per spaccare il paese, per determinare alcune regioni a realizzare, come meglio credevamo, il proprio autogoverno su determinate materie, a scapito delle altre regioni. In seguito, si è rivelato che quelle richieste si sono dovute adattare alle pressioni provenienti da altri settori della Casa delle libertà e pertanto si sono ridotte a poco. Si sono mantenuti un principio di rottura ed un'ideologia federalista, che puntano a separare ed a dividere, ma, in realtà, sono molto depotenziate.
D'altra parte, l'interesse nazionale, con tali clausole, rimane una «bandierina». Tali spinte contrapposte, alla fine, non fanno che svilire e depotenziare la faticosa costruzione di una Repubblica solidale ed autonomista che sta lentamente mettendo radici e che rischia di essere impoverita con il processo che voi tentate di portare a compimento.
Abbiamo cercato di sottolinearlo per ciò che riguardava la fantomatica clausola di supremazia. Tutti gli Stati federali dispongono di una clausola di supremazia (è il caso degli Stati Uniti) o di una competenza generale ancorata alla tutela dell'unità giuridica ed economica dello Stato (è il caso della Germania). Infatti, è naturale che un moderno riparto non deve sacrificare le esigenze di raccordo, né deve sacrificare una funzione unificante che l'ordinamento esige sulle materie più disparate. Ma nessuno Stato federale possiede due o tre clausole di supremazia di interesse nazionale. Dal momento che queste clausole sono presenti poiché le avete volute introdurre nel testo, perché mai sottrarre alle regioni la possibilità di guadagnare, come prevede l'articolo 116, ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia? Quelle clausole, infatti, dovrebbero allontanare ogni timore che si possano «sfondare» condizioni determinate, controllate e monitorate dallo Stato. Quale paura vi era? Evidentemente, si è voluta allontanare la possibilità di un'organizzazione federale e differenziata, perché ciò che non si vuole è che questa riforma porti a compimento la riforma federalista avviata con la modifica del Titolo V. Non si vuole completare quella Repubblica autonomista. Si immagina in maniera ottocentesca che, davvero, lo Stato possa controllare e determinare tutto e che possa essere in grado di promuovere lo sviluppo come decisore unico, quando ciò nella realtà di ogni giorno è ormai lontano dalla possibilità di realizzarsi.
Infatti, le politiche di sviluppo non dipendono più da un unico decisore, ma dalla possibilità di cooperare, di mettere assieme diversi livelli e diversi pezzi di società, di territorio - dalle autonomie funzionali, all'università, agli enti locali -
che sono la condizione perché il nostro paese possa vincere la sfida competitiva.
Oggi si torna indietro rispetto a quella che era stata la scommessa di questi anni. Da una parte, si immagina di poter accontentare la Lega con il simbolo della devolution (con Braveheart e tutto ciò che si è raccontato in questi anni), per poi ridursi ad accettare una formulazione non solo insoddisfacente, ma addirittura ridicola con riferimento alle competenze esclusive. Dall'altra parte, si pensa di contenere il resto ricorrendo ad un interesse nazionale che non è esercitabile e che si limita a descrivere un'altra delle bandierine elettorali.
Vi è, poi, chi racconta che questo ingorgo dovrebbe essere risolto attribuendo al premier quei poteri che lo Stato ha ingarbugliato. Ma questa è un'altra illusione. Non è possibile pensare di affidare ad un unico decisore - come sottolineavo poco fa - la determinazione delle politiche. Per procedere nella strada della costruzione di una Repubblica autonomista e solidale bisogna finalmente accettare che le opportunità che in futuro saranno assicurate al nostro paese dipendono, in larga misura, dalla possibilità di ottenere assieme ad altri ciò che non possiamo ottenere da soli. Mi riferisco alla possibilità di lavorare e cooperare assieme ai diversi livelli territoriali, consentendo tutte le forme di autonomia necessarie nel rispetto di alcune clausole unificanti. Questo era possibile fare con il vecchio Titolo V, solo che si fosse cercato di portare a compimento l'unica riforma necessaria: dotarsi, finalmente, di un Senato federale degno di questo nome.
Ciò non si vuole fare perché quella composizione e le competenze rimangono ancora, da un lato, assolutamente insoddisfacenti e, dall'altro lato, debordanti rispetto a qualunque organizzazione federale. Un Senato che abbia l'ultima parola su un certo numero di materie non esiste in nessun ordinamento federale e si cerca di risolvere questa mancanza - e questo continua ad essere un nodo irrisolto, un vizio di fondo - con una serie di totem di nessun significato.
È questo che vogliamo dire al paese e che vogliamo contrastare (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bressa. Ne ha facoltà.
GIANCLAUDIO BRESSA. Signor Presidente, nel febbraio 1997 si insediava la Commissione bicamerale, che aveva davanti a sé molte questioni da affrontare.
Una delle più delicate, perché in quel momento l'Italia premeva, era la ridefinizione in senso federale dell'assetto e della nostra Repubblica.
Ricordo che durante i lavori della Commissione bicamerale, in estate, presentai per la prima volta l'emendamento che, in qualche modo, fu il «padre» del terzo comma dell'articolo 116, che poi è diventata norma costituzionale.
Per la prima volta in quell'occasione veniva avanzata l'ipotesi secondo cui le regioni a statuto ordinario avrebbero potuto avere forme e condizioni particolari di autonomia, concesse loro con legge ordinaria.
Ricordo che allora ci fu una sollevazione da parte di tutti i nostri colleghi della Commissione bicamerale - quel mio emendamento fu posto ai voti e raccolse il mio voto, quello del collega Boato e del collega Zeller - e vi fu anche una certa contrarietà della dottrina che accusò il sottoscritto di avere commesso un peccato di lesa maestà nel parlare di specialità con legge ordinaria.
Devo dire che all'interno della Commissione bicamerale, durante la discussione che si svolse nei mesi successivi, la situazione ed il clima mutarono notevolmente. Quel primo emendamento fu «affinato» nella scrittura fino a quando non fu fatto proprio dal Comitato dei nove, chiamiamolo così, della Commissione bicamerale, che lo propose all'Assemblea, che lo votò.
Ritengo importante questa ricostruzione, perché essa sta a significare come allora, in Commissione bicamerale, tutte le
forze politiche votarono quell'articolo, votarono cioè quel terzo comma. Quando poi si arrivò all'approvazione della riforma del Titolo V della Costituzione, quel terzo comma fu di fatto ripetuto alla lettera, integralmente.
Per quale ragione ho voluto svolgere questa ricostruzione? Perché nel corso dei lavori della Commissione bicamerale, i partiti d'opposizione di allora, con l'esclusione della Lega Nord che aveva abbandonato i lavori - parliamo quindi di Alleanza Nazionale, di Forza Italia e del CCD-CDU di allora - votarono in maniera compatta questo terzo comma dell'articolo 116.
Lo votò il Presidente Berlusconi, il Vicepresidente Fini: non ricordo se l'onorevole Nania facesse parte della Commissione bicamerale, ma lo votò anche l'onorevole Nania.
L'onorevole Nania, oggi senatore, utilizza in maniera strumentale e a mo' di propaganda l'argomentazione secondo la quale il terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione sarebbe stata la secessione per legge di questo Paese.
Vorrei che riflettessimo seriamente su quanto afferma il terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione, perché questa Assemblea, prima di compiere lo scempio di cancellarlo definitivamente, abbia chiaro quello che sta facendo.
La norma prevede la possibilità per alcune regioni, evidentemente dotate di maggiori capacità di governo - si badi bene, di maggiori capacità di governo: quello che conta nel terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione è l'iniziativa politica, non altro! - di proporre un progetto di autonomia differenziata. Infatti, si parla di forme e condizioni particolari di autonomia, tali da estendere le funzioni di governo ad ulteriori materie rispetto a quelle previste per tutte le regioni, con un regime di autonomia finanziaria differenziata e la possibilità di maggiori mezzi finanziari a disposizione.
Il progetto di autonomia differenziata viene negoziato dalla singola regione con il Governo, deve essere approvato dal Parlamento con legge, secondo un modello che in Spagna ha avuto qualche successo. Si badi bene: sono previste l'iniziativa da parte delle regioni, sentite le autonomie locali (e quindi il parere), un'intesa raggiunta con il Governo, l'approvazione da parte della legge dello Stato (quindi del Parlamento).
Ditemi voi come è possibile immaginare una secessione che deve vedere prima l'intesa con le autonomie locali, poi un voto in una delle assemblee regionali e quindi un'intesa con il Governo ed infine un voto a maggioranza assoluta da parte del Parlamento. Se le rivoluzioni o le secessioni avessero avuto questo percorso logico, la storia sarebbe ferma! Non saremmo stati in grado di leggere nei nostri libri di storia una sola forma di secessione o una sola forma di rivoluzione!
Ecco, quindi, svelata la strumentalità propagandistica delle argomentazioni di Alleanza nazionale e del senatore Nania.
Accanto a tale riflessione ne va svolta un'altra perché si tratta non di un obbligo di legge per tutti, ma di un'opportunità che viene concessa a singole regioni e di uno strumento che la Costituzione, quanto alla decisione finale, pone nelle mani del Governo e del Parlamento. Quindi, si ha a che fare con la responsabilità e la capacità politica delle singole regioni e con il ruolo fondante di Governo e Parlamento per la definizione del proprio assetto istituzionale. Altro che secessione, questo è, né più né meno, un processo di contrattazione! È il federalismo che si incarna, che si fa sistema. Questo è il terzo comma dell'articolo 116.
Si tratta di un'opportunità - non un obbligo o un vincolo - tesa a rendere più elastico il sistema di governo complessivo del paese al fine di adeguarne l'impostazione, laddove necessario, ad esigenze di differenziazione territoriale. Abbiamo sentito più volte, nella passata legislatura e nell'attuale, che il federalismo non poteva portare con sé motivi di divisione del paese. Oggi voi ci proponete un meccanismo quale quello della devolution che costruisce scientificamente in laboratorio la possibilità di una secessione dei diritti nel nostro paese.
Quello che avevamo proposto noi con il terzo comma costituiva, passo dopo passo, la costruzione di una cultura istituzionale federalista. Infatti, è del tutto evidente che non tutte le quindici regioni a statuto ordinario sono in grado di fare contemporaneamente le stesse cose. È del tutto evidente che la velocità tra le varie regioni possa essere diversa e - si badi bene - la velocità e la maturazione non dipendono dalle risorse, ma dalla capacità e dal senso di responsabilità delle classi politiche. Ecco perché, per costruire il federalismo nel nostro paese, aveva una funzione straordinariamente importante il terzo comma dell'articolo 116.
Il motivo per cui tale strumento debba essere eliminato è cosa, quindi, del tutto incomprensibile. In tal modo si privano le regioni più avanzate - politicamente più avanzate, non economicamente o finanziariamente - e gli stessi Governo e Parlamento, nella loro funzione più alta di definire l'assetto complessivo del paese, della capacità di proporre progetti più avanzati di autonomia e, perciò, di realizzare in concreto il federalismo. Abbiamo discusso tante volte in quest'aula sul fatto che le autonomie speciali, quelle garantite dalla Costituzione, sono state da sempre la frontiera della cultura autonomista nel nostro paese. Con il terzo comma dell'articolo 116 nulla di più si faceva che consentire alle quindici regioni a statuto ordinario di affrontare con coraggio, con determinazione e con responsabilità politica la nuova fase storica del paese che era garantita dall'introduzione di un modello federale nella nostra Repubblica.
Il terzo comma significava consentire a ciascuna comunità territoriale di darsi l'assetto e la capacità di governo più consoni alle proprie esigenze. Era, cioè, una forma moderna ed originale di costruzione di uno Stato federale partendo da uno Stato centrale. Come ricordo sempre, infatti, la nostra Repubblica è uno Stato centrale. Nel momento in cui si è deciso di dare una forma federale all'assetto istituzionale bisognava riempirlo di contenuti e di strumenti. L'articolo 114, come ho ripetuto tante volte, è uno di tali strumenti. Il terzo comma dell'articolo 116 era forse, lo strumento più proprio ed innovativo.
In cambio dell'abrogazione del terzo comma dell'articolo 116 la vostra riforma ci propone la devolution, che è un'impossibilità logica - lo abbiamo detto più volte e lo ripeto - poiché vi sono due competenze esclusive sulla stessa materia. Vi rendete perfettamente conto che tutto questo, prima o poi, verrà sanzionato duramente dalla Corte costituzionale e della vostra devolution resteranno solo le macerie.
Accanto a ciò proponete il recupero dell'interesse nazionale. L'interesse nazionale viene richiamato quale elemento idoneo a tradursi in un'impropria censura politica da parte del Parlamento. Non è da trascurare che nell'esperienza precedente la riforma costituzionale del 2001 la previsione in Costituzione dell'interesse nazionale, configurato nel 1948 come limite di merito per la legislazione regionale demandato alle valutazioni del Parlamento, aveva generato una delle più rilevanti distorsioni degli equilibri complessivi tra Stato e regioni senza costituire alcun reale elemento di tutela dell'unitarietà sostanziale del sistema.
L'esperienza passata, relativamente all'interesse nazionale, si presenta quindi particolarmente e brutalmente significativa in senso anti-regionale. La riproposizione dell'interesse nazionale smentisce tutto il percorso compiuto in questi anni. Sotto un profilo giuridico ed istituzionale, la sua reintroduzione, come limite, travolge le garanzie fondamentali di tutela dell'autonomia regionale, resa così vulnerabile da parte di prevedibili intrusioni centralistiche, ispirate da logiche essenzialmente politiche. Questo è quello che voi state proponendo: la cancellazione dell'elemento di dinamismo nella costruzione, in senso federale, della nostra Repubblica e la reintroduzione dell'interesse nazionale. Vi rendete conto dell'enorme pasticcio che state facendo? Ma, soprattutto, vi rendete conto della scarsissima credibilità che avete, nel momento in cui cercate di
accreditare questo vostro progetto come un progetto di modernizzazione del paese e delle sue istituzioni?
Cancellate gli elementi di modernità, introducete presunte fughe in avanti - qual è la devolution, che si risolverà, come ho detto prima, in un cumulo di macerie, nel momento in cui la Corte costituzionale sanzionerà l'illogicità di due competenze esclusive sulle stesse materie - e recuperate l'interesse nazionale nel peggiore dei modi possibili, cancellando il grandissimo sforzo culturale, che la riforma del Titolo V aveva portato nel nostro paese. Certo, il Titolo V aveva bisogno di essere corretto, perché così come era, alla prova dei fatti, aveva dimostrato dei limiti, ma voi, anziché correggere quei limiti, state facendo fare dei grandissimi passi indietro al nostro sistema istituzionale e, quel che è peggio, terremotate quel minimo di autonomia, che stava prendendo forza e piede all'interno delle regioni.
Devo dire che, se una delusione c'è stata, da parte mia, nell'attuazione del Titolo V, è stata proprio nel vedere che le regioni non hanno saputo utilizzare convenientemente il comma terzo dell'articolo 116. Vorrei chiedere, per esempio, al presidente della mia regione, Galan, il quale molte volte parla di federalismo e della frontiera del federalismo come la frontiera per il Veneto, che cosa ha fatto in questi quattro anni. Dov'è il suo progetto di autonomia differenziata e speciale, che la Costituzione poteva garantire? La stessa domanda potremmo farla al presidente Formigoni, ma anche ai presidenti Errani, Bassolino, Martini, che sono esponenti della nostra parte politica. Ciò probabilmente dimostra che c'è un deficit culturale e politico molto grave nel nostro paese, ma questo deficit culturale e politico nella costruzione di un assetto federale non si recupera sicuramente con la vostra medicina, cioè con il recupero dell'interesse nazionale e con la trasformazione del Senato pseudofederale in un comitato di controllo, che ha come unico compito quello di comprimere l'autonomia legislativa regionale e le sue funzioni di modernizzazione del paese.
Non sono abituato a scherzare, quando parlo di riforme costituzionali. Nella passata legislatura non abbiamo scherzato. Abbiamo fatto una scommessa per il paese. Oggi vediamo che questa maggioranza e questo Governo non solo rifiutano quella scommessa, ma ci fanno tornare indietro, pericolosamente indietro, e non solo rispetto alla Costituzione del 1948. Ci fanno fare dei passi indietro dopo che la società, le istituzioni e la cultura amministrativa stavano faticosamente avviandosi lungo un nuovo percorso. Questa è una responsabilità gravissima, che voi vi prendete, e lo è ancor di più perché il vostro progetto non ha un'anima costituente, bensì è semplicemente una verifica di maggioranza, che vi consente di tirare avanti in vista delle prossime elezioni. È una delle poche cose che immaginate di poter portare, come risultato, in un bilancio di questo Governo assolutamente fallimentare. Ma le verifiche di maggioranza non possono trasformarsi in Costituzione! Quando ciò succede, a pagare questo prezzo sono tutti i cittadini italiani.
Credo però che i cittadini italiani lo abbiano capito e ne siano consapevoli. E quando ci sarà, se ci sarà (ma credo senz'altro che ci sarà), l'occasione del referendum, avremo molti argomenti, non per smontare questa vostra riforma, ma per dire quanto poco riformatori siete voi, quanta poca cultura di riforma costituzionale siete stati in grado di dare a questo paese, quanto poco federalisti siete stati, quanto neocentralisti vi siete dimostrati e quanto disastrosamente dimostrate di essere non padri costituenti, ma «nipotastri» costituenti (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e Misto-Verdi-L'Ulivo - Congratulazioni)!
PRESIDENTE. Nessun altro chiedendo di parlare, ricordo che, a seguito dell'approvazione dell'emendamento Elio Vito 38.200, che, nella parte consequenziale, recava la soppressione del comma 2, l'articolo 40 risulta composto di un solo comma.
I due emendamenti Bressa 40.10, soppressivo dell'intero articolo, e Boato 40.1, soppressivo del comma 1, hanno, pertanto, analoga portata emendativa, nel senso di risultare entrambi volti alla soppressione del residuo comma 1 e saranno, quindi, posti in votazione congiuntamente. Successivamente, in caso di reiezione dei citati emendamenti soppressivi, si procederà alla votazione dell'articolo.
Invito il relatore ad esprimere il parere su tali emendamenti.
DONATO BRUNO, Relatore. Signor Presidente, la Commissione esprime parere contrario sugli emendamenti Bressa 40.10 e Boato 40.1.
PRESIDENTE. Il Governo?
ROBERTO CALDEROLI, Ministro per le riforme istituzionali e la devoluzione. Il Governo esprime parere conforme a quello del relatore.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento Bressa 40.10.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.
MARCO BOATO. Signor Presidente, i colleghi Bressa e Maran hanno illustrato, in sede di interventi sul complesso degli emendamenti (oramai si sono ridotti a due e nei confronti dei medesimi si procederà ad un'unica votazione, come lei ha correttamente precisato), le ragioni della nostra radicale contrarietà al comma 1 dell'articolo 40 che abroga il terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione.
Non solo abbiamo una posizione fortemente critica su molte, non tutte, innovazioni che vengono introdotte nella Costituzione, ma riteniamo grave che uno degli elementi più fortemente riformatori ed innovativi, introdotto nella Costituzione nel 2001, con la legge costituzionale del 2001, venga ora abrogato, anche se in prima lettura (l'iter di questa riforma costituzionale sarà ancora lungo e complesso, ma la scelta costituzionale politica è chiarissima).
Si parla di federalismo, sul quotidiano La Padania si scrivono articoli sul federalismo ma, contestualmente, in aula, si sopprime la vera ed autentica forma di federalismo potenziale che doveva essere inverata dalle regioni, sulla base di un'intesa con lo Stato e di una legge votata dalle Camere a maggioranza assoluta.
Il terzo comma dell'articolo 116 prevede ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti una serie di materie, che possono (è un comma ancora in vigore) essere attribuite ad altre regioni (rispetto alle cinque regioni a statuto speciale) con legge dello Stato, su iniziativa della regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all'articolo 119 (il federalismo fiscale). Il comma in vigore prevede, inoltre, che la legge sia approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intese tra lo Stato e la regione interessata.
Questa doveva essere la strada maestra (potrebbe ancora esserlo, perché è ancora in vigore) che le regioni a statuto ordinario avrebbero potuto seguire per ottenere un'autonomia differenziata e realizzare i livelli massimi di autonomia possibili, secondo questo testo costituzionale, e ciò soprattutto per quelle regioni che ritenessero, ritengano o ritenevano di avere le potenzialità istituzionali e politiche per realizzare forme più avanzate di autonomia.
Abrogare il terzo comma dell'articolo 116 vuol dire sopprimere nella nostra Carta costituzionale il caposaldo più avanzato di un autentico disegno federalista dello Stato e, quindi, avere come corrispettivo un appiattimento di tutte le quindici regioni a statuto ordinario ed una soppressione di un principio federalista introdotto nel 2001.
Per tale motivo esprimeremo un voto favorevole sui due emendamenti soppressivi rispettivamente dell'articolo 40 e del
primo comma dello stesso e, nel caso in cui fossero respinti, esprimeremo un voto contrario sull'articolo 40.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cabras. Ne ha facoltà.
ANTONELLO CABRAS. Signor Presidente, anche noi esprimeremo un voto favorevole sull'emendamento volto a sopprimere l'articolo 40, tenendo conto del fatto che, oltre alle considerazioni svolte dal collega Boato, questo articolo richiama una discussione molto approfondita, che si svolse nella scorsa legislatura affrontando il tema della riforma del Titolo V della Costituzione, sull'opportunità o meno che nel nostro ordinamento dovessero continuare ad esistere le regioni a statuto speciale.
Chi partecipò a quella discussione ricorderà che esisteva un'opinione abbastanza diffusa in modo trasversale secondo la quale le ragioni che, nella prima applicazione della Costituzione, determinarono l'istituzione delle regioni ad autonomia differenziata erano in larga parte venute meno e che quindi con la riforma del Titolo V, oltre agli altri importanti e qualificanti punti di modificazione, dovesse essere introdotta anche quella secondo la quale tutte le regioni avrebbero dovuto godere della stessa forma di autonomia.
La discussione fu molto ampia e si giunse anche a momenti di evidente conflitto, finché non si raggiunse una mediazione - dal mio punto di vista, alta - che confermò le ragioni della specialità nella riforma del Titolo V e che tuttavia introdusse la possibilità che le regioni con statuto ordinario potessero, con legge del Parlamento, ottenere forme differenziate e più avanzate di autonomia.
Mi permetto di affermare che questa è la vera devoluzione, che viene costruita attorno a principi che, sia nel percorso cosiddetto di formazione dei poteri di autogoverno differenziati sia anche nel merito, garantivano un passo avanti rispetto alla riforma.
So che i principali sostenitori della cancellazione di questa norma sono i colleghi di Alleanza nazionale che, in maniera un po' semplificata, definiscono questa forma di autonomia differenziata una sorta di federalismo à la carte, in cui ognuno si ritaglia la forma di autonomia che ritiene.
Ritengo che soprattutto coloro che hanno votato insieme a noi le norme sulla specialità sappiano che un modo per rendere più difficile in futuro il mantenimento della specialità è quello di continuare a ritenere questa differenza così netta, così rigida. Cosa che state facendo abrogando questa norma del Titolo V. Infatti, implicitamente, create le condizioni affinché in qualche circostanza si possa determinare l'alleanza di tutte le regioni ordinarie contro le regioni a statuto speciale.
Nella passata legislatura avevamo presentato una proposta che metteva al riparo dalla possibilità che si riproducesse questo evento assolutamente deleterio per i rapporti istituzionali. Sopprimendo l'articolo 116 della Costituzione di fatto rideterminate le potenziali condizioni perché tale conflitto possa verificarsi.
Ci rivolgiamo allora in modo particolare ai colleghi della Camera, provenienti dalle regioni a statuto speciale e appartenenti alla maggioranza: se voi votate per la soppressione di questa norma, votate contro le regioni a statuto speciale (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Fistarol. Ne ha facoltà.
MAURIZIO FISTAROL. Signor Presidente, sull'abrogazione del terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione, si confrontano in realtà in modo netto due diverse concezioni in ordine alla modifica della forma di Stato. Quella del centrodestra è il frutto di due rigidità: da un lato, la cosiddetta devolution, prima dal sapore vagamente eversivo e poi sempre più vuota
parola d'ordine, vessillo senza contenuti, la cui pericolosità è data ormai soltanto dalla sua indeterminatezza e dalla confusione istituzionale che può ingenerare.
L'altra rigidità, richiamata appunto dalla devolution, è dovuta ad un pericoloso ritorno centralistico. Come abbiamo detto più volte, queste due rigidità stanno insieme per reciproca convenienza dei partiti della Casa delle libertà, non certo per varare una riforma costituzionale nell'interesse dell'Italia e degli italiani.
Contro queste due rigidità noi opponiamo, invece, il concetto fondamentale di un serio federalismo, basato sull'elasticità e sulla flessibilità. La riforma non può prevedere una nuova rigida gabbia istituzionale, ma appunto una struttura federale, adattabile alle esigenze e alle differenze di cui è ricco il nostro territorio nazionale. La geometria variabile - come è stata chiamata quella prevista dal terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione - è appunto questo. Si tratta dell'opportunità, data alle regioni, di richiedere ulteriori poteri. Si deve semmai stigmatizzare il fatto che molte regioni - penso soprattutto al Veneto, che in questi anni ha molto urlato e polemizzato vanamente e in maniera sterile contro lo Stato - non hanno utilizzato davvero le opportunità date loro dal terzo comma dell'articolo 116.
Se qualcuno di noi ha conoscenza della struttura istituzionale del paese del «federalismo reale», ovvero gli Stati Uniti d'America, sa che quella nazione, dal punto di vista istituzionale, è un «multiverso» di competenze, di poteri e di regole diverse, da Stato a Stato, da contea a contea.
Questo è il federalismo, se di federalismo vogliamo parlare. E la geometria variabile non è sinonimo di divisione, di penalizzazione o di ingiuste disuguaglianze; né l'anticamera della secessione, come pure hanno affermato autorevoli esponenti della Casa delle libertà, anche perché - come è noto - tutto questo avviene secondo la previsione del terzo comma dell'articolo 116, con la regia del Parlamento nazionale che garantisce un equilibrio istituzionale nella devoluzione dei poteri alle regioni.
Insomma, le differenze di cui è ricco il nostro paese vengono consentite, previste e valorizzate da questo articolo della Costituzione, in un disegno, la cui unica unitarietà è garantita dal Parlamento nazionale. Insomma, onorevoli colleghi, questo è il vero federalismo.
In questo modo, la maggioranza della Casa delle libertà cancella, con la disposizione in esame, il federalismo, e introduce altro. Del federalismo, dunque, non vi è più traccia nel disegno di legge costituzionale che sottoponete alle Camere (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Carrara. Ne ha facoltà.
NUCCIO CARRARA. Signor Presidente, intervengo brevemente per spiegare ciò di cui stiamo parlando, perché, come al solito, dalla sinistra non vengono elementi di chiarezza. La sinistra vorrebbe mantenere il terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione. Tale comma è stato definito da alcuni ambienti vicini alla Presidenza della Repubblica come una disposizione che conduce a una sorta di secessionismo mascherato. Esso, infatti, nel testo purtroppo vigente, dà la facoltà, ad una regione a statuto ordinario, di richiedere allo Stato poteri straordinari in tutte le materie di legislazione concorrente, nonché in altre materie di cui si propone il trasferimento alla competenza esclusiva dello Stato (ad esempio, le norme generali sull'istruzione).
È stato affermato, da parte della sinistra, che avremo venti sistemi scolastici, venti sistemi sanitari, e via dicendo. Ma la norma di cui proponiamo l'abrogazione è ancora più pericolosa. La devoluzione, infatti, ha fatto chiarezza e ha rafforzato i poteri di tutte le regioni, perché li ha chiariti meglio; ha rafforzato i poteri dello Stato, perché li ha chiariti meglio. Dunque, bene ha fatto il Senato a prevedere l'abrogazione
di questa norma, che, fra l'altro, affida alla maggioranza politica del momento la possibilità di attribuire, ad una regione anziché ad un'altra, alcuni specifici poteri in materie di notevole rilevanza (si tratta di tutte le materie di legislazione concorrente, nonché di alcune materie di competenza dello Stato), quando è fin troppo ovvio che le competenze di rilievo costituzionale debbono essere attribuite con legge costituzionale, come proponiamo con il disegno di legge in esame, che a voi non piace.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli emendamenti Bressa 40.10 e Boato 40.1, di identico contenuto normativo, non accettati dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 411
Votanti 410
Astenuti 1
Maggioranza 206
Hanno votato sì 176
Hanno votato no 234).
Passiamo alla votazione dell'articolo 40.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Olivieri. Ne ha facoltà.
LUIGI OLIVIERI. Signor Presidente, i colleghi del centrosinistra che mi hanno preceduto hanno ampiamente dimostrato, con interventi di alto livello, la portata e la valenza dei nostri emendamenti soppressivi dell'articolo 40 del disegno di legge in esame, che abroga il terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio l'onorevole Carrara, che è l'unico ad avere interloquito su una delle questioni di fondo sulle quali si registrano le distinzioni fra le fondamenta di una determinata concezione della Costituzione, dell'autonomismo, del regionalismo e del federalismo e una concezione che riteniamo fortemente centralista.
L'onorevole Carrara ha poc'anzi affermato che l'abrogazione proposta dalla maggioranza e dal Governo costituisce un intervento volto ad eliminare quello che viene definito una sorta di secessionismo mascherato (tale definizione viene attribuita ad alcuni ambienti, ma ritengo che la responsabilità di essa debba essere assunta soprattutto dall'onorevole Carrara e della maggioranza). Ebbene, signor Presidente, quando ho ascoltato tale definizione sono sobbalzato, perché se fossi un leghista chiederei conto al collega di Alleanza nazionale dei motivi di tale definizione (Commenti dei deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana).
Perché, se è vero com'è vero che la Lega predica un certo tipo di devoluzione, è vero che poi nella sostanza - come dicevano giustamente sia il collega Cabras sia il collega Fistarol - di poca cosa si è trattato dal punto di vista della devoluzione. Pertanto il pericolo più grosso che noi abbiamo innanzi in questo momento è la confusione assoluta nella quale verrà gettato il nostro paese, nel caso in cui questo disegno di legge diventi riforma della Costituzione (modificherebbe ben 43 articoli della parte II, un terzo del complesso della nostra Carta costituzionale).
Vedete, colleghi, prima giustamente il collega Cabras richiamava il dotto intervento e la dotta disquisizione che vi sono stati nella legislatura precedente, prima nella Commissione bicamerale D'Alema e poi nel ragionamento che ha trovato un consenso anche alla Camera dei deputati durante la prima lettura del lavoro della Bicamerale. Ma in modo particolare va richiamato il ragionamento che poi ha portato all'approvazione di quello che è conosciuto come Titolo V: la legge costituzionale n. 3 del 2001. Se noi fossimo stati in grado di riportare qui quel ragionamento - che è stato per alcuni aspetti riportato, ma che è stato fatto in modo compiuto nell'ambito dell'indagine conoscitiva che opportunamente la Commissione di merito ha svolto sul disegno di
legge, da dotti cultori della materia costituzionale - ebbene, se fossimo stati in grado di portarlo alla conoscenza compiuta dei colleghi, forse oggi il voto di questa Assemblea, il voto di noi tutti sull'abrogazione dell'articolo 116 del testo vigente della Costituzione non andrebbe nella direzione in cui sta andando, con la maggioranza e il Governo che esprimono parere favorevole e l'opposizione che tende a tenere in vita quella che è veramente la dimostrazione più avanzata di una prospettiva di regionalismo differenziato, di un paese a diverse velocità, a geometria variabile, di quella che è la peculiarità e la diversità dei territori che rappresentano - questo sì - l'unità del nostro paese e della nostra nazione.
Negare questo, colleghi, significherebbe negare l'essenza stessa di quella che prima avete chiamato Repubblica federale. Anzi, significherebbe negare l'essenza stessa del lavoro, della cospicua produzione legislativa sul regionalismo avanzato, sull'autonomismo convinto, e equivarrebbe a fare un grandissimo passo indietro. Ciò che vi accingete a fare in questo momento è la rappresentazione più eclatante di una eterogenesi dei fini, una prospettiva che andava in un certo senso e che si risolverà soltanto in una confusa manipolazione del testo costituzionale, il che, dal punto di vista del regionalismo e del federalismo, è un grandissimo passo indietro.
L'intento del terzo comma dell'articolo 116 era assolutamente importante, perché, attraverso una legge dello Stato - quindi votata da questa Camera, all'interno e nel complesso della verifica del mantenimento dell'unità nazionale -, conferiva alle regioni che avevano la volontà e la capacità di scommettere su una diversificazione dei loro poteri delle competenze, alcune delle quali attualmente sono in capo alla potestà esclusiva dello Stato ed altre invece rientrano nella legislazione concorrente.
Negare questo significa negare l'essenza della storia del nostro paese. Quindi, colleghi della maggioranza, voi vi accingete a fare un grandissimo passo indietro e a commettere un errore gravissimo: non permettetevi più di parlare né di regionalismo né di autonomismo e tanto meno di federalismo (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Colasio. Ne ha facoltà.
ANDREA COLASIO. Signor Presidente, l'abrogazione del terzo comma dell'articolo 116, da un certo punto di vista, è il portato, la conseguenza logica di un processo che abbiamo delineato prima. Ahimè, abbiamo costruito un processo a sovranità asimmetrica, per cui lo Stato - e sconcerta che colleghi autorevolmente federalisti abbiano accettato questo - è sovraordinato rispetto alle sovranità regionali.
D'altro canto noi, con la riforma del Titolo V, avevamo delineato un tentativo che ha un fondamento culturale forte: il processo federativo inteso come un processo pattizio e negoziale.
È questo il dato culturale sotteso a questo comma: il federalismo è un processo negoziale e pattizio. L'altro giorno, discutendo di devolution scolastica, si è detto che voi avete introdotto con la devoluzione una modalità non flessibile, rigida, univoca. Le cose si tengono perché quello che sfugge, quello che viene cancellato con l'abrogazione del terzo comma dell'articolo 116 è proprio la consapevolezza, la percezione che il nostro paese è attraversato da grande differenze culturali e di comunità che si riverberano in differenze di natura istituzionale. Poter accedere ad un federalismo negoziato era una grande opportunità. Voglio ricordare ai colleghi leghisti che il processo di costruzione in Spagna di un modello federale incentrato sulle comunità autonome è iniziato con una fase che ha visto alcune regioni - Andalusia e Catalogna - avere nella contrattazione poteri legislativi superiori a quelli delle altre quindici comunità autonome. Questa è la storia! Ebbene, noi siamo consapevoli che il nostro paese era in grado, in alcune realtà territoriali, di assumere competenze legislative con una modalità - quella delineata dal terzo
comma dell'articolo 116 - coerentemente federalista; vi era la presa d'atto della sovranità di una comunità territoriale che negoziava con il centro autonomia speciale. Cancellando il terzo comma dell'articolo 116 abbiamo costruito una gabbia istituzionale ed un sistema che non è in grado di garantire il fondamento del federalismo: una comunità politica che si autorappresenta e negozia alla pari con altre comunità politiche.
Ebbene, colleghi autonomisti e federalisti - in modo particolare colleghi della Lega - credo che questo rappresenti chiaramente un segnale in controtendenza coerente con quello che avete votato in precedenza e cioè che esiste una sovranità sovraordinata ad un'altra sovranità. Ebbene, come ricordavo prima, è proprio nel procedimento legislativo che si definisce compiutamente - attraverso il nomos, la legge - il carattere federalista di un governo territoriale; voi però lo avete negato in forma di principio riconoscendo - ahimè - una sovranità marginale e residuale per i territori regionali. Oggi negate la possibilità che vi sia un territorio che si autorappresenti politicamente. Direi che per quanto riguarda il processo devolutivo, mi dispiace dirlo, colleghi, ma abbiamo spostato leggermente - e questa è la verità poiché io non ho mai percepito la devoluzione (così com'è scritta oggi) così eversiva del sistema istituzionale - il margine di competenza negoziale, delineando la concorrenza legislativa esclusiva o concorrente delle regioni su materie sì rilevanti, ma sempre all'interno di una cornice istituzionale dove il vero limite è la rigidità, quando invece il federalismo può essere solo negoziale, pattizio e flessibile e prende atto delle diversità, delle specificità che contraddistinguono il nostro paese. Queste diversità dovevano o avrebbero dovuto e potuto trovare forma nella procedura prevista dal terzo comma. Il fatto incredibile è che - come ricordava il collega Bressa - regioni come il Veneto (che hanno rivendicato a parole un'autonomia speciale) non hanno mai utilizzato questo strumento. Ciò sta ad indicare una cosa: non avete voluto prendere sul serio quello che era un fatto serio. Abbiamo scritto una Costituzione coerentemente federale e voi oggi la state cancellando (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Nespoli. Ne ha facoltà.
VINCENZO NESPOLI. Signor Presidente, colleghi parlamentari, non riesco a seguire la logica secondo cui per il centrosinistra un giorno facciamo a pezzi l'Italia e un altro giorno diventiamo centralisti, quando tutte le proposte all'attenzione di questa Assemblea hanno una logica ed un'uniformità di vedute.
L'abolizione del terzo comma dell'articolo 116 risponde alle intervenute modifiche dell'articolo 117, dove noi abbiamo in modo chiaro stabilito quali sono le competenze dello Stato, quali sono le materie concorrenti e quali sono le materie di esclusiva competenza delle regioni.
È palese che, con questo chiarimento sull'articolo 117, quell'autonomia differenziata che è stata richiamata poc'anzi dal collega Olivieri non ha più ragione di esistere, perché noi vogliamo che sulle materie concorrenti ci siano degli indirizzi, stabiliti dal Parlamento, che siano validi per tutte le regioni perché noi non vogliamo una crescita differenziata delle regioni rispetto alla gestione delle materie che sono loro delegate.
Sentire, invece, il collega Bressa affermare che abolendo questo comma le regioni «politicamente più avanzate» non possono mettere in moto meccanismi propri di gestione delle competenze che possono ricevere con legge dallo Stato ci porta ad una definizione tutta nuova; infatti, sappiamo, per bocca del collega Bressa, che esistono regioni politicamente avanzate ed altre, evidentemente, politicamente arretrate.
È evidente che questo è un giudizio di merito che l'onorevole Bressa dà, ad esempio, sulla mia Campania, dove certamente in questi anni abbiamo assistito dal punto di vista politico ad una gestione non
sempre in sintonia con la regola del buon Governo; ma queste sono, evidentemente, valutazioni di ordine politico.
NUCCIO CARRARA. È politicamente avanzata la campagna!
VINCENZO NESPOLI. Nel novero della proposta di eliminare il comma terzo dell'articolo 116 abbiamo sentito addirittura qualcuno ipotizzare che questa abolizione è contro le regioni a statuto speciale (si tratta dell'abolizione di una norma introdotta soltanto da tre anni); quindi, non riesco a capire che cosa ci fosse prima nella Costituzione per poter far dire ai colleghi del centrosinistra che sono intervenuti che addirittura abolendo questo comma ci sarà la rivolta contro le regioni a statuto speciale. Come se quella in questione fosse una norma che negli anni ha dato dei risultati (che qualcuno, evidentemente, non ha saputo illustrare).
Noi riteniamo, invece, che abolire questo comma è indispensabile perché rende organica la divisione che abbiamo introdotto con l'articolo 117, in cui si stabilisce chiaramente che cosa fa lo Stato, quali sono le materie che debbono essere regolate nel rapporto fra Stato e regione e che cosa fanno le regioni.
Io voglio solo ricordare agli amici del centrosinistra che con questa autonomia differenziata, per usare un'aggettivazione più blanda utilizzata da voi stessi, voi prevedevate - e prevedete - in Costituzione che una regione potesse legiferare anche su materie di competenza statale (l'organizzazione della giustizia di pace, norme generale sull'istruzione, tutela dell'ambiente e dell'ecosistema e dei beni culturali); quindi, volevate avere la possibilità che le regioni - usando l'espressione di Bressa - «politicamente più avanzate» potessero chiedere allo Stato di gestirsi in proprio queste autonomie.
In questo modo, a nostro modo di vedere, saremmo andati incontro a quella che giustamente il collega Carrara ha indicato come «secessione mascherata»..
Per questo motivo siamo favorevoli all'abolizione di questo comma (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza Nazionale).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maura Cossutta. Ne ha facoltà.
MAURA COSSUTTA. Signor presidente, noi voteremo in modo convinto contro questo articolo, come voteremo contro tutti gli articoli di questa idea folle delle riforme costituzionali che vi ha guidato creando un testo pasticciato e pericoloso.
Vorrei però precisare, dopo aver ascoltato con grande attenzione e rispetto le argomentazioni dei colleghi di Alleanza nazionale e dell'opposizione, che il nostro voto contrario sull'articolo in esame deriva da un giudizio molto duro sul significato di questo testo di controriforma costituzionale. Non credo sia solo un pasticcio istituzionale. Certamente, è un grande pasticcio istituzionale molto insidioso che farà impazzire il sistema, che porterà inefficienze e conflitti. E se impazzisce il modello istituzionale, le conseguenze riguarderanno anche il modello sociale. Ma, a nostro avviso, il giudizio negativo su questo articolo e su questo testo di legge deriva dalla presenza di elementi pericolosi, di derive istituzionali. Credo che tale pasticcio sia coerente con un'idea fondamentale. Voi, di fatto, togliete valore e forza - l'abbiamo visto anche nella discussione sulle competenze del Presidente della Repubblica e sulla Corte costituzionale - alla Carta costituzionale e, attraverso la seconda parte, intervenite nella prima.
Per quanto riguarda il terzo comma, non capisco perché il collega di Alleanza nazionale critichi gli argomenti dei colleghi del centrosinistra, quando poi accetta quella che per me, invece, è un atto di secessionismo, la devolution. Quindi, dovrebbe far pace con la sua coscienza. Per quanto mi riguarda, sono contro la devolution, ossia l'atto istituzionalmente palese di secessione voluto da questa controriforma. Sinceramente, invito a riflettere anche sul terzo comma dell'articolo 116. Bisogna tener conto della discussione che abbiamo sviluppato, durante la quale sono emerse determinate preoccupazioni. Vi sono forme particolari di autonomia previste
nelle materie di cui alle lettere l), n) e s) dell'articolo 117, quindi, non materie di poco conto. All'articolo 116, comma terzo, era previsto persino il voto a maggioranza assoluta di ciascuna Camera. Personalmente, continuo a vedere in quel terzo comma il rischio di accompagnare le spinte delle regioni forti e di socchiudere purtroppo una porta a progetti molto più chiari, dal punto di vista costituzionale eversivi, che rappresentano le spinte centrifughe di queste regioni forti.
Siamo, dunque, contro questo articolo, contro la devolution e contro un'idea di un federalismo che umilia il sistema delle autonomie. Con coerenza e con argomenti leggermente diversi da quelli che ho ascoltato in quest'aula, esprimeremo un voto contrario sull'articolo 40.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Ruzzante. Ne ha facoltà.
PIERO RUZZANTE. Signor Presidente, ringrazio in modo particolare i colleghi Carraro e Nespoli per essere intervenuti e per aver interloquito con l'opposizione. Rispetto alla riforma delle destre e in particolare alla scelta compiuta sull'articolo 40, emerge chiaramente ciò che il collega Carrara ha avuto il coraggio di affermare, ossia che la riforma del centrosinistra sicuramente era più federale della vostra. Si tratta di un passo indietro rispetto al concetto di federalismo che avevamo saputo esprimere nella nostra riforma, una riforma voluta e votata non solo dal centrosinistra, ma anche dal popolo italiano, caro collega Carrara. Tale riforma, lo ripeto, fu votata non solo in Parlamento; anche il popolo italiano l'ha confermata attraverso un referendum. Vedremo se avrete lo stesso consenso da parte del popolo italiano.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 40.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 435
Votanti 434
Astenuti 1
Maggioranza 218
Hanno votato sì 256
Hanno votato no 178).
Onorevoli colleghi, all'ordine del giorno è prevista la discussione di tre documenti in materia di insindacabilità. Vi sono, inoltre, richieste di interventi sul complesso degli emendamenti riferiti all'articolo successivo; se non sarà possibile esaurirli nella giornata odierna, potranno proseguire nella parte antimeridiana della seduta di domani.
Ritengo pertanto che si possa sospendere ora l'esame del disegno di legge costituzionale per procedere alla discussione dei documenti in materia di insindacabilità di cui al punto 2 dell'ordine del giorno.
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